VIII.

Verso le tenebre.

Pioveva a dirotto quando Cresti la vide venire per il viale delle

mortelle sotto un piccolo ombrello, che riparava a stento la testa,

colle gonnelle raccolte sui fianchi per difenderle contro i colpi di

vento.

A tutta prima stentò a riconoscerla: poi disse correndole

incontro:--Flora? al Pioppino con questo tempo?

--Proprio io. Mi son fidata un po' troppo del tempo e l'acquazzone mi

ha colta a mezza via: ma d'altra parte non potevo tardare--soggiunse

correndo a ripararsi sotto il portichetto, dove depose in un cantuccio

l'ombrello grondante e scosse la pioggia dalle vesti.

--Entriamo in casa dove faremo una fiammata. Ma che idea con questo

tempo?

--Avevo urgente bisogno di parlarle, Cresti.

--Sarei venuto io stesso abbasso.

--No, ho bisogno di parlarle qui, in casa sua, senza testimoni.

--O diavolo, un affar diplomatico--soggiunse lo sposo, offrendole il

braccio e guidandola verso il salotto. Quando furon nell'andito,

abbassando un poco la voce, riprese in tono carezzevole:--Non si era

rimasti d'accordo di trattarci un po' più in confidenza? che cos'è

questo lei, che imbroglia tanto tutt'e due?--

Flora rispose con un moto del capo e con un freddo sorriso: ma Cresti

capì che per quanto cercasse di farsi forza, la fanciulla aveva lo

spirito agitato.

Il fuoco fu presto acceso. Cresti accostò una poltrona e invitò la

fanciulla ad asciugarsi i piedi. Flora si levò il cappello e accomodò

un poco colle mani la testa scomposta.

--Dunque a che cosa devo attribuire questa visita straordinaria?

--Ora dirò. Ma prima mi dia la sua mano, me la dia da vecchio amico e

mi prometta di essere buono.

--Quando fui cattivo con.... _lei_, signorina?--mormorò egli,

piegando un poco la testa per cercare uno sguardo d'incoraggiamento:

ma Flora guardava fissa nel fuoco.

--È forse necessario chiudere anche la porta?--chiese di lì a poco il

padrone di casa, dopo aver ordinato all'Angiolina un caffè molto

caldo.

--Non avremo bisogno di leticare.

--È però un grande discorso, da quel che vedo.

--Sì, grande. Avrei potuto scrivere, ma ho detto: «No, è meglio che

vada io stessa e che gli parli.» La mamma non sa che son qui e non mi

approverebbe se potesse indovinare perchè son venuta.--Flora lottò

ancora un istante contro l'affanno che l'opprimeva, poi soggiunse:

--Ho una lettera della zia Vincenzina per lei, Cresti: veda--e gliela

porse.

--Donna Vincenzina? in che cosa posso servirla?--E fattosi più presso

la finestra per aver più luce, scorse lentamente i pochi periodi con

cui si faceva appello alla sua indulgenza.

--Sta bene l'idea d'un soggiorno in Riviera; certamente farà bene a

tutti. Sicuro che si rimanda ancora alle calende greche il nostro

matrimonio, ma non vorrei aver l'aria di un tiranno. Che cosa pensa la

mamma di questo progetto?

--Povera mamma! sento che io sono una cattiva figliuola per lei, come

sono una cattiva amica per il mio buon Cresti, e una cattiva compagna

per me stessa.

--Qualche volta sì--approvò con una punta di canzonatura il romito del

Pioppino.--Ma veniamo al nostro caso. Per quanto il rimandare di

qualche mese ancora quel che dovrebbe essere già fatto mi pesi un

poco, tuttavia, per non dir di no alla zia, ci si potrebbe intendere.

Il Ravellino non è ancor pronto; ma sentiamo: ottobre, novembre....

bastano?--

Cresti tenne alzate le due dita aperte, agitandole nell'aria, poi

riprese:--Possiamo far i conti almeno per la Madonna di dicembre?

--Non so!--rispose faticosamente la sposina senza togliere gli occhi

dalla fiamma.

