In questo giorno si avanzò assai poco; ed a mezzodì il bastimento

trovavasi in faccia a Biserta o Capo Bianco.

_Mercoledì 30._

Dopo avvicinato il Capo Bon, che si oltrepassò avanti mezzogiorno, il

capitano si diresse col favore d'un leggier vento al S. S. E. 5° E.

_Giovedì 31._

Continuando lo stesso rombo con un vento più fresco, si scoprì avanti

sera l'isola di Lampidosa o Lampedusa in distanza di cinque leghe dalla

banda d'E.

Se il movimento del mio cronometro non soffrì una considerabile anomalia

da un giorno all'altro, convien dire che la posizione di Lampedusa è

posta d'un mezzo grado più all'O. nella carta del deposito idrografico

di Madrid, secondo l'osservazione astronomica ch'io feci in vista della

medesima. Rimetto questa quistione alla parte scientifica de' miei

viaggi, ove vengono discusse le osservazioni astronomiche.

Alle nove della sera il vento rinfrescò, ed andò rinforzandosi in

maniera che a mezzanotte la burrasca era terribile. Il bastimento faceva

molt'acqua, il mare spingeva le onde sopra il cassero ch'era a metà

coperto, ed inondava l'interno. La nostra cattiva tromba agiva sempre,

ma con poco successo. Gli attrezzi del vascello erano vecchi, ed il mare

li consumava. Il moto del vascello era tanto forte, che le antenne

entravano più di sei piedi sott'acqua: l'equipaggio credevasi perduto, e

di già intuonava la cantilena della morte. Il capitano pallido e

spaventato venne ad avvisarmi che il vascello non poteva durarla a lungo

andare; e mi chiedeva consiglio intorno ai mezzi da adoprarsi in tale

frangente.

Gli chiesi se trovavansi ancora delle vele spiegate; e dietro la sua

risposta affermativa, lo consigliai ad ammainarle tutte, fuorchè una

piccola per governare. Il capitano partì all'istante per ordinare la

manovra; e momentaneamente calcolando con difficoltà il mio punto di

stima, mi trovai press'a poco a ventiquattro leghe al N. di Tripoli.

Allorchè tornò il capitano gli chiesi se il vascello poteva orzare, «Non

lo so, rispose; ma proveremo». E bene, soggiunsi volgetelo all'O. N. O.

e procurate, se è possibile, d'imboccare il canale tra Kerkeni e Zerbi.

Mi ubbidì, e poco dopo si riuscì a sottrarci a quel terribile filo di

vento che minacciava di farci rompere sulla costa di Tripoli. Il vento

incominciò a calmarsi, ed il mare abbonacciò quantunque le onde fossero

ancora grosse.

_Venerdì primo novembre._

Dopo aver seguito tutto il giorno lo stesso rombo, resosi il mare più

tranquillo, si gettò l'ancora alle otto ore della sera in quindici

braccia d'acqua, sopra un banco presso Kerkeni.

Tutte le persone del vascello risguardavansi come risuscitate,

s'abbracciavano, e si felicitavano vicendevolmente.

_Sabato 2._

Io riconobbi il nostro punto lontano tre leghe da Kerkeni, che trovavasi

all'O. N. O. 6° N.

Eravamo sopra un gran banco di sabbia di feldspato rosso di tegola e di

quarzo, che stendesi per una superficie di molte leghe, e sul quale si

sta all'ancora con egual sicurezza come in un porto chiuso, perchè col

vento più gagliardo, siccome quello che faceva allora, le onde non si

alzavano, e le acque del mare sembravano uno stagno.

Questo banco forma un piano inclinato quasi insensibile fino alle isole

di Kerkeni, ed alla costa del regno di Tunisi. Alcune miglia prima di

giugnervi, si riconosce al color biancastro dell'acqua, e quando vi si è

sopra per la tranquillità della medesima.

Due sono le isole di Kerkeni poste a breve distanza dalla costa di

Tunisi, tra di loro separate da un canale; sono così basse che appena si

vedono uscir fuori dal mare. Vi si vedevano alcuni alberi, ossia palme.

Il capitano scese a terra più volte; e mi riferì che lo sbarco è

difficilissimo, perchè la più piccola scialuppa non trova acqua

bastante: onde non vi si può giugnere che per alcuni punti conosciuti

dai piloti pratici.

Queste isole che i loro abitanti, e quelli delle vicine coste chiamano

Kàrgnana vengono indicate sulle carte con quello di Kerkeni.

