carrubi, ulivi, alberi fruttiferi, ed erbaggi nel fondo di una valle,
che per lo stagnamento dell'aria, il riverbero delle colline, e la
vicinanza di una catena di montagne vulcaniche al nord, deve essere in
estate un soggiorno infernale. Pure gli abitanti vogliono che il caldo
siavi moderato; ma perchè l'uomo è un animale che s'avvezza a tutti i
climi, devesi piuttosto dar fede alla sua posizione topografica, che a
tutte le loro asserzioni.
Io non aveva in questo viaggio altri compagni che un domestico, ed il
dottor Brunoni che facevami da interprete e da _Cicerone_. Fummo per
ordine dell'Arcivescovo alloggiati in casa del parroco, che era un
ottimo vecchio. Desideravo di vedere qualcuna delle donne che hanno così
universale opinione di bellezza, ma tanto nelle case, che nelle strade
non vidi che donne al disotto della mediocrità. Pretendeva il mio
dottore non esservene di veramente belle, ma che sono le più scostumate
dell'isola, e sono spesso cagione di procedure innanzi ai magistrati di
Nicosia. Non è inverosimile che il calore del clima, la separazione
delle case, le fitte macchie di gelsi, e la frequente assenza dei
mariti, che vanno al mercato della città, siano cagioni della loro
dissolutezza, o non la rendano, se non altro, più facile.
Assicurasi che l'antica Citera era posta sopra una piccola altura alla
distanza di un miglio. Io non crederò mai che colà vi potesse essere un
giardino; o almeno non vedesene traccia. Ma noi dobbiamo descrivere
assai più interessanti oggetti. Partendo da Nicosia fui prevenuto, che
tornando da Citera, potevo visitare le ruine del _palazzo della Regina_:
ma ciò mi fu detto con certa quale non curanza, siccome di cosa di non
molto rilievo. Il dottore m'avea strada facendo indicato il luogo di
queste ruine sopra la più elevata sommità delle montagne poste al nord
di Nicosia. Credetti, osservandole col cannocchiale, vedervi oggetti
degni della mia curiosità; onde mi proposi di visitarle nel ritorno da
Citera. Dalla casa del parroco in cui eravamo alloggiati, vedesi di
fianco la montagna del palazzo della Regina. Congedatomi dopo il pranzo
dal nostro ospite, partimmo per vedere la fonte che bagna Citera. Ai
piedi delle colline argillose che sono al sud d'una catena di montagne
basaltiche, l'acqua sorge in abbondanza da cinque luoghi, ed in minore
quantità da molti altri, e forma ben tosto un piccolo fiume. È
trasparente, leggiera, perfettamente pura, e freddissima, per quanto mi
fu detto in estate; lo che prova derivare da profondo deposito posto
nelle montagne, e non mai nelle colline d'argilla. Credono gli abitanti
che abbia origine nei monti della Caramania continentale, e si faccia
strada per di sotto al mare. Nè ciò sarebbe, rigorosamente parlando,
impossibile; ma è ben più probabile che provenga dalle montagne
basaltiche dell'isola, facendosi strada sotto alle colline d'argilla,
senza però toccarle, perchè in tal caso perderebbe le sue buone qualità;
tanto più che queste colline sono di più moderna formazione, e
sovrapposte alla massa primordiale delle montagne.
Soddisfatta in tal modo la mia curiosità, lasciai con tutta indifferenza
la povera Citera, cui ben poco rimane del bello, ch'ebbe allorquando vi
dimorava la Dea della Grazie. Salimmo verso il nord fino alla prima
linea delle montagne che signoreggiano le colline d'argilla, e la grande
pianura al sud, di dove dirigendomi all'ovest sul piano superiore di
questa linea coperta di lava e di prodotti vulcanici, e costeggiando la
catena delle montagne basaltiche che ci stavano a destra, riprendemmo
dopo due ore la direzione del nord, finchè si giunse al monastero di S.
Giovanni Grisostomo posto a poca distanza della roccia, sulla quale sono
le ruine del palazzo della Regina, che chiamasi _Buffavento_.
Questo monastero che ha press'a poco la forma di quello di Santa Tecla
appartiene ai luoghi di Terra Santa. Tre monaci greci, la sorella del
priore vecchia e vedova, ed una giovane serva assai bella, sono i soli
abitanti di questa solitudine. Gli ortolani, e gli altri lavoratori
alloggiano fuori del monastero.
