Le passioni umane di che ragione sieno. — Chi fosse Andrea
Pessini, e suo carattere morale. — Cagione per la quale il
Pessini si consiglia di nocere al Burlamacchi. — Imprudenza del
Benedino, che in lui si confida; il Pessino cavalca a Firenze;
tradisce patria ed amico rivelando tutta la congiura al duca
Cosimo, che ha paura e dissimula. — Tristizia dei tempi, ai
quali possono solo paragonarsi i nostri. — Se possa, essere
vero che il Pessino confessasse al Benedino il suo tradimento;
com'è verosimile se ne accorgesse il tradito; il Benedino ne
porge notizia al Burlamacchi; quali le parole e le deliberazioni
di lui; è statuita la fuga e il modo per eseguirla. — Scrive
lettera alla Signoria con la quale purga da ogni complicità
amici e parenti; se solo accusa: generosità adoperata verso
l'Umidi sanese, e codardia del medesimo. — I magnanimi sensi del
Burlamacchi derisi dai bracchi del principato. — L'Umidi svela
la congiura a Bonaventura Barili cancelliere della Signoria. —
Provvisioni del Burlamacchi per accertare la fuga, ed ordini che
dà a Baccio donzello. — Il Burlamacchi tarda a presentarsi alla
porta San Pietro, e discorsi che ne hanno fra loro Baccio e il
Benedino. — Preteso imbroglio dei preposti alla custodia delle
porte se verosimile. — Francesco esce di palazzo a sera, aspetta
nel cortile il cugino Garzoni, che venuto esce con esso; racconto
del Burlamacchi inverosimile, ma fatto a posta per salvare il
cugino Garzoni: come si può supporre che accadesse il caso. — Il
Burlamacchi, trovando impedita alla fuga la via, torna indietro;
va a casa sua; consulta di parenti, che lo consigliano rientrare
in palazzo. — La Signoria manda per esso, ed egli va: terrore
e viltà dei Signori non intesi della congiura, smanie paurose
dei complici; tutte si appuntano a danno del Burlamacchi. —
Magnanimità di questo, che dichiarava ignari tutti della sua
trama, egli solo colpevole; dopo molte ambagi gli anziani lo
fanno condurre alle sue stanze e guardarlo a vista; distrugge
carte e ogni altro testimonio della sua impresa. — Consulta del
consiglio, dove si propone sostenere prigione il Burlamacchi:
esquisite cautele che si adoperano perchè non fugga e non si
ammazzi. — Giusti timori degli anziani esposti; mandansi oratori
ai diversi principi ed al concilio di Trento; a Cosimo spediscono
il più astuto dei cancellieri. — Raccomandazione ai cittadini
lucchesi stanziati in paesi stranieri di difendere dalle accuse
la Repubblica. — Colloquio fra il cancelliere lucchese e il duca
Cosimo; la batte tra pirata e corsaro: non si conchiude nulla.
— Il duca per isgarrarla invia alla Repubblica oratore messere
Agnolo Niccolini, e si conchiude anco meno.
Le passioni sembra che nel nostro cuore nascano gemelle; o se pure sola
ci comparisce una passione, tosto ella da per sè si feconda e ne genera
altre: questo dicasi così delle buone come delle ree finchè l'uomo
non riesca conformato pienamente secondo la propria natura. Altrove
affermai come in gioventù sia più cosa la libidine, nella vecchiezza
l'avarizia; ma e l'una e l'altra si ammogliano ad altre parecchie.
Però sovente crede chi osserva alla grossa che sia accaduto nelle
passioni un tramutamento, e non è; rimangono invece quali erano, e o si
applicano diversamente, ovvero, non essendo state considerate oltre la
scorza, ora paiono diverse.
Questo accadde al povero Cesare Benedino, il quale aveva preso
dimestichezza con certo Andrea Pessini e, reputandolo buono non meno
che bravo, lo amava per traverso la vita. Andrea, frequentando la gente
manesca, aveva una tal quale prestanza acquistata, ma più di lingua che
di mano; pure anco di mano: compagnone oltre il dovere; a passatempi
e a stravizzi immancabile; era più facile a Lucca trovare una osteria
senza la immagine del Volto Santo che senza il Pessini, giocatore
e perditore disperato; prodigo del suo, contro la ordinaria indole
dei Lucchesi, non liberale, onde in un punto stesso o con intervallo
breve lo provavano taccagno e sciupone; ma fra la gente pari sua
godeva fama di generoso, imperciocchè in compagnia la vanità vinceva
la sordidezza, se si giudicava inosservato, allora la sordidezza
pigliava il sopravvento alla vanità; siccome poi ogni giorno più la
sua sostanza si riduceva al verde, l'agonia della imminente inopia gli
andava scanicando lo intonaco di onestà, e più ampie nella bruttezza
si palesavano le turpitudini dell'anima sua. Forse se Cesare avesse
potuto stargli del continuo allato, si sarebbe accorto di cotesta
trasformazione; ma essendosi egli assai travagliato in continui viaggi,
poco ci aveva avuto usanza negli ultimi tempi; però quando prima lo
vide, malgrado gli ammonimenti gravissimi di non aprirsi se non a
persone di fede provata, riputando ch'ei fosse proprio il caso, gli
confidò il disegno del Burlamacchi, sicuro di averlo compagno alla
impresa. Il Pessini senza farsi pregare ci entrò dentro fino al manico
per la ragione che i garbugli approdano ai malestanti, e presentendo
quasi per istinto che un qualche brindello gliene sarebbe rimasto in
mano; da una parte e dall'altra raccomandazioni e promesse e sacramenti
di prudenza e di audacia, di segretezza e di solerzia per procacciare
congiurati alla impresa: cose tutte che stanno insieme come l'acqua col
fuoco, ma che paiono agevolissime a conseguirsi dalle menti esaltate.
