Verso la luce.
Una sera donna Vincenzina, sentendosi dei brividi nelle ossa, andò a
letto più presto del solito. La notte i brividi divennero febbre, che
crebbe sul mattino forte e ardente. Le sensazioni troppo violente dei
giorni passati dovevano avere il loro contraccolpo nel suo
temperamento non abituato alle fiere battaglie della vita.
Il dottore, chiamato d'urgenza, giudicò il caso non gravissimo; ma
avvertì di stare in guardia contro i pericoli di una febbre infettiva.
Due giorni dopo si dichiarò il tifo, con tutti i suoi sintomi di coma
e di delirio.
Non essendovi a Villa Serena una donna giovine che potesse assistere
la malata, nè potendosi far molto conto sopra la povera Matilde e meno
sulla vecchia Bernarda, Flora trovò che il suo posto era accanto al
letto della zia, e nessuno osò contrastarla.. Per tre settimane,
quanto durò il primo periodo del male, quasi non si tolse il vestito
da dosso, ritrovando nella sua energia, non solo la forza di assistere
la inferma ma anche quella di far andare la casa in modo che ognuno
avesse il suo posto e il suo da fare. Massimo restò fin che gli parve
di non essere d'impedimento: e fu un bene, perchè intorno a lui si
raccolsero gli altri come intorno a un capo di famiglia.
In quest'improvviso sconcerto, nell'apprensione comune, Ezio dimenticò
alquanto sè stesso e cercò di farsi dimenticare. E nell'alternativa di
bene e di male, di speranze e di timori, che formavano la vita di
quelle dolorose settimane, seguì un tempo di tregua salutare per lui e
per tutti gli altri. Lo stesso Cresti che veniva sempre a chiedere
notizie della malata non osava pensare alla sua felicità.
Per non essere d'imbarazzo Ezio usciva spesso a passeggiare solo per
le stradine a lui note, ora verso la chiesa dove s'incontrava spesso
coll'arciprete, ora verso il cimitero dov'erano sepolti i suoi cari,
un cimitero romito e tranquillo in mezzo alle vigne; e vi restava
volentieri seduto all'ombra del muricciuolo a leggere sè stesso.
Intorno a lui ronzavano i mosconi nel caldo odore dell'erba tagliata e
messa a seccare. Frulli d'ala, cinguettii di passeri vagabondi e i
colpi spessi delle coti sulle falci, portati dal vento e mescolati
alle voci erranti del villaggio, gli facevano intorno un piccolo
mondo, in cui sentiva mescolarsi la vita alla morte.
Poco lontano, colle teste quasi appoggiate al muricciuolo, ov'egli
sedeva, dormivano suo padre e sua madre. Per poco ch'egli discendesse
coll'occhio dell'anima sotto le zolle fiorite, ne rivedeva le care
spoglie composte nell'eterno silenzio, immagini evidenti come non eran
tornate mai davanti al suo occhio vivo, quando altre forze lo
trascinavano ad altri pensieri. Ora fatto più chiaroveggente e più
penetrante il suo spirito non si arrestava più alla superficie delle
cose, ma come se una mano potente levasse il muro che separa il regno
dei vivi da quello dei morti, vedeva allargarsi lo spazio in cui si
muovono le cose.
Siam noi che ci sforziamo di alzare una barriera tra i vivi ed i
morti; ma veramente la natura non sa dove gli uni finiscano e dove
incominciano gli altri. Le cose vanno in una seguìta continuità
trascinate dall'intimo spirito che le penetra, mormorando tra loro in
un pensiero solo che le raccoglie, sommessa armonia che sfugge a chi
ha l'orecchio pieno di frastuoni mondani, ma che le anime raccolte
sentono passare insieme alle mille cose che scendono nel tempo. La
morte non è che un principio. Essa è buona quando arriva a tempo come
è buono il cadere d'un frutto maturo, da cui scendono alla terra nuovi
semi: ma non tocca al tronco dell'albero scuotere da sè i suoi frutti.
Colui che aveva meditato il suicidio come la fine d'un triste viaggio,
sentiva ora che il fiume scorre anche nelle tenebre verso un fine
profondo che può essere anche un ritorno.
