Cari Amici

«Dopo l'assalto e la presa di Monterotondo ci siamo spinti sino a sei

miglia da Roma, ove ci troviamo ora.

«Dei nemici non abbiamo notizie. Se la spedizione francese è vera, spero

vedere ogni italiano fare il suo dovere.

«Casina S. Colomba, 27 ottobre.

_G. Garibaldi_».

Il 24 ottobre Acerbi assaliva Viterbo, ma nonostante il valore spiegato

dai suoi, nel quale primeggiò il bravo Napoleone Parboni che l'Acerbi

promoveva maggiore, fu necessità desistere dall'attacco.

Il giorno 26 i ponteficii abbandonavano Viterbo e l'Acerbi se ne

impadroniva senza colpo ferire. Nella giornata del 24 si distinse anche

il capitano Greco, siciliano.

Il Nicotera che aveva per obiettivo Velletri ebbe un serio e micidiale

combattimento a Monte San Giovanni, ove cadeva l'eroico Di Benedetto con

ben ventidue valorosi compagni; il 28 il Nicotera prendeva la sua

rivincita a Frosinone, ove fugava il nemico cagionandogli forti perdite

ed il 30 occupava Velletri.

*

* *

Appena si seppe in Roma che bande di garibaldini erano entrate nel

territorio del papa, il governo non ebbe più ritegno. Chiuse alcune

delle porte della città; le altre fortemente custodite; sorvegliati gli

alberghi e le case; cacciati i forestieri sospetti; infine rigori e

vessazioni di ogni sorta; difficile quindi più che mai preparare una

sommossa, senza che la polizia non ne venisse a cognizione.

Cucchi Francesco era stato incaricato, con amplissima credenziale di

Garibaldi, d'intendersi col Comitato d'insurrezione e coi membri della

Giunta Nazionale per promuovere e dirigere il movimento di Roma.

A coadiuvare il colonnello Cucchi erano entrati in Roma, il maggiore

Guerzoni il maggiore Adamoli, il colonnello Bossi, il Cella, i quali

sfidando ogni pericolo lavoravano indefessamente perchè scoppiasse la

scintilla rivoluzionaria ma, nonostante i prodigi d'operosità e d'ardire

del Cucchi e dei suoi compagni, i preparativi per l'audace impresa non

si erano potuti completare; e, quel che peggio, le armi, senza le quali

i congiurati romani si protestavano impotenti a qualunque tentativo, non

erasi ancora trovato modo di farle entrare in Roma.

Ma da quelli di Firenze si scriveva al Cucchi «una schioppettata, una

sola schioppettata entro Roma e basta»; e la schioppettata fu tirata.

Disegno dei cospiratori era d'assalire il Campidoglio, impadronirsene ed

asserragliarvisi. Un drappello di congiurati guidati dal Cucchi e dal

Costa Nino era incaricato di questa faccenda. Il colonnello Bossi con

altra squadra doveva sorprendere il corpo di guardia di piazza Colonna;

Guerzoni con cento uomini forzare Porta S. Paolo e distribuire agli

insorgenti le armi depositate nella Villa Matteini. Giuseppe Monti con

altri doveva minare e fare saltare la Caserma Serristori, e Zoffetti e

altri cannonieri inchiodare le artigliere del Castel Sant'Angelo. I

fratelli Cairoli dovevano scendere il Tevere fino a Ripetta, e portare

armi che dovevano prendere a Terni. Senonchè, tutte queste imprese

audaci abortirono, perchè il Governatore di Roma venutone a cognizione,

aveva prese le misure preventive; solo la Caserma Serristori andò in

parte all'aria, ma senza scopo, perchè vuota di soldati ponteficii. I

fratelli Cairoli con settanta valorosissimi compagni, arrivati

all'altezza di Ponte Molle, saputo che i preparativi di sommossa erano

falliti, furono costretti a tenersi nascosti durante la notte fra i

canneti, ed a cercarsi poi un migliore rifugio appena fatta l'alba.

