Il paese ci presenta in principio piccole montagne fatte a scaglioni, e

coperte di freschissima verzura, che ad ogni tratto ci offrivano ridenti

prospettive veramente degne dell'amabile divinità cui era consacrata

l'isola. Il suolo è composto di una eccellente terra vegetabile, quale

potrebbe desiderarsi per un giardino. Le alte montagne sono formate da

una roccia cornea a varie degradazioni di color verde, dal verde pomo

fino al verde cupo; e vi si trovano ancora dei pezzi di cornea assai

bella, e lucidissima.

Fermai un'istante il mio cavallo per esaminare queste roccie. Il sig.

Francondi mi disse: _queste roccie chiamansi Rocche di Corno_. Gli

chiesi, com'erasi formato tal nome, ed egli mi rispose; _da un luogo che

vedremo tra poco_. È questo quel luogo di cui feci cenno nel descrivere

la strada. Se è accidentale quest'incontro del nome vernacolo d'un

villaggio colla denominazione mineralogica, sarebbe assai singolare; e

nel contrario supposto qual mineralogista avrà fondato, o denominato

così il villaggio di Corno? Sulla origine di questo villaggio non

poterono darmi veruna notizia, lo che è una prova della sua antichità.

Può avere, a dir molto trenta case, ma la sua posizione in mezzo ad una

valle coperta d'ulivi e di cavoli è veramente deliziosa. Gli abitanti

sono quasi tutti fabbricatori di stoviglie.

Queste montagne sono tutte sparse di cipressi selvaggi che formano

macchie assai graziose. Quest'albero indigeno di Cipro, ne ha pure

ricevuto il nome. Tra gli strati di roccia cornea vedonsi alcune vene e

piccoli filoni di quarzo; ma non mi riuscì di vedervi verun indizio di

granito. Che tali montagne siano metallifere, ne fanno prova la mica

ch'esse contengono, e gli ossidi di rame e di ferro.

Dopo avere attraversato due ore dopo mezzogiorno un ruscello si entrò in

un piano di una cattiva terra argillosa. Il piano può avere una lega di

diametro, ed è chiuso all'E. da montagnette di pura argilla bianca,

affatto sterile ed ignuda. Trovasi in sull'uscita di questo piccolo

deserto un poco di terra vegetale, ma d'inferiore qualità. Tutte le

pianure seguenti non presentano nè la fertilità, nè la bellezza della

parte meridionale dell'isola.

Il monastero di Santa Tecla è in una ridente situazione sul pendio delle

montagne cornee. Vi abita un solo monaco con molti domestici, e

lavoratori che coltivano le terre del monastero. L'Arcivescovo di

Nicosia, vero principe dell'isola, gode le entrate di questo monastero e

di molti altri. Sotto alla chiesa di Santa Tecla sorge una fonte di

eccellente acqua. La chiesa è ben tenuta; è nel monastero vi sono celle,

ed abitazioni pei viaggiatori.

L'estensione di Nicosia, capitale dell'isola, la renderebbe capace di

centomil'abitanti; ma è spopolata affatto: vi si vedono in vece di case

molti orti assai vasti, e molti tratti di terreno ingombrati di ruine.

Mi fu detto che attualmente non aveva più di mille famiglie turche, ed

altrettante greche.

Questa città, posta sopra un rialto di alcuni piedi in mezzo ad un vasto

piano, gode di un'aria purissima e di una amena vista. Scoscesa è la

circonferenza del rialto, che serve di muro alla città con parapetto di

pietre tagliate, e mezze lune ad angoli salienti e rientranti, di modo

che è suscettibile di regolare difesa, ciò che gli dà un'importante

aspetto. Ha tre porte dette di Pafo, di Chirigna, di Famagosta. L'ultima

è magnifica essendo formata di una volta cilindrica che copre tutta la

salita dall'inferior piano della campagna fino al superiore ov'è posta

la città. A metà della salita v'è una cupola compressa, o segmento di

sfera, nel centro della quale trovasi una fenestrella circolare per

ricevere la luce. Questo monumento tutto formato di pietre tagliate, e

di marmo comune rammenta l'eccellenza della greca architettura. La parte

di città abitata dai greci non è affatto priva di belle strade; ma tutte

le altre sono anguste affatto, ed inoltre sucide. e non selciate.

