Sortj seguito dal mio schiavo e dal rinnegato, e presi la strada delle

montagne di Boanani. Poco dopo la mia partenza vidi avanzarsi a briglia

sciolta gli stessi abitanti, che venivano per scortarmi: mi

s'avvicinarono scusandosi della loro opposizione, che non aveva avuto

altro scopo, dicevan essi, che il loro attaccamento alla mia persona, ed

il timore di qualche sventura.

Fummo assai ben accolti da Boanani. Si diede premura d'invitarci a

pranzo, e ci trattò lautamente, ma trovava sempre mille ostacoli per

condurmi solo a Tlemsen. Finalmente vinto dalle mie persuasioni e da

quelle di Schek Solimano che in quest'occasione mi servì assai bene,

convenne di accordarsi con il Schek d'un'altra tribù chiamata

_Benisnouz_. Quest'ultimo doveva aspettarmi colla sua gente a mezza

strada per scortarmi fino a Tlemsen, ed il Boanani incaricavasi di

condurmi fino a lui.

Due giorni dopo Boanani venne a dirmi di star pronto per partire

all'indomani. Giunse infatti con circa cento uomini, e sortimmo subito

da Ouschda. Quando eravamo solamente distanti una mezza lega ci vennero

dietro a briglia sciolta due soldati del Sultano, gridando di fermarmi.

Erano seguiti da un corpo di truppa comandato da un ufficiale superiore

della guardia chiamato _El Kaïd Dlaïmì_. Egli mi disse che il Sultano

avendo saputo ch'io era ritenuto ad Ouschda l'aveva spedito per

proteggermi, e per difendermi in caso di bisogno.

Gli risposi che la rivoluzione d'Algeri e di Tlèmsen, ed il brigandaggio

de' rivoltosi essendo le sole cagioni della mia dimora ad Ouschda, io

potevo proseguire senza pericolo il viaggio, perchè il pericolo era

passato, tanto più che mi trovavo scortato dalle tribù dei boananis e

dei benisnouz.

Malgrado le mie rappresentanze Dlaïmi mi disse, che in vista

dell'attuale stato di cose, egli non poteva accondiscendere alla mia

partenza finchè non ricevesse nuovi ordini dal Sultano. Fui perciò

costretto di tornare ad Ouschda, e di scrivere al Sultano. Questi appena

ricevuta la mia lettera, mi spedì due altri ufficiali di scorta con

ordine di condurmi, dicevano essi, a Tanger, ove potermi imbarcare per

il Levante. Tale disposizione Sovrana mi forzò a sortire d'Ouschda con

tutta la mia gente ed i miei equipaggi il giorno 3 agosto alle nove ore

della sera. Ero accompagnato dai due ufficiali, e da trenta _oudaïas_, o

guardie del corpo del Sultano. Io lasciai ad Ouschda il Kaïd Dlaïnci, ed

il rimanente della sua truppa.

Partj così tardi a cagione che Dlaïnci aveva ricevuto avviso che

quattrocento Arabi armati aspettavanmi sulla strada. Fui però obbligato

di lasciare la città segretamente, e senza sapere quale direzione

dovessi tenere fino all'istante della partenza, in cui Dlaïnci l'indicò

ai miei conduttori. Lasciando da banda il cammino frequentato,

attraversammo i campi verso il S. entrando assai avanti nel deserto. La

notte era assai tenebrosa, ed il cielo tutto coperto.

_Domenica 4 agosto._

Dopo aver camminato celeremente tutta la notte, e sormontate delle

montagne, arrivai alle sei del mattino presso le rovine d'un grande

Alcassaba, a' piedi del quale trovammo una sorgente d'acqua ed un grande

dovar.

Si continuò a camminare senza prendere riposo, a seconda dell'andamento

di molte tortuose vallate, in fondo alle quali scorreva un fiume che

quantunque piccolo, non riusciva meno utile per l'inaffiamento de' loro

poderi ai laboriosi abitanti di molti dovar.

In conseguenza di un ordine che avevano i due ufficiali che mi

accompagnavano, da ogni dovar sortivano uno o due Arabi montati ed

equipaggiati, che s'incorporavano alle persone del mio seguito. Arrivato

verso le nove del mattino al luogo in cui terminava il piccolo fiume i

trenta oudaïas si congedarono da me, lasciandomi la scorta degli Arabi

armati sotto il comando dei due ufficiali.