--Io non voglio, nè saprei essere un tiranno: ma ho pur bisogno di far

i miei conti. Non parlo, s'intende, de' miei diritti e delle mie

legittime impazienze; ma via, se la Riviera deve far bene anche a noi,

giorno più giorno meno, non è quel che conta. Che cosa dice la mamma?

--Non sa nulla--rispose con tono asciutto e pauroso la signorina. Il

segreto pensiero che l'aveva condotta a questo colloquio s'irrigidì

quasi visibilmente nei tratti del suo volto pallido e stanco.

--Cioè.... intendiamoci--balbettò il pover'uomo che cominciava a non

capire.--Questo viaggio sarebbe per caso un pretesto per... per...--

Flora si coprì gli occhi colla mano, in cui raccolse tutte le rughe

della sua fronte dolente.

Cresti credette questa volta di capir troppo e s'impaurì. Che diavolo

voleva dire questo improvviso scoraggiamento, questo parlar sibillino?

Si smarrì, barcollò sulla sedia, si alzò, mosse un poco le mani in

aria e chiese soffrendo:--Che c'è? non capisco... cioè temo di capir

troppo. O Dio, Flora, m'inganno o è dunque vero, è dunque vero quel

che io temo da un pezzo?

--Noi dobbiamo essere sinceri, Cresti: sì, noi dobbiamo essere forti e

sinceri--ripigliò la signorina del Castelletto rianimandosi, alzandosi

essa pure come per darsi quella forza di cui aveva bisogno.--Io non

posso ingannare, nè Cresti vuol essere ingannato. Oggi sono troppo

necessaria a quella povera gente, perchè possa pensare di

abbandonarla.

--Io... non dico che si abbia ad abbandonare nessuno--balbettò il

poverino--ma chiedo solo se Flora è venuta a portarmi la morte.

--Cresti, mio buon Cresti!--proruppe con un vivo abbandono di cuore la

fanciulla, afferrando la mano inerte del povero amico, che si era

oscurato tutto e quasi rattrappito nel suo tetro dolore.

--Oggi le cose son tutte mutate. Una grande disgrazia, un grande

castigo ha colpito quel poverino. Dio non vuole che io l'abbandoni. Il

mio posto è accanto a lui. Era scritto che io doveva essere per lui

qualche cosa. Non potendo essere altro, sarò la sua infermiera, la sua

guida. Devo vivere per aiutare lui a vivere: devo volere e vedere per

lui: devo accompagnarlo fin dove Dio vorrà, per quella strada che Dio

vorrà, consacrandomi a lui, tutta a lui che non vedrà più la luce del

sole. Sento che l'anima sua è nella mia mano.--

La voce di Flora dapprima esitante s'era andata via via rinfrancando

con un calore di convinzione che non poteva non ferire il suo timido

amico. Dopo aver cercato invano due o tre volte di sorridere alle

nobili declamazioni della signorina e a quel gesto con cui faceva

vedere di stringere un'anima in pugno, uscì finalmente a dire con un

tono tra l'amaro e il beffardo:

--Dio, già, già: è così comodo questo benedetto Iddio che è peccato

non credergli...

--Egli parla attraverso il nostro cuore.

--Come in un fonografo... Eh via, è una commedia!--aggiunse con

asprezza quel pover'uomo oltraggiato.--Ho diritto anch'io a qualche

rispetto.--

Flora sentì alla sua volta il colpo degli oltraggi ch'egli le gettava

in viso e si lasciò cadere sulla sedia.

Seguì un minuto di silenzio gelido, duro, pieno di oscure tristezze,

durante il quale si fece sentire la pioggia battere contro ai vetri.

Fu ancora essa la prima a uscirne. L'uomo si sentiva così irrigidito

nel male, che temeva quasi di dover spezzarsi e cadere in frantumi al

minimo sforzo che avesse fatto per parlare. L'unica idea che gli

andava al capo investendolo come una fiamma era quella che aveva già

espresso colle parole: «Ho diritto anch'io a qualche rispetto...» Ma

dai denti non usciva che un sibilo morto.

--C'è qualche cosa che è sempre più forte di noi, amico Cresti: e se

il nome di Dio la offende in questo momento, ebbene la chiami pure

fatalità: ma preferisco essere disprezzata e odiata piuttosto che

avvilirmi ad ingannare la bontà d'un uomo giusto. Questa confessione

non deve offenderla, Cresti, perchè ella sa che non è storia di ieri.

Siam cresciuti quasi insieme, come fratello e sorella, Ezio ed io:

insieme è cresciuta in me quell'affezione che ora si fa

prepotentemente sentire e ch'è più forte di me e delle mie promesse.

Avevo potuto rinunciare a lui quand'era superbo e felice: non posso

abbandonarlo ora che è così misero. Amo il suo dolore. Io non ho

cercato questi avvenimenti; lo sa: ero quasi superba d'aver rinunciato

a lui; ma la fatalità fu più forte di noi tutti. Oggi quella

pover'anima ha così bisogno di me che io non potrei essere d'altri

senza rimorso e senza raccapriccio. È illogico? ebbene il mio buon

Cresti non potrà accusarmi di egoismo e di grettezza di cuore. Sento

tutto il male che faccio al mio vecchio amico: sento che non potrei in

un modo peggiore ricompensare la sua devozione, il suo affetto: sento

che per poco lo rendo il giuoco della mia volubilità: ma qui davanti a

lui, nella sua casa, io non devo ragioni ad altri che a lui e non

voglio essere quel che non sono.

Egli mi deve giudicare perchè appartengo più a lui che a me, ed egli

conosce la storia del mio cuore più di quanto la conosco io stessa. So

tutto il bene che perdo e non so a quale destino di miseri dolori mi

consacro: ma oggi non posso abbandonarlo, no, senza esporre la sua

anima debole e vacillante ai pericoli d'una nera disperazione. Dio mi

ha messa nella mano un'anima e non posso allargare la mano. Un mio

amico protettore mi offre amore, ricchezza, agiatezza, pace con

decoro, per sempre: questo povero cieco non mi può offrire che

tristezze. Per Cresti potevo essere più che una sorella, sarei stata

una regina. Per Ezio... che cosa potrò essere? non so, non oso

cercare. Non sarà Dio che parla attraverso al cuore, ma sento che una

forza invincibile mi chiama a compiere questo dovere.

--Dovere?--mormorò con ironica meraviglia--non storpiamo i nomi più

sacri.

--Il mio posto...

--E nell'assurdo.

--No, Cresti: nella sincerità.--

Era un'aspra sentenza in una dolce parola che veniva a cadergli sul

capo. Illogico, assurdo o mostruoso, che valeva ormai contrastare a

ciò che fatalmente era andato tanto avanti? Sincerità voleva dire

partita perduta. Del resto, se tornava indietro col pensiero, quel che

la signorina del Castelletto era venuta a dire non era interamente

ignoto a lui che per molti anni aveva assistito al lungo e silenzioso

aspettare di quell'amore. Più d'una volta aveva preso parte egli

stesso ai dubbiosi dibattiti di quel cuore e aveva sofferto delle

ingiurie che gli erano state fatte: ora non vedeva che avverarsi in un

atto per lui mollificante, ma non imprevisto, le mille apprensioni, i

mille oscuri sospetti, le segrete paure e le gelosie del suo stesso

amore. Era dunque fatale che ciò avvenisse.

--E la mamma che dirà?--provò a chiedere.

Il colloquio fu interrotto dall'entrare di Angiolina che portava il

caffè. Il padrone tolse di mano alla donna il servizio e colla minuzia

dell'uomo ordinato e casalingo versò egli stesso il caffè e porse la

chicchera alla signorina.

--Sediamoci, Flora--riprese a dire poco dopo sottovoce, mentre

rimestava col cucchiaino nella sua chicchera.--Sediamo e lasciamo

riposare un momento il cuore. Posso dire di avere sempre temuto questo

istante doloroso, quantunque l'avessi più temuto che preveduto. Può

essere che domani mi sembri la cosa più naturale del mondo e che

l'assurdo sia io: e dovrà essere così, perchè non per nulla un uomo

come son io ha potuto vegetare fin quasi a quarant'anni in una vita

solitaria, scontrosa, senza scopo e senza corrispondenza di spirito.

Io son stato assurdo quel dì che ho potuto credermi degno di qualche

considerazione.

--Non dica questo--cercò di protestare Flora che sentiva lo strazio di

quelle parole.--La nostra riconoscenza...

--Oh, la vostra riconoscenza non mi potrà mancare, lo so: anzi farete

di tutto per pagarmela in lire soldi e quattrini.

--No, no, Cresti.

--Sì, sì, non vi mancheranno i mezzi per pagarmi e ve ne dovrò

rilasciare ampia ricevuta, perchè non abbiate ad averne il più piccolo

scrupolo. Così sarà fatta la volontà di Dio.--

La voce dell'uomo ferito rantolò, l'occhio addolorato si accese di una

tenue fiamma d'orgoglio. Egli si mosse di nuovo come se scattasse da

irti aculei, girò per la stanza lottando con tutto sè stesso, portando

ora una mano ora l'altra alla bocca quasi per voglia di mordere,

finchè voltando le spalle alla signorina Polony si fermò davanti ai

vetri di una finestra vibrando in tutti i muscoli del suo piccolo

corpo robusto, reso quasi cieco da un velo di lagrime morte che non

sapeva più trattenere.

Flora ebbe pietà di quel gran dolore: ma non avendo più parole per

consolarlo, nascose la testa fra le mani e stette così piangente in

un'attitudine di umile colpevole.

Durante questo nuovo silenzio si sentì ancora la pioggia cruda battere

contro i vetri e fremere sulle depresse foglie del giardino.

Le case a riva parevano agli occhi del povero Cresti sprofondate in

una oscura lontananza, il cielo basso e ristretto, le cose tutte

chiuse in una grigia tristezza.

E una grigia tristezza pioveva nel suo cuore. Qualche cosa di vitale

si accorse che cominciava a venir meno in lui. Qualcuno già piangeva

sul povero Cresti che una forza brutale trascinava a morire nel

ridicolo e nell'umiliazione.

A sentir singhiozzare si voltò e vide Flora scossa dal pianto, che

riempiva di lagrime il fazzoletto. Eran lagrime di sincera pietà per

il male che era venuta a portare colle sue mani. Essa per la prima era

la vittima delle cose. Qual colpa aveva lei se non poteva offrire un

amore che non era mai nato? bisognava tener conto del suo coraggio,

della sua sincerità; e perchè era venuta a deporre ai piedi di un

vecchio amico la confessione del suo cuore, bisognava non negare un

segno di riconoscimento a quell'atto di coraggiosa sincerità.

Non bisognava infine denudar troppo un vecchio e poco attraente amor

proprio, non avvilir troppo un'antica dignità, non rimpicciolirsi

troppo nelle proprie sconfitte. Cresti insomma davanti a quella

bambina piangente si sentì ancora il più forte, forse perchè volle

essere il più orgoglioso. Vecchio amico e protettore sentì che toccava

a lui a dir la parola definitiva e si affrettò a cercarla.

--La mamma non sa nulla.... dunque....

--No.

--E non immagina nemmeno.

--Essa non vuol nemmeno che io accompagni la zia Vincenzina.

--Capisco che ella non possa approvare.... perchè... via.... quali

sono i vostri progetti? ma io non voglio saper nulla di quello che non

mi riguarda. Dirò solamente alla mamma le ragioni per le quali può

parere utile che Flora accompagni la zia e resti per qualche mese in

Riviera: le farò capire che potrei accompagnarvi o raggiungervi dopo

qualche tempo e che intanto il nostro matrimonio si ritarda: va

bene?--

E dopo un'altro istante di combattimento riprese:--Per ora mi pare

inutile turbare la pace della povera mamma con delle spiegazioni che

essa non capirebbe e che ci metterebbero tutti in un grave imbarazzo.

E così anche alla gente si potrà dire che il matrimonio è rimandato a

tempo indeterminato.... va bene?--a poco a poco potremo preparare la

così detta opinione pubblica ad accettare i fatti compiuti. Tra noi

due però resta inteso che fin d'ora tutto è.... (e compì il pensiero

soffiando un poco sulle dita), mettiamo d'aver fatto un sogno.... va

bene, Flora?--

E finì quasi ridendo.

--Amico mio, o come devo dire? mio protettore?--sorse a dire Flora

ponendogli una mano sulla spalla--ero sicura, venendo qui, che avrei

trovato indulgenza e soccorso. Nessuno al mondo--mi ero detto--mi darà

ragione: ma Cresti sì. Lui solo mi aiuterà a compiere un pietoso

dovere perchè Cresti è buono e mi ama come una sua figliuola.

--E allora chiamami papà--disse confusamente il vecchio amico,

stringendo fra le tozze mani annerite dal sole la fulva testa di

Flora, a cui accostò il viso contratto e lasciò che la grande

battaglia degli spiriti combattenti passasse tutta. Flora aspettò che

la battaglia finisse, poi portò le mani dell'amico alle labbra e le

baciò più volte.

Non parlavano più, perchè erano arrivati a quel punto di elevazione in

cui la più piccola parola può rompere la serenità del bene, come basta

un sassolino a smuovere una rovina nei declivi delle altissime rupi.

Si strinsero tre o quattro volte le mani in segno muto di pace, di

promessa e di alleanza. Cresti promise come potè di scendere la sera

stessa al Castelletto a persuadere la mamma e a dimostrarle che un

mese di Riviera avrebbe fatto bene a tutti: e accompagnò la fanciulla

smarrita che non trovava più la via di uscire fino al principio del

viale, mentre, cessata la pioggia, un raggio sparso di sole veniva a

battere sulle grigie muraglie.

Il tuono fuggiva morendo lontano nelle alpi e dai rotti del nembo

uscivano lembi di sereno, da cui veniva una fresca brezzolina a

scuotere le frasche grondanti dei pergolati.

Flora si voltò una volta ancora a salutare colla mano quando fu al

cancelletto e scomparve. Egli rispose colla mano e si lasciò andare

sui gradini del portichetto come uomo affranto da una inesprimibile

stanchezza.

Era fatale che ciò avvenisse. Non avrebbe saputo dire nè il come nè il

quando, ma da un pezzo il cuore gli andava dicendo che egli seguitava

a camminare per una strada sbagliata. Flora aveva per lui della buona

amicizia, della stima, della riconoscenza, ma tutte queste cose messe

insieme e condite dalla migliore volontà non bastano ancora a fare un

boccone d'amore.

L'amore vien dal lievito dell'anima. L'amore va solo anche senza il

corteo delle venerate virtù, va al tristo, al povero, al malato, al

mendicante, allo storpio, al cieco: ma non c'è catena che possa

trascinarlo per forza. Amore sale dove la sua natura ignea lo porta,

abbrucia tanto il palazzo di marmo, come la capanna di paglia: ma tu

non puoi suscitare una scintilla in un cuore di ghiaccio.

Si mosse, col corpo indolenzito, come se uscisse dalle verghe. Si

trascinò verso casa, rientrò nel salotto dove morivano gli ultimi

tizzoni della fiammata nella cenere. Il sole entrava per le finestre

ancora sgocciolanti di piova: ma l'aria pareva fatta scura, i mobili

rimpiccioliti. Sulla tavola, presso il servizio di caffè era rimasto

un piccolo guanto che essa aveva dimenticato, un piccolo guanto ancor

pieno della sua mano, ch'egli raccolse e strinse nel pugno, portò alla

bocca per strozzarvi il singhiozzo mortale che gli usciva dal cuore.

Col fuoco non si scherza · 第 35 / 51 题