Il dubbio che io avevo intorno alla longitudine dell'isola di Lampedusa

abbraccia pure la situazione di queste isole. La latitudine del punto

medio tra le due isole è di 34° 39′; alquanto diversa dalla sua

posizione sulle carte.

Non vi sono in queste isole nè sorgenti nè fiumi; e gli abitanti non

hanno altr'acqua per bevere che quella che piove; e questa ancora è così

scarsa, che per portarne un poco al bastimento convenne raccoglierla

presso gli abitanti in piccoli vasi.

Il suolo che è una roccia quasi scoperta non produce che poche palme, e

perciò quegl'infelici abitanti non hanno altro alimento che quello dei

datteri, del _palma christi_, e del pesce che seccano per la provvisione

dell'anno.

La popolazione vi abita riunita in capanne bassissime, che offrono

l'aspetto della più grande miseria.

Hanno una specie di battello estremamente cattivo, con una piccola vela,

che non può portare più di quattro uomini. Questi battelli detti

_Sandal_ scorrono la costa fino a Tripoli, e non si scostano mai più

d'una lega da terra. Uno di questi venne a portare l'acqua che noi

avevamo richiesta, ed i pochi volatili che avevano potuto raccogliere.

Gli uomini non vestono che un chaïk bruno, grossolano, sono magri, ed

hanno il colore di cuojo. Interamente dediti alla pesca, usano varj

artificj per rinchiudere, e per prendere i pesci, che formano la base

della loro sussistenza.

Non potei avere accurate notizie intorno al numero degli abitanti di

queste isole; ma credo che non arrivi a quello di seicento, e forse è

minore assai. Professano la religione mussulmana, e sono governati da un

_cheik_ nominato da loro, il quale manda ogni anno a Tunisi un tributo

al Pascià, che non percepisce da queste isole verun altro prodotto.

La nostra nave rimase sul banco di Kerkeni fino alla notte del 7 di

novembre, ed in questo frattempo i venti furono sempre impetuosi in

maniera che spezzarono una volta l'albero, e squarciarono la vela della

scialuppa che portava il capitano a terra, mentre al nostro ancoraggio

il mare era affatto tranquillo. Questi giorni furono impiegati nel

riattamento delle vele, ed a chiudere con lastre di rame le fessure per

cui penetrava l'acqua in fondo alla cala.

_Giovedì 7._

Si levò l'ancora alle otto della sera, e si prese la direzione di S. E.

con un leggier vento.

_Venerdì 8._

Dopo aver seguita tutto il giorno la medesima direzione, il vascello

bordeggiò durante la notte per non avvicinarsi troppo alla costa di

Tunisi, ch'era a breve distanza.

_Sabato 9._

La mattina il cielo era coperto; ma prima di mezzogiorno vedevasi

chiaramente la costa di Tripoli. Si governò verso il porto. Passando

innanzi al castello si salutò col cannone, e fu risposto al saluto. La

scialuppa del governatore venne a riconoscerci all'ingresso del porto;

alcuni individui montarono a bordo, e presero una specie di

dichiarazione dal capitano. La nave continuò ad avanzarsi tirando molte

salve d'artiglieria, finchè si gettò l'ancora in mezzo alla baja. Erano

allora le tre dopo mezzo giorno: il capitano scese subito a terra.

_Domenica 10._

In questo giorno sbarcò l'equipaggio; ed io rimasi a bordo aspettando

che mi fosse preparata una casa in città.

_Lunedì 11._

A mezzo giorno andai a terra dopo avere felicemente terminato questo

faticoso tragitto.

Devesi notare che il grande sollevamento del mare il 24 ottobre accadde

_due giorni dopo la nuova luna, e quasi ad un'ora e mezzo dopo il suo

passaggio per il nostro meridiano_.

La gagliarda burrasca della notte del 31 ottobre sopraggiunse _due

giorni dopo il primo quarto_; e cominciò _un'ora e mezzo circa dopo il

passaggio della luna per il nostro meridiano_.

In questi due casi la luna trovavasi nella sua _costituzione boreale_.

Spetta al dotto Lamarck l'apprezzare queste osservazioni.

CAPITOLO XXI.

_Sbarco. — Presentazione al Pascià. — Intrighi. — Descrizione

di Tripoli. — Governo. — Corte. — Moschee. — Tribunali. —

Caffè. — Viveri. — Giudei. — Commercio. — Misure, pesi, monete.

