24 settembre

«I romani hanno il diritto degli schiavi, insorgere contro i tiranni.

«Gli italiani hanno il dovere di aiutarli e spero lo faranno a dispetto

della prigionia di cinquanta Garibaldi.

«Avanti adunque nelle vostre belle risoluzioni, Romani e Italiani. Il

mondo intero vi guarda, e voi, compiuta l'opera, marcerete colla fronte

alta e direte alle Nazioni: Noi abbiamo sbarazzata la via alla

fratellanza umana, dal suo più abominevole nemico.

_G. Garibaldi_

Il 27 imbarcato nella Rª nave l'«Esploratore» veniva portato a Caprera

dove doveva essere sorvegliato a vista da navi da guerra e dalle loro

imbarcazioni.

Intanto che il governo sequestrava Garibaldi, i suoi amici discutevano

sul modo di raggiungere lo scopo; se l'accordo nel fine era

generale--_la liberazione di Roma_--vi era discordia sui mezzi di

esecuzione: Crispi, Fabrizi, Cucchi, Cairoli, Guastalla, Miceli, La

Porta, Oliva, Guerzoni, Adamoli, Damiani, tutta quasi la frazione

politica-militare del partito garibaldino opinava che il segnale della

riscossa dovesse partire da Roma; Menotti, Canzio, Acerbi e qualche

altro, tenendosi più ligi alle istruzioni del generale, volevano che le

mosse dovessero essere parallele; il Cucchi, che più di tutti la

caldeggiava, dava per sicura l'iniziativa romana.

Mentre avvenivano queste trattative fra i capi del movimento; ad un

tratto, all'improvviso per tutti, un circa duecento giovani capitanati

dal trentino Luigi Fontana dei Mille, passavano il confine nel

Viterbese, si buttavano sopra Acquapendente e dopo una zuffa accanita

facevano prigionieri una quarantina di gendarmi pontifici e

s'impossessavano del paese.

All'annunzio dell'inopinato assalto di Acquapendente Menotti ed Acerbi

credettero non essere più questione di discutere--essere impegnato il

loro onore ad accorrere in soccorso degli arditi patrioti--e quindi

Acerbi diede ordine alle sue genti di sconfinare.

Il 3 ottobre Menotti Garibaldi rotti gli indugi con pochi compagni e col

capitano Tringalli varcava nascostamente il confine. Si diresse a Poggio

Catino ove fu accolto con amore fraterno in casa del conte Galeazzo

Ugolini. Ma non volle fermarvisi e tosto si mise in moto. A S. Valentino

il Sindaco Nardi con venti giovanotti ingrossava il drappello che a

Poggio Mirteto accoglieva altri trenta animosi; a Montemaggiore trovava

il capitano Fontana con cinquanta circa volenterosi e vi pernottava.

Sull'albeggiare la colonna si dirigeva a Montelibretti.

Menotti con circa 80 uomini precedeva, gli altri col Tringali e

coll'Ugolini seguivano alla distanza di mezzo chilometro. Giunto Menotti

nella macchia di Manocchio si trovò assalito da buona schiera di

gendarmi e di zuavi pontifici che lo attendevano in imboscata.

I nostri sebbene sorpresi non si perdettero d'animo; guidati dal

valoroso Menotti Garibaldi i bravi volontari si lanciarono sull'inimico;

questo dopo breve resistenza preso da sgomento si dava a fuga

precipitosa.

Il giorno 6 accampavano i nostri a Carmignano di fronte a Nerola

occupata dal colonnello De Charette; quivi la colonna fu raggiunta dal

maggiore Salomone che conduceva circa 150 volontari; dal maggiore

Valentini di Aquila con altri 100 volontari circa; giungevano pure altri

60 baldi giovani guidati da Lodovico Petrini e dal conte Ippolito

Vicentini di Rieti; 100 circa da Montopoli sotto gli ordini dei fratelli

Rondoni e dell'emigrato romano Ovidi Ercole; arrivava infine il maggiore

Fazzari che conduceva oltre 300 volontari da lui formati in un bello e

valente battaglione.

Sotto gli ordini di Menotti erano ormai 900 circa volontari. Intanto il

collonnello de Charette informato che la colonna che gli stava di fronte

erasi molto ingrossata, abbandonava Nerola per Montelibretti.

