_Solimano_ _Hassèn_ _Ismaïl_

_Mohamèd_[2] _Kàssem_ _El Kassèm_

_Abdallà_ _Mouhamèd_ _Mouhemèd_

_Ismaïl_ _Abulkàssem_ _Abdallà el Kàmel_

_Scherif_ _Mouhamèd_ _Hassàh el Meschna_

_Ali_ _Stassèn_ _Stassèn es Sèbet_,

figlio di _Ali Ben

Abutàleb_, e di

_Fatima el Zòhra_

(la Perla) figlia del

profeta _Mouhhammed_.

_Mohamèd_ _Abdallà_

_Ali_ _Mouhamèd_

_Jussuf_ _Aàrafat_

_Ali_ _Elltassèn_

_Stassèn_ _Abubekr_

_Mouhamèd_ _El Kassèm_

[2] _Quantunque il nome di Mohamèd sia sempre scritto coi

medesimi caratteri in Arabo, l'uso ha consacrate le diverse

maniere di pronunciarlo, come vedesi in questa nota._ (N.

dell'Edit.)

In Taffilet contansi più di due mille scheriffi, che tutti vantano

diritti al trono di Marocco, e che per tale cagione godono di alcune

leggieri gratificazioni del Sultano. In tempo degl'interregni molti

prendono le armi, siccome Marocco non ha verun'armata propriamente tale

per comprimere all'istante questi parziali movimenti, la nazione intera

soffre tutti i mali dell'anarchia.

La tattica de' Marocchini è sempre la stessa in tutte le battaglie.

Consiste nell'avvicinarsi alla distanza press'a poco di cinquecento

passi dal nemico. Colà giunti dispiegansi con un subito movimento

cercando di presentare la più estesa fronte possibile; indi corrono a

tutto potere imbracciando il fucile. Giunti a mezzo tiro fanno il loro

colpo: fermando allora il cavallo tutt'ad un tratto, ritiransi colla

medesima celerità con cui avanzarono. Ricaricano il fucile correndo, e

se il nemico si ritira, continuano il fuoco guadagnando terreno. Ma se

l'azione si fa calda, e si viene a far uso della spada, in quale

imbarrazzo non devono trovarsi questi combattenti, i quali senz'alcun

ordine, sono costretti di tenere colla sinistra la briglia, ed un lungo

fucile, e la spada colla mano destra! In questa circostanza collocano

essi il fucile sopra l'arcione della sella, ed in allora ogni uomo

occupa una fronte più estesa che quella di due, e rimane isolato, e

senza appoggio ai fianchi. Quale sarebbe in allora l'effetto di una

linea di battaglia europea sopra tali ranghi di truppe! Per tale motivo

appunto il soldato moro non s'impegna che sforzato, a battersi colla

spada; riponendo la sua superiorità nella velocità dell'attacco, della

ritirata, e nella destrezza del maneggio del fucile.

Le entrate del Sultano di Marocco si valutano venticinque milioni di

franchi. Avendo pochi impiegati, i quali non hanno altro appuntamento

che i prodotti eventuali, ed alcune gratificazioni che ben poche volte

sono loro accordate; non avendo bisogno di mantenere un'armata, perchè

nel caso di guerra ogni Mussulmano è soldato per religione; la maggior

parte di questo danaro va a seppelirsi nel tesoro di Marocco, di Fez, e

principalmente di Mequinez.

La guardia del Sultano, che si vuole di circa dieci mille uomini è la

sola truppa che venga mantenuta anche in tempo di pace: è questa in

parte composta di schiavi negri comperati dal Sultano, o ricevuti in

dono, o in pagamento; oppure figli di soldati negri. L'altra parte è

formata di mori tolti dalle tribù _Oudaïas_. Queste truppe rimangono di

fazione nelle provincie dell'impero, ed un grosso corpo segue sempre il

Sultano. I soldati quasi tutti a cavallo hanno il nome di _el bokhari_,

che presero, quasi mettendosi sotto la protezione dell'imam espositore

di questo nome, la di cui dottrina è addottata a Marocco.

