Mio carissimo Prandina,
«Voi gentilmente vi incaricate della cremazione del mio cadavere e ve ne
sono grato.
«Sulla strada che da questa casa conduce verso tramontana alla marina,
alla distanza di trecento passi a sinistra, vi è una depressione di
terreno limitata da un muro.
«In quel canto si formerà una catasta di legno d'acacia, lentisco, mirto
ed altre legne aromatiche. Sulla catasta si poserà un lettino di ferro e
su questo la bara scoperta, con dentro gli avanzi miei, adorni della
camicia rossa.
«Un pugno di cenere sarà conservato in un'urna di granito, e questa
dovrà essere posta nel sepolcreto che conserva le ceneri delle mie
bambine Rosa e Anita.
Vostro sempre
_G. Garibaldi_»
Ed a queste sue istruzioni scritte ne aggiungeva altre verbali: al
Prandina diceva.--
«Voglio essere bruciato: bruciato, non cremato, capite bene. In quei
forni che si chiamano Crematori non ci voglio andare: voglio ripeto
essere bruciato all'aria aperta..... e voi Fazzari sarete il mio
liberto.
«Farete una catasta di legna, dell'acacia di questa isola, stenderete il
mio corpo vestito della camicia rossa sopra un lettino di ferro; mi
deporrete nella catasta con la faccia rivolta al sole e mi brucerete; le
ceneri le deporrete dietro la tomba di Anita--Così voglio finire--»
E non fu bruciato!--Le sue osse sono sepolte nella sua granitica
Caprera--isola sacra alla patria.--Ma il suo spirito aleggia in ogni
angolo d'Italia che tanto amò e per la quale tanto fece perchè fosse
libera e grande! Tale l'ideale di tutta la sua vita gloriosa! E che così
fu, lo prova questa sua dichiarazione.
«Io non ebbi mai altro che uno scopo--quello dell'unità italiana--quindi
il mio programma del Ticino fu lo stesso a Marsala, ad Aspromonte ed a
Mentana».
=CAPITOLO XXX.=
=Sbarco a Massaua--Guerra abissina.=
Ricercare ora quali furono i moventi che ci spinsero all'occupazione di
Massaua, sarebbe opera vana!
L'Italia, divenuta nazione, credette che il suo prestigio sarebbe
aumentato, se al pari delle altre potenze si fosse lanciata in qualche
impresa coloniale e il governo italiano vi si decise incoraggiato
all'occupazione, dall'Inghilterra che temeva di vedere altra nazione
inalberare a Massaua, da un momento all'altro, la propria bandiera.
Del resto l'idea di aprire nuovi sbocchi al nostro commercio sorrideva,
e l'opinione pubblica si mostrò favorevole all'iniziativa, sopratutto in
Lombardia ove fiorivano a questo scopo delle Società, e si pubblicava un
giornale caldo fautore dell'espansione coloniale, e s'incoraggiavano e
si organizzavano spedizioni africane.
E difatti quando al principio del 1885 un giornale officioso ne dava il
primo annunzio l'opinione pubblica, lo accolse con segni di
compiacimento, e salutava pochi mesi dopo con entusiasmo, la partenza
dei nostri bersaglieri per Massaua.
Disgraziatamente allo slancio con cui l'Italia aveva iniziato la
conquista di colonie africane, non corrispose la preparazione
necessaria.
Due erano le politiche da seguirsi dopo l'occupazione avvenuta il 4
febbraio 1885.
Una, quella di limitarsi a tenere Massaua come porto di sbocco alle
regioni interne, attendendo dal tempo l'occasione di assoggettarle
moralmente, l'altra, di fare addirittura una guerra a fondo,
impossessarsi dell'Abissinia, assoggettarla per poi irradiare la nostra
influenza nelle ricche regioni del Sud, assicurandoci le vie
commerciali.