Credevano d'averlo trovato a Villa Glori sui monti Parioli; ma scoperti

ed assaliti da truppe cinque o sei volte superiori, dopo eroica

resistenza, caduto Giovanni Cairoli, ferito mortalmente Enrico mentre

cercava d'assistere il fratello moribondo, la più bella schiera d'eroi,

che avesse mai fatto sagrifizio di sè per la patria veniva decimata e

dispersa.

Fallito il moto insurrezionale della notte del 22 ottobre, in Trastevere

buon numero di arditi popolani si apparecchiavano alla riscossa.

Giulio Aiani patriota e giovane pieno di ardimento, proprietario di un

lanificio in via della Lungaretta, aveva dato convegno a quanti erano

giovani liberali, forti e coraggiosi in Trastevere, e per quanto potè,

raccolse nel suo stabilimento fucili, revolver e munizioni.

In quella casa erasi istituito un laboratorio ove si fabbricavano

cartuccie al cui bisogno erano intente alcune giovinette del popolo,

addette come lavoranti nel lanificio.

Prossima allo stabilimento eravi l'abitazione di Francesco Arquati,

altro vero patriota, molto popolare nel rione di Trastevere. La moglie

di lui e le figlie anche esse attendevano alla preparazione delle

munizioni, mentre il figlio maggiore dell'Arquati, Pasquale, insieme a

Giulio Aiani, percorrevano quel popoloso quartiere per la propaganda

alla rivolta, eccitando ad un'ardito movimento i più animosi di quei

popolani.

In fatti il 25 ottobre l'opera ferveva nel lanificio Aiani, divenuto

focolare di quel manipolo di patrioti, decisi a morire per la libertà di

Roma. Fra questi eravi pure Cesare Sterbini, parente del triumviro della

repubblica romana nel 1849; quando alle 2 1/4 uno dei giovani che stava

di vedetta su una terrazza, dava l'avviso dell'approssimarsi di un

corpo di zuavi accompagnati da forte stuolo di gendarmi; fu chiusa e

barricata la porta di strada e tutti corsero ad armarsi risoluti

all'estrema difesa.

Gli zuavi si slanciano per abbattere coi calci dei fucili la porta della

casa, ma dall'alto si tirano delle bombe nelle loro file, e sono

ricevuti da fucilata così viva, da costringere la truppa papalina ad

abbandonare l'assalto ed a ripararsi nelle vicine vie, ove appiattata,

iniziava un vivo fuoco di fucileria contro i patrioti romani.

Al rumore delle fucilate Giulio Aiani che si trovava in casa Arquati

corre verso l'uscio per uscirne, ma la casa è in un baleno circondata

dagli zuavi e dai gendarmi, che, forzata la porta, si slanciano per le

scale; l'Aiani col revolver in pugno si precipita sugli invasori, ma

assalito da ogni parte dopo una lotta terribile, sopraffatto dal numero,

viene legato e tratto in prigione.

Intanto il combattimento contro la casa Aiani si fa sempre più vivo.

Paolo Gioacchini, uomo di 50 anni, capo del lanificio, coi di lui figli

Giuseppe e Giovanni incoraggiano alla resistenza e nessuno pensa di

arrendersi. Infine il comandante degli zuavi, irritato nel vedere che

un pugno d'uomini teneva testa a più di trecento soldati, fa suonare la

carica; gli zuavi si lanciano all'assalto della porta, ma per la seconda

volta vengono respinti, e molti sono i morti e i feriti. Da due ore si

combatteva, quando si vide sopraggiungere altre truppe in rinforzo e la

fucilata si faceva più viva.

I tre Gioacchini e Pietro Luzzi lanciano bombe e tirano fucilate dalla

terrazza, vengono feriti uno dei Gioacchini ed un giovane trombettiere

disertato dalle truppe pontificie. Si combatteva da quattro ore quando

agli zuavi riesce di sfondare la porta; la casa è invasa dalla truppa

inferocita per la lunga resistenza e fa macello di quanti incontra;

Angelo Marinelli, vecchio settantenne, gridava ai giovani di porsi in

salvo pei tetti, mentre egli teneva testa agli invasori atterrandone

quanti gli si facevano vicini a colpi di accetta, finchè crivellato da

ferite cadde per non più rialzarsi; intanto ad alcuni dei difensori era

riuscito di mettersi in salvo pei tetti delle case vicine, dove poscia

vennero arrestati.

