CAPITOLO VIII.

Lucchesi, paurosi che il caso del Burlamacchi possa danneggiarli,

fanno profferte vilissime a cesare. — Due volte mandansi oratori

ai principi per tenerseli bene edificati. — Manoscritto originale

del processo si conserva negli archivi di Lucca. — Quali le

aderenze del Burlamacchi nelle città toscane. — Corrispondenze

co' Sanesi quali. — Sua virtù a scolpare l'Umidi, che pure lo

aveva tradito. — Confessa lui essere buono cattolico, e non

ci si crede. — Testimonianze soppresse ed ora restituite. — E

messo al tormento, altezza di animo dimostrata da lui in cotesto

frangente. — Scrive allo imperatore ed al gonfaloniere di Lucca:

della prima lettera non trovammo traccia; forse conservasi negli

archivi di Vienna; pure se ne conosce il contenuto e si dichiara:

si riporta la lettera del Burlamacchi al gonfaloniere. — Che cosa

egli e gli Strozzi intendessero fare di Cosimo duca di Firenze.

— Torturato da capo. — Smanie di Cosimo per avere nelle mani il

Burlamacchi. — Lettera del duca Cosimo in corte allo imperatore

per ottenere il suo intento. — Ferrante Gonzaga governatore di

Milano manda un commissario imperiale per rinnovare gli esami del

Burlamacchi. — Martoriato di capo: da sè spogliasi e si adatta

alla corda. — Minacciato della prova del fuoco, da cui per pietà

il commissario si rimane. — Terminato il processo, il commissario

torna a Milano con due istanze contrarie: il duca voleva il

Burlamacchi, e la Repubblica non glielo voleva dare. — Richiesto

a Milano: squisite diligenze per custodirlo e perchè: si consegna

con pubblico contratto: è messo in prigione onesta, ma dopo

pochi giorni condannato a morte. — Tentativi degli amici e dei

parenti del Burlamacchi per liberarlo. — Il Gonzaga dà buone

parole; memoriali allo imperatore. — Andrea Doria raccomanda il

Burlamacchi allo imperatore. — Per salvare Francesco, spendono

in corte i parenti più di 36m. ff. — La moglie del Burlamacchi,

la madre e l'amica di Cosimo pregano costui per la salvezza di

Francesco, e risposta del duca. — Tentasi la fuga: disdetta onde

non potè avere luogo: se vero o verosimile il caso. — Compagni

di prigionia; chi fosse il marchese Giulio Cibo Malaspina. —

Vengono per la tirannide le vendemmie di sangue: quali le cause

che mossero cesare a incrudelire, e tra queste le principali.

— Ultimi particolari della vita di Francesco Burlamacchi. — Sua

sepoltura; potrebbero rinvenirsene le ossa. — Sebastiano Carletti

si salva. — Fine miserabile di Cesare Benedino decapitato 14 anni

dopo la congiura. — Commiato dello Autore.

Affannosi per paura, i Lucchesi mediante autorevoli oratori

significavano a cesare avere incominciato gli esami del Burlamacchi;

essere parso per maggiore solennità spediente aggiungere agli ordinari

auditori di Rota diciotto cittadini dei primi non che il magistrato dei

segretari; però, qualora egli temesse di parzialità per lo accusato,

confessarsi paratissimi tutti a consegnarglielo, a patto però che in

qualche città imperiale e da giudici suoi si esaminasse, ma in balía

del duca Cosimo per cosa al mondo non si commettesse: ovvero, se meglio

gli talentasse, ponesse un suo commissario a capo del tribunale di

Lucca. Dagli oratori spediti ai principi non ricevendo confortanti

novelle, spedirono altri personaggi di maggiore autorità presso i

medesimi e presso altri stati per propiziarsene i principi; di questi

ricorda il nome la Cronaca manoscritta di Nicola Tucci, ed io qui li

scrivo: il dottore Cesare Nobili andò al duca di Ferrara, Vincenzo

suo fratello alla città di Bologna; il dottore Bernardino dei Medici

al duca di Mantova; presso il pontefice furono deputati tre, Vincenzo

Parensi dottore, Francesco Cenami e il cardinale Guidiccioni vescovo

di Lucca; presso i legati apostolici e gli ambasciatori dei principi

concorsi al concilio di Trento il vescovo dei Nobili.

