24 agosto.

_G. Garibaldi._

Da quel giorno lo sfacelo dell'esercito borbonico delle Calabrie seguì

con rapidità crescente. Tutte le provincie si sollevavano precedendo le

forze della rivoluzione, guidate da Garibaldi. La città di Potenza

cacciava le truppe che la custodivano, e la Basilicata rivendicava la

sua libertà. Cosenza costringeva le forze borboniche a capitolare ed a

ritirarsi a Salerno, con impegno di non più combattere contro Garibaldi.

A Foggia, a Bari le truppe fraternizzarono col popolo. Il Generale

Viale, che stava a guardia delle Termopoli di Monteleone con 12000

uomini, minacciato dall'insurrezione del popolo e dalla sedizione delle

truppe, batteva in ritirata, abbandonando ai garibaldini una delle più

forti posizioni, chiave strategica delle Calabrie. Delle truppe in

ritirata prese il comando il generale Chio che si arrestava a

Saveria-Manelli, tra Tiriolo e Cosenza, per attendere di piè fermo il

soproggiungere dei Garibaldini. Prima però che egli arrivasse a Saveria,

le alture che la dominano, erano occupate dalle bande calabresi di

Stocco, parte delle quali erano dirette e comandate dal valoroso

patriota Antonio Taglieri, che nominato tenente passò poi nel 2º

reggimento della divisione Cosenz; cosicchè il Chio si trovò prima di

combattere, accerchiato. Garibaldi ordinò tosto a tutte le truppe che lo

seguivano di convergere a marcia forzata su Tiriolo, e, appena potè

avere sottomano l'avanguardia della divisione Cosenz, la lanciò sulla

strada di Saveria-Manelli, fece calare dalle alture le bande dello

Stocco, ed intimò al generale Chio la resa.

Questi tentò di guadagnare tempo, ma dopo un'ora altri 12000 uomini

andavano dispersi e disciolti come quelli del generale Briganti,

lasciando libere nelle mani del Dittatore tutte le Calabrie. Garibaldi

intanto proseguiva la marcia trionfale per Napoli.

Tra Salerno ed Avellino circa ventimila uomini, la più parte mercenarii

stranieri, stavano aspettando Garibaldi, risoluti a combattere. Ma corsa

la notizia che la rivoluzione si era propagata ad Avellino e nel

Principato Ulteriore, saputo che il generale Calderelli, che aveva

capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi, anche le truppe di quel

campo cominciarono a dar segni di ammutinamento; il che tolse ai

comandanti la speranza di tentare un attacco con probabilità di

successo.

L'arrivo di queste notizie a Napoli indusse il Re a ritirarsi a Gaeta;

il che fece il 6 del mese di Settembre, lasciando Napoli in tutela della

Guardia Nazionale. All'udire la lieta notizia Garibaldi presa a Vietri

la ferrovia, arrivò a mezzogiorno alla stazione di Napoli ove Liborio

Romano lo ricevette, felicitandolo a nome della cittadinanza. Al tocco,

in carrozza, accompagnato da Cosenz, da Bertani, da Missori, da Nullo e

da pochi altri ufficiali entrava in Napoli, passando sotto i forti

ancora occupati dalle truppe borboniche, in mezzo a soldati nemici

sparsi per la città e fra l'entusiasmo di un popolo delirante, scendeva

alla Foresteria, palazzo del Governo, e ne prendeva possesso.

Primo suo atto fu quello di emanare il seguente Decreto:

Napoli, 7 settembre 1860.

_Il Dittatore Decreta:_

«Tutti i bastimenti da guerra e mercantili appartenenti allo Stato delle

due Sicilie, Arsenali e materiali di Marina, sono aggregati alla Squadra

del Re Vittorio Emanuele, comandata dall'Amiraglio Persano».

_G. Garibaldi._

*

* *

Istituiva tosto il governo dittatoriale, nominando Crispi ministro degli

Esteri, Bertani ministro dell'Interno, Cosenz ministro della Guerra, ed

al general Turr dava il comando di tutte le truppe stanziate a Caserta

ed al Volturno.