Quelli che non poterono salvarsi non cessavano da combattere sulle

scale, sugli abbaini, a corpo a corpo colle daghe, coi pugnali, coi

denti, dominante in mezzo a tutti l'eroica donna Giuditta-Tavani-Arquati,

che incuora, comanda e combatte, terribile nell'ira nel vedere avanti a

se il cadavere del marito e quello del giovinetto figlio, entrambi

trucidati; alla fine soccombeva essa pure trafitta da replicati colpi.

Il nome dell'eroica donna e dei prodi caduti con lei dovranno essere

ricordati con ammirazione dalle generazioni future e dall'Italia.

Caddero trafitti il padre e i figli Gioacchini, Cesare Bettarelli,

Giovanni Rizzo, Enrico Ferrochi, Rodolfo Donnaggio, Francesco Mauro,

Augusto Domenicali.

Oltre a questi morirono in prigione in seguito alle riportate ferite

Salvatore Raffaeli e Serafino Marconi.

Furono condannati alla pena di morte Giulio Aiani e Pietro Luzzi; ad

altre pene Cesare Sterbini, Romano Mariotti, Gaetano Goretti, Giuseppe

Leonardi, Pio Crescenzi, Giuseppe Sabatucci, Giovanni Sabatucci, Luigi

Domenicali, Ulisse Martinoli, Oreste Martinoli, Costantino Mazza, Luigi

Pallocchini, Mariano Magnani, Pietro Calcina, Giacomo Marconi, Paolo

Carpanetti, Germano Ceccarelli, Oreste Tedeschi, Lodovico Talucci,

Perzio Giuseppe, Del Cassio.

Riuscirono a fuggire alle ricerche della polizia Cesare Benvenuti e

Paolo Barabella.

*

* *

La presa di Monterotondo produsse grande sgomento in tutto il territorio

pontificio ed ebbe per conseguenza la ritirata di tutte le truppe

papaline al di là dei ponti di Tevere e del Teverone.

Garibaldi non aveva pace se non faceva un colpo di mano su Roma sperando

che gli amici nella piazza gli avrebbero facilitata la riuscita e non

volle perdere tempo.

Lasciato un battaglione a Monterotondo sotto gli ordini del colonnello

Carbonelli, e speditone un altro col colonnello Pianciani a Tivoli, il

generale, ordinato ad Acerbi ed a Nicotera di raggiungerlo, muoveva

diffilato con tutte le sue forze su Roma.

Il giorno 29 Garibaldi portava il suo quartiere generale a Castel

Giubileo spingendo i suoi avamposti oltre a Villa Spada e al Casino dei

Pazzi. I pontifici si erano ben premuniti; la porta del Popolo, la

Salaria, la Pia e tutte le ville attigue, Torlonia, Patrizi, Lodovisi e

Monte Mario erano guernite da pezzi coperti ed occupate da numerose

truppe. Garibaldi vide l'impossibilità di un attacco venturoso; passò

tutta la giornata a studiare la posizione, e sperando sempre in una

insurrezione entro Roma, ordinò che nella notte si accendessero fuochi

in tutta la linea del campo.

Ma a Roma l'insurrezione non appena tentata era stata repressa e spenta.

