Sciogliere l'esercito sarebbe stato lo stesso che aprire le porte alla
rivoluzione; il governo pontificio dovette scegliere la guerra.
Dopo la giornata del 1859 nella quale le truppe pontificie comandate dal
generale Schmidt espugnarono Perugia commettendovi fatti atroci, Cortona
era divenuta il centro dei nuovi preparativi insurrezionali nel
limitrofo Stato romano. Emigrati perugini, come il Danzetta, il conte
Ansidei, il Pompili ed il Massarucci vi avevano preso stanza e vi
tenevano adunanze di patrioti; v'interveniva anche il Gualterio che
aveva preso parte al movimento del 27 aprile in Toscana. Questi, assieme
al Diligenti, si recava a Torino dal conte di Cavour per stabilire
accordi per una prossima sollevazione dell'Umbria.
Gli accordi furono questi: il Danzetta ed il Massarucci con altri
patrioti ed amici dovevano preparare una sollevazione nel punto che essi
avessero creduto il migliore per l'8 o 9 di settembre. Il Diligenti
venne incaricato di intendersi coi patrioti Toscani vicini alla
frontiera perchè si riunissero in armi a Chiusi il giorno 7 e di là
corressero a prestare man forte ai sollevati dell'Umbria; il Diligenti
per questo s'intese anche coi liberali livornesi e tutto era stabilito.
Cento patrioti dell'eroica città di Perugia, dei quali erano capi
Ugolini conte Galeazzo e Manni Gaetano, uscirono dalla città, si
diressero all'osteria dell'Ellera, poco distante, ove trovarono ordine
di recarsi a Chiusi per concretare le operazioni da farsi; durante il
cammino incontrarono una squadra di gendarmi, impegnarono la lotta, ne
uccisero alcuni e fecero gli altri prigionieri.
A Todi ed a Terni altri patrioti dei quali era alla testa il conte Alceo
Massarucci erano pronti pel movimento; e l'8 di settembre i patrioti che
il Massarucci aveva radunati si mettevano in marcia; erano circa 400
mandati dal Massarucci, dal Theodoli Mario, da Baldoni Giuseppe, e da
Colacicchi di Todi; luogo di convegno era l'altura di Allerona; vi
arrivarono alle 11 della notte del 9 ove trovarono i volontari condotti
dal Danzetti e dal Bruschi. A Chiusi aveva preso il comando di altri 300
volontari, il colonnello Masi e ne aveva formata la legione alla quale
aveva dato il nome dei Cacciatori del Tevere. Partito il Masi da Chiusi
si diresse su Città della Pieve, ove nominava un governo provvisorio.
Giungevano da Chiusi altri 150 volontari condotti dal capitano Giuseppe
Baldini. Il giorno 10 il colonnello Masi, arrivava al convento di S.
Lorenzo ove erano adunati i volontari dell'Umbria e prendeva il comando
del corpo di circa mille uomini.
Fu deciso di marciare su Orvieto e, colle intelligenze che si avevano
nell'interno, impadronirsi della città di notte e di sorpresa. Il
colonnello riunita la colonna nel piazzale del convento di S. Lorenzo,
con voce vibrata disse parole patriottiche agli adunati chiedendo a
tutti abnegazione e valore; tutti lo giurarono. Divise quindi le forze
in due colonne, una la prese con sè e si diresse al nord della città
d'Orvieto, con la speranza che gli amici interni gli aprissero la porta
da quel lato della città come era convenuto, l'altra colonna sotto il
comando del capitano Liborio Salvatori si diresse dalla parte sud della
città, su quel cono di tufo alto ed inaccessibile, nel mezzo della
spianata del quale sorgono le mura dell'antica Orvieto.
Erasi convenuto con i liberali orvietani che verso la mezzanotte
avrebbero fatto scendere una scala di corda per la quale i volontari da
fuori sarebbero ascesi sulle mura. All'ora stabilita la scala era al
posto; primo a montarvi fu il coraggioso Delbontromboni Giovanni di
Crevalcore, già caporale dei finanzieri pontifici; altri lo seguirono;
nel salire assai faticoso, disgrazia volle che i fucili di quei bravi
urtassero e facessero rumore; già il bravo Delbontromboni stava per
arrampicarsi sulla sommità delle mura, quando una voce gridò; «Chi
vive?» alla risposta «Roma» seguì una detonazione che fu susseguita da
altre; la scala venne abbandonata da coloro che la tenevano e i
volontari che vi erano saliti, sbattendo violentemente contro il tufo,
precipitarono nel fossato. Il tentativo era fallito e la colonna dovette
ritirarsi a S. Lorenzo, ove prima del giorno faceva pur ritorno il
colonnello Masi, essendogli fallito anche il tentativo dell'apertura
della porta al nord della città.