Vedonsi alcune case molto belle, ed alcune ancora assai grandi. Quella

in cui io alloggiai, e che apparteneva al _dragomano di Cipro_ primo

impiegato della nazione greca nell'isola può dirsi un vero palazzo, ed è

vagamente ornata di colonne, di giardini, di fontane.

Qui gli edifici sono costrutti affatto diversamente da quelli di

Barberia: colà non ricevono luce che dalla porta, qui per lo contrario

non vedesi muro interno od esterno che non abbia due ranghi di finestre

poste le une sopra le altre, ed in tanto numero, che nella camera da me

più frequentata, la quale aveva 24 piedi in lunghezza sopra dodici di

larghezza, se ne contavano quattordici oltre la porta. Il superiore

ordine di finestre è chiuso da una griglia esterna, ed internamente di

vetri: le inferiori hanno griglie, vetri ed imposte. Questa disposizione

produce un buon effetto in case che hanno il tetto assai alto; e non

devo dimenticar di dire che anche i muri di separazione, hanno le loro

finestre come gli esterni. I corritoi o gallerie sono egualmente

provvedute di griglie.

Il tetto ed una parte della scala sono fatti di legno; di marmo i

pavimenti di tutte le camere, come pure i pilastri delle porte e delle

finestre, ed il primo filare delle case: il rimanente delle muraglie è

fatto di sassi comuni, di mattoni malcotti, e di calce. Il coperto non è

di tegole, è piano, ed assai pesante: ed è forse a questa dannosa

pratica che si deve imputare la distruzione di tutti gli antichi

edificj, de' quali non altro rimane al presente che il palazzo, il quale

vien chiamato _Scraya_, ossia Serraglio, monumento vasto e mal

distribuito ove dimora il governatore generale dell'isola.

L'antica cattedrale d'_Aïa Sophia_ (Santa Sofia), grandioso fabbricato

gotico, fu ridotto in moschea di turchi, che coprirono le colonne con un

grosso strato di calce, onde sembrano mostruosi cilindri: vi aggiunsero

due torri assai ben fatte, ma discordanti affatto dal totale della

fabbrica.

Perchè la legge ordina di pregare volgendosi verso la Mecca, non essendo

questo tempio stato fatto pel culto mussulmano, si dovette nell'interno

del medesimo alzare delle facciate o frontispicj di legno, posti

obliquamente nella direzione della linea della Mecca, onde poter pregare

nella situazione prescritta.

Tutti i Vescovi dell'isola erano venuti a Nicosia per ricevervi il nuovo

governatore generale; e vi si trovavano egualmente molti de' più

distinti personaggi dell'isola.

All'indomani del mio arrivo venne a trovarmi il Vescovo di Lamarca

accompagnato da numerosa comitiva. Lo conobbi uomo di buon senso, di

molto giudizio, ed assai istruito.

Il susseguente giorno accolsi la visita del Vescovo di Pafo, che

quantunque giovane, mi parve assai destro, l'altro Vescovo di Chiriga,

era gravemente indisposto.

L'Arcivescovo ritenuto dall'estrema sua vecchiaja, e dai dolori della

gotta, mi mandò il suo Vescovo _in partibus_ che ne fa le veci; il quale

venne a trovarmi accompagnato dall'_archimandrita_, dall'economo, e da

altri cinquanta preti. I tre dignitarj mi fecero mille scuse in nome

dell'Arcivescovo, che malgrado il suo stato, voleva assolutamente farsi

trasportare, se non n'era impedito.

Tra le molte riguardevoli persone, che mi frequentavano, distinsi in

particolar maniera il sig. Nicolao Nicolidi, incaricato della dragomania

di Cipro in assenza del Dragomano. Egli parla con tanta eloquenza anche

improvvisamente, ch'io gli diedi il soprannome di moderno Demostene.

Il terzo giorno andai a visitare il governatore generale, che mi

ricevette in grande cerimonia, circondato da molti ufficiali, soldati, e

domestici armati fino ai denti. Alla porta della sala eravi una

sentinella in piedi con una scure in ispalla.

