Quasi tutte le muraglie sono fatte di pietre tagliate; le case sono pure

di pietra, coperte di tegole all'usanza d'Europa, e le strade ben

lastricate. Queste pietre sono di varie specie d'ardesia, di pietra

calcarea, o di marmo grossolano. I palchi delle camere sono di legno. Le

case hanno molte finestre verso strada fatte all'europea, e chiuse da

griglie assai fitte. Alcune porte, ed alcuni archi che preludono qualche

idea d'architettura sono tutte di stile greco, e nulla vi si vede che

ricordi lo stile arabo.

In generale l'aspetto di questa città è trista assai. Il color

cenericcio degli edificj, le tegole dello stesso colore, l'altezza delle

mura, le sozzure che si lasciano nelle strade, il cattivo odore che

n'esala continuamente, la cattiva qualità dei cibi, la scarsezza d'acqua

buona, la povertà e la inazione assoluta degli abitanti che non hanno nè

arti nè commercio, la reciproca loro diffidenza, le diverse loro sette

sempre armate e sempre disposte a battersi, il cupo silenzio che domina

la città, la pubblica ubriachezza, tutto concorre a dare a questa città

l'aspetto di una dimora infernale: pure per le sue fortificazioni può

risguardarsi come una piazza di second'ordine, come ancora per la sua

posizione geografica, che è l'angolo S. O. della Morea, ed il passaggio

dall'Arcipelago ai mari d'Europa. Ella ha pure nelle sue vicinanze

eccellenti porti, che potrebbero renderla un emporio di commercio.

Trovai con una buona osservazione la latitudine settentrionale di Modone

36° 51′ 41″. Una cattiva osservazione precedente dava due minuti meno.

La sua longitudine è quella dell'isola Sapienza che gli sta al S. Non mi

fu possibile di osservarvi le distanze lunari.

Nel tempo del mio soggiorno la temperatura fu fredda, l'atmosfera quasi

sempre coperta di nubi, e piovve spesse volte.

Sopra un isolotto distante poche tese dalla città vi è un castello, o

torre ottagona, composta di tre piani gli uni su gli altri; ed il più

basso è guernito di artiglieria. In questa torre abita il capitano del

porto, e per passare dalla torre all'isola fu costruito una specie di

molo.

Presso Porta a mare eravi anticamente un altro molo, di cui più non

rimangono che le ruine.

Mal tenuto e meschino è il bagno pubblico. Sonovi molti caffè nei quali

i Turchi sono continuamente occupati a bevere, a fumare, ed a giuocare a

scacchi. Vedonsi nella strada principale diverse botteghe mal

provvedute, e di cattivo aspetto.

L'unità monetaria che si usa a Modone, siccome in tutta la Turchia, è

una piccolissima moneta d'argento, o di rame inargentato, che chiamasi

_para_. Centoquaranta para equivalgono ad una piastra spagnuola.

Il _Goeursch_ o piastra turca moneta della grandezza della piastra di

Spagna vale quaranta _para_. È di rame con poca mistura d'argento.

Il _Yuslìk_ dello stesso metallo vale cento _para_.

Il _Mahboub_ del Cairo, moneta d'oro vale cent'ottanta _para_.

Il governatore di Modone la di cui autorità è sempre precaria,

chiamavasi Mehemet Aga allora indisposto.

Il più influente abitante di Modone è certo Mustafà Schaoux, uomo ricco,

che ha l'aspetto perfettamente di grossolano bandito. Esce sempre di

casa armato di coltello e di pistole. Padrone del bagno pubblico, del

grande caffè, e di tutte le biscazze della città e dell'isola Sapienza

tiene l'Agà quasi confinato nel suo alloggio; ed il capitano del porto,

che ugualmente lo teme, non osa d'entrare in città. Il gran caffè è un

asilo sicuro per ogni delinquente. Dopo esservi entrato, non gli resta a

temer nulla per conto della pubblica autorità finchè non sorte da quel

sacro recinto.

Mustafà Schaoux proteggeva la pirateria nella sua isola. Era amico del

mio capitano, e del suo secondo, che mi accompagnò dalla nave alla casa

quando sbarcai. Poichè questi ebbe avvisato i doganieri che conducevami

in una casa di Mustafà Schaoux, tutti chinarono il capo; mi si fecero

singolari distinzioni, e fui spedito all'istante.