Nell'istante che le guardie del Sultano si ritiravano, diedi alcune

monete d'oro ad uno degli ufficiali per gratificare i soldati, e

continuai il cammino; ma ben tosto avendo udito qualche rumore in sul di

dietro, volsi il capo, e vidi gli oudaïas rivoltati contro i loro capi,

minacciare di massacrarli. Contemporaneamente giunsero due di loro a

briglia sciolta per riclamare, supponendo che gli ufficiali avessero

ricevuto parte del danaro loro destinato. Accorsi verso questa truppa,

cui mi affrettai di far abbassare le armi. Ottenni di rimandarli

tranquilli, e di persuaderli. Durante questa rissa che ci tenne alquanto

inquieti per le tristi conseguenze che poteva avere, niuno pensò a

provvedersi d'acqua; pure incominciavamo ad averne bisogno, e

sgraziatamente io non sapevo che questo era l'ultimo luogo in cui poteva

trovarsene.

Si camminava sempre con celerità temendo l'incontro dei quattrocento

Arabi, dai quali procuravamo di allontanarsi. Per tale cagione si

avanzava a traverso al deserto, invece di tenere la strada. Questo paese

è affatto privo di acqua, non vi si trova un albero, non una rupe

isolata che possa offrire la più piccola difesa contro i raggi d'un sole

infuocato. Una atmosfera perfettamente trasparente, un sole immenso che

ferisce il capo, un terreno bianchiccio, e d'ordinario di forma concava

come uno specchio ardente, un legger vento che abbrucia come la fiamma;

tale è il fedele ritratto dei deserti che noi attraversammo.

Ogni uomo incontrato in questa solitudine viene risguardato come un

nemico. Perciò avendo i miei tredici Beduini veduto, verso il

mezzogiorno, un uomo armato a cavallo, che tenevasi ad una considerabile

distanza, riunironsi all'istante, e partirono come un lampo per

sorprenderlo, mettendo acute grida, interrotte soltanto da motti di

disprezzo e d'irrisione: _Che vai tu cercando fratel mio? Ove ten vai

mio figliuolo? ec._, ed in pari tempo facevansi scherzando passare il

fucile sopra la testa. Il Bedovino trovandosi scoperto approfittò del

suo vantaggio, e fuggì nelle montagne, ove non lo raggiunsero. Fu questo

il solo uomo da noi incontrato.

Intanto e gli uomini e gli animali non avevano quasi nulla mangiato nè

bevuto questo giorno, e dalle nove di jeri sera avevano sempre camminato

senza prendere riposo. All'un'ora dopo mezzogiorno non avevamo più una

gocciola d'acqua, e le mie genti, e le loro cavalcature, incominciavano

a mostrarsi abbattute dalla fatica. Ad ogni passo i muli cadevano col

loro carico; e bisognava rilevarli, e sostenere il carico che portavano.

Questo penoso esercizio consumò le poche forze che ci rimanevano.

Alle due ore dopo mezzogiorno un uomo cadde irrigidito come un morto

spossato dalla fatica e dalla sete. Io mi fermai con tre o quattro de'

miei domestici per soccorrerlo. Si spremette il poco umido che rimaneva

in un otre, e si ottenne d'introdurre poche gocciole d'acqua nella sua

bocca, ma così debole soccorso non produsse verun effetto. Io stesso

incominciavo a provare certa quale debolezza, che accrescendosi a

dismisura mi presagiva la prossima perdita delle mie forze. Abbandonai

quello sventurato, e rimontai a cavallo.

Intanto andavano successivamente cadendo altre persone del mio seguito,

e rimanevano sul terreno abbandonate alla sventurata loro sorte, perchè

la carovana si era già dispersa, _salvisi chi può salvarsi_. Furono pure

abbandonati i muli col loro carico, e vidi due grandi miei bauli in

terra, senza che potessi sapere cosa fosse accaduto alle bestie che li

portavano, giacchè non eravi più alcuno che si prendesse cura de' miei

effetti. Ma io vedevo queste perdite coll'indifferenza medesima che

avrei veduto cose di niuno valore, e passai oltre. Sentivo tremarmi

sotto il cavallo, comecchè fosse il più robusto della carovana. Tutti

camminavamo abbattuti e senza parlare, nè guardarsi in volto: e quando

io mi provavo d'incoraggiare qualcuno ad affrettare il passo, in luogo

di rispondermi mi guardava fissamente, e portava l'indice verso la

bocca, per indicarmi la sete che lo struggeva. Volli rimproverare agli

ufficiali condottieri la poca cura che avevano avuto di provvederci

d'acqua; ed essi ne incolpavano l'ammutinamento degli oudaïas; e

soggiungevano, forse non soffriamo noi pure come gli altri? La nostra

sorte era tanto più spaventosa in quanto che nessuno di noi credeva mai

di poter sostenersi fino al luogo in cui troverebbesi dell'acqua.