Il 18 settembre il generale Turr, comandante le forze al Volturno

chiamava a sè il suo capo di Stato Maggiore e tutti i comandanti delle

brigate ai suoi ordini; esponeva ad essi il progetto di una

ricognizione offensiva su Capua, onde antivenire una battaglia che,

secondo notizie ricevute, i regi si apprestavano a dare appunto nel

giorno 19 dedicato a S. Gennaro, dal quale speravano protezione e

vittoria. Si doveva simulare un attacco sul fronte di Capua, per

attirarvi le forze borboniche ed impedire alle medesime di portare

soccorso alla loro sinistra dove dovevano operare le colonne di Csudafii

e di Cattabeni; dava ad ognuno dei comandanti di brigata verbali

istruzioni, determinando ad ognuno la parte che doveva prendervi;

raccomandava infine ai comandanti di non esporre le truppe oltre il

limite richiesto dallo scopo cui tendeva l'azione, cioè la simulazione

di un attacco.

Ordinava quindi che l'azione dovesse effettuarsi nelle prime ore del

giorno seguente, 19 settembre.

In seguito a tale ordine i colonnelli brigadieri Spangaro, Puppi e di

Giorgis si mossero sul fare del giorno del 19 al simulato attacco di

Capua.

L'attacco contro il fronte di questa fortezza fu sostenuto con grande

valore; colla punta della baionetta furono snidati i borbonici che

occupavano due cascine sulla strada conducente agli approcci del forte e

quelli appostati fra l'argine della ferrovia e la strada postale.

I bersaglieri milanesi, comandati dal capitano Pedotti, compirono atti

di grande valore; il capitano, cacciatosi coi suoi fra le fitte schiere

nemiche, corse pericolo di essere soprafatto; vi fu un momento in cui fu

creduto perduto, ma il destino lo volle conservato alla patria.

La mitraglia, senza interruzione vomitata dai bastioni e dai forti di

Capua, cagionava perdite enormi; lo stesso brigadiere Puppi, mentre con

temerario ardimento si esponeva alla testa dei suoi, cadeva mortalmente

ferito. Ormai lo scopo che il comandante superiore erasi prefisso poteva

ritenersi pienamente ottenuto; per cui venne ordinato di retrocedere

ordinatamente, per riprendere ciascun corpo le proprie posizioni. Al

capitano Pedotti coi suoi bersaglieri milanesi, coadiuvato dal

luogotenente Zancarini, comandante la compagnia Genio, fu dato l'arduo

incarico di sostenere e proteggere la ritirata del grosso delle truppe

garibaldine e di trarre in salvo l'artiglieria, specialmente i pezzi che

il fuoco nemico aveva smontati.

Il nemico, appena visto che i nostri muovevano in ritirata,

baldanzosamente usciva in buon numero dal forte per inseguirli e

molestarli; ma venne arrestato dalle punte delle baionette dei bravi

bersaglieri che, guidati dal loro comandante capitano Pedotti e

assecondati dal 3º battaglione comandato dal capitano De Caroli, lo

misero in fuga, inseguendolo fin sotto ai bastioni di Capua, al grido di

«viva Garibaldi».

Il capitano Pedotti per la sua eroica condotta veniva proposto per la

promozione e per la croce dell'Ordine Militare di Savoia.

Altri ufficiali per la loro bella condotta ebbero pure meritate

onorificienze.

Il maggiore Cattabeni, partito secondo l'ordine ricevuto da Caserta alle

3 pom. del giorno 18, arrivava a Limatola a mezzanotte e mandava il

seguente rapporto:

_Al generale Turr._

«Mi trovo ad un terzo di miglio dalle sponde del fiume. Mi è riuscito

ottenere tre pescatori che mi serviranno di guida. Da qui a Caiazzo vi

sono circa 4 miglia. I soldati riposano, e alle 2 e mezza riprenderò la

marcia. Ho ordinato ai soldati di mettere le giberne all'estremità del

fucile, perchè troveremo un mezz'uomo d'acqua abbondante.