Ora, mentre Andrea ustolava per mancanza di danaro, avvenne un caso
mercè del quale sperò rimpannucciarsi e andare avanti aspettando
il meglio. Era rimasta orfana in età pupillare Giulia figliuola
di Bastiano Giustiniani di Rôcca Tagliata sua nipote, assai bene
provveduta di sostanza; ond'egli, senza frapporre tempo, andato a
torsela, se la recò a casa non si dando pensiero se lo potesse o no
fare e se alla giovane garbasse ovvero repugnasse starsi con lui. Gli
è più che verosimile, anzi l'ho per certo, che se la fanciulla fosse
stata ignuda di ogni ben di Dio, i parenti sarieno rimasti coll'acqua
in bocca, e gli zii paterni o avrebbero finto non ricordarsene od anco
giurato di non essere parenti; ma l'interesse riscalda il sangue, onde
saltò su un Agnello Pessini come più prossimo congiunto a pretendere la
tutela per sè. Non mi è chiaro del perchè questa causa fosse sottomessa
alla decisione del Burlamacchi; forse in Lucca il magistrato supremo,
ch'era il gonfaloniere, come in Inghilterra nei tempi antichi il re,
esercitava giurisdizione sopra la persona e i beni dei pupilli: fatto
stà che il Burlamacchi, pigliata cognizione della faccenda, sentenziò
non Andrea, bensì Agnello avesse ad essere tutore dell'orfana e per
sequela amministratore della sostanza di lei, ad Agnello e non ad
Andrea spettasse il diritto di custodirne la persona e nella propria
casa ricoverarla. — La sentenza era giusta, ma la giustizia o la
ingiustizia delle decisioni non importa ai litiganti, i quali non
badano ad altro che al danno o al lucro: e il danno tanto più mordeva
doloroso Andrea quanto maggiore il fuoco della miseria gli scottava i
piedi; e poi per mente accecata qual'era quella di costui c'incastrava
benissimo il sospetto che Francesco Burlamacchi gli avesse fatto torto,
conciossiachè Agnello gli fosse per parentela congiunto e la sua casa
in qualità di avvocato difendesse. Pertanto mossero Andrea Pessino
a vendicarsi del Burlamacchi la persuasione di patita ingiuria, la
miseria venuta in fondo e la cupidità di rifiorire in auge, sicchè,
come vedete, di cause ce n'erano anco troppe: poteva avvertire al danno
ch'egli apportava alla patria, ma il Pessini e chi gli rassomiglia non
conoscono la patria: anco doveva percotergli la mente la cara immagine
dello amico, ma non ci pensò neppure. Calata la sera, se la svigna
da Lucca e, tolto a nolo un cavallo, cavalca forte prima a Pisa, poi
a Firenze, dove giunto la mattina per tempo senza pure scotersi la
polvere da' panni, si presenta al palazzo del duca Cosimo chiedendo con
ardente pressa volergli favellare per cosa di stato. Il duca, che, a
mo' dei tiranni, massime dei nuovi come lui, dormiva nella guisa dei
lepri, ordinò di subito s'intromettesse, ed il Pessini dopo essere
stato frugato dal capo alle piante entrò nella stanza, dove a parte a
parte espose la trama ordita dal potente ingegno del Burlamacchi; la
quale udendo, il duca si turbò nel profondo, pure uso a contenersi fe'
vista di dare in risa sgangherate sclamando di tratto in tratto: «Oh
che pazzo! oh che grullo!» ma dentro tremava[22].