Invece, dei due sistemi, non ne abbiamo seguito decisamente
nessuno.--Siamo andati al caso--per una via di mezzo che ci portò a
continui successivi conflitti, ed infine al disastro.
Rimanendo a Massaua col porto naturale dell'Abissinia del Nord in nostre
mani, potevamo chiedere ed ottenere compensi commerciali in cambio dei
favori che si sarebbero potuti rendere al Negus, agevolando il commercio
del suo paese; ma dal momento che ci inoltravamo nell'interno, bisognava
farlo con ogni precauzione e con tutta la preparazione perfetta tanto da
poter avere la sicurezza di non temere sconfitte.
Venne pur troppo, per nostra eccessiva fiducia la catastrofe di Dogali e
la strage dei nostri soldati e del colonnello De Cristofaris che li
comandava; fatto che, non ostante l'esito sfortunato, contribuì più di
una vittoria e far rispettare nel Tigrè e farne ammirare l'eroismo
dell'esercito italiano.
E, sotto la dolorosa impressione di quest'eccidio l'opinione pubblica fu
concorde nello spronare il governo alla guerra o nell'approvarlo quando
decise la spedizione di S. Marzano. Ma il triste fatto non valse ad
aprire gli occhi al governo il quale, invece di lasciare mano libera ai
comandanti le forze che si mandavano laggiù, volle esso stesso fissare i
limiti dell'azione; ostacolandone tutte le iniziative e mal provvedendo
alle loro richieste, sempre esitando dinanzi alla idea di assumere la
responsabilità di una politica e di un'azione decisiva. E così siamo
andati avanti a forza di piccole iniziative, le quali hanno dato sterili
risultati, e finirono coll'obbligarci a dei sacrifici che
necessariamente dovevano diventare non solo necessari ma urgenti, e quel
che è più doloroso, non dovevano essere più sufficienti per salvarci da
immane catastrofe.
Quanti disinganni! quante amarezze, questo procedere ha costato ai
nostri bravi ufficiali, a incominciare dal Saletta al Gene al Di San
Marzano, al Lanza al Cagni per finire al Balbissera; i quali animati dal
desiderio di portare di fronte al nemico la balda nostra gioventù con la
speranza di ricondurre le nostre truppe vittoriose in Italia, per gli
ordini che si mandavano da Roma si trovarono delusi, obbligati a mordere
il freno, perchè con essi veniva loro impedito lo sviluppo alle
operazioni militari, nei momenti più indicati dalle circostanze.
Il generale di San Marzano, più degli altri impaziente d'impegnare
l'azione, quando nel 1888 l'esercito del Re Johannes era in isfacelo così
da dovere levare il campo ed iniziare la ritirata in condizioni disastrose,
dovette provare il dolore più grande della sua vita--egli--valoroso
militare di tutte le campagne dell'indipendenza--compresa pur quella
di Crimea--allorchè ricevette i telegrammi da Roma che paralizzavano
ogni sua iniziativa.
E non abbiamo neppur saputo cogliere nè avvalerci della bella
opportunità che il caso ci offriva.
L'improvvisa morte del Negus Giovanni poteva metterci in condizioni tali
da essere noi gli arbitri degli eventi. Invece aperta la successione al
trono, abbiamo commesso il più grande, il più fatale degli errori.
Quello cioè di spendere tutta la nostra influenza per aiutare
l'assunzione al trono imperiale del Re dello Scioa, inimicandoci a morte
i nostri vicini del Tigrè che dovevamo tenerci amici e strettamente a
noi vincolati, col favorirli in tutti i modi, aiutando con tutte le
nostre forze l'elezione del Mangascià, il più legittimo pretendente alla
successione del Negus, e di questo servirci, e servirci delle
popolazioni, ostili per tradizione agli scioani, per garantire la
frontiera della nostra colonia e tenere a rispettosa distanza il Re
dello Scioa.
