Se sono sincere le notizie che ho potuto raccogliere, la bilancia del

commercio di Tripoli coll'Europa è a suo vantaggio, perchè le

esportazioni eccedono d'un terzo il valore delle importazioni; ma il suo

commercio col Levante e coll'interno dell'Affrica conguaglia i vantaggi

di quello d'Europa. Riunirò altrove le particolarità del commercio di

questa città con quello degli altri paesi.

Le misure ed i pesi che vi si adoperano sono inesatti come a Marocco,

tanto per la grossolana loro forma che per mancanza d'un tipo originale.

Dietro un grande numero di confronti diretti ho trovato i seguenti

risultati.

Il pik o gomito di Tripoli, detto _dràa_ è la base d'ogni loro misura:

corrisponde a venticinque pollici, nove linee e mezza del piede

Parigino.

L'_Artàl_ o _rottla_ a sedici oncie, sei grossi, e 54 grani del peso di

Parigi.

La misura dei grani è chiamata _ouiva_, ma perchè riesce incomoda a

cagione della sua grandezza, adoprano d'ordinario un'altra misura che

non è che la quarta parte.

Questa misura di capacità, _quarto ouiva_, è un vaso di legno che ha la

figura di cono troncato fatto assai grossolanamente. Dopo fatte le

possibili riduzioni trovai che la sua capacità era uguale a pollici cubi

di Parigi 1200. Ma perchè si usa di colmare la misura, devono

aggiungersi 130. Onde questa misura colla colmata contiene del piede

Parigino 1330 pollici cubi.

Tali sono i piedi e le misure da me paragonati; ed avuto riguardo ai

mezzi di cui mi sono servito, ho motivo di lusingarmi che i miei

risultati siano più esatti di quelli avuti precedentemente.

Le monete in corso a Tripoli sono le seguenti:

In oro

_Scherifi_ — Vale 48 hamissinn: è la moneta di maggior valore.

_Nos scherifi_ — Eguale a 24 hamissinn.

_Mahbouh trablessi_ — Vale 28 hamissinn.

In argento

_Yuslik_ — Vale 10 hamissinn.

_Tseaout hamissinn_ — Eguale a 9 hamissinn, come lo indica il suo nome.

_Hamissinn_, ossia _bou hamissinn_ — È l'unità monetaria, e la moneta

più comune in circolazione; 26 hamissinn valevano allora una piastra

Spagnola.

_Nos hamissinn_ — La metà d'un hamissinn come lo indica il suo nome.

_Para_ — dodici para e mezzo equivalgano ad un hamissinn.

In rame.

_Para_ — Dodici para e mezzo equivalgono ad un hamissinn.

_Nos para_ — ossia mezzo para, de' quali 25 formano un hamissinn, è la

più piccola specie corrente.

Moneta ideale.

_Piastra_ — Cinquanta piastre formano un hamissinn.

Tutte queste specie, ed in particolar modo quelle d'argento sono d'una

bassa lega, e poco più che rame inargentato.

Il valore rispettivo di queste specie va soggetto ai capricci del

momento: di modo che all'epoca in cui io mi trovavo a Tripoli eranvi dei

_para_ di buon argento in circolazione, che avevano esattamente lo

stesso peso di quelli di rame, e pure gli uni e gli altri avevano lo

stesso valore rappresentativo di dodici para e mezzo per un hamissinn.

Gli Europei sono a Tripoli assai ben veduti, e rispettati. Oltre gli

agenti delle diverse potenze d'Europa, eravi allora un negoziante

Francese, fratello del Console, uno Spagnuolo fabbricatore di navi, un

medico Maltese, ed un orologiajo Svizzero.

I Cristiani vi hanno una cappella ufficiata da quattro monaci del

terz'ordine di Roma. È cosa assai singolare che questi monaci hanno

nella loro cappella una campana, il di cui suono si fa udire ogni giorno

in tutti gli angoli della città. Questa chiesupola è mantenuta

cogl'incerti, colle donazioni, e con una pensione della corte di Roma.

Si dice che il clima è caldo nella state proporzionatamente alla

latitudine, ma che tutte le altre stagioni offrono l'immagine d'una

perpetua primavera. Pure, durante la mia dimora, ebbi alcuni giorni

freddi, che però mi fu detto essere affatto straordinarj al paese. Dalle

mie osservazioni meteorologiche fatte a Tripoli risulta, che il più alto

grado di calore fu di 16° 1′ di Réaumur in diverse mattine, e durante la

notte.