Garibaldi con alcuni Carabinieri genovesi sotto gli ordini di Stallo e

di Burlando e con alcune guide aveva voluto tentare una ricognizione su

ponte Nomentano; incontrata una pattuglia di papalini questa aveva presa

la fuga. Dopo una permanenza di un'ora in quel posto, due colonne di

zuavi e di antiboini sbucarono, una dal ponte Nomentano, l'altra dal

ponte Mamolo tirando contro i nostri. Ma il Generale non volle, che si

rispondesse, e siccome egli non aveva voluto fare, che una ricognizione,

e lo scopo era raggiunto, nel mezzo della notte ordinò la ritirata su

Monterotondo. Egli aveva avuto un messaggio, col quale lo si informava

che i francesi sbarcati a Civitavecchia erano in marcia forzata per

Roma, e perciò si voleva preparare a riceverli.

Arrivati a Monterotondo mandava il seguente contrordine:

«Al generale Nicotera.

«Per i due messi vostri, che vidi questa mattina vi inviai ordine di

occupare Tivoli, e lo stesso ordine vi confermo ora.

«--Qui tutto va bene.

«--Interventi o non interventi, bisognerà compiere l'unificazione della

patria.

«A Tivoli troverete Pianciani con un battaglione.

«Scrivetemi subito.

«Monterotondo 31 ottobre.

_G. Garibaldi_.

Col ritorno a Monterotondo una gran parte di volontari disertarono le

loro file per ritornare alle loro case, tantochè alla sera del 2

novembre all'appello neppure la metà delle forze si trovò presente.

*

* *

Garibaldi, commosso per l'eroica morte di Enrico Cairoli e dei suoi

prodi, scriveva il seguente ordine del giorno.

«Volontari italiani!

«La Grecia ebbe i suoi Leonida, Roma antica i suoi Fabi, e l'Italia

moderna i suoi Cairoli, colla differenza che con Leonida e Fabio gli

eroi furono trecento: con Enrico Cairoli essi furono settanta, decisi di

vincere o morire per la libertà italiana.

«Nella notte del 22 al 23 del passato mese, 70 prodi comandati da Enrico

e Giovanni fratelli Cairoli, ardirono, pel Tevere, gettarsi fin sotto le

mura di Roma, col magnanimo pensiero di portare soccorso d'armi e di

braccia al popolo romano combattente.

«A ponte Molle non vedendo i segnali convenuti, sostarono. Giovanni

Cairoli spedito in ricognizione riferiva cessata la pugna in Roma.

«Ritirarsi o morire». Quei generosi preferirono la morte.

«Si asseragliarono in S. Giuliano, e quivi, uno contro quattro, armati

di soli revolvers, questi prodi, operando miracoli di valore, di gloria

imperitura coprirono un'altra volta il nome italiano.

«Attaccati da due compagnie di zuavi e antiboini, intrepidamente ne

sostennero l'urto. La pugna fu accanita e sanguinosa; ma davanti a quel

pugno di valorosi i mercenari del papa ripiegarono. Molti i caduti dei

nostri, fra i quali i Cairoli e l'Enrico morto.

«Volontari».

«Tutte le volte che vi troverete a fronte dei mercenari pontifici

ricordatevi degli eroi di San Giuliano.

Monterotondo 2 novembre.

_G. Garibaldi_.

Ordine del giorno al maggiore Eugenio Andruzzi.

«Il maggiore Andruzzi ha il comando dei distaccamenti composti dei

_Volanti_, i quali non devono oltrepassare i 50 uomini cadauno nè essere

meno di 30.

«Egli opererà con queste forze sulla destra del Tevere disturbando il

nemico in ogni modo e dando al quartier generale ogni notizia di

considerazione.

«Esso procurerà di sorprendere i distaccamenti, esploratori, gendarmi e

spie, e di non essere sorpreso giammai.

«Perciò le sue marcie saranno più di notte che di giorno.

«Distruggerà vie ferrate, i fili elettrici che possono servire al

nemico.

«Dovrà farsi amiche le popolazioni e fregiare di bei fatti e con

condotta irreprensibile la nobile missione di servire questa santissima

causa.

Monterotondo 2 novembre.

_G. Garibaldi_.

Il 2 novembre con un ordine del giorno veniva stabilito l'ordine di

marcia per la via di Tivoli. Si doveva partire da Monterotondo nelle

prime ore del mattino del 3; invece, per non si sa qual contrattempo,

s'incominciò la marcia verso le ore 12.