Pure questo Mustafà aveva di fresco sostenuta una guerra con una fazione

sollevatasi contro la sua tirannia. Le ostilità durarono più mesi, i

suoi partigiani assai numerosi eransi ritirati ne' suoi caffè e nelle

sue case, di dove facevano fuoco sopra i nemici che uscivano dalle

proprie abitazioni, ed osavano passeggiare per le strade. In fine

trionfò e mantenne il suo dispotismo, che rinforzossi più che mai.

Simili avvenimenti rinnovansi ad ogni istante nella maggior parte delle

provincie sottomesse all'imperatore di Costantinopoli: onde non è

difficile il prevedere che un tal'ordine di cose non può durare lungo

tempo, e che quest'anarchia perpetua, queste parziali sommosse

termineranno col distruggere l'impero de' Turchi.

Ho già detto ch'io ero alloggiato in una casa di Mustafà Schaoux. Suo

fratello erasi incaricato de' miei affari, ed egli medesimo mi faceva

continuamente la sua corte, ripetendo che _Ali Bey era il primo uomo del

mondo_; volendo con ciò farmi sentire che la mia riconoscenza doveva

essere proporzionata ai servigi, ed agli onori che mi rendeva.

Quest'uomo potente e feroce ha una figlia e due figli bevitori quanto il

padre, ed egualmente grossolani e rossi; sicuro pegno della perpetuità

di così nobile razza. La figlia dell'età di circa dodici anni venne

tutta sola a recarmi la mia biancheria: entrando nella mia camera

scoprissi intieramente il volto assai avvenente. Quando rientrò Mustafà

gli chiesi perchè sua figlia avesse tanta libertà; _mio caro Signore_,

mi rispose, _noi non formiamo che una sola famiglia_. Io mi mostrai

grato alla distinzione che si compiaceva d'accordarmi.

Sul rovescio della collina che signoreggia la città è fabbricato il

villaggio dei Greci, nel quale contansi a pena centocinquanta abitanti;

e le loro case hanno l'apparenza dell'estrema miseria. Pure in questo

luogo teneva la sua residenza il solo console straniero che trovavasi a

Modone, quello di Ragusi. Era questi un uomo di gentili maniere; aveva

seco un canonico, prefetto apostolico della Morea, personaggio istruito

assai, e che nel suo lungo soggiorno di Roma aveva acquistata tutta la

delicatezza dell'urbanità romana. Gli altri consoli Europei risiedono

nella città di Corone distante un giorno di viaggio all'E. di Modone.

Tripolizza è la capitale della Morea in cui risiede il Pascià. Si

pretende che la Morea racchiuda 88,000 Greci, e 18,000 Turchi. La

popolazione Greca era in addietro infinitamente più numerosa; ma vessata

di continuo orribilmente da' suoi brutali padroni, soffre ogn'anno una

sensibile emigrazione. Continuando alcun poco ancora lo stesso ordine di

cose, i Greci abbandoneranno affatto la terra de' loro padri. Se le

virtù e le austerità de' costumi non salvarono la fiera Sparta dalla

vergogna della schiavitù, quale mai nazione potrà lusingarsi d'esser

libera!

La parte orientale della Morea forma un separato dipartimento, detto la

_Maïna_, abitato da 30,000 abitanti. Questo dipartimento è sempre

l'appanaggio del Capitan-Pascià della Porta Ottomana, che lo governa a

suo capriccio, e ne percepisce tutte le rendite.

CAPITOLO XXIII.

_Porta-Longa. — Bastimenti Europei. — Ipsilanti. —

Continuazione del viaggio. — Burrasca. — Arrivo in Alessandria.

— Uragano. — Spaventosa burrasca. — Arrivo a Cipro. — Pessimo

stato del bastimento. — Sbarco a Limmassol._

Io rimasi a Modone fino al 20 febbrajo dì sera, quando il capitano mi

avvisò d'essere pronto a partire. Perciò entrai nella scialuppa che mi

condusse a Porta-Longa, ove trovai tre bastimenti austriaci, i di cui

capitani mi diedero all'indomani una piccola festa.

I venti d'E. ci obbligarono a restare tre giorni in quel porto della

costa orientale dell'isola Sapienza. Due esatte osservazioni fatte in

terra mi diedero la latitudine settentrionale di 36° 46′ 37″.

In questo frattempo si approvisionò la nave di viveri presi a Modone,

come pure d'acqua piovana raccolta nell'isola.