E pur fingendo di tenere la cosa per inveceria, si buttò giù da
letto, e vestitosi in meno che non si dice un _Credo_, ragunò i suoi
segretari, i capi dell'arme e i cittadini complici col principato
per avvisare insieme intorno ai provvedimenti da pigliarsi in così
momentoso accidente. Al Pessini fu intanto ordinato di non partirsi da
Firenze, allogandogli stanza in apparenza onorata, in vero prigione;
e così rimase finchè non fu chiarito il caso: allora il duca gli diede
ufficio in corte e stipendio a bastanza largo. Cotesto pane d'infamia
ed intriso di sangue avrebbe dovuto bruciargli le viscere; a lui non
bruciò nulla: bevve e morì; questo il suo epitafio sopra la tomba: la
fortuna in ciò gli fu cortese che lo spense quando rilassato non poteva
più bere nè satisfare alle parti turpissime del corpo: la coscienza
in lui non visse o, se pur visse, era morta prima di lui: che fosse
fama non seppe mai, e se lo avesse saputo, non correvano tempi che
avesse valore: preti e Spagnuoli e tiranni domestici; gara di titoli
e di servitù; il valore ristretto nel braccio del sicario, chiesa e
bordello, empio tutto, e più di tutto la religione; rei gli amori, rei
gli affetti; in mezzo a questi elementi di vita civile a che pro la
fama?
Taluno dei cronisti racconta come il Pessini, dopo consumato il
tradimento a Firenze, tornasse a Lucca, dove, rimorso dalla coscienza,
tirato da parte il Benedini, lo ammonisse di quello che aveva fatto
raccomandandosi a mettersi in salvo. Ciò non sembra consentaneo al
vero; imperciocchè il Pessini avrebbe dovuto repugnare da un lato a
simil passo per tema di avere per risposta di un coltello nel cuore;
e dall'altro il Benedini, uomo di arme e animoso, quantunque artefice
adesso, era ben difficile che si tenesse le mani. La comune opinione
apparisce più vera, la quale riporta che il Benedino, confidato appena
il segreto al Pessini, questi prendesse a mostrarsi meno, ed anzi
gli parve ch'ei lo scansasse; parlandogli della impresa lo trovava
svogliato e più volte si mostrò con lui intimorito del male che
potesse incoglierlo per non avere rivelato la congiura: per la quale
cosa il Benedino, presolo in sospetto, incominciò a codiarlo, sicchè
tosto venne a sapere com'ei si fosse allontanato da Lucca; di che egli
concepì spavento grande, temendo, come pur troppo ei si apponeva, che
ei fosse andato a porgerne avviso al duca di Firenze; e reputandosi
come giudicato, tutto commosso si portò a trovare Francesco, a cui con
molte lacrime, chiedendo perdono, aperse ogni particolare del caso.
Francesco, a sua posta turbato, dopo essere stato alquanto sopra di sè,
disse:
«Dal principio della congiura io giudicai che la fallita impresa
aveva ad essere la mia tomba, ma ad uomo cristiano non lice darsi la
morte; questo, che fu reputato eroico presso i gentili, condannano
gli evangeli sacrosanti; e per altra parte aborrisco gli strazi a
cui mi sottometteranno se mi pigliano; nè mi posso ripromettere che
la natura non ceda alla gran forza dei tormenti, donde verrebbe a
me infamia, altrui danno: arrogi che veruno crederà, se io non lo
affermi apertamente, la mia patria innocentissima della congiura, onde
questo mal falco di Cosimo ne caverà argomento di calunniarla presso
l'imperatore che il papa e tante ne dirà e tante ne inventerà che
non si rimarrà contento finchè non l'abbia ridotta in servitù, scopo
supremo che con tutti i nervi prosegue. Or dunque facciamo il viso
dell'arme alla fortuna avversa. Tu sai, o Cesare, come io di palazzo
non possa uscire, chè a me gonfaloniere lo vietano le leggi, e la notte
stieno chiuse le porte della città: però non posso tentare di salvarmi
con frutto, eccettochè verso l'un'ora notte e così alquanto prima che
tirino i chiavistelli e portino la chiave in palazzo: per la quale cosa
tu fa di trovarti a cavallo, con altro cavallo a vuoto per me; procura
che sieno buoni corridori ed abbiano balía per durare; e con lo aiuto
di Dio ci salveremo. La porta donde mi consiglio uscire fie quella
di S. Pietro; verrò _imbalacuccato_; e per segno, affinchè tu possa
riconoscermi, porterò o panno o piuma bianca al cappello. Or va' pei
fatti tuoi e non ti peritare; il peggiore dei mali è la paura, che a'
veri e non piccoli arroge i falsi sterminati.»
