Il comandante la 6ª colonna

Col. _A. Elia_.

Dopo il sanguinoso combattimento e la ritirata, il generale fu per lungo

tempo deciso a continuare la resistenza in Monterotondo. Non voleva

sentire parlare di ritirata «La nostra bandiera é _Roma o Morte_. Non

siamo andati a Roma dobbiamo morire qui!» diceva. Ma i comandanti di

colonna, credettero loro dovere d'insistere nell'interesse della patria,

e vollero che l'Elia assumesse l'incarico del tentativo ad essi fallito.

Fu con fatica che Elia poté persuadere il generale, che la vita sua e

dei suoi doveva essere conservata all'Italia. Il generale scosso domandò

se Fabrizi, Menotti e Ricciotti erano rientrati, ed avendo Elia risposto

affermativamente, questi gli diede l'incarico di ordinare la ritirata su

Passo-Corese. La ritirata fu eseguita senz'essere punto molestata e si

passò la notte sul territorio ancora tenuto dal papa per virtù

dell'intervento dei soldati dell'imperatore dei francesi.

Quando al mattino il generale entrava nel territorio italiano, il primo

che gli si presentò fu il colonnello Caravà, già suo ufficiale, allora

comandante del 4º granatieri di guardia al confine, il quale durante la

campagna si era fraternamente interessato, in tutti i modi possibili,

permessigli dalla disciplina, de' nostri sbandati e dei nostri feriti.

Garibaldi gli porse la mano e gli disse:

«Colonnello, siamo stati battuti, ma potete assicurare i nostri fratelli

dell'esercito che l'onore delle armi italiane è salvo».

Eloquente epigrafe di quella campagna, che, nel 1899 ebbe il battesimo

di riconoscimento, allorchè per volontà del parlamento fu riconosciuta

campagna nazionale.

Dippoi si fece la consegna delle armi da parte dei soldati volontari

alle truppe italiane.

Quando i compagni presero congedo dal generale che saliva sul treno per

Firenze tutti erano commossi; Elia gli disse:--«Non tarderà altra

occasione--ricordatevi di me generale!». Ed Egli tenendogli la mano fra

le sue, rispondeva:--«Mi ricorderò di voi, come della mia sciabola».

* * * * *

Mentana può considerarsi come uno di quei casi fatali, che affrettano i

destini di una Nazione; come un olocausto inevitabile, necessario!

Questo glorioso combattimento, anche una volta dimostrò che gl'italiani

si battevano: 4000 garibaldini, male armati, quasi senza munizioni,

affamati tennero gagliardamente testa a 5000 papalini ed a 4000

francesi, armati di Chassepot, tenendoli a rispettosa distanza per mezza

giornata e facendo pagar cara la loro vittoria.

=CAPITOLO XXVI.=

=Il 1870--Digione--Entrata in Roma.=

Sul principio del 1870, scoppiavano una dietro l'altra, le notizie

dell'anno terribile; l'antico duello tra Francia e Germania ripreso; il

primo esercito francese distrutto a Worth e a Gravelotte; il secondo

annientato a Sedan; l'imperatore stesso fatto prigioniero; l'impero

caduto e in Francia la repubblica proclamata; gli eserciti di Germania

sotto le mura di Parigi.

La Francia, troppo grande per darsi vinta, faceva sforzi eroici per

rialzarsi.

Mentre il governo italiano spinto dall'unanime sentimento del partito

liberale si apprestava alla conquista di Roma, Garibaldi offriva la sua

spada alla repubblica francese. Ma al governo della difesa nazionale non

giunse gradita l'offerta, e l'avrebbe respinta se il generale Bordone,

amico di Garibaldi, non si fosse assunto l'incarico e la responsabilità

di scrivergli che sarebbe stato accolto a braccia aperte dal popolo

francese.

Saputo che il generale voleva andare in Francia, Elia, che con molti

altri era pronto ad accompagnarlo, gli scriveva che esso e i compagni

aspettavano una sua chiamata, desiderosi di seguirlo; contemporaneamente

scriveva all'amico Canzio che così rispondevagli:

Genova, 28 settembre 1870.

Mio carissimo Elia,

«Il generale è prigioniero a Caprera e Menotti a Catanzaro, e in Francia

non ci vogliono.

«Codesti novelli Bruti, che oggi reggono la cosa pubblica in Francia,

vogliono diplomatizzare e non pensano a prepararsi a lotta suprema, che

abbia per obbiettivo, la cacciata dell'invasione straniera.

«M'ingannerò, ma essi non servono, come dovrebbero, la Francia e la

causa repubblicana.

«Alla generosa e patriottica offerta del generale non risposero ancora;

allo slancio dei volontari contrappongono ordini rigorosissimi ai

consoli e ai confini donde siamo rimandati.

«Domani avrò lettera dal generale e ordini suoi, che immediatamente ti

comunicherò; per ora io ti consiglio a non muoverti.

«Saluto gli amici.

«Aff.mo tuo

«_S. Canzio_».

E così Elia e gli amici, che sarebbero andati con lui, non si mossero.

Coloro che seguirono il generale Garibaldi tennero alto anche una volta

il valore italiano fugando a Digione le schiere degli invasori,

vendicando in modo così generoso il fratricidio della repubblica Romana

ed il fatto di Mentana.

Nobile sangue italiano fu versato sul suolo francese ed è titolo di

gloria il rammentare, che l'unico trofeo che si conserva in Francia di

quella guerra disastrosa, è la bandiera del 61º reggimento prussiano

strappata sotto un grandinare di palle dai garibaldini, comandati da

Ricciotti Garibaldi.