Nell'ultimo giorno entrarono in porto una grande ourca Russa armata, ed

un altro bastimento procedente da Napoli e da Corfù, i quali portavano

ufficiali e soldati Russi sulle coste del Mar Nero.

Vennero a visitarmi un general maggiore ed alcuni ufficiali. Il generale

parvemi un buon uomo; era vestito di nero, con una piccola berretta di

cuojo in capo dello stesso colore, ed una corona composta d'una dozzina

di grani grossi come una noce che teneva in mano. Gli ufficiali avevano

tutti presa l'aria e le maniere inglesi. Erano accompagnati da un Greco,

chiamato Costantino Ipsilanti, nipote del famoso principe di tal nome.

Questo giovane che aveva servito in qualità d'ufficiale nelle guardie

vallone di Spagna, mi parve un dizionario poliglotto ambulante,

perciocchè parlava e faceva versi in dieci o dodici lingue. Io l'udii

parlare inglese, francese, spagnuolo, italiano assai bene:

sgraziatamente per altro con tante cognizioni e talenti, le sue idee

erano frequentemente confuse.

Poichè si ritirarono, io mandai loro un piccolo regalo di latte, e di

rinfreschi, cui corrisposero con una scarica generale dell'artiglieria

dei due bastimenti. Ipsilanti mi spedì i seguenti versi:

«Volerà di lido in lido

La tua gloria vincitrice,

E d'oblio trionfatrice

La tua fama viverà.

«E non solo in questi boschi

Sarà noto il tuo coraggio

Ma ogni popolo più saggio,

Al tuo nome, al tuo valore

Simulacri innalzerà.»

«In segno di verace stima

e profondo rispetto

«L'infimo sì, però servo sincero

_Costantino Ipsilanti_.»

Se come pare questi versi improvvisati sono suoi, può riguardarsi il

Greco Ipsilanti come l'uomo attualmente più istrutto della sua nazione.

All'indomani mattina 21 febbrajo si mise alla vela per continuare la

nostra navigazione al S. O., avendo il capitano alla fine risolto di

passare al largo di Candia senza entrare nell'Arcipelago.

Il vento di N. O. cominciò a rinfrescarsi a mezzodì, e verso sera erasi

cangiato in decisa burrasca. Si corse tutta la notte, ed il susseguente

giorno con colpi di mare terribili; ma in su le nove della sera il vento

calmossi alquanto, ed il pericolo cessò.

Moderati furono i venti del susseguente giorno benchè il mare

continuasse ad essere grosso. Io trovavami in un estremo stato di

debolezza; niente potendo mangiare o ritenere nello stomaco, e vomitando

sangue. Quasi tutti i passeggieri trovavansi egualmente ammalati, e nel

più compassionevole stato. Il capitano peggiorava i nostri mali

prolungando il tragitto, perchè faceva di notte piegar le vele onde

poter dormire a suo agio, dopo aver passata un'ora a cantar canzoni in

onore di Bacco in mezzo alle bottiglie; ciò che non lasciò di fare in

tempo di burrasca. Io non avrei mai creduto d'incontrarmi in un capitano

Turco così dedito all'ubbriachezza, e così poco guardingo nel celarla.

Molte volte pregavami di alzarmi per osservare la nostra posizione,

perchè egli non teneva verun conto di stima, nemmanco per

approssimazione; e trovavasi come un cieco in alto mare senza sapere da

qual parte andare: cosa che faceva disperare i passeggieri, onde mi

pregavano tutti a levarli da tanto imbarrazzo.

Portato a guisa d'un moribondo su le spalle di alcuni uomini veniva

spesso sul ponte. E perchè non avevasi veruna stima della nostra

posizione, feci varie osservazioni del Sole e di Venere, e per

approssimazioni successive, fui a portata di determinare con esattezza

il nostro punto, che trovai di già ben vicino ad Alessandria. Tale

notizia rincorò tutti i passaggieri.

All'indomani mattina 3 marzo avendo trovato che la nostra longitudine

era vicinissima a quella di Alessandria, feci drizzar bordo al S. per

trovar terra. Si scoperse infatti prima di mezzogiorno, e da

quest'istante la gioja fu universale. Ma perchè è una spiaggia assai

bassa ed uniforme, non trovavo verun punto che me la facesse

distinguere.