Quantunque Muley Solimano viva senza splendore, la spesa della sua casa

è per altro ragguardevole per cagione delle moltissime sue donne e

figliuoli. Egli non può avere più di quattro mogli legittime, oltre le

concubine; ma egli suole ripudiarle frequentemente per prenderne delle

altre. Le ripudiate vengono relegate a Taffilet, accordando loro una

pensione per il mantenimento. Ho veduto più volte gli abitanti

presentargli le loro figliuole, che in conseguenza entravano nell'harem

sotto nome di serventi, e che avendo la fortuna di piacere al Sovrano,

vengono poi sollevate al rango di sue mogli, per essere poscia a vicenda

ripudiate. Nè Muley Solimano si fa scrupulo d'avere nello stesso tempo

due sorelle per mogli, quantunque i dottori non riguardino quest'azione

di buon occhio, come ne pure quella di bever vino la notte nell'harem;

cose proibite dalla legge.

Il Sultano è del resto sobrio, e mangia colle dita come gli altri arabi;

pure quando m'invitava a pranzo con lui, mi faceva portare un cucchiajo

di legno, perchè la legge non permette l'uso de' preziosi metalli nel

vassellame; e per questo motivo i suoi piatti e la tavola sono affatto

simili a quelli dei suoi sudditi. Egli non mangia che le vivande

cucinate nell'harem dalle sue negre. A casa mia per altro mangiò cibi

preparati da' miei cuochi.

Io tenni andando a Fez la medesima strada che avevo fatto venendo a

Marocco. Benchè non fossi pienamente ristabilito in salute, non ommisi

nel mio viaggio di fare alcune osservazioni astronomiche, che

confermarono le precedenti; sgraziatamente però non ero ancora capace di

sostenere un lavoro continuato.

Ne' primi giorni dopo il mio arrivo a Fez ebbi una disputa col pascià;

egli pretendeva che in conseguenza d'essermi congedato dal Sultano per

andare in Algeri, avrei dovuto partire entro otto o dieci giorni; e mi

preparò pure gli oggetti necessarj al mio trasporto, e la scorta che

doveva accompagnarmi, ma io mi dichiarai in termini positivi, che non

poteva ancora partire, e rimasi a Fez un mese e mezzo. Poco prima ch'io

partissi Muley Abdsulem venne a Fez, mi portò una commendatizia del

Sultano per il Dey di Tunisi, ed un'altra per il pascià di Tarabba o di

Tripoli: Muley Abdsulem me ne diede una sua per il Dey d'Algeri, cui per

alcune considerazioni politiche il Sultano non aveva voluto scrivere.

Avendo finalmente fissato il giorno della mia partenza da Fez, mi

congedai da Muley Abdsulem, e dai miei amici con maggior rincrescimento

che la prima volta, perchè vedevanmi intraprendere un viaggio azzardoso,

e temevano di non più vedermi.

La mattina del giovedì 30 maggio 1805 sortj a nove ore e tre quarti di

casa coi miei amici che mi accompagnarono prima alla moschea di Muley

Edris, indi per un tratto di strada fino all'istante in cui li congedai.

La mia casa, le strade, la moschea, e l'uscita della città erano

affollate di gente, che da ogni banda cercava d'avvicinarmisi per

toccarmi, per chiedermi una preghiera, ec. Dirigendomi al N. giunsi a

mezzogiorno nel mio campo di già stabilito al di là del ponte sulla riva

destra del Sebou, fiume assai considerabile, che scorre all'ouest.

_Venerdì 31 Maggio._

Ci ponemmo in cammino alle otto del mattino, diriggendoci d'ordinario

all'E. N. E., e facendo mille ravvolgimenti nelle montagne, fino alle

due dopo mezzogiorno, che feci alzare le tende in riva al fiume

_Jenaoul_ che scorre con poche acque all'ouest.