Ecco quello che Garibaldi dice nel suo libro: «Memorie Autobiografiche»

_della Campagna di Francia._ «Il governo della difesa nazionale,

composto di tre onesti individui meritevoli della fiducia del paese, mi

accolse perchè imposto dagli avvenimenti, ma con freddezza;

coll'intenzione manifesta di volersi servire del mio povero nome, ma non

altro; privandomi dei mezzi necessari a che la cooperazione mia potesse

riuscire utile.

«Gambetta, Cremieux, Glain-Bizoin individualmente furono con me gentili;

ma il primo, più di tutti, da cui avrei dovuto aspettarmi un concorso

energico, mi lasciò in abbandono durante un tempo prezioso.

«Nei primi di settembre 1870 fu proclamato il governo provvisorio in

Francia, ed io il 6 di quel mese offrii i miei servizi a quel governo; e

quel governo stette un mese senza rispondermi; tempo prezioso in cui si

sarebbe potuto far molto, e che fu intieramente perduto.

«Solo ai primi di ottobre seppi che sarei stato accolto in Francia, ed

il generale Bordone, a cui solo si deve la mia accettazione, venne a

cercarmi in Caprera col piroscafo la _Ville de Paris_, capitano Condray,

sul quale giunsi a Marsiglia il 7 ottobre.

«Esquiros, prefetto dell'illustre città e la popolazione entusiasmata mi

accolsero festosamente; un telegramma del governo di Tours mi chiamava

immediatamente presso di sè.

«A Tours perdetti vari giorni per l'indecisione del governo, e mi trovai

sul punto di dovermene tornare a casa, perchè compresi che ero poco

gradito; l'incarico che si voleva darmi, quello di organizzare alcune

centinaia di volontari italiani che si trovano a Chambery ed a

Marsiglia, lo dimostrava.

«Dopo controversie coi signori del governo, mi recai a Dôle per

raccogliervi quegli elementi d'ogni nazionalità che dovevano servire di

nucleo al futuro esercito dei Vosges.

«I Prussiani marciavano su Parigi dopo Sédan, e naturalmente sul loro

fianco sinistro, ove s'addensavano le nuovo reclute della Francia, essi

dovevano tenere dei fiancheggiatori, e questi più volte comparvero sino

nei dintorni di Dôle, ove tenevo pochi uomini in via d'organizzazione,

poco equipaggiati, e, quel che è peggio, per molto tempo male armati; il

nostro contegno, comunque, fu energico, prendendo posizione a Mont

Rolland prima, e poi nella Foret de la Serre, dimodochè Dôle rimase

inviolata per tutto il tempo che noi vi soggiornammo.

«Da Dôle ebbi ordine in novembre di portarmi colla mia gente nel Morvan,

minacciato dal nemico, assieme all'importante stabilimento metallurgico

del Creuzot.

«Io scelsi Auton per porvi il mio quartier generale; l'arrivo degli

Italiani di Janara e di Ravelli, di alcuni Spagnoli, Greci, Polacchi, e

di alcuni battaglioni di mobili cominciò a rialzare l'effettivo del

nostro piccolo esercito, perchè avemmo alcuni pezzi da montagna, due

batterie di campagna e alcune guide a cavallo; la maggior parte

d'italiani.

«Si organizzarono tre brigate; la prima comandata dal generale Bossack;

la seconda dal colonnello Delpeck che poi passò sotto gli ordini del

colonnello Lobbia, e la terza comandata da Menotti; la quarta brigata

sotto il comando di Ricciotti, si componeva da principio di sole

compagnie di franchi tiratori, operanti in colonne volanti, e

sull'ultimo della campagna venne accresciuta con alcuni battaglioni di

mobilizzati. Capo di Stato Maggiore dell'Esercito fu il generale

Bordone, che in occasione di mia infermità supplì me stesso in ogni

circostanza; Capo del mio quartier generale fu il colonnello Canzio,

sinchè prese il comando della quinta brigata alla quale aggiunsi la

prima, dopo la morte del generale Bossack; comandante dell'artiglieria

fu il colonnello Olivier.

«I due nostri squadroni di guide furono comandati dal Forlatti; il

dottore Timoteo Riboli fu capo dell'Ambulanza; comandante di piazza

presso il quartier generale il tenente colonnello Demag; capo del genio

il colonnello Gauklair.

«Con tale organizzazione alquanto improvvisata, movemmo verso la metà di

novembre per Arnay-le-Duc e la Valle dell'Ouche che scende a Dijon, ove

si trovava l'esercito prussiano di Werder che minacciava la vallata del

Rodano, e che teneva i suoi avamposti verso Dôle, Nuits, Soubernon,

taglieggiando con delle scorrerie tutti i paesi circonvicini.

«Il sedicente esercito dei Vosges, forte di circa ottomila uomini,

marciava dunque contro l'esercito vittorioso di Werder di circa

ventimila uomini con molta artiglieria e cavalleria.

«I nostri tiratori impegnarono subito varie scaramuccie di non grande

rilievo, eccettuata la brillante impresa di Ricciotti su Châtillon sur

Seine, e quella d'Ordinarie. Nella prima, i franchi tiratori della

quarta brigata eseguirono una magnifica sorpresa, la quale è narrata

nell'ordine del giorno seguente:

Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. II · 第 48 / 74 题