Ezio seduto all'ombra di quel muricciuolo cercava di richiamare
coll'aiuto delle memorie il passato nel presente per rivivere le ore
che aveva sbadatamente buttato via, ciascuna delle quali aveva dovuto
contenere un sapore non gustato, un valore non apprezzato a tempo,
scaduto per sempre, come quello delle vecchie monete che il contadino
scopre in un angolo del suo campicello. L'avvenire non paga
gl'interessi della vita se non a chi ha saputo ben impiegare il
capitale del suo passato: ma può concedere un largo credito a una
onesta speranza.
Vivere in una buona speranza è il miglior modo per consolidare
l'avvenire nel presente, di dar consistenza al tempo che fugge, di far
della vita l'espressione di qualche cosa.
Il cieco non sapeva capire che cosa fosse questa nuova speranza che
veniva a sorreggerlo nel momento in cui tutte le forze stavano per
abbandonarlo: non capiva nemmeno da dove venisse; ma ne sentiva il
caldo raggio intorno al cuore come intorno al capo quello del sole
ch'egli non poteva vedere.
Intanto non pensava più a morire,
--Non potresti uccidere in te, tutti quelli che ti amano--aveva detto
Flora con ragione. Sì, triste è sopravvivere nel cuore altrui come un
triste fantasma. La vita che viviamo in noi è troppo poca cosa in
paragone a quella che ci lega agli altri. L'anello non si può
strappare senza che tutta una catena di cuori si spezzi. E allora
cercar la pace nella morte è un cercar il vantaggio suo nel castigo
altrui, qualche cosa di più crudele e nel tempo stesso di più vile che
il vivere a spese delle lagrime de' tuoi simili.
La morte che vien da Dio è invece cosa matura e buona, e nessuno dorme
così bene come chi dorme benedetto nel cuore d'un fratello.
Flora aveva ragione. A lui pareva già di riposare in questa soave
benevolenza piena di carità in cui avevano raccolta una povera anima
ferita i suoi parenti, i suoi amici, i servi stessi della casa e le
persone in mezzo a cui sentiva di passare, quando andava per le strade
del paese. La povera madrina s'era ammalata di dolore, il buon zio
Massimo non aveva voluto lasciar la sua casa: perfino quel piccolo
uomo di Andreino aveva saputo compiere per lui meravigliosi atti di
sacrificio e di coraggio: il Bersi, il buon Cresti.... tutti avevano
avuto uno slancio di cuore per salvarlo dal naufragio. E Flora? che
dire di questa tenera creatura, di quest'antica compagna della sua
infanzia, che gli era venuta incontro nel momento più doloroso, quasi
per impedire ch'egli cadesse affranto dai mali, e l'aveva rigenerato
nel lavacro ardente di tutte le sue lagrime?
Da troppe parti ora si sentiva assediato e stretto perchè potesse
ancora pensare a fuggire. Per tradire tante anime buone gli sarebbe
abbisognata una forza ch'egli non possedeva più. Il vecchio egoista si
sentiva un Sansone avvilito e disarmato.
* * * * *
Fuori della cinta del giardino continuava a salire nell'erta del monte
una strada a scalinata che passando nell'ombra degli ulivi menava a
una spianata molto verde e aperta dove spiegavasi la gran luce del
cielo e del lago. Qui era anche una piccola grotta naturale rivestita
di molte erbe e per la frescura del sito erano stati collocati alcuni
sedili che invitavano a restare. Ezio imparò a contare i gradini che
menavano fin lassù e una volta arrivato si compiaceva di rimanere a
«contemplare» la larga distesa azzurra che dilagava davanti.
Non la vedeva propriamente con gli occhi, ma ne sentiva l'immensità in
un non so che di più libero e di più arioso che circondava la sua
persona.
Nella freschezza del vento sentiva un refrigerio anche al suo
patimento col quale andava a poco a poco familiarizzandosi: e stupiva
qualche volta di non sentirsi più così fieramente infelice. Si può
amare il proprio dolore? può un'anima stanca riposare nel suo
patimento come un viandante affranto dalle fatiche del viaggio trova
riposo e sonno sopra un mucchio di spine? può fiorire il dolore come
in mezzo alle nevi sboccia un cespuglietto di ellebori? doveva egli
credere a una grazia invocata e intervenuta dall'alto o ritenere che
nella vita e la fonte inesauribile di tutte le forze sempre fresche e
sempre in moto come il mare?