Il paese è composto di montagne secondarie, la maggior parte calcaree,

con alcuni tratti di terra coltivata.

Tra gli omaggi che mi furono resi dagli abitanti de' Dovar posti lungo

la strada merita d'essere ricordato il seguente. Io vidi i fanciulli

riuniti per incontrarmi; de' quali colui che precedeva gli altri era

vestito d'una tonaca bianca, con un fazzoletto di seta sul capo, e

portava in mano un bastone alto sette piedi, all'estremità del quale

eravi una tavoletta su cui era scritta una preghiera. Dopo avermi fatto

un complimento studiato, mi baciarono la mano, la stoffa, o ciò che

potevano toccare, e partirono in seguito assai soddisfatti. Quanto era

commovente la loro semplicità! Le madri facevano la scolta per vedere

l'accoglimento ch'io faceva ai loro figliuoli.

_Sabbato primo Giugno._

Alle otto del mattino eravamo già in su la strada andando nella

direzione di E. seguendo più d'un'ora e mezzo il fiume Yenaoul che

scorre lungo la vallata. Si entrò subito dopo nelle montagne, e si

attraversò un piccolo fiume ad un'ora dopo il mezzogiorno. Alle due si

fece alto sulla sponda destra.

Il terreno non diversifica da quello di jeri, se non che la vegetazione

era alquanto più rigogliosa. Vidi molti campi lavorati, ed un solo

dovar.

Il tempo era in parte coperto, ed il termometro nella mia tenda segnava

alle quattro della sera 26 e 7 di Réaumur.

_Domenica 2._

Si riprese il cammino alle sette del mattino seguendo l'andamento di

molte vallate tra montagne di mediocre altezza, ove si dovettero

attraversare ad ogni istante alcuni piccoli fiumi; ed alle quattr'ore ed

un quarto della sera si piantarono le tende presso a Tezza, piccola

città posta sopra una rupe alle falde d'altre montagne più alte al N. O.

Assai pittoresco è il quadro che offre questa città, circondata di

antiche mura, colla torre della moschea che s'innalza fuori delle case

come un obelisco. La rupe è scoscesa in alcuni lati, ed in altri coperta

di piante fruttifere. I giardini ne circondano la base. Da un altro lato

aggiungono varietà alla veduta un ruscello ed altri minori rigagnoli che

si precipitano dall'alto, ed un ponte mezzo rovinato. Una sorprendente

quantità d'ussignuoli, di tortorelle, e d'altri uccelli di varie specie,

rendono questo luogo assai delizioso.

La valle coperta d'abbondante messe, mi convinse che questi abitanti

sono più laboriosi che quelli delle coste del mare.

Il tempo fu sereno, e caldo assai fino all'istante di far alto, in cui

il cielo coprissi di dense nubi; ed appena alzate le tende si udirono

terribili colpi di tuono, e cadde una dirotta pioggia.

Malgrado questo contrattempo, ebbi il vantaggio di poter approfittare

d'un istante in cui il sole apparve tra le nuvole, e trovai la mia

longitudine cronometrica — 6° 0′ 15″ Ouest dell'osservatorio di Parigi.

Incontrai sulla strada molte carovane di Arabi che venivano da Levante,

cacciati dalla carestia che regnava ne' loro paesi: erano composte

d'intere tribù, che conducevano con loro gli avanzi de' loro bestiami, e

tutto quanto possedevano. L'aspetto di tali carovane può dare

un'adeguata idea delle antiche emigrazioni della Palestina e

dell'Egitto, prodotte dalla stessa cagione.

Un colpo di sole sul rovescio delle mani mi cagionò una resipola. Si

gonfiarono assai, e l'infiammazione diventò forte in modo di farmi

soffrire acuti dolori.