Questa minorazione di calore sarebbe in Europa poco sensibile, ma qui

produce una così piccante sensazione di freddo, come in Europa il freddo

dell'inverno, lo che senza dubbio è relativo allo stato abituale dei

pori, che sono in questo paese sempre aperti.

Ho veduto regnare quasi abitualmente i venti del quartiere d'O.; cadde

molta pioggia, e l'igrometro di Saussure segnò frequentemente 100 gradi,

termine della estrema umidità.

Vidi un bel monumento presso alla casa del console di Francia; un arco

trionfale inalzato dai Romani, e composto di una cupola ottagona,

sostenuta da quattro archi posti sopra quattro pilastri. Il tutto è

fatto senza cemento con pietre tagliate di enorme grandezza sostenute

dalla propria gravità[5].

[5] _I Romani che fabbricavano per l'eternità conoscevano

ottimamente, che il solo cemento che possa resistere all'urto

del tempo è la gravità._

Questo monumento era ornato di sculture, di figure, di festoni e di

trofei d'armi internamente, e al di fuori; ma la maggior parte di tali

rilievi fu distrutta: non rimangono adesso che parti isolate incoerenti,

che attestano ancora l'antica eccellenza del lavoro.

Sulle facciate al nord, ed all'occidente vedonsi gli avanzi d'una

iscrizione, che pare essere stata la medesima in amendue i lati. Questa

singolarità rese facile al sig. Nissen console di Danimarca il

redintegrarle, riunendo ed ordinando, i frammenti delle due iscrizioni.

Lontano venti leghe da Tripoli vedonsi le ruine dell'antica _Leptis_, e

_Lebda_; e mi fu detto rimanervi tuttavia molte colonne, capitelli, ed

altri interessanti rottami. Il sig. _Delaporte_ cancelliere del

consolato generale di Francia che visitò tali ruine ha copiato le

iscrizioni.

A maggiori distanze entro terra vedonsi pure le grandiose ruine d'altre

città antiche, con catacombe, statue, ed avanzi di edificj d'ogni

specie.

La costa di Tripoli stendesi duecento venti a duecento trenta leghe dai

confini di Tunisi fino a quelli d'Egitto, ed in tale estensione contansi

i seguenti porti.

_Trabonca_ porto situato alla estremità della costa; dodici leghe al di

là del quale verso occidente trovasi _Bomba_, rada con un buon

ancoraggio. _Rasatin_ si trova otto leghe più lontano, porto che non

ammette che i piccoli bastimenti che vengono a caricar sale. Altre

quindici leghe più in là avvi _Derna_, il di cui basso fondo rende quel

porto impraticabile nell'inverno: vi si caricano per Alessandria

butirro, cera e lana, in cambio di riso, e della tela di cottone. Gli

abitanti di Derna non conoscono altra moneta che quella del Levante, e

le piastre spagnuole. Quaranta leghe al di là da Derna vedesi Bengàssi

buon porto, ma non praticabile dai grandi bastimenti: pure vi si fa un

ragguardevole commercio di lane, di butirro, di miele, di cera e di

piume di struzzo, con Marsiglia, Livorno, Venezia, Malta e Tripoli.

Cinquanta leghe più in là è situato il Capo _Messurat_, la di cui

cattiva rada è esposta a tutti i venti: vi si caricano datteri per

_Bengassi_.

Tripoli il di cui porto non ha bastante fondo per le navi da guerra, ed

è aperto ai venti di N. E. trovasi lontano trent'otto leghe all'O. dal

Capo Messurat: vi s'imbarcano lane, datteri, zafferano, soda, senape,

donne negre, pelli, penne di struzzo per i porti d'Europa sopra

enunciati, e per il Levante. Dieci leghe più occidentale era il _vecchio

Tripoli_, il di cui porto non è ora praticabile che ai piccoli battelli,

che caricano la soda per Tripoli. Vedesi finalmente altre ventiquattro

leghe più in là Sovàra nella di cui rada le piccole barche vanno a

caricare sale e pesce salato per tutta la costa.

In così vasta estensione del regno di Tripoli non si contano che due

milioni d'abitanti, perchè la maggior parie del paese è deserto, e

tranne gli abitanti della capitale, gli altri sono poveri e sventurati

Arabi. L'autorità del governo sul paese è così poco rispettata, che

niuno, se non è Arabo, può viaggiare a qualche distanza senza andare in

carovana, o fortemente scortato; altrimenti sarebbe infallibilmente

derubato, o assassinato.