— Clima. — Antichità. — Regno di Tripoli._

Ho di già osservato, che quando giugnemmo nel porto di Tripoli, il

capitano era subito sceso a terra, per presentarsi al Pascià, e

rimettergli le sue carte, ed alcune lettere di Marocco.

All'indomani mattina il capitano venne a bordo coll'ordine di sbarcare i

passaggeri; e si scusò verso di me di non avermi ancora potuto preparare

una casa, pregandomi d'aspettare fino a sera. Quando tutta la gente fu

sbarcata, tornò dopo mezzo giorno per dirmi di pazientare fino alla

susseguente mattina. Io non ignoravo che il Pascià Salaovi di Laraïsch

aveva scritto contro di me; e diffidavo pure di due passaggeri ch'erano

a bordo, ma ero pienamente sicuro degli altri: lo era ancora

dell'equipaggio, e del capitano. Non presi dunque pensiero di nulla, e

quantunque mi fossi accorto che il ritardo procedeva da tutt'altro che

da mancamento d'alloggio, io rimasi affatto tranquillo. Non tardai a

verificare che non erami ingannato ne' miei sospetti. Il susseguente

giorno il capitano mi prevenne, che potevo andare a terra. Feci sbarcare

i miei equipaggi; e sortendo di nave fui condotto nella casa in cui

dovevo alloggiare, la quale trovavasi in faccia a quelle del primo

ministro, e del console generale di Spagna.

Mi trovavo già da tre giorni in Tripoli quando il capitano mi portò

l'ordine di presentarmi al Pascià. L'udienza fu solenne; ed ebbe luogo

in una vasta sala, ove il Pascià stava seduto sopra una specie di trono,

o di piccolo soffà alquanto alto, intorno al quale stavano i suoi figli,

e molti cortigiani. Gli fu presentato il mio dono, ch'egli accolse

dignitosamente, mi colmò di gentilezze, e mi rese ogni sorta d'onori.

Rimasi lungo tempo seduto sopra una sedia ch'egli avevami fatta

preparare, intrattenendomi col Pascià intorno a diversi oggetti; ed

intanto fui servito di tè, d'acqua odorifera, e di profumi. Dopo aver

molto parlato ci separammo assai contenti l'uno dell'altro; egli mi

porse la mano come ad un amico, e senza permettermi di baciargliela come

costumasi con un sovrano; in somma mi diede la più sincera prova

d'affezione.

Partendo ordinò a due de' suoi grandi ufficiali di condurmi dal primo

ministro, personaggio veramente rispettabile, che aveva quasi affatto

perduta la vista. Lunga ed amichevole assai fu la nostra conferenza,

onde rientrai in casa assai contento delle due visite che avevo fatte.

Alcune persone di Marocco, e specialmente il Pascià Salaovi avevano

scritto dipingendomi coi più neri colori: uno de' passeggieri, forse di

commissione dello stesso Pascià, nulla aveva trascurato di tutto quanto

poteva rendermi odioso; ma i suoi tenebrosi raggiri furono disprezzati

dal Pascià e dalla sua corte, dopo le prese informazioni, e le

dichiarazioni fatte da tutte le persone del bastimento. Il passeggiere

che era un negoziante Marocchino non ottenne che l'universale aversione.

Io ero così sicuro del fatto mio, che presentandomi al Pascià non volli

far uso della commendatizia dell'imperatore di Marocco. Avevo

precedentemente dichiarato al capitano, ed a qualcun'altro, che in vista

della condotta tenuta dal Sultano quando sortii da Laraïsch, rifiutavo

la sua protezione: il mio procedere franco e leale, mi rese più

rispettabile agli occhi del pascià e della sua corte. Frattanto per

cancellare affatto la memoria dell'affare di Marocco, come anco a

cagione del Ramadan e d'una indisposizione sopraggiuntami, uscii poche

volte di casa finchè rimasi a Tripoli, fuorchè per andare alla moschea,

per visite di etichetta, e per fare qualche passeggio a piedi. Le

addotte cause non mi permisero di estendere molto le mie ricerche. Dalle

poche osservazioni astronomiche ch'io feci, mi risulta la longitudine E.

di Tripoli 11° 8′ 30″ dall'osservatorio di Parigi, e la latitudine N.

32° 56′ 39″. La declinazione magnetica osservata 18° 41′ 2″ O.