Finalmente verso le quattro ore della sera caddi ancor io spossato dalla

fatica e dalla sete.

Steso al suolo, senza sentimenti, in mezzo ad un deserto, circondato da

quattro o cinque uomini solamente, uno de' quali era caduto quando caddi

ancor io, e gli altri tutti incapaci di soccorrermi perchè non sapevano

ove trovare acqua, e perchè altronde non avrebbero avuto forza bastante

per andarne in traccia, sarei indubitatamente perito in quello stesso

luogo coi miei domestici, se un miracolo della Provvidenza non ci

salvava.

Era già passata mezz'ora da che mi trovavo in quello stato, secondo mi

venne dopo riferito, quando si scoperse a molta distanza una grossa

carovana di più di due mille persone che s'avvanzava verso di noi. Era

questa diretta da un marabotto, o santo, chiamato Sidi Alarbi, che

recavasi a Tlésmen, ossia Tremegen, per ordine del Sultano. Vedendoci in

così disperata situazione, s'affrettò di far versare sopra ciascuno di

noi alcuni otri d'acqua.

Poichè me n'ebbero gettato a varie riprese sul volto e sulle mani,

incominciai a rinvenire; aprj gli occhi, e guardando da ogni lato non

potevo conoscere alcuno. Finalmente vidi sette od otto Scheriffi, e

Fakihs, che standomi intorno, mi parlavano amichevolmente. Volevo

rispondere, ma un nodo insuperabile nella gola non permettevami di

articolare una parola, e dovetti supplirvi coi segni, indicando la mia

bocca colle dita.

Si continuò a spruzzarmi d'acqua il viso, le braccia, le mani, e

finalmente potei inghiottirne a diverse riprese alcuni sorsi. Allora

potei pronunciare: _chi siete voi?_ Tosto che mi udirono parlare, mi

risposero con allegrezza. Non temete nulla; lungi dall'essere ladri o

briganti, siamo anzi vostri amici: io sono un tale ec. Allora mi

risovenni della loro fisonomia senza potermi però ricordare i loro nomi.

Mi fu nuovamente gettata addosso dell'acqua, ed in maggiore quantità che

le altre volte; bevetti ancora: e quando videro che incominciavo a

rimettermi, riempirono una parte de' miei otri d'acqua, e mi lasciarono

all'istante, perchè preziosi erano tutti i momenti che perdevano in

questo luogo, ed irreparabile la perdita.

Quest'attacco della sete si manifesta su tutta la superficie del corpo

con una somma aridità della pelle; gli occhi pajono sanguigni, la lingua

e la bocca, sì internamente che al di fuori si ricuoprono d'un tartaro

della densità di una linea: questa crosta è d'un giallo fosco, insipida

al palato, e d'una consistenza perfettamente uguale alla cera molle d'un

favo di miele. Una spossatezza, un certo languore impediscono il

movimento; e l'angoscia, ed una specie di nodo nel diafragma e nella

gola impediscono la respirazione; cadono dagli occhi alcune grosse

lagrime isolale; si cade a terra, ed in pochi istanti si perdono i

sensi. Tali sono i sintomi ch'io notai sugli sventurati compagni del mio

viaggio, e che poco dopo provai in me stesso.

Montai a cavallo con molta difficoltà, e si riprese l'interrotto

cammino. I miei Bedovini, ed il mio fedele Salem erano ognuno dal suo

lato in traccia d'acqua, due ore dopo tornarono l'un dopo l'altro con un

poco d'acqua buona o cattiva. Siccome ognuno arrivava frettoloso per

porgermi ciò che aveva ritrovato, dovetti beverne, e bevetti più di

venti volte: ma sì tosto ch'io avevo inghiottito un poco d'acqua, la mia

bocca tornava ad essere arsa come avanti di bagnarla; di modo che io non

potevo nè sputare nè parlare.

Alle sette ore della sera facemmo alto presso ad un dovar e ad un

ruscello dopo una marcia sforzata di ventidue ore consecutive, senza un

momento di riposo.

Le mie genti ed i miei equipaggi arrivarono la notte a diverse riprese.