Il governatore si alzò per ricevermi, e mi fece sedere al suo fianco

sopra un magnifico sofà. Lo trovai uomo di spirito, pieno di fuoco, e mi

fu detto ch'era assai colto. La conferenza che fu molto lunga, s'aggirò

specialmente intorno ad oggetti politici. I signori Nicolidi e

Francondi, che mi avevano accompagnato, mi servirono da interpreti,

perchè il governatore non parlava l'arabo, nè alcuna lingua europea, ed

io non intendeva la turca. Il governatore riccamente vestito, aveva una

superba pelliccia. Gli fu recata la sua pipa persiana, che presentò a

me, ed io rifiutai per non essere avvezzo a fumare. Sei paggi dell'età

di quindici anni, di bella e vantaggiosa statura, doviziosamente vestiti

di raso, e di finissimi _scialli cachemiri_ servivano di caffè; ed in

appresso mi profumarono e mi spruzzarono d'acqua di rose. Partendo, il

governatore volle accompagnarmi fino alla porta dell'appartamento.

Passai in seguito nella camera d'un suo fratello, che è un buon vecchio:

ci fece anch'egli servire di caffè, e si accese d'entusiasmo per me

quando seppe ch'io mi disponeva a fare il viaggio della Mecca, ov'egli

era stato più volte. Mi diede alcuni consigli, e ci separammo egualmente

contenti l'uno dall'altro.

Terminata la visita al serraglio passai al palazzo dell'Arcivescovo.

Trovai alla porta l'archimandrita e l'economo, con venti in trenta

domestici per ricevermi. A piè della scala fui preso da molti preti, e

portato fino alla prima galleria, ove mi ricevette il Vescovo _in

partibus_, con molti altri preti. Nella seconda galleria trovai

l'Arcivescovo. Questo venerabile vecchio quantunque avesse le gambe

straordinariamente enfiate, erasi fatto colà trasportare dal Vescovo di

Pafo, e da cinque o sei altre persone, per venirmi incontro. Gli feci

degli amichevoli rimproveri per essersi presa tanta pena, e presolo per

mano lo seguii nella sua camera.

Il dottor Brunoni medico italiano domiciliato a Nicosia, il quale aveva

tutte adottate le usanze, i costumi, e le greche maniere, mi servì

d'interprete. È questi un uomo di bell'umore, accorto assai, e senza

verun pregiudizio.

Il venerabile Arcivescovo mi fece il racconto delle violenti vessazioni

sofferte nel precedente anno dai turchi ribelli dell'isola; ed io

procurai di consolare questo cuore ancora esulcerato dalle recenti

ingiurie. Si parlò assai intorno a ciò, e dopo i consueti onori del

caffè, de' profumi, e dell'acqua nanfa, ci separammo presi da

vicendevole affetto.

Visitai in appresso nelle loro abitazioni l'economo e l'archimandrita,

ove trovai pure il Vescovo di Pafo, ed il Vescovo _in partibus_. Ma

quale non fu la mia sorpresa, allorchè sortendo vidi ancora il

venerabile Arcivescovo nella galleria, ov'erasi fatto condurre per darmi

un'ultimo addio! Non saprei dire quanto mi toccasse questo tratto del

venerando vecchio. Volli fargliene un dolce rimprovero, ma la parola si

spense sulle mie labra.

L'Arcivescovo di Cipro patriarca indipendente in seno della chiesa

greca, è inoltre il principe, o capo supremo spirituale e temporale

della nazione greca nell'isola. Egli risponde verso il Gran Signore

delle imposte e della condotta de' Ciprioti greci. Per non entrare nelle

particolarità degli affari criminosi, e per iscaricarsi di una parte del

governo temporale, ha delegati i suoi poteri al _dragomano di Cipro_, il

quale in forza di tale delegazione è diventato la primaria autorità

civile: egli trovasi per il rango e per le attribuzioni eguale ad un

principe della nazione, perchè il governatore non può far nulla contro

un greco senza la partecipazione e l'intromissione del dragomano, che

trovasi pure incaricato di portare a' piè del trono del Gran Signore i

voti della nazione.

Eravi stata l'anno avanti nell'isola una gagliarda sommossa de' turchi

contro il dragomano. Essendosi costoro impadroniti di Nicosia vi

commisero infinite atrocità contro l'Arcivescovo e contro gli altri

greci, uccidendo coloro che rifiutavansi di dar loro del danaro. Il

dragomano fuggì a Costantinopoli, ove non solo vinse la causa in favore

dei greci, ma ottenne ancora l'ordine di far marciare un pascià con

truppe della Caramania, contro i ribelli ch'eransi chiusi in Nicosia.