Si erano dal Generale ordinati corpi di esploratori, di avanguardia e

fiancheggiatori.

Le posizioni di Palombara, Sant'Angelo, Monticelli erano state occupate

da tre battaglioni comandati dal colonnello Paggi, si era quindi

tranquilli contro ogni sorpresa; ma non fu così.

Appena oltrepassata Mentana l'avanguardia veniva attaccata dai soldati

pontifici.

Da un bosco che si trova a destra della strada che da Mentana va a

Tivoli, era incominciato il primo attacco contro un piccolo reparto dei

nostri che precedeva la colonna in marcia. Menotti accorse con tre o

quattro ufficiali del suo stato maggiore e il suo capo guida Augusto

Lorenzini, per riconoscere il nemico, ma non si potè accertate che di

una cosa, e cioè che il bosco era fortemente occupato--si sperò che

fosse una ricognizione di non grande importanza e Menotti ordinava a

Stallo di avanzare col suo battaglione, d'occupare i punti più elevati a

destra e sinistra della strada, spingendo le catene per sloggiare il

nemico. Intanto sopraggiungevano i battaglioni di Burlando, di Missori,

di Mayer che cogli uomini di Stallo si spiegarono a destra per sostenere

l'urto delle forze papaline, mentre Menotti pensava alla difesa del

centro e della sinistra.

Ben presto si potè constatare che si aveva di fronte tutto intero

l'esercito pontificio e Garibaldi spiegava immediatamente le sue forze

indicando a ciascuna colonna la posizione da occupare e ordinando un

simultaneo contrattacco che fu spinto con bravura e sostenuto

gagliardamente contro forze assai superiori per oltre due ore. Ma verso

le 3 pom. soprafatti da nuove forze, contrastando palmo a palmo il

terreno, i garibaldini furono costretti di abbandonare i pagliai ed

indietreggiare fin sotto le case di Mentana.

In quel punto i tiri rapidi e ben aggiustati dei nostri, appostati nelle

case che avevano occupato per ordine del generale, e quello dei due

cannoni che Garibaldi stesso aveva fatto piazzare in eccellente

posizione, arrestano la foga del nemico.

La presenza del generale Garibaldi accompagnato da Fabrizi, da Menotti,

da Canzio, da Mario, da Guerzoni e da altri, infonde nuovo ardire nei

nostri; il generale ordina la carica alla baionetta--un urrà di gioia

saluta il comando--e la carica fu generale, splendida pel risultato. Il

nemico abbandona le posizioni, i nostri riacquistano le loro e si

procede all'assalto di Villa Santucci, certi ormai della vittoria.

Ma vinti i papalini, altro nemico sconosciuto, fin allora rimasto

invisibile, giungeva in quel punto, fresco di combattimento a

rimpiazzare i vinti, venendo a fulminare di fianco con fuoco di fila mai

interrotto i trafelati garibaldini.

Grandi masse nere si avanzavano intente ad impadronirsi dei dossi delle

colline di sinistra coll'obiettivo evidente di tagliare la ritirata su

Monterotondo. I bravi garibaldini sparavano le loro ultime cartucce; ma

era fuoco sprecato, perchè le nostre palle non arrivavano neppure alla

metà della lunga linea percorsa dal nuovo nemico.

La resistenza era ormai impossibile--e Garibaldi visto il pericolo di

essere in breve avviluppati, ordinava la ritirata su Monterotondo, che

fu eseguita sotto il continuo grandinare delle palle dei soldati

dell'imperatore dei francesi.

Giunto a Monterotondo Garibaldi pensò di organizzare la difesa

asserragliandone l'entrata. Ma mancavano del tutto le munizioni avendo i

bravi garibaldini consumata fin l'ultima cartuccia; quale difesa era

possibile?

I prodi difensori del governo teocratico portarono a Roma, trofeo di

vittoria, i due cannoni di Monterotondo, non nostri ma del Papa: e fu

una mistificazione!