Gli abitanti di Soàkem, di Fezzan e di Guddemes che sono tributarj di

Tripoli, tengonsi in corrispondenza cogli abitanti dell'interno

dell'Affrica. Il sovrano di Fezzan viene riconosciuto dal bascià di

Tripoli sotto il nome di _Scheik di Fezzan_. I Fezzanesi sono neri

grigi, poveri, ma di un carattere assai dolce. A Tripoli s'impiegano ne'

più piccoli esercizj.

Abita due leghe lontano da Tripoli il maggior santo o marabotto del

paese detto il _leone_. Ha un villaggio cinto di mura ove trovasi la

moschea; gode il dono della santità ereditaria, come i santi di Marocco:

il suo villaggio è un asilo inviolabile per i delinquenti, qualunque

siano i loro misfatti, fosse anche l'assassinio del Pascià. Il _leone_

attuale è un uomo d'oltre quarant'anni.

Le montagne più vicine alla città trovansi ad otto leghe verso il S., i

di cui abitanti sono tributarj del Pascià.

In vista del pericolo non potendosi viaggiare isolati, molte carovane

vanno e vengono di levante a ponente ne' tempi tranquilli. Le grandi

carovane di Marocco, di Algeri, di Tunisi, e di El-Gerid quando

intraprendono il viaggio della Mecca, riposano quivi quindici giorni:

attualmente non possono viaggiare per le turbolenze che agitano quasi

tutta la Barbaria e l'Egitto. Questa circostanza mi costrinse ad

intraprendere per mare il tragitto di Alessandria, e di continuare in

tal modo il mio pellegrinaggio alla casa di Dio.

CAPITOLO XXII.

_Congedo d'Ali Bey dal Pascià di Tripoli. — Partenza alla volta

di Alessandria. — Errore del Capitano. — Arrivo sulle coste

della Morea. — Isola Sapienza. — Continuazione della strada. —

Mancanza di viveri. — Ritorno a Sapienza. — Modone._

In conseguenza delle mie disposizioni sì allestì per il mio tragitto ad

Alessandria un grosso bastimento Turco, che sortì dal porto di Tripoli

il 26 gennajo 1806, colle mie genti ed i miei equipaggi, mentre io mi

stavo ancora a Tripoli con due domestici, aspettandovi gli ordini dei

Pascià, che mi aveva fatto prevenire che desiderava abbracciarmi avanti

ch'io partissi.

Perchè il tempo passava, ed il Pascià non mandava a cercarmi,

incominciai ad essere inquieto, come pure i miei amici, perchè il

bastimento trovavasi già due miglia al largo, bordeggiando per

aspettarmi.

Finalmente alle dodici ore del mattino ebbi ordine dal Pascià di recarmi

al suo palazzo.

Mi accolse colla maggiore cordialità, mi fece sedere presso di lui, e

rinnovò in una lunga conversazione i primi tentativi per indurmi a

restare a Tripoli. Alzossi in uno slancio di cuore, e stando in piedi

innanzi a me, mi disse: _Io sono tuo fratello; che vuoi tu? parla_. Lo

accertai della mia riconoscenza, ma stetti fermo per la partenza. Poco

dopo scherzando meco, condussemi ad una finestra, di dove vedevasi il

bastimento che bordeggiava verso l'orizzonte, e prese a dirmi: _vedete,

vedete come vi aspetta_. Avendo il bastimento tirato un colpo di

cannone, soggiunse: _egli vi chiama_. Presi allora la parola per dirgli:

_in nome di Dio, mio amico, lasciatemi partire_. Ci abbracciammo colle

lagrime agli occhi, e partii accompagnato dai miei amici, e da alcuni

suoi cortigiani. Trovai preparate al porto le scialuppe del Pascià: miei

amici imbarcaronsi meco ad un'ora dopo mezzogiorno, e mi accompagnarono

fino al bastimento, ove li congedai. Immediatamente dopo, il vascello si

diresse al N. E. con buon vento, e si perdette ben tosto di vista la

terra.

Questo bastimento era grande ma cattivo veliero; ed il capitano la più

gran bestia che si potesse trovare. Quand'egli non vedeva più la terra,

non sapeva più dove si fosse, e non sapeva pur fare il più piccolo conto

di stima. Fortunatamente il suo secondo incaricavasi di tutto, e non

rimaneva a quest'imbecille altra incombenza che quella di bevere a

dismisura, e di dormire.