In così difficile situazione l'economo fu l'angelo tutelare della

nazione, essendo riuscito coi suoi talenti a calmare alquanto il furore

dei faziosi.

Dopo varj combattimenti questi entrarono in trattative col pascià, il

quale per l'intromissione di alcuni consoli europei, promise di non

castigarli. A tale condizione i ribelli aprirono le porte della città:

ma senza aver riguardo alla data fede, il pascià appena entratovi ne

fece decapitar molti.

Questo avvenimento umiliò i turchi dell'isola, ed incoraggiò i greci che

affettano una certa qual'aria d'indipendenza. Il dragomano trattenevasi

tuttavia a Costantinopoli; ma se io non potei conoscerlo personalmente,

le sue opere da me vedute lo fanno conoscere per un uomo dotato di

spirito e di talento.

Ho di già fatto osservare che in ciò che spetta allo spirituale

l'Arcivescovo di Cipro è patriarca indipendente: e perciò egli non ha

veruna relazione col patriarca di Costantinopoli, ma bensì con quello di

Gerusalemme per rispetto ai luoghi santi, i di cui sacerdoti possedono

alcune proprietà nell'isola.

L'Arcivescovo conferisce i vescovadi e le altre dignità, ed impieghi

ecclesiastici dietro la presentazione del popolo; ed accorda le dispense

matrimoniali ne' gradi proibiti.

L'Arcivescovo, i Vescovi, e gli altri grandi dignitarj non possono

ammogliarsi: ma viene permesso d'aver moglie ai semplici sacerdoti

secolari, i quali la sposarono avanti di diventar preti: e se questa

muore non possono passare a seconde nozze. L'attuale Arcivescovo è

vedovo, ed ha un figlio. I monaci sono a perpetuità obbligati al

celibato.

L'insegna distintiva de' preti consiste in una berretta di feltro nero,

angolare per gli ammogliati; rotonda in forma di cono rovesciato per i

celibatarj, e per i monaci. I Vescovi hanno il distintivo di un piccolo

nastro violetto intorno al capo, e vestono frequentemente una stoffa

dello stesso colore. Gli altri preti sono per lo più vestiti di nero.

I greci sono subordinati assai e rispettosi verso i loro Vescovi: quando

li salutano, si prostrano, si cavano la berretta, gliela presentano

rovesciata; e quasi in presenza loro non osano parlare. Vero è che i

Vescovi sono come punti di riunione per questa nazione schiava, e quelli

cui devono la loro qualsiasi esistenza; e quindi l'interesse loro

proprio vuole che diano ai prelati quella importanza politica che i

medesimi turchi riconoscono, se dobbiamo giudicarlo dal modo con cui

questi li trattano, e per la deferenza, e, dirò ancora, per il rispetto

che gli dimostrano. Nelle loro case, i Vescovi spiegano un lusso

principesco, non sortendo mai senza un numeroso seguito; e facendosi

portare quando ascendono una scala.

I greci pagano al Vescovo la decima e la primizia de' frutti,

gl'incerti, le dispense, ed altre molte elemosine.

Siccome questi principi riscuotono le imposte della nazione per pagare

al governo turco l'ordinario tributo, ciò dà luogo tra di loro ad una

specie di monopolio. Il governo turco non potè mai sapere con precisione

il numero de' greci dell'isola. Essi confessano un totale di

trentaduemila anime: ma le persone istruite portano la popolazione greca

a centomila. Nel precedente anno il governo aveva mandato un commissario

per fare il censo esatto della popolazione greca, ma questi fu

guadagnato coll'oro, e partì senza far nulla. Quest'amministrazione

delle imposte produce ai capi un immenso guadagno; ed il popolo soffre

in silenzio per timore di peggio.

I greci pagano al governo il tributo di cinquecentomila piastre all'anno

per il soldo della guarnigione di quattromila soldati turchi; numero ben

lontano dall'essere giammai compiuto. In oltre il Gran Signore

percepisce ancora due in trecentomila piastre sull'esportazione dei

cotoni, ed altri prodotti dell'isola. Tali somme riunite a quelle che il

governo generale, ed i governatori particolari esigono, possono portare

le imposizioni ad un millione di piastre che i Ciprioti greci pagano ai

turchi. Ma i Vescovi, e gli altri capi della nazione ne percepiscono

assai di più.