Rimasto solo, scrisse lunga e circostanziata lettera alla Signoria,
nella quale, dopo narrata la impresa cui disegnava condurre a
compimento, sè chiamò solo in colpa, veruno fin lì congiurato con lui,
perchè, essendo lontano da eseguirla, si era guardato da confidarsi
a persone che per tristizia o per levità di animo avessero potuto
tradirlo: e poichè sopra gli altri egli praticava coi fuoriusciti
sanesi, allettato dai piacevoli loro costumi e dalla dolce favella,
così gli correva l'obbligo, per isgravio di coscienza, dichiarare come
a veruno di essi avesse scoperto il concepito disegno: non recassero
loro molestia, chè sarebbe stata, facendolo, pretta perversità. Non
istessero a sbracciarsi in indagini a danno dei cittadini, i quali egli
intendeva cogliere alla sprovvista e strascinarli seco con la forza,
il terrore e la maraviglia. — Tutto ciò esponeva con efficacissime
parole ed affermava con solennissime proteste. Dopo questo, chiamato a
sè Giovambattista Umidi, che, come dicemmo, per anni e per esperienza
aveva credito capitale presso i fuoriusciti sanesi, gli confida il
caso in cui ei si versava e poi lo conforta a starsi di buono animo,
avendo procurato di scolpare lui ed i compagni suoi da ogni addebito:
a questo fine gli fece leggere la lettera che lasciava per la Signoria;
ed aggiunse consigli e norme in virtù dei quali egli ed i compagni suoi
potessero tirarsene fuori senza un pericolo al mondo.
Insomma l'egregio uomo fu visto affaticarsi smanioso perchè quanti si
accontarono con lui andassero immuni da ingiuria, sopprimendo ogni
traccia di congiura ed ogni indizio a carico dei cittadini: certo
intese a salvarsi, però con questa ragione, che, dove mai la fortuna
lo tradisse, il capo suo pagasse per tutti; onde il Cini nella vita
di Cosimo dei Medici, nel raccontare questo caso, oltraggia Francesco
perchè, «così scioccamente tardando e pensando a salvare più i Sanesi
che sè stesso, sè miseramente perdeva.» Bene stà, chè al servo del
tiranno le opere generose dell'uomo libero, quando non paiono delitti,
sono errori. L'Umidi, imbelle per indole, abbiosciato per la età,
alla ingrata notizia batte i denti; per amore di pochi giorni di vita,
ecco perde le cause del vivere e la fama; della mente cieco, tremando
per tutte le membra, si parte dal gonfaloniere e vassi difilato da
Bonaventura Barile cancelliere della Signoria e gli spiattella ogni
cosa, sè con le lacrime agli occhi affermando innocentissimo di ogni
trama. Che mai questa viltà partorisse or ora vedremo.
Approssimandosi al tramonto il giorno 26 agosto 1546, il Burlamacchi,
chiamato a sè Baccio Pierini, donzello preposto a custodire le chiavi
delle porte nella camera allato a quella dove dorme il gonfaloniere,
così gli disse: «Da' retta, Baccio, a quanto sono per dirti e bada di
non fallire; quando stasera sarai per serrare la porta di San Pietro,
fa di traccheggiarti alquanto più dell'ordinario, e quando vedrai
appressarsi per passare un uomo, turato non gl'impedire la uscita,
anzi anco al commissario della porta ordinerai da parte mia che lo
lasci andare oltre liberamente, imperciocchè si mandi fuora da noi per
cose che importano a noi ed ai segretarii nè manco tu e il commissario
curatevi conoscerlo, che tale è la volontà nostra: hai capito? —
Messere, sì, e sarà fatto.»
E Baccio veramente da fedele servitore adempì quanto gli era stato
comandato: andò di passo nell'ora assegnata alla porta, si trattenne
a ragionare col commissario della buona raccolta primaticcia, su
le speranze della serotina, e co' discorsi menava il can per l'aia;
all'ultimo affacciatosi alla porta, vide Cesare Benedini incavallato
con un altro cavallo a mano con le staffe incrociate su la sella;
onde sospettando ch'egli stesse alla porta per aspettare l'uomo del
gonfaloniere, gli disse aperto;
«O Cesare, state aspettando costì l'uomo che ha da mandare il
gonfaloniere?» A cui il Benedino rispose: «Per lo appunto, ma si
fa tardi, e lo aspettare mi tedia; pregovi in cortesia che inviate
subito subito un targetto dal magnifico per sollecitarlo a spedire
il messaggio, perchè qui a lungo con la porta aperta non possiamo
aspettare.»
«Giusto, gli è quello che diceva ancora io; io farò come avvisate.»
Per la quale cosa, chiamato ad alta voce il targetto Gattaiola, gli
ordinò andasse difilato al palazzo per dire al gonfaloniere che non
mettesse tempo tra mezzo a spedire il suo uomo. Qui dicono taluni
cronisti che il targetto prima di partirsi per fare la commissione
avvertisse il commissario a non lasciare che persona alcuna uscisse
fuora di città; non già che stesse in facultà sua dare siffatti
comandamenti, ma così volle il destino o piuttosto la provvidenza
per preservare dagli estremi mali la città; e si ravvisò inoltre il
dito di Dio in questo altro accidente, e fu, che il targetto non solo
diede l'ordine senza facoltà, ma lo diede alla rovescia; ed aggiungono
ancora che così pure intendesse Baccio; in siffatta guisa la raccontano
parecchi cronisti, ma a me queste cose paiono novelle.