All'indimani 4 aprile uscii accompagnato da due guide, non avendo avuto
coraggio di seguirmi nè il dottore, nè il mio domestico troppo pingue
per arrampicarsi sulla rupe. Montato sopra un mulo andai fino alle falde
della rupe lontana del cammino mezz'ora di viaggio; e colà dovetti
smontare per salir l'erta. Dopo un quarto d'ora eravamo giunti al piede
dell'aguglia, ove trovansi due quadrati di muraglie rovinate. È
quest'aguglia una rupe tagliata quasi perpendicolarmente in ogni lato,
che non offre niuna traccia di sentiero. Approfittavamo
dell'ineguaglianza del sasso, e delle stenditure per aggrapparci colle
mani e co' piedi, ajutandoci a vicenda l'un l'altro: talvolta le guide
si fermavano per riconoscere il lato che offriva minori ostacoli,
comecchè tutti difficilissimi, e tutti sparsi di orribili precipizj.
Finalmente dopo molti stenti arrivammo alla porta del palazzo ove si
prese un istante di riposo.
Questo edificio può considerarsi come diviso in quattro parti le une più
alte delle altre, che io indicherò così; il primo l'alloggio delle
guardie, il secondo quello de' magazzini, il terzo il luogo di parata,
ossia la corte, il quarto il dormitorio de' padroni posto sulla più
elevata parte dell'aguglia.
La costruzione di questo edificio che posa sopra camere sotterranee
parvemi anteriore all'epoca istorica: onde per quanto mi fu detto non
viene ricordato in veruna storia degna di fede; ed io, per quanto
attentamente ne esaminassi ogni parte, non vi scorsi alcun indizio
d'iscrizioni, o di geroglifici.
Le mura sono formate di pietre prese in sul luogo, ed unite con cemento
di calce; e molti angoli sono fatti di mattoni ancora rossi, e ben
cotti. Quelli ch'io misurai sono lunghi due piedi, e larghi un piede, ed
hanno la spessezza di due dita: i pilastri delle porte e delle finestre
sono di marmo composto di nicchi marini di diverse specie, ed assai ben
conservati: alcune camere dell'edificio hanno ancora il coperto.
Pensando al lavoro ed alla spesa di quest'edificio posto in tal luogo, e
ponendo mente alla sua antichità, non si può non esserne sorpresi. Si
vede abbellito di tutto ciò che di più magnifico e signorile aver poteva
il lusso de' tempi in cui fu eretto. Le finestre sono regolari e
simmetricamente disposte, i pilastri, le cornici, i fregi delle porte e
delle finestre sono tutti di marmo colassù trasportato da lontane parti;
come non hanno potuto fabbricarsi in luogo, la calce, i mattoni, ec. La
bellezza, o dirò meglio, la magnificenza dell'appartamento in cui io
penso che si radunasse la corte, e perfino la provvista dell'acqua
necessaria alla costruzione di così vasto edificio in così elevato
luogo, tutto concorre a farci credere che il di lui fondatore fu un
sovrano fornito di non comuni talenti, e di molte ricchezze.
Se vuol supporsi che quest'edificio non fosse che una semplice rocca,
potrebbesi press'a poco determinare l'epoca in cui fu fatta, senza farsi
scrupolo del silenzio della storia perchè potrebbe non aver meritato per
alcun fatto importante, l'attenzione degli storici. Se vuole
risguardarsi come l'abitazione di piacere di alcun ricco privato
somigliante a quelle ch'io vidi sovr'alcune montagne dell'Affrica, direi
che tal'edificio si fece in eguali circostanze, cioè quando non eranvi
case nel paese piano. Ma se poi riguardo alla magnificenza ed al lusso
di questo palazzo, prezioso monumento dei progressi dell'arte all'epoca
della sua costruzione, ed alla singolare inattaccabile sua posizione;
son chiamato a crederlo la dimora di un gran sovrano.
Parmi adunque che il palazzo della Regina sia stato fatto avanti i tempi
storici, ed abitato da un ricco e potente sovrano dell'isola, il quale
volle farne a un tempo una rocca inespugnabile, ed un magnifico
soggiorno, ove i piaceri della società abbellivano e rallegravano
l'apparato della potenza. Ma qual è il principe che lo fece inalzare?