Tripoli di Barbaria vien detto _Tarabla_ dagli abitanti; ed è una città

assai più bella di qualunque del regno di Marocco: è posta in riva al

mare, e le sue strade sono diritte, ed abbastanza larghe. Le case

regolarmente fabbricate sono quasi tutte bianche. L'architettura

s'accosta assai più all'europea che all'araba; ed in ispecial modo le

porte quasi tutte d'ordine toscano, i cortili con colonne di pietra ed

archi di ottimo stile invece degli arabi acuti che vedonsi a Marocco. I

fabbricati di pietra seno frequentissimi, e vedonsi pure alcuni marmi

fini ne' cortili, nelle porte, nelle scale, e nelle moschee. Le case

hanno finestre verso strada, cosa non praticata a Marocco, ma per altro

sono sempre chiuse da fitte griglie.

Osservai nelle case di Tripoli un'usanza assai singolare; cioè, che in

quasi tutte le camere per lo più lunghe e strette, trovasi a ciascheduna

delle due estremità un palco di tavole press'a poco alto quattro piedi

dal suolo, sopra il quale si ascende per angusti scalini. Questi rialti

hanno una balaustrata, ed alcuni ornamenti di legno, e si va sotto ai

medesimi per una piccola porta. Esaminando quale potesse essere lo scopo

di questa singolare disposizione, trovai che ogni camera poteva

contenere le masserizie complete di una donna, poichè sopra l'uno

collocasi il letto, sull'altro gli arredi de' fanciulli; sotto di uno si

pone il vassellame e le altre cose occorrenti al pranzo, e sotto l'altro

gli altri effetti della famiglia. Questa distribuzione lascia in mezzo

alla sala il luogo necessario per ricevere le visite; ed un uomo in una

casa, o in un appartamento composto di tre o quattro camere, può tenere

tre o quattro donne con tutte le comodità possibili, ed affatto

indipendenti le une dalle altre. Tripoli non ha fontane nè fiumi; e gli

abitanti bevono l'acqua che cade dal cielo conservata entro le cisterne,

di cui ne è provveduta ogni casa: per i bagni, per le abluzioni, ed

altri usi, valgonsi dall'acqua salsa dei pozzi.

La peste distrusse gran parte della popolazione; e vedonsi ancora molte

case rovinate in conseguenza di quel flagello che mandò sotterra molte

intere famiglie. Di presente il numero degli abitanti può calcolarsi di

dodici in quindici mila.

Questa popolazione è composta di Mori, di Turchi, e di Giudei: e perchè

da prima il governo era assolutamente Turco, gli abitanti sono più

civilizzati che a Marocco. La seta ed i metalli preziosi s'impiegano

negli abiti; e la corte si mantiene con estremo lusso. La maggior parte

degli abitanti conosce e parla diverse lingue Europee, e lo stesso

Pascià parla l'italiano: ciò che a Marocco risguarderebbesi come un

peccato più o meno grave.

La società vi è pure più sincera, e più libera che a Marocco; i Consoli

Europei mi visitavano frequentemente, e nessuno se ne formalizzava. I

rinnegati Europei possono ottenervi avanzamento, ed elevarsi alle prime

cariche dello stato: l'ammiraglio o capo della marina Tripolitana è un

inglese che sposò una parente del pascià. Gli schiavi cristiani sono ben

trattati, hanno il permesso di servire ai particolari, corrispondendo

parte dei loro profitti al governo.

Il sovrano di Tripoli conserva ancora il titolo di Pascià, perchè da

prima quel paese era governato da un Pascià mandato di tre in tre anni

dal gran Signore. Questi efimeri comandanti non altro vedendo nei loro

firmani che un mezzo di spogliare inpunemente gli abitanti, si resero in

modo insoffribili che questi massacrarono l'ultimo Pascià mandato dalla

Porta. Dopo tale rivoluzione accaduta circa ottant'anni sono, scelsero

per loro principe _Sidi Hhamet Caramanli_ nativo della Caramania, che fu

il fondatore della regnante dinastia. In seguito a Sidi Hhamet suo

figliuolo Sidi Ali padre dell'attuale sovrano montò sul trono; ma

obbligato da alcune rivoluzioni ad abbandonare la patria, riparossi a

Tunisi. Il figlio di Sidi Ali chiamato Sidi Hhamet, come suo avo, prese

le redini del governo. Era questi un uomo vizioso, le di cui malvage

qualità gli costarono il trono e la vita; e gli succedette Sidi

Youssouf, suo fratello, oggi regnante.