«Dai rinsegnamenti avuti, in Caiazzo ci sono 600 regi, con due pezzi

d'artiglieria.

«Al giungere di questo rapporto, son sicuro Caiazzo sarà in nostro

potere. Non potevamo scegliere un miglior punto di questo per passare il

fiume. Alle 4 e mezza darò l'assalto a Caiazzo, e vedrà che i cacciatori

di Bologna son degni di essere sotto i suoi comandi».

firmato G. B. Cattabeni.

E, come aveva promesso, le truppe comandate dal Cattabeni alle 5 e mezza

entravano a Caiazzo.

Ottenuto lo scopo della ricognizione e di esplorare le forze del nemico,

il Turr esponeva al generale Garibaldi la necessità di ordinare al

Cattabeni di sgombrare Caiazzo; ma Garibaldi mostrava ripugnanza di

abbandonare una così bella posizione; e allora Turr fatta comprendere la

difficoltà di sostenere con un battaglione una posizione così lontana,

al di là di un fiume, raccomandò a Garibaldi di farla occupare

fortemente, e il generale dava ordini al Medici di mandarvi una brigata

della sua divisione; disgraziatamente era però già troppo tardi.

Il generale Garibaldi, visto che il Turr aveva bisogno di riposo, per

migliorare la sua salute il 20 gli telegrafava così:

_Al generale Turr, Caserta._

«Subito giunto Medici a Caserta incaricato del Comando, venite qui a

passare qualche giorno Napoli 20, ore 6,50» _G. Garibaldi._

Intanto il generale Garibaldi avendo constatato colle ricognizioni del

19, opportunamente ordinate dal Turr, di avere da fare con un nemico che

disponeva di molte forze, si preparava per affrontarlo.

Ma, mentre questo avveniva nel campo garibaldino, i borbonici

preoccupati della perdita di Caiazzo, determinavano di riprenderlo

immediatamente e ad ogni costo.

La mattina del 21 settembre cinque battaglioni di cacciatori regi, due

squadroni di cavalleria ed una batteria da campagna, sotto il comando

del generale Colonna uscivano da Capua per investire Caiazzo.

Il comandante dell'11º battaglione garibaldino che occupava la posizione

avanzata di Monte S. Nicola, avvisava il brigadiere Spangaro di questo

movimento; ma era troppo tardi! I rinforzi non potevano arrivare in

tempo, solo il colonnello Vacchieri con 600 uomini potè giungere in

sussidio dal Cattabeni.

Ma che potevano fare i comandanti garibaldini contro l'enorme

superiorità delle forze nemiche? Essi occuparono un bosco di olivi,

barricarono le strade di Caiazzo ed attesero di piè fermo il nemico. Si

cominciò a combattere fuori le città ma, incalzati da ogni parte, i

garibaldini mancanti di artiglieria, oppressi dal numero, abbandonarono

la campagna e si ritirarono nella città dietro le barricate, per

resistere fino all'estremo. Avveniva allora un fatto atroce; mentre i

nostri combattevano alla difesa delle barricate, i reazionari li

fucilavano alle spalle dalle case e dai tetti. Ogni resistenza diveniva

impossibile, inutile; le barricate erano demolite dal cannone borbonico,

i garibaldini assaliti di fronte e alle spalle; il Cattabeni cadeva

ferito gravemente mentre incoraggiava alla resistenza; molti altri

ufficiali feriti caddero prigionieri; i garibaldini cercarono di

salvarsi ritirandosi, ma, incalzati dalla cavalleria, molti rimasero sul

terreno, altri si gettarono nel fiume, ove non pochi perdettero la vita,

sicchè del battaglione Cattabeni ben pochi rientrarono in Caserta.

