Verso le tenebre.
Pioveva a dirotto quando Cresti la vide venire per il viale delle
mortelle sotto un piccolo ombrello, che riparava a stento la testa,
colle gonnelle raccolte sui fianchi per difenderle contro i colpi di
vento.
A tutta prima stentò a riconoscerla: poi disse correndole
incontro:--Flora? al Pioppino con questo tempo?
--Proprio io. Mi son fidata un po' troppo del tempo e l'acquazzone mi
ha colta a mezza via: ma d'altra parte non potevo tardare--soggiunse
correndo a ripararsi sotto il portichetto, dove depose in un cantuccio
l'ombrello grondante e scosse la pioggia dalle vesti.
--Entriamo in casa dove faremo una fiammata. Ma che idea con questo
tempo?
--Avevo urgente bisogno di parlarle, Cresti.
--Sarei venuto io stesso abbasso.
--No, ho bisogno di parlarle qui, in casa sua, senza testimoni.
--O diavolo, un affar diplomatico--soggiunse lo sposo, offrendole il
braccio e guidandola verso il salotto. Quando furon nell'andito,
abbassando un poco la voce, riprese in tono carezzevole:--Non si era
rimasti d'accordo di trattarci un po' più in confidenza? che cos'è
questo lei, che imbroglia tanto tutt'e due?--
Flora rispose con un moto del capo e con un freddo sorriso: ma Cresti
capì che per quanto cercasse di farsi forza, la fanciulla aveva lo
spirito agitato.
Il fuoco fu presto acceso. Cresti accostò una poltrona e invitò la
fanciulla ad asciugarsi i piedi. Flora si levò il cappello e accomodò
un poco colle mani la testa scomposta.
--Dunque a che cosa devo attribuire questa visita straordinaria?
--Ora dirò. Ma prima mi dia la sua mano, me la dia da vecchio amico e
mi prometta di essere buono.
--Quando fui cattivo con.... _lei_, signorina?--mormorò egli,
piegando un poco la testa per cercare uno sguardo d'incoraggiamento:
ma Flora guardava fissa nel fuoco.
--È forse necessario chiudere anche la porta?--chiese di lì a poco il
padrone di casa, dopo aver ordinato all'Angiolina un caffè molto
caldo.
--Non avremo bisogno di leticare.
--È però un grande discorso, da quel che vedo.
--Sì, grande. Avrei potuto scrivere, ma ho detto: «No, è meglio che
vada io stessa e che gli parli.» La mamma non sa che son qui e non mi
approverebbe se potesse indovinare perchè son venuta.--Flora lottò
ancora un istante contro l'affanno che l'opprimeva, poi soggiunse:
--Ho una lettera della zia Vincenzina per lei, Cresti: veda--e gliela
porse.
--Donna Vincenzina? in che cosa posso servirla?--E fattosi più presso
la finestra per aver più luce, scorse lentamente i pochi periodi con
cui si faceva appello alla sua indulgenza.
--Sta bene l'idea d'un soggiorno in Riviera; certamente farà bene a
tutti. Sicuro che si rimanda ancora alle calende greche il nostro
matrimonio, ma non vorrei aver l'aria di un tiranno. Che cosa pensa la
mamma di questo progetto?
--Povera mamma! sento che io sono una cattiva figliuola per lei, come
sono una cattiva amica per il mio buon Cresti, e una cattiva compagna
per me stessa.
--Qualche volta sì--approvò con una punta di canzonatura il romito del
Pioppino.--Ma veniamo al nostro caso. Per quanto il rimandare di
qualche mese ancora quel che dovrebbe essere già fatto mi pesi un
poco, tuttavia, per non dir di no alla zia, ci si potrebbe intendere.
Il Ravellino non è ancor pronto; ma sentiamo: ottobre, novembre....
bastano?--
Cresti tenne alzate le due dita aperte, agitandole nell'aria, poi
riprese:--Possiamo far i conti almeno per la Madonna di dicembre?