Fatto stà che il gonfaloniere uscì di palazzo alle ventiquattro ed un
quarto, e sceso nel cortile, vi si fermò alquanto aspettando Ludovico
di Garzone Garzoni suo cugino, a cui poche ore prima aveva dato la
posta; e siccome costui indugiava, e ad esso premeva partirsi, gli
mandò un targetto per sollecitarlo; indi a breve essendo comparso
Ludovico, uscì insieme con lui dal cortile per la porta di dietro,
la quale egli aveva ordinato tenessero aperta a suo libito: su la
soglia egli licenziò i targetti che andavano seco, i quali costumavano
accompagnarlo ogni volta notte tempo recavasi a casa sua.
Ricavo dalle dichiarazioni fatte da Francesco nel suo processo come,
andando per via, egli per la prima volta significasse al cugino i suoi
disegni, il caso successo e la necessità di sottrarsi con la fuga
allo imminente castigo; dal quale proponimento il Garzoni si studiò
con ogni maniera persuasioni distorlo, ma egli come uomo deliberato
non gli diede retta, proseguendo sempre il suo cammino finchè, giunti
in prossimità della porta di San Pietro, egli tolse commiato da
lui, avviandosi solo verso quella tutto turato dentro una cappa, col
cappello chino sul volto. Costà giunto mentre domanda passare, glielo
vietano; il donzello Baccio cerca e non trova; insiste su l'ordine
trasmesso dal palazzo di lasciare libero il passo ad uomo che esca
imbacuccato, e rispondono di palazzo essere stato ricapitato loro
l'ordine opposto, vale a dire s'impedisse a tutta persona l'uscita:
messo così con le spalle al muro Francesco si diede a conoscere, ma non
approdò: allora, accortosi della sciagura, rifece i passi.
Comechè questo racconto noi caviamo dalla Cronaca manoscritta del
Civitali, non che dalle medesime confessioni di Francesco Burlamacchi,
assai di lieve si comprende com'egli sia monco ed alterato; invero
grave cosa è credere a tutta quella gaglioffaggine del donzello e del
targetto che intendono alla rovescia; ad ogni modo in caso ordinario
aríeno pur dovuto obbedire al gonfaloniere ora che se lo vedevano
lì dinanzi per farli capaci della diritta: parmi chiaro che ormai
al commissario della porta fossero giunti ordini terribili della
Signoria per impedire la fuga del Burlamacchi; che se non mandarono
rinforzo di gente per arrestarlo, forse lo si vuole attribuire a paura
di mettere il paese a soqquadro, ovvero alla perplessità nella quale
i governi cascano quante volte colpiti da vicende inopinate abbiano
a prendere provvisioni supreme; e dal modo in cui il Burlamacchi fa
entrare nel negozio il cugino Garzoni tu vedi aperto com'ei tiri a
salvarlo; e valga il vero, o che montava porre il Garzoni a cotesta
ora bruciata a cognizione della congiura? O che premeva al nostro
Francesco farsi accompagnare fin presso alla porta dal cugino? Temeva
forse smarrirsi? Ignorava le vie di Lucca il Burlamacchi lucchese? Di
palazzo imbacuccato certo non uscì; ciò avrebbe messo in suspicione
i targetti: per me la posta venne assegnata al Garzoni per dare ad
intendere ai targetti recarsi forse a cena in casa di lui e quindi non
avere mestieri di altra accompagnatura; e in casa del cugino certamente
andò od in altro più riposto luogo per mutare vesti e chiudersi nella
cappa. — Conobbe Francesco per le tante disdette come la fortuna
intendesse dargli l'ultimo crollo; onde senza sbigottirsi, accelerato
il passo, raggiunse il Garzoni, col quale si ridusse alle proprie
case, le quali tuttavia stanno in piedi a Lucca; nè sentendosi capaci
a deliberare in cotesto tumulto, mandarono per Pietro Burlamacchi
altro cugino di Francesco, che, venuto ed udito il caso, fu di avviso
si avesse a consultare Nicolaio suo fratello. Piacque il consiglio,
sicchè insieme uniti andarono a casa Nicolaio: colà, messa da parte
ogni intempestiva querimonia, esaminata sottilmente la bisogna, spedita
gente a speculare le mura e andatici eglino medesimi, con dolore
inestimabile conobbero chiusa alla fuga ogni via: per meno reo partito
confortaronlo a tornarsene in palazzo; di quanto fosse per succedergli
poi non si pigliasse soverchio pensiero, imperciocchè con le aderenze,
con le raccomandazioni e co' danari e' si facevano forti di levarlo
d'imbarazzo: poichè non si presentava meglio, necessità non dà scelta;
però, mentre ripiglia gli abiti civili a fine di recarsi al palazzo,
ecco arrivare in casa Girolamo di Spagna coadiutore di cancelleria a
significargli di presentarsi subito subito nel collegio degli anziani
per trattare di negozi di stato. E il Burlamacchi non frapponendo
indugio alla chiamata andò tosto e rinvenne gli anziani allibbiti
starsi accalcati attorno a Bonaventura Barili, che per la ventesima
volta ricantava loro quanto aveva partecipato a lui il vile Umidi.