Il nome di _palazzo della Regina_ fu da costante tradizione trasmesso
fino ai nostri tempi, non essendovi persona nell'isola, che non lo
conosca sotto tal nome. Siccome ogni culto ha le sue misticità, mi fu
mostrato nel convento di S. Giovan Grisostomo un antico quadro in legno,
rappresentante, come mi fu detto, la regina fondatrice, cui i monaci
attribuiscono ancora la fondazione del loro convento. Questa principessa
vedesi in atto supplichevole avanti ad una immagine della Vergine Maria.
Il pittore ha fatta la regina più bella ch'egli ha potuto, ma gli diede
un abito greco moderno. A piè del quadro trovasi una iscrizione greca
quasi affatto perduta, ove leggesi ancora il preteso nome di questa
signora, _Maria figlia di Filippo Molinos_, ec.
Pretendono i monaci che si conservasse nel loro convento un antico
manoscritto, portante che questa sovrana era loro protettrice. Niuno
però vide tale manoscritto, ed il confronto dei due edificj disvela
l'anacronismo. Certo è intanto che quando fu fabbricato il palazzo della
regina non conoscevansi ancora nè la Maria, nè i Filippi, nè i Molinos,
ed ancora meno il monastero di S. Giovanni Grisostomo. Questi poveri
Greci dopo l'epoca del basso impero non vedono per tutto che monaci e
monasteri: essi chiamano chiesa la superior parte del palazzo,
quantunque composta di due piccole camere quadrate, con porte anguste
che escludono ogni verisimiglianza d'avere servito per luogo di riunione
di molte persone. Altre ruine poste quasi a' piè della rupe vengono pure
risguardate come reliquie d'un monastero; quando non sono meno antiche
delle altre. Io per me le ritengo essere stati ridotti, ed opere
avanzate per difendere l'ingresso del palazzo.
Trovansi discendendo alquanto più a basso le ruine di una vera chiesa; e
queste apertamente dimostrano la falsità dell'origine attribuita alle
prime. Ma inalziamo il nostro pensiero, e troviamo a questo singolare
monumento un'origine più analoga alla sua forma, alle sue ruine, alla
sorprendente sua situazione. Il nome di palazzo della regina, come
osservai poc'anzi è stato conservato e trasmesso dalla più uniforme
tradizione. Nella rimotissima epoca in cui fu fatto, se l'autore fosse
stato un uomo, avrebbe fatto soltanto una rocca, limitandosi ad una
ristretta abitazione per proprio uso, ma il buon gusto ed il lusso
estremo che campeggiano in quella parte da me chiamata salone della
corte, o della società, mi fa sospettare che sia stata l'opera di una
donna. È questa composta di quattro sale quadrate poste l'una dietro
l'altra con grandi finestre a settentrione ed a mezzogiorno, talchè da
ogni lato godesi l'aspetto di quasi tutta l'isola: le porte fatte nel
mezzo sono della stessa grandezza, e dall'ingresso della prima si vedono
tutte quattro le sale. Non può supporsi che tale appartamento si facesse
per luogo di difesa, perchè la sua forma non è punto appropriata a tale
uso: non potrebbe pure risguardarsi come un luogo di abituale residenza,
poichè le sue grandi finestre, postate fino a terra, ed aperte fino ad
ogni vento escludono questa supposizione. Nemmeno può risguardarsi come
un luogo destinato al culto, fuorchè a quello di Venere, essendo privo
di quella misteriosa oscurità, che caratterizza gli antichi tempj. Io
non trovo verun'altra spiegazione che quadrar possa a questa
continuazione di camere, fuorchè quella di essere state destinate ad uso
di loggia ossia d'appartamento di corte e di società. Il gusto altresì e
l'eleganza delle parti mi consigliano a riguardarlo come l'opera di una
donna: e quando altronde troviamo dalla tradizione conservato a questo
luogo il nome di palazzo della regina, è difficile il non prestarvi
fede.
Considerando la posizione di questo monumento, non si può a meno di non
essere sorpresi che niun viaggiatore l'abbia ricordato sotto il suo vero
punto storico e filosofico. Lo stesso signor _Rooke_ che aveva lasciato
libero il corso alla sua immaginazione in questi luoghi popolati da
tante antiche memorie, non fece un solo cenno di questo singolare
edificio che signoreggia quasi tutta l'isola, ed in particolar modo
Citera ed Idalia. Riferisce la tradizione che negli antichi tempi
potevano fino alla sommità montarvi i carri. Citera ed Idalia sono i
luoghi più vicini, ove trovinsi acque abbondanti in modo da poter
innaffiare ed abbellire i vasti giardini della potente padrona del
palazzo. Allora se questa signora era..! sì voi l'indovinate, lettore,
una vera _Venere_, o uno dei tipi della _Venere_ poetica..! se altri
viaggiatori visitarono queste ruine, e ne diedero una più fondata
spiegazione[7], non vogliate togliermi alla mia illusione d'avere
soggiornato un istante nell'abitazione delle grazie, e d'essermi
introdotto nel più elevato e più segreto gabinetto della Dea d'Amore.