Portarono è vero dei prigionieri--ma anche questi con frode perchè

violarono _i patti_ della capitolazione segnata col comandante del

Castello, i quali sancivano che tutti i garibaldini che si trovavano nel

Castello e nelle case di Mentana dovevano essere compresi nella

capitolazione e lasciati liberi di ritornare alle loro case.

Per dare un'idea di come si svolse una parte dell'azione, ecco il

rapporto del colonnello Elia al generale Fabrizi:

_Rapporto del Comandante la 6ª Colonna

al capo di Stato Maggiore del Comando Generale_

Generale _Nicola Fabrizzi_.

Ancona, li 12 novembre 1867.

Generale,

«Rispondo all'invito diretto dalla S. V. a tutti i comandanti di Colonne

che si trovarono presenti al combattimento di Mentana, inviandole questo

rapporto sulla parte avuta nel combattimento suddetto, dalla 6ª colonna

da me comandata.

Alle ore 11 1/2 a. m. del 3 corrente mossi da Monterotondo alla testa

della Colonna seguendo l'ordine di marcia prescrittami dal Comando

Generale con ordine del giorno della sera precedente.

«Le mie forze, molto diradate dopo il ritorno a Monterotondo, si

componevano del 18º Battaglione, ridotto a 195 uomini, comandato dal

maggiore Perlach Pietro, del 19º comandato dal maggiore Cesare Ghedini

forte di 200 uomini, del 20º battaglione comandato da Cesare Bernieri

forte di 340 uomini, rimasto a Monterotondo agli ordini del Comandante

di quella piazza colonnello Carbonelli.

«Giunto al paese di Mentana verso la 1 p. m. dovetti fare alto essendomi

impedita la marcia dai volontari della 3ª colonna, che ci precedeva,

comandata dal colonnello Valzania, i quali con un'ordinata contromarcia

a sinistra passando avanti il nostro fronte si portavano a prendere

posizione sulle colline a sinistra del paese. Da qualche ferito, che si

vide passare, avemmo conoscenza che ci trovavamo in faccia al nemico e

che ai posti avanzati eransi incominciate le fucilate. In quel punto mi

venne ordine dal generale Garibaldi, trasmessomi dal suo aiutante

capitano Coccapieller, di fare occupare da parte dei miei le case a

sinistra di Mentana. Trasmisi l'ordine ai maggiori Perlach e Ghedini ed

i nostri vi penetrarono risoluti a respingere ogni attacco del nemico.

Vista eseguita tale operazione mi portai presso Garibaldi per ulteriori

istruzioni. Egli trovavasi a metà del paese circondato dai vecchi

compagni e dai suoi aiutanti, dando ordini pel combattimento. Vedutomi,

mi diede ordine di raccogliere le rimanenti mie forze e di spingermi con

esse al di là delle case, che formano il lato sinistro del paese di

Mentana, se vi si giunge da Monterotondo; ordinai ai miei, che non erano

nelle case, di seguirmi in avanzata verso la parte più presa di mira dal

nemico. Avevo con me i maggiori Perlach e Ghedini, l'aiutante maggiore

Tironi, l'aiutante in seconda Barattini Filippo, l'ufficiale d'ordinanza

Falaschini Pietro, il capitano Berti Antonio, il tenente Augusto

Marinelli, il mio capo di stato maggiore capitano Boldrini, il capitano

Canini dei Mille, il tenente Occhialini ed i sottufficiali Longhi,

Zagaglia, Beretta, Melappioni, Berti, Pezzali, Leone Bucciarelli,

Saltara, Beducci, Mariotti, Marinelli Luigi, Ferraioli ed i caporali

Luigi Padiglioni, Cesare Burattini e l'aiutante del 18º battaglione

sottotenente Luigi Carnevali. Si erano pure uniti a me i capitani Grassi

e Ballanti.

Altri volontari comandati da Salomone[1] e da Frigesy, fra i quali i

bravi Buratti e Giammarioli rafforzavano la posizione, fatta segno alle

palle nemiche.