La paura talvolta si appunta con la virtù per suscitare nell'uomo la
ferocia; e la Signoria di Lucca adesso era eroica di terrore: tremava
pensando che lei incolperebbero complice del Burlamacchi; proteste e
giuramenti non varrebbero a salvarla dal sospetto di reggere il sacco
al gonfaloniere; come poteva egli nascondersi sempre agli occhi suoi?
Se essa non complice, connivente almeno; e chi tale regge non merita
reggere; forse non andrebbe immune da pena; ad ogni modo quelli gli
ultimi giorni della Repubblica insidiata da Cosimo, in uggia allo
imperatore. In cotesto amore di patria si mescevano il pensiero dei
gravi balzelli che si tira sempre dietro il principato, la perduta
autorità e le pungenti subiezioni dello schiavo; se ci era via di
scampo, questa, non altra: dimostrare con atti atroci animo rigido
contro il Burlamacchi, imperciocchè non sarebbe stato verosimile che
i complici di lui volessero fare a fidanza sopra la sua sofferenza nè
avessero a temere che nelle smanie del dolore non rivelasse la verità:
certo la storia rammenta parecchi uomini e talune donne capaci di
siffatto eroismo; ma per ordinario sopra le sublimi virtù, anzi divine,
non si fa capitale; nè disposto a ciò egli od altri credeva: bisognava
altresì che gli strazi comparissero a prova reali, onde Cosimo non
ne cavasse argomento di malignare che l'erano lustre, epperò movesse
istanza affinchè a lui lo consegnassero, chè egli avrebbe saputo
spremergli sangue e verità. In questa sentenza concorrevano i più,
come quelli che procedevano sinceri; taluno no, i quali pur troppo si
trovavano con Francesco indettati, e nondimanco, per rimovere da loro
ogni indizio, ora si mostrano più arrabbiati degli altri; non pietà gli
si usi, non rispetto; tanto maggiore sia l'asprezza quanto più grande
la fiducia: qual mestieri processo? A che interrogatori e difese? Col
frenello alla bocca si conduca sotto la forca e impicchisi.
Tu pensa, lettore, qual tremito nei muscoli patissero costoro; come
per poco non si sfiancasse nei lor petti il cuore quando mesto sì, ma
tranquillo si presentò dinanzi ad essi il Burlamacchi. Egli prevenne
ogni disonesta ricerca; chiesto ed ottenuto silenzio, a parte a parte
tutta la trama narrò ponendo diligentissima cura nello affermare sè
solo colpevole, non avere compagni, anzi averli aborriti perchè fosse
tutta sua la gloria della impresa: e parve bene dei magnanimi antichi
quando affermò tutto piacergli nel suo tentativo, l'animo, il fine,
la stessa morte; rincrescergli, e Dio sa quanto! se dovesse dalla non
riuscita averne danno o molestia la sua povera patria.
Coloro che col Burlamacchi non avevano mai consentito nè consentivano
adesso, ammirarono la costanza e la generosità dell'uomo; gli altri
non ammirarono nulla e, vie più temendo ch'egli mutasse di proposito,
instavano perchè della capitale e meritata pena senza indugio si
multasse; ma i primi prevalevano dicendo: Adagio ai ma' passi, e
posto il dito giusto sopra la piaga replicavano: Il subitaneo castigo
parrebbe vendetta, non giustizia, e peggio ancora gli avversari nostri
non senza ragione sospetterebbero: lo hanno morto perchè non parli,
sendo tutti tinti della medesima pece. Così mareggiando in diversi
pareri produssero la veglia fino alle sei della mattina; allora,
sentendosi rifiniti dalla fatica e dalla commozione, deliberarono
andare a riposarsi, non però prima di aver preso tutte le cautele
affinchè il Burlamacchi, fuggendo, non portasse via il più potente
documento della propria innocenza, la vita di lui: ormai avevano
compreso tutti come il miglior mezzo di scolparsi fosse levare le mani
tinte nel suo sangue gridando: «_Non è colpa in noi_!»
Pertanto gli anziani consegnarono il Burlamacchi a Sforza mazziero
perchè lo conducesse nelle stanze del gonfaloniere e quivi lo guardasse
a vista in compagnia di due targetti; se gli fuggisse, pena la vita.