Osservai la latitudine meridionale, e la trovai quasi affatto la stessa

di quella d'Alessandria. Feci girar di bordo all'E. con vento fresco di

N. O. che ci faceva avanzare gagliardamente.

Ad un'ora e mezza si scopri Alessandria in faccia a noi. Due ore dopo

eravamo già presso al porto; e le case sembravano tanto vicine da

toccarsi colla mano: tutti saltando per allegrezza, si vestivano, e

disponevansi a scendere a terra; già preparavansi le ancore.... Nel

medesimo istante in cui afferravamo la bocca del porto col vento più

favorevole, uno spaventoso colpo d'uragano colpisce la nave ed

impietrisce il capitano.

Il suo secondo, ed i marinaj si ostinano a voler entrare in porto; il

capitano vi si oppone, si fa ubbidire a colpi di bastone, e correndo sul

ponte rimette la prora al mare. Si scongiura di prendere l'altro porto

d'Alessandria, o quello d'Aboukir: ma sordo alle preghiere riprende il

mare, e ci porta in seno alla burrasca la più orribile che immaginar si

possa.

La furia del vento e delle onde s'accrebbe a segno che verso sera tutti

i passeggieri si credettero perduti, e già imploravano ad alte grida la

Divina misericordia. Salii sul ponte, e vidi uno spettacolo d'orrore. Le

onde più alte assai del vascello venivano le une sulle altre a

rompervisi contro; e formavano come una specie di nebbia densa, che a

traverso dalla incerta luce del crepuscolo confondeva la vista del cielo

con quella del mare; tutti gli oggetti sembravano d'un color grigio che

piegava al rossiccio; le vele erano squarciate, il bastimento faceva

acqua da tutte le parti, e le pompe non bastavano per diminuirne la

quantità. La maggior parte de' passeggieri tremanti, sembravano

moribondi; molti marinai erano feriti, sia pei colpi loro dati dal

capitano, sia per le cadute ed i colpi della manovra. Il bastimento era

raggirato come una palla da giuoco tra i due elementi che lo battevano.

Tale fu io spaventoso quadro che s'offerse a' miei occhi. Il capitano mi

s'avvicinò colle lagrime agli occhi, e mi disse; _che potrei io fare,

Sedi Alì Bey? Se è volontà di Dio che noi moriamo qui, questa notte, che

andiamo noi ad essere?_.... Io gli risposi soltanto: _Ah! capitano_....

e non volli proseguire, perchè la cattiva sua condotta, e la sciocca sua

ostinazione ne avevano condotti a tale estremità, ch'egli avrebbe potuto

schivare entrando in uno dei porti d'Alessandria, o meglio ancora s'egli

avesse vegliato la precedente notte; nel qual caso saremmo entrati in

porto avanti il mezzogiorno.

Questa terribile burrasca si andò alquanto calmando in sul cominciar

della notte. Così urgente pericolo non impedì al capitano di chiudersi

nella sua camera, ove poich'ebbe bevute alcune bottiglie di vino

s'addormentò così tranquillamente come se fosse stato all'ancora. Lo

stesso fece il suo secondo poich'ebbe fatto assicurare il timone. I

marinai stanchi e senza capo, sparirono l'un dopo altro andando per

dormire sotto coperta. Io rimasi sul ponte con un marinajo maltese e due

napolitani. Quale spettacolo presenta una nave della grandezza di una

fregata, sbattuta da violenta burrasca, facendo acqua in ogni lato,

senza capitano, senza piloto, senza marinaj, col timone attaccato, e

totalmente abbandonata al furore dei venti e delle onde!

Alle dieci ore della sera il vento rinforzò ancora, ed i colpi di mare

si resero più gagliardi e più frequenti. Vedendo che la burrasca

prendeva nuovo vigore, ero preparato ad una crisi terribile nell'atto

del passaggio della luna per il meridiano; e non potendo assolutamente

contare sul capitano, nè sull'equipaggio, ritenni ogni cosa perduta.

Alle undici ore la luna passò il meridiano, crebbe la burrasca, ed a

mezzanotte era più orribile che mai. Malgrado la luna, ci trovavamo tra

le più dense tenebre; montagne di flutti ne coprivano di quando in

quando, e la pioggia, e la grandine alternavano col furore del mare. I

lampi illuminavano questa scena d'orrore, ma non si udiva il fracasso

del tuono, reso nullo da quello delle onde somigliante al ruggito di

mille lioni e tori; e per colmo di sventura il bastimento, in tale

estremità era, per così dire, abbandonato dal capitano e

dall'equipaggio!... Io mi trovavo affatto debole, ed omai fuori d'ogni

speranza di salvezza: ma la considerazione che vent'anni di vita più o

meno passano come un sogno, ed alcune altre riflessioni calmarono il mio

spirito; e rimasi alcun tempo aspettando tranquillamente il fatale

istante.