Senza dubbio, quand'ella voleva compartire i suoi favori ai mortali,
riceveva a Citera e ad Idalia gl'incensi ed i non cruenti sacrificj,
indi ritiravasi a godere la compagnia degli Dei nella sua celeste dimora
al di sopra delle nubi.... Ah _Rooke_! io sono al par di te in preda
all'immaginazione.
[7] _Sembra che i pochi viaggiatori che parlano di queste ruine
non le esaminassero che stando a molta distanza, considerandole
soltanto sotto il punto di vista rappresentato dai monaci._
(Nota dell'Edit.)
Per ultimo se paragonisi la costruzione, la posizione, e l'antichità di
questo edificio colla tradizione e la favola, risulta in un modo assai
probabile che fu l'opera di una donna; che questa donna era assai
potente nell'isola; che Citera ed Idalia devono risguardarsi siccome
parte dei giardini della Dea; che essendovi allora qualche poeta
nell'isola, avrà senza dubbio divinizzati questi oggetti, facendo
l'apoteosi della regina, rassembrandola a _Venere_ figlia di _Giove_:
allegoria della fecondità della materia, e forse dell'attrazione
universale, che precedette di molto tempo la civiltà de' Greci e degli
Egiziani. In tale ipotesi il genio poetico avrebbe fatto immortale un
oggetto che forse era ben lontano del meritarlo.
Nella camera più alta che non ha più tetto evvi un cipresso selvaggio.
Ne colsi un ramo col frutto; poi salito sul muro staccai la più elevata
pietra dell'edificio.
Da questo luogo si gode la più magnifica veduta. Ad eccezione d'un
piccolo angolo di terra coperto dalle montagne di Pafo o del monte
Olimpo, l'occhio abbraccia quasi tutta la circonferenza dell'isola a
vista d'occhio come sopra una carta geografica. Verso la costa del nord
scopresi la piccola città di _Chirigna_, che sembra posta alle falde
della montagna. Avendo di là fatto le mie osservazioni trovai che la
latitudine di _Chirigna_, è di 35° 25′ 0″ nord, e la sua longitudine 31°
1′ 30″ est, dall'osservatorio di Parigi. L'orizzonte del mare è così
vasto, che la vista confonde il mare col cielo, rassomiglianti ad un
caos o densa nebbia. Attualmente su questa rupe non avvi acqua, come
forse eravene in antico; e forse l'acqua del monastero di S. Giovanni
Grisostomo non è che un'antica sorgente deviata dalla pristina sua
destinazione.
Respirasi su quest'altura un aere purissimo, ma di una tale temperatura
che non avrà permesso alla Dea di vestire tanto leggermente, come
piacque ai pittori ed agli scultori di vestirla. Questa guglia spingesi
in alto isolatamente sopra la catena delle montagne vicine, e forma una
specie di conduttore elettrico. Ho più volte notato, trovandomi nel
sottoposto piano, che le nubi che si alzano dalle minori montagne, o
sono portate dai venti, s'attaccavano alla sua cima: fenomeno favorevole
alle religiose illusioni della misticità[8].
[8] _Intorno a questo argomento vuol leggersi quanto acutamente
ha scritto nella sua _Scienza Nuova_ Giovanni Battista Vico._
Alle nove ore del mattino uscii del palazzo della regina. Non
incontrammo minori difficoltà nello scendere di quelle sostenute nel
salire. Giunto ai piedi della guglia, rimontai sul mio mulo, ed alle
dieci ore mi trovai al monastero per riunirmi al dottore ed al mio
domestico.
Dopo un'ora di riposo scendemmo le falde delle montagne basaltiche, poi
le colline d'argilla, ed eravamo in sul piano mezz'ora dopo mezzogiorno.
Occorrono dunque due ore ed un quarto per iscendere dal palazzo della
regina in sul piano.