--Non so!--rispose faticosamente la sposina senza togliere gli occhi
dalla fiamma.
--Io non voglio, nè saprei essere un tiranno: ma ho pur bisogno di far
i miei conti. Non parlo, s'intende, de' miei diritti e delle mie
legittime impazienze; ma via, se la Riviera deve far bene anche a noi,
giorno più giorno meno, non è quel che conta. Che cosa dice la mamma?
--Non sa nulla--rispose con tono asciutto e pauroso la signorina. Il
segreto pensiero che l'aveva condotta a questo colloquio s'irrigidì
quasi visibilmente nei tratti del suo volto pallido e stanco.
--Cioè.... intendiamoci--balbettò il pover'uomo che cominciava a non
capire.--Questo viaggio sarebbe per caso un pretesto per... per...--
Flora si coprì gli occhi colla mano, in cui raccolse tutte le rughe
della sua fronte dolente.
Cresti credette questa volta di capir troppo e s'impaurì. Che diavolo
voleva dire questo improvviso scoraggiamento, questo parlar sibillino?
Si smarrì, barcollò sulla sedia, si alzò, mosse un poco le mani in
aria e chiese soffrendo:--Che c'è? non capisco... cioè temo di capir
troppo. O Dio, Flora, m'inganno o è dunque vero, è dunque vero quel
che io temo da un pezzo?
--Noi dobbiamo essere sinceri, Cresti: sì, noi dobbiamo essere forti e
sinceri--ripigliò la signorina del Castelletto rianimandosi, alzandosi
essa pure come per darsi quella forza di cui aveva bisogno.--Io non
posso ingannare, nè Cresti vuol essere ingannato. Oggi sono troppo
necessaria a quella povera gente, perchè possa pensare di
abbandonarla.
--Io... non dico che si abbia ad abbandonare nessuno--balbettò il
poverino--ma chiedo solo se Flora è venuta a portarmi la morte.
--Cresti, mio buon Cresti!--proruppe con un vivo abbandono di cuore la
fanciulla, afferrando la mano inerte del povero amico, che si era
oscurato tutto e quasi rattrappito nel suo tetro dolore.
--Oggi le cose son tutte mutate. Una grande disgrazia, un grande
castigo ha colpito quel poverino. Dio non vuole che io l'abbandoni. Il
mio posto è accanto a lui. Era scritto che io doveva essere per lui
qualche cosa. Non potendo essere altro, sarò la sua infermiera, la sua
guida. Devo vivere per aiutare lui a vivere: devo volere e vedere per
lui: devo accompagnarlo fin dove Dio vorrà, per quella strada che Dio
vorrà, consacrandomi a lui, tutta a lui che non vedrà più la luce del
sole. Sento che l'anima sua è nella mia mano.--
La voce di Flora dapprima esitante s'era andata via via rinfrancando
con un calore di convinzione che non poteva non ferire il suo timido
amico. Dopo aver cercato invano due o tre volte di sorridere alle
nobili declamazioni della signorina e a quel gesto con cui faceva
vedere di stringere un'anima in pugno, uscì finalmente a dire con un
tono tra l'amaro e il beffardo:
--Dio, già, già: è così comodo questo benedetto Iddio che è peccato
non credergli...
--Egli parla attraverso il nostro cuore.
--Come in un fonografo... Eh via, è una commedia!--aggiunse con
asprezza quel pover'uomo oltraggiato.--Ho diritto anch'io a qualche
rispetto.--
Flora sentì alla sua volta il colpo degli oltraggi ch'egli le gettava
in viso e si lasciò cadere sulla sedia.
Seguì un minuto di silenzio gelido, duro, pieno di oscure tristezze,
durante il quale si fece sentire la pioggia battere contro ai vetri.
Fu ancora essa la prima a uscirne. L'uomo si sentiva così irrigidito
nel male, che temeva quasi di dover spezzarsi e cadere in frantumi al
minimo sforzo che avesse fatto per parlare. L'unica idea che gli
andava al capo investendolo come una fiamma era quella che aveva già
espresso colle parole: «Ho diritto anch'io a qualche rispetto...» Ma
dai denti non usciva che un sibilo morto.