Trovavansi a bordo molti passeggieri, cioè: due negozianti Marocchini,

un ufficiale del Pascià di Tripoli, due o tre piccoli negozianti

Tripolitani, uno scheriffo Marabotto detto Muley Hassen, che vantavasi

di essere stato grande distruttore dei Francesi nella guerra d'Egitto;

cinque in sei donne, e molti pellegrini che andavano alla Mecca, i quali

erano tanto miserabili, che sembravano piuttosto avventurieri che

cercassero di fare fortuna, che persone che andassero a soddisfare ai

doveri della divozione.

L'aria del mare mi era così contraria che ogni tragitto ch'io facevo mi

ruinava sempre più il temperamento: di modo che questa volta mi trovai

estremamente male, avendo dovuto restare due giorni a letto. Il 29 potei

alzarmi, ed avendo fatte alcune osservazioni astronomiche mi accorsi che

in vece di tenere la strada d'Alessandria, ci eravamo alzati in maniera

verso il N. che il bastimento stava per entrare nel mare Adriatico,

sulla direzione di Corfù.

Prevenni il capitano dell'errore, ed egli fece cambiare direzione all'E.

per cercare la costa della Morea, sulla quale giugnemmo dopo quattro

giorni di calma. Si gettò l'ancora all'isola Sapienza in faccia a

Modone.

Questo paese offre una spaventosa prospettiva; sembrando tutto

squarciato da eruzioni vulcaniche. La base del terreno è un'argilla

glutinosa assai tenace, ed il fondo del mare è della stessa specie di

terra, per cui le ancore vi si attaccano con una straordinaria forza.

Avevamo dato fondo a quaranta braccia dalla costa al N. dell'isola

Sapienza, in venti e più braccia di acqua.

Si rimase cinque giorni all'ancora nella medesima posizione, e

quantunque ammalato scesi un giorno a terra, e trovai che la latitudine

settentrionale dell'isola in vicinanza al nostro ancoraggio era 36° 49′

51″; ma la longitudine vuol essere meglio discussa. Osservai altresì la

declinazione orientale dell'ago magnetico di 14° 27′ 0″, non

rispondendo per altro della differenza di uno o due gradi, perchè la mia

bussola sofferta aveva l'avaria d'un colpo di mare nel tragitto di

Laraïsch.

L'isola della Sapienza può avere otto in dieci miglia di circonferenza:

è formata di terra argillosa coperta di roccie calcaree; ed è tutta

sparsa di piccole montagne e di colline. Mancante di ruscelli, di

sorgenti, di pozzi, non ha che un poco d'acqua che si raccoglie quando

piove in alcune cavità delle rupi; ma anche quest'acqua sempre malsana

non conservasi in tempo d'estate. Veruna famiglia vi soggiorna

stabilmente, e soltanto finchè vi si trova acqua vi si conducono alcune

mandre di pecore e di capre, custodite da pastori greci vestiti di una

specie di giubbone, e di un pajo di mutande di pelli dì montone non

spogliate della sua lana. Sembrano sani e robusti, e nella ilarità del

volto mostransi contenti della loro sorte: bella è la loro carnagione,

ed il loro sguardo penetrante e vivo. Siccome non conoscono che il

linguaggio del proprio paese, non potei legar con loro conversazione; ma

parvemi che conservassero ancora un avanzo della politezza e della

urbanità che formavano il carattere degli antichi Greci.

Da questa isoletta vedesi la città di Modone posta sul continente in

riva al mare alla distanza di mezza lega al N. N. O. Vedesi pure a poca

distanza dal continente un isolotto assai alto, sul quale i Russi

avevano nell'ultima guerra piantata una batteria di ventiquattro cannoni

per battere la città: io per altro non so persuadermi, che in uno spazio

così limitato, comecchè opportunissimo all'oggetto, si potessero

manovrare ventiquattro cannoni.

Noi restammo all'ancora; ed il capitano continuava a bevere largamente:

in fine la mattina del sette febbrajo si spiegarono le vele con un vento

d'O. Poco prima gli avevo indicata la direzione che doveva prendere per

tenersi al largo dell'isola di Candia, e andare direttamente ad

Alessandria. Promise di attenersi ai miei ricordi; ma egli aveva

intenzione d'entrare nell'Arcipelago, e di dar fondo sotto qualsiasi

pretesto nel porto di Canea, o di Candia. Perciò durante la notte mutò

direzione all'E., ed in sul fare del giorno mi vidi in faccia alle isole

di Cerigo e di Candia all'imboccatura dell'Arcipelago. Rimproverai al

capitano un'operazione che doveva prolungar molto il nostro viaggio, del

che scusossi, dicendo di non aver potuto fare altrimenti, e che non si

poteva a meno di entrare nell'Arcipelago. In tale stato di cose ci

sorprese una perfetta calma.