Richiamato in Italia il corpo di spedizione comandato dal generale conte
Asinari di San Marzano, venne lasciato come comandante a Massaua il
generale Baldissera, il quale diede all'opera sua una spiccata impronta
personale. Egli ebbe un esatto concetto della situazione e previde le
gravi difficoltà che sarebbero sorte per il fatto dell'abbandonata
politica Tigrina per quella Scioana. Fu lui che iniziò l'organizzazione
delle truppe indigene che fecero tanta buona prova sotto gli ordini di
Arimondi ad Agordat ed a Coatit. E fu sotto Baldissera che la colonia da
Massaua a Saati e Ua-à si estese senza difficoltà e senza spese
sull'altipiano.
Affabile con tutti, sopratutto coi suoi ufficiali, non transigeva mai
quando si trattava di un dovere da compiere. In servizio, quando aveva
dato un ordine, un comando, voleva essere rapidamente obbedito.
Il giorno della occupazione di Saati il comando superiore aspettava di
essere assalito dagli Abissini. Furono dati gli ordini per l'attacco. Il
generale Baldissera, fedele agli ordini del comando, fece occupare le
posizioni più avanzate; diede tutte le disposizioni per una energica
azione. Ad un maggiore dei Bersaglieri destinato ad occupare una
posizione importante disse colla sua voce sempre calma--soltanto queste
parole: «Se fosse attaccato... Lei maggiore muore qua... Ha capito?
siamo intesi! O la croce di legno... o la croce di Savoia...» e via di
galoppo.
Baldissera--fiero soldato, intelligentissimo ufficiale--fu lui che fece
sventolare la bandiera italiana all'Asmara e a Cheren, e fu peccato che
egli pure fosse sacrificato alla politica Scioana e per questo fosse
obbligato a chiedere il rimpatrio.
Il generale Baldissera veniva rimpiazzato dal generale Orero.--Al nome
di questo generale, valoroso ufficiale--è legato il ricordo della marcia
su Adua, fatta con tale ordine e rapidità da destare l'ammirazione
generale--l'accoglienza ad Adua fatta alle nostre truppe fu
entusiastica.
Ma per non offendere le suscettibilità Scioane si dovette abbandonare
Adua e ripassare il Mareb!
Invano i capi Tigrini, il clero, il popolo esortavano gl'italiani a
rimanere. «Noi saremo con voi» dicevano: invano ci si raccomandavano dal
momento che noi non volevamo essere i loro governanti, di riconoscere
per loro Re Mangascià sottraendoli alla minaccia di essere governati
dallo Scioa--l'ordine era di ritirarsi e di restare per Menelik e il
generale Orero e le truppe da lui comandate ubbidirono, e il generale,
disgustato esso pure--domandò di ritornare in Italia.
All'Orero successe il generale Gandolfi, un altro dei nostri migliori
generali. Giunse a Massaua nel giugno del 1890 quando la politica
Scioana era all'apogeo.
Contando su di una pace durevole dopo il trattato d'Ucciali, il Crispi
capo del governo, volle dare all'Eritrea un ordinamento civile, formato,
oltre che dal governatore, da altri tre funzionari con incarichi
speciali ai quali diede il nome di Commissari Coloniali; ma tale
organizzazione non fece buona prova, perchè la colonia non era ancora a
quel punto nel quale all'ordinamento militare si poteva, come avvenne
dippoi, sostituire un'organizzazione civile.
Fu sotto il generale Gandolfi che ebbe luogo la famosa intervista sul
Mareb con Mangascià e cogli altri capi tigrini, nella quale furono
solennemente giurati i patti che dovevano assicurare la quiete e la
tranquillità della colonia, e fu in conseguenza di questi patti che
vennero dati gli ordini da Roma per la ritirata delle nostre truppe,
dalle migliori provincie Eritree del Seraè e dell'Oculè Cusai.