Camminando verso S. O. passai ad un'ora dopo mezzogiorno il torrente di
Nicosia, che non ha acqua che nella stagione delle pioggie, ed un quarto
d'ora dopo attraversai il villaggio Caïmakà, di dove giunsi a Nicosia
alle due ore.
All'indomani 5 aprile partii da questa capitale alle otto ore ed un
quarto, andando pel gran piano verso S. O., poi avanzando tra mezzo a
colline d'argilla, piegai alle undici al sud, costeggiando la riva
sinistra di un torrente, che attraversammo a mezzogiorno poco prima
d'entrare in Idalia. Questo luogo un tempo così famoso pei suoi
boschetti non è che un miserabil villaggio posto in una valle circondata
di colline d'argilla pura, sterili, e assai triste. Le case sono mal
fatte e meschine, e gli abitanti poveri all'eccesso. Sonovi pochi
alberi, e pochi erbaggi, non coltivandovisi che frumento ed orzo; onde
si può dire che la moderna Idalia somigliante ai più poveri villaggi
delle pianure della Beozia, è il più tristo soggiorno che immaginar si
possa. Credesi in questo paese che l'antica Idalia fosse situata sopra
una piccola altura distante un miglio dalla presente. Mi recai in sul
luogo, ma non mi fu dato di scoprirvi alcun'orma di antichità. Di là
vedesi perfettamente il palazzo della regina.
Non trovando cosa degna di attenzione ripresi la strada alle due ore
dopo mezzogiorno. Poichè ebbi attraversati un villaggio ed un paese
assai tristi fra colline d'argilla sterilissime, scesi in sul piano,
lasciando a sinistra il villaggio d'Aradipo, ed a sei ore entrai in
_Larnaca_, la più ragguardevole città dopo Nicosia, residenza d'un
vescovo, di tutti i consoli stranieri, di alcuni negozianti europei, e
di molti Greci protetti da diverse nazioni, colle quali dividono i
privilegi e le immunità della rispettiva bandiera. E per tale ragione vi
si trovano le costumanze press'a poco delle città e dei porti d'Europa.
Il giorno del mio arrivo il governatore Turco, che è uno sceriffo, venne
a visitarmi portando a lato la sua carabina; ed il giorno dopo fu a
trovarmi con numeroso seguito il vescovo. Lo stesso fecero i consoli, ed
i principali cittadini.
La rada di _Larnaca_ parvemi troppo aperta e mal difesa; ma la sua
posizione geografica in faccia alle coste della Siria vi chiama molti
bastimenti. Lontano un miglio da questa città trovasi il borgo _Scala_,
in cui risiede il console inglese e due altri consoli. La sua latitudine
è di 31° 27′ 30″ E. dell'osservatorio di Parigi, e la latitudine 34° 56′
54″ N.
Il giorno 8 aprile alle due ore ed un quarto dopo mezzogiorno uscii di
_Larnaca_ prendendo la direzione di S. S. O. Trovai a breve distanza un
acquedotto di notabile lunghezza, ma di meschina struttura. Alle tre mi
trattenni alcun tempo nel giardino di una casa di campagna, e quando mi
rimettevo in cammino il tempo si andava abbaruffando di modo che a
fronte d'ogni mia diligenza fui raggiunto dalla pioggia. Alle sei ore
entrai nel villaggio di _Mazzotos_.
La pianura attraversata è alquanto fertile; a destra è chiusa dalle
montagne, ed a sinistra dal mare, lontano sei miglia dalle montagne.
_Mazzotos_ è un povero villaggio posto in buon terreno alle falde delle
montagne.
Il giorno nove alle cinque ore e mezzo del mattino mi diressi al S. O.;
indi piegai all'O. dopo avere attraversato un paese fertilissimo
chiamato _Laconicos_, e che i naturali credono essere stato abitato da
una colonia di tal nome. Fui avvisato che troverei a diritta le ruine di
una antica città detta _Alamina_, che non devesi confondere con
Salamina. Alle sette ore varcai un piccolo fiume, ed un'ora dopo un
altro pure di poca importanza: finalmente alle otto e tre quarti feci
alto in riva al fiume di Sant'Elena.
Alla foce di questo fiume trovasi un piccolo porto con una vasta rada
dello stesso nome, perchè la principessa Elena madre dell'imperatore
Costantino vi sbarcò tornando dal suo pellegrinaggio di Gerusalemme.
Partii alle dieci del mattino camminando lungo il mare. Alle due ore
dopo mezzogiorno passai in vicinanza delle ruine di Amatunta; un quarto
d'ora appresso attraversai il fiume di questo nome: alle tre ore ed un
quarto si giunse a Limassol.