Sidi Youssouf, ossia sig. Giuseppe è un uomo di bella presenza di circa

quarant'anni. Non è privo di spirito, parla assai bene l'italiano, ama

il fasto, la magnificenza, e si mantiene dignitosamente senza trascurare

d'essere manieroso e gentile. Sono ormai dieci anni e mezzo che occupa

il trono, ed il popolo si mostra di lui contento.

Sidi Youssouf non ha che due consorti propriamente tali: una delle quali

sua cugina e bianca, gli ha già dati tre figli e tre figlie; e l'altra è

una negra, da cui ebbe un maschio e due femmine. Tiene molte schiave

negre, ma veruna bianca. Spiega tutto il lusso e la magnificenza negli

abiti delle sue donne, e negli arredi delle loro abitazioni. I figli del

pascià assumono il titolo di _Bey_, e l'uno di essi ha il mio nome

Ali-Bey; ma quando dicesi soltanto _Bey_, intendesi per antonomasia il

primogenito, che è di già conosciuto erede del trono.

Fui assicurato che le rendite del pascià non ammontano ad un milione di

franchi all'anno.

Il portiere interno del palazzo è uno schiavo negro; e sonovi più di

quaranta schiavi cristiani tutti italiani pel servizio interno.

Il giorno di Pasqua nell'istante ch'io entravo in palazzo per vedere il

pascià, la sua orchestra che stava entro una camera più interna

cominciava a suonare, ma quand'egli mi vide fece segno di far cessare la

musica, siccome un divertimento che un grave mussulmano deve risguardare

con disprezzo. Nei brevi momenti che io l'udii, la trovai passabile ed

infinitamente migliore di quella di Marocco. Mi fu detto che l'orchestra

era composta di ventiquattro parti.

I principali impiegati sono _l'hasnadàr_, ossia tesoriere, il _guardian

bàchi_ capo e maggiorduomo di palazzo, il _Kiàhia_, luogotenente del

Pascià, il quale occupa un magnifico sofà nel vestibulo; poi il secondo

_Kiàhia_, cinque ministri incaricati di diversi rami d'amministrazione,

l'agà de' Turchi, ed il generale della cavalleria araba. La guardia del

Pascià è composta di trecento Turchi, e di cento mammaluchi a cavallo.

Ad eccezione delle guardie, il Pascià non mantiene verun'altra truppa

regolata in attività. Allorchè deve sostenere qualche guerra, aduna le

tribù arabe che si presentano colle loro bandiere o stendardi in sul

davanti; e può in tale circostanza mettere in piedi dieci mila cavalli,

e quaranta mila pedoni.

Abbiamo già detto che l'ammiraglio del Pascià è un rinnegato inglese

ammogliato con una sua parente. Le sue forze marittime consistono ne'

seguenti legni.

1. Fregata o corvetta di cannoni N.º 28

1. _Idem_ di » 16

3. Sciabecchi di 10 cannoni ciascuno » 30

1. Saica di » 8

2. Galeoni di sei cadauno » 12

1. Piccolo sciabecco di » 4

1. battello di » 1

1. Galeotta di » 4

———————

In tutto 11 bastimenti, e cannoni N. 103

A quest'epoca si fabbricavano due altri galeoni, lo che formerà un

totale di 13 bastimenti armati.

Tripoli contiene sei moschee del primo ordine con torri, e sei moschee

minori.

Magnifica veramente è la grande moschea, e di elegante architettura: il

tetto tutto formato di cupolette viene sostenuto da sedici maestose

colonne doriche di un bel marmo grigio, che mi fu detto essere state

prese sopra un bastimento cristiano. Fu fabbricata dall'avo di Sidi

Youssouf. Questo tempio, siccome gli altri ch'io vidi a Tripoli, non

sono di quella meschina architettura che rimarcai a Marocco. La loro

elevazione non manca d'imponenza; ed in tutte sonovi all'usanza delle

chiese Europee, alcune tribune alte per i cantori. Tutte le moschee sono

coperte di tappeti, mentre che quelle di Marocco, non esclusa pure la

moschea del palazzo imperiale, sono coperte di stuoje: quella di Muley

Edris a Fez è la sola che abbia tappeti.

Le torri di Tripoli sono di forma cilindrica, assai alte con una

galleria circolare nella parte superiore, di mezzo alla quale alzasi una

torricella, o garetta. Dalla galleria il _mudden_ suole chiamare il

popolo alla preghiera.

A Marocco il culto è più semplice, e più misto; qui più complicato, e

pomposo. Il venerdì a mezzo giorno danno cominciamento alla cerimonia

molti cantori che intuonano alcuni versetti del Corano. L'imam sale la

sua particolar tribuna, che consiste in una semplice scala come a

Marocco, colla diversità che a Tripoli è di pietra, colà di legno.

Recita una preghiera sotto voce in faccia alla muraglia, ed in appresso

volgendosi al popolo, canta un sermone coi medesimi trilli e cadenze

proprie di certe canzoni Spagnuole dette _polo andalous_. Parte del

sermone è variabile, ed il predicatore canta leggendo il suo

manoscritto; l'altra parte che è sempre la medesima viene recitata a

memoria, con alcune preghiere ed altre formole di pratica, che canta sul

medesimo tuono.

L'imam infine del suo sermone voltasi con affettazione verso il

_meherèb_, o nicchia che sta alla sua diritta, cantando una preghiera in

più alto tuono: indi voltandosi alla sinistra colla stessa affettazione,

ripete la medesima preghiera: scendendo due o tre gradini della scala

recita alcune preghiere per il pascià e per il popolo, infine d'ognuna

delle quale il popolo risponde _amen_; finalmente, nel tempo che canta

il coro, l'imam scendendo al mehrèb, recita la preghiera canonica col

popolo, come costumasi a Marocco. Le grida che si fanno dalle torri per

l'adunanza del popolo sono a Tripoli meno gravi che a Marocco,

perciocchè in alcune moschee sono i ragazzi che fanno le funzioni di

mudden, cosa che non eccita troppa devozione.

Nel tempo del Ramadan non si odono le trombette funebri che si usano a

Marocco; ogni notte vengono illuminate le gallerie delle torri ove i

mudden cantano alcune lunghe preghiere.

Le moschee possedono case e terreni provvenienti da donazioni

volontarie: queste entrate servono al mantenimento dei ministri e degli

altri impiegati nelle cose del culto.

Il muftì è il capo della religione, e l'interprete della legge. Stan

sotto di lui due kadì, uno per gl'individui del rito ehanefi, l'altro

per quelli del rito maleki.

La composizione dei tribunali del muftì e delkadi è veramente una

istituzione rispettabile Questi giudici sono incorruttibili, e tutti i

loro ministri sono mantenuti coi proventi delle moschee.

Sonovi in Tripoli tre prigioni, una per i Turchi, e due per i Mori, ma

sono male governate ed i prigionieri sono obbligati a mantenersi del

proprio, o col prodotto della carità pubblica.

I negozianti e gli oziosi sogliono riunirsi in un caffè; ed il basso

popolo in due altri d'un ordine inferiore. Da pertutto vi si prende il

caffè senza zuccaro.

Vi sono pure alcune taverne ove si vendono vini e liquori dai Mussulmani

medessimi, che non si fanno scrupolo di beverne ancor essi malgrado la

proibizione della legge. Questo ramo di pubblica entrata produceva

all'erario centomila franchi.

Il mercato è assai ben provveduto, ed i viveri si vendono a prezzi

moderati. Vi si trovano eccellente pane e carni, non così i legumi. I

Tripolitani fanno il couscoussou meno fino che a Marocco; essi usano

molti altri grani, alcuni de' quali provengono dall'interno

dell'Affrica. Il paese produce l'olio necessario al suo consumo.

La terra è comune come a Marocco, purchè non sia circondata da qualsiasi

siepe; e trovansi varj abitanti che possiedono quindici ed anche venti

poderi chiusi; e mi fu detto averne uno bellissimo il Pascià. Mancando

acque correnti s'innaffiano i giardini coll'acqua salmastra de' pozzi,

che si attigne con una macchina posta in moto dai muli.

I Giudei che hanno in Tripoli tre sinagoghe sono assai meglio trattati

che a Marocco. Sono circa due mila che vestono alla musulmana, e solo la

berretta, e le pantofole devono essere nere, ed il turbante

ordinariamente turchino. Si contano fra questi circa trenta famiglie

ricchissime, gli altri sono artigiani, orefici ec. Il commercio d'Europa

è quasi tutto nelle loro mani: essi corrispondono principalmente con

Marsiglia, Livorno, Venezia, Trieste e Malta. Vi sono pure alcuni

negozianti mori tra i quali Sidi Mehemet Degàiz primo ministro del

Pascià, che ha fama d'avere in circolazione un milione di franchi.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2 · 第 6 / 12 段