La burrasca continuava colla medesima forza. Vidi più volte cadermi il

fulmine vicino, e parvemi ancora di averlo altra volta osservato guizzar

dal mare verso le nubi. Ottenni intanto di risvegliare il secondo ed

alcuni marinaj, i quali cominciarono a pompar acqua, mentre il secondo

ch'era un uomo colossale, preso il timone, cercava di presentar la prora

alle onde: queste due operazioni furono assai utili. Finalmente alle due

ore dopo la mezzanotte vidi innanzi alla prora risplendere una fiamma

che parvemi avesse tre piedi di diametro; ma perchè non potevo

calcolarne la distanza non mi fu possibile di conoscerne l'effettiva

grandezza. La sua esplosione si eseguì senza lampo e senza apparente

movimento; la sua luce brillante come il sole durò tre in quattro

secondi. La figura di questa meteora parvemi quella d'un sacco che si

vuota, e di cui si svolge la tela. Turchino e rossastro fu l'ultimo

raggio di luce.

Lo sparire della meteora fu seguito da un orribile colpo di mare, di

vento, di grandine, che durò fino alle tre ore. Allora la tempesta

cominciò a scemarsi quantunque fosse ancora assai violenta fin dopo il

levarsi del sole; continuando a mantenersi tutto il giorno il vento N.

O., e l'onda grandissima.

Il cinque di marzo poi ch'ebbi osservata la mia posizione, il capitano

decise che non potevasi arrivare ad Alessandria; e risolse di passare a

Cipro. Diressi perciò la nave a quella volta, ed in tre giorni di

navigazione con venti sempre furiosi, ed il mare grossissimo, si diede

fondo nella rada di Limmassol nell'isola di Cipro il 7 marzo 1806.

Come potrei io descrivere il miserabile stato del nostro bastimento?

Tutte le vele squarciate, e senza averne di cambio; il corpo faceva

acqua in ogni lato a segno che le pompe dovevano sempre essere in

azione; tutte le genti ammalate; venti che sembravano prossimi a

spirare: uno era morto il giorno 4, ed il suo corpo era stato gettato in

mare, un altro morì il giorno che si prese porto, due altri erano

agonizzanti, e due impazziti. Gli uomini dell'equipaggio ajutandosi a

vicenda per iscendere a terra fuggirono tutti lasciando il capitano a

bordo con tre o quattro marinaj turchi. Tutti ci affrettammo di

sbarcare. Gli abitanti in vista dell'infelice stato del bastimento, se

ne allontanarono: niuno voleva montare a bordo; e fu duopo che il

governatore della città ordinasse ad alcuni calafattaj di chiudere

almeno le principali aperture del carcasso per salvar la nave, che

faceva temere di colare ben tosto al fondo.

Si pretese che la cattiva acqua dell'isola Sapienza avesse pregiudicata

la salute della nostra gente, e che il vapore di alcuni quintali di

zafferano avesse viziata l'aria del bastimento: ma il peggio di tutto

fu, che in molti giorni che fummo agitati dalle burrasche, furonvi

sempre più d'ottanta persone chiuse sotto senza la menoma apertura per

respirare: tutti eravamo tristi ed abbattuti non avendo altro che pochi

cibi freddi, e gli escrementi di tante persone gettate in fondo alla

cala. Da ciò è facile l'immaginarsi lo stato di quegl'infelici. Rispetto

a me, fortunatamente la camera di poppa ov'io ero solo, non aveva

comunicazione colla sotto coperta.

Allorchè sbarcai a Limassol mi si presentarono alcuni Turchi e Greci; ai

quali avendo chiesto un alloggio, mi condussero in una bella casa, di

cui ne presi possesso coi miei domestici. In seguito venne ad offrirmi i

suoi servigi il governatore turco che è un agà, e spedì due scialuppe

con un ufficiale per isbarcare i miei effetti, che alla dogana non

furono visitati. In ogni cosa fui trattato con quella delicatezza che

avrei potuto desiderare nella più cortese città d'Europa.

Colui che qui aveva cura de' miei affari era il più ricco greco,

Dometrio Francondi, allora vice console d'Inghilterra, e di Russia, e

console di Napoli: parlava assai bene l'italiano, ed era egualmente

rispettato dai greci, e dai turchi.