A rimpiazzare il generale Gandolfi fu destinato il generale Barattieri,
che all'età di 17 anni aveva fatto parte della gloriosa schiera dei
Mille, uno dei più caldi fautori della politica di espansione
coloniale.--Amicissimo di Zanardelli e di Cairoli, sotto l'aureola
simpatica di essere trentino fu eletto deputato di Breno, collegio, che
gli rimase sempre fedele.
Durante i primi anni del suo governo, passati in un periodo ininterrotto
di pace e di tranquillità, diede opera all'ordinamento civile della
colonia.
Verso la fine del 1893 ritenendo che la pace sarebbe perdurata, venne in
licenza in Italia lasciando il comando delle truppe e le funzioni di
governatore nelle mani del colonnello Arimondi,--un valoroso. Questi il
22 dicembre 1893 con un suo telegramma al Ministro della guerra
annunciava la vittoria d'Agordat combattuta contro i Dervisci. Trofeo
della vittoria, 72 bandiere lasciate in mano dei nostri, una mitragliera
e circa 800 fucili. I dervisci lasciarono sul terreno più di mille
morti, mentre le nostre perdite furono di tre ufficiali ed un
sottufficiale morti, di un ufficiale ed un sottufficiale ferito, e di
circa 225 indigeni fra morti e feriti.
Il Re mandava il giorno stesso al colonnello Arimondi il seguente
telegramma:
Colonnello Arimondi,
Agordat.
Mando a lei e alle truppe d'Africa le più vive felicitazioni per la
vittoria d'Agordat. L'Italia che si associa al mio plauso, rende con me
un sacro tributo ai valorosi che morirono per la gloria della nostra
bandiera.
_Umberto_.
A questo telegramma il colonnello Arimondi rispondeva così:
«Ministro Guerra,
Roma.
«Il plauso del Re fu per tutti il premio più ambito».
Il colonnello Arimondi fu promosso al grado di maggior generale per
merito di guerra.
Il generale Barattieri ritornato a Massaua, preoccupato dall'eventualità
di qualche non gradita sorpresa da parte dell'Abissinia, fece noto al
governo il vantaggio che si sarebbe ritratto dalla occupazione di
Cassala, non soltanto al nord ma anche al sud della colonia, sia per il
maggior prestigio che questo colpo di mano ben riuscito avrebbe dato
alle nostre forze di fronte agli abissini, sia perchè togliendo ai
dervisci quell'importante punto di concentramento, si allontanava il
pericolo di dover fronteggiare contemporaneamente due nemici posti agli
estremi limiti della colonia.
In data 12 giugno il ministro degl'esteri barone Blanc telegrafava al
Barattieri.
«Il Governo del Re lascia lei giudice di prendere quelle disposizioni
che crede più opportune per agire su Cassala».
E il Barattieri prendeva le sue disposizioni per l'attacco.
Il 16 di giugno di sera, dà l'ordine di marcia che, trattandosi di
sorpresa, deve essere fatta nel silenzio il più assoluto, con
raccomandazione agli ufficiali di tenere sempre in mano le truppe--e la
marcia fu eseguita in ordine perfetto, e secondo le disposizioni
date.--Sul fare del giorno le nostre truppe erano in vista del campo di
Cassala.
Alle ore 7 l'avanguardia apriva il fuoco contro la cavalleria nemica, la
quale si gettava contro il nostro fianco sinistro, ma è costretta a
ripiegare; l'avanguardia seguita dal grosso continuò ad avanzare, finchè
giunta a 400 metri dai dervisci schierati, apriva il fuoco a salve, sia
contro essi, sia contro la cavalleria; i nemici rispondevano con fuoco
ben nutrito, ma infine, vedendo che non vi erano apprensioni sui fianchi
e per le spalle, il generale Barattieri diede l'ordine di un colpo
simultaneo di tutte le forze, che mise in sfacelo il nemico, obbligato a
lasciare il campo ed a ritirarsi a corsa sfrenata.
*
* *
Fin dal luglio il generale Barattieri informava il governo che egli
temeva prossima--e cioè nel dicembre del 1894 o nel gennaio 1895--una
levata di scudi di tutta l'Etiopia contro di noi.
