CAPITOLO VI.

I moderati del 1859 erigono al Burlamacchi una statua, ma

non ne dettano la vita, e perchè. — Concetto del Burlamacchi

repubblicano e avverso al potere temporale. — Sua prudenza ed

arti adoperate a procacciarsi compagni nella impresa. Sebastiano

Carletti chi fosse; prima operaio nel fondaco Burlamacchi, poi

soldato sopra le galere di Lione Strozzi; viene a Lucca, va a

Marsiglia per tirare lo Strozzi nella congiura. — Cesare Benedino

è messo a parte della impresa: chi fosse; come lo adoperasse

il Burlamacchi, che lo tratta più largamente di quello che la

Repubblica fiorentina non trattasse il Machiavelli. — Generosità

del Burlamacchi. — Gli Strozzi e l'indole loro; Bastiano Carletti

va a Marsiglia per conferire col priore; non ce lo trovando,

lo raggiunge a Parigi. — Ragioni diverse delle congiure. —

Bastiano va in Iscozia ed in Inghilterra col priore, e succede

una sosta alla congiura: gesti del priore costà. — Favorito

da Francesco I, ma poco accetto ad Enrico II, e perchè. — Lo

pospone nel comando dell'armata ad altro capitano meno degno;

non per questo si ribella, come il Doria, e perchè. — Lione

Strozzi, priore di Capua come il padre suo Filippo, si giudica

fosse ateo. — Il Carletto, tornato a Lucca, ferma una posta fra

Lione Strozzi e Francesco Burlamacchi a Lucca; ma Lione balena;

pure va a Venezia per aspettarlo. — Il Burlamacchi è eletto

commissario delle milizie di montagna: quando queste milizie

venissero instituite: reputazione di questo ufficio e vantaggi

che porge ai disegni del Burlamacchi. — Va a mettere pace tra

San Quirico e Castelvecchio, ma è pretesto; messa da banda la

pace, schizza a Bologna: quivi lasciato il servo, va a Ferrara,

dove conferisce co' riformati; poi s'incammina a Venezia dopo

avere da capo lasciato il servo Bati a Francolino, ma poi ce lo

raggiunge; motivi presunti onde così costumasse il Burlamacchi. —

Quello che avvenisse a Venezia secondo che depose con giuramento

in giudizio Bartolomeo da Pontito detto il Bati. — Differenza di

forma e d'ingegno fra il Burlamacchi e lo Strozzi. — Conferenza

fra questi due. — Il Burlamacchi espone a parte a parte l'ordine

della congiura e il modo di riuscirvi: Lione approva, ma piglia

tempo per la esecuzione della impresa; pericoli e vantaggi dello

aspettare, e per converso dello affrettarsi. — Il Burlamacchi

torna a Lucca, dove attende a confermare gli amici ed a crescere

il numero dei suoi seguaci: esce degli anziani; subito dopo lo

eleggono gonfaloniere con universale soddisfazione. — Manda più

volte il Benedino a Venezia sotto pretesto di comprare tinte, per

sollecitare lo Strozzi, che gingilla senza prendere nè lasciare.

Per le cose fin qui discorse abbiamo fatto manifeste le cause e gli

argomenti sopra i quali faceva capitale Francesco Burlamacchi per

condurre a buon fine la disegnata impresa; onde ora si accorgeranno

i lettori quanto ella fosse audacemente pensata e come potesse essere

con ottimo consiglio eseguita. Adesso la iscrizione lapidaria corrosa

dagli anni e dal malvolere degli uomini alterata è restituita nella

sua prima lezione, sicchè ogni uomo può leggerla pel suo verso. Coloro

che governarono la Toscana nel 1859 e negli anni seguenti eressero al

Burlamacchi una statua; aríeno adoperato meglio se taluno fra essi

ne avesse dettato la vita per rivendicarlo dalle infamie di storici

venali; poi dopo, se pur volevano, inalzargli la statua; ma questa

altri, non essi scolpirono, altri non essi pagarono, mentre la vita

è mestieri concepire e dettare con la propria virtù. Ancora, senza

odio come senza dispetto, è chiaro com'essi intendessero onorarsi

coll'onorare un magnanimo che volle l'Italia nostra potente e sgombra

dagli stranieri, nè s'ingannarono; ma io pongo pegno che se ne

sarebbero rimasti se avessero o creduto o saputo che Francesco nostro

in questo era fermo, che verun reggimento si confacesse alla Italia

dal repubblicano in fuori, e noi non avremmo salute mai se prima

la nequissima potestà temporale dei sacerdoti non fosse per sempre

abolita. A cotesti tempi siffatta sentenza correva fra gl'Italiani con

la dignità di assioma: la insegnarono con gli scritti il Machiavello,

e il Guicciardino; dopo trecento e qualche anno la sapienza dei padri

diventò errore, lo ingegno follia, e ciò in grazia dei pleclari ingegni

che la età nostra rendono lieta, anzi immortale.

Vuolsi sopratutto ammirare nel Burlamacchi la prudenza; imperciocchè

fin dove gli bastarono le forze, e glielo consentì la materia, egli non

si servisse di anima viva; i discorsi che teneva alle brigate intorno

alle austere gioie della libertà, al godimento che l'uomo sente in

sè nel sagrificarsi per la patria, ed alla fama perpetua che prosegue

gl'incliti gesti miravano a questo: se dal consenso ardente, e se dal

fiammeggiare dello sguardo di taluno degli uditori, poteva comprendere

che lo avesse acceso di affetto pari al suo, cercava accontarsi con

quello, e scrutatolo fino dentro alle ossa, se lo provava quale se

l'era promesso, lo metteva a parte della impresa: per ciò non si pensi

che i suoi disegni palesasse interi, bensì quanto bastava a rovinare

lui, non già la impresa e molto meno gli aderenti suoi. — Uno di quelli

a cui fu mestieri aprirsi intero fu Sebastiano Carletti calzaiuolo, il

quale da prima fu operaio nella bottega dei Burlamacchi e poi militò

sopra le galere di Lione Strozzi priore di Capua, e tuttavia militava:

dove avendo mostrato intendimento buono e valore non ordinario, era

venuto in grazia del priore; da cui essendo sorto con la sua armata

nel porto di Marsiglia per istanziarvi alcun tempo, ottenne il congedo

di recarsi a Lucca: qui giunto, il Burlamacchi co' suoi trovati lo

sperimentò, ed avendolo rinvenuto al caso oltre la speranza, deliberava

scoprirsi a lui, e così fece. Bastiano, come quello a cui le ingiurie

patite dal suo capitano più assai delle proprie cocevano, intendendo

come la burrasca doveva innanzi tratto scaricarsi in Toscana e quivi

schiantare la mala pianta della tirannide medicea, non è a dire se

confermasse ne' suoi concetti il Burlamacchi, al quale si profferse di

tornarsene tosto a Marsiglia per tenerne proposito col priore; a cui,

egli affermava, non sarebbe parso vero di operare cosa che a un punto

giovasse alla patria ed alla sua antica sete di vendetta soddisfacesse,

o, come si dice, di pigliare due colombi ad una fava.

L'altra persona alla quale il Burlamacchi si scoperse fu Cesare

Benedino da Pietrasanta, che, dopo avere esercitato un tempo

onorevolmente la milizia, pose stanza in Lucca, dove con molta lode e

non poco profitto attendeva a tingere sete così greggie come lavorate;

il quale mestiere in cotesta città, stante il grande commercio

serico che vi si faceva, non era mica giudicato vile, all'opposto di

altissimo rilievo; ed essendo egli uomo bravo, e per la molta gente

che teneva a salario non meno che per l'amorevolezza sua verso gli

operai, assai lo seguitavano. Questo il Burlamacchi o con lettere da

bruciarsi appena lette o con messaggi verbali spediva ora a Pisa,

ora a Pescia o a Pistola, sovente a Firenze ed anco a Bologna e in

altre parti di Lombardia: perchè quantunque il Benedino disagiato

non fosse dei beni di fortuna, tuttavia il Burlamacchi non consentì

mai che egli ci rimettesse del suo, e dai ricordi del tempo ricaviamo

che ora di due e tale altra di tre scudi lo rimborsasse per le spese

fatte nei frequenti viaggi, e così con maggiore larghezza di quella

che la repubblica fiorentina costumasse con Nicolò Machiavello, al

quale, sebbene inviato per suo oratore publico, pure ella lasciava

penuriare per tre lire o quattro. Abbiamo altrove accennato, e qui

ripetiamo, che il Burlamacchi, se non tracollò affatto, molto nocque

alla sua sostanza a cagione delle molte spese incontrate a sostenere

il suo disegno; e ciò serva di esempio ai nostri padri della patria,

i quali non moverieno per la sua salute un dito, se prima non vengano

assicurati di guadagnarsi il dieci per cento almeno. Chi fossero gli

Strozzi e quali la indole e lo intento loro dicemmo: mutati i tempi,

epperò mutati non già gli affetti, bensì i modi di significarli, di

Strozzi adesso vediamo pieno Firenze; zelatori di tirannide sotto

il velame di libertà a patto di essere eglino stessi tiranni o, se

tanto non lice, tiranni almeno di seconda mano per perseguitare, ma

sopratutto per arraffare. Sventura grande pel Burlamacchi ch'egli

avesse o reputasse avere mestieri di loro! Bastiano pertanto rompendo

gl'indugi fu spedito a Marsiglia per conferire col priore e persuaderlo

a volere mettersi dentro alla impresa coll'opera, col consiglio e co'

danari: caso mai quegli assentisse, gliene porgesse avviso col mezzo

di lettera la quale, fingendo versarsi intorno a negozi mercantili,

così gli annunziasse: non posso tirarmi indietro da confessare il mio

debito verso la vostra ragione, il quale somma a cento ducati, che mi

obbligo satisfarvi insieme con gl'interessi dovuti a seconda che voi

giudicherete onesto, mano a mano che mi capiterà un buono avviamento

di poterlo fare. Però Bastiano comechè usasse diligenza, non trovava

il priore a Marsiglia per essere egli partito per Parigi; colà lo

raggiunse, ed appena lo ebbe tastato, trovò il terreno sollo per modo

che non solo la vanga ci sarebbe entrata ma il manico; per la quale

cosa avvisò, il Burlamacchi nella guisa fra loro concertata, onde

questi aspettava il Carletti a gloria per precipitare il negozio,

avendo egli considerato come delle congiure quelle che mirano a

spegnere il tiranno o colui che si reputa tale riescano sempre, quante

volte l'omicida non confidi il suo disegno ad anima viva e loco aspetti

e tempo a vibrare il colpo: tuttavia se conseguono la strage dell'uomo

aborrito, sovente l'uccisore rimane spento, nè da quel sangue germoglia

sempre la libertà o perchè, accadendo il caso alla sprovvista, gli

animi dei cittadini non si ordinarono ad approfittarsene, o perchè più

spesso che non si pensa al tramonto della tirannide non segui l'aurora

della libertà; le altre congiure poi (e non le laudabili) le quali si

propongono a scopo mutare il governo per necessità bisogna palesare a

molti, e ciò talvolta nuoce, tale altra no o poco: nuoce se la congiura

deve condursi per sorpresa e quando la universalità dei cittadini

ci repugni ovvero ci vada di male gambe; non nuoce o poco quando la

imminente rivoluzione venga come sequela d'interessi che hanno mestieri

di mutare, però che allora corra veracissima la sentenza la quale dice

delle rivoluzioni succedere sempre quelle che sono presagite.

Però il ritorno di Bastiano non fu sì presto come avrebbe voluto, e la

cosa desiderava, imperciocchè se ne andasse col priore in Iscozia e in

Inghilterra per mandato del re di Francia Enrico II, dove condusse a

buon fine parecchie onorate imprese, fra le quali quella di espugnare

il castello di Santo Andrea, e presivi gli omicidi del vescovo di

Santo Andrea, tutti mise senza misericordia a morte. Di Scozia navigò

su le coste di Francia per sovvenire alla fortuna di Bologna marittima

che pericolava per lo assedio messoci dagl'Inglesi. Siffatto ritardo

riuscì funesto ai disegni del Burlamacchi, perchè cotesto anno andò

perduto, ed egli facesse capitale grandissimo del malcontento dei

popoli a cagione della penuria del grano, di cui era stato infelice

il raccolto in Toscana: sopra gli altri poi ne arrovellavano i Pisani

un po' per la ruggine antica e più perchè il governo per provvedere

Firenze aveva portato via da Pisa quanto grano trovava lasciandola

nella estrema miseria; così si arrivò al nuovo raccolto, e la occasione

andò perduta, nè dall'oceano Leone e il Carletti tornarono prima del

decembre. Ignoro, e poco m'importa cercarne la ragione vera; fatto stà

che il priore dopo cotesta impresa venne in iscrezio col re di Francia;

gli scrittori del tempo affermano senz'altro come Lione Strozzi andasse

meglio a genio di Francesco I perchè grave, circospetto, a moversi

lento, tardo a parole, e Piero Strozzi garbasse di più ad Enrico,

come quello che procedeva avventato, di mano pronto e di detti troppo

più; taluno aggiunge che il re gli fece torto conferendo l'ufficio di

capitano supremo del mare ad altra persona la quale non era reputata

capace nè manco a reggergli il bacile quando si levava la barba; però

lo lodano per essersi comportato in cotesto frangente con maggiore

lealtà di Andrea Doria, perocchè non si ribellasse al suo re nè in

veruna altra guisa gli nocesse, la quale cosa troppo bene egli avrebbe

potuto fare sia pigliandogli alla sprovvista Marsiglia ovvero altra

città di Provenza, sia rubandogli parte delle galere od anco legandosi

coi corsari di Barberia per disertare le coste di Francia; mentre

egli all'opposto, tolte seco due sole galere che erano sue, se n'andò

a Malta per servire la cristianità contro i nemici della fede. Vero

è però ch'egli lasciava la famiglia e la sostanza sue in Francia, nè

possedeva forza di galee quanto il Doria da dargli balía di combattere

solo; e per ultimo non era dietro il canto un imperatore il quale

avesse fatto le larghe profferte che Carlo V fece al Doria; prima di

attribuire un gesto alla virtuosa volontà dell'uomo tu scruta arguto

quanta forza ebbe su lui la rancorosa impotenza. Gli antichi scrittori

ci narrano altresì certa particolarità del suo ingegno la quale merita

essere da noi notata, ed è, che egli sentisse meno che dirittamente

delle cose di religione, non mica a modo dei luterani, bensì secondo

la dottrina di suo padre Filippo, il quale apparteneva alla setta di

coloro che l'anima col corpo morta fanno.

Il Carletto di ritorno a Lucca si ristrinse col Burlamacchi, a cui

disse da parte del priore che se a Francesco parea mille ore, a lui

sembrava mille anni di mettere le mani in pasta per vendicare il sangue

del padre; però desiderava udire dalla sua bocca a parte, a parte

tutta la trama per poterla poi sovvenire con piena conoscenza di causa:

quanto prima si sarebbe recato a Venezia; quivi gli darebbe la posta

per conferire strettamente insieme. Per questo messaggio levato a nuove

speranze il Burlamacchi più volte mandò il Carletto a sollecitare il

priore, parendogli trovarsi su la brace; ma il priore, o sia che stesse

ad uccellare gli eventi o sia che in vista non trascurasse verun filo

per dipanare la matassa ed in sostanza lo estimasse partito disperato,

non ci andava di buone gambe; pure alla fine gli mandò a dire che nello

aprile lo avrebbe aspettato a sua posta a Venezia.

La fortuna, la quale si diletta a tirar su la gente per precipitarla

da maggiore altezza, adesso favorisce il Burlamacchi appianandogli

la via a farlo eleggere commissario delle milizie di montagna, le

quali non furono punto ordinate in questa occasione, siccome presume

il Leo nella storia degli Stati Italiani, bensì vennero instituite

fino dal maggio del 1541. Questo ufficio conferiva al Burlamacchi

molta autorità, e maggiore egli divisava pigliarsene; oltre questo

vantaggio, egli ne traeva un altro forse più utile del primo, ed era

stare, andare, inframmettersi nelle faccende altrui e farsi grazioso

senza nè anco destare ombra di sospetto negli avversari suoi, però

che il cittadino o buono o reo potrà piuttosto procedere innanzi al

sole senza ombra che nella sua città senza emuli; nè egli era uomo

da lasciarsi cascare di mano la occasione, anzi acciuffandola subito

pei capelli, udendo come gli uomini di San Quirico avessero screzio

con quelli di Castelvecchio, si palesò disposto a recarsi costà

approfittandosi del senso di mansuetudine che ispira nell'animo di

ogni cristiano la ricordanza della passione del Redentore, affinchè,

messi giù gli odii e gli sdegni, si dessero la pace: di ciò molto i

cittadini lo commendarono, molto più ch'egli per amor di Gesù Cristo

renunziava a fare la Pasqua a casa in mezzo alla famiglia, ch'era

il suo cuore, per la quale cosa, avuto a sè Bartolomeo da Pontito

soprannominato il Bati, o che egli fosse suo ordinario famiglio o che

di lui si servisse quando andava attorno per negozi, lo condusse seco,

e ciò fu il giorno del giovedì santo. A vero dire, non sembra ch'egli

a procurare la pace si sbracciasse troppo, e s'intende, imperciocchè

se le pratiche attecchivano, gli era mestieri trattenersi per condurle

a conchiusione, e la sua mossa a San Quirico doveva essere pretesto,

non fine de' suoi disegni: arrivato la mattina traccheggia fino a sera

per adunare il Comune, il quale raccolto egli arringò come uomo cui non

pareva vero lasciare il suo uditorio più incaponito di prima: questo

poi gli venne agevolmente fatto, tirando la natura dei Lucchesi anzi

che no al cocciuto; onde, dopo averlo ascoltato, con parlare succinto

gli notificarono che se li magnifici Signori comandavano la pace,

essi comechè ne fossero vaghi quanto il cane delle mazze, pure come

figliuoli di obbedienza arieno chinato il capo; dove poi gli avessero

lasciati liberi, allora preferivano perdere vacca e moglie, pecore

e figliuoli piuttostochè porre giù l'odio contro i Castelvecchiesi.

Ottenuta questa risposta, ebbe a sè il famiglio ordinandogli mettere in

sesto le cavalcature. «O non sarebbe meglio, notava il Bati, che noi ci

fermassimo fino tutto domani per tentare nuove vie di conciliazione? io

ne ho visto rabberciare ai miei dì delle più scassinate di queste.» No,

no, risposegli il Burlamacchi, con cotesta gente gli è lo stesso che

camminare per rena; io li trovo tuttavia acerbi; lasciamoli maturare un

altro micolino al sole.

Montati a cavallo, il Bati, che precedeva Francesco, si volse dal lato

di Lucca, pur pensando avere a tornarsene a casa, ma il Burlamacchi,

fermato per un braccio il famiglio, gli susurrò nell'orecchio: «Non è

costinci che tu hai a passare» «O, signore, da dove avremo a passare,

noi? Da questa in fuori io non ci conosco altra via.» «Per Lucca,

sì, ma tu hai da ire a Bologna.» «A Bologna?» «Sì, e forse un poco

più in su: tanto a casa a fare la Pasqua non mi aspettano, ed io mi

sono deliberato di recarmi fino a Ferrara per passarmela con la mia

sorella.» E il Bati a lui: «Andiamo pure nel nome di Dio.» Misersi

pertanto senza indugio in cammino e furono il venerdì sera a Vergato;

il sabbato mattina desinarono al Sasso, dove chiamato a sè il Bati

gli disse; «Santi Bati, a me occorre essere ad ogni modo stasera in

Ferrara. Fa' una cosa: tu verrai a bell'agio; procurami intanto una

cavalcatura fresca, chè io m'ingegnerò di mandare a compimento il mio

desiderio.» E come disse fece: perchè così sollecito e prima del Bati

intendesse arrivare a Ferrara non è ben chiaro, tuttavia si comprende

che egli precorresse il famiglio per conferire co' riformati di

Ferrara fuori della presenza, anzi senza la saputa di lui; imperciocchè

bisognasse camminare guardinghi, non già perchè allora i professanti

le dottrine luterane corressero pericolo in Ferrara o ne corressero

troppo, ma sì perchè veruno pigliasse sospetto del fatto loro. Di

vero Bati, che la notte precedente aveva pernottato in San Piero a

Casale, quando la mattina di Pasqua giunto in Ferrara se recò a cercare

Francesco nella casa del cognato di lui Giovambattista Lamberti,

trovò che si n'erano iti a messa, dov'egli pure andando, ritrovollo

in chiesa: di ritorno a casa assai lietamente desinarono, insieme

trattenendosi in ragionamenti di negozi, massime sete; però il Bati

tenne per fermo che fra due giorni, al più tre, arieno insieme ripreso

il cammino verso casa; e s'ingannava, che Francesco, mentr'egli stava

per mettersi in letto, nel dargli la buona notte, alzato il dito così

gli favellò: «Bati, prima che sia giorno procura di trovarti in piè e

di andare per una carretta la quale ci conduca con meno disagio e con

più prestezza che sia possibile a Francolino. — A Francolino? disse

Bati, e che andremo noi a pescare fino costassù? — Ci si lavorano

sete, e ti so dire delle buone; il mio cognato non può allontanarsi dal

fondaco; e siccome facciamo a mezzo, vado per lui a vedere se ci sia

verso d'incettare i bozzoli.»

E via a Francolino: arrivano, smontano allo albergo, dove Francesco

lascia Bati e se ne va fuori in traccia, com'ei diceva, di setaioli

e marruffini; nè stette molto che, tornato a casa tutto cruccioso,

imprecava la sua mala ventura, la quale non gli faceva trovare le

persone desiderate da lui, come quelle che si erano condotte al mercato

di Venezia, conchiudendo così: «Ormai che mi trovo dentro, non mi fie

grave di spingermi fin là al ballo; che ne di' Bati? Già come si va

a Roma per Ravenna, così si può arrivare a Lucca per Venezia; andiamo

pure.»

Montati in barca, vogando di lena il martedì dopo Pasqua scesero a

Chioggia, dove Francesco, senza perdere tempo, noleggiata una gondola,

saltò in quella ordinando: «A Venezia, e di voga arrancata, chè non

mancherà la mancia.» E a Bati che del pari stava per buttarsi giù

disse: «No, tu statti e vientene a bell'agio su qualche barca di

pescatori. — Ma dove vi troverò io? — Va franco, io farò in modo di

trovare te; non dubitare.» E sì dicendo si partì da lui. Adoperando in

questa guisa parmi manifesto che il Burlamacchi studiasse di tenere

celate le sue pratiche al famiglio, onde non mettere, in caso di

sinistro, a repentaglio tanti Lucchesi co' quali aveva a conferire,

per avventura noti al Bati; ed in fatti, quando le cose volsero al

peggio, egli non ressa alla paura della corda, però, interrogato

appena, svesciava quanto aveva in corpo forse con qualche giunterella

di suo, sicchè ne andavano a cagione delle sue accuse per le rotte,

oltre a Bastiano Carletti, Giuliano Marescalco e ser Nicolò Vanni;

degli altri non seppe indicare il nome, nonostante, avvertendo essere

di quelli che, sotto colore di pellegrinaggio alla Santa Casa di

Loreto, si era spinto fino a Venezia. Bati narra che egli arrivò a

Venezia il giorno dopo su le diciannove ore, non sapendo a qual santo

votarsi, quando di un tratto gli fu addosso Francesco alle colonne di

San Marco dicendogli: «Qui ti aspettava.» Ordinatogli poi gli tenesse

dietro, fecero ricapito nella casa del gondoliero che aveva menato

Francesco, e quivi ebbero buona stanza, buon letto e meglio cena. Che

tramestasse durante il giorno il suo padrone, il Bati non seppe dire,

e la notte nè manco; solo ricordava che la notte precedente al dì

della loro partenza, dopo avere cenato in casa all'ospite insieme a

Bastiano Carletti, questi uscì fuori e passato qualche tratto di tempo

tornò dicendo a Francesco che potevano andare; per la quale cosa se

ne partirono, però innanzi di passare la soglia Francesco voltatosi

addietro lo avvertiva: «Rimanti qui ad aspettarmi, chè tanto fuori di

te non ci sarà bisogno.» Rimasto solo, egli si addormentò appoggiando

il capo sopra la tavola su la quale aveva cenato: verso mezzanotte gli

ruppero il sonno dalla testa due uomini che entrarono nella stanza,

uno dei quali teneva un lume in mano; lo riconobbe tosto pel Carletti;

l'altro era Francesco, che torbo in sembiante gli disse: «Tu hai

fatto un sonno; or va a finirlo a letto.» E Bastiano, messo in casa

Francesco, si partì da lui senz'altre parole che con un _buona notte_.

Noi sappiamo per filo e per segno ciò che il Burlamacchi in cotesta

notte disse e fece, non a modo dei tragedi e dei novellieri, bensì di

certa scienza, ricavandolo nella massima parte dai suoi interrogatorii.

Francesco Burlamacchi e il priore Lione Strozzi in luogo appartato

incontraronsi per concertarsi sul modo di mandare a compimento il

disegno dal primo proposto al secondo. Era il Burlamacchi di membra

ottimamente formato, ma scarso anzichè no, tuttavolta destro e

pazientissimo alla fatica; sbarbato, rasi i capelli, nelle vesti

semplice; arguto nel volto, arguto nel dire, parlava lento, preciso

come uomo che dimostri un teorema di matematica; l'altro all'opposto,

di lato petto e di potenti spalle, barbuto e chiomato; nella faccia,

pel collo e per le mani di quel colore di rame che il sole ardente e

l'esalazioni saline partecipano ai marinari; breve il dire e concitato

come uomo assueto al comando; facile alla ira, gagliardo sì ma

soverchio nelle manifestazioni della sua gagliardia: insomma il primo

dava più che non prometteva, alla rovescia il secondo; perchè quanto si

sparnazza nella esagerazione si sottrae alla sostanza delle cose.

Pertanto il Burlamacchi gli espose il suo concetto essere liberare la

Italia da' suoi trenta tiranni e dal tiranno peggiore di tutti gli

altri posti in mazzo, il papa; non mica in odio al cattolicesimo da

lui aborrito, ma che per ciò non intendeva perseguitare, vincendosi

la coscienza degli uomini per via di persuasione, non già con la

soperchieria. In lui agitarsi unico il senso di carità patria; mentre

due erano certo i furori che spingevano l'animo del prode priore, amor

di patria e il grido del sangue paterno tuttavia invendicato. Sopra una

cosa però bisognava andar chiari, la quale consisteva in questo, che

egli non avrebbe dato nè ricevuto aiuto per istituire una monarchia;

l'Italia nata per le repubbliche, vuoi democratiche, vuoi oligarchiche

o vuoi aristocratiche, difettose tutte, non però quanto la monarchia, e

quelle per vizio di uomini piuttostochè per vizio d'instituto, questa

per vizio d'instituto anzichè di uomo, essendo cosa veramente lesiva

alla dignità della cittadinanza consegnare cuore e cervello in mano

ad una dinastia di padre in figlio _per omnia sæcula sæculorum amen_,

nel concetto che se uno è buono, l'altro a prova sarà trovato meglio:

chè se la monarchia vorrai ridurre a temperata, ella si assottiglierà

a giungere per via di corruzione là dove trova ostacolo per arrivare

con la violenza, ed è peggio perchè questa ti cresce l'odio e coll'odio

ti mantiene la facoltà di possibile vendetta, mentre quella ti castra

come un pecoro, che lecca la mano a cui gli taglia la gola; onde

delle due tirannidi, cioè la netta e l'annacquata, la rigida e la

mansueta, scegli quella tutta di un pezzo; imperciocchè nelle tirannidi

violenta, spento il tiranno, le più volte ti rivendichi in libertà,

nelle astute, se ammazzi il tiranno, sopravvive la servitù. Repugnare

poi alla composizione di una sola e grande repubblica in Italia come

quella che, divisa e durata per secoli con istituti, voglie, intenti,

commerci, in fine con tutto quanto forma la trama del vivere civile se

non contrario, almeno diversissimo, non si sarebbe potuto ordinare in

modo uniforme: secondo lui, avrebbe dovuto costituirsi in federazione

di repubbliche, debole stato in vero, di faccia ai potentissimi che si

erano formati o stavano per formarsi a canto alla Italia, dove non si

fosse rinvenuto un ordine di governo il quale, lasciando alle singole

repubbliche facoltà e modo di reggersi liberissime su certi conti, per

altri poi le stringesse in vincolo siffattamente poderoso che dentro

paressero molte e fuori una sola; nè lo ingegno italiano comparire fin

lì impoverito tanto da non sapere immaginare di simili arti di stato.

— Lione, ch'era prete, anzi frate, dacchè l'ordine dei cavalieri di

Rodi, al quale egli come priore di Capua apparteneva, si considerasse

monastico, rispose che quanto a papa ei se ne curava come della prima

palla che gli passò vicino al naso; lo lasciasse con ambedue le potestà

spirituale e temporale, ovvero gliele togliesse, a lui non premere

nulla: rispetto al governo da darsi all'Italia pensava non dipendere da

loro, nè per ora potere presagire come sarebbero rimaste le faccende

e lo stato degli animi adatti a sostenere un reggimento piuttostochè

un altro: sembrargli strana la fantasia di taluni che si professano

sviscerati della libertà e poi anticipatamente fermano tra loro la

forma di governo che intendono impartire al popolo; e non capiscono

che libertà costretta e tirannide sopportata arieggiano così che paiono

sorelle nate ad un parto: quanto a lui però repubblica o monarchia, una

sola repubblica ovvero parecchie non premergli affatto; questo altro

poi importargli, vendicare il sangue del padre e costituire l'Italia

in istato da sostenere l'urto di Francia e di Lamagna: avrebbe inteso

volentieri come questo si potesse conseguire e qual parte ci avesse

egli a pigliare.

Allora Francesco Burlamacchi peculiarmente gli favellò dello stato non

pure d'Italia, bensì della Europa con assai più di acconciatezza che

io non abbia saputo fare in questo libro, di che assai si maravigliò

il priore, conoscendo a prova quale e quanta fosse la sagacia di

lui; e poichè, concordando nei generali su quello che gli era andato

esponendo, desiderò conoscere nei particolari il modo di ridurre in

atto il disegno, quegli rispose: — «Anco qui l'obietto è doppio, in

casa e fuori; in casa penso io ad appiccare fuoco alla girandola,

fuori dovete pensare voi prima, ed un poco io. Il modo di riuscire in

casa, uditelo, è questo: voi avete a sapere come io sia Commissario

delle Ordinanze delle battaglie di Montagna; quantunque io abbia dalla

primissima età esercitato in patria con diligenza ed amore parecchie

magistrature, altra mira io non ebbi eccetto quella d'impadronirmi

di cotesto arnese; nè mi fu avversa la fortuna, chè Giovambattista

Boccella anziano e comandante generale, avendomi messo fede, tolse

sopra di sè di farne la proposta in consiglio e spuntarla, come di

vero accadde. Creato commissario, mi applicai con tutti i nervi a

prevalere su gli altri e mercè di non piccolo sforzo ne venni a capo,

imperciocchè a loro preme buscare la paga e scansare la fatica; però

io governo a mio talento a un bel circa sei mila soldati, buona e

cappata gente; a Borgo a Mozzano ne stanziano 1400; al ponte a Moriano

200, altrettanti a Colle e al Ponte di San Pietro; altre altrove. Ora

Lucca nella massima parte è disposta a seguirmi; all'altra parte non

manca volontà ma coraggio; ma forse anco la prima, se non riesco, mi si

volterà contro: le sono cose note, la fortuna lega e scioglie. Amici

fidati si accontano meco per tutta Italia, precipuamente a Pescia,

Pistoia, Prato, Barga e Pisa: nè mancano a Firenze: i fuorusciti

Sanesi non hanno mestieri eccitamenti, pure io mi studio a fare sì che

non assonnino, tenendoli sempre agitati fra la speranza e il timore;

taccio di Perugia, di Bologna e, che più? di Roma. Il mio disegno

semplicissimo è questo: sul finire di aprile o sul principio di maggio,

e così mentre il malcontento dei popoli dura a cagione della carestia

del grano, la quale non può essere anco lenita dalla nuova raccolta,

sotto pretesto di rassegna mi riconsiglio radunare tutte le ordinanze

sul prato grande che giace fra le mura di Lucca e Sant'Anna, pigliarne

il comando e indirizzarlo dove io intendo.....» Qui lo interruppe

Lione dicendo: «Ma, se non erro, i commissari di queste ordinanze sono

parecchi: o come potrete voi comandarle tutte?»

«Veramente sono tre, ed havvi eziandio il comandante maggiore Boccella

ch'io vi ho detto: ma ciò non rileva; già vi affermai ed ora vi ripeto

che gli altri commissari assai deferiscono a me, pure ciò metto da

parte; io procurerò che le ordinanze tardino a venire, sicchè la

rassegna non si faccia che la sera verso il calare del sole; poi tanto

le tratterrò sul prato che, venuta l'ora del chiudere le porte, gli

altri commissari, smaniosi di tornarsene a casa per cavare la moglie di

pena, se ne vadano pei fatti loro e mi lascino solo.»

«Bene sta, soggiunse Lione; ma come vi ripromettete che vi seguitino le

ordinanze? Le poneste a parte del disegno, ovvero lo ignorano?»

«Ignari tutti, e non vi ha alcuno che non lo sappia; conosco gli animi

e le voglie loro, essi i miei, senza parlare c'intendemmo; taluno poi

dei caporali saprà quanto occorre a suo tempo: per ora giova che sia

così. Ad ogni modo, scesa la notte, io darò loro ad intendere, ed essi

ci crederanno o fingeranno crederci, di condurli alla mia villa di

Santa Maria in Colle, ma intanto che saremo in cammino mi farò arrivare

un cavallaro della Signoria apportatore di lettere che comandino ai

commissari andarsene subito subito con tutte le milizie a guardare i

confini a cagione di minacciate scorrerie dei soldati del duca Cosimo

dal lato di Pisa: a questo modo confido condurre la gente senza intoppo

di sorte sul monte San Giuliano, al tutto sprovvisto di presidio;

potrei passare anco da Ripafratta, anch'ella indifesa; tuttavia qualche

soldato a guardia ci hanno pure messo, ed io intendo arrivare a Pisa

inaspettato: nondimanco avrei eziandio provveduto che il colonnello di

Camaiore con la sua ordinanza si aprossimasse al monte Quiesa, e quinci

costà a monte prendesse la via di Pisa per farci la massa della gente

onde volgermi grosso a Firenze quanto più mi verrebbe fatto.»

«A Pisa voi non potrete giungere che a notte avanzata: come farete a

penetrarvi? forse come Arato vi provvederete di scale?»

«Non ce ne ha mestieri, avendo io notato come a Pisa non si costumi

a modo di Lucca, voglio dire che le chiavi delle porte si consegnino

tutte le sere alla Signoria, e fino alla mattina a giorno non si

aprono: costà si lasciano le chiavi in mano ai gabellieri, i quali,

quando arriva qualche gentiluomo in posta e chiede essere intromesso,

gli aprono senza difficoltà. A voi, uomo uso agli sbaragli, mi passo

dire il restante; i gabellieri non resistono, andiamo oltre; si

oppongono, disperdonsi; scorrendo la città si chiama il popolo col

vetusto grido che fece e confido farà palpitare Pisa come se fosse

tutta di carne ed avesse un cuore: — Popolo, popolo e libertà! — Non

sorgerà inaspettato, io ve lo giuro, nè desterà verun Pisano dal sonno,

chè tutti lo attenderanno a gloria....

« — E la cittadella?

« — Alla cittadella, rispose il Burlamacchi abbassando la voce,

adesso[21] è preposto Vicenzio del Poggio di nazione lucchese e

mio devoto; dove mai ne fosse rimosso, poco preme, scarsissimo è il

presidio, e il nostro moto deve subito dilatarsi a mo' di polvere

cacciata dal vento pei campi aperti; lasciativi in questo caso un

trecento soldati dattorno, con gli altri mi avaccerò per Firenze, dove

spero entrare senza colpo ferire perchè il duca preso alla sprovvista

si troverà povero di partiti, la gente levata a smania di libertà,

il tiranno traballante in casa, fuori minacciato di essere chiuso dal

contado in arme, i nemici sul collo e armati di ferro e di furore, gli

amici lontani; se mai gli metteremo le mani addosso....

« — Lo consegnerete a me....?

« — Lo consegneremo a voi. —

« — Ma e noi come potremo sovvenire la impresa?

« — In molte maniere: primieramente apparecchiando le vostre galere e

sorgendo con gente da sbarco la foce dell'Arno per gettarla a terra al

primo annunzio del successo rivolgimento: anco potreste levar gente

in Pontremoli e in Garfagnana, e di questa pigliare il comando lo

strenuissimo messer Piero; io procurerò gli si aggiungessero le bande

della montagna di Pistoia, ed anco gli cedo di grato animo il comando

delle mie. — Mi hanno altresì informato che messer Ieronimo Pepoli, il

quale adesso milita come capitano generale dei Veneziani, uomo di molto

seguito su la montagna bolognese, potrebbe tornarci di grandissimo

sussidio dove noi sapessimo tirarlo dalla nostra.»

« — A questo non bisogna pensare nè manco», rispose acerbo Lione,

sicchè il Burlamacchi, senza poterne penetrare le cause, si accorse che

aveva messo un dito dove gli doleva; però riprese:

«Un'armata francese in qualche porto del Sienese sarebbe la mano di

Dio....

« — Dei Francesi non bisogna fare capitale; essi non si movono mai se

pure non abbiano il guadagno in mano o il malanno sul collo.»

« — Pazienza, faremo da noi: però importa che voi mi forniate di

danaro; non troppo, ma pure non soverchio per me che ho da spartire

con cinque fratelli e fin qui ho speso sempre del mio: basterà un

quattordici o un quindicimila ducati.»

« — Questi non mancheranno, ma per voi quale premio vi serbate?»

« — Io? La coscienza di fare opera buona in pro' della patria e della

libertà: la fama che mai non si scompagna dalle onorate imprese,

sia che la fortuna le avversi, o discorde da sè le secondi.» E

alzati gli occhi, gli ficcò in quelli di Lione; entrambi gli sguardi

s'incontrarono così vibrati che, se fossero stati ferri, avrieno

mandato faville.

« — Messere Francesco, Dio vi aiuti come siete un'anima romana per

miracolo rimasta sopra la terra: or ditemi e quando avvisereste di

mettere mano alla impresa?»

« — Più presto che faremo, e più avremo venture a pro' nostro. Vi

toccai della diffalta dei grani, la quale, oltre al malcontento che

genera nei popoli, impedisce si approvvisionino le piazze; e poi

corriamo un'altro pericolo, ed è che siccome i cittadini si succedono

nella nostra repubblica agli uffici con vicenda brevissima, così

io posso sortire anziano per due mesi ed allora cesso di esercitare

durante cotesto tempo il commessariato delle milizie, chè i due carichi

vietasi cumulare; ancora, senza presumere soverchio di me, potrebbe

accadere che mi eleggessero gonfaloniere, chè allora lo stroppio si

faria maggiore, avvegnachè al supremo magistrato non sia concesso

finchè dura in carica uscire di palazzo: non vi assicuro che ciò

non avvenga, ma questo allora non accade senza pericolo e sempre con

difficoltà grandissima. Degli altri pericoli non tocco: quanto a me

ormai ho messo a repentaglio la vita, ma voi prudente conoscete quanto

sia funesto protrarre di simile ragione imprese: a maggio fioriscono le

rose, a maggio torni a germogliare la libertà della patria.»

A Lione parve, e veramente era, troppo breve il tempo, conciossiachè

fosse di mestieri apparecchiare i danari, che si prevedeva non dovere

essere pochi, avendosi, oltre quelli domandati dal Burlamacchi, a

provvedere per le galee del priore, per le bande che avrebbe messo

insieme, per le armi, per le munizioni e per le altre necessità tutte

che si tirano dietro faccende di tal sorte. Non potere egli fratello

cadetto imbarcare casa sua in ventura tanto zarosa, senza prima farne

motto a Piero, il quale per essere maggiore, e per altri rispetti

bisognava consultare.

Più che tutto poi gli faceva forza il pensiero che adesso non si

verificasse il dettato che il pericolo sta nello indugio; perchè ormai

l'elettore di Sassonia essendo vicino ad ingaggiare battaglia con Carlo

imperatore, per quanto era dato supporre, lo avrebbe vinto, conducendo

egli, secondochè porgeva la fama, niente meno che ottantamila fanti

e diecimila cavalli: se questo presagio si avverava, a parere suo si

sarebbe di molto agevolata la impresa e vinta quasi a man salva. Al

contrario il Burlamacchi osservava: «Io per me credo all'opposto, e, se

non vi tedia, vi chiarisco in breve delle ragioni della mia sentenza:

delle due cose l'una, o lo imperatore vince, ovvero perde: se vince,

di siffatto negozio non è più a parlarne; neppure se perde, non per

questo andrà in pezzi lo impero e molto meno casa d'Austria; subentrerà

alla guerra grossa la guerra varia, moltiplice, minuta, nella quale i

soldati italiani, massime ausiliari, non saranno adatti nè desiderati;

però i superstiti torneranno in Italia, dove, comechè stremati,

pure si troveranno bastanti a presidiare le città che adesso ne sono

sprovviste; onde a noi la impresa riuscirà più difficile e certo non

senza molto sangue, che adesso si potrebbe risparmiare.»

Lione se rimanesse o no persuaso ignoriamo, questo altro sappiamo,

ch'egli confermò lì su due piedi mancargli denari e le altre

provvisioni di cui già aveva toccato: il Burlamacchi tornasse a Lucca

a studiare il buono esito del movimento; dall'altra parte egli Lione

non si sarebbe rimasto di affaticarsi notte e giorno perchè ogni

cosa andasse presto e bene. Su questo lasciaronsi dopo reiterate

salutazioni ed augurii buoni. Lione rimase maravigliato della virtù

e della sagacia dell'uomo, dicendo poi che ad emulare ed anco vincere

gli antichi personaggi a lui non era mancato che la fortuna. Tornato

a Lucca senza dare ombra della sua andata a Venezia, con la consueta

cautela gli antichi amici confermò, altri si mise intorno a cercarne,

non solo in Lucca, bensì fuori nelle città toscane, massime a Firenze;

se non che, mentre si affatica nel suo intento, ecco la fortuna

tirare lui repugnante in su per farlo cascare di più alto; quello che

presagiva avvenne; pel luglio e per lo agosto del 1546 fu tratto dei

Signori e indi a breve, morto prima di entrare in ufficio Baldassare

Montecatino, con universale soddisfazione lo elessero gonfaloniere:

pareva che questo ufficio dovesse agevolargli il disegno, ed invece fu

causa della sua ruina; e in breve dirò il come. Intanto, considerando

com'egli solo non potesse fare e che chi ha tempo non aspetti tempo,

con lettere e con messaggi serpentava Lione a Venezia a battere il

ferro caldo: non essere mestieri tanti ammanimenti, chè il danno dello

indugio non compensava il vantaggio delle forze maggiori, le quali si

avrieno potuto raccogliere; e perchè qualcheduno gli stesse d'intorno

a non lasciarlo assonnare, ci mandò Cesare Benedino dandogli una

cambiale tratta sopra Lione di scudi centocinquanta, che gli venne

senza eccezione debitamente estinta: al suo ritorno interrogato che

cosa fosse ito a fare a Venezia e perchè tanto ci si fosse trattenuto,

rispose essere andato per provviste di tinte, di cui è copia in cotesto

mercato per venirci da tutte le parti di levante. Però anche questi

nuovi eccitamenti non approdarono a nulla, dacchè il priore, o per

volontà propria o per commissione altrui, girava nel manico, ponendo

innanzi per procrastinare ora questo ed ora quell'altro pretesto.

Vita di Francesco Burlamacchi · 第 13 / 30 题