L'audace tentativo non andava però perduto; il giorno seguente le
autorità cittadine guidate dal conte Piccolomini, assecondate dal popolo
orvietano tutto assembrato, si presentavano al legato del Papa monsignor
Cerruti chiedendo si aprissero le porte alle truppe nazionali e si
evitassero conflitti.
Il delegato, dopo breve indugio, accordava la resa e dava incarico per
l'esecuzione alla rappresentanza comunale; così i cacciatori del Tevere
entravano in Orvieto dalla parte della Rocca, mentre i papalini ne
uscivano dalla porta Romana.
La sera del 17 settembre i cacciatori incolonnati prendevano la via di
Bagnorea preceduti da ardita avanguardia comandata dal tenente marchese
Mario Theodoli. Arrivata la colonna a Bagnorea dopo breve sosta, riprese
la marcia per Cellino e Montefiascone; si sperava di arrivare al paese
di sorpresa, ma a tre chilometri distanti alcuni uomini dell'avanguardia
mandati avanti dal Theodoli ad esplorare, s'imbatterono in una pattuglia
di gendarmi a cavallo; altri a piedi seguivano a distanza; gli uomini
dell'avanscoperta aprirono il fuoco: i carabinieri a piedi che si
trovavano a distanza si misero in fuga, quelli a cavallo che erano già
sopra ai nostri furono fatti prigionieri. Ma i fuggiti avevano dato
l'allarme e la sorpresa non fu più possibile.
Una compagnia di pontifici (belgi) si fece avanti per arrestare
l'avanguardia dei cacciatori comandati dal Theodoli, ma i nostri, fatta
una scarica, e sorretti dal corpo del Masi sopraggiunto di corsa,
attaccano i belgi alla baionetta, li mettono in fuga e con essi
entravano a Montefiascone, mentre i papalini fuggivano dalla parte
opposta per la via di Viterbo.
Il giorno 20 settembre la guarnigione pontificia avendo abbandonato
Viterbo, una deputazione cittadina veniva ad invitare Masi ad entrarvi,
ed alle 5 pomeridiane dello stesso giorno i nostri erano a Viterbo. Il
24 i cacciatori del Tevere occupavano Civitacastellana e Corneto.
Il 2 di ottobre i cacciatori lasciata Civitacastellana giunsero parte a
Rignano Flaminio, altri a Castelnuovo di Porto e una colonna a Fiano
Romano; il 5 tutta la colonna transitava sulla sinistra del Tevere e nel
pomeriggio arrivava a Poggio Mirteto, città delle più patriottiche.
Presavi stanza il colonnello Masi spediva il Diligenti ed il Massarucci
al generale Brignone in Terni per sapere se poteva proseguire il suo
movimento verso Roma e quali erano le intenzioni del Governo.
I due patrioti venivano incaricati dal generale di fare sapere al
colonnello Masi che ogni speranza di andare a Roma era svanita e che
ordine perentorio eravi di sgombrare dal così detto patrimonio di S.
Pietro.
Fu forza al Masi di ubbidire e l'8 di ottobre non restava un volontario
sulla sinistra del Tevere. I cacciatori del Tevere si erano ridotti a
Montefiascone diretti per Orvieto, da dove avevano mossi i primi passi
pieni di ardire e di speranze; il 20 dovettero abbandonare anche
Orvieto!
In seguito i cacciatori del Tevere formati in due battaglioni, sotto gli
ordini del colonnello Masi, poterono rendere segnalati servigi al paese
combattendo il brigantaggio che nell'Ascolano e negli Abruzzi
perpetravano atrocità inaudite specialmente in Collalto, segnalandovisi
in modo particolare il capitano Marchese Mario Theodoli che si meritava
promozioni ed onoreficenze; vi si distinsero pure il tenente Giulio
Silvestri ed il più giovane fratello Annibale sottotenente, romani.
*
* *
Per liberare l'Umbria dai mercenari del papa comandati dal famoso
generale Schmidt, fu dato incarico al generale Fanti, comandante del 5º
corpo, il quale formò il piano seguente:
1º Impadronirsi di Perugia come base d'operazione;
2º Marciare compatti su Foligno, centro delle comunicazioni dello Stato
pontificio con l'intento d'assicurare per ogni evento la congiunzione
col 4º corpo, comandato dal Cialdini;
3º Da Foligno rivolgersi su Spoleto o su Ancona secondo le mosse di
Lamoricière.
Il generale De Sonnaz con la brigata granatieri di Sardegna ed altre
truppe sussidiarie, bersaglieri, artiglieria, cavalleria e genio, doveva
occupare Perugia. La mattina del 14 settembre investiva la piazza murata
e alle ore 9 la colonna di destra comandata dallo stesso generale De
Sonnaz, sfondava la porta S. Antonio e coi bersaglieri in testa,
comandati dal colonnello Pallavicini, entrava in città. Mentre questo
avveniva a destra, i granatieri di Sardegna a sinistra sfondata la porta
Santa Margherita entravano essi pure trionfanti in Perugia. Il generale
Schmidt che si era ritirato nel forte, alle 6 pomeridiane capitolava.
Così per le eccellenti disposizioni tattiche prese dal generale De
Sonnaz e pel valore delle nostre truppe si ebbe espugnata
l'importantissima piazza di Perugia e si arrendevano prigionieri 1700
ponteficii con sei pezzi d'artiglieria e la bandiera del 2º reggimento
estero.
*
* *
Nelle Marche le cose andavano così:
L'8 settembre Urbino insorgeva e fugati i gendarmi pontificii, abbattuti
gli stemmi del governo papale proclamava l'unione all'Italia sotto la
dinastia di Savoia; Fossombrone ne seguiva l'esempio innalzando il
vessillo tricolore. A tale notizia il generale Lamoricière mandava
ordine al Di Curten di ridurre a servitù le ribellate città. Il giorno
11 Fossombrone veniva violentemente assalita da una forte colonna di
mercenari, i quali sorpresa la città vi rinnovarono le scelleratezze e
gli eccidî che funestarono la patriottica Perugia; non ebbe il _prode_
Di Curten l'ardire di assalire Urbino, ove lo attendevano in armi i
generosi cittadini rafforzati da 800 volontari accorsi in loro soccorso
dalle terre vicine, risoluti all'estrema resistenza.
Nè, nella baldanza brutale di quell'orgia sanguinaria, ardiva di muovere
su Pergola che erasi pure sollevata con grande entusiasmo e si sosteneva
con vigoroso ardimento, ispirato coll'esempio dai patriotti G. Batt.
Jonni e Ascanio Ginevri.
Per tutte le Marche il Lamoricière aveva fatto proclamare lo stato
d'assedio e le scorazzava terrorizzando le popolazioni con atti feroci.
Al Cialdini, a cui il governo del Re aveva dato l'incarico di liberare
le Marche da tanto flagello, era imposto il dovere di accelerare le sue
mosse per cogliere il nemico disseminato e sconfiggerlo prima che avesse
potuto raccogliersi.
Il mezzogiorno del 11 settembre una brigata di cavalleria e tre
battaglioni di bersaglieri, divorata la via, accerchiavano la città di
Pesaro.
Il Cialdini mandava un parlamentario coll'intimazione della resa, ma
essendo stata questa respinta, l'artiglieria, che appena arrivata aveva
preso posizione, apriva il fuoco contro porta Rimini e porta Cappuccini.
Dopo un'ora di cannoneggiamento i nostri bravi bersaglieri entravano in
città per le porte sfondate.
La guarnigione mercenaria erasi riparata nel forte coll'intendimento di
resistere; ma il giorno di poi dopo un vivacissimo fuoco della nostra
artiglieria piazzata sul colle di Loreto, inalberava bandiera bianca e
si arrendeva a discrezione.
Il giorno 12 i nostri s'impadronirono di Fano e la mattina del 13
riprendevano la marcia per Ancona.
Il 14 si volle dare un po' di riposo alle truppe a Senigallia, ma,
saputosi che la colonna del generale Di Curten si trovava sulle alture
di S. Angelo, il bravo generale Leotardi ordinava al brigadiere Avogadro
di Casanova di muovere subito ad attaccarli e questi, con due
battaglioni della brigata Bergamo e coi Lancieri di Milano, verso le 2
pomeridiane assaliva il nemico vigorosamente e lo sbaragliava, facendo
buon numero di prigionieri.
Nella notte del 14 il generale Cialdini veniva informato che il generale
Lamoricière si dirigeva per la Valle del Chienti a marcie forzate verso
Ancona con circa 4000 uomini e che era seguito, ad un giorno di
distanza, dal general Pimodan colla 2ª brigata di circa 5000 uomini; e
gli si riferiva pure che avrebbe passata la notte del 15 a Macerata.
Da Macerata per Ancona il Lamoricière poteva percorrere tre strade; la
1ª, più breve e più diretta, discende in Val di Potenza, passa questo
fiume, sale a Monte Casciano e per Monte Fiore procede per Osimo e di
là ad Ancona; la 2ª che, dopo passato il fiume Potenza segue il
versante a maestro di questa valle mette a Recanati, sale a Loreto e per
la Valle di Musone va alle Crocette di Castelfidardo e ad Ancona; la 3ª
segue la cresta delle colline fra Potenza e Chienti, per Monte Lupone e
Monte Santo sbocca alla spiaggia, varca il fiume Potenza presso la foce,
viene a Porto Recanati e per Camerano va ad Ancona.
Il generale Cialdini al mattino del 16 fece occupare un'eccellente
posizione fra Osimo e Jesi, spingendosi fino a Castelfidardo.
Per trarre in inganno il Lamoricière sulle sue intenzioni il Cialdini
mandava nel cuore della notte del 15 uno squadrone di lancieri a
Filottrano, con incarico di ordinare perentoriamente pel mattino
seguente 24,000 razioni di pane per l'esercito, il quale doveva
attraversare il paese diretto per Macerata. Invece, nella stessa notte,
i due battaglioni 11º e 16º che colla brigata Como avevano occupato
Torre di Iesi, si portavano a passo accelerato accompagnati da una
sezione d'artiglieria, ad occupare la forte posizione di Osimo.
Il Lamoricière arrivò il 15 a Macerata ed il 16 a Loreto, ove il 17 lo
raggiunse la colonna Pimodan.
Soltanto il Musone separava i due eserciti; il generale Cialdini aveva
dovuto disporre le sue truppe in modo da parare contemporaneamente a due
attacchi, convergenti ma provenienti da direzioni opposte, e cioè da
Loreto e da Ancona. A tale intento, aveva occupate le colline che
dividono il Musone dall'Esino, e si protendono digradando verso il mare
fin presso la confluenza dei fiumi. L'ordine di battaglia delle truppe
italiane aveva quindi due fronti, l'uno rivolto al nord, verso Ancona e
disteso dal ponte delle Ranocchie, per S. Biagio, la Badia e San
Rocchetto, alle Crocette: l'altro, rivolto al sud, verso Loreto, dalle
Crocette, per Campanari, Castelfidardo, S. Solino ad Osimo. Quest'ultimo
era il più forte, come il più potente era il capo pontificio al quale
doveva opporsi.
Il Lamoricière, che aveva per obbiettivo Ancona, comprese subito che per
raggiungerlo gli era necessario d'impadronirsi della linea di colline
che riunisce l'Esino al Musone e più che altro, del poggio che fa
culmine al Monte Oro ad oriente delle Crocette. Divise perciò il suo
corpo in due colonne: l'una forte di cinque battaglioni, tre squadroni e
12 cannoni guidati da Pimodan, che, con una conversione a sinistra
doveva sloggiare le truppe italiane dalla suindicata posizione; la
seconda, sotto il proprio comando, forte di quattro battaglioni, riparti
di cavalleria e 4 pezzi, doveva attaccare da destra.
Alle ore 9,30 del 18, l'avanguardia pontificia, carabinieri e svizzeri,
urtò contro i primi avamposti italiani sulla destra del Musone.
L'estrema punta dell'ala sinistra italiana era formata da bersaglieri,
ossia dal 26º battaglione, e di una compagnia del 12º, ed occupava col
grosso il poggio e col resto il piano inclinato antistante, circoscritto
a Nord-Est dall'Aspio ed a Sud dal Musone. Due grosse case coloniche si
ergevano in quello spazio, l'una nel piano, l'altra a mezza costa.
Il combattimento si accese innanzi alla casa di sotto, che le cinque
compagnie di bersaglieri raccoltesi là intorno, difesero valorosamente
contro tre battaglioni pontifici, carabinieri e svizzeri, il primo
cacciatori indigeni ed i zuavi franco-belgi con due cannoni; dopo
accanitissima resistenza, soprafatti dal numero, i bersaglieri
ripiegarono alla casa di sopra, che egualmente tennero con tenacia e che
pur dovettero sgombrare. Ma, accorsi a sostegno, prima due e poi due
altri battaglioni del 10º reggimento fanteria con due cannoni, dopo
pugna ostinata le due case vennero riprese; ed invano varcarono il
Musone e si schierarono in battaglia gli altri due battaglioni del
Pimodan, che vi perdeva la vita, ed i quattro della colonna Lamoricière
con tutta la loro artiglieria. Queste truppe non ressero a lungo al
fuoco delle truppe italiane e si ruppero, sbandandosi quali verso
Loreto, altre verso Recanati; mentre alcuni piccoli drappelli si
diressero verso Umana. Riuscì a pervenire in Ancona solo il generale
Lamoricière con pochi dei suoi, deludendo la vigilanza dei nostri.
Alle 2 del pomeriggio il combattimento era cessato.
Dalla parte di Ancona tuonava il cannone. Fin dalle 8 di mattina la
flotta aveva aperto il fuoco contro la piazza, danneggiando le opere di
Monte Cardetto e di Monte Marano; verso sera si ritrasse al largo avendo
raggiunto il suo scopo, cioè quello di distogliere il presidio della
piazza dal portare soccorso ai combattenti di Castelfidardo.
Il giorno 19 fra il generale Cialdini ed il colonnello Coudenhoven venne
stabilito che i pontificii avrebbero deposte le armi in presenza delle
truppe italiane. Si arresero circa 5000 pontificii, con 150 ufficiali;
11 cannoni, cassoni e carri di artiglieria caddero nelle mani del
vincitore.
Così ebbe termine la battaglia di Castelfidardo colla vittoria delle
armi italiane.
*
* *
Il giorno 20 il generale Cialdini diede le disposizioni per un largo
blocco intorno ad Ancona, in aspettativa della sua 13ª divisione e del
5º corpo che distava di poche marcie.
Il giorno 23 il generale Fanti riconobbe la piazza dal lato di mare e
presi concerti coll'ammiraglio Persano dichiarò il blocco serrato di
terra e di mare; sbarcò il parco d'assedio nella grossa spiaggia di
Numana e dispose il completo investimento della piazza.
Dalla parte di terra l'obbiettivo principale era quello di Monte
Gardetto, dal qual forte si poteva comandare e battere tutte le altre
difese della piazza; per raggiungere tale obbiettivo era necessario
impadronirsi delle posizioni fortificate di Monte Pelago e Monte Pulito,
onde impiantarvi le batterie per battere la Lunetta di S. Stefeno e
Monte Gardetto.
Il generale Fanti ordinava pertanto che si concentrassero vivissimi
fuochi d'artiglieria sulla Cittadella e sul campo trincerato, e
comandava che si prendessero di viva forza la lunetta di Monte Scrima e
il Lazzaretto.
Il giorno 24 si apriva il fuoco contro le opere esterne della piazza.
Dalla sua parte Cialdini radunati su Montagnolo 12 pezzi rigati
investiva la Cittadella e il forte Scrima, che fu dovuto abbandonare
dalle truppe pontificie e subito occupato dai nostri. Il giorno 25 il
generale Cadorna vi piantava la 4ª batteria e con essa apriva il fuoco
contro il Lazzaretto, dal quale si voleva sloggiare il nemico.
Il giorno 26 fu deciso dal Fanti l'attacco al Monte Pelago. La brigata
Bologna, condotta dal brigadiere Pinelli, si slancia col più grande
vigore sulla posizione, unitamente al 23º e 25º battaglione bersaglieri,
e nonostante la fitta grandine di palle di carabina e di mitraglia dei
cinque pezzi ivi piazzati, i nostri bravi continuano la loro corsa;
ufficiali e soldati gareggiano a chi prima porrà il piede sul parapetto
nemico; in un baleno superano gli spalti, saltano nel fosso,
s'arrampicano sui parapetti e la bandiera del 39º reggimento sventola
sul culmine del forte: i mercenari sono messi in piena fuga.
I nostri bravi soldati inebbriati dalla vittoria inseguono il nemico,
scalano i parapetti della seconda lunetta e v'impiantano la bandiera del
40º reggimento impossessandosi di altri due pezzi.
Monte Pulito viene occupato dal 39º reggimento che vi si stabilisce.
Si dà allora alla squadra il segnale di aprire il fuoco e questa assale
con le sue bordate il Gardetto e il Forte dei Capuccini, che ne vengono
gravemente danneggiati.
Nella notte del 26 essendosi ultimati i lavori del forte Scrima, e
piazzatavi una batteria d'obici ed altra di pezzi rigati sulla sinistra,
al far del giorno tutti questi pezzi aprirono il fuoco contro le
posizioni fortificate della piazza. Intanto il generale Cialdini
ordinava al 7º battaglione bersaglieri, comandato dal capitano Brunetta,
sotto la direzione del suo capo di stato maggiore tenente-colonnello
Piola, di occupare rapidamente Borgo Pio. Il battaglione si slancia
risolutamente, e cacciati i posti nemici lo occupa provvedendo subito
alle opere di prima difesa; verso sera due altri battaglioni di
bersaglieri il 6º e il 12º rinforzarono il 7º e occupano solidamente
quel borgo.
Alle ore 8 del 27 il 6º battaglione dei bersaglieri ebbe l'ordine
d'impadronirsi del Lazzaretto; sotto un fuoco micidiale questi bravi si
lanciano all'ardita impresa; una barca serve da ponte nello stretto
canale che isola il Lazzaretto.
Il primo plotone accompagnato da un drappello di zappatori procede sotto
un fuoco vivissimo all'atterramento della porta; ma il sottotenente
Ferrari Luigi si slancia entro il ridotto per una cannoniera seguito dai
suoi bersaglieri, e, cadendo all'improvviso sul nemico, facilita la
apertura della porta; in un'ora l'intero battaglione si stabiliva al
Lazzaretto, impossessandosi di 3 pezzi e facendo prigionieri 3 ufficiali
ed i soldati che lo presidiavano.
Il giorno 28 e la notte fra il 28 al 29 le truppe piemontesi si
occuparono nel piantare a 400 metri dalle mura, nuove batterie. Il
Lazzaretto era stato rinforzato da altre truppe, ma vedendo il generale
Fanti che le batterie del Molo e quella della Lanterna lo avevano preso
di mira e lo fulminavano, dava ordine al contrammiraglio Persano di
attaccare quelle batterie e farle ad ogni costo tacere.
Il Persano corrispose prontamente all'invito del Fanti. Ad un'ora
pomeridiana la Piro-fregata «Vittorio Emanuele» si abbozzava a 500 metri
di distanza dalla batteria Casamatta della Lanterna; le Piro-fregate
«Governolo» e «Costituzione» assecondarono la «Vittorio Emanuele»
ormeggiandosi a 500 metri di distanza a ponente della Lanterna. Alle due
pomeridiane le manovre erano eseguite sotto il fuoco delle batterie
della piazza; senonchè il vento forte che soffiava da scirocco fece
arare gli ancoroti che tenevano abbozzata la «Vittorio Emanuele» la
quale dovette cambiare di posto e per manovrare fu obbligata a mettersi
fuori di tiro. Fu segnalato alla «Carlo Alberto» di prendere il posto
della nave suddetta e questa s'andò ad abbozzare verso le 3 pom. a 200
metri di distanza dalla Lanterna, senza rispondere neppure con un colpo
ai tanti che le piovevano attorno dai forti.
Alle 3 1/2 fatto il tiro di prova questa fregata lanciava tutta la sua
fiancata contro la batteria della Lanterna; che ne aveva rovinato il
piano superiore. «Il Governolo», «La Costituzione» e il «Carlo Alberto»
continuavano a fulminare le batterie del porto.