Difatti il primo sintomo che al generale diede modo di giudicare giusto,
fu la ribellione di Batha-Agos, la rottura dei fili e quindi
l'interruzione del servizio telegrafico, e l'arresto a tradimento del
tenente Sanguinetti, nostro residente a Saganeiti.
Il maggiore Toselli informato del tradimento, con marcia rapidissima la
mattina del 16 arrivava con tre compagnie a Mahraba, poco distante da
Saganeiti, e subito apriva trattative con Batha-Agos per la restituzione
del tenente Sanguinetti; intanto ristabiliva la linea telegrafica.
Disponeva in complesso di circa 1500 uomini e di una batteria da
montagna, ed aveva stabilito di dare l'attacco a Saganeiti, forte
posizione, la mattina del 18 settembre, quando si accorse che i ribelli
l'avevano sgombrata. Deciso ad inseguire i ribelli, il maggiore Toselli
senza por tempo in mezzo, occupa Saganeiti e continua senza riposo la
marcia nella speranza di disperderli e di arrivare in tempo a salvare la
compagnia di Halai isolata e che correva il più grave pericolo.
Ad Halai frattanto la compagnia sotto gli ordini del capitano
Castellazzo, con grande valore sosteneva da ore un ineguale
combattimento contro le orde di Batha-Agos forti di 1600 uomini; mentre
i ribelli avvolgevano da tutte le parti il piccolo forte presidiato da
circa 200 uomini, una viva fucilata rovesciava il fronte del
combattimento. Era l'avanguardia della colonna Toselli che entrava in
azione colle compagnie dei capitani Folchi, Olivari e Gentili e dava
tempo alla compagnia Galli di guadagnare il ciglio con una sezione
d'artiglieria.
I nostri rianimati pel soccorso aumentarono il fuoco al grido di
Savoia! e poco appresso il maggiore Toselli con tutte le forze si
slanciava all'attacco. Alle 18 era già notte e il nemico, sfuggiva
dietro le rupi e giù per le chine precipitando. Le perdite dei nostri,
11 ascari morti e 22 feriti; le perdite del nemico furono notevoli
assai.
Fra i morti Degiac Batha-Agos ed il suo parente bascià Musgnen.
Il tenente Sanguinetti poté sottrarsi alla triste fine che i seguaci di
Batha-Agos gli minacciavano, per l'assistenza del suo interprete
Gare-Sghaer, bravo giovane indigeno che gli si mostrò fido fino alla
morte.
Dopo la ribellione di Batha-Agos non era più possibile dubitare sulle
intenzioni ostili di ras Mangascià. Il generale Barattieri non perdè
tempo; concentrò un corpo di operazione ad Adi Ugri, e chiamò sotto le
armi la milizia mobile che diede ottimi risultati; fatto ciò, al
generale sembrò il miglior consiglio quello di marciare su Adua. La
colonna rifece la strada percorsa dal generale Orero, e anche questa
volta come allora, le popolazioni accorsero sul passaggio delle nostre
truppe festeggiandole ed insistendo che vi rimanessero a proteggerle.
Le nostre truppe nell'imminenza d'un attacco che pareva certo, presero
posizione sull'altura di Fremona; ma nè ras Mangascià, nè ras Agos
osarono cimentarsi; e si ritirarono avviandosi, apertamente ostili, per
altra direzione.
Il Barattieri che aveva ottenuto l'effetto morale voluto, abbandonò Adua
e ritornò ad Adi-Ugri.
Verso l'8 ras Mangascià concentrò tutta la sua gente al di là dei nostri
confini. Il giorno 12 decise di passare la frontiera per entrare
sul'Oculè-Cusai, dove ogni villaggio è una fortezza naturale e da dove
chi vi si annida può sfidare impunemente qualunque nemico.