CAPITOLO XXVI.
_Viaggio a Pafo. — La Couclia. — Bellezza delle donne Cipriote.
— Jeroschipos Aphroditis, ossia _giardino sacro a Venere_. —
Xtima. — Antica Pafos. — Nuova Pafos, ossia_ Baffa.
Il mercoledì 23 aprile sortii alle sette ed un quarto della mattina da
Limassol per andare a Pafo. Due ore dopo passai per Colossi, di dove,
poichè ebbi varcato il fiume che va al sud, venni a riposarmi ad
Episcopi fino alle tre e tre quarti dopo mezzogiorno. Alle quattro e
mezzo era giunto a S. Tommaso, ed alle sei a Latanischio ove doveva
passare la notte. Il piano di Limassol stendesi fino a Colossi, ed a
mezzogiorno di questo piano si prolunga il Capo Gatta.
_Colossi_ è un villaggio circondato di giardini, e bagnato da molte
acque. Vi si vede ancora un castello o torre quadrata, che dicesi
fabbricata dai Templari, ed accanto alla torre un grande acquedotto;
fatti sì l'uno che l'altro con marmo grossolano.
_Episcopi_ giace in amenissimo sito, ed è più grande di Colossi. Ogni
casa è circondata di giardini, di alberi, di piantagioni di cotone e di
campi a grano. Questo villaggio posto alle falde delle montagne che si
prolungano fino al mare, signoreggia un bellissimo piano e la costa:
l'abbondanza delle acque, e la fertilità del terreno rendono delizioso
il soggiorno d'Episcopi, e ben più degno che Idalia e Citera della Dea
protettrice dell'isola. Fu anticamente una assai ricca città con vaste
_raffinerie_ di zucchero, per le quali erano stati fabbricati un
grandioso acquedotto, ed immensi magazzini, come lo attestano anche al
presente i loro miseri avanzi. Ora non è che un villaggio abitato da'
Turchi e da' Greci, che hanno il loro separato quartiere. Parvemi che le
donne vi godano molta libertà, ma non ebbi la fortuna di vederne di
belle.
Al di là d'Episcopi convien salire alcune montagne calcaree: i di cui
grandi strati perpendicolari lungo il mare ne rendono tanto più
difficile e pericoloso il cammino, in quanto che i cavalli non possono
assicurarsi sopra un suolo affatto liscio ed inclinato. Dopo questo
pericoloso passaggio la strada prosiegue sempre tra le montagne in mezzo
a boschi di cipresso, di quercia, di leccio, e di varie piante
aromatiche che riempiono l'atmosfera di soavi profumi.
_S. Tomaso_ è un piccolo villaggio posto tra le montagne; ed a non molta
distanza trovasi pure _Latanischio_ alquanto più grande, e situato
propriamente nel centro delle montagne. Da quest'ultimo vedesi
perfettamente il Capo di Gatta, la di cui estremità sembrommi lontana
sette leghe al sud-ovest.
I più numerosi abitanti di Latanischio sono Turchi, che mi parvero buona
gente, ed amanti del lavoro: sono decentemente vestiti di una stoffa di
lana bianca, e si lasciano crescere la barba lunga, folta e rossiccia;
le loro mense s'imbandiscono con proprietà, e di abbastanza delicate
vivande. Sarebbero felici se meno fossero vessati dal governatore che li
maltratta ancora più de' Greci, perciocchè anche la più povera famiglia
paga cento piastre all'anno. Questi buoni montanari mi fecero pena e
pietà: sono fedeli musulmani, e meritevoli di miglior sorte.
All'indomani 24 lasciai Latanischio alle otto e mezzo del mattino, e
scesi per un gran burrone, in fondo al quale vedesi una bella sorgente,
la quale come più altre dell'isola è ornata di un piccolo antico
frontispizio. Il burrone ha duecento quaranta piedi d'altezza
perpendicolare, e presenta un infinito numero di strati orizzontali di
sasso calcareo, o di marmo grossolano. Tutta la parte non tagliata
perpendicolarmente è coperta di folte macchie.
Alle nove ed un quarto passai per _Jalectora_, adesso povero villaggio,
ma altravolta assai grande e ricco, se può farsene giudizio dalle ruine
delle chiese, e di altri grandi edificj. È posto sul pendio delle
montagne, e circondato da belle valli in gran parte coltivate.