Intanto erano incominciati gli esami; questo processo si conserva

a Lucca nello archivio di stato, e fu impresso nella monografia

del Minutoli comechè con parecchie lacune: da questo ricaviamo come

Francesco Burlamacchi, toccati gli evangeli, si obbligò con giuramento

di confessare la verità senza mestieri torture; quello ch'ei disse

nella massima parte fu da noi riferito nel precedente capitolo;

non complici rivelò non compagni, eccetto il Benedino e il Carletto

impossibile a celarsi; nel secondo interrogatorio, oltre Bastiano,

denunciò Giovambattista Carletti; interrogato perchè nel suo primo

esame lo avesse taciuto rispose: «Per dargli tempo a mettersi in

salvo.» Incentivo alla impresa la continua lettura delle vite di

Plutarco, massime dei quattro incliti capitani Timoleone, Pelopida,

Dione ed Arato, i quali con pochissima gente avevano operato grandi

cose: su questi pensieri essere rimasto sei mesi e forse un anno senza

aprirsi con persona: non si pente del concepito disegno, sfortunato

sì, non ingeneroso; solo gli dorrebbe d'ineffabile amarezza se dovesse

recare nocumento alla carissima patria ed ai cittadini diletti:

disse ignorare la causa per la quale gli fu contesa l'uscita; non

incolparne persona; tale ravvisa essere stata la volontà di Dio. E

tale favellò il magnanimo per non lasciarsi dietro una maledetta

traccia di rancori e di vendette; poco mostrò calergli la morte;

anzi, mancata la impresa, rincrescergli la vita; ben premergli

la fama e questa sperare si sarebbe mantenuta perenne fra i pochi

gentili presso cui fortuna non vale virtù. — Certo avere di lunga mano

disposta la materia acquistandosi da per tutto aderenze e cercando

ogni via di mettersi in grazia alla gente non solo di Lucca ma fuori,

massime nelle città toscane; così in Pisa, pigliando occasione dal

sequestro di non so quali bestie e di taluni contadini, rinnovò col

provveditore dei Capponi l'amicizia antica durata fra le due case;

essersi reso benevolo a Pescia il capitano Bastiano Galeotti col

pregarlo di tenergli al fonte battesimale un suo figliuolo, ed indi

in poi coltivato con lui buona amistanza. In Barga noverare amici

sviscerati Cristoforo Merighi e il fratel suo, come quelli che in

grazia di lui erano stati richiamati dal bando e mercè ampissimo

indulto rimessi a casa; se però togli simili offici di amicizia,

onde ei riputandoli amorevoli, confidava che in caso di bisogno gli

avrebbero fatto spalla o almeno non abbandonato; nè anco per ombra aver

loro fatto subodorare il concepito disegno. Immaginava che i quattro

gentiluomini sanesi rilegati a Lucca gli dovessero essere parziali sul

fondamento che vivendo essi fuoriusciti di patria, non sarebbe loro

parso vero di ritornarci per via onorata; però con messere Antonio

Vecchi avere favellato una volta sola e di novelle del tutto aliene al

suo concetto. Col cavaliere de' Landucci parlò due volte, una a San

Gemignano, l'altra in palazzo, ed in ambedue gli tenne proposito di

questa sua opinione dimostrandogli quanto buona e santa cosa sarebbe

se la riuscisse; al che egli rispose: «Qui sta il punto.» Egli,

per fargli toccare con mano come con minori forze maggiori imprese

fossero tentate e compite, gli mandò il Plutarco raccomandandogli

leggesse le vite dei quattro magnanimi quivi segnate; se non che il

Landucci alcuni giorni dopo gli rese il libro dicendogli ch'ell'erano

fantasticherie cotesti racconti buoni per farsi a veglia; egli avergli

maladettamente in uggia. Al Sergardi ne tenne proposito due volte o

tre ma su le generali, come sarebbe a dire; che divina impresa sarebbe

unire la Toscana in uno stato solo, nella quale ognuno dovrebbe

chiamarsi contento di mettere la roba e la vita; a cui il Sergardi

rispose sempre: «Pur troppo, ma i tempi correre ormai contrari a simili

disegni.»