Barattieri decise di prevenire il nemico nella posizione di Coatit
mentre questo stava per addentrarsi nei monti. Ed a Coatit avvenne la
battaglia che ha dato nuova gloria ai nostri ufficiali, che ha provato
una volta ancora la saldezza delle nostre truppe e dei loro ordinamenti.
Alla sera dell'11 il Generale ordinò di passare l'indomani mattina il
Mareba, dirigendosi sopra Adis-Adi. Quivi la colonna che doveva marciare
su Coatit fu formata così:
Avanguardia: Toselli con sei compagnie e le bande dell'Oculè-Cusai;
Grosso: la compagnia del battaglione Galliano, una batteria su 4 pezzi,
quattro compagnie dello stesso battaglione, il battaglione Hidalgo di
cinque compagnie; Salmeria, e le bande del Seraè in retroguardia.
Da Adis-Adi le truppe si mossero alle 9; il Toselli aveva ordine di
occupare Coatit, e possibilmente prima di notte prendere contatto col
nemico. Difficile, faticosa fu la marcia. La colonna giunse a Coatit che
fu trovato sgombro, senza che il nemico avesse avuto sentore dell'ardita
marcia.
La notte passò senza novità, senza nessun allarme. Alle 3 del 13 il
generale ordina al maggiore Galliano di muovere, per schierarsi a
sinistra del maggiore Toselli; al maggiore Hidalgo ordina di seguire in
riserva.
Tutti sono al loro posto e il movimento offensivo si inizia allo
spuntare dell'alba, ore 6, coll'avanzare di tutti convergendo a destra,
perno l'artiglieria; successivamente i battaglioni Toselli Galliano e le
bande Sanguinetti e Mulazzani; nel centro, a rincalzo, in posizione
coperta il battaglione Hidalgo con quattro compagnie, avendo dovuto
lasciare la quinta nella posizione e con l'incarico sopra indicato;
direzione di marcia, un poggio conico sulla cui sommità sorge un
_Tecul_. Tutto procede con ordine. Poco dopo le sei i due battaglioni di
prima linea hanno le compagnie parte schierate, parte coperte in buona
posizione e allo spuntare del sole la batteria Ciccodicola da un altura
maestrevolmente scelta, lancia il suo primo Shrapnel contro il campo
nemico; mentre il quartier generale, con bandiera spiegata va a fissarsi
sul poggio conico sovraindicato.
È evidente una grande agitazione nel campo nemico. Malgrado la sorpresa,
con molta prontezza e slancio, a gruppi sempre più fitti vengono
innanzi, superando con destrezza ammirabile buroncelli ed impedimenti,
mascherando il numero, offrendo pochi bersagli, affittendosi sempre più
dietro i ripari.
Il fuoco di fucileria si apre su tutta la linea colle avanschiere del 3º
e del 4º battaglione, le quali, malgrado l'impeto che le spinge
all'attacco, si mantengono in pugno agli ufficiali come ne sono prova i
frequenti fuochi a salva. Le compagnie manovrano con calma serena,
facendo moderatamente uso del tiro e schermendosi convenientemente. Lo
slancio non scema la disciplina che manifesta la sua superiorità.
Mentre l'azione si accende sempre più viva si scorge da parte dei
tigrini un movimento girante alla larga, ciò che gli è permesso dal gran
numero di forze, superiori assai alle nostre, dalla perfetta conoscenza
dei luoghi e dalla maestria abissina nei movimenti avviluppanti. Dal
comando furono mandati ordini urgenti alle bande di volgersi a sinistra
in direzione del poggio di Adi Auei, ed alle compagnie non impegnate del
3º battaglione, di muovere verso le alture per interrompere
l'aggiramento che andava sempre più accentrandosi stringendosi.