La mattina dell'8 ottobre, Menotti fece muovere la colonna ed alla sera

occupava Nerola; ivi attendeva all'organizzazione della sua truppa ed a

provvederla dell'armamento che giungeva da Terni. La mattina del 13

ordinava la marcia su Montelibretti e la colonna vi giungeva verso le

due pomeridiane. Si erano avute informazioni che il nemico erasi

allontanato, per cui i garibaldini credendosi sicuri avevano formato i

fasci d'armi e ognuno per conto suo cercava di provvedere ai propri

bisogni ed a ristorarsi del lungo cammino.

D'improvviso una scarica di fucilate avverte i volontari che il nemico

è alle porte del paese. Si corse senza ritardo alle armi. Il Fazzari

montato a cavallo scorreva le vie animando ed incitando quanti

incontrava a formarsi in colonna. Messo assieme un gruppo di circa 50

uomini esce animoso dalla porta e precipita contro il nemico che a passo

di carica veniva ad investire il paese.

Era un battaglione di zuavi pontifici, i quali visto Fazzari a cavallo

lo accolgono con una scarica a bruciapelo che gli uccide il cavallo e lo

ferisce alla gamba; il cavaliere precipita di sella ma non si dà per

vinto; ha in pugno il suo revolver, lo scarica addosso a chi ha la

disgrazia di avvicinarglisi e sparati tutti i colpi finisce per

scaraventare il suo revolver stesso contro i nemici che lo

accerchiavano. Questo eroismo incute rispetto agli ufficiali che

comandavano i zuavi, i quali invece di finirlo lo lasciavano in custodia

di tre dei loro, mentre la massa continuava ad avanzare mantenendo fuoco

vivissimo contro i nostri che, sebbene in pochi, tenevano testa.

Intanto Menotti aveva riunito intorno a sè il grosso dei volontari e a

passo di carica investe i nemici che fanno resistenza ma infine il

valore dei nostri li vince e dei zuavi pochi poterono salvarsi, i più

erano rimasti sul terreno morti e feriti.

Nel combattimento molto si distinsero, senza dire del Menotti e del

Fazzari, il capitano Tringalli ed i tenenti conte Ugolini Galeazzo e

Nani Raffaele, e il sottotenente Campagnoli Aldebrando della colonna

Salomone.

Il 13 di ottobre Nicotera esso pure sconfinava con ottocento uomini a

Vallecorsa e l'indomani s'avviava a Falvaterra.

Si aspettava che Roma desse qualche segno di vita e Cucchi, Guerzoni,

Adamoli, Bossi, Celle, Costa si erano stretti in lega coi membri del

Comitato di Azione; ma tutti sentivano che la sollevazione intempestiva

nella provincia aveva resa impossibile una sorpresa nella Capitale.

*

* *

Mentre questo avveniva in Sabina, Canzio e Vigiani pensavano di trarre

Garibaldi dalla prigionia di Caprera. Noleggiata una paranzella

salparono da Livorno il 14 ottobre, cautamente accostarono alla

Maddalena ed a mezzo della Signora Collin, fatto pervenire un biglietto

al Generale, proseguivano pel porticello di Brandinchi per

aspettarvelo. La notte del 16 ottobre il Generale avventuratosi sopra un

guscio di noce, faceva il tragitto da Caprera al punto di ritrovo, e

deludendo la vigilanza dei R. Equipaggi, prendeva imbarco nella

paranzella, sbarcava a Livorno, ed in sul mezzogiorno del 20 arrivava a

Firenze con grande sorpresa del Governo e gioia degli amici.

Il 21 ottobre 1867 veniva diramato il seguente manifesto:

Romani all'armi!

«Per la nostra libertà, per il nostro diritto, per l'unità della patria

Italiana, per l'onore del Nome Romano.

_All'armi!_

«Il nostro grido di guerra sia:

«Morte al papato temporale! Viva Roma Capitale d'Italia. Rispettiamo

tutte le credenze religiose, ma liberiamoci una volta e per sempre da

una tirannia, che ci separa violentemente dalla famiglia italiana e

tenta perpetuare l'inganno, che Roma sia esclusa dal diritto di

nazionalità ed appartenga a tutto il mondo, fuorchè all'Italia.

«Da molti giorni i nostri fratelli hanno levato il vessillo della santa

rivolta e bagnata del loro sangue la via sacra di Roma.

«Non tolleriamo più che siano soli e rispondiamo al loro eroico appello

con la campana del Campidoglio.