La «Vittorio Emanuele» rientra in azione e a tutta velocità manovra per
passare ad un tiro di pistola dalla Lanterna; alla temeraria manovra
rimangono pietrificati gli stessi artiglieri delle batterie nemiche; ma,
arrivata la bella fregata all'altezza della Lanterna lancia a bruciapelo
la sua terribile fiancata e come se nulla fosse passa avanti prendendo
il largo per girare di bordo e portarsi a lanciare all'occorrenza
l'altra fiancata; ma non ve ne fu bisogno, perchè ad un tratto si vide
uscire denso fumo dalle cannoniere della batteria e da li a poco si fe'
udire un terribile scoppio e la Lanterna apparve avvolta in una fitta
colonna di fuoco.
Svanito il fumo si vide la batteria ridotta ad un mucchio di macerie,
sotto le quali rimasero sepolti ufficiali e artiglieri. La catena che
sbarrava l'entrata del porto non esisteva più, perchè i pontoni che la
reggevano erano stati affondati dai colpi di cannone delle fregate, per
cui il porto stesso era aperto alla nostra squadra e quindi Ancona
poteva considerarsi perduta per i mercenari papalini.
Alle 4 1/2 cessava il fuoco ed il maggiore Mauri recavasi a bordo
dell'ammiraglio per chiedere un armistizio; ma il Persano rispondeva che
egli non aveva la facoltà di accordarlo e che bisognava trattare col
generale Fanti; senonchè ripugnando al Lamoricière di trattare col Fanti
non mandò alcun parlamentario e quindi il Fanti ordinava che alle 10 di
notte tutte le batterie riaprissero il fuoco. Da due ore i nostri
fulminavano la città, quando fu annunziato al Fanti l'arrivo di un
parlamentario e la resa fu conclusa.
Così poterono fare ritorno in Ancona i patriotti conte Michele Fazioli,
conte Ferdinando Cresci, l'Ornani, l'Albani, i fratelli Gigli, il
Bravura, l'Andreucci, lo Stronati, i fratelli Schellini, l'Andreani e
tanti e tanti altri che per sfuggire alle gravi pene, perfino di morte,
inflitte loro dal _mansueto_ governo dei preti, avevano dovuto
abbandonare la patria e le loro famiglie.
*
* *
Disfatto a Castelfidardo il generale Lamoricière ed entrate le truppe
italiane nella capitale delle Marche, il conte Cavour, sfidando la
collera di qualche potenza europea, chiese al Parlamento subalpino
l'approvazione della sua politica, che era quella di annettere tutte le
provincie italiane, che liberamente avessero dichiarato di voler far
parte della Monarchia Sabauda, ed avutone l'assenso dispose tosto che il
Re stesso si mettesse alla testa dell'Esercito per passare il Tronto.
Già il Re aveva emanato il seguente proclama ai soldati, che stavano per
occupare l'Umbria e le Marche:
Soldati!
«Voi entrate nelle Marche e nell'Umbria, per restaurare l'ordine civile
nelle desolate città, e per dare ai popoli la libertà di esprimere i
propri voti.
«Non avete a combattere potenti eserciti, ma liberare infelici provincie
italiane dalle straniere compagnie di ventura.
«Non andate a vendicare le ingiurie fatte a me o all'Italia, ma ad
impedire che gli odi popolari rompano a vendetta della mala signoria.
«Ora insegnerete coll'esempio il perdono delle offese e la tolleranza
cristiana a chi, stoltamente paragona all'islamismo, l'amor della patria
italiana.
«D'accordo con tutte le grandi potenze, ed alieno da ogni provocazione,
io intendo togliere dal centro d'Italia una cagione perenne di
turbamento e di discordia. Io voglio rispettare la sede del Capo della
Chiesa, al quale sono sempre pronto a dare io, d'accordo colle potenze
alleate ed amiche, tutte quelle guarentigie d'indipendenza e di
sicurezza, che i suoi ciechi consiglieri si sono indarno ripromessi dal
fanatismo delle sette malvagie, cospiranti contro la mia autorità e la
libertà della Nazione.
«Soldati! Mi accusano di ambizione. Sì, ho un'ambizione: ed è quella di
restaurare i principii dell'ordine morale in Italia, e di preservare
l'Europa dai continui pericoli della rivoluzione e della guerra».