I molti capi e montagne della Morea coperte di neve, e le varie isole

poste sull'ingresso dell'Arcipelago presentano una sorprendente veduta.

Tutte le isole assai alte mi parvero composte della roccia medesima

ond'è formata l'isola della Sapienza. Quella di Cerigo che domina

l'ingresso dell'Arcipelago pare ben coltivata, e contiene molti

villaggi. Trovavasi allora occupata dalle truppe Russe.

In sul cominciare della notte si levò un piccolo vento, che facendo

temere al capitano l'avvicinamento della terra, volse la prora al mare,

indi s'addormentò affatto ubriaco.

Il giorno dopo voleva entrare nell'Arcipelago; ma eravamo troppo

lontani. Il vascello con piccoli venti, o contrariato dalle calme

avanzava assai lentamente; ed essendo sopraggiunta la notte prima di

arrivarvi, il capitano rinnovò la manovra del precedente giorno, lo

stesso fece cinque giorni consecutivi: lo che non sarebbe accaduto, e

noi saremmo entrati il secondo giorno nell'Arcipelago, se, vegliando una

sola notte, avesse corso piccole bordate per tenersi nella sua

posizione.

Un giorno si dubitò d'essere minacciati da un pirata; e si approntarono

le armi, ma il pirata s'allontanò rispettando forse la portata del

nostro bastimento, ed il ragguardevole numero di uomini da cui lo vedeva

montato. Il labirinto delle isole dell'Arcipelago favorisce i progetti

di questi assassini, che con deboli barche senza artiglieria, e con

iscarsi equipaggi, ma ben armati e decisi, attaccano bastimenti assai

considerabili: il nostro capitano ed il suo secondo avevano molti anni

esercitato questo nobile mestiere. Allorchè un pirata s'impadronisce di

un bastimento, annega d'ordinario tutto l'equipaggio, e chiunque si

trova con esso, onde non si palesi il segreto; conduce poscia il

bastimento in alcuno dei tanti porti deserti di cui abbonda questo mare,

e colà si gode pacificamente la sua preda: lo che prova evidentemente

che il governo Turco non è capace, o non si cura di distruggere tanta

infamia.

Durante questa nojosa navigazione, eransi consumati quasi tutti i viveri

e l'acqua: molti passeggieri non avevano più nulla da mangiare; ed

eravamo tutti ridotti ad un ottavo di razione d'acqua.

In tale situazione i viaggiatori, ed i marinaj tanto più rattristati, in

quanto che non sapevano vederne il fine, tenevano tutti rivolti gli

occhi sopra di me: ma che potevo io fare con quell'imbecille di

capitano, il quale in mezzo a tanta sciagura continuava ad ubbriacarsi e

dormire?

Finalmente montai sul ponte, feci distribuire parte de' miei viveri, e

somministrai denaro ad una quarantina di sventurati, onde potessero

comperarsi i viveri da coloro che ne avevano. Riconfortata così alla

meglio la gente; rimproverai acerbamente il capitano della sua condotta,

che ci aveva ridotti in così trista situazione. Sentendo il suo torto e

vergognandosi, voltò bordo al N. E., e facendo buona guardia tutta la

notte, all'indomani 14 febbrajo rientrò in un piccolo porto dell'isola

Sapienza, onde vettovagliarsi a Modone.

Questo piccolo porto, detto _Porta-Longa_ è bello e ben chiuso con un

isoletta alla imboccatura, ed un fondo eccellente: vi si può dar fondo

fino a quaranta braccia dalla riva, ed ancora molto più vicino coi

piccoli bastimenti. È capace di dodici o quindici vascelli di guerra che

vi possono restare in tutta sicurezza in qualunque vento, perchè coperto

da tutti i lati, e protetto da montagne.

La stessa sera entrò in Porta-Lunga un bastimento greco proveniente da

Livorno.

La domenica 16 febbrajo io sbarcai a Modone piccola città sei in sette

miglia lontana da Porta-Longa.

