Devo pure notare che la situazione data a quest'isola del sig. Bory de

Saint-Vincent nei suoi saggi intorno alle isole Fortunate, non combina

meglio colle circostanze riferite dal prete di Saïs; poichè il sig. Bory

la suppone nel mare Atlantico, e non presso le rive di questo mare, come

l'enunciato prete. Nè in tal caso avrebbe più da un lato la Libia, e

dall'altro la Tirrenia. Per la situazione e la forma che le vengono da

lui date non sarebbervi state isole intermediarie per passare sul

continente. Ma ciò che è ancora più notabile, il sacerdote dice

positivamente che Atene esisteva già al tempo dell'Atlantide, e che gli

Ateniesi condussero le loro flotte contro gli Atlantidi conquistatori:

ora nel sistema dell'autore, risulta, malgrado il suo commentario, che

ai tempi dell'Atlantide lo stretto di Gibilterra, ed Atene non

esistevano, perchè quello ancora non era aperto, e l'altra con tutte le

pianure della Grecia era tuttavia coperta dalle acque del Mediterraneo,

che non la scoprirono che per rompere lo stretto, ed inghiottire

l'Atlantide. Come dunque gli Ateniesi, che ancora non esistevano hanno

potuto frenare l'ambizione degli Atlantidi? Come mai le flotte degli uni

e degli altri hanno potuto entrare e sortire dal Mediterraneo, il quale,

come suppone l'autore, non era allora che un lago chiuso da ogni banda

senza avere comunicazione con verun altro mare?

Provato una volta, come possono provarsi simili oggetti, che il Sahhara

era un mare ne' tempi d'assai posteriori all'ultimo grande cataclismo

del globo, risulta che la sua superficie essendo pochissimo elevata al

di sopra del livello del mare, deve formare un gran bacino, ove si

precipitano le acque piovane di tutti i paesi che lo circondano. È pure

probabile che nel centro dell'Affrica sia restato un vasto lago, ossia

un mare Mediterraneo, che sarebbe per avventura un irrefragabile prova

dell'essersi il mare Atlantico ritirato dalla Sahhara.

Abbiamo dimostrato la poca elevazione della Sahhara al di sopra del

livello del mare col fatto dei fiumi che dopo essere penetrati nel

deserto mancano di declivio per giugnere ai mari esteriori dell'Affrica;

esaminiamo adesso i motivi che mi muovono ad ammettere un mare interno

nell'Affrica, indipendentemente dalle acque che ha potuto lasciarvi

l'Oceano, e che forse, come nel mar Caspio, basterebbe per mantenervi un

vastissimo lago per molti secoli.

Avvi nell'interno dell'Affrica uno spazio di trentatrè gradi e mezzo

dall'E. all'O. dalle sorgenti del _Niger_ fino a quello del _Misselad_;

e più di venti gradi dal N. al S. dal piovente meridionale dell'Atlante,

e delle altre montagne vicine ai Mediterraneo, fino al piovente

settentrionale dalle montagne del Kougo e fino alle sorgenti del

Bahàr-Koula, superficie immensa da cui non sorte una goccia d'acqua per

gettarsi nei mari esteriori dell'Affrica, poichè da un lato non

conosciamo le sorgenti dei fiumi, che mettono foce nel Mediterraneo, e

nell'Oceano occidentale, i quali tutti derivano le loro acque fuori di

questa superficie; e dall'altro lato i fiumi che si gettano nel golfo

della Guinea non sono troppo più abbondanti degli altri, e per

conseguenza non suppongono un'origine più lontana dalla loro foce, di

quello che lo sia il piovente meridionale delle montagne del Kongo, e

delle altre montagne che seguendo la stessa linea dell'E. vanno a

riunirsi alle montagne di Kouri o della Luna, ove trovansi le sorgenti

del Bahàr el-Abiad, o fiume bianco, che forma il principal ramo del

Nilo.

Sappiamo inoltre che i fiumi di questa parte dell'Affrica si dirigono

per linee convergenti verso il centro: i fiumi dell'Atlante, e quelli

del deserto al S. ed al S. E., il Niger e quelli che scendono dalle

montagne di Kong al N. E. ed all'E., il Misselad, il Kulla, e molti

altri intermediarj al N. O.; il Kuku, il Gazel, ed altri al S. ed al S.

O.; e finalmente tutti quelli che sono conosciuti nell'interno

dell'Affrica, hanno la loro direzione verso il centro del continente.

Le relazioni di alcuni viaggiatori nell'interno dell'Affrica, e le

informazioni che si hanno dagli abitanti, danno, che la quantità d'acqua

somministrata dalle continue pioggie in quel paese è tanto

considerabile, che gli animali e le piante cadono in uno stato di

deperimento.

Non avendo osservazioni metriche dirette intorno a questa quantità

d'acqua dell'estensione de' paesi di cui parliamo, ci è forza supplirvi

con calcoli approssimativi, fondati sulla misura de' luoghi conosciuti.

Sappiamo che in Europa prendendo un termine medio cadono annualmente

diciotto pollici d'acqua, e che questa quantità cresce al Sud. In

Algeri, ad anno compensato, ne cadono ventotto pollici: nel 1730 ne

caddero trenta pollici, e quaranta quattro nel 1732. A Madera ne cadono

trenta pollici all'anno, e sotto i tropici, stando alle osservazioni del

celebre Humboldt, settanta. La superficie in quistione è tagliata a

mezzo dal tropico; pure per dare maggiore forza a tutte le supposizioni

a me contrarie, ridurrò la quantità della pioggia a cinquantaquattro

pollici, vale a dire a sedici pollici meno di quanto ne dà il sig.

Humboldt, ridurrò a zero le pioggie del deserto, e supporrò che il

Sahhara occupi la metà di questa superficie, di modo che soltanto le

pioggie dell'altra metà somministrino acqua al gran lago interiore.

Spero che chiunque troverà larghe queste concessioni: dunque calcoliamo:

la superficie intera è di 240,000 leghe di venti al grado; ma perchè ne

ho assegnata la metà al deserto, non ne rimangono che 120,000 per

somministrare le acque piovane al gran lago: questa estensione a ragione

di 292,410,000 piedi quadrati rotondi per lega, forma una superficie di

33,089,200,000,000 piedi quadrati, sulla quale le pioggie depongono ogni

anno compensatamente una massa d'acqua di 157,901,400,000,000 piedi

cubi.

Se diansi al mare interiore dell'Affrica 150 leghe di lunghezza e 50 di

larghezza, verrebbe ad essere press'a poco grande come il mar Caspio o

il mar Rosso: e formerebbe una superficie di 12,500 leghe quadrate,

eguale a 3,655,125,000,000 piedi quadrati.

L'evaporazione in Europa in una temperatura media di 11° è, secondo

Dobson di 30 a 38 pollici all'anno. Il sig. Humboldt l'osservò a Cumana

in America a 28° centigradi di temperatura 2780 millimetri all'anno Si

trovò alla Guadaluppa di quattro a sei millimetri per giorno; e questo

dotto viaggiatore suppone che possa portarsi ad 80 pollici per anno

sotto i tropici. Ma per non lasciare alcuna cosa a desiderarsi agli

antagonisti del sistema, porrò contro di me questo risultamento,

triplicando la quantità assegnata dal sig. Humboldt, e portando

l'evaporazione del nostro lago a 240 pollici, ossiano 20 piedi per ogni

anno.

Ora se moltiplichisi questa evaporazione per la superficie del lago, ne

risulta una massa di 157,901,400,000,000 piedi cubi: onde rimane ancora

un eccedente di 84,698,900,000,000 piedi cubi di acqua per supplire alla

evaporazione nei fiumi e nei laghi subalterni, e per la decomposizione

dell'acqua per la vegetazione ed altri fenomeni: lo che dimostra, stando

anche alle supposizioni meno favorevoli al sistema, che in un mare della

grandezza del Rosso, o del Caspio, posto nel centro dell'Affrica,

l'evaporazione non leverebbe pure la metà dell'acqua che le pioggie

devono deporre ogni anno sulla superficie in quistione, e che ne

rimarrebbe più della metà per le altre cause d'assorbimento; tal che, se

queste non bastano per consumare l'altra metà, come sembra probabile, il

nostro mare Affricano dovrà essere più vasto del Rosso e del Caspio.

Nulla dirò della sua profondità, perchè dipendente dalla configurazione

del suolo: ma qualunque sia tale profondità, il mare conserverà

senz'alterazione tutto l'eccedente dì venti piedi tolti dalla

evaporazione.

Questi calcoli dimostrano l'impossibilità della supposizione, che il

Niger si perda nel pantani a Wangara; e spiegano ove devono essere le

foci dei tanti fiumi che vanno nel centro dell'Affrica senza che più si

vedano sortire.

Dimostrano in pari tempo l'impossibilità dell'uscita di tanta quantità

d'acque per la costa della Guinea, come lo suppose un dotto tedesco. Di

fatto il Migered ed il Senegal hanno le loro sorgenti nelle montagne di

Kong a brevissima distanza le une dalle altre, e questi fiumi dirigonsi,

uno al N.E., l'altro al N. O. Il primo dopo un corso dì cento sessanta

leghe arriva a Giambala in sul confine del Sahhara, ed il secondo dopo

avere percorso un eguale spazio, bagna i confini dello stesso deserto a

Fariba. La situazione di questi due fiumi è allora assolutamente la

medesima. Il Senegal per arrivare da Fariba al mare, di dove non è

lontano più di cinquanta leghe, fa mille tortuosità, e forma colle sue

acque un gran numero di laghi e di paludi in un suolo appianato, e quasi

al livello dell'Oceano; di modo che può dirsi che se il mare si

ritraesse cento leghe dalle rive attuali, conservando lo stesso livello,

il Senegal non potrebbe arrivare colà, e svaporerebbe in uno o più

laghi.

Per più forte ragione le acque del Niger, che a Gimbala è nella stessa

posizione che il Senegal al Fariba, non avranno una bastante

inclinazione per iscorrere più di cento cinquanta leghe, ossia il triplo

della distanza che attraversa il Senegal da Fariba all'Oceano; ed allora

incomincierà il gran lago interno dell'Affrica, che stendendosi nelle

supposte dimensioni arriverà presso al lago Fitrè, ove gettansi i fiumi

delle Gazzelle, il Misseda, ed altri, e che comunicano col lago di

Semegonda, che io riguardo come una baja, o un golfo del nostro mare

Caspio d'Affrica.

Ma se dal punto in cui io suppongo che incominci questo mare interno,

dovesse il Niger scorrere ancora duecento quaranta leghe, il Gazzel, il

Misselad, ed altri fiumi trecento quaranta di più in linea retta per

arrivare al golfo della Guinea, chiara cosa è, che trovando il suolo

senza inclinazione, si spargerebbero e perderebbero nei laghi senza

arrivare all'Oceano.

I grandi fiumi Formoso e Rey, e gli altri che gettansi nel golfo della

Guinea, ricevono le acque da una superficie assai estesa per poter

pareggiarsi ai più gran fiumi, poichè calcolandosi dal piovente

meridionale delle montagne di Kong e di Komri fino all'Oceano, avvi una

superficie di 75,000 leghe quadrate, più che bastante ad alimentare

tutti questi fiumi in un paese ove in uno spazio minore della metà si

formano i fiumi del Senegal, di Gambia, di Rio grande, di Messurata, e

molti altri i quali presso a Capo Roxo ed alle isole Bissagos dividonsi

in grandi canali e laghi uguali press'a poco a quelli di Rio Formoso, e

di Rio de Rey sul golfo della Guinea.

La carta generale dell'Affrica settentrionale del maggior Rennel prova

che la supposta esistenza del mare interno risolve il problema delle

foci degli interni fiumi dell'Affrica, senza deviare un atomo dalla

geografia conosciuta.

Dimostrato una volta, per quanto lo acconsente la qualità

dell'argomento, che l'immensa quantità d'acqua versata dalle pioggie

nell'interno dell'Affrica, e portata dal Niger, e dagli altri fiumi nel

centro del continente, non può svaporarsi nei piccoli laghi, e meno poi

nei semplici pantani del Wangara ed inoltre che non può arrivare

all'Oceano nel Golfo della Guinea; se noi ne deduciamo la necessità

dell'esistenza d'un gran lago o mare interno, in cui riuniscansi e

svaporino le acque che sovrabbondano ai bisogni della vegetazione, ed

alle altre scomposizioni di questo fluido, non rimane che ad addursi

alcun fatto per ultima prova dell'esistenza di questo mare interno.

Trovansi negli antichi autori rammentati molti grandi laghi dell'interno

dell'Affrica; la _palude Nigrite_, i laghi _Clonia_, _Libia_, _Nili_,

_Nuba_, _Gira_, _Ghelonide_. Non potrebbero essere questi golfi o baje

d'un solo e gran lago, cui sarebbersi dati tali nomi? I moderni fecero

lo stesso, e se taluno, ignorante della geografia, udisse parlare del

mare Adriatico, dell'Arcipelago, del mare di Marmora, e del mar Nero,

non crederebbe egli giammai, che queste siano parti di un solo e

medesimo mare, che dicesi Mediterraneo, ma li crederebbe altrettanti

mari isolati.

Nelle discussioni cui ha dato luogo questa quistione, sonosi, per non

essersi intesi, ammessi degli errori, ed io ne trovo la ragione

principale nei vari significati attribuiti al vocabolo _Bahàr_. Le

nazioni che parlano l'arabo chiamano _Bahàr_ il mare, _Bahàr_ un

qualunque lago, e _Bahàr_ un fiume.

Quando gli abitanti o gli Arabi viaggiatori dell'Affrica interna

parlarono d'un _Bahàr_ esistente in quel paese, gli antichi e moderni

Europei intesero semplicemente un lago, e senza cercare ulteriore

spiegazione di un vocabolo, di cui credevano averne compreso il vero

significato, supposero che si parlasse di laghi, o di fiumi.

Ecco le ragioni che m'indussero ad ammettere questo mare interno anche

prima di viaggiare nell'Affrica; ragioni da me discusse nel 1802 a

Parigi con varj dotti dell'Istituto, ed a Londra con molti membri della

Società reale. Spedii pure intorno allo stesso argomento una memoria da

Cadice in data del 30 maggio 1805, ed un'altra da Tripoli nel novembre

del 1805.

Ma veniamo al fatto che conferma il sistema, e rende innegabile

l'esistenza di questo mare interno.

Nel bastimento che portavami da Laraïsch a Tripoli in ottobre del 1805

eravi un negoziante di Marocco detto _Sidi Matte Bouhlàl_, ch'era stato

lungo tempo a _Tombout_, o Tombouctoo, ed in altri paesi del Soldano o

della Nigrizia, ove commerciava in società con uno de' suoi fratelli.

Quello Bouhlàl era fratello d'un cheik nominato dall'imperatore di

Marocco direttore della carovana della Mecca, se le circostanze

politiche avessero permesso di fare il viaggio. Era un uomo intelligente

di circa quarant'anni, d'irriprovevole condotta, veritiero, ricco, e che

non poteva avere il menomo sospetto ch'io andassi in traccia di notizie

intorno allo stato interno dell'Affrica. Il complesso di tali

considerazioni m'inducono a dar piena fede al suo rapporto, ed a credere

ch'egli non volle ingannarmi perchè non aveva il menomo interesse di

farlo.

Essendomi durante il viaggio trattenuto in lunghi discorsi con questo

negoziante, si venne più d'una volta a parlare dell'interno

dell'Affrica; e n'ebbi le seguenti notizie:

«Tombout è una grande città assai commerciante, abitata dai Mori e dai

Negri.

«La famiglia colà regnante discende da un imperatore di Marocco, che

fece un'incursione in quel paese, ed il di cui nome vi è tuttavia

rispettato assai.

«A Tombout Bouhlàl avea più libertà che a Marocco. Aveva sempre ai suoi

servigi molte negre, che comperava, vendeva, cambiava a suo capriccio;

lo che avea pure alquanto alterata la sua fisica costituzione, e

cagionate più malattie.

«Tombout trovasi _alla medesima distanza dal Nilo Abid_ (Nilo dei Negri,

o Niger ) _che Fez da Wad Sebou_, vai a dire a meno di due leghe.

«Questo fiume scorre _verso il levante_.

«Il Nilo Abid è largo ed ogni anno nella stagione delle pioggie _sorte

dal suo letto, ed inonda il paese come il Nilo d'Egitto_, talchè allora

sembra un braccio di mare.

«I Negri navigano su questo fiume con barche di una costruzione

particolare; non hanno chiodi, e tutte le parti sono legate assieme da

sottili corde di palma.

«Ogni barca porta fino a _cinquecento cariche di cammello_ in sale, in

grani, ed in altre derrate.

«Queste barche viaggiano senza remi e senza vele: per farle camminare,

un certo numero d'uomini, secondo la grandezza della barca; si colloca

sui due lati, verso prora; ognuno tiene in mano una pertica assai lunga

che appoggia contro il fondo del fiume, e tutti spingono la barca nello

stesso tempo. Questa nascente navigazione li costringe a non iscostarsi

dalla riva.

«Il Nilo Abit scorre verso l'interno dell'Affrica ove forma _un gran

mare senza comunicazione cogli altri_. In questo mare le barche dei

negri _fanno quarantotto giornate di cammino rasentando_ la costa, e

sempre _senza vedere la terra opposta_.

«I più comuni oggetti di commercio su questo mare sono i grani ed il

sale, perchè trovansi nell'interno vaste contrade, cui mancano tali

generi.

«Si dice che questo mare _comunica col Nilo d'Egitto_, ma su questo

proposito non avvi nulla di positivo.

«Si soggiugne che Haoussa è una città molto grande, e molto popolata,

all'E. di Tombout, e che è assai civilizzata.»

Siccome in questi intrattenimenti parlavamo l'arabo, e che Bouhlàl

faceva sempre uso del vocabolo _Bahàr_, io non ommettevo giammai di

chiedergliene spiegazione: ed egli mi replicò più volte che intendeva

significare un mare di molti giorni di traverso in largo ed in lungo,

_come quello sul quale noi navigavamo nel nostro bastimento_; ed era il

Mediterraneo.

Un fatto così notabile toglie qualunque dubbiezza intorno alla esistenza

del mare interno, o del Caspio Affricano, che Bouhlàl chiamava sempre

_Bahàr Soudan_, ossia mare della Nigrizia. Si faranno tuttavia alcune

obbiezioni, e si aspetterà ai futuri viaggiatori il darne, o cercarne la

risposta[4].

[4] _Alcuni anni dopo che Ali Bey fece queste ricerche intorno

al mare interno all'Affrica il sig. Jackson vice-console inglese

a Magador pubblicò che gli abitanti di Tombouctoo avevangli

detto che, «quindici giorni di cammino all'E. al di là di quella

città trovavasi un vasto lago, detto _Bahàr Soudan_, o _mare di

Soudan_». Ma perchè non dà verun altra notizia intorno a questo

mare, avendo limitate le sue indagini soltanto intorno agli

abitanti delle sue coste, (indagini che noi vogliamo credere più

esatte di quelle da lui fatte intorno al regno di Marocco),

niente aggiunge alla precedente scoperta d'Ali Bey, che presenta

molto maggiori lumi sull'argomento trattato. Avvi non pertanto

qualche cosa di singolare nella coincidenza della posizione data

a questo mare, _a quindici giornate all'E. da Tombouctoo_, cioè

a poco più di cento leghe, in ragione di sette leghe al giorno,

ordinario cammino di un cammello; ciò che torna precisamente al

calcolo fatto da Ali Bey._ (Nota dell'E.)

CAPITOLO XX.

_Viaggio per mare da Laraïsch a Tripoli in Barbaria. —

Innalzamento del mare. — Burrasca. — Si approda al banco di

Kerkeni. — Descrizione delle isole dello stesso nome. — Arrivo

al porto di Tripoli._

M'imbarcai la domenica 13 ottobre 1805 sopra una fregata di Tripoli

comandata dall'_Erraiz_ ossia capitano Omar: trovavasi ancorata nella

rada di Laraïsch, ove rimasi tutto il susseguente giorno. Si spiegarono

le vele il martedì 15 in sul far del giorno; ma mancando il vento

favorevole, il bastimento non poteva che bordeggiare.

_Mercoledì 16._

La mattina s'alzò un vento d'O. S. O. A mezzogiorno eravamo nello

stretto di Gibilterra, e due ore dopo tra Gibilterra e Ceuta, di dove

vedevansi le due città in una prospettiva assai pittoresca. Il campo

Spagnuolo in faccia a Gibilterra formato di tende e di baracche, la

città di S. Rocco posta sopra un rialto, ed Algezira che vedevasi a

traverso una punta di terra, formavano un sorprendente quadro.

Trovavansi nel porto di Gibilterra una squadra inglese, ed un convoglio.

Si seguì tutto il giorno il rombo quasi all'E. col medesimo vento.

_Giovedì 17._

La notte il vento rinforzava con molto travaglio della fregata: l'acqua

passava sopra il ponte, e ne penetrò ancora nell'interno. La mattina si

scoprì Capo di Patta, che si trapassò alle due ore dopo mezzogiorno; e

dopo si prese la direzione del N. E.

_Venerdì 18._

La mattina per tempo si vide il Capo di Palos. Gli eravamo già sopra

quando il capitano fece tirare al S. per dare la caccia ad una nave che

aveva l'apparenza di voler sottrarsi alla nostra visita. La raggiunse ad

un ora dopo mezzogiorno: era un brick svezzese. Al cader del sole

eravamo ai 37° 15′ di latitudine N., e 2° 47′ 30″ di longitudine O.

dall'osservatorio di Parigi.

_Sabbato 19._

Durante la notte il bastimento erasi avanzato assai poco, e la mattina

faceva quasi calma. La nostra direzione era all'E. ¼ S. E.

Alle quattro della sera si scoprì una catena di montagne della costa

dell'Affrica, ed alle cinque la mia longitudine 1° 37′ 30″ O.

dell'osservatorio di Parigi.

Il vento mancò affatto, ma la corrente portava all'E.

_Domenica 20._

La calma continuò, ed alle nove ore del mattino avevo la longitudine di

1° 27′ 30″ di Parigi.

_Lunedì 21._

Si virò di bordo al N. con leggier vento di S. E.

_Martedì 22._

La fregata proseguì avanzandosi al N. fino a breve distanza dall'isola

Formentera, ove prese la direzione di S. O. Si camminò quasi ad O. S. O.

fino al cadere del sole, ed allora si volse la prora all'E. N. E.

_Mercoledì 24._

A mezzogiorno si ripiegò a S. E. ¼ E.

Rinfrescandosi il vento alle tre ore dopo mezzogiorno il bastimento si

trovò in mezzo ad una straordinaria meteora. Il mare s'alzò tutt'ad un

tratto, ed invece di muovere le onde sulla superficie le une dietro le

altre, l'acqua slanciavasi verticalmente in piramidi o coni diafani a

punte acute, le quali sostenevansi lungo tempo senza piegare da veruna

parte, finchè cadevano perpendicolarmente sopra se medesime. La cagione

di questo fenomeno, che s'avvicina assai a quello delle trombe, parvemi

prodotto dalla elettricità di alcune grosse nubi che ci stavan sopra, ed

esercitavano così violente attrazione per equilibrarsi alla elettricità

del mare. In pari tempo rinforzò il vento, onde il vascello saltellando

a traverso di queste acute piramidi ne faceva sentire spaventose scosse

accresciute dal volume dell'alberatura affatto sproporzionato al corpo

del bastimento; e perchè erano aperte le cannoniere, entravano da ogni

banda torrenti d'acqua. Non eranvi sgraziatamente che due pompe; una del

tutto inservibile, e l'altra in cattivo stato, onde non veniva assorbita

che una piccola quantità d'acqua. I pertugi, e condotti onde doveva

uscire l'acqua al di sopra della tolda e de' ponti, erano chiusi dalle

balle di mercanzia, e dalle spazzature, perciò l'acqua ch'entrava a

torrenti, e non poteva uscirne minacciava di affogare ad ogn'istante il

bastimento. Il fondo della stiva era sott'acqua, e non vedendosi veruna

terra, non si aveva alcuna speranza di soccorso. I marinai, ed i

passaggieri atterriti erano saliti sopra la tolda persuasi di dover

soccombere. Si chiusero le cannoniere alla meglio, e gettaronsi in mare

le balle, e gli effetti che potevano sopraccaricare la nave. Tutti

travagliavano intorno alla sola tromba, che poteva ancora servire, e si

ottenne con infinita pazienza e fatica di sbarazzare alcuni dei condotti

onde dare sfogo all'acqua. In pochi momenti la fregata erasi

sensibilmente alleggerita; ma a fronte di ciò e malgrado gli sforzi

dell'equipaggio, la nave periva infallibilmente, se la meteora in vece

di soli dieci minuti avesse avuto una maggior durata.

Ne' più terribili istanti della nostra situazione ebbi la ricompensa di

alcuni atti di beneficenza fatti sul bastimento. Il capitano, il contro

maestro, e molti marinai vennero a dirmi all'orecchio gli uni dopo gli

altri ch'io non dovessi temere, perchè sarei stato salvato a preferenza

d'ogni altro. Compresi da tale discorso ch'erasi formato un complotto

per assicurarsi della scialuppa; la quale in sul finire della meteora

andavasi preparando, e che sarebbesi difesa col coltello alla mano

contro chiunque non era destinato ad entrarvi. Fortunatamente che la

cosa si terminò colla perdita degli effetti spettanti alla fregata, ed

ai passaggieri, il di cui valore ammontava a parecchie migliaja di

piastre: io non ne perdetti che circa trecento, perchè in

quest'occasione mi fu utile la riconoscenza dell'equipaggio. Alcuni

effetti conosciuti di mia spettanza furono nell'istante, che volevansi

gettare in mare, ritolti a chi li portava, e rimessi nella camera nel

tempo stesso che non si perdonava agli effetti più preziosi del naviglio

e de' passaggieri; di modo che inclino a credere che io non avrei

perduta alcuna cosa, se nella confusione di così terribili momenti si

fossero conosciuti di mia proprietà. Dopo la partenza da Laraïsch aveva

gratuitamente distribuiti medicamenti ed altri soccorsi agli sventurati

che ne abbisognavano; ecco la cagione del loro attaccamento.

_Venerdì 25._

Si seguì in quel giorno lo stesso rombo fino al tramontar del sole, ed

allora si piegò al N. E.

_Sabbato 26._

Il bastimento trovandosi a mezzodì sotto il 38 grado di latitudine, si

volse con leggier vento all'E. S. E.

_Domenica 27._

Si scoprì a mezzogiorno Capo Bugaroni, sulla costa d'Affrica, e fu presa

quella direzione.

_Lunedì 28._

In sul far della sera eravamo fra l'isola di Galita e la costa

d'Affrica.

Quest'isola osservata col mio grande canocchiale parvemi formata da una

vasta rupe di granito rosso di mattone con larghe vene di quarzo puro

ondeggiate. È una montagna assai elevata, il di cui aspetto ha qualche

rapporto con quello di Gibilterra.

Buono è il canale tra Galita ed il continente. I Tripolitani non

passavano giammai al largo dell'isola, vale a dire tra l'isola e la

Sardegna per la continua guerra che hanno cogli abitanti di quel regno;

i quali, secondo m'assicurava il capitano della fregata, sogliono

appiccare tutti i comandanti di nave che hanno la sventura di cadere

nelle loro mani.

[Illustrazione: VEDUTA DELLE ROVINE DEL PALAZZO DELLA REGINA

DALLA PARTE DEL MONASTERO DI S. GRISOSTAMO.]

_Martedì 29._

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2 · 第 5 / 12 段