[1] Il 3º battaglione della colonna Salomone comandato dal

maggiore Ravelli prese strenua parte al combattimento a fianco dei

miei; del battaglione facevano parte alcuni anconitani fra i quali

il furiere Aldobrando Campagnoli che a Montelibretti si condusse con

tanto valore da venire proposto per la promozione ad ufficiale,

Riccardo Cancellieri ed il Federici nativo di Rimini. A Mentana il

Campagnoli combattendo a corpo a corpo, venne ferito da colpo di

baionetta e fatto prigioniero dai francesi.

Ordinai ai bravi che avevo con me, di spiegarsi in catena e rasentando

le siepi, fiancheggianti la strada che taglia quei campi e conduce alla

villa Santucci, spingersi in avanti nell'intento di sloggiare il nemico

dalla villa occupata. I garibaldini rispondevano da bravi al fuoco

nemico e gli ufficiali ne li incoraggiavano; eravamo fulminati

dall'artiglieria e dal fuoco vivissimo delle carabine; più di un

volontario era caduto al mio fianco e già feriti il mio aiutante in

primo Tironi, il capitano Antonio Berti che bravamente rimasero al loro

posto. La faccenda si faceva sempre più seria; mandai l'aiutante in

seconda Burattini, onde riunisse quanti dei nostri potesse e li portasse

con sè al fuoco, ma ritornò solo. Si era da ogni parte impegnati e non

conveniva fare scendere i garibaldini che occupavano le case; privi di

rinforzi ed incalzati dagli Zuavi pontifici fin sotto le case di

Mentana, riuniti intorno a me quanti più ne potei, ufficiali e soldati,

ordinai una carica alla baionetta; coadiuvati dai nostri, che dalle case

tiravano addosso agli assalitori e dal tiro dei cannoni che il Generale

aveva fatto piazzare in buon posto, i miei, incoraggiati dagli ufficiali

primi ad esporsi, si slanciano contro i papalini e sotto gli occhi di

Garibaldi, di Fabrizi, di Menotti, di Ricciotti, di Canzio, di Mario e

di altri bravi giunti sul posto in quel punto, mettono in fuga,

incalzandoli colla punta della baionetta, gli assalitori. Fu un attacco

brillantissimo, tanto che Canzio, che mi era venuto vicino, si

congratulò con me pel risultato. Si credette per un momento alla

vittoria.

«Ciò avveniva verso le 4 pom.; ma passato poco tempo ci vedemmo più

fortemente attaccati in altro punto.

«Il generale Fabrizi, venerando patriota, esperto ed ardito soldato, si

era trovato esso pure in quella pericolosa posizione, incoraggiando col

suo esempio e sangue freddo al combattimento i nostri, i quali sfiniti

da una lotta che durava da quattr'ore incessante, e qualche volta a

corpo a corpo, bruciavano sul nemico in fuga le ultime cartuccie.

Attorno a Fabrizi stavano gli eroi di cento altri combattimenti,

Missori, Guerzoni, Tanara, Bezzi; tutti studiavano le mosse del nemico,

che credevano in ritirata; questo invece, cambiata tattica e direzione

all'attacco, spingeva forti colonne sulle alture della nostra posizione

di sinistra, difesa da Valzania, allo scopo di tagliarci la ritirata su

Monterotondo.

«La natura dei tiri, la regolarità e rapidità dei medesimi, il fischio

delle palle, tutto aveva cambiato. Non erano più le truppe papaline che

si battevano contro i pochi ed estenuati garibaldini, privi ormai di

munizioni; stavano di fronte ad essi i primi soldati del mondo che

facevano le prime prove dei loro Chassepot sui petti dei patrioti

italiani.

«La colonna Valzania stette salda finchè ebbe cartuccie da sparare

contro il formidabile assalto; ma poi, sopraffatta da forze imponenti e

ridottasi senza munizioni, dovette ripiegare. Abbandonata la posizione

di sinistra fu giuocoforza ai nostri di battere con la maggiore celerità

possibile in ritirata, per non essere tagliati fuori da Monterotondo.