Qualche volta portava lassù il violino che Flora aveva cavato dal
polveroso astuccio e messogli nelle mani e si compiaceva di ritrovare
le note dei vecchi esercizi sulle corde, evocando nell'oscura memoria
frammenti di frasi melodiche che trovavano nel vecchio strumento un
obbediente interprete. In breve, nella raccolta tensione del suo
spirito, scoprì che le dita e l'archetto andavano agevolmente da sè in
cerca di armonie nuove, di accenti sconosciuti, di voci che egli non
aveva mai udito uscire dal cavo legno del suo strumento, quali forse
non erano mai state scritte in nessun rigo di musica. Meravigliato
inseguiva quelle note e quei gemiti in cui esalava il suo patimento e
che avevano la virtù di farlo piangere.
Flora lo sorprese una volta in questa attitudine di ispirata mestizia.
--Tu ti fai bravo--gli disse.
--È sorprendente, Flora. Io comincio ora soltanto a capire che cosa è
la musica. Ho sempre creduto che la musica fosse quella scritta sulla
carta e mi accorgo invece che l'abbiamo in noi. Con un po' più di
pratica meccanica spero di far dire al mio violino delle grandi cose.
Capisco come Orfeo movesse le pietre e le piante; è una cosa divina,
una cosa che fa quasi paura.
Flora, quando la zia cominciò ad aver meno bisogno di lei, saliva
spesso alla grotta per riaccompagnare il cieco in una passeggiata
attraverso ai campi, lungo le siepi e intanto raccoglieva un mazzetto
di fiori per la sua malata.
Ezio imparò a «vedere i fiori nell'erba». Colla mano leggera toccava
la riva erbosa e sceglieva la margherita e il bottone d'oro, il
ranuncolo, il timo silvestre, la menta con una delicatezza prodigiosa
di tocco.
--E dire che io son sempre stato un grande ignorante in fatto di
botanica! e non c'è nulla di più bello di questi fiori naturali che la
terra offre per nulla. Mi piacevan tanto quand'ero bambino e che
venivo colla povera mamma a passeggiare sui monti. Me li ricordo quei
bei fiori di allora... Li vedo tutti come tanti occhi che mi guardano
con tenerezza infantile.--
Flora potè accompagnare il povero cieco in passeggiate sempre più
lunghe per sentieri diversi nel fitto delle erbe di mano in mano che
al venire avanti dell'ottobre anche la stagione si attenuava in una
specie di tenera stanchezza.
Il sole entra con minor vampa nella trasparenza della vegetazione più
rarefatta, in cui qualche foglia già rosseggiante nel verde accenna a
un primo declinare dell'anno. Giornate non troppo lunghe animate da
brezzoline settentrionali passano con luminosa freschezza sulle acque
del lago, in cui i colori del cielo si smorzano in flutti che sembrano
foglie di rose bianche. Le vette dei monti spruzzate dalle prime nevi
ricevono al mattino la dipintura rosea del sole che ristora e stanno,
se si può dire, quasi a ridere di gioia sotto il velo d'un cielo
trasparente e senza fondo. Il rosso carmino delle aurore e dei
tramonti urta e si mescola al bel verde smeraldo dei prati innaffiati
ogni notte dalle larghe guazze e col grigio dell'acqua che sente già i
tremiti paurosi dei venti freddi.
Contemplavano insieme questi spettacoli dagli alti gioghi, ove Ezio
amava inerpicarsi o dagli aperti sagrati delle chiesuole sparse pel
clivo, dove rimanevano a riposare. Ezio vedeva attraverso alle parole
di Flora come dentro a cornici aperte per quella virtù di evocazione
che suscita le luminose visioni dell'artista.