Era alloggiato in sua casa un inglese chiamato il sig. Rich, che

risiedeva al Cairo, come egli diceva, per amministrarvi gli affari della

compagnia delle Indie. Questo giovane preveniente che parlava senza

stento il turco, ed il persiano, ed aveva adottati gli usi e le

costumanze mussulmane mi accompagnava spesso a pranzo, e parlavami

sempre con entusiasmo di Mamlouk Ali-Bey.

Trovavasi pure presso il sig. Francondi un eunuco nero, ch'era uno dei

quattro capi del serraglio del Gran Signore: chiamavasi Lala, e si

recava alla guardia del sepolcro del Profeta a Medina. Allorchè arrivò a

Limassol rimase mortalmemte ferito da alcuni soldati, che avevano

attaccato uno de' suoi domestici; e questo uomo dotato del più dolce

carattere che mai possa immaginarsi, perì vittima di tale accidente.

Uno de' miei domestici era ammalato in conseguenza delle fatiche

sofferte sul bastimento. Eranvi nella moschea molti altri sventurati

nello stato medesimo.

Il 21 marzo morì una delle donne ch'erano sulla nave, il 25 si perdette

un altro passeggiere, ed un altro mio domestico ammalossi il giorno 23.

CAPITOLO XXIV.

_Viaggio a Nicosia. — Descrizione di questa città. —

Architettura. — Visite d'etichetta. — Arcivescovi, e Vescovi. —

Tributi dei Greci. — Donne. — Ignoranza. — Chiese Turche. —

Moschee._

Trovandomi nel paese reso famoso dalle descrizioni che fecero i poeti

delle gentili avventure della madre d'Amore, volli visitare i siti più

celebri di Citera, d'Idalia, di Pafo, d'Amatunta, accompagnato soltanto

dal sig. Francondi, da suo figlio, e da quattro domestici. Il 28 marzo

1806 partii alle cinque del mattino, prendendo la strada all'E.

Appena passato il fiume d'Amatunta che scorre al S. per isboccare poco

dopo in mare, trovai in riva al mare stesso le ruine della città, di cui

vedremo più sotto la descrizione. Di là seguendo la stessa direzione al

N. O., entrai nelle montagne, ove a mezzogiorno fui sorpreso dalla

burrasca, ed all'un'ora e un quarto giunsi al villaggio di _Togui_.

Il paese attraversato questo giorno offre le più ridenti prospettive. Da

Limassol alle ruine la strada costeggia il mare, e la terra offre

piccole pianure dolcemente inclinate che vanno a terminarsi in amene

colline coperte di un bel verde. Al di là delle colline innalzasi una

catena di alte montagne, le di cui cime erano coronate di neve. Il suolo

formato di una terra vegetabile rossiccia è fertilissimo.

Le montagne attraversate dalla strada hanno un pendio assai dolce, e la

più rigogliosa vegetazione anima questo grazioso paesaggio.

Il villaggio di Togui, le di cui case sono brutte, e mal fabbricate,

trovasi in una pittoresca situazione sul declivio di due colline,

abitata l'una dai greci, l'altra dai turchi. Passa tra le due colline un

piccolo fiume sotto un ponte d'un solo arco, sopra il quale è fabbricata

la chiesa de' greci dedicata a S. Elena.

Il 23 marzo partii alle sette ore ed un quarto, seguendo sempre la

direzione dell'E., un'ora dopo si attraversò il fiume Scarino, che

scorre al S., ed alle tre ore un altro fiume che va dalla stessa banda.

Alle nove e mezzo la strada piegò al N E., s'incominciò a salire sulle

alte montagne. Si giunse alla sommità alle undici, e discendendo per un

dolce pendio si attraversò mezz'ora dopo un villaggio, chiamato Corno,

ove si entrò a mezzogiorno nel monastero greco di _Aià Tecla_ (Santa

Tecla).

Sortendo dal monastero ad un'ora e mezzo mi diressi al N. N. O. Alle due

si guadò un piccolo fiume, e dopo un altro mi lasciai alle spalle il

villaggio Traforio posto a piccola distanza dalla strada. Proseguendo

trovammo a destra altro villaggio detto Tisdarchavi, ed attraversato un

torrente, si giunse alle sei ore, tenendo sempre la stessa direzione,

nella città di Nicosia capitale dell'isola.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2 · 第 8 / 12 段