«Non furono però in tempo di farlo i molti, che trovavansi, per ordine

avuto dal Generale, ad occupare le case ed il Castello di Mentana, i

quali rimasero prigionieri e fra questi molti del 18º e 19º battaglione

appartenenti alla mia colonna.

«Il 20º battaglione, pure facente parte della 6ª colonna, rimasto a

Monterotondo, fece anch'esso il suo dovere. Il bravo capitano Litta, che

lo comandava in assenza del maggiore Bernieri, visto che a Mentana erasi

impegnata con calore l'azione, allo scopo di garantire ai nostri la

ritirata in caso di rovescio, portò la maggior parte delle sue forze ad

occupare il convento dei Cappuccini situato in buona posizione sulla

strada che va a Mentana, da dove potè arrestare la foga dei francesi,

che si avanzavano seguendo i nostri, i quali poterono ritirarsi con

ordine. Giovò non poco l'azione risoluta del capitano Raffaello

Giovagnoli, che si trovava al Romitorio, da dove respingeva i ripetuti

attacchi del nemico. Egli volle tentare un ultima controcarica alla

testa di un centinaio di valorosi, che fecero prodigi. Molti di quei

bravi caddero attorno al Giovagnoli colpiti dalle palle dei Chassepot

dell'imperatore di Francia; fra quelli che più si distinsero per

valore, primeggiò il sottotenente Luigi Coralizzi, che riportava grave

ferita alla testa da farlo ritenere per morto.

«Tutti fecero il proprio dovere. Gli ufficiali molto si distinsero per

ardire e sangue freddo, nel condurre i volontari al combattimento.

«Non mi è permesso di dare preciso ragguaglio dei feriti e dei morti

appartenenti alla mia colonna, stantechè, come già dissi, essendo una

buona parte dei volontari rimasti entro le case occupate per ordine del

generale Garibaldi, fu ad essi chiusa la ritirata su Monterotondo e

caddero quindi prigionieri dei francesi. E potendo avvenire, che per la

inesattezza delle notizie, io ommetta di comprendere fra i primi alcuni

di quelli che sono ora prigionieri in Roma, mi è forza astenermi dal

compilare la nota richiestami dalla S. V. Onorevolissima; però mi

riserbo inviarla non appena per via di documenti e di esatte

informazioni, sarò giunto a conoscere con sicurezza il vero stato delle

cose.

«Frattanto le invio un primo elenco dei feriti e dei morti, che non mi

fu difficile di compilare, essendo quasi tutti caduti a me vicini,

mentre difendevano la importante posizione affidataci dal generale

Garibaldi. Morti, il capitano Grassi di Jesi, i tenenti Vianini Pietro

di Alessandria, Mazzoni Giuseppe di Bologna, i furieri Giorgini

Francesco di Sinigallia, Pezzoli Augusto di Bologna, i caporali del

Frate Valentino di Fabriano, Cappuccini Pietro di Ancona, Luzzi

Baldassare di Osimo, Toscani Domenico di Filottrano, Petravecchia Nicolò

di Matelica. Feriti i capitani: Tironi Augusto aiutante maggiore, Berti

Antonio di Ancona, Canini Cesare dei Mille, Ballanti Gaspare di

Corinaldo, Zagaglia Carlo di Jesi; i tenenti Occhialini Serafino,

Falaschini Pietro di Ancona, Montanari Giovanni di Bagnacavallo,

Campagnoli Aldebrando di Ancona; i furieri Elia Leopoldo di Ancona,

Berti Raffaele di Ancona, Pezzoli Augusto di Bologna, Gatti Filippo di

Jesi, i sergenti Marchetti Virgilio di Ancona, Fida Camillo di Fabriano,

Bernani Cesare di Fabriano; i soldati Marsili Luigi di Osimo, Sileoni

Tita di Osimo, Nigretti Federico di Bagnacavallo.

Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. II · 第 47 / 74 题