I greci non sono meno gelosi dei turchi; e tengono le donne loro in

luoghi così appartati, che non è possibile di vederle. Quelle che io

scontrai sulle strade erano coperte ed avviluppate in una tela bianca,

come le donne turche; e non si vedono a viso scoperto se non le vecchie,

e le deformi affatto. Il loro abito non è senza eleganza: ma dispiacemi

assai una specie di berretta in figura di cono ch'esse portano in capo.

Rispetto agli uomini sono generalmente ben fatti, ed hanno una bella

tinta. I ricchi portano sempre degli abiti lunghi come i turchi, dai

quali non si distinguono che pel turbante turchino; e molti ne hanno

pure di altri colori, e perfino di bianchi, senza che i turchi gli

muovano querela. In generale osservai, che tutti i greci dell'isola, non

esclusi i pastori, i giornalieri, ed i poveri, erano decentemente

vestiti.

Mancando i greci di scuole pubbliche nell'isola per istudiarvi le

scienze sublimi, sono assai poco istruiti. Pure si fa ancora travedere

l'antico spirito de' loro padri, e vi si trovano non di rado uomini

pieni di fuoco, e di eccellenti disposizioni; ma la massa della nazione

avvilita dalla schiavitù è pusillanime, ignorante, e vile.

Essi adoprano l'antico calendario senza la correzione gregoriana, onde

il loro computo trovasi arretrato di dodici giorni da quello d'Europa;

resta ugualmente indietro dal corso solare, talchè se non viene

corretto, verrà un tempo in cui il calendario noterà il mese di luglio

nel solstizio d'inverno, o i giorni del freddo nella canicola.

La quaresima che i greci osservano rigorosamente è più lunga una

settimana di quella dei cattolici. Durante questo tempo di penitenza non

mangiano nè carne, nè pesce, nè cose di latte; e si fanno per fino

scrupolo di adoperar l'olio; onde il loro cibo si riduce al pane, ed a

poche olive. Essi credonsi i soli ortodossi, perchè suppongono d'aver

conservato il rito greco primitivo, e trattano di scismatici i cristiani

latini. Hanno tutti i Sacramenti ammessi dalla chiesa Romana; ma

consacrano l'Eucaristia col pane fermentato.

Il santuario delle chiese greche è separato dalla nave per una sbarra di

legno coperta di quadri dipinti secondo il cattivo gusto che regnava in

tempo del basso Impero. Questa sbarra ha nel mezzo una larga porta, ed

altre più strette, una da ogni lato, che servono per entrare nel

santuario, in mezzo al quale s'inalza un piedestallo quadrato coperto, e

circondato da una piccola balaustrata di legno. Vedonsi su questo

piedestallo alcuni piccoli quadri, il messale, ed altri arredi. I

ministri del culto che possono soli entrare in questa parte della

chiesa, dicono la messa, per quanto mi fu detto, colle tre porte chiuse,

che si aprono soltanto a certi tempi fissati dal rituale. I fedeli

stanno nella nave, e la loro immaginazione supplisce alla grandezza dei

misteri che non vedono. Le donne stanno in una tribuna alta, chiusa di

dense griglie, ove non possono essere vedute.

I greci portano i mustacchi, e si radono la barba come i turchi; ma gli

uomini d'età avanzata, ed i preti la lasciano ordinariamente crescere. È

loro proibito il portar armi; ma tutti tengono sotto l'abito nascosto

uno stile, o un coltello.

I greci fanno quasi esclusivamente il commercio dell'isola, il di cui

principale prodotto è il cotone; ed i turchi in questa parte gli sono di

lunga mano inferiori. L'indolenza del loro carattere è abbastanza

conosciuta; soddisfatti del clima, e degli abitanti di Cipro, fumano

tranquillamente le loro pipe, e non si scompongono che quando possono

fare una soverchieria ad un greco, sotto pretesto d'un fallo reale, o

apparente. Il più grave delitto viene perdonato, quando il reo pone

sulla bilancia la quantità d'oro, che, secondo l'avidità del giudice,

equivale alla gravità del fatto. La proprietà non è rispettata se non

allora quando il proprietario è più forte, o più protetto del rapitore;

quindi si vedono frequentemente degli sgraziati villani greci

spossessati dai turchi, che si usurpano il loro patrimonio.