Io non perdei quasi nulla perchè la carovana di Sidi Alarbi avendo

successivamente incontrati i miei equipaggi ed i miei domestici,

soccorse e salvò colla sua acqua gli uomini e gli animali.

Se non giugneva questa carovana noi tutti perivamo infallibilmente,

perchè l'acqua portata dai Bedovini e da Salem sarebbe giunta troppo

tardi: la respirazione e le funzioni vitali andavano già mancando, ed io

credo che non sarebbesi durato altre due ore in così violento stato

senza perire. Allorchè io penso che questa grande carovana erasi

allontanata dalla strada ordinaria dietro la falsa notizia che vi erano

due o tre mille uomini disposti ad attaccarla, (non erano poi che i

quattrocento Arabi che mi aspettavano) che quest'errore fu la cagione

della mia salute, io, confesso il vero, non posso stancarmi d'ammirare e

benedire la Provvidenza.

Adesso comprendo facilmente come lo sgraziato maggiore _Houghtton_ può

essere perito nel deserto in conseguenza di una circostanza simile alla

mia, senza che vi abbia avuto parte la perfidia di coloro, che lo

accompagnavano.

La maggior parte del suolo del deserto è di pura argilla, ad eccezione

d'un breve tratto di terreno calcareo, la superficie è coperta da uno

strato di ciottoli calcarei bianchi, rotolati, liberi, grossi come il

pugno, quasi tutti eguali, aventi la superficie bucherata come fossero

pezzi di vecchio calcinaccio, lo che mi persuade a ritenerli come un

prodotto vulcanico. Questo strato è steso con sì perfetta eguaglianza,

che non lascia assolutamente verun punto discoperto, e rende il cammino

assai faticoso.

Non vedesi in questo deserto veruna specie d'animali, quadrupedi, od

uccelli, rettili od insetti; l'occhio vi cerca invano una pianta, e

l'uomo non si vede altro d'intorno che il silenzio e la morte. Soltanto

verso le quattr'ore della sera si poterono distinguere a qualche

distanza alcune piccole piante abbrucciate, ed un albero spinoso senza

fiori e senza frutti. Io avevo raccolte nel deserto due pietre, un pezzo

d'argilla, e due pezzi di minerale: ma tutto andò perduto.

In questa orribile calamità i miei muli ed i miei cavalli non solamente

perdettero i ferri, ma rimasero quasi tutti storpiati.

_Lunedì 5._

Erano le sette del mattino quando si riprese la strada a traverso lo

stesso deserto, e facendo un giro al S., ed al S. O.

Il terreno è lo stesso di quello di jeri. Alle undici ore del mattino si

scese una lunga costiera, dopo di che ci trovammo nella provincia di

Schaonia, e sulla sponda diritta del fiume Enzà. Sull'opposta riva

vedevasi una sola casa ove abitava _Schek Schaoui_, o capo della

provincia. Poi che si ebbe tre volte attraversato il fiume, ci

accampammo a mezzogiorno sulla riva sinistra presso ad un dovar, e ad un

mercato. Le mie genti avevano l'immaginazione ancora così calda del

passato pericolo, e gli animali risentivansi in modo delle fatiche

dell'antecedente giorno, che gli uni e gli altri appena veduto il fiume,

corsero a gettarvisi dentro all'istante, gli uomini vestiti com'erano, e

gli animali coi loro carichi; onde vi abbisognò molto tempo, pena e

travaglio per farneli sortire.

Io fui tormentato dalla febbre tutto il giorno, effetto, non v'ha dubbio

del sofferto disastro.

Assai ben coltivate erano le sponde dell'Enzà; e vi trovammo in

abbondanza pastinache, popponi, uve, che furono da noi risguardate come

un dono del cielo nello stato d'irritamento in cui trovavasi il nostro

sangue.

Schek Schaoui, la di cui provincia parvemi assai ricca, era assente, ma

suo fratello venne a trovarmi, e mi mandò a regalare molte provvisioni.

_Martedì 6._

Alle sei ore del mattino si levò il campo dirigendoci all'O. nelle

montagne, e dopo mezzogiorno soltanto scendemmo nella grande pianura,

ove camminando a N.O. si passò verso le quattr'ore della sera il gran

fiume Moulouia: al di là del quale feci far alto presso ad un dovar.

Le montagne attraversate questo giorno non sono sterili come le

precedenti; vi si trovano di quando in quando piccoli fiumi e terreni

coltivati. La pianura è quel medesimo deserto, ch'io avevo attraversato

precedentemente andando verso Ouschda.

Io continuavo ad essere assai indisposto, e temevo di qualche più serio

attacco.