Fu dato ordine ai maggiori Toselli e Hidalgo di arrestare l'avanzata
verso il campo del Ras delle compagnie impegnate; ripiegare dalla destra
verso sinistra le compagnie non impegnate volgendo il fronte a Nord Est
e Nord donde veniva l'accerchiamento; concentrarsi infine sopra la
posizione di Coatit. I cannoni furono pure avviati verso Coatit per
sostenere il cambiamento di fronte a sinistra; e il comando stesso mosse
dal poggio verso Coatit, esposto nel percorso al bersaglio di una forte
colonna nemica, la quale fu bravamente respinta dagli ascari; caddero
vicini al generale Barattieri, il tenente Sanguinetti colpito tre volte
di palle, il tenente Castellani, il sergente Bertoja, il porta bandiera
e molti ascari. Ma verso le undici dal ciglio che limita al Nord lo
spianato di Coatit, il generale poteva ordinatamente disporre le truppe
per un efficace difesa della località e l'accogliere le forze per un
contrattacco, coadiuvato potentemente dal generale Arimondi.
Tutto il corpo d'operazione era sottomano unito e pronto a qualsivoglia
azione, con un morale altissimo.
Il nemico dalle alture che aveva occupato continuava un vivo
schioppettìo a grandi distanze senza recare ai nostri, gravi danni.
La notte del 13 al 14 passò tranquilla; il nemico salutò l'alba del 14
con intensa fucilata che pareva volesse preludiare ad un attacco
generale. Nel meriggio si videro nuvoli di tiratori coronare l'altura e
scendere giù nel burrone, scagliando una punta a sinistra cioè
all'angolo Nord-Ovest della posizione di Coatit; la batteria lanciò
qualche colpo contro i nuclei nemici che volsero in fuga ed incendiò
l'erba secca per una notevole estensione.
Distribuiti viveri e munizioni, raccolti indizi di depressione da parte
del nemico il generale risolse per l'alba dell'indomani (15) di dare
l'attacco contro l'altura a Nord di Coatit. All'uopo l'artiglieria prima
dell'alba doveva essere pronta a battere la cresta dell'altura della
quale aveva misurato la distanza. Il 4º battaglione con manovra libera e
tattica abissina, doveva scendere stormeggiando nel vallone e risalire
l'altura avviluppandola sotto la protezione del fuoco d'artiglieria; le
bande nel fianco destro aggirando, dovevano puntare sopra Adi-Auei per
minacciare e colpire fianco e tergo dei tigrini. Il 2º e 3º battaglione
dovevano aspettare ordini per appoggiare l'attacco.
Ma nella notte Ras Mangascià pensò bene di ritirarsi coi suoi verso
Senafé.
Avutone il Barattieri notizia alle 3 1/2 del mattino del 15, diede gli
ordini opportuni per l'inseguimento del nemico--questo durò fino a
Senafé--ma non fu potuto raggiungere e le truppe abissine si dispersero.
Dopo la sconfitta di Coatit e la disastrosa ritirata da Senafé, Ras
Mangascià, mentre faceva proteste di amicizia e mostravasi al generale
italiano animato dal desiderio di pace, cercava d'altra parte di
raccogliere soldati, ed avendo posto il campo coi suoi a due giornate da
Adigrat, era di ostacolo alla pacificazione della regione. In tale stato
di cose l'occupazione di Adigrat, capitale dell'Agame, per parte nostra
s'imponeva.
Nella metà di marzo Barattieri intimava a Mangascià di disarmare; e
siccome invece di disarmare egli continuava a dare molestie, il generale
decise di varcare il confine ed occupava militarmente Adigrat.
Intanto le informazioni che venivano dallo Scioa confermavano sempre più
la notizia che Menelik era deciso di portare forte aiuto a Mangascià.
Nel suo rapporto al Ministro degli Esteri il governatore dell'Eritrea
informava dello stato delle cose, concludendo che bisognava essere
pronti ad una grossa guerra pel prossimo dicembre.
E fu in seguito a tali notizie che il Ministero, non essendo d'accordo
sulle misure da prendersi, reputò opportuno di chiamare il governatore
in Italia col seguente telegramma: