Ripari, Giulini, Boldrini

Un ordine di Garibaldi diceva:

«L'organizzazione è la stessa dell'Esercito italiano a cui apparteniamo,

ed i gradi, più che al privilegio, al merito, sono gli stessi già

coperti su altri campi di battaglia.

_G. Garibaldi_»

Prima di lasciare S. Stefano Garibaldi fece formare un'ottava compagnia,

comandante Bassini; della 2ª fu dato il comando a Dezza e l'Orsini ebbe

il comando dell'artiglieria.

In due giorni di viaggio nulla di notevole accadde.

La sera del 10 all'11 maggio il «Piemonte» fatto forza di macchina,

cominciò a lasciarsi indietro il «Lombardo» che camminava due nodi

all'ora di meno, fino a scomparire totalmente dalla vista dei

comandanti, per quanto si fosse fatto attivare maggior combustibile per

mantenersi vicini.

Era certo intenzione del generale Garibaldi di spingersi quanto più

avanti poteva, per scoprire il Marittimo, prima del cadere della notte:

però, se per il «Piemonte», che portava con sè il comandante della

spedizione tutto andava bene, non era così del «Lombardo» che, perduto

di vista il «Piemonte», aveva perduta la sua guida, e non sapeva quale

direzione tenere. Intanto la notte era scesa oscura, e Bixio sul ponte

di guardia, con l'ansietà di chi sente una gravissima responsabilità

pesare sopra di sè, stava assieme con Elia, spiando se da prua si

scoprisse una traccia del «Piemonte». Si era giunti in vista del

_Marittimo_ ed il «Piemonte» non si vedeva. Ad un tratto dal timoniere

si dà l'avviso, che un vapore era in vista dalla parte di poppa; ed

infatti dal lato opposto a quello ove il «Piemonte» era scomparso se ne

scopriva uno, che si avanzava su noi guadagnando rapidamente sul nostro

cammino. Esso aveva, i fanali spenti; questa precauzione (che se era

necessaria per noi, che volevamo passare inosservati, non poteva esserlo

per un _pacchetto postale_ od altro ordinario vapore) fece credere a

Bixio che avessimo a che fare con un naviglio borbonico in crociera;

ordinò quindi che si desse la maggiore velocità alla macchina e che

tutto si approntasse per un arrembaggio, se non fosse stato possibile

evitare il combattimento.

La nave che si supponeva nemica intanto si avanzava sempre più, il che

rendeva impossibile ogni sforzo per non essere raggiunti. Bixio,

raccomandando il silenzio, tutto dispose per l'arrembaggio e per una

pronta ed energica azione pregando Elia di prendere egli stesso il

timone per meglio dirigere l'abbordaggio. Era il vapore giunto a breve

distanza, quando il suono della campana colla quale il generale

Garibaldi era uso comandare le manovre del naviglio, ed al quale Elia si

era abituato nei passati giorni di continua sorveglianza, venne a

colpire le sue orecchie. Lasciò Elia subito il timone ad un marinaio

corse sul ponte di guardia per avvisare Bixio che il vapore che faceva

forza di macchina per raggiungere il «Lombardo» era il «Piemonte», e

tale fu la convinzione che Elia mise in questa asserzione, e tanta era

la fiducia che Bixio aveva nel suo secondo, che ordinò alla macchina di

fermare per attendere l'arrivo del generale; e difatti poco appresso la

voce di Garibaldi si faceva sentire nelle tenebre, ordinando di dirigere

su Marsala!

Verso le nove del mattino il «Piemonte» ed il «Lombardo» erano in

prossimità di Marsala, quando dalla punta di Mazzara si scoprirono tre

legni da guerra borbonici, che si avanzavano rapidamente per tagliare il

cammino alla spedizione ed impedirle l'arrivo in quel porto. A costo di

far saltare le caldaie bisognava fare sforzi di macchina supremi, per

arrivare primi; ed a ciò si riuscì. Il «Piemonte» arrivato avanti il

«Lombardo» sia perchè pescava meno, sia perchè potè rasentare più il

molo, passò liberamente e si accostò al molo stesso, al riparo

dell'antimurale del porto.

Il «Lombardo» invece per il suo maggiore pescaggio rimase in secco a

pochi passi dalla bocca del porto. Messe a mare le imbarcazioni, Bixio

scese tosto a terra per raggiungere il generale, lasciando ad Elia gli

ordini per lo sbarco dei volontari, delle armi e munizioni.

Elia ordinò tosto a Burattini di requisire quante imbarcazioni si

trovavano nel porto, e giunte queste in numero sufficiente, si effettuò

lo sbarco con ordine e prontezza ammirabile. Presa terra la parte dei

Mille che erano sul «Lombardo», scaricate le munizioni e le armi, il

generale Garibaldi mandò ordine ad Elia di uscire dal porto, e procurare

di raggiungere Genova per mettersi a disposizione del Comitato

presieduto da Bertani. Dovevasi ubbidire! ma mentre Elia provava di

trarre dal secco il vapore, obbedendo con dolore agli ordini del

generale, i legni borbonici presero a lanciare delle bordate: sicchè

poco appresso, vedendo che i legni napolitani avevano messe a mare le

imbarcazioni armate e s'avanzavano per impossessarsi dei nostri vapori,

ordinò ai marinari di entrare nelle imbarcazioni, e fatte aprire le

valvole della macchina, perchè penetrasse l'acqua nella stiva, e si

impedisse che il «Lombardo» cadesse preda del nemico, come avvenne poi

del «Piemonte», scesero tutti a terra.

*

* *

È bello, è doveroso il dire che fu ammirevole l'accoglienza fatta agli

sbarcati dalla patriottica cittadinanza marsalese. Essa accolse i Mille

con esultanza. Vecchi e giovani, uomini e donne--persone civili e

popolani fecero a gara per usare loro ogni sorta di gentilezze--facendo

echeggiare grida di «evviva Garibaldi».

Il generale dispose che Missori occupasse con forza la porta Trapani.

Bruzzesi, vestito da ufficiale dei bersaglieri, con una pattuglia di

camicie rosse, ebbe ordine di occupare l'ufficio postale e telegrafico.

Mosto, coi bravi carabinieri genovesi, fu appiattato nella scogliera che

forma il porto per respingere le imbarcazioni armate distaccate dalle

navi da guerra borboniche e difatti pochi tiri delle brave carabine

bastarono a metterle in ritirata. Le truppe rimasero scaglionate durante

la notte, a destra e a sinistra della città.

Ecco il proclama che il generale Garibaldi indirizzava al popolo

Siciliano appena sbarcato a Marsala:

Siciliani,

«Io vi ho guidato una schiera di prodi, accorsi all'eroico grido della

Sicilia. Resto delle battaglie lombarde, noi siamo con voi e non

chiediamo altro che la liberazione della vostra terra. Tutti uniti,

l'opera sarà facile e breve. All'armi dunque; chi non impugna un'arma è

un codardo o un traditore della patria. Non vale il pretesto della

mancanza delle armi. Noi avremo fucili, ma per ora un'arma qualunque ci

basta, impugnata dalla destra di un valoroso.

«I Municipi provvederanno ai bimbi, alle donne ed ai vecchi derelitti.

All'armi tutti! La Sicilia insegnerà ancora una volta, come si liberi un

paese dagli oppressori, colla potente volontà di un popolo unito.

_G. Garibaldi_»

Occorreva però non perdere tempo, e marciare avanti al più presto.

Garibaldi comandò quindi che all'alba dell'indomani tutta la colonna

fosse pronta alla partenza, ed infatti la mattina si metteva per la via

di Salemi. A Rampagallo, feudo del Barone Mistretta, fu ordinato il

_grand'alto_ per pernottarvi. Fu in questa prima tappa, che si ebbero i

primi segni dell'insurrezione siciliana, perchè vedemmo con gioia

arrivare le bande comandate dai Baroni di S. Anna, e quelle del Barone

Mocarta. Saranno stati un'ottantina, armati di schioppetti.

Intanto fu riordinata la Legione, già ripartita in otto compagnie; si

formarono con esse due battaglioni ai comandi di Bixio e Carini, e si

organizzò coi marinai del «Piemonte» e del «Lombardo» una compagnia di

cannonieri.

Alla mattina seguente la colonna si rimetteva in via per Salemi, dove,

dopo una marcia alquanto faticosa, arrivava accolta da grande festa di

popolo, e al suono delle campane e di musica. Un vero delirio! A Salemi,

il generale pubblicò il Decreto col quale per volontà dei liberi comuni

di Sicilia, ed in nome di Vittorio Emanuele, Re d'Italia, assumeva la

Dittatura.

_Italia e Vittorio Emanuele._

«Giuseppe Garibaldi, comandante in capo l'armata nazionale in Sicilia,

invitato dai principali cittadini e sulla deliberazione dei Comuni

liberi dell'Isola, considerando che in tempo di guerra è necessario che

i poteri civili e militari sieno concentrati nelle medesime mani,

decreta di prendere la dittatura di Sicilia in nome di Vittorio

Emanuele.

Salemi, 14 maggio.

_G. Garibaldi_

Altre bande intanto arrivavano, comandate da Giuseppe Coppola e dal

frate Pantaleo, che davano notizia che Rosolino Pilo e Corrao tenevano

sempre la campagna e con una mano di prodi erano nelle alture di S.

Martino, dominanti Monreale; si sapeva pure che verso Missilmeri

mantenevansi, asserragliati sulla montagna, il La Porta, il Firmatari,

il Piediscalzi, il Paternostro, e, cosa significantissima e per noi

sorprendente, il clero faceva parte della rivoluzione e ne era il

principale istigatore.

Ma il Borbone non stava inoperoso. Ordini erano stati dati al comando

delle truppe di Sicilia, per arrestare la marcia dei garibaldini e

distruggerli.

Infatti nella notte del 14 al 15 maggio Garibaldi aveva notizia che il

generale Landi con un corpo di 3000 uomini ed artiglieria marciava su

Calatafimi, e che a quella volta si era pure avviato il presidio di

Trapani.

Le bande dei _Picciotti_ non erano ancora giunte nel numero che il

generale avrebbe desiderato. Era dunque da pensare bene se con lo scarso

numero di volontari male armati, fosse prudente attaccare posizioni

fortissime, coperte ai fianchi ed alle spalle e difese da truppe

regolari armate da buone carabine e da artiglieria.

Non sarebbe forse stato più prudente consiglio trincerarsi in Salemi,

occupare coi _Picciotti_ le alture circostanti ed attendervi l'attacco?

Sì sarebbe potuto ricevere il nemico con una energica controffensiva e

costringerlo alla ritirata; le bande avrebbero avuto tempo di formarsi

numerose ed accorrere in aiuto, attaccando il nemico alle spalle.

Ma Garibaldi era impaziente di misurarsi col nemico; sentiva nell'animo

che una vittoria gli era necessaria; senza di che tutto sarebbe stato

compromesso e, forse, tutto perduto.

Non era dunque il caso di attendere il nemico a Salemi; bisognava

andargli incontro audacemente, romperlo e sloggiarlo ad ogni costo da

Calatafimi.

E così fu deciso.

La posizione nella quale eransi accampati i napolitani, chiamata fin

dall'epoca romana «_il Monte del Pianto_» era forte per se stessa,

perchè mentre impediva un rapido attacco, offriva validissimo riparo

alla difesa.

Da Vita, villaggio che si erge su di un poggio a cinque chilometri circa

da Salemi, Garibaldi dispose che le bande Siciliane che sopraggiungevano

e si andavano raccogliendo, si distendessero il più diffusamente

possibile sul dorso delle colline a destra e a sinistra della strada,

mostrandosi sempre pronte alla pugna. Dopo questo spiegamento Garibaldi

ordinava la marcia in avanti della colonna, con la sinistra in testa.

Precedeva Carini con l'ottava compagnia cui tenevano dietro la settima,

la sesta e la quinta; al centro marciava l'artiglieria i cui avantreni

consistevano in carri comuni a due ruote; poi alcuni volontari del

genio, e i marinari del _Piemonte_ e del _Lombardo_. Seguiva il

battaglione Bixio con le altre quattro compagnie.

Durante la marcia Garibaldi si spingeva in avanti con alcune sue guide,

avendo al fianco il capitano Menotti suo figlio, il capitano Schiaffino

ed il maggiore Elia, i quali non avendo voluto accettare comandi,

formavano la guardia del corpo del generale. Osservata la posizione del

nemico, che, colla sua linea di cacciatori coronava l'altura del

«Pianto», senza indugio inviava ai suoi l'ordine di schierarsi sulle

pendici di Monte Pietralunga e sulla strada.

Egli aveva appena le forza di un battaglione sul piede di guerra, e

dovette disporlo secondo esigeva il terreno, lo scarso numero dei suoi e

la posizione formidabile del nemico.

Stabilì quindi un ordinamento profondo e rado in linee successive; i

Carabinieri Genovesi in prima linea dietro ripari naturali; poi stese

l'ottava e la settima compagnia in cacciatori colle squadriglie a brevi

intervalli sul versante dell'avvallamento che separava la sua posizione

da quella nemica e le teneva nascoste nel grano già alto; in seconda

linea stavano le altre due compagnie 6ª e 5ª, pure in ordine rado, quasi

sul ciglio; ed a rovescio del ciglio aspettava il battaglione di Bixio

in riserva.

Questo schieramento si fece in ordine mirabile.

Da una parte e dall'altra delle alture apparivano secondo l'ordine di

Garibaldi, sui verdi dossi gli insorti siciliani, che per entusiasmo

sparavano i loro fucili e mandavano alte grida di guerra, che si

ripercuotevano minacciose per le lontane campagne.

Questa apparizione, nel momento in cui si stava per venire alle mani,

dovette certo, come aveva preveduto il generale, produrre sgomento e

depressione nell'animo delle truppe napoletane, mal disponendole alla

battaglia.

Verso il mezzogiorno parve che il nemico accennasse ad un serio attacco.

I suoi sostegni si avvicinarono alla linea dei cacciatori, la quale

cominciò a spiegarsi, scendendo per la costa del monte del Pianto. Per

giungere fino a noi, doveva toccare il fondo del Monte, passare la

convalle e rimontare la china verso l'altura di Pietralunga. Garibaldi

avrebbe avuto grande vantaggio nell'attirare il nemico in basso,

attendendolo a piè fermo nella posizione occupata dai suoi; egli veniva

a paralizzare così la superiorità delle sue armi da fuoco e al momento

opportuno, che egli avrebbe saputo ben cogliere, avrebbe potuto

rovesciare addosso ai Napoletani le forze garibaldine coll'impeto

irresistibile dell'attacco alla baionetta. A questo intento Garibaldi

ordinò ai suoi di star tranquilli, distesi a terra e di non sparare

alcun colpo.

Ma l'offensiva dei napoletani fu un lampo passeggiero e si arrestò poco

dopo iniziata; invece di un attacco a fondo, essi si limitarono a

mandare qualche colpo di fucile, le cui palle fischiarono alle orecchie

dei garibaldini come un eccitamento del quale essi non avevano davvero

bisogno. Ma non si doveva rispondere, bisognava mordere ancora il freno!

Intanto Bixio, di cui è da immaginarsi l'impazienza di venire alle mani,

venne a spiegarsi a sinistra di Carini col suo battaglione su due linee,

completando l'ordine di battaglia con dinanzi i Carabinieri Genovesi,

all'ala destra, Bixio alla sinistra; Orsini sulla strada colla sua

microscopica artiglieria. Garibaldi intanto con a fianco Turr suo

aiutante di campo e Sirtori capo di Stato Maggiore, stava spiando il più

fuggevole dei momenti tattici; quello che decide sempre della vittoria.

Vedendo che il nemico non si spingeva all'attacco desiderato, ma

rimaneva immobile, egli ordinò si suonasse la sveglia, sperando che

questo segnale servisse a scuoterlo. L'effetto prodotto da quel suono di

tromba fu affatto contrario; quei napoletani che si erano spinti avanti

in catena batterono tosto in ritirata; e fu quello il momento in cui

_Menotti Garibaldi_, _Schiaffino con la bandiera in pugno_ (una bandiera

da lui improvvisata a bordo del Piemonte, e non già quella che la città

di Montevideo donava alla Legione comandata dal generale Garibaldi) e

l'_Elia_ si lanciarono dietro ai fuggenti, seguiti dai Carabinieri

Genovesi che formavano la prima linea. Fra i cacciatori del Landi

fuggenti, i tre garibaldini erano con essi montati sulla banchina,

fortissima posizione del nemico: _Schiaffino colla bandiera, Menotti

Garibaldi, Elia_. Quello che accadde fu cosa di brevissimi istanti.

L'eroico Schiaffino veniva crivellato di ferite; Menotti Garibaldi, che

lo vide vacillare e sul punto di cadere, afferrava tosto la bandiera, ma

veniva colpito alla mano; Elia che era già stato sfiorato al petto da

una puntata di baionetta, con pensiero rapido e più rapidamente

eseguito, afferrava il suo caro amico Menotti e la bandiera che egli

teneva stretta nella mano sanguinante, e con lui abbracciato si lasciava

cadere al di sotto della banchina; disgraziatamente l'asta impugnata da

Menotti venne giù dalla banchina, ma il drappo della bandiera restava

sul campo nemico.

A ridosso della banchina stavano i carabinieri genovesi che prendevano

flato, per poi riprendere l'assalto.

Caduti dall'alto i due si trovarono vicini a Froscianti, il carissimo,

fidato amico del generale Garibaldi, che appena veduto Elia, gli

domandava cartucce avendo egli finito le sue. Nel voltarsi verso di lui,

Elia vide il generale Garibaldi che col solito sangue freddo camminava

verso la formidabile posizione nemica vomitante fuoco e dalla quale

poteva essere distante non più di cinquanta metri. Il pericolo che il

generale correva fece correre un brivido per le ossa ai presenti; ed

Elia si slanciava rapidamente verso lui, gridandogli con disperazione

«Generale, _se una palla vi colga tutto è perduto e con Voi la unità

della patria nostra_;» ma egli, calmissimo, procedeva in avanti. Con la

fronte rivolta al nemico. Elia, che gli camminava a fianco, stava in

indicibile angoscia pronto ad ogni evento, quando infatti vide un

cacciatore borbonico abbassare l'arma e puntarla alla direzione del

generale. Elia non ebbe che il tempo di fare un passo avanti alla

persona di Garibaldi; un terribile colpo alla bocca lo rovesciava ed

egli cadde a terra supino; coll'aiuto del generale che si era chinato su

lui per dirgli un'affettuosa parola «Coraggio, mio Elia di queste ferite

non si muore» egli potè volgersi bocca a terra e scampare l'imminente

pericolo di essere soffocato dal sangue.

Intanto i napoletani fulminavano i nostri; in quel momento arrivava

Bixio a spron battuto; parlò a Garibaldi brevi parole: e fu inteso il

generale rispondere «No, Nino, qui si vince o si muore» e puntata la sua

spada alla direzione della sempre formidabile posizione nemica, con

tonante parola gridò: «Avanti ancora questo assalto o figlioli e la

vittoria è nostra» e ordinata la carica si slancia per primo sull'erta,

seguito da tutti i compagni che non erano caduti; e quel pugno d'uomini,

trafelati, pesti, insanguinati, sfiniti da tre ore di corsa e di lotta,

con nuova lena riprende la sua ascesa micidiale rigando ancora ogni

palmo dell'erta terribile di altro nobile sangue, risoluti all'estremo

cimento.

Come l'eroe aveva preveduto, la vittoria fu nostra. Incalzati di fronte

da quello stuolo di indemoniati che parevano uscissero dalla terra,

sgomenti dall'improvviso rombo dei nostri cannoni che il bravo Orsini

era riuscito a portare in linea, turbati dal clamore crescente delle

squadre siciliane sui loro fianchi, disperando ormai di poter vincere,

voltarono le spalle, abbandonando il monte tanto fieramente contrastato

e non si arrestarono che dentro Calatafimi.

Il miracolo era compiuto--la giornata era vinta!--La vittoria di

Calatafimi fu incontestabilmente decisiva per la campagna del 1860 e per

l'unità della patria--decisiva sopratutto indiscutibilmente, nel senso

morale--perchè dalla giornata di Calatafimi la superiorità della

_Camicia rossa_ sulle truppe borboniche fu immensamente

stabilita.--«Aiuto e pronto aiuto» telegrafava a Palermo la stessa sera

del 15 il generale Lanza: ma poi credette miglior partito una

precipitosa ritirata anche da Calatafimi.

Ecco come un eroe dei mille Giuseppe Cesare Abba, descrive nel suo aureo

libro «da Quarto al Volturno» la gloriosa giornata di Calatafimi:

«Già tutta l'erta era ingombra di caduti, ma non si udiva un lamento.

Vicino a me il Missori, comandante delle guide, coll'occhio sinistro

tutto pesto e insanguinato, pareva porgesse orecchio ai rumori che

venivano dalla vetta, d'onde si udivano i battaglioni muoversi pesanti,

e mille voci, come flotti di mare in tempesta, urlare a tratti: «Viva lo

Re».

«Frattanto i nostri arrivavano a ingrossarsi, rinascevano le forze. I

capitani si aggiravano fra noi confortandoci. Sirtori e Bixio erano

venuti a cavallo fin lassù.

«Sirtori, impassibile, colla frusta in mano, pareva non si sentisse

presente a quello sbaraglio; eppure sulla sua faccia pallida e smunta io

lessi qualcosa, come la volontà di morire fra tutti noi.

«Bixio compariva da ogni parte, come si fosse fatto in cento; braccio di

ferro del generale. Lassù, lo rividi vicino a lui un altro istante.

«--Riposate, figliuoli, riposate un poco, diceva il generale--ancora uno

sforzo e sarà finita! E Bixio lo seguiva fra le file.

«In quello il sottotenente Bandi veniva a salutarlo lì, per cadere

sfinito. Non ne poteva più. Aveva toccate parecchie ferite, ma un'ultima

palla gli si era ficcata sopra la mammella sinistra, e il sangue gli

colava giù a rivi. Prima che passi mezz'ora sarà morto, pensai; ma

quando le compagnie si lanciarono all'ultimo assalto, contro quella

siepe di baionette che abbagliavano, stridevano, sì che pareva di averle

già tutte nel petto, tornai a vedere quell'ufficiale fra i primi.

«Quante anime hai?» gli gridò uno che deve essergli amico.

«Egli sorrise beato.

«In quel momento i regi tiravano l'ultima cannonata, fracellando a

bruciapelo un Sacchi pavese; e fu da quella parte un grido di gioia

perchè il cannone era preso. Poi corre voce che il generale era morto, e

Menotti, ferito nella destra, correva gridando e chiedendo di lui. Elia

giaceva ferito a morte; Schiaffino, il Dante da Castiglione di questa

guerra, era morto, e copriva colla sua grande persona la terra

sanguinosa.

«Quando, i nemici cominciarono a ritirarsi, protetti dai loro

cacciatori, rividi il generale che li guardava e gioiva.

«Gli inseguimmo un tratto; disparvero. Dal campo stemmo a vedere la

lunga colonna salire a Calatafimi, grigia lassù a mezza costa del monte

grigio, e perdersi nella città. Ci pareva miracolo aver vinto.