Verso la fine di settembre Garibaldi, presentendo che i napoletani,

forti di oltre quarantamila uomini, rinchiusi a Capua avrebbero fatto un

supremo sforzo per riconquistare Napoli al loro Re, aveva mandato fuori

un caldo proclama chiamando i commilitoni a raccolta e chiedendo

all'Italia nuovo aiuto d'uomini, pel compimento dei suoi voti di libertà

e d'indipendenza.

Alla chiamata di Garibaldi volle rispondere anche l'Elia, che il

Prodittatore Depretis aveva mandato a Bologna alle cure del professore

Rizzoli; sebbene assai sofferente e impedito di parlare, pur'egli sentì

il dovere di non mancare allo appello, tanto più che il tenente Lanari,

superstite del battaglione Cattabeni, si offriva di accompagnarlo.

Quando il generale lo vide a Caserta lo accolse con gioia ed amore,

rallegrandosi di vedere avverata la sua profezia del 15 maggio a

Calatafimi «_Coraggio, mio Elia, di queste ferite non si muore_» che

egli si compiacque di rammentare ai presenti del quartiere generale.

*

* *

Come Garibaldi aveva previsto i borbonici si preparavano ad una fiera,

disperata riscossa.

Ma il generale dal canto suo non si faceva cogliere sprovvisto.--Egli si

approntava a ricevere il nemico come si conveniva, e prendeva il partito

il fronteggiarlo in tutti i punti, pei quali avrebbe potuto sfondare e

marciare su Napoli.

A questo scopo dava le sue disposizioni.

Le posizioni dell'esercito garibaldino, cominciando dalla sua estrema

destra, cioè da Maddaloni, descrivendo un semicerchio erano le seguenti:

Monte Longone, Monte Caro, Castelmorone, posto di prolungamento della

linea tra Maddaloni e S. Leucio; S. Leucio, Sant'Angelo, Santa Maria e

San Tommaso, le quali erano occupate così:

Sopra Maddaloni Bixio colla sua divisione, che componevasi delle brigate

Dezza e Spinazzi, più la brigata Eberhardt della Divisione Medici, con

la colonna Fabrizi, in tutto 5500 uomini circa, con 8 pezzi di

artiglieria.

A Castelmorone, passo da Caserta a Limatola, il battaglione Bronzetti di

soli 270 uomini.

A S. Leucio il generale Sacchi colla sua brigata (divisione Turr) di

2000 uomini circa.

A Sant'Angelo il generale Medici con la sua divisione (meno la brigata

Eberhardt) e colla brigata Spangaro (divisione Turr) in tutto 4500

uomini circa, con 9 pezzi da campagna e il reggimento Brocchi del genio

con 300 uomini.

A San Tommaso, estrema sinistra, della divisione Cosenz, il reggimento

Fardella esteso fino alla ferrovia di S. Maria e a Capua, ove eravi pure

una mezza batteria, i reggimenti Malenchini e Laugè della divisione

Cosenz, sulla strada ruotabile a destra di S. Maria, ed a sinistra verso

la ferrovia la brigata La Masa con una compagnia del genio, distesa

verso lo stradale Santa Maria-Sant'Angelo; la batteria della divisione

Turr a Porta Capua di S. Maria. Tutta questa forza sotto gli ordini del

generale Milbitz.

Ad Aversa il colonnello Corte con la brigata di formazione.

La riserva forte di 5500 uomini circa, con 12 pezzi di artiglieria,

sotto gli ordini del generale Turr a Caserta.

La battaglia era imminente; Garibaldi la presentiva. Il 30 di settembre

aveva notato un gran movimento in Capua, e siccome era sicuro di aver

indovinato il pensiero del suo avversario, mandava gli aiutanti ad

avvertire i suoi Luogotenenti che facessero buona guardia perchè

l'indomani sarebbe avvenuto l'attacco generale, ultimo, disperato

tentativo da parte dei borboni.

Il 1º ottobre, alle 3 del mattino, il generale Garibaldi seguito dal suo

stato maggiore e dai suoi aiutanti montava in ferrovia e giungeva a S.

Maria sul far dell'alba. Il Milbitz era già alle prese col generale

Tabacchi in S. Maria, e il Medici con Afan de Rivera a S. Angelo.

Il generale Tabacchi, attaccando S. Maria e trovando forte resistenza di

fronte da parte dei reggimenti Lauger, Sprovieri, Corrao e La Porta,

spinse una parte delle sue truppe a sinistra per girare la città e

tagliare le comunicazioni fra S. Maria e Sant'Angelo; ma se ne avvide

del tentativo Garibaldi ed ordina alla brigata Assanti di accorrere in

aiuto.

Dava pure ordine al 2º battaglione bersaglieri livornesi comandati dal

maggiore Sgarallino di spingersi a sinistra dalla strada per S. Angelo,

al 2º reggimento colonnello Borghesi, ed al 1º comandato dal tenente

colonnello Fazioli, di occupare il cimitero ed una casa, per tener testa

all'irrompente nemico. Tutti questi ordini rigorosamente eseguiti,

malgrado il fulminare incessante del nemico, rafforzano la minacciata

posizione tenuta con estremo valore dal brigadiere Malenchini e dai suoi

eroici compagni. L'attacco fulmineo della brigata Assanti e dei bravi

guidati da Lauger, Sprovieri, Palizzolo, Malenchini, La Porta ferma lo

slancio del nemico che si riduce ad investire Santa Maria.

Mentre a destra ardeva così il combattimento a Sant'Angelo i Regi

facevano i più arditi sforzi, con le più grandi masse, per sfondare la

linea occupata dai nostri e irrompere su Caserta e Napoli. Il Dunn, lo

Spangaro, il Simonetta, il Ferrari, il Pedotti facevano sforzi eroici

per contenere ed arrestare l'impeto del nemico, ma battuti da tutti i

lati dall'artiglieria dei Regi, ferito il brigadiere Dunn, morto il

comandante del battaglione Ramorino, feriti i capitani Tito, Franco ed

altri, sono costretti a dare indietro e a riparare dietro le barricate.

Il generale Medici comprendeva che la perdita della sua posizione

sarebbe stata la perdita della battaglia e l'occupazione da parte dei

Regi di Caserta e di Napoli. Bisognava vincere ad ogni costo: «Avanti

figliuoli» egli grida--«moriamo tutti qui se occorre, ma vinciamo in

nome d'Italia e di Garibaldi».

«Avanti tutti» egli grida--e colla risoluzione di vincere o di morire si

mette alla testa dei suoi e, sorretto dalla sezione d'artiglieria

comandata dal tenente Torricelli, si slancia contro il nemico

affrontandone il turbine di fuoco, caricando furiosamente alla

baionetta; cadeva nella brillante carica il maggior Castellazzo, il

luogotenente Capanelli e molti altri, ma il nemico era fermato e

obbligato a retrocedere.

Il generale Garibaldi che dalle prime ore del mattino si trovava a S.

Maria, confidando interamente in Milbitz, suo vecchio compagno di Roma,

cui aveva raccomandato di tener duro e impedire ad ogni costo che le

comunicazioni tra S. Maria e Sant'Angelo fossero tagliate, montò in

vettura e, scortato dal suo stato maggiore, da Missori, da Arrivabene,

da Canzio, da Basso e da alcune guide, si mosse verso Sant'Angelo per

vedere se, anche in quel campo d'azione, il combattimento era impegnato

seriamente.

La strada che da S. Maria va a Sant'Angelo era fulminata; il generale

Garibaldi in quel momento supremo per le sue armi nel traversarla si

trovò avvolto in un nembo di morte; la carrozza tempestata da una

grandine di fucilate fu involta fra un nugolo di nemici. Già le scariche

avevano ucciso un cavallo ed il cocchiere, talchè Garibaldi fu costretto

a balzare a terra e coi suoi difendersi; cadeva ferito, facendo scudo al

generale il prode Arrivabene; il pericolo era grande; ma se ne avvidero

i carabinieri genovesi comandati dal Mosto, i carabinieri lombardi

comandati dal Simonetta, e il bravo capitano Romano Pratelli comandante

la 7ª compagnia della brigata Spangaro, i quali tutti si slanciarono

con tale impeto che il nemico fu in breve sbaragliato e posto in fuga a

punta di baionetta, e a Garibaldi e ai suoi fu aperta la via per Monte

Sant'Angelo.

Ivi arrivato trovò Medici che alla testa dei suoi faceva eroici sforzi

onde rigettare le masse borboniche e s'avvide che le sommità del Monte

S. Nicola erano occupate dai nemici, i quali per strade coperte avevano

delusa la vigilanza dei garibaldini e, girato Sant'Angelo, si erano

portati dietro la nostra linea, occupando le alture.

Senza perdita di tempo il generale raccolse tutte le truppe che potè

avere sotto mano e, preso esso stesso il comando, si avviò per stretti

sentieri di montagna passando al di sopra del nemico e d'improvviso

fatta una sola scarica si precipitò sui borbonici che ne rimasero

schiacciati e fatti prigionieri.

Intanto altre truppe giungevano in aiuto al Medici condotte dal maggiore

Farinelli, dal maggior Morici, dal Simonetta, dal colonnello Ferrari, e

dal colonnello Guastalla, capo dello stato maggiore; con tutte queste

forze il Medici ordinava un estremo assalto alla baionetta; questo fu

condotto con tale impeto irresistibile, che i borbonici furono rotti e

posti in fuga lasciando numerosi prigionieri.

Quando Garibaldi fu assicurato che a Sant'Angelo per l'eroica condotta

dei combattenti potevasi ormai contare sulla vittoria, si lanciò di

nuovo verso S. Maria. Mentre accorreva in quella parte ove il

combattimento era aspramente impegnato, il generale Turr mandò a

Garibaldi un suo ufficiale d'ordinanza, per fargli noto di avere inviata

parte della riserva a S. Maria e parte in rinforzo a Bixio; e per

chiedergli se credeva arrivato il momento opportuno per fare entrare in

combattimento i restanti 3500; Garibaldi gli rispondeva: «marciate con

tutte le forze su S. Maria, dove mi troverete».

Il generale Turr non perdette un minuto--egli teneva pronti i suoi--e

presto fu a S. Maria ove trovò che Milbitz faceva eroici sforzi per

ribattere gli attacchi sempre ripetuti del nemico.

Appena Garibaldi vide Turr con la riserva gli disse: «Siamo

vincitori--non occorre che l'ultimo colpo decisivo».

All'istante il generale Turr ordina alla brigata Milano che aveva

condotto con sè di caricare il nemico; Garibaldi seguito da Rustow coi

suoi usseri si mette alla testa della brigata; tutti gli altri corpi

fanno a gara per seguirlo nell'estremo cimento; Corrao, La Porta, Pace,

Palizzolo, Sprovieri, Malenchini, Bassini, Tasca si slanciano in furioso

attacco; il battaglione Tasca del reggimento Bassini, 1ª compagnia

Lepore alla testa, affronta il nemico che erasi fortemente trincerato

nel Cimitero da dove seminava strage sui nostri; il primo a scalare la

cinta è il valoroso furiere Pittaluga; il Pittaluga è seguito dalla 1ª

compagnia e dalle altre; il Cimitero è preso colla punta della baionetta

e il nemico posto in fuga; molti rimangono prigionieri e il prode

Pittaluga è promosso sottotenente sul campo di battaglia.

Altri si avventano contro la batteria nemica e se ne impadroniscono.

Ma non era ancora la vittoria predetta da Garibaldi!

A S. Maria ancora si combatteva accanitamente.

La compagnia La Flotte teneva fermo nella Cascina davanti S. Maria dalla

mattina, da dove cinque furiosi assalti nemici non avevano potuto

sloggiarla. Ma tutti erano sfiniti.

Per fortuna il capitano Adamoli dello Stato maggiore portava la notizia

al generale Turr dell'arrivo della brigata Eber; si sentiva il vivissimo

fuoco col quale era stata accolta la brigata Milano guidata da Garibaldi

in persona, e Turr ordinava che Eber con la brigata, colla legione

ungherese e con la compagnia dei cacciatori esteri, accorresse a

sostegno.

Il Dittatore, sboccato sulla strada S. Angelo colla brigata Milano, era

stato accolto da fuoco violentissimo sulla sua sinistra; la cavalleria

borbonica si slanciava alla carica, ma i bersaglieri milanesi mandati

dal Medici a sostegno e guidati dal capitano Pedotti, tennero testa con

una furiosa controcarica loro e della legione ungherese e mettono in

fuga, sbaragliata, la cavalleria borbonica.

Era ora di finirla; e Garibaldi manda ordine al Turr a S. Maria, a

Medici a Sant'Angelo, perchè si faccia un ultimo supremo sforzo su tutta

la linea; Scheiter coi suoi usseri ungheresi, Corrao, La Porta, coi loro

reggimenti; Tanara, Cucchi, Tasca coi loro battaglioni si lanciano in

aiuto delle truppe di Malenchini e del Bassini e tutti uniti si

avventano contro il nemico con furiosa carica alla baionetta; il nemico

è rotto su tutta la linea, sbandato ed in ritirata su Capua.

La giornata del 1º ottobre fu memorabile.--In quel fiero combattimento

anche una volta Garibaldi dava prova di grande sapienza militare: i suoi

luogotenenti Turr, Medici, Bixio, Milbitz e Dezza, si mostrarono degni

di lui; i bravi garibaldini tutti, diedero prove di grandissimo valore e

di abnegazione. Moltissimi furono coloro che si distinsero e fra questi

i colonnelli Borghesi e Fazioli, il maggiore Pedotti, il tenente

Carbone, il Tommasi, che il Malenchini promosse capitani; a fianco del

Carbone combattè da valoroso il furiere maggiore Coffa che veniva

promosso sottotenente e fregiato della medaglia al valore militare.

Verso le 6 pom. tutta la linea di battaglia da S. Maria alle alture di

S. Angelo era abbandonata dai nemici e i garibaldini estenuati, dopo 14

ore di combattimento accanito, potevano riposarsi sul campo tanto

gloriosamente difeso.

Anche da Maddaloni Bixio aveva mandata la notizia della vittoria su

tutta la sua linea.

Il combattimento fu lungo ed accanitissimo.--Bixio aveva voluto dai suoi

compagni nel grave cimento la promessa che sarebbero morti tutti al loro

posto piuttosto che permettere ai borbonici di marciare su

Caserta--«Devono passare sui nostri corpi» aveva detto e gli assalti

delle truppe regie, replicati ed accaniti, furono respinti ed infine i

nemici furono posti in fuga.

Gli atti di eroismo di Bixio, di Dezza, di Menotti Garibaldi, degno

figlio del padre, e di tanti altri, fra i quali si distinse anche il

tenente Venzo che con pochi de' suoi fugato il nemico s'impadroniva di

un cannone, non possono descriversi: si comportò da valoroso il tenente

Giorgi Tullio; venne proposto per la promozione e per la medaglia al

valore il tenente Taglieri Antonio e si distinsero molti e molti altri

nel fiero combattimento, che fu vinto colla punta della baionetta e con

atti di vero eroismo.

È degno di memoria onorata questo episodio; mentre si combatteva

accanitamente in tutta la linea a S. Maria, a S. Angelo ed a Maddaloni,

il maggiore Bronzetti con 270 dei nostri sosteneva a Castel Morrone

l'urto di 3000 borbonici, respingendoli a varie riprese in ben dieci

assalti; la maggior parte di quei bravi era caduta; invano gli ufficiali

napoletani esortavano i superstiti ad arrendersi, facendo sapere che

tanto valore sarebbe stato rispettato; Pilade Bronzetti resistette entro

il castello finchè ebbe cartucce, e, quando queste vennero meno, i

difensori di Castel Morrone vollero morire da eroi. Stretti come un sol

uomo, tentarono aprirsi un varco colla baionetta tra le migliaia dei

nemici; caddero quasi tutti; fu ferito a morte lo stesso eroico

Bronzetti e i pochi non feriti vennero condotti prigionieri. Fra questi

eroi sacrati alla morte, combatterono disperatamente il valorosissimo

Mirri capitano ed i tenenti Matteo Renato Imbriani e Vincenzo

Migliorini, che si guadagnarono la medaglia al valore militare e la

promozione.

*

* *

Mentre Garibaldi co' suoi del quartiere generale si ritirava da S.

Angelo, s'imbattè nei carabinieri genovesi che vollero fargli scorta;

fatto _l'alt_ per il rancio, e per un piccolo riposo di cui tutti

sentivano il bisogno, venne al Generale l'avviso che una colonna di 5000

borbonici trovavasi a Caserta vecchia, pronta a piombare su Caserta,

quartiere generale garibaldino. Mandate staffette per avvertire Sirtori

che era a Caserta e Bixio a Maddaloni, egli coi carabinieri genovesi e

con altre forze, che potè avere sotto mano, si mise subito in marcia,

prendendo la via della montagna. I nemici si erano mossi su Caserta ove

trovavano Sirtori che li ricevette vigorosamente; e, sorpresi ai fianchi

ed alle spalle dalle forze di Bixio e da quelle condotte da Garibaldi,

dopo poca resistenza furono fatti prigionieri.

La vittoria del Volturno del 1 e 2 ottobre aveva tolto ai borbonici ogni

possibilità di rivincita; rinchiusi nelle fortezze di Capua e Gaeta non

avevano altro scampo, che una resa più o meno lontana.

Però un pensiero crucciava Garibaldi. Esso diceva con gli amici nei

brevi momenti di riposo al quartier generale di Caserta: «Il primo

ottobre abbiamo sconfitto il nemico a tal punto, che non sarà più in

grado di affrontarci; ma non posso andare a Roma, lasciando addietro

40,000 uomini trincerati in due fortezze: essi si riprenderebbero

Napoli, quando io coi miei non fossimo qui a difenderla».

*

* *

A distoglierlo da cotali pensieri era avvenuto un fatto politicamente

assai importante.

=CAPITOLO XX.=

=Liberazione dell'Umbria e delle Marche Castelfidardo-Ancona.=

Decisa l'occupazione delle Marche e dell'Umbria da parte delle truppe

Piemontesi, il Conte di Cavour ne dava avviso con sua nota del 7

settembre 1860 al Cardinale Antonelli nella quale si diceva: Che il

governo Sardo era dovuto venire in quella determinazione perchè «la

coscienza del Re Vittorio Emanuele non gli permetteva di rimanersi

testimone impassibile delle sanguinose repressioni con cui le armi dei

mercenari stranieri al soldo del governo papale, soffocherebbero nel

sangue italiano ogni manifestazione del sentimento nazionale. Niun

governo ha diritto di abbandonare all'arbitrio di una schiera di soldati

di ventura gli averi, l'onore, la vita degli abitanti di un paese

civile.

«Per questi motivi dopo aver chiesti gli ordini di S. Maestà il Re mio

Augusto Sovrano, ho l'onore di significare a Vostra Eminenza che truppe

del Re hanno incarico d'impedire, in nome dell'umanità, che i corpi

mercenari pontificii reprimano colla violenza l'espressione dei

sentimenti delle popolazioni delle Marche e dell'Umbria.

«Ho inoltre l'onore d'invitare Vostra Eminenza, per i motivi sopra

espressi, a dare l'ordine di disarmare e di sciogliere quei corpi, la

cui esistenza è una minaccia continua alla tranquillità dell'Italia.

«Nella fiducia che V. Eminenza vorrà comunicarmi tosto le disposizioni

date dal governo di S. Santità in proposito, ho l'onore di rinnovarle

gli atti dell'alta mia considerazione.

Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. II · 第 13 / 74 题