_Lunedì 3._

Non diminuendo le mie doglie non feci levare il campo: altronde tutta la

notte e la mattina il tempo imperversò.

Osservai il passaggio del sole di mezzo a grosse nubi, che mi diede la

latitudine al N. di — 34° 30′ 7″; ma quest'osservazione non è

attendibile. La pioggia continuava ancora verso sera con un gagliardo

vento d'O., e la mia mano sinistra proseguiva a tormentarmi.

_Martedì 4._

La dirotta pioggia non ci permise di riprendere il cammino.

_Mercoledì 5._

Alle otto del mattino si partì dirigendoci all'E., attraversando

vallate, salendo e scendendo colline rinfrescate da molli ruscelli. Ad

un'ora ed un quarto essendosi passato un fiume, feci alzare le tende

entro il circondario d'un antico _Alcassaba_ (castello) detto

Temessovín.

Il terreno di questa contrada è tutto composto di argilla glutinosa che

forma le colline e le valli fino ad una grande profondità, poichè io

vidi degli strati verticali di oltre quaranta piedi. Io suppongo essere

il medesimo strato generale, che da una parte va fino alla strada che

conduce da Tanger a Mequinez, e dall'altra va a formare le montagne del

Tetovan.

In questo giorno incontrai una càffila (carovana) proveniente dal

Levante, che conduceva una greggia di più di mille cinquecento capre.

Avevano collocate sopra alcuni camelli una specie di baldacchini o

piccole tende entro le quali stavano le donne ed i fanciulli delle

famiglie più ricche della tribù; le altre camminavano scoperte. Molti

buoi e vacche erano cariche, e portavano, come i muli loro carico sul

dorso.

Questo era l'ordine della marcia. Il bestiame collocato avanti era

diviso in corpi di circa cento capi cadauno, e diretti da quattro o

cinque garzoni, che cercavano di conservare un intervallo di circa venti

passi tra un corpo e l'altro; le tende, gli equipaggi e la maggior parte

delle donne e dei fanciulli collocati sui camelli stavano nel centro;

gli uomini a cavallo e a piedi portando il fucile appeso, formavano la

retroguardia, ed andavano pure dispersi sui due lati.

L'Alcassaba ove noi eravamo accampati è formato d'un quadrato di muri di

425 piedi di fronte con una torre quadrata ad ogni angolo, ed un'altra

nel centro di ogni faccia. Il muro aveva tre piedi di spessezza, ed era

alto diciotto. Da quest'altezza sorge un sottile parapetto

sull'estremità esteriore tutto sparso di feritoj; e la residua grossezza

del muro è il solo spazio su cui devono stare i difensori, che non

possono fare alcun movimento senza pericolo di cadere. Vedesi nel centro

dell'Alcassaba una moschea ruinata, presso alle rovine d'altri edificj.

Varj gruppi, ciascuno di tre o quattro baracche, sono il miserabile

asilo degli abitanti di questa solitudine. Il kaïd dell'Alcassaba che

abita in un dovar distante una lega, venne a complimentarmi, e ad

offrirmi un montone, orzo, latte, ed altre derrate.

_Giovedì 6._

Alle sette ore e mezzo del mattino la mia carovana si avanzava all'Est,

e continuò a tenere la stessa direzione fino alle tre e mezzo della

sera, quando a canto di un povero dovar, ed a poca distanza da alcune

rovine, o informi abituri, feci collocare il mio campo.

Il terreno formato d'argilla pura presentava una vasta pianura, ed un

vero deserto senz'abitanti, e senz'altra verdura che quella d'alcuni

cespugli abbruciati. Alle dieci si passò presso ad una grande cisterna

piena d'eccellente acqua, e verso il mezzogiorno si attraversò un

piccolo fiume.

Il tempo benchè sereno era rinfrescato da un vento d'E.