Una volta (era verso il tramonto di una giornata serena e mite)
sentendo suonare una campanella, si lasciarono condurre dal bisbiglio
e dal rumore degli zoccoletti a entrare in una di quelle cineserie che
il sole bacia per ultime, mentre le case del villaggio si oscurano
nella sera e si avvolgono nel fumo delle cene. Quattro muri chiudono
un rozzo altare davanti a cui una povera lampada arde della fede di
tanti cuori. La scienza non è mai salita fin lassù, e il dubbio, se
mai vi passa stanco e perduto, si arresta volentieri a riposare sulla
porta. Entrano le vecchie donne e i coloni che hanno finito di
lavorare e quasi di vivere, insieme al rumore delle zoccolette che
hanno corso tutto il giorno dietro alle capre: e a quell'unica fiamma
d'olio che contrasta coll'ultimo raggio di sole, dietro a una voce che
invita seguono le altre a rispondere il rosario in cui di umano e
d'intelligibile non c'è che il sentimento che l'ispira. Poi quella
stessa voce intona una litania e tutte le altre cantano, nell'ombra
crescente, mentre al dondolare della lampada par che escano ombre ed
immagini dal rozzo intonaco dei muri.
Ezio quella sera era in vena di cantare e provò a mescolare anche la
sua alla voce delle donne e dei ragazzi. Non l'aveva mai fatto in vita
sua, nemmeno da bambino le poche volte che la mamma l'aveva condotto
in chiesa: più tardi aveva creduto che il cantare in chiesa fosse il
teatro dei contadini che mescolano al profumo dell'incenso troppo
odore di prossimo selvatico. Ma quella sera i suoi nervi affievoliti
furono improvvisamente scossi da una soave pietà per tutte quelle
anime che, sprigionandosi dai rozzi corpi, s'armonizzavano in una
cantilena che per le finestre aperte usciva a spandersi per il cielo.
Tornarono a casa un po' tardi quel giorno, mentre già usciva qualche
stella; e per tutta la strada non si dissero una parola.
* * * * *
Ai primi di ottobre ebbero luogo le fauste nozze di Amedeo e di
Regina, alle quali Flora non potè assistere come aveva promesso. A
stento trovò un quarto d'ora nella giornata per correre a salutare e
baciare all'imbarcadero la sposa, che partiva per un breve viaggio di
due giorni fino a Locarno e alla Madonna del Sasso, dove aveva
promessa una «divozione». Erano alla riva Bortolo, Maria Giulia, la
zia Maddalena, il parente dell'osteria del Gallo, dove s'era celebrato
il modesto pranzetto, don Malachia che li aveva benedetti, gli amici
barcaiuoli che avevano diviso con Amedeo i trionfi delle regate, le
compagne della sposa e una piccola folla di gente del paese, che
prendevano parte alla gioia di quei due ragazzi come se fosse la gioia
di ciascuno e di tutti. Amedeo vestito di nuovo con una giacchetta di
panno nero, su cui spiccava una lunga cravatta celeste, aveva l'aria
imbarazzata e confusa di un monello colto sul fatto di una
bricconeria, schivava gli occhi degli amici che tentavano di
abbracciarlo, e per darsi un'attitudine seguitava a mordere ed
accendere un bel sigaro nuovo che gli aveva regalato il signor Cresti
in un elegante astuccio di cuoio. Regina in un vestito di pannino
grigio su cui il suo bell'oro giallo faceva una stupenda figura con
nulla in testa, e per tutto bagaglio uno scialle sul braccio e una
valigetta in mano, si lasciava carezzare, baciare e stringere da tutte
le donne, da tutte le ragazze che la invidiavano senza rancore. Era un
pò pallida per le molte emozioni e per la stanchezza delle ultime
giornate, ma gli occhi sereni e aperti lasciavano vedere fino in fondo
la sua felicità resa sicura dall'inconsapevolezza e dalla piena
fiducia nell'uomo a cui aveva detto di sì.
Nulla sarebbe stato più fuori di luogo e avrebbe fatta una più bella
figura barbina di chi fosse venuto a citare a quei due figliuoli un
aforisma sulla vanità delle cose e su la tristezza della vita. Oh
sapevan ben essi che cosa fosse la vita, meglio di qualunque filosofo!
una citazione amara e pessimista non avrebbe potuto intaccare tale
felicità più che la punzecchiatura d'una mosca possa intaccare una
statua di bronzo. La loro vita era così ben fusa e così ben colata
negli affetti naturali che potevano senza timore affrontare le
inclemenze dell'aria e le follie delle stagioni sicuri di acquistar
nel tempo, che rode le macerie, anche uno smalto di più sicura
bellezza. La natura non teme sofismi.
Mentre aspettava il battello che venisse a portarli via, Regina scorse
in una lancetta la signorina Flora che fece un segnale col fazzoletto.
Ai remi sedeva Ezio, il povero cieco, che destò un bisbiglio di
compassione in tutti i presenti. La sposa si sciolse dalle compagne e
scese a riva incontro alla contessina, che saltò a terra e se la prese
tra le braccia.
Regina ebbe appena il tempo di nascondere la faccia nel seno della
buona amica, perchè un improvviso colpo di pianto le schiantò il
cuore.
--Taci, non piangere--le sussurrò Flora.--Non farti sentire, non farti
vedere a piangere per me, non c'è ragione. Dio c'è per tutti,
specialmente per i più infelici. Vedrai che Iddio mi aiuterà e
preparerà anche a me qualche compenso. Tu non cessare di pregare per
me, per _lui_... per tutti. Ho bisogno che Egli compia un
miracolo e che mantenga in me la fede che muove le montagne, fa vedere
i ciechi e camminare i morti. Guai se viene a mancare la fede a chi
cammina sui flutti! si precipiterebbe tutti sul fondo. Pregherai?
--Sì, sì, tutte le volte che mi sentirò più contenta--disse Regina,
asciugandosi di nascosto le lagrime.
--Grazie. Io godrò di ogni tua ora felice, Regina. Salutami il tuo
Amedeo e digli che non ti rubi troppo. Avrò forse ancora molto bisogno
di te....
--Anche lei presto, contessina, farà questo passo. Voglio metterle io,
in capo, il velo di sposa.
--Chi sa? l'avvenire è nelle mani di Dio: e non le facciamo noi le
strade per cui si cammina. Non meravigliarti se le cose andranno per
un'altra strada.--
Regina cercò di scoprire negli occhi della contessina il segreto di
queste parole: ma un improvviso squillo di cornetta avvertì che il
battello era in vista. Le due giovani si baciarono ancora una volta
sulle gote e si sciolsero senza poter pronunciare altre parole. Flora
entrò nella lancetta che si distaccò lentamente dalla riva, mentre
nuovi auguri e nuovi evviva salutavano i due sposi.
* * * * *
L'ottobre a un tratto si volse al piovoso, e, come accade spesso, la
stagione precipitò verso l'inverno con giornate tristi e agitate da
freddi venti di nord.
Il dottore fece intendere che il rimanere sul lago non poteva essere
prudente per donna Vincenzina, che usciva da una grossa battaglia; e
consigliò un lungo soggiorno in Riviera, dove anche Ezio avrebbe
potuto trovare più conforto nella mitezza del clima.
Massimo approvò questo consiglio e si offerse di essere compagno e
guida. La zia Vincenzina mise quasi per condizione che anche Flora
l'accompagnasse. Era un premio che la sua infermiera s'era ben
meritato; e non avrebbe fatto male manco a lei un mese di riposo dopo
si grandi strapazzi. Ma bisognava ottenere l'approvazione del signor
Cresti, dell'impaziente fidanzato, che vedevasi offeso nei suoi
diritti per ogni minuto sottratto alla sua felicità.
Questa partenza, foss'anche per un mese solo, minacciava di ritardare
ancora un matrimonio, che era già andato fin troppo per le lunghe tra
mille dolorosi accidenti.
Ma la zia Vincenzina assunse sopra di sè l'incarico di scrivere al
signor del Pioppino una bella lettera, a nome anche di Massimo, per
implorare la desiderata grazia. Un mese di riposo in Riviera avrebbe
restituita una sposa ancor più bella e robusta; e del resto chi
impediva il signor Cresti di fare un paio di valigie e di partire
anche lui in compagnia?
La zia lesse la lettera a Flora che s'incaricò di farla recapitare; e
seguendo un suo segreto pensiero, colse questo pretesto per andare
essa stessa in cerca del suo padrone e fidanzato, lassù al Pioppino.