_Mercoledì 7._

La mia carovana prese il già descritto cammino, che ci condusse

all'alcassaba di Temessouinn.

_Giovedì 8._

Proseguendo la stessa strada giunsimo presso alla città di Tezza.

_Venerdì 9._

Questo giorno non si levò il campo; ed io entrai in città per assistere

alla pubblica preghiera del venerdì.

Tezza è la più gentile città che io vedessi nell'impero di Marocco; la

sola ove l'occhio non è rattristato dalla vista delle ruine: le strade

sono belle, le case dipinte. La principale moschea è grande assai, ben

fatta, ed ornata d'un vago vestibolo. Sonovi varj mercati ben

provveduti, molte botteghe, orti assai fertili, acque eccellenti, l'aria

purissima: vi si trovano buoni cibi, ed a prezzi assai moderati, ed in

grande abbondanza; e gli abitanti mi sembrarono assai risvegliati.

Questi vantaggi riuniti mi fanno preferire Tezza a tutte le città

dell'impero, non escluse Fez e Marocco.

Trovavasi accampato presso alle nostre tende un corpo di truppe

comandate da un pascià, che mi fece rendere gli onori dovuti al mio

rango, e mi mandò alcune provvisioni. Eravi con lui _Muley Moussa_

fratello dell'imperatore di Marocco; cui la mia indisposizione non mi

permise di visitare.

Più accurate osservazioni delle prime mi diedero la latitudine di Tezza

a 34° 9′ 32″; lo che dimostra l'errore in cui ero caduto la prima volta.

Soltanto la longitudine fu esatta.

Deviando dalla nostra pratica si riprese il viaggio alle nove della

sera, dirigendoci al S. O. Dopo aver passato il fiume Tezza, e fatte

molte sinuosità in mezzo alle montagne, si passarono altri fiumi.

_Sabbato 10._

Dopo avere camminato tutta la notte passammo in sul far del giorno un

altro fiume che va verso l'E. Attraversando un paese sempre montuoso, mi

volsi all'O., ed alle otto del mattino feci far alto presso ad un dovar.

Ero allora nella provincia di _Hiàïna_.

Si riponemmo in via ad un'ora dopo mezzogiorno volgendoci all'O., ed al

S. O. fino alle cinque della sera; ed allora feci piantare le tende

presso ad un dovar, patria di uno degli ufficiali che mi accompagnavano.

_Domenica 11._

I buoni abitanti di questo dovar mi pregarono di così buona grazia a

rimanere un giorno con loro, che non mi vi potei rifiutare. Nulla essi

ommisero di tutto ciò che poteva riuscirmi dilettevole, onde

testificarmi la loro gratitudine e rendermi meno nojosa la dimora. Io

non mi dolevo di questa circostanza, che mi diede agio di riposarmi dopo

tante fatiche sofferte.

_Lunedì 12._

Dato ch'ebbi un addio a questi buoni Arabi, mi posi in cammino alle sei

ore, facendo molti giri entro le montagne. Erano le nove ore quando

scendemmo per passare il _Levèn_ fiume assai vasto che va al S. O. Si

costeggiò la sua sponda destra per lo spazio di due ore in un luogo

piano, dopo il quale si tornò a salire sulle montagne. Ad un'ora dopo

mezzogiorno si fece alto presso ad un dovar.

A poca distanza dal mio campo trovansi alcune ricche saline; di là

scoprivansi una serie di sei o sette montagne isolate in forma di pani

di zuccaro; il di cui colore rosso mi fece sospettare che siano

interamente metalliche.

_Martedì 13._

Alle sei ore del mattino si proseguì il viaggio tra le montagne fino

alle due dopo mezzogiorno, che si pose il campo presso ad un grosso

dovar.

Tutto il paese ch'io avevo attraversato apparteneva alla provincia di

Hiaïna.

Il suolo è composto di montagne rotonde di argilla glutinosa come quelle

di Tetovan. Sono esse naturalmente sterili; ma gli abitanti sono

laboriosi, e vedonsi quasi tutte le colline coperte di _panicum_ ossia

di quel miglio; che s'avvicina al mais, e costituisce la base della loro

sussistenza. Era allora maturo, e tutti i poderi venivano custoditi da

alcuni uomini che avevano cura d'allontanarne gli uccelli con continue

grida.