--C'è qualche cosa che è sempre più forte di noi, amico Cresti: e se
il nome di Dio la offende in questo momento, ebbene la chiami pure
fatalità: ma preferisco essere disprezzata e odiata piuttosto che
avvilirmi ad ingannare la bontà d'un uomo giusto. Questa confessione
non deve offenderla, Cresti, perchè ella sa che non è storia di ieri.
Siam cresciuti quasi insieme, come fratello e sorella, Ezio ed io:
insieme è cresciuta in me quell'affezione che ora si fa
prepotentemente sentire e ch'è più forte di me e delle mie promesse.
Avevo potuto rinunciare a lui quand'era superbo e felice: non posso
abbandonarlo ora che è così misero. Amo il suo dolore. Io non ho
cercato questi avvenimenti; lo sa: ero quasi superba d'aver rinunciato
a lui; ma la fatalità fu più forte di noi tutti. Oggi quella
pover'anima ha così bisogno di me che io non potrei essere d'altri
senza rimorso e senza raccapriccio. È illogico? ebbene il mio buon
Cresti non potrà accusarmi di egoismo e di grettezza di cuore. Sento
tutto il male che faccio al mio vecchio amico: sento che non potrei in
un modo peggiore ricompensare la sua devozione, il suo affetto: sento
che per poco lo rendo il giuoco della mia volubilità: ma qui davanti a
lui, nella sua casa, io non devo ragioni ad altri che a lui e non
voglio essere quel che non sono.
Egli mi deve giudicare perchè appartengo più a lui che a me, ed egli
conosce la storia del mio cuore più di quanto la conosco io stessa. So
tutto il bene che perdo e non so a quale destino di miseri dolori mi
consacro: ma oggi non posso abbandonarlo, no, senza esporre la sua
anima debole e vacillante ai pericoli d'una nera disperazione. Dio mi
ha messa nella mano un'anima e non posso allargare la mano. Un mio
amico protettore mi offre amore, ricchezza, agiatezza, pace con
decoro, per sempre: questo povero cieco non mi può offrire che
tristezze. Per Cresti potevo essere più che una sorella, sarei stata
una regina. Per Ezio... che cosa potrò essere? non so, non oso
cercare. Non sarà Dio che parla attraverso al cuore, ma sento che una
forza invincibile mi chiama a compiere questo dovere.
--Dovere?--mormorò con ironica meraviglia--non storpiamo i nomi più
sacri.
--Il mio posto...
--E nell'assurdo.
--No, Cresti: nella sincerità.--
Era un'aspra sentenza in una dolce parola che veniva a cadergli sul
capo. Illogico, assurdo o mostruoso, che valeva ormai contrastare a
ciò che fatalmente era andato tanto avanti? Sincerità voleva dire
partita perduta. Del resto, se tornava indietro col pensiero, quel che
la signorina del Castelletto era venuta a dire non era interamente
ignoto a lui che per molti anni aveva assistito al lungo e silenzioso
aspettare di quell'amore. Più d'una volta aveva preso parte egli
stesso ai dubbiosi dibattiti di quel cuore e aveva sofferto delle
ingiurie che gli erano state fatte: ora non vedeva che avverarsi in un
atto per lui mollificante, ma non imprevisto, le mille apprensioni, i
mille oscuri sospetti, le segrete paure e le gelosie del suo stesso
amore. Era dunque fatale che ciò avvenisse.
--E la mamma che dirà?--provò a chiedere.
Il colloquio fu interrotto dall'entrare di Angiolina che portava il
caffè. Il padrone tolse di mano alla donna il servizio e colla minuzia
dell'uomo ordinato e casalingo versò egli stesso il caffè e porse la
chicchera alla signorina.
--Sediamoci, Flora--riprese a dire poco dopo sottovoce, mentre
rimestava col cucchiaino nella sua chicchera.--Sediamo e lasciamo
riposare un momento il cuore. Posso dire di avere sempre temuto questo
istante doloroso, quantunque l'avessi più temuto che preveduto. Può
essere che domani mi sembri la cosa più naturale del mondo e che
l'assurdo sia io: e dovrà essere così, perchè non per nulla un uomo
come son io ha potuto vegetare fin quasi a quarant'anni in una vita
solitaria, scontrosa, senza scopo e senza corrispondenza di spirito.
Io son stato assurdo quel dì che ho potuto credermi degno di qualche
considerazione.
--Non dica questo--cercò di protestare Flora che sentiva lo strazio di
quelle parole.--La nostra riconoscenza...
--Oh, la vostra riconoscenza non mi potrà mancare, lo so: anzi farete
di tutto per pagarmela in lire soldi e quattrini.
--No, no, Cresti.
--Sì, sì, non vi mancheranno i mezzi per pagarmi e ve ne dovrò
rilasciare ampia ricevuta, perchè non abbiate ad averne il più piccolo
scrupolo. Così sarà fatta la volontà di Dio.--
La voce dell'uomo ferito rantolò, l'occhio addolorato si accese di una
tenue fiamma d'orgoglio. Egli si mosse di nuovo come se scattasse da
irti aculei, girò per la stanza lottando con tutto sè stesso, portando
ora una mano ora l'altra alla bocca quasi per voglia di mordere,
finchè voltando le spalle alla signorina Polony si fermò davanti ai
vetri di una finestra vibrando in tutti i muscoli del suo piccolo
corpo robusto, reso quasi cieco da un velo di lagrime morte che non
sapeva più trattenere.
Flora ebbe pietà di quel gran dolore: ma non avendo più parole per
consolarlo, nascose la testa fra le mani e stette così piangente in
un'attitudine di umile colpevole.
Durante questo nuovo silenzio si sentì ancora la pioggia cruda battere
contro i vetri e fremere sulle depresse foglie del giardino.
Le case a riva parevano agli occhi del povero Cresti sprofondate in
una oscura lontananza, il cielo basso e ristretto, le cose tutte
chiuse in una grigia tristezza.
E una grigia tristezza pioveva nel suo cuore. Qualche cosa di vitale
si accorse che cominciava a venir meno in lui. Qualcuno già piangeva
sul povero Cresti che una forza brutale trascinava a morire nel
ridicolo e nell'umiliazione.
A sentir singhiozzare si voltò e vide Flora scossa dal pianto, che
riempiva di lagrime il fazzoletto. Eran lagrime di sincera pietà per
il male che era venuta a portare colle sue mani. Essa per la prima era
la vittima delle cose. Qual colpa aveva lei se non poteva offrire un
amore che non era mai nato? bisognava tener conto del suo coraggio,
della sua sincerità; e perchè era venuta a deporre ai piedi di un
vecchio amico la confessione del suo cuore, bisognava non negare un
segno di riconoscimento a quell'atto di coraggiosa sincerità.
Non bisognava infine denudar troppo un vecchio e poco attraente amor
proprio, non avvilir troppo un'antica dignità, non rimpicciolirsi
troppo nelle proprie sconfitte. Cresti insomma davanti a quella
bambina piangente si sentì ancora il più forte, forse perchè volle
essere il più orgoglioso. Vecchio amico e protettore sentì che toccava
a lui a dir la parola definitiva e si affrettò a cercarla.
--La mamma non sa nulla.... dunque....
--No.
--E non immagina nemmeno.
--Essa non vuol nemmeno che io accompagni la zia Vincenzina.
--Capisco che ella non possa approvare.... perchè... via.... quali
sono i vostri progetti? ma io non voglio saper nulla di quello che non
mi riguarda. Dirò solamente alla mamma le ragioni per le quali può
parere utile che Flora accompagni la zia e resti per qualche mese in
Riviera: le farò capire che potrei accompagnarvi o raggiungervi dopo
qualche tempo e che intanto il nostro matrimonio si ritarda: va
bene?--
E dopo un'altro istante di combattimento riprese:--Per ora mi pare
inutile turbare la pace della povera mamma con delle spiegazioni che
essa non capirebbe e che ci metterebbero tutti in un grave imbarazzo.
E così anche alla gente si potrà dire che il matrimonio è rimandato a
tempo indeterminato.... va bene?--a poco a poco potremo preparare la
così detta opinione pubblica ad accettare i fatti compiuti. Tra noi
due però resta inteso che fin d'ora tutto è.... (e compì il pensiero
soffiando un poco sulle dita), mettiamo d'aver fatto un sogno.... va
bene, Flora?--
E finì quasi ridendo.
--Amico mio, o come devo dire? mio protettore?--sorse a dire Flora
ponendogli una mano sulla spalla--ero sicura, venendo qui, che avrei
trovato indulgenza e soccorso. Nessuno al mondo--mi ero detto--mi darà
ragione: ma Cresti sì. Lui solo mi aiuterà a compiere un pietoso
dovere perchè Cresti è buono e mi ama come una sua figliuola.
--E allora chiamami papà--disse confusamente il vecchio amico,
stringendo fra le tozze mani annerite dal sole la fulva testa di
Flora, a cui accostò il viso contratto e lasciò che la grande
battaglia degli spiriti combattenti passasse tutta. Flora aspettò che
la battaglia finisse, poi portò le mani dell'amico alle labbra e le
baciò più volte.
Non parlavano più, perchè erano arrivati a quel punto di elevazione in
cui la più piccola parola può rompere la serenità del bene, come basta
un sassolino a smuovere una rovina nei declivi delle altissime rupi.
Si strinsero tre o quattro volte le mani in segno muto di pace, di
promessa e di alleanza. Cresti promise come potè di scendere la sera
stessa al Castelletto a persuadere la mamma e a dimostrarle che un
mese di Riviera avrebbe fatto bene a tutti: e accompagnò la fanciulla
smarrita che non trovava più la via di uscire fino al principio del
viale, mentre, cessata la pioggia, un raggio sparso di sole veniva a
battere sulle grigie muraglie.
Il tuono fuggiva morendo lontano nelle alpi e dai rotti del nembo
uscivano lembi di sereno, da cui veniva una fresca brezzolina a
scuotere le frasche grondanti dei pergolati.
Flora si voltò una volta ancora a salutare colla mano quando fu al
cancelletto e scomparve. Egli rispose colla mano e si lasciò andare
sui gradini del portichetto come uomo affranto da una inesprimibile
stanchezza.
Era fatale che ciò avvenisse. Non avrebbe saputo dire nè il come nè il
quando, ma da un pezzo il cuore gli andava dicendo che egli seguitava
a camminare per una strada sbagliata. Flora aveva per lui della buona
amicizia, della stima, della riconoscenza, ma tutte queste cose messe
insieme e condite dalla migliore volontà non bastano ancora a fare un
boccone d'amore.
L'amore vien dal lievito dell'anima. L'amore va solo anche senza il
corteo delle venerate virtù, va al tristo, al povero, al malato, al
mendicante, allo storpio, al cieco: ma non c'è catena che possa
trascinarlo per forza. Amore sale dove la sua natura ignea lo porta,
abbrucia tanto il palazzo di marmo, come la capanna di paglia: ma tu
non puoi suscitare una scintilla in un cuore di ghiaccio.
Si mosse, col corpo indolenzito, come se uscisse dalle verghe. Si
trascinò verso casa, rientrò nel salotto dove morivano gli ultimi
tizzoni della fiammata nella cenere. Il sole entrava per le finestre
ancora sgocciolanti di piova: ma l'aria pareva fatta scura, i mobili
rimpiccioliti. Sulla tavola, presso il servizio di caffè era rimasto
un piccolo guanto che essa aveva dimenticato, un piccolo guanto ancor
pieno della sua mano, ch'egli raccolse e strinse nel pugno, portò alla
bocca per strozzarvi il singhiozzo mortale che gli usciva dal cuore.