«Il nostro dovere, la solidarietà della causa comune, le tradizioni di

Roma ce lo impongono.

_All'armi!_

«Chiunque può impugnare il fucile accorra, facciano di ogni casa un

fortezza, di ogni ferro un'arma.

«I vecchi, le donne, i fanciulli elevino le barricate, i giovani le

difendano.

«Viva l'Italia!

«Viva Roma!»

*

* *

Durante la traversata della paranzella da Brandinchi a Livorno Garibaldi

redigeva il seguente manifesto:

Da bordo, 18 ottobre 1867.

_«Redimere l'Italia e poi morire»._

Cari compagni,

«Eccomi ancora con voi, prodi sostenitori dell'onore italiano. Con voi,

per compire un dovere, per aiutarvi nella più santa e gloriosa impresa

del nostro risorgimento.

«L'Italia s'è persuasa, che non può vivere senza il suo corpo, senza il

cuore, senza la sua Roma, che alcuni servili ledendo un diritto e il

decoro nazionale, vogliono sacrificare ai capricci d'uno spregevole

tiranno.

«Dunque avanti, e costanza soprattutto! Io non vi chieggo coraggio,

valore, perchè vi conosco. Vi chieggo costanza. Gli Americani durarono

quattordici anni nella lotta gloriosa, che li fece la più potente, la

più libera nazione del mondo: a noi concordi bastano pochi mesi per

lavare l'Italia dal sudiciume che l'infesta, voglia o non voglia un

semplice bastardume ed i suoi padroni.

«_G. Garibaldi_».

Il 22 partì per Terni. Ivi giunto sapendo che il Governo aveva dato

ordine di arrestarlo, in sull'albeggiare del 23, sconfinava a Passo

Corese e dava ordine a Menotti, comandante del centro, di riunire tutte

le colonne che si trovavano già pronte e di sconfinare senza ritardo.

Intanto altre colonne erano in formazione a Terni. E nella notte del 24

Garibaldi telegrafava al Comitato di Firenze: «Occupo Passo Corese e

Monte Maggiore con le forze riunite di Menotti». Nel giorno stesso

ordinò si investisse Monte Rotondo, che voleva ad ogni costo occupare,

ancorchè non avesse alcun pezzo di artiglieria.

La notizia che Garibaldi era entrato nel territorio pontificio, fece

accorrere volontari da tutte le parti; anche Ancona eccitata alla guerra

da un patriottico proclama non mancò di fare il suo dovere.

Messi assieme pochi fondi, e raccolte delle armi, partiva una colonna di

cui veniva affidato il comando ad Elia. Prima però, che questa colonna

composta di più di mille ducento volontari fosse armata, si dovette

perdere molto tempo a Terni. Infine rotto ogni indugio e sebbene non

poche armi mancassero per l'armamento completo, Elia ordinava la

partenza e raggiungeva il generale Garibaldi e suo figlio a Monte

Rotondo, ove già si combatteva.

La difesa di Monte Rotondo fu accanita. L'attacco incominciato all'alba

era durato tutta la giornata; stava per calare la notte ed il fuoco

continuava accanito da parte dei papalini; già molti dei nostri erano

feriti, fra i quali, Mosto, Martinelli, Uziel; morti il Giovagnoli,

l'Andreucci ed altri. «Bisogna finirla» grida Garibaldi--ed ordina di

dar fuoco alla porta; verso le otto di sera la porta andava in fiamme e

fattavi una apertura i garibaldini vi si precipitano dentro, gli

antiboini si rifuggiano nel Castello ed all'albeggiare riprendevano le

fucilate; ma visto che i volontari, penetrati nelle scuderie del

principe Piombino, che era coi garibaldini a combattere per la

liberazione di Roma, si preparavano a dare fuoco al Castello,

incendiando il fienile, verso le 9 di mattino si arrendevano, lasciando

in nostre mani due cannoni con un centinaio di cariche, circa 300 fucili

e poche munizioni.

Nella presa di Monterotondo si comportarono da valorosi, rimanendo

feriti, Antonio Lazzari, Emilio Pignocchi, Guerrino Galeazzi, Giovanni

Dottavi, Massimiliano Gianforlini, Gennaro Montevecchio, Vincenzo

Spadolini, Campagnoli Aldebrando, tutti di Ancona.

Ecco come il generale partecipava la presa di Monterotondo:

Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. II · 第 44 / 74 题