Per evitare queste arbitrarie vessazioni, alcuni greci si mettono sotto

la protezione dei consoli europei, che possono accordare tale favore ad

un determinato numero di famiglie. Questi _protetti_ godono delle

immunità accordate agl'individui della nazione che li protegge. Portano

per segno distintivo una gran mitra di pelle d'orso, detta _calpàc_, col

pelo assai nero. Ho però veduti alcuni greci portare la mitra senza

essere protetti, e senza che i turchi guardino troppo per minuto[6].

[6] _Questi privilegi cessarono posteriormente in Turchia._ (N.

dell'Edit.)

Le moschee del paese, tranne quella di Santa Sofia chiamata dai turchi

_Aïa Sophia_, sono meschine e sudicie.

Abbiamo già detto che ogni venerdì, avanti la preghiera del mezzogiorno,

l'Iman deve fare un sermone in arabo; ma qui, siccome nissuno Iman turco

conosce quella lingua, i loro sermoni riduconsi ad alcune frasi assai

brevi che imparano a memoria, e ripetono sempre come papagalli senza

intendersi, e senza essere intesi dagli uditori. Quantunque l'araba sia

la lingua sacra de' musulmani, non ve n'hanno appena dieci in tutta

l'isola che l'intendano.

Con osservazioni soddisfacenti ebbi la latitudine N. di Nicosia 35° 13′

14″, e la longitudine E. dall'osservatorio di Parigi 31° 6′ 30″.

È da notarsi che in questo paese il gesto negativo, ossia il segno che

tien luogo del vocabolo _non_, consiste nell'alzare il capo nel modo

medesimo con cui in Europa si suole indicar disprezzo, o derisione. Il

gesto del disprezzo si fa ponendo la punta della lingua tra le labra, e

pronunciando _potu_, quasi si volesse sputare. Il segno negativo degli

europei di girar la testa a diritta ed a sinistra, non è conosciuto in

Cipro.

CAPITOLO XXV.

_Viaggio a Citera. — Ruine del palazzo della regina. —

Osservazioni intorno alla loro origine. — Ritorno a Nicosia. —

Viaggio ad Idalia. — Larnaca. — Ritorno a Limassol._

Partii da Nicosia il giorno tre di aprile alle otto del mattino

prendendo la direzione di N. E. per andare a Citera: alle nove

attraversava un villaggio detto _Diamiglia_; e dopo tre quarti d'ora ero

giunto al termine del mio viaggio. La vasta pianura di Nicosia stendesi

fin presso a Citera posta in mezzo a collinette d'argilla. Quanto

riscalderebbesi un'immaginazione poetica all'aspetto di questi luoghi

consacrati un tempo alla madre d'amore!... A Limassol aveva trovato il

sig. Rook viaggiatore inglese, il quale avendo visitato Citera, mi disse

che la sua immaginazione aveva supplito al difetto della realtà, e

ch'erasi figurata innanzi agli occhi la Dea circondata dalla sua corte.

Il mio capo mal proprio alle illusioni non seppe presentarmi immagini

opposte a quelle che ricevono dai sensi. Le Ninfe, le Grazie, gli Amori

non vollero abbellire a' miei occhi l'aspetto della povera Citera, ch'io

non seppi rassomigliare che al più misero casale del contado Venosino, o

della Limagna dell'Alvernia. Citera non è infatti che un piccolo

quartiere di forma irregolare coperto di orti, e di gelsi sopra lo

spazio d'una lega dal nord al sud, e d'un quarto di lega da levante a

ponente.

Questo piccolo villaggio deve la sua esistenza ad un'abbondante fontana,

che dividendosi in due ruscelli bagna il piano di una valle formata da

colline affatto nude d'argilla pura, che giammai non hanno potuto

rendersi fertili. Vedonsi in questa valle qua e là sparse diverse case,

ed alcuni mulini che provvedono Nicosia di farine. Il terreno non è di

sua natura fertile, ma la rarità dell'acqua in tutta l'isola fa sì, che

non si trascurino i mezzi d'innaffiamento; e questa valle è ben

coltivata dovunque può essere irrigata. Sonovi molti orti, e molti

gelsi, e questi non isolati gli uni dagli altri come costumasi in

Europa, ma per l'opposto fitti in modo da formare una densa macchia che

direbbesi un vivajo, tanto le pianticelle sono piccole e sottili.

Pretendesi che con tal metodo producano maggior abbondanza di foglie; ed

inoltre si ha l'avvantaggio di poterle spogliare stando in terra.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2 · 第 9 / 12 段