In questo giorno finalmente cadde il velo che copriva il misterioso

contegno de' miei ufficiali; allorchè mi annunciarono che dovevasi

andare a Laraïsch, o Larache, e non già a Tanger, ov'essi avevano prima

detto di andare. Questo procedere spiacquemi assaissimo, ma dopo avervi

riflettuto, mi lasciai condurre, essendomi affatto indifferente l'andare

in uno, o in altro luogo.

In conseguenza di ciò alle sei ore del mattino si riprese la strada

all'O.; ed un'ora dopo si piegò al N. o al N. O. Entrammo in un bosco di

lecci assai alti abbondante di felci, del quale non uscimmo che a

mezzogiorno dopo aver fatti molti giri. Finalmente si passò un fiume, ed

un'ora dopo mezzogiorno giungemmo a Larache.

_Laroïsch_ che i Cristiani dimandano Larache è una piccola città di

circa quattrocento case, poste sul pendio settentrionale d'una ripida

collina, di dove le case si prolungano fino sulla riva del fiume, la di

cui imboccatura serve di baja alle grandi navi. I bastimenti che non

oltrepassano la portata di duecento tonnellate possono entrare nel

fiume, ma sono costretti di scaricarsi onde passare la _barra_.

Larache abbonda di moschee, la principale delle quali è pregevole per la

sua architettura. Vi si trova un grande mercato, circondato da portici

sostenuti da piccole colonne di sasso; ed è il più bel mercato ch'io

vedessi nell'impero di Marocco. Fu fabbricato dai Cristiani, ugualmente

che le principali fortificazioni. La città appartenne agli Spagnuoli, ai

quali fu tolta da Muley Ismaïl.

Dalla parte di terra la città è difesa da buone mura con larga fossa; e

due bastioni proteggono la porta ed il ponte. L'alcassaba o castello

posto verso terra al S. della città è un piccolo quadrato di bastioni ad

orecchioni circondato da una fossa. Ogni cosa trovasi bastantemente

conservata, fuorchè il parapetto estremamente guasto. Sgraziatamente la

piazza non ha acqua, e quella che vi si beve deriva da una sorgente che

scaturisce in riva al mare a cento ottanta tese di distanza dalle mura,

in luogo coperto dal fuoco della piazza. Ne viene presa ancora da

un'altra sorgente lontana una lega. All'estremità della città, presso la

foce del fiume, avvi un castello che mi si disse fabbricato per ordine

di Muley Edris. La fortezza quadrata è provveduta di molte piccole

colombrine. La bocca del porto viene difesa da due batterie poste al S.,

e da una specie di castello situato dalla stessa banda a tre cento

cinquanta tese di distanza, con cannoni e mortai. Non avvi veruna

fortificazione al N. del fiume o del porto.

A trecento tese al S. dell'ultima batteria di cannoni e mortai, sonovi

presso all'acqua alcune opere, che viste dal mare, hanno l'apparenza di

fortezza, ma che in realtà non sono che le ruine d'una casa e d'un

molino a vento.

A sessanta leghe all'E. S. E. del castello quadrato trovasi una Cappella

o santuario di una santa femmina patrona della città, chiamata Làla

Minàna. Vi si onora il suo sepolcro. Io non ho giammai potuto dicifrare

la complicazione delle idee che risvegliò in me l'esistenza della

canonizzazione d'una donna, colla credenza mussulmana dell'esclusione di

questo sesso dal paradiso. Ma Dio ne sa più che gli uomini.

La costa del S. è formata da una rupe assai alta, mentre quella del N.

ha un piccolo banco di sabbia.

Per ordine del Sultano, Sidi Mohamed Safaxi, che era pascià di Larasche,

mi destinò la miglior casa, situata sul gran mercato a lato alla

principale moschea.

Malgrado questa vantaggiosa posizione, non potendo salire sopra la casa

per osservare il cielo senza impedimenti, non potei prendere le distanze

lunari; a fronte di ciò per mezzo degli ecclissi dei satelliti ho potuto

fissare la longitudine O. dell'osservatorio di Parigi ad 8° 21′ 45″;

come la latitudine per il passaggio del sole a 35° 13′ 15″ N. La

declinazione magnetica è di 21° 39′ 15″ orientale. La temperatura è

assai dolce e corrispondente a quella dell'Andalusia.

La città è circondata da un'arena rossiccia, ch'io riguardo come una

decomposizione di feldspato, con molta disposizione a conglutinarsi. La

rupe alta del mezzodì è formata di strati perfettamente orizzontali,

sottili assai, e vicinissimi gli uni agli altri, lo che forma un'ardesia

tagliata perpendicolarmente in riva al mare. Questi strati di roccia

sono formati soltanto di arena rossa di già conglutinata nella sottile

tessitura d'ardesia.

La città non è affatto sprovveduta di giardini. I viveri sono buoni, e

l'acqua, quantunque alquanto cruda, non è malsana.

Le fatiche sofferte nel viaggio d'Ouschda mi cagionarono una malattia di

quindici giorni. Furono pure indisposti alcuni miei domestici, e le

bestie da soma, alcune delle quali rimasero storpiate; ma non morì che

un mulo. Feci i bagni di mare, ed approfittai dell'opportunità per

arricchire la mia collezione di piante marine.

Una corvetta di Tripoli, che da più mesi era entrata nelle acque del

fiume, trovavasi a Larache. Il Sultano ordinò di equipaggiarla a sue

spese, destinandomi la camera di poppa per il mio viaggio in Levante.

Visitai questa nave che dovea tra pochi giorni mettere alla vela per

Tripoli, e feci disporre per questo lungo viaggio la camera che mi era

stata destinata.

La Domenica 13 ottobre 1805, giorno fissato per la mia partenza andai la

mattina a congedarmi dal pascià, che mi diede tutte le migliori

dimostrazioni di stima, e di considerazione, soggiungendo, che se volevo

differire il mio imbarco fino alle tre ore dopo mezzogiorno, egli

avrebbe assistito alla mia partenza. Tale inchiesta era per me troppo

lusinghiera per non la poter rifiutare.

Essendo i miei equipaggi già imballati e caricati a bordo, andai al

porto all'ora concertata per imbarcarmi colle mie genti. Chiesi conto

del Pascià, e mi fu risposto che non tarderebbe ad arrivare. Mentre

veniva la scialuppa, mi trattenni alcun tempo sulla spiaggia, ove la

muraglia forma un angolo rientrante, e dove trovasi un vicoletto che

sbocca dall'angolo.

Arrivata la scialuppa, e non vedendo venire il Pascià, mi disponevo di

andare a bordo, quando due distaccamenti di soldati si presentarono a

dritta ed a sinistra, e un terzo uscì dal vicolo in fondo all'angolo. I

due primi s'impadronirono bruscamente di tutte le mie genti, l'altro mi

prende in mezzo, e mi comanda d'imbarcarmi solo, e di partire

all'istante. Chiedo la ragione di così strano procedere; e mi viene

risposto: _così ordina il Sultano_. Domando di parlare al Pascià, e mi

vien detto, _imbarcatevi_. Conobbi allora apertamente la mala fede del

Sultano, e del Pascià, che fino all'ultimo istante, avevano ordinato che

mi fossero resi i più grandi onori dalle truppe e del popolo, mentre

meditavano il colpo che doveva profondamente ferirmi, poichè io non

avevo meno premura per le persone che mi erano affezionate, che per me

medesimo.

M'imbarcai nella scialuppa col cuore lacerato dalle grida di alcune

persone della mia famiglia desolate da così subita separazione. Scesi il

fiume divorato dalla rabbia e dalla disperazione finchè si giunse al

passaggio della barra, ove i violenti colpi dell'onda mi sconvolgevano

lo stomaco; lo che mi fu salutare, essendomi scaricato di un'enorne

quantità di bile: ma spossato da così violenti scosse morali e fisiche,

arrivai quasi privo di sensi alla corvetta che stava ancorata a poca

distanza dalla barra. Mi trasportarono nella mia camera, e coricaronmi a

letto.

In tal modo uscii dall'impero di Marocco. Sopprimo tutte le riflessioni

che qui sarebbero inopportune. Forse avranno luogo in altra opera.

CAPITOLO XIX.

_Dell'antica isola Atlantide. — Dell'esistenza di un mare

Mediterraneo nel centro dell'Affrica._

Prima di visitare la parte occidentale dell'Affrica, l'accurato studio

della geografia fisica di questa parte del mondo, confrontato colle

nozioni che la tradizione e l'istoria ne trasmisero intorno alle grandi

rivoluzioni del globo, ed alcuni indizj somministrati dai recenti

geografi e viaggiatori rispetto alla situazione interna di questo

continente, mi guidarono quasi simultaneamente a due idee che emanano

dal principio medesimo, ed appoggiandosi vicendevolmente, sembrano

concorrere a dare un grado di probabilità più grande di quello che possa

sperarsi in simili argomenti alla seguente opinione:

1.º Che l'antica Atlantide era formata dalla catena del monte Atlante;

2.º Che trovasi nell'Affrica un mare Mediterraneo, che siccome il Caspio

nell'Asia esiste isolato senza aver comunicazione cogli altri mari.

Dopo tanti sistemi e visioni sul luogo che doveva altra volta occupare

l'isola Atlantide, si risguarderà forse come una pazzia il voler di

nuovo far rivivere una quistione tante volte agitata, e che ora sembrava

dimenticata: ma siccome io mi limito ad indicare soltanto leggermente

quest'idea troppo spesso messa in campo da altri scrittori; la sua

coincidenza con quella dell'esistenza d'un mare interno nell'Affrica, mi

scuserà presso al lettore; il quale non pertanto potrà risguardare

questo capitolo come un episodio della storia de' miei viaggi. Per

leggerlo è duopo avere innanzi agli occhi la carta generale dell'Affrica

settentrionale.

Benchè niun viaggiatore Europeo attraversasse giammai nel suo centro il

Sahhara, o grande deserto dell'Affrica, noi abbiamo sufficienti dati per

essere quasi assolutamente certi, che dal N. al S. non è tagliato da

veruna cordelliera di montagne, la quale leghi quelle dell'Atlante con

quelle di Kong, e con quelle che sono al S. E. del deserto, e stendonsi

nella direzione E. O. fino nell'Abissinia.

Nell'estremità orientale della catena Atlantica trovansi i deserti che

s'avvicinano a Godemesch ed a Tripoli, quello di Soudah e quello di

Borca, che da un lato toccano al Sahhara, e dall'altro il mare

Mediterraneo; quindi la catena degli Atlanti circondata al N. ed all'O.

dal Mediterraneo e dall'Oceano, confinata al S. ed all'E, da deserti di

sabbia, che da una banda arrivano all'Oceano Atlantico, e dall'altra al

Mediterraneo, viene ad essere una vera isola senza apparente legame

colle altre montagne dell'Affrica.

Tutto ciò che si sa intorno ai deserti di sabbia che circondano la

catena dell'Atlante all'E. e al S. prova, che non sono composti come

quelli della Tartaria dell'_humus depauperatus_ di Linneo, val a dire,

di una terra che a forza di travagliare, e di produrre, è rimasta

esinanita, e priva delle molecole organiche necessarie alla vegetazione.

Si può far illazione ai deserti che sono al S. dell'Atlante da quelli

che io ho veduti al N. ed all'O. In questi io non trovai che strati

estesissimi d'argilla glutinosa, che viene considerata come un prodotto

vulcanico sotto-marino, pianure di sabbia sciolta tutta composta di una

polvere selciosa di quarzo, e di feldspato, mischiata di un _detritus_

di conchiglie estremamente fino, e di banchi di una marna calcarea assai

moderna, evidentemente formata dalla conglomerazione della sabbia, o del

_detritus_ animale.

Vero è ch'io non trovai in questi deserti intieri avanzi di animali

marini; ma perchè la situazione in cui io mi trovavo, non permettevami

di fare accurate ricerche; ed è altronde verosimile che questi avanzi,

quando esistano, non potrebbero trovarsi che a molta profondità al S o

all'O. dell'Atlante, perciocchè la violenza delle onde polverizza

qualunque oggetto che in questi luoghi s'innalza alla superficie del

mare. L'urto delle onde è così terribile, che senza borrasca, nella più

perfetta calma, e quando di lontano la superficie del mare sembra

tranquilla, le onde battono così furiosamente sulla costa, che

frequentemente innalzano montagne di schiuma alte cinquanta o sessanta

piedi, non solamente sulle coste sparse di scogli, ma ancora sulla

spiaggia d'arena.

Non esaminerò adesso le cagioni di tale fenomeno, che dovrebbero forse

ricercarsi nel movimento generale della grande massa delle acque

dell'Oceano, accresciuta o diminuita dalla projezione o configurazione

delle coste: ma devonsene soltanto considerare i risultati sotto i

rapporti che hanno colla presente quistione.

Quando il mare lambisce dolcemente una riva, le conchiglie ed i zoofiti

vi si stabiliscono, germoglianvi le piante marine, e si moltiplicano

come gli animali: la successiva decomposizione di tutti questi corpi

organici ingrassa il terreno, lo rende proprio alle posteriori

generazioni; e dall'ammasso di tante spoglie, nel corso di più secoli,

che per la natura non sono che un giorno, ne risulta finalmente una

ricca terra vegetale abbondantemente provveduta di mollecole organiche

proprie ad alimentare, ed a dare la vita agli animali terrestri, che

devono anch'essi servire ai bisogni dell'uomo.

Ma quando per lo contrario il mare batte furiosamente una costa, i

moluschi e gli altri animali marini se ne allontanano come da uno

scoglio contro di cui sarebbero infranti, le piante marine non possono

allignarvi perchè vengono sradicate prima d'essersi profondamente

fissate nel terreno che loro serve di sostegno. L'infelice animale, o la

pianta che la corrente porta su queste rive periscono vittime del furore

delle onde, ed i loro rottami sono spinti a grandissime distanze. Quando

per effetto delle correnti dell'Oceano, e per lo scemamento dei mari, e

per qualsiasi altra cagione, questa costa rimane scoperta e fuori

dell'acqua, non può offrire che un ammasso informe di pietre, di arena,

o di particelle selciose isolate, improprio alla vegetazione, e per

conseguenza ad essere abitazione d'animali, in una parola, inutile

all'esistenza dell'uomo: e questo avendo molta estensione sarà chiamato

_deserto_.

Una gran parte delle coste di Marocco trovansi in tale stato. Tanger è

circondato da un suolo arenoso, Rabat ugualmente: Mogador, che è il

punto più meridionale da me visitato, è posto nel centro d'un piccolo

Sahhara, la di cui sabbia forma colline mobili assai alte. Se, come io

lo suppongo, questi deserti diventano più estesi a misura che

c'innoltriamo verso il S., noi dobbiamo trovarvi il Sahhara o grande

deserto, il quale non è che una replica in grande del fenomeno che

vedesi in piccolo a Mogador, ed in miniatura a Rabat ed a Tanger.

Non è a dubitarsi che queste pianure di sabbia non siano depositi del

mare, che sensibilmente si ritira da queste rive: la baja di Tanger si

colma; il fiume di Rabat va egualmente colmandosi e restringendosi, e lo

stesso fenomeno si riproduce a Mogador, nel canale, che lo separa

dall'isola, e serve di porto. Questi fatti sono provati dagli ancoraggi

che ogni giorno diventano più ristretti, e vedonsi ad ogni istante

vortici di sabbia levati dalla spiaggia del mare dal vento d'O. formare

in poco tempo _dune_ o colline ne' luoghi ove non eranvene per lo

innanzi, senza che giammai un contrario vento, una forza contraria

equilibri questi effetti, di modo che la sabbia viene levata sempre

dalla riva del mare senza più ritornarvi. Quindi se il Sahhara è una

replica in grande dello stesso fenomeno, come tutto c'induce a crederlo,

ben lungi d'essere composto dell'_humus depauperatus_ di Linneo, non

sarà che una superficie di sabbia abbandonata dal mare, come quella di

Tanger e di Mogador, e che non fu giammai atta alla vegetazione.

Tale congettura si spinge ben presso all'evidenza quando si fa

attenzione alla piccola elevazione del Sahhara sopra il livello del

mare. Noi vediamo il Wad-Dràd, il Wad-Taffilet, e gli altri fiumi che si

precipitano dal piovente settentrionale dei monti Atlante nel deserto,

perdersi senza poter arrivare al mare per mancanza di declive per

proseguire il corso.

Il Senegal e la Gambia si precipitano dalle vicine montagne di Kong

verso il N., ed il N. O.: arrivati, il primo sui confini del Sahhara, ed

il secondo in altra pianura, ritorconsi bruscamente all'O., e dopo

infinite sinuosità somiglianti a quelle del Meandro dell'Asia minore,

giungono al mare a traverso un piano quasi insensibilmente inclinato,

formando nel loro corso innumerabili isolette, perchè la caduta di un

albero, o qualunque altro leggero ostacolo basta a deviare, e dividere

la loro debole corrente.

Ciò sembra indicare, che quando le montagne del Kong formavano un'isola,

questi grandi fiumi precipitavansi nel mare del Sahhara, e che quando

questo mare fu colmato dalla sabbia ammonticchiata a poco a poco, i

fiumi diressero il loro corso verso l'Oceano, a misura che la sabbia

successivamente aumentandosi li forzava a ripiegare dalla prima

direzione. Debole essendo la loro corrente, bastava a farli piegare il

più leggero ostacolo, come a' nostri giorni accade rispetto al Senegal

quando questo fiume è vicino a metter foce nel mare.

Queste considerazioni corroborate dall'immensa quantità di conchiglie

trovate nei deserti all'O. dell'Atlante, e dalla considerabile quantità

di sale che trovasi nel Sahhara, e da altri fatti da me osservati, mi

fanno credere che il Sahhara fu un mare fino ai tempi assai vicini

all'età nostra, quando si paragoni colle grandi epoche della natura; ed

allora troviamo che la Cordelliera dell'Atlante era un'isola.

Questa Cordelliera dai naturali è chiamata _Tedla_, e siccome questo

vocabolo, secondo il costume delle lingue orientali, è scritto senza

vocali, può ancora pronunciarsi _Atdla_; cui i Greci aggiunsero la

finale come comportava il genio della loro lingua: ed ecco questo nome

conservato dalla prima antichità tradizionale fino al presente.

Se consultinsi gli autori e le carte antiche, si troveranno i mari che

circondano l'Affrica dalla parte di levante, di mezzogiorno, o

d'occidente, indicati col nome di _mare Atlantico_; e poichè il paese

d'Atlante dava il proprio nome a mari tanto lontani, a più forte ragione

l'avrà dato ancora al mare di Sahhara che bagnava le sue coste, ed in

allora l'isola dell'Atlante, e l'Atlantide si presenta circondata dal

mare dello stesso nome, e dal Mediterraneo, offrendo esattamente le

prime circostanze annunciate a Platone dal sacerdote di Sais, il quale

dice che quest'isola era situata _sulle rive del mare Atlantico_.

Un'altra particolarità di quest'isola è quella di trovarsi _in faccia

all'imboccatura che i greci chiamano nel loro linguaggio le Colonne

d'Ercole_. Il sacerdote non dice solamente che l'isola fu in faccia alle

Colonne d'Ercole, ma ne indica più circostanziatamente il luogo dicendo,

ch'era in faccia _all'imboccatura che i Greci chiamano nella loro lingua

le_ Colonne d'Ercole. Ora quest'imboccatura non fu mai altro che lo

stretto di Gibilterra; ed il piccolo Atlante, che è una diramazione

della Cordelliera che prolungasi fino a Tezza, a Tetovan soddisfa

esattamente a questa seconda condizione.

Quest'isola era _più estesa della Libia e dell'Asia insieme_[3]. Ecco

press'a poco l'estensione del grande e del piccolo Atlante.

[3] _Val a dire di quella parte d'Asia conosciuta dagli antichi

a quell'epoca._ (N. dell'Edit.)

Aggiugne il sacerdote di Saïs che _i viaggiatori potevano da

quest'Atlantide recarsi ad altre isole, di dove era loro agevole il

passare sul continente_. Chiara cosa è che le molte isole del

Mediterraneo potevano facilitare le comunicazioni dell'Atlantide coi

diversi punti del continente d'Europa e d'Asia, bagnati dallo stesso

mare, tanto più che nello stato di potenza in cui suppongonsi i re

Atlantici, dovevano avere esteso il loro dominio sulle piccole isole

vicine, per valersene, secondo l'espressione dello stesso sacerdote di

Saïs, come di scala.

La dominazione dai re atlantici stabilita da una banda sopra la Libia

fino in Egitto, e dall'altra fino alla Tirrenia, e le loro minaccie

contro la Grecia s'accordano perfettamente colla posizione di

quest'isola, situata sopra una linea centrale di questo paese, e colla

sua popolazione.

Una sola opposizione può essere fatta a questo sistema che al primo

aspetto sembra distruggerlo affatto. Questa è la narrazione fatta dal

sacerdote di Saïs della _scomparsa_ dell'isola prodotta da _spaventosi

tremuoti, e da disastrose inondazioni_. In fatti l'isola lasciò di

essere isola da che fece parte del continente: non è pure improbabile

che qualche parte dall'isola sia stala inghiottita dai tremuoti, come

per esempio la porzione che occupava lo spazio oggi coperto dal golfo di

Tripoli, dal Capo Bon presso Tunisi fino al Capo Ras Sem presso di

Derna: i gran banchi di Kerkena e quelli di Sydra, che sono in quei

golfo appoggerebbero quest'ipotesi, ove si vogliano considerare come

avanzi di una terra sommersa; lo che combinerebbe coll'ultima

circostanza riferita dal sacerdote di Saïs intorno all'isola Atlantide.

Quanto alla sommersione totale effettuatasi in ventiquattr'ore di

un'isola così estesa quanto si suppone l'Atlantide, e sparsa di alte

montagne; è un avvenimento che a stento si ammette, qualunque volta si

voglia rappresentarsi all'immaginazione gl'immensi abissi che debbono

supporsi per concepire un così prodigioso effetto: supposizione altronde

affatto gratuita, e non convalidata da veruno avvenimento analogo preso

dall'istoria naturale dopo l'ultimo grande cataclisma.

Se si voglia supporre che l'Isola d'Atlante arrivasse fin al Capo Ras

Sem, allora questa parte dell'Atlantide sarebbesi trovata in faccia ed a

poca distanza della Tirrenia, dalla Grecia, dall'Asia, dall'Egitto, e

dalla Libia; ed ecco il teatro delle conquiste degli Atlanti, la di cui

metropoli trovavasi nel centro.

Potrei aggiugner prove a prove, ragionamenti a ragionamenti in sussidio

del mio sistema; ma non volendo trattare questa quistione che come una

parte accessoria, e subordinata a quella dell'esistenza d'un mare

interiore nell'Affrica, io ne lascio la soluzione ai dotti critici che

l'hanno di già analizzata. Frattanto senza parlare di quei tanti sistemi

creati intorno all'Atlantide, credo di poter far osservare che la

posizione data a quest'isola dall'autore della storia filosofica del

mondo primitivo, non corrisponde ai dati che noi abbiamo dal sacerdote

di Saïs, poichè più non sarebbe _sulle rive del mare Atlantico_,

collocandola, com'egli fa, in mezzo del Mediterraneo, che non ebbe mai

il nome d'Atlantico; nè _in faccia all'imboccattura che i Greci chiamano

nella loro lingua le Colonne d'Ercole_; ossia lo stretto di Gibilterra;

di dove, secondo il citato autore, sarebbe stata lontana quasi duecento

leghe. In tale ipotesi niuna linea retta sarebbesi dall'isola tirata

allo stretto senza passare sopra terre intermediarie a cagione della

projezione delle coste di questo mare: altronde il piccolo spazio entro

cui pone quest'isola non poteva contenere un territorio tanto esteso

quanto la _Libia e l'Asia insieme_, qualunque riduzione si faccia subire

al paesi allora conosciuti sotto questi nomi; meno poi un territorio sul

quale regnavano molti re _famosi per la loro potenza...._, che

stendevano il loro impero sui vasti paesi adjacenti, ed andavano

_altieri delle loro grandi forze_. Vedo che l'autore della storia

filosofica ha cercato di dissipare tanti inconvenienti con ingegnose

soluzioni, ma a lui medesimo io subordino queste osservazioni, e sono

persuaso ch'egli renderà giustizia a' miei voti per la verità, qualunque

sia il grado di probabilità che voglia attribuirsi al mio sistema.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2 · 第 4 / 12 段