Prima cura di Francesco ricondotto nelle sue stanze fu cercare la
lettera che innanzi la sua uscita di palazzo aveva scritto alla
Signoria e trovatala bruciò: rovistato quindi e frugato ogni cosa,
quanto gli occorse che potesse indurre remoto sospetto distrusse;
assicuratosi che veruno documento avrebbe detto più o diverso da quello
che avrebbe voluto confessare egli, dettò la dichiarazione la quale
per me sarà riportata nel seguente capitolo; poi adagiatosi sul letto,
dormì. Ma non dormirono gli anziani, stanchi invero, ma fieramente
agitati da passioni diverse; però prima assai dell'ora in cui eransi
data la posta convennero in palazzo; la paura non ha palpebre. Innanzi
tratto ognuno portava nuova provvista di odio contro il Burlamacchi,
cagione che il quieto loro vivere adesso si trovasse esposto a cimento,
quindi suprema cura di tutti porlo in sicuro: per la quale cosa,
radunato il consiglio maggiore, misero a partito, che fu vinto con
tutte le fave, dal palazzo si trasportasse Francesco Burlamacchi nella
torre con buonissima guardia, la quale lo custodisse a vista giorno e
notte perchè non pure ei non fuggisse, che questo credevano difficile,
ma nè anco potesse darsi la morte. A tale uffizio preposero Iacopo
Lioni mazziere, dandogli certo numero di targetti che di due ore in
due ore mutassero, e così vispi sempre lo tenessero d'occhio; ancora
fecero espresso comandamento al mazziere che non pigliasse da casa sua
nè da altri cosa alcuna così al vivere come al vestire necessaria, chè
tutto aríeno provvisto gl'illustrissimi anziani. Di più costituirono
Alberto Capparoni maestro di casa della Signoria alla custodia della
torre, dandogliene la chiave, e lo stesso Burlamacchi consegnandogli
per istrumento pubblico: il Capparoni accettò l'ufficio, o perchè non
potesse fare a meno, o perchè piace a cui sta sotto saltare quando
capita sul collo ai superiori, sia pure carceriere o carnefice; però ci
pose per patto che gli fornissero gente da poterle rilevare, sicchè la
squisita vigilanza non venisse mai a languire.
I padri, consultato il negozio con più maturo consiglio, trovarono
sempre maggiore argomento di spaventarsi: pareva loro impossibile
che, correndo tempi pieni di mutazioni e vivendo uomini per natura
e per abito sospettosi, si piegassero a credere Lucca incolpevole,
anzi affatto inconscia della trama del suo gonfaloniere: se il papa
o se l'imperatore pigliavano in odio la Repubblica, questa poteva
apparecchiarsi a fare il suo testamento; e presso entrambi doppia
l'accusa, epperò più difficile la difesa: al papa sarebbe premuto più
la eresia, meno la ribellione, allo imperatore viceversa; la batteva
tra la corda e la mannaia: quindi non è a dirsi se cotesti padri
sentissero salirsi il freddo su per le ossa. Più che tutto tremavano
di Cosimo duca di Firenze, genio malo; per istinto tigre, per potenza
gatto; Tiberio nano, pure, non potendo sbranare, rodeva; e questa
sua facoltà esercitava quotidianamente ai danni di Siena e di Lucca:
a Siena rôse pur troppo: parricida, incestuoso, di eretici amico
e ausiliatore, e nonostante questo ligio ai pontefici, zelatore di
religiose susperstizioni e traditore del Carnesecchi. In tanto estremo
loro non sovvenne lì su due piedi più sicuro consiglio oltre quello di
mandare subito oratori ai principi italiani per giustificare la città e
tenerseli bene edificati, sicchè tosto ne spedirono a Napoli, a Roma,
a Genova, a Ferrara, a Bologna ed a Mantova: più solenne ambasceria
fecero allo imperatore, nè trascurarono il concilio di Trento,
presso cui ebbero difensore interessato sì ma efficace il cardinale
Guidiccioni. Però sopra gli altri premeva Cosimo; onde statuirono
spedirgli il più astuto dei loro cancellieri, e tale giudicarono che
fosse Gherando Macarini: ancora mandarono significando ai cittadini
lucchesi i quali o per ragione di mercatura o per vaghezza ovvero
per ufficio si trovavano sparsi pel mondo che, per quanto avessero
cara la patria e la grazia del senato, attestassero presso principi
e repubbliche della innocenza della repubblica nello attentato del
Burlamacchi; così i Lucchesi studiavano purgarsi dalla partecipazione
del gesto generoso con la solerzia che il reo mette a scolparsi del
delitto. I Lucchesi eseguirono il comando del senato con amore, se
con frutto non so; fecero quello che i nostri diarii fanno, però
gratuitamente, la quale cosa i nostri moderni diarii non fanno.
Il cancelliere Macarini, giunto alla presenza di Cosimo, con prolisso
discorso gli espose lo accaduto; il quale dopo ch'egli ebbe udito
con singolare pazienza, rispose: «Lo sapeva; la è stata una follia,
una cosa da non darsene pensiero: non ci ha mestieri sforzo di fede
per andare persuasi che i Signori lucchesi, così compassati, usi a
non movere passo senza il pegno in mano, volessero ficcarsi giù a
scavezzacollo in siffatto selcieto. Cancelliere, non istate a spendere
più altre parole, voi predichereste ai convertiti.»