«O gran giorno, o immortali quelle tre ore del combattimento! Ma se

fosse stato perduto? Si accapriccia il cuore, immaginando Garibaldi

vinto, i suoi a squadre, a gruppi, rotti, messi in caccia, uccisi per

tutta quella terra da Calatafimi a Salemi, lontano, lontano; gli ultimi

ad uno ad uno, chi qua chi là, scannati come fiere, fin sulle rive del

mare; e la testa del generale mandata a Napoli; che la potesse vedere e

finire di tremare quel Re! Si raccapriccia. E forse l'Italia non si

sarebbe fatta mai più.

«Felici allora, ben felici i morti combattendo, che almeno non avrebbero

visto la grande tragedia.

«Ma per fortuna d'Italia la vittoria fu nostra».

Sgominato il nemico, conquistata Calatafimi, chiave della posizione,

ormai si era padroni delle tre vie conducenti a Trapani, a

Castellammare, a Palermo. Ulteriore resistenza non era pel momento da

prevedersi, ed inutile era anche l'inseguimento da parte dei

garibaldini, perchè ad infastidire i fuggiaschi vi avrebbero pensato i

bravi insorti siciliani.

Garibaldi pensò di dare un po' di riposo ai suoi, e volle che si

passasse la notte sul conquistato campo di battaglia.

Le perdite nostre furono gravi rispetto al numero esiguo che rendeva

prezioso ogni individuo; bisognava quindi aver cura dei feriti.

Trentadue dei mille rimasero sul terreno, fra i quali Schiaffino,

Montanari, Pedotti, Sartori, D'Amicis; centottantadue i feriti fra i

quali, Menotti Garibaldi, Elia, Maiocchi, Sirtori, Manin, Nullo,

Missori, Cariolato, Bandi, Martignoni, Perducca, Palizzolo, Sprovieri,

Bedischini, Carbonari, Pasquinelli, Della Torre, Della Casa, molti dei

quali gravemente.

La mattina del 16 i garibaldini entrarono a Calatafimi fra gli evviva e

le acclamazioni del popolo.

Posto il quartier generale al palazzo del Comune, Garibaldi emanava il

seguente ordine del giorno:

ORDINE DEL GIORNO

DOPO LA BATTAGLIA DI CALATAFIMI:

«Con compagni come voi io posso tentare ogni cosa, e ve l'ho provato

ieri portandovi ad una impresa ben ardua, pel numero dei nemici e per le

loro forti posizioni.

«Io contavo sulle fatali vostre baionette, e vedeste che non mi ero

ingannato.

«Deplorando la dura necessità di dover combattere soldati italiani, noi

dobbiamo confessare che trovammo una resistenza degna di uomini

appartenenti ad una causa migliore, e ciò conferma quanto sarem capaci

di fare nel giorno in cui l'italiana famiglia sarà serrata tutta intorno

al vessillo di redenzione.

«Domani il continente italiano sarà parato a festa per la vittoria dei

suoi liberi figli e dei nostri prodi siciliani; le vostre madri, le

vostre amanti, superbe di voi, usciranno nelle vie colla fronte alta e

ridente.

«Il combattimento ci costò la vita di cari fratelli morti nelle prime

file; quei martiri della santa causa d'Italia saranno ricordati nei

fasti della gloria italiana.

«Io segnalerò al nostro paese il nome de' prodi che sì valorosamente

condussero alla pugna i più giovani ed inesperti militi, e che

conduranno domani alla vittoria, nel campo maggiore di battaglia, i

militi che devono rompere gli ultimi anelli delle catene, con cui fu

avvinta la nostra Italia carissima.

Calatafimi, 16 maggio.

_Scrisse poi a Bertani la seguente lettera:_

Caro Bertani,

Ieri abbiamo combattuto e vinto. La pugna fu tra italiani. Solita

sciagura--ma che mi provò quanto si possa fare con questa famiglia--nel

giorno che la vedremo unita.

Il nemico cedette all'impeto delle baionette de' miei vecchi Cacciatori

delle Alpi vestiti in borghese; ma combattè valorosamente--e non cedette

le sue posizioni che dopo accanita mischia corpo a corpo.

I combattimenti da noi sostenuti in Lombardia furono certamente assai

meno disputati che non fu il combattimento di ieri; i soldati

napolitani, avendo esaurite le loro cartucce, vibravan sassi contro di

noi, da disperati.

Domani seguiremo per Alcamo; lo spirito della popolazione si è fatto

frenetico, ed io ne auguro molto bene per la causa del nostro paese.

Vi daremo presto altre notizie. Vostro:

Calatafimi, 16 maggio.

_P.S._ Questa serve per Medici pure.

Della battaglia di Calatafimi Garibaldi con parola commossa così ne

parlava:

«Calatafimi! Io avanzo di tante pugne--se nell'ultimo mio respiro i

miei, vedranmi sorridere, l'ultimo sorriso d'orgoglio--esso sarà

ricordandoti!»

«Tu fosti il combattimento più glorioso di popolo! L'Italia non deve

dimenticarlo».

*

* *

Disfatte le truppe napolitane a Calatafimi, in quell'eroico

combattimento nel quale si decise dell'unità della patria, Garibaldi

comprese che bisognava battere il ferro finchè caldo, e marciare su

Palermo. Era assai arduo affare, ma che cosa tratteneva più Garibaldi?

Si trattava ne più ne meno di questo; mettere assieme strategia ed

audacia per assalire con circa 4000 armati, tra i rimasti dei mille ed i

_picciotti_, ed impadronirsi d'una città che conteneva trentamila

difensori, appoggiati ad una fortezza e sorretti da una squadra regia.

Garibaldi tentò il colpo.

Il 17 marciava su Alcamo, il 18 per Partinico; nel medesimo giorno

ordinava una conversione e giungeva al passo di Reune; fiancheggiavano

Garibaldi a ponente le bande di Rosolino Pilo, a levante quelle del La

Masa, un quattromila _picciotti_, male armati ma arditi e ben condotti.

Per sopperire alla tenuità delle forze Garibaldi giuocò di astuzia; ordì

un tranello nel quale il nemico cadde.

Il giorno 20, comandò e diresse egli stesso, una ricognizione su

Monreale per attirarvi il nemico, e manovrò in modo da far credere che

quello era il suo obbiettivo. Impegnato un combattimento d'avamposti, ad

un tratto faceva sospendere l'attacco e si ritraeva indietro.

Nella notte, imperversando una violenta tempesta, prendeva sentieri di

montagna battuti solo da capre e volgeva a levante, lasciando Orsini con

le salmerie ed i cannoni a farsi inseguire dalle truppe borboniche.

Egli, di sorpresa, scendeva al Parco e batteva una colonna nemica che lo

aveva assalito di fronte; colà il generale Orsini coll'artiglieria lo

raggiungeva. Il 24 le truppe borboniche, fiancheggiate da forti colonne

di cacciatori attaccavano i nostri. Garibaldi batteva in ritirata su

Piana de Greci mentre era già sera. Nella notte ordinava ad Orsini di

prendere la strada di Corleone per attrarre le forze nemiche; egli

marciava silenzioso su Marineo, quindi lasciava Marineo per Missilmeri

e, mentre le truppe napolitane inseguivano quelle che credevano le forze

garibaldine condotte in ritirata dall'Orsini, Garibaldi, spalleggiato

dalla parte di levante dai _picciotti_ del La Masa, si preparava a dare

l'assalto a Palermo.

La mattina del 26, alle 4, accompagnato da Turr, Bixio e Missori, andò a

visitare il campo di Gibilrossa, occupato dalle squadre siciliane

comandate da La Masa, Fuxa e fratelli Mastricchi, formanti un corpo di

oltre 4000 uomini.

Garibaldi per avvicinarsi a Palermo aveva due grandi strade, ad una

delle quali si poteva giungere per stretti sentieri e La Masa, pratico

dei luoghi informò il Generale che da Gibilrossa poteva discendere

benissimo calando per quei sentieri praticabili sino a Mezzagno, da dove

con altro poco cammino faticoso si poteva trovar presto sulla strada di

Porta Termini. Garibaldi, dopo brevi riflessioni, decideva di battere

questa via e dava ordine a Turr di fissare la marcia per l'indomani di

primo mattino e che veniva ordinata così:

1º l'Avanguardia comandata dal maggiore Tuköry, composta di guide e di

60 volontari dei Mille, scelti da ciascuna compagnia.

2º Il battaglione Bixio coi carabinieri genovesi.

3º Il battaglione Carini, cacciatori delle Alpi.

4º Il corpo delle squadre siciliane, comandate da La Masa.

Disposta in tal modo la colonna Garibaldi, fatti chiamare i suoi

ufficiali superiori, i comandanti le compagnie, e i capi delle

squadriglie parlò loro così: «Compagni! Due vie abbiamo avanti a noi:

una è di ritirarci nell'interno dell'Isola facendo la piccola guerra per

organizzarci; l'altra è di piombare su Palermo, entrarvi, accendervi la

rivolta: sicuri che quest'ultima impresa darà per risultato la

liberazione dell'intera Sicilia. «Decidete!»--A «Palermo», tutti

gridarono.--«Ebbene, che ognuno faccia il suo dovere e domattina vi

saremo!»

Alle 3 antimeridiane del 27 maggio--data memoranda--Garibaldi col resto

dei suoi Mille comandati da Bixio, da Carini, da Cairoli, da Tuköry, da

Menotti, da Mosto, da Nullo, da Canzio, da Dezza, da Cucchi sui quali

sapeva di poter contare fino alla morte, spalleggiato fortemente dai

Picciotti del La Masa e del Fuxa, come aveva predetto, si preparava ad

assalire _Porta Termini_ e da quella entrare in Palermo.

Era intendimento del generale di sorprendere la posizione del _Ponte

dell'Ammiraglio_ senza colpo ferire, ed in tal guisa piombare su _Porta

Termini_, e di là spingersi al palazzo Reale dove trovavasi il Lanza,

comandante in capo delle forze borboniche, col suo quartier generale.

Tuköry colla sua avanguardia procedeva in silenzio per precipitarsi

d'improvviso sul nemico, ma i _Picciotti_, tosto che videro le prime

case del sobborgo, quasi avessero già in mano la città, non seppero

frenarsi e presero a gridare _Viva Garibaldi: Viva l'Italia_; sparando

delle schioppettate: così il piano di sorpresa andava fallito. I regi

fortemente protetti da barricate, che difendevano e impedivano il

passaggio del Ponte dell'Ammiraglio, spazzavano con un turbine di

mitraglia e di moschetteria la via che vi conduceva e i campi

d'intorno:--i _Picciotti_ non ancora abituati al fuoco ed ai cimenti

corpo a corpo, balenano per un momento, ma all'esempio dei mille che

nulla paventano, serrati, concordi, disprezzanti della morte si

slanciano, sperdono in men che si dica le truppe borboniche e, come un

torrente impetuoso si avventano su Porta di Termini scacciandone i

nemici, vincendone la resistenza: primi fra tutti Bixio, Carini,

Sirtori, Turr, Fuxa, La Masa; già erano caduti fulminati, i prodi fra i

prodi, Tuchöry, Rocco, La Russa, Pietro Inserillo e Giuseppe lo Squiglio

assieme a tanti e tanti altri che ebbero la fortuna di fare la bella

morte dei prodi; ebbero ferite più o meno gravi Turr, Benedetto Cairoli,

Enrico Piccinini, Raffaello Di Benedetto, Leonardo Caccioppo; Bixio alla

testa del suo bravo battaglione, coi carabinieri genovesi, con a fianco,

Dezza, Menotti, Mosto, Missori, Canzio, Nullo, Carbone, Cucchi, Cavalli,

Venzo ed altri bravi, a passo di corsa, con impeto furioso, attaccano ed

espugnano la barricata di Porta Termini. Il Carbone, dei carabinieri

genovesi, sale coraggiosamente per primo sulla barricata con la bandiera

italiana in pugno e ne riporta ferita che non gli impedisce di

continuare a combattere; per questo fatto il Carbone venne encomiato dal

generale Garibaldi e promosso sottotenente.

Nell'assalto della barricata Bixio, Dezza, Menotti, Bezzi, Canzio,

Cucchi, Carbone, Damiani, Mosto, Venzo, Manci fecero prodigi di valore;

Bixio sopra tutti; come una furia si precipitava dove era più forte la

resistenza, tempestando di colpi i nemici, finchè cadde gravemente

ferito.

Forzata l'entrata in città, i Carabinieri Genovesi ed il resto di Mille

seguiti dai bravi _picciotti_, si lanciarono sui borbonici forzandoli a

cedere ed a ritirarsi; nel combattimento dei Quattro Cantoni fino a

Piazza del Duomo ed a Porta Maqueda Cucchi, Miceli, Venzo, Mosto, ed

altri bravi caddero feriti; ma i nostri, non ostante le preziose

perdite, procedevano dovunque vittoriosi. Turr, Sirtori benchè feriti

insieme agli altri ufficiali di Stato Maggiore si moltiplicavano, ed

erano all'attacco del Palazzo Reale, erano a quello di Porta Maqueda,

tagliavano le comunicazioni tra il mare e il Castello, mentre Dezza e

Missori con un pugno dei Mille battevano il nemico all'Albergaria.

La Loggia, e molti altri signori siciliani componenti il Comitato

insurrezionale, con alcuni dei Mille fra i quali il Venzo, si cacciano

fino alla Fiera-Vecchia, penetrano nelle Chiese, salgono sui campanili,

ed il terribile tocco delle campane a stormo chiama in armi tutti i

cittadini. La Città dei Vespri si ridesta, si erigono dovunque

barricate, e i soldati napoletani, incalzati da ogni parte, sono

costretti a ritirarsi nelle caserme e nel forte di Castellammare.

Garibaldi si spinge fino in piazza Bologna, insedia il suo quartier

generale nel palazzo Municipale e di là emana il primo suo atto

dittatoriale in nome di Vittorio Emanuele, col seguente proclama:

Siciliani!

«Il generale Garibaldi, dittatore in Sicilia a nome di S. M. Vittorio

Emanuele Re d'Italia, essendo entrato in Palermo stamattina 27 maggio,

ed avendo occupata tutta la Città, rimanendo le truppe Napoletane chiuse

nelle caserme e nel forte di Castellammare, chiama alle armi tutti i

Comuni dell'Isola, perchè corrano nella metropoli al compimento della

vittoria.

Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. II · 第 11 / 74 题