Tre grosse figure turche mi ricevettero alla dogana su la riva del mare,

e mi colmarono di gentilezze, invitandomi a prendere il caffè, e mi

offrirono una delle loro lunghe pipe che io rifiutai. Siccome nessuno di

loro intendeva l'arabo, nè verun altro linguaggio da me conosciuto, non

potei rispondere che con segni di riconoscenza alle lor gentilezze. Ci

lasciammo reciprocamente soddisfatti, ed io entrai in città, ove mi era

stata destinata una casa nella contrada principale.

La città di Modone può riguardarsi come una buona fortezza. Posseduta un

tempo dagli Spagnuoli, poi dai Veneziani, fu successivamente fortificata

da quelle due nazioni. E circondata da alte fortissime mura con torri

provvedute di numerosa artiglieria, larghe fosse, controguardie, strade

coperte, palificate, ec., ma ciò che in particolar modo difende i ponti

levatoj e la porta di terraferma è un gran bastione fatto dai Veneziani,

sulle di cui facce vedesi tuttavia il leone di San Marco. La città dalla

banda di terraferma ha una sola porta, e due in sul mare. Vien detto che

abbia inoltre un portello segreto che mette in campagna, e per il quale,

mentre i Russi l'assediavano, i soldati turchi fecero una sortita, e

batterono così aspramente gli assedianti, che furono obbligati a fuggire

abbandonando tutta l'artiglieria, e gli altri effetti di campagna.

Non pertanto questa piazza ha il capitale difetto di essere dalla parte

del N. dominata da una piccola altura, sulla quale può facilmente il

nemico stabilire delle batterie in distanza di sole centocinquanta tese

dal corpo della piazza, senza che questa vi si possa opporre, e di dove

il nemico signoreggia una gran parte della strada coperta, e batte fino

ai piedi della muraglia. Per ovviare a questo inconveniente, gli

Spagnuoli fabbricarono un'altissima batteria nel corpo della piazza; e

questa opera, benchè in parte danneggiata dal fuoco russo, esiste ancora

in buono stato: ma in vece sarebbesi dovuto spianare il rialto

esteriore, che pure non sembra cosa assai difficile. Imperciocchè finchè

resta, le batterie che il nemico sarà sempre in libertà di stabilirvi,

malgrado gli sforzi della piazza, riusciranno ben tosto a far tacere il

fuoco degli assediati; ed in allora gli assedianti possono stabilirsi

liberamente su la cresta della strada coperta, e battere in breccia.

Questa piazza è piena d'una immensa quantità d'artiglieria d'ogni

calibro, d'ogni nazione, di tutte le età, ma questi pezzi sono tutti mal

montati; la maggior parte senza carro, e posti soltanto in prospettiva.

Modone è abitato dai Turchi. Credo che possa contenere un migliajo di

famiglie; e si vuole che abbia settecento soldati pagati dal Gran

Signore. I pochi ch'io vidi mi parvero belli, bianchi, ben fatti, e

sopra tutto ben equipaggiati, e ben vestiti. Le loro armi sono una

piccola carabina, due pistole, ed il _khanjear_, ossia coltello. Vidi

pochissimi cavalli, e questi ancora assai cattivi.

In tempo della mia dimora tutti gli uomini d'arme uscirono di città per

dar la caccia ad una masnada di briganti che pochi giorni prima avevano

sorpreso un villaggio, e scannati gli uomini, le donne, ed i fanciulli.

Queste orribili scene sono sgraziatamente nella Morea assai frequenti;

manifesto argomento della disorganizzazione del governo turco.

Modone circondato di alte mura, con strade anguste, e sucide sembrommi

un soggiorno insalubre, perchè vi si respira un'aria inprigionata, ed

infetta di cattivi odori. Ho inoltre osservato nella campagna che

l'argilla forma un terreno pantanoso e disaggradevole, ed a questa

cagione io attribuisco quell'apparenza di putrefazione che vedesi

egualmente nei legumi e nelle frutta. Il pane molle, ed affatto nero

rassomiglia perfettamente ad un pezzo di fango disseccato per metà; e la

stessa disgustosa apparenza trovai perfino nella carne. Pure gli

abitanti vi si conservano sani e con bei colori; vantaggi che potranno

forse ascriversi alla molta quantità di vino che vi si beve: in

proporzione più considerabile che in qualunque città d'Europa malgrado

la proibizione della legge.

In città non sonovi fonti, ma soltanto pozzi, la di cui acqua non è

bevibile, e quella che vi si beve vien portata dalle bestie da soma, e

presa in un ruscello che scorre a breve distanza dalla città. Eranvi in

altri tempi alcune fonti, ma ne furono minati i condotti.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2 · 第 7 / 12 段