_Venerdì 7._

Partj alcuni minuti prima delle sette del mattino, e dopo di avere

passato il fiume _Moulovìa_, vidi le ruine d'un Alcassaba. Per lo spazio

di due ore seguitai a tenere la strada al N. E. in poca distanza dal

fiume, indi piegando all'E. continuai fino alle due dopo mezzogiorno.

Passai in seguito presso ad un grande Alcassaba minato, intorno al quale

vedevansi molti dovar: indi dopo aver attraversato il fiume Enzà si

fermò il campo sulla sua sponda.

Profondo è il fiume Moulovìa, ma nel luogo in cui noi lo varcammo,

avendo molta estensione, presenta un buon guado. Egli scorre al N. E.,

le sue acque cariche di melma erano rosse, e dense come quelle del Nilo,

ma lasciate alquanto in riposo sono assai buone. Le rive sono basse e

coperte di alberi nel luogo in cui eravamo jeri.

Il fiume Enzà, oltre d'avere naturalmente poche acque, viene impoverito

di più dai canali che servono all'irrigazione. Era per me un vero

piacere il contemplare in mezzo ad un deserto queste tracce dell'umana

industria. Le sue acque scendono all'O.

A principio il suolo pare una continuazione della stessa pianura

argillosa, deserta, osservata nel precedente giorno. Ma alle dieci del

mattino si discese in un altro paese alternativamente composto di strati

argillosi e calcarei che formano delle colline. A mezzogiorno passai

innanzi ad una montagna che mi sembrò formata di basalto, e che lasciai

sulla diritta. Ad un'ora e mezzo entrai in un bel paese, ben coltivato,

coperto di belle messi nel di cui centro vedesi l'Alcassaba, ed al N.

l'Enzà, sulla di cui riva diritta feci far alto.

Il cielo era mezzo coperto, ed un forte vento di N. E. rinfrescava

l'aria. Questo deserto è noto sotto il nome di _Angad_. Sembra che si

dilati nella direzione di N. O. dall'Alcassaba di Temessouinn fino al

Sud d'_Algeri_.

_Sabbato 8._

La mia gente levò il campo alle sette ore ed un quarto, e prendemmo la

direzione di N. O. seguendo lo stesso deserto. Alle otto trovammo un

ruscello di acqua assai buona. Alle nove e mezzo il paese si andava

restringendo tra piccole montagne calcaree ed argillose. Ad un'ora e tre

quarti dopo mezzogiorno si passò un piccolo fiume, e volgendomi all'E.

camminai alcun tempo lungo la riva destra; alcun tempo dopo si cominciò

a vedere qualche terreno coltivato, ed in seguito un dovar. Alle tre e

mezzo si alzarono le tende vicino ad un Alcassaba, e ad un dovar

chiamato _l'Aaïaun Maylouk_.

Il suolo attraversato questo giorno è a vicenda argilloso e calcareo.

Due linee di montagne che fanno parte del Piccolo-Atlante chiudono

l'orizzonte al N. ed al S.

In tutto questo deserto non si videro altri animali che alcuni piccoli

ramarri, alcuni ragni morti o addormentati sui rami spinosi di una

piccola pianta abbrucciata.

Sopraggiunsi colà nell'atto che gli abitanti facevano la ceremonia d'un

convoglio funebre. Il cadavere posto in parata sopra un luogo eminente

era circondato da una quarantena di donne, che divise in due cori

gridavano in misura avvicendando: _Ah-ah-ah ah_. Tutte le donne del coro

pronunciando il loro _ah_ rispettivo, graffiavansi, e guastavano la cute

del volto in modo che grondavano sangue. Stavano al loro fianco sei

uomini in linea cogli occhi rivolti al paese d'una tribù nemica, che

aveva ucciso l'uomo cui facevansi i funerali: gli altri Arabi a piedi,

che formavano il corteggio, le circondavano interamente.