Al cancelliere Macarini venne tanto di cuore vedendo come agevolmente
fosse riuscito nella sua commissione; e quasi stava per giudicare
Cosimo migliore della sua fama, accorto sì, ma giusto principe, quando
questi sempre con voce blanda soggiunse:
«Però, cancelliere dolcissimo, voi comprenderete di leggieri col vostro
savio intendimento che, come io, non tutti la crederanno secondochè voi
la contate e com'è; però il meglio sarebbe che voi consegnaste a me il
Burlamacchi, ond'io facessi fabbricare il suo processo qui in Firenze
dai miei giudici; così veruno dubiterebbe che io ne avessi spremuto il
vero, e vi so dire ch'io lo so spillare.»
«La non pare proposta che cammini bene in gambe, imperciocchè ogni
stato vada giustamente geloso della sua giurisdizione, e la Signoria
Vostra Serenissima è qui per insegnarmelo», riprese il Lucchese
mascagno.
«Certo questo non si può negare, ma nei casi straordinari è mestieri
regolarci come possiamo, non come vogliamo.»
«Però io non mi persuado perchè altri deva diffidare della lealtà della
Repubblica, molto più che noi circonderemo questo processo di tali è
tante cautele da appagare i più sospettosi.»
«Ed io pure adopererei come proponete voi: anzi io non mi oppongo a che
i giudici sieno tanti e tanti; cioè mezzi lucchesi e mezzi fiorentini.»
«Serenissimo, non sono i giudici quelli che mettono in pensiero,
bensì la tortura, l'eculeo e gli altri tormenti di cui voi siete in
abbondanza fornito.»
«Forse ne vanno sprovvisti i vostri?»
«No, ma voi sapete che tutto sta nello adoperarli.»
«Or bene io mi obbligo, per fede a rendervelo vivo.»
«Serenissimo, rispose il Macarini guardandolo dentro gli occhi,
nell'attimo che precede la morte l'uomo non è vivo?»
«Voi, ben me ne accorgo, a verun patto consentite consegnarmi il vostro
gonfaloniere. Volete sapere che cosa ne dirà l'universale? Dirà che
voi repugnate a lasciarvelo scappare di mano per paura ch'egli confessi
cose le quali palesino la ribellione di cotesta vostra repubblica alla
maestà dell'impero ed alla dottrina di santa madre Chiesa.»
«Serenissimo, per quanto mi è dato conoscere, io vi assicuro diversa
affatto la causa per cui i Signori rifuggono dal commettere in balía
vostra la vita di Francesco Burlamacchi.»
«E quale dunque? Parlate.»
«Per obbedienza al comandamento della Serenità Vostra io parlerò:
penso, e, così dicendo, se non imbrocco, rasento il vero, che i
miei Signori temano che voi per forza di tormenti facciate dire al
Burlamacchi non quello ch'è vero, bensì quello che gioverebbe al vostro
fine di disservire la Repubblica presso l'imperatore e il pontefice.
Per altra parte a me fa difetto la commissione per negoziare simile
faccenda: piacciavi, se così vi talenta, indirizzarvi alla Signoria.»
E Cosimo, che non si dava agevolmente per vinto, quindi a breve spedi
suo oratore alla Repubblica messere Agnolo Niccolini, uomo sagace,
devotissimo a lui, onde aguzzasse il suo ingegno per farglielo avere.
Il panno mostrava troppo la corda, sicchè da un lato cresceva la
tenacità a negarle alla stregua che dall'altro diventava più intensa la
smania di volerlo. Parole molte, anzi infinite, scaltrimenti sottili
e scherma da disgradarne i più scaltriti negoziatori, profferte
e carezze, tutto riuscì invano: oltre alle ragioni già riferite,
il Niccolini allegava come veruno meglio del duca fosse impegnato
a scoprire proprio come la fosse ita la faccenda; e veruno essere
provveduto meglio di lui degli arnesi adattati a questo. Lucca, luogo
oltre ogni credere male acconcio a formare il processo; imperciocchè,
messa da parte qualunque complicità dal lato dei concittadini e dei
parenti del Burlamacchi, egli era naturale almeno che i congiunti,
gli amici ed i clienti della sua casa e suoi di ogni pruno facessero
siepe per arruffare le prove e sottrarlo al castigo: si lasciassero
servire. Ma i Lucchesi, che non si volevano lasciare servire, volendosi
salvare dall'ardente molestia, altro scampo non trovarono che dirgli:
il fatto del Burlamacchi come attentatorio alla maestà dello impero
doversi denunziare a cesare, il quale nel suo consiglio ordinerebbe
quello che avessero a fare. — Cosimo sentì la botta; rise sottile,
nè potendo pararla, risposo: «Giusto! Anco a lui pareva così: non si
potevano i Signori riporre in migliori mani di quelle di cesare»; e
volse raddoppiati i suoi conati in corte dello imperatore per avere il
Burlamacchi, argomento per lui di terrore e arnese buono ad allargargli
il principato.