Tranne i fiumi di cui si è parlato, gli abitanti della provincia di

Hiaïna non hanno che acqua dei piccoli pozzi che scavano sul pendio

delle montagne: le acque di quasi tutti questi pozzi hanno un cattivo

gusto sono salate, sulfuree, o minerali. Vedonsi alcuni burroni, e letti

di torrenti coperti di uno strato bianco di sale. È probabile che questo

paese abbondi di minerali; senza che gli abitanti abbiano il più leggero

sospetto dei tesori su cui passeggiano. In molti luoghi gli strati

metallici si manifestano di sotto all'argilla che li ricopre; ed alcune

roccie perpendicolari, quasi affatto composte di sostanze metalliche,

s'alzano qua e là in mezzo alla pianura come torri isolate.

Gli abitanti dediti all'agricoltura abbondano di granaglie, ma non hanno

alberi, e non coltivano che pochissimi erbaggi, o frutta. Le loro case

fatte di terra, e coperte di tralci sono assai piccole, ed abitate

soltanto nell'inverno; perchè durante la bella stagione stanno sotto le

tende come gli altri Arabi.

_Mercoledì 14._

Alle sei ore del mattino ci ponemmo in viaggio facendo mille

ravvolgimenti tra montagne assai alte e sparse di dovar. Era ormai

mezzogiorno allorchè scendemmo in sul piano. Dopo avere traversata la

_Wérga_ fiume assai largo che scorre all'O., costeggiammo la sua sponda

destra nella stessa direzione fino alle tre della sera; ed in allora

piantaronsi le tende presso a due dovar.

La tribù che abita questi e molti altri dovar vicini chiamasi

_Vlèd-Aaïza_, o figlia di Gesù; ed è assai numerosa.

_Giovedì 15._

Alle sei ore tutti eravamo pronti a porsi in cammino prendendo la

direzione di N. O. Entrammo alle otto nel distretto di Wazéin, e

poc'appresso vidi al N. la montagna su cui è posta la città; che si

lasciò alla dritta, continuando la strada fino alle tre ore della sera,

che si alzarono le tende presso a molti dovar.

Il distretto di Wazéin è composto di vaste pianure chiuse all'E. da alte

montagne. In mezzo alle pianure alzasi una grande montagna vasta affatto

isolata, a metà del di cui declivio è posta la città di Wazéin; che

chiamasi la forte, ma che non è cinta di mura come le altre città

dell'impero. Colà dimora il celebre Santo Sidi Ali Benhamet di cui si

parlò poco sopra. Padrone della città e del distretto, egli vive quasi

affatto indipendente.

Io non vidi mai altrove un paese più bello, più popoloso, e meglio

alimentato, nè più belle messi. Onde convien credere che la Divina

grazia protegga in particolar modo questi abitanti. Il paese è tutto

sparso di grandi dovar disposti affatto diversamente da tutti gli altri:

qui le tende sono poste in linea retta, e negli altri luoghi in cerchio.

In tutta l'estensione del piano non vedesi un albero; e non vi si trova

che l'acqua di alcune piccole sorgenti.

Il mio campo trovavasi distante dalla montagna di Wazéin all'O. Dalle

osservazioni astronomiche ebbi il risultato di 6° 55′ 0″ di longitudine

orientale, e di 34° 42′ 29″ di latitudine.

Notai ne' due ufficiali condottieri una cert'aria misteriosa, e segni di

connivenza; pure continuavano a trattarmi con profondo rispetto; ed io

non potevo dir loro alcuna cosa, nè manco concepire verun dubbio sui

loro segreti abboccamenti. Le tribù stazionate sul mio passaggio

venivano a rendermi tutti gli onori, ed a offrirmi i doni di viveri e di

foraggi; ed io continuavo a far uso del parasole; ero in somma sempre

trattato come un figlio o fratello del Sultano. Questo stato di cose

potev'egli durare? Ecco ciò che vedremo tra poco.

_Venerdì 16._

Si riprese in cammino verso le sei del mattino dirigendoci all'O. in

mezzo a piccole montagne, ed un'ora dopo la nostra partenza essendo

arrivati sulla strada da Fez a Tanger, ci volgemmo direttamente al N.

fino alle tre ore della sera, ed allora ordinai di spiegare le tende tra

i giardini situati al N. della città d'Alcassar.

Feci una cattiva osservazione intorno alla longitudine; ma non mi riuscì

d'afferrare il passaggio d'alcuna stella, nè meno quello della luna in

su lo spontar del giorno, per causa di alcune grosse nubi che

ingombravano l'emisfero.

_Sabbato 17 Agosto._

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2 · 第 3 / 12 段