Fu interrogato su l'Umidi, lo indegno uomo che per viltà rese male

per bene, e al Burlamacchi per sicuro avrà sussultato fieramente il

cuore nel vederselo comparire davanti; ma che sarebbe virtù se non

vincesse queste prove? Francesco, senza pur mirarlo in faccia, onde il

suo sguardo, malgrado lui, non lo avvilisse, e badando a non alterare

la voce, confessò sul conto suo nè più nè meno di quello che depose

intorno al cavaliere dei Landucci; vo' dire com'egli fosse non pure

alieno, ma schernitore del disegno immaginato da lui; depose altresì

essere buono e fedele cattolico, non avere mancato di confessarsi e

comunicarsi cotesto anno a Ferrara; e questo avere fatto costantemente

negli anni scorsi.

Ciò non era vero quanto al sentirsi buon cattolico, circa all'essersi

confessato e comunicato può darsi, ma l'erano lustre per parere;

ed a questo proposito parmi importante a sapersi come un Tomeo

Maniscalco testimone interrogato intorno alla fede del Burlamacchi così

rispondesse: «dixe che un giorno vidde il ditto Francesco passeggiare

in una chiesa con frate per dui hore in circa, et li parava che

ragionassero dei lutherani e non sa di che ordine fusse quel frate,

ma che era vestito di nero per quello che si ricorda.» Di ciò non

occorre traccia negli atti del processo mandati fuori per le stampe dal

Minutoli, come pure della risposta data dal Bati allo interrogatorio

se sapesse il suo padrone essersi confessato a Ferrara: «dixe non

saperlo»: però i Cronisti manoscritti Tucci, Penintesi Dalli ed altri

parecchi difendono a spada tratta il Burlamacchi dall'accusa di eresia;

l'affannosa difesa somministra il più veemente indizio della colpa;

poichè in cotesti tempi in Italia era colpa e meritevole di morte

non professarsi cattolico apostolico romano. — Questo suo primo esame

conchiuse affermando che la sua impresa, se la non si fosse scoperta,

sarebbe riuscita per fermo, ed a giudizio suo oggi lo crede più che

mai.

Fin qui sembra che non adoperassero tortura; a questa ricorsero il

primo di settembre: in quel dì egli confermò le cose già dette, altre

ne aggiunse le quali riferimmo nel capitolo antecedente; negò risoluto

aver complici; interrogato se unendosi agli Strozzi avesse concepito

qualche convegno di spartirsi con esso loro la Toscana, risoluto

risponde: «No mai, era mio intento metterla in libertà e conservarla

con la buona voluntà del popolo, e esso disegnava vivere da cittadino

privato.»

Apporta inestimabile contentezza all'animo del lettore contristato da

tanti esempi di odierna viltà la bella natura di Francesco, che, di

nulla pensoso tranne della cara patria, a cui teme riuscire troppo

molesto, si studia purgarla da ogni sospetto di connivenza con lui,

sicchè in mezzo ai tormenti attesta: «solo di questo avere assicurato

il priore di Capua, che, quando si fosse venuto al menar delle mani,

la città di Lucca era necessitata favorire la impresa con armi e con

denari, perchè non si saria potuta giustificare che senza il consenso

suo si fosse mostro un tale accidente.»

Restituito in carcere, chiese ed ottenne dai padri facultà di scrivere;

al quale scopo gli furono concessi due fogli, dove vergò due lettere

una per Carlo V imperatore e l'altra pel gonfaloniere e gli anziani:

della prima non occorre nei nostri archivi vestigio nè vi si può

trovare, perchè fu lettera segreta e diretta allo imperatore: tuttavia

ci è dato argomentare che cosa contenesse; imperciocchè, interrogato

nel 3 settembre dagli esaminatori sul tenore della medesima, rispose

che dove gli fosse riuscito il disegno di unire insieme la Toscana,

egli si sarebbe condotto, ovvero avrebbe o mandato o scritto a S.

M. lo imperatