_G. Garibaldi._
*
* *
Il 28 fu giornata nella quale la città di Palermo sofferse orribilmente.
La mitraglia fece vittime numerosissime, le bombe rovinavano,
incendiavano, distruggevano tutto; ma mentre il bombardamento infieriva
con tutti i suoi orrori, Garibaldi pensava anche all'organizzazione
civile. Nominava Crispi segretario di Stato; il Duca della Verdura
sindaco; istituiva un Comitato di difesa, presidente lo stesso della
Verdura e componenti i signori Michele Mangiano, Tommaso Lo Cascio,
barone Michele Capuzzo, barone di Paternò, Rubino Emanuele e Benedetto
Scidita, Pietro Messineo, marchese Pilo, Patriola, Girolamo Mondino, ed
altri patrioti, e segretario Vincenzo Scimecca.
La mattina del 29 maggio, i garibaldini ebbero un rinforzo di siciliani
condotti da Fardella.
Per tutto quel giorno il combattimento continuò accanito, specialmente a
Montalto ove il Laporta, il marchese Firmaturi, il Sant'Anna, sostenuti
dai Carabinieri genovesi, fecero colle squadre dei _Picciotti_, con
fermezza e valore, il loro dovere.
Il generale Lanza, che fin dal mattino aveva fatto inutili sforzi per
riprendere le posizioni perdute, e vedeva falliti tutti i tentativi per
aprirsi le comunicazioni con Castellammare, fece cessare il
bombardamento, durato tre giorni e tre notti senza intervallo.
I Consoli esteri e l'Ammiraglio inglese, commossi per le tante rovine e
gli eccidi che da tre giorni sterminavano la bella città, fecero dei
passi presso il generale Lanza perchè si desse tregua con un armistizio
a tanta effusione di sangue cittadino; il generale borbonico
acconsentiva, e la mattina del 30 spediva al Dittatore Garibaldi la
lettera seguente:
Generale!
«L'ammiraglio britannico mi fa conoscere che riceverebbe con piacere al
suo bordo due miei generali, per aprire con lei una conferenza, nella
quale egli servirà da intermediario.
«La prego farmi conoscere se acconsente, e nel caso affermativo,
permettere che i due miei generali passino la sua linea, facendoli Ella
accompagnare dal palazzo reale, ove potrebbe mandarli a prendere, fino
alla Sanità per imbarcarsi.
«In attesa di una sua risposta, ho l'onore di essere
«29 maggio 1860.
«_Lanza_».
Garibaldi acconsentì e ordinò la cessazione del fuoco, disponendo che
l'intervista avesse luogo all'una pomeridiana. Il maggiore Cenni fu
inviato alle undici e mezzo con due guide al palazzo Reale.
Erano scorsi pochi istanti dalla partenza del Cenni, quando veniva dato
un allarme a Porta Termini; poco dopo incominciavano le fucilate: Erano
Von-Mechel e Bosco, i quali ritornavano da Corleone, col dispetto di
essere stati giuocati per la terza volta, e di avere inseguito non
Garibaldi coi suoi volontari, ma un treno di cassoni e carriaggi
inservibili.
I garibaldini non risposero al fuoco; Carini e Sirtori si presentarono
per dare la notizia dell'armistizio nel momento in cui il fuoco dei
napoletani era più vivo; Carini ne riportò grave ferita, Sirtori fu
ferito leggermente. Turr, raccolti quanti uomini potè sul momento, corse
in appoggio dei nostri a Porta Termini.
In quel momento il generale borbonico Letizia accompagnato dal Cenni
traversava Toledo; saputo quanto accadeva, si offerse di recarsi egli
stesso sul luogo del combattimento per portare ai suoi la notizia
dell'armistizio, e per fare cessare il fuoco onde non si sospettasse un
tradimento. Arrivato sul luogo, impose a Von-Mechel e a Bosco di cessare
da ogni azione ostile, essendo che la tregua doveva essere rispettata da
tutti. Garibaldi all'una si recò a bordo dell'«_Annibal_» nave da guerra
Inglese, nella cui sala di consiglio ebbe luogo la conferenza e fu
stipulata una tregua di 24 ore; ma, prima che questa venisse a scadenza,
il generale borbonico richiese la sospensione delle ostilità per altri
tre giorni, prodromo evidente della resa finale. E Garibaldi
accondiscese ancora.
Infatti il 6 giugno, i negoziati furono ripresi e senza difficoltà
condussero ad una convenzione, per la quale le truppe napolitane
sgombravano Palermo e il forte di Castellammare per la via di mare.
Intanto tutte le principali città dell'Isola si erano affrancate a
libertà, e di tutta la Sicilia, il 7 giugno, non restava in mano del
Borbone che Messina, la cittadella di Milazzo, Augusta e Siracusa.
Garibaldi s'insediava, col suo quartier generale e col suo governo, al
Palazzo Reale.
*
* *
Dopo la presa di Palermo Garibaldi avuta notizia che Elia curato con
cure fraterne dai bravi medici chirurgi, Ripari, Lampiasi, Cipolla,
Maltese, era vivente a Vita, accolto amorevolmente in casa del patriota
Salvatore Romano, mandò Menotti con incarico di portarlo possibilmente a
Palermo, e ivi giunto il generale volle che fosse curato sotto ai suoi
occhi e lo fece condurre al palazzo Reale.
*
* *
Occorreva provvedere ora al necessario per non perdere il frutto delle
riuscite imprese. Faceva mestieri organizzare i corpi militari in forza
dell'entusiasmo dei cittadini per poter far fronte ai pericoli delle
rappresaglie d'un governo che, prossimo a cadere, voleva segnalare i
suoi ultimi giorni con atti disperati e col sovvertimento delle turbe e
di ogni ordine civile.
Questi pensieri pesavano orribilmente sull'animo del dittatore, il quale
trovava più difficile mettere riparo a queste difficoltà civili che il
combattere formidabili eserciti borbonici. Per riparare a questi mali
erano necessarie delle spedizioni nell'interno dell'Isola, affidate ai
suoi fidi compagni; ma l'esecuzione di tale progetto gli riusciva nel
momento assolutamente impossibile. Da Genova non arrivavano rinforzi.
Anzi si avevano notizie che due navi cariche di volontari condotti dal
maggiore Corte «L'Utile» e il «Charles Georgy» erano state catturate
dalla crociera napoletana e condotte a Gaeta.
Era un vero disastro che impensieriva il Dittatore, tanto più che si
sapeva che trovavasi in viaggio la forte spedizione Medici. Per fortuna
questo esperto condottiero, che aveva ereditato da Garibaldi tutte le
astuzie e tutte le audacie, seppe deludere la vigilanza della crociera
napoletana, approdando inaspettato a Cagliari e di là, per rotta
impensata dai nemici, arrivare alla desiderata destinazione.
Nella mattina del 19 giugno Medici sbarcava sulla vicina costa di
Partinico con forte aiuto di uomini e di armi, e tutte le preoccupazioni
del Dittatore erano dissipate--Medici aveva con sè il bravo colonnello
Malenchini coi suoi toscani--e annunziava l'arrivo di Cosenz. L'arrivo
di Medici pose Garibaldi in condizione di compiere i suoi piani riguardo
alla Sicilia, quelli cioè di scacciare quanto rimaneva dell'esercito
borbonico nella parte orientale dell'Isola.
Divise le forze in tre colonne: la prima formante la sinistra agli
ordini di Medici doveva marciare per il litorale fino a Milazzo, ultimo
obbiettivo Messina; la seconda, al centro, condotta dal Turr per
Missilmeri, Villafrati, Alia, Caltanisetta, sopra Catania, scopo ultimo
Messina; la terza, all'estrema destra, comandante Bixio, per Corleone,
Girgenti, Catania scopo finale Messina; così che, tutte le forze non
avevano che un solo obbiettivo la punta del Faro.
La marcia di queste brigate contribuì moltissimo a sistemare il nuovo
ordine di cose, a sollevare l'elemento liberale e por freno agli insani
tentativi di disordini.
Ma questo consolidamento incontrava ostacoli per il fatto che armi
borboniche occupavano dei punti importanti dell'Isola e tenevano in
soggezione tutta la regione orientale, appoggiandosi su Milazzo e alla
cittadella di Messina.
*
* *
Il Dittatore riserbava a Medici la parte splendida di liberare questa
regione dalle truppe borboniche, e Medici, ricevuti gli ordini, a marcia
forzata occupava Barcellona, quivi giunto, temendo che i regi
fortificati in Milazzo tentassero un colpo per sloggiarlo, avvisava a
tutti i mezzi per fortificarvisi; occupava l'interessante posizione del
fiume Meri; muniva il ponte con due cannoni; distendeva le sue ali di
difesa fino all'altura del villaggio Meri; e tutto preparava alla difesa
della sua posizione per dare tempo all'arrivo di altri rinforzi.
Le truppe borboniche così composte: un corpo di 3500 uomini proveniente
da Messina, altro di 1500 stanziato a Milazzo, altri 2500 che si
aggiunsero provenienti da altre parti dell'isola, erano comandate dal
colonnello Bosco, il quale si trovava in grado di dare aspra battaglia.
Il giorno 17 ebbe luogo un primo fatto d'armi, ostinato e sanguinoso.
Medici si era fortificato presso Carriola al fiume Nocito, ed aveva
occupata la strada di Meri e Milazzo, erigendovi barricate. Bosco pensò
di sloggiarlo, e con forze preponderanti pervenne a passare oltre
Carriola il Nocito; ma ivi s'impegnò un vivissimo combattimento con la
destra di Medici, gagliardemente tenuta dal reggimento Malenchini; tanta
resistenza da questa parte poneva i regi in pericolo di essere tagliati
fuori della loro linea, per cui Bosco spinse altri battaglioni verso le
barricate; il combattimento fu accanito, ma Medici per venirne a capo,
lanciava contro le truppe borboniche un battaglione della riserva e i
nostri alla punta della baionetta ricacciavano i regi dentro Milazzo. Le
truppe comandate dal Malenchini combatterono sotto gli occhi di Medici
assai valorosamente.
Il generale Garibaldi avvisato a Palermo della resistenza che incontrava
Medici s'imbarcava con un buon rinforzo. Sbarcato a Patti corse innanzi
solo, al quartiere generale di Medici. Vi arrivò il 19 e vi trovò anche
il Cosenz.
Calcolando il generale che i rinforzi sbarcati a Patti sarebbero
arrivati il 20 sul luogo del combattimento, decise di dare battaglia e
d'investire Milazzo.
La mattina del 20 alle 5 il generale Medici divideva le sue truppe in
due colonne, ciascuna di quattro battaglioni, una sotto il comando di
Simonetta, l'altra sotto quello di Malenchini.
Deciso il combattimento Garibaldi ordina che il Malenchini per la strada
di Santa Marina si porti ad assalire senz'altro la sinistra del nemico;
dà incarico al Medici di avanzare col reggimento Simonetta e il
battaglione Gaeta per la strada di San Pietro spingendosi col centro e
colla destra contro la città; affida a Nicola Fabrizi d'occupare con una
legione di siciliani la strada di Spadafora per antivenire ogni sorpresa
di un'eventuale sortita del presidio di Messina; delibera infine che la
colonna Cosenz, già partita fin dall'alba da Patti e rinforzata dal
battaglione Dunn e da quello del Guerzoni, lasciati a guardia di Meri,
formino la riserva.
Alle 5 del mattino tutti erano in moto; il Malenchini alle 7 aveva già
aperto il fuoco presso San Papino; anche il Medici attaccava il nemico
al di là di San Pietro e il combattimento si accese, accanito su tutta
la linea. I garibaldini si spingono verso Milazzo, ma la loro sinistra
appoggiata al mare, trovò tale resistenza nei regi nella strada di San
Pepino e tale fuoco d'artiglieria dal forte e dalla batteria portata
dietro i canneti, che furono obbligati a ripiegare.
Ad accrescere lo scompiglio nelle giovani schiere dei volontari,
concorse la cavalleria nemica che irruppe furiosamente sui nostri,
sbaragliandoli. Comandava questa colonna il colonnello Malenchini che,
potentemente coadiuvato dai suoi bravi ufficiali, faceva sforzi eroici
per riordinare i suoi e ricondurli alla pugna; chi si distinse per
ardire insuperabile fu il Tommasi, che venne promosso tenente sul campo
di battaglia.
Mentre questo avveniva sull'ala sinistra, Medici spingeva tre dei suoi
battaglioni ed uno di Carabinieri genovesi verso il fiume Nocito;
investiva i molini dove i regi eransi fortificati e tentava
d'impadronirsi della lingua di terra che congiunge Milazzo con
l'interno, e così girare alle spalle del corpo napoletano e tagliar
fuori di Milazzo il Bosco; ma anche questo tentativo incontrò
un'energica resistenza, perchè il Bosco da quel lato aveva spinto il
maggior nerbo delle sue forze; si combatteva uno contro tre, senza
contare la mitraglia che, da dietro grandi siepi di fichi d'India,
faceva strage dei nostri.
Medici riconosce la gravità della posizione e, da quell'eroe che era,
decide d'avventarsi contro il cannone che faceva strage dei suoi e
d'impossessarsene. «Meglio perire nell'arrischiata impresa, che vedere
così sacrificati i miei soldati». Con questo pensiero raduna quanti più
può dei suoi e si lancia in mezzo al fuoco nemico, ma nei primi passi
gli cade morto il cavallo e al fianco suo è colpito da palla fredda il
Cosenz, tanto da rimanerne tramortito; riavutosi tosto e circondato dai
suoi valorosi compagni, riprende impavido il combattimento.
Garibaldi, accortosi del pericolo che correvano i suoi cari compagni,
riunisce intorno a sè Missori, Statella e quanti trova sotto mano e si
lancia al soccorso; il cavallo di Garibaldi è ferito e non sente più il
freno; il tacco di un suo stivale è portato via da una scheggia; è
obbligato a smontare dal cavallo; accanto a lui in quel momento cadeva
mortalmente ferito il maggiore Breda; a Missori è pure ucciso il
cavallo; anche Garibaldi vede che per spuntarla bisognava ad ogni costo
impadronirsi del cannone che faceva strage, e dà gli ordini necessari;
si lancia alla testa dei suoi e il cannone è preso e trascinato nelle
proprie linee.
Allora la fanteria napolitana, che in quella giornata combattè
valorosamente, apre i suoi ranghi e dà il passo ad una furiosa carica di
cavalleria che s'avventa sui nostri come un turbine per riprendere il
pezzo; le squadriglie siciliane giunte allora da Patti entrano in
combattimento e con una formidabile scarica fermano l'impeto dei
cavalieri; l'ufficiale che comandava la cavalleria è esso pure obbligato
ad arrestarsi da Garibaldi che aveva preso la briglia del cavallo;
l'ufficiale mena un fendente, ma Garibaldi para il colpo e con una
pronta risposta gli taglia la gola; i napoletani assalgono Garibaldi; si
combatte corpo a corpo; Missori scarica quanti colpi ha nel suo revolver
ed uccide quanti tentano appressarsi al generale; Statella lo difende a
colpi di sciabola, dando così tempo ai garibaldini di accorrere al
soccorso.
Ma gli ostacoli sono insuperabili; gl'immensi canneti e le boscaglie di
fichi d'India sparsi su quella riva impedivano ai garibaldini di far uso
delle baionette, terribile arma loro prediletta, e favorivano i tiri
dell'artiglieria borbonica. Per fortuna in quel momento apparve nella
rada un vapore con bandiera italiana. Era la corvetta napoletana «La
Veloce» che il comandante Anguissola, dando primo l'esempio della
rivolta, aveva consegnata a Garibaldi, il quale la battezzava col nome
di «Tuckery» in memoria del prode maggiore ungherese morto alla presa di
Palermo. Il generale, senza perdita di tempo, si fa portare a bordo, e
salito sulla coffa dell'albero di trinchetto domina tutto il teatro
della battaglia; ordina al comandante d'accostarsi a tiro di mitraglia
ed al momento opportuno fa fulminare di fianco le truppe borboniche, e
ne fa strage tale che il nemico è sgominato in brev'ora.
Questo felice diversivo dà tempo al Medici ed al Cosenz di riordinare i
loro battaglioni e prepararsi ad un decisivo assalto.
Garibaldi scende a terra dal Tukery con un manipolo di marinari armati,
si mette alla testa dei suoi e si riprende l'assalto; tutte le riserve
sono impegnate: il maggiore Guerzoni arriva esso pure coi suoi a passo
di corsa; un'ultimo disperato assalto è ordinato, i canneti a sinistra,
il ponte di Curiolo di fronte, le case di destra, terribili strette,
sono tutte superate con indicibile valore; i cacciatori del Bosco
rispondono con un fuoco infernale e recano ai nostri danni non lievi; il
capitano Leardi, dopo aver veduto cadere attorno a sè non pochi dei suoi
valorosi è ferito a morte; il Costa, lo Statella, il Martini, il Cosenz
feriti; ma il nemico è in fuga e dopo del nemico i garibaldini entrano
in Milazzo e i borbonici si rinchiudono nel forte.
La battaglia di Milazzo fu la più sanguinosa tra quelle combattute delle
armi garibaldine nel 1860.
Su quattromila combattenti garibaldini, più di settecento restarono sul
campo fra morti e feriti.
La giornata del 21 passò in entrambi i campi tranquilla, le nostre
truppe riposarono, e quelle borboniche il 22 s'imbarcarono su tre
navigli francesi per essere trasportate a Napoli.
Il 23 arrivavano nelle acque di Milazzo quattro navi da guerra
napolitane; ma visto che i garibaldini erano padroni della piazza si
limitarono ad imbarcare il presidio del Castello; sicchè il Castello,
con cannoni, munizioni ed ogni attrezzo di guerra, rimaneva in potere di
Garibaldi, che vi faceva inalberare la bandiera tricolore.
*
* *
Dopo la presa di Milazzo anche le truppe che occupavano la cittadella di
Messina si arresero.--Tutta la Sicilia era liberata!
Occorreva pensare al passaggio dello stretto ed alla continuazione della
marcia gloriosa per le Calabrie alla capitale del Reame di Napoli, e
primo pensiero del Duce fu quello di nominare comandante militare e
civile di Messina l'illustre patriota Nicola Fabrizi, con suo Capo di
Stato Maggiore il valoroso Abele Damiani.
Questo venerando patriota aveva organizzato a Malta un corpo d'italiani
volontari del quale faceva parte il Pittaluga, che dopo lo scontro
infelice di Grotte, sostenuto dal Zambianchi contro forze superiori
papaline, aveva preso passaggio in un vapore delle _Messaggeries_ per
raggiungere Garibaldi in Sicilia; col Pittaluga erano il Civinini, il
Pedani livornese, ed altri.
Sbarcato il Fabrizi in Sicilia ebbe ordine da Garibaldi di recarsi a
Barcellona per organizzare e prendere il comando dei battaglioni
dell'Etna composti di patriotti siciliani. Il governo civile e militare
di Messina era quindi affidato a buone mani.
Il passaggio sul continente non era cosa delle più facili; bisognava
vincere le difficoltà che venivano dal Ministero in seguito alle
pressioni dell'imperatore dei francesi; bisognava inoltre deludere la
vigilanza della flotta nemica che giorno e notte batteva il mare e
sorvegliava lo stretto senza contare che il Borbone, nonostante le
defezioni, poteva sempre mettere a fronte di Garibaldi un Esercito
organizzato di 100 mila uomini. Era necessario quindi fare uso di quegli
audaci colpi di mano, nei quali Garibaldi era maestro.
Infatti la sera dell'8 agosto egli ordinava al Mussolino, calabrese, di
tentare con un limitato numero di volontari scelti fra i più audaci,
come Missori, Alberto Mario, Vincenzo Cattabeni ed altri valorosi, la
sorpresa del forte Cavallo e la insurrezione della Calabria. La sera
dopo ordinava a Salvatore Castiglia di sbarcare nell'Alta Fiumana con
arditi garibaldini.
Persuaso Garibaldi, dopo quindici giorni di vani tentativi, della
difficoltà del passaggio dello stretto di Messina, causa l'esiguità
delle sue forze, ed avute notizie dal Bertani che in Sardegna stavasi
organizzando una legione di circa 8 mila bene armati sotto la direzione
del colonnello Pianciani, col proposito d'invadere lo Stato Pontificio,
convinto che su Roma si poteva marciare con più sicurezza per la via di
Napoli, deliberava di portarsi egli stesso al Golfo degli Aranci per
assicurarsi il concorso degli ottomila uomini coi quali avrebbe
raddoppiato il numero delle sue forze. Non tardò a mettersi in viaggio
ed appena arrivato si presentò d'improvviso a quella gioventù che
anelava al combattimento; vinse col fascino delle sue parole gli
scrupoli di qualcuno e, preso il comando di quelle truppe, se le trasse
seco in Sicilia.
Date le disposizioni opportune per il governo dell'Isola--nominò
Depretis Prodittatore e partì per Messina.
Prima di lasciare Palermo il Generale emanava l'ordine del giorno
seguente:
Alle Squadre Cittadine!
«A Voi robusti e coraggiosi figli dei campi, io dico una parola di
gratitudine in nome della patria italiana, a Voi che tanto contribuiste
alla liberazione di questa terra, a Voi che conservaste il fuoco sacro
della libertà sulle vette dei vostri monti, affrontando, in pochi e
male armati, le numerose ed agguerrite falangi dei dominatori.
«Voi potete tornare oggi alle vostre capanne colla fronte alta, colla
coscienza d'aver adempiuto ad opera grande! Come sarà affettuoso
l'amplesso delle vostre donne inorgoglite di Voi, accogliendovi festose
nei vostri focolari! e Voi racconterete superbi ai vostri figli i
perigli trascorsi nelle battaglie per la santa causa dell'Italia.
I vostri campi, non più calpestati dal mercenario, vi sembreranno più
belli, più ridenti. Io vi seguirò col cuore nel tripudio delle vostre
messi, delle vostre vendemmie, e nel giorno in cui la fortuna mi porgerà
l'occasione di stringere ancora le vostre destre incallite, sia per
narrare delle nostre vittorie o per debellare nuovi nemici della patria,
Voi avrete stretto la mano di un fratello.
Palermo, 3 giugno.
_G. Garibaldi_.
Il generale Sirtori aveva già assicurati due vapori, il «Torino» ed il
«Franklin», che faceva trovar pronti nel porto di Taormina. Senza
perdita di tempo, appena arrivato a Messina, Garibaldi ordina a Bixio,
che tanto aveva sospirato quel comando, di mandare tutta la sua gente a
Taormina (circa 4000 uomini) e d'imbarcarla sui due piroscafi. Bixio,
che tutto aveva approntato per il passaggio dello Stretto, imbarcate le
sue truppe, monta sul «Torino»; Garibaldi, arrivato in carozza da
Messina, sale sul «Franklin» e nella notte del 19 di agosto, levate le
ancore partono per la Calabria, ed allo spuntar dell'alba del 20 i due
vapori si accostano a Melito tra Capo dell'Armi e Spartivento.
Disgraziatamente nel prendere terra il «Torino» rimaneva arenato, ma non
per questo venne ritardato lo sbarco a terra delle truppe garibaldine
che fu effettuato senza contrasto; solo più tardi le navi da guerra
napolitane in crociera se ne accorsero e presero a bombardare il
«Torino» vuoto.
Bisognava impadronirsi con un colpo di mano di Reggio; e senza esitare
il generale Garibaldi ordina di muovere all'assalto, e la sera del 20 i
garibaldini ripresero la marcia. Ad una certa distanza dalla città il
Generale faceva obbliquare a destra e per sentieri remoti, evitando gli
avamposti nemici appostati sullo stradale, e guidato dal colonnello
Plutino si avvicinava alla piazza. Fatti riposare i volontari e disposto
che la divisione Bixio dovesse assalire dalla parte di destra e quella
di Eberhardt da sinistra, dopo forte resistenza i nostri
s'impadroniscono della città ed obbligano i Regi a rinchiudersi nel
Castello.
A Garibaldi importava d'impossessarsi del Castello, perchè aveva avuto
notizia che una forte colonna nemica, comandata dal generale Briganti,
marciava su Reggio. Fortunatamente la comparsa di Missori, coi suoi
reduci dall'impresa del Forte Cavallo, fece credere ai Napoletani che
erano rinchiusi, di essere accerchiati, per cui alle prime fucilate
piovute dall'alto domandarono d'arrendersi.
*
* *
Questo è l'ordine del giorno che il generale Garibaldi aveva mandato
alle sue truppe prima che si accingessero al passaggio del Faro.
Messina, 9 agosto 1860.
«Il maggior Casalta d'Ornano, della divisione Cosenz si dirigerà da
questo porto di Torre di Faro per sbarcare sulla costa di Calabria tra
Ragnore e Scilla.
«Egli comanda il suo battaglione e più un distaccamento del battaglione
Fazioli. La sua missione è di propagare l'insurrezione contro il
Borbone di Napoli ed il suo programma è quello dell'Italia e Vittorio
Emanuele.
«Chiederà del colonnello Mussolino, lo cercherà e procurerà di
coadiuvarlo in qualunque emergenza, siccome lo stesso Colonnello
coadiuverà lui.
«Si manterrà possibilmente vicino al quartiere Generale, che terrà
informato di qualunque cosa utile alla causa nazionale ed al servizio.
«Procurerà di tagliare le comunicazioni del nemico sullo stradale di
Reggio e Napoli, impossessandosi dei suoi convogli, dispacci ecc.
«Occuperà il nemico instancabilmente mediante distaccamenti, in varie
direzioni, per ingannarlo sulla sua vera situazione.
«Ubbidirà ai Colonnelli Mussolino e Missori soltanto nel caso che questi
colonnelli dovendo operare sul nemico lo richiedessero del suo concorso;
egli parteciperà queste istesse istruzioni ai Colonnelli suddetti.
«Sopratutto egli farà ogni sforzo per cattivarsi l'amicizia delle
popolazioni ed impedire qualunque prepotenza delle sue truppe contro le
stesse.
«Infine l'Esercito Meridionale confida che l'onore delle armi italiane
riceverà nuovo lustro dal coraggio, capacità e patriottismo del maggiore
Casalta.
_G. Garibaldi._
I risultati della presa di Reggio furono di grandissima importanza;
Garibaldi si rendeva padrone di buon materiale da guerra e acquistava
per base d'operazione sul continente una piazza di grande rilievo.
La vittoria di Reggio era ben presto coronata da altra pure
importantissima e decisiva. Nella notte dal 21 al 22 il generale Cosenz,
imbarcata sopra la flottiglia del Faro la sua divisione, i Carabinieri
Genovesi, e la Legione estera, riusciva ad approdare su la spiaggia
calabrese nelle vicinanze di Scilla, mettendosi così alle spalle della
forte brigala Briganti, accampata presso San Giovanni.
Avuta notizia del fortunato sbarco di Cosenz a Scilla, il generale
Garibaldi si mosse senza indugio con tutti i suoi da Reggio, ove
lasciava il colonnello Plutino con una colonna di patriotti calabresi,
per prendere fra due fuochi i Borbonici, comandati dal Briganti e dal
Melendez. Le mosse dei garibaldini furono così ben combinate che
riuscirono a circuire le forze regie, tantochè Garibaldi, serrandole
d'appresso e sicuro del fatto suo, intimava la resa. Allora si videro
novemila uomini d'ogni arma, ricchi d'artiglieria e d'ogni attrezzo di
guerra, abbassare le armi, dopo debole resistenza, innanzi a seimila
garibaldini quasi sprovvisti di tutto. Però nel breve combattimento
sostenuto dal Cosenz nel prendere terra nelle vicinanze di Scilla, dopo
di essere sfuggito miracolosamente alla flotta borbonica in crociera, si
ebbe a deplorare una preziosissima perdita, quella di Paul De Flotte,
deputato all'Assemblea repubblicana francese, il quale erasi unito ai
Mille col Locroix, col Dumas e con altri fratelli di Francia, venuti a
combattere per la libertà ed unità d'Italia; perdita dolorosissima per
tutti, ma particolarmente per Garibaldi, che così ne scrisse al Bertani,
in forma d'ordine del giorno del 24 agosto:
«Abbiamo perduto De Flotte! gli epiteti di bravo, di onesto, di vero
democratico sono impotenti per esprimere tutto l'eroismo di quest'anima
incomparabile!
«De Flotte, nobile figlio della Francia, era uno di quegli esseri
privilegiati che un sol paese non ha diritto di appropriarsi; no, De
Flotte appartenne all'umanità intera; giacchè per lui la patria era
ovunque un popolo sofferente e curvo si rialzava per la libertà.
«De Flotte morto per l'Italia, ha combattuto per essa come avrebbe
combattuto per la Francia.
«Quest'uomo illustre è un legame prezioso per la fratellanza dei popoli
che attende l'avvenire dell'Umanità. Morto nei ranghi dei Cacciatori
delle Alpi, egli era, come molti dei suoi bravi concittadini, il
rappresentante della generosa Nazione, che si può arrestare un momento,
ma che è destinata a marciare in avanguardia dell'emancipazione dei
popoli e della civiltà del mondo.