Rimasero mezz'ora in tale attitudine; e le donne dopo avere continuate

per tutto questo tempo le loro grida e le loro graffiature, separaronsi

dal morto piangendo in battuta. Gli uomini sepellirono il morto nello

stesso luogo, e tutti ritiraronsi senz'altra ceremonia.

Il tempo sempre fresco fu costantemente coperto.

_Domenica 9._

Alle sei ore del mattino si riprese la via verso il N. E. Alle sette ore

attraversammo un fiumicello; e piegando poi all'E. N. E., alle due dopo

mezzogiorno si passò altro fiumicello uguale al primo, ed alle quattro

meno un quarto entrai in _Ouschda_.

Qui il suolo conserva la stessa natura di quello della pianura deserta

di cui abbiamo parlato. Alle otto del mattino vidi per altro una buona

terra vegetale, ma mal seminata. Le due catene d'alte montagne

continuavano a limitare l'orizzonte al N. ed al S. ad una ragguardevole

distanza.

Alle sett'ore e mezzo del mattino avevo scoperto in lontananza sopra una

eminenza presso al cammino due uomini armati a cavallo, che avanzavansi

lentamente verso di noi. Le mie genti incominciavano ad allarmarsi, ma

io li acquietai, e quando giungemmo presso di loro seppimo ch'erano

scolte della tribù nemica che aveva ucciso l'uomo Aaïaun Moylouk, e che

dietro di loro trovavansi le truppe della tribù.

Scontraronsi poi alcuni uomini che mietevano le biade che avevano tutti

presso di loro i cavalli sellati ed imbrigliati. Più lontano vedevasi la

truppa armata.

Alle dieci ore eravamo nel territorio di questa tribù: è questo uno

spazio d'una lega di diametro, tutta coltivata, ed avente più di venti

dovar. Ci vennero incontro quattro uomini armati a cavallo, che mi

chiesero una preghiera, indi mi licenziarono cortesemente. Questa tribù

nominata Mahaïa parvemi composta di gente armigera; e credo che il

Sultano di Marocco non eserciti su di lei un precario potere.

CAPITOLO XVIII.

_Descrizione d'Ouschda. — Difficoltà per proseguire il viaggio.

— Detenzione per ordine del Sultano. — Partenza da Ouschda. —

Avventure del deserto. — Arrivo a Laraïsck e sua descrizione. —

Partenza dall'impero di Marocco._

Ouschda, villaggio che contiene cinquecento abitanti all'incirca, è come

gli altri luoghi popolati che trovai al di qua dell'Alcassaba di

Temessouin, nel deserto d'Angad.

Le case fatte di terra, sono piccole, e così basse che a pena vi si può

stare in piedi. Sono inoltre così succide, e piene d'insetti, ch'io

preferj di rimanere sotto la tenda nell'Alcassaba che è assai grande e

posto a canto del villaggio: passeggiai alcun tempo entro un piccolo ma

grazioso orto di sua pertinenza.

Un'abbondantissima fonte che scaturisce mezza lega al di là d'Ouschda

somministra un'eccellente acqua, ed inaffia gli orti del villaggio.

Offrono questi una bella verdura e varie specie d'alberi fruttiferi, tra

i quali il fico, l'ulivo, la vite, la palma, tengono il primo rango. Il

paese produce pure deliziosi popponi, e carni d'una squisita qualità; nè

può immaginarsi quanto sia delicato il montone del deserto. Questi

animali sono lunghi, magri, hanno poca lana, e vivono in un paese ove

trovano appena di che vivere; ma la loro carne è forse la migliore del

mondo.

Sia nel villaggio, sia ne' contorni trovansi pochi polli, e nessun

selvaggiume; ma abbondano le carni, il riso, la farina, i legumi.

L'esatte osservazioni astronomiche da me fatte collocano Ouschda nella

longitudine orientale dall'osservatorio di Parigi di 4° 8′ 0″; e nella

latitudine settentrionale di 34° 40′ 54″. In una latitudine così elevata

il clima dovrebb'essere poco diverso da quello d'Europa, ma il deserto

che la circonda ne riscalda l'aria a dismisura. Vi ebbimo non pertanto

alcuni giorni abbastanza freschi nel mese di giugno, totalmente coperti,

ed anche piovosi.

Osservai ad Ouschda un'eclissi della luna. Avrei dovuto fare alcune

altre osservazioni, ma sgraziatamente non mi furono dalle circostanze

permesse, perchè io doveva tutto sagrificare all'oggetto principale del

mio viaggio.

Quando arrivai, il capo ed i principali del villaggio mi avevano

dichiarato ch'io non potrei proseguire il viaggio, perchè in questo

stesso giorno avevano avuto avviso della rivoluzione manifestatasi nel

regno d'Algeri, e che a _Tlèmsen_, o _Tremecèn_ dov'ero io diretto

scorreva il sangue Turco ed Arabo.

Dopo molti discorsi, e dopo avere maturamente riflettuto, mi determinai

di spedire un corriere, che al suo ritorno mi portò la notizia, che i

torbidi nati in Tlèmsen erano sedati, ma che la strada era infestata dai

ribelli che rubbavano ed assassinavano. Chiesi all'istante una scorta al

capo del villaggio, il quale mi rispose non aver forze bastanti, ma che

cercherebbe ad ogni modo di assecondare il mio desiderio.

Avanti che passassero due giorni il capo ed i principali d'Ouschda

fecero venire il _Schèk el Boanani_ che è il capo di una vicina tribù, e

gli proposero di scortarmi a Tlèmsen. In sulle prime il Schek non vi

acconsentì, e dopo avere lungamente discusso l'affare, partì senza nulla

decidere.

Erano già scorsi più giorni in trattative inutili; ed intanto i

rivoltosi erano venuti fino sotto le mura d'Ouschda, tirando alcuni

colpi di fucile che uccisero due uomini. La mia situazione diventava

sempre più difficile, perchè da una parte si esaurivano tutti i miei

mezzi di sussistenza, e dall'altra io non ignoravo che i miei nemici di

Marocco, che avevano saputo rendere sospetto al Sultano il mio lungo

soggiorno di Fez, non ommetterebbero di approfittare di questa

circostanza per calunniarmi: risolsi quindi di montar solo a cavallo per

andare in traccia di Boanani, che aveva il suo dovar alla foce delle

montagne, due leghe distante da Ouschda.

A tale notizia le mie genti si sbigottirono, fuorchè due rinnegati

Spagnuoli, che mi seguirono da Fez, e che in questa difficile

circostanza mi si presentarono, dicendomi; «Signore se voi ce lo

permettete noi vi seguiremo, e divideremo la vostra sorte». Fissai loro

gli occhi in volto, e conoscendoli coraggiosi, gli ordinai di prendere

le armi affinchè uno mi tenesse compagnia, e l'altro rimanesse coi miei

equipaggi.

M'incamminai per sortire accompagnato da uno schiavo fedele detto Salem,

e dal mio rinnegato, ma trovai chiusa la porta delle mura, e circa

quaranta o cinquanta de' principali abitanti determinati di vietarmene

l'uscita.

Io li scongiurai di lasciarmi sortire; ma mi risposero tutti ad un

tratto, alcuni colle ragioni, altri colle grida. Io instai, essi

resistettero. Finalmente rivolgendomi al capo, presi una delle pistole

appese all'arcione della mia sella, e con un tuono tra l'amichevole, ed

il minaccioso, gli dissi: «Schek Solimano, noi abbiamo cominciato bene,

ma credo che la voglia finir male. Aprite la porta.» Allora Schek

Solimano aprì la porta, dicendo agli altri: «poichè egli vuol perire,

lasciatelo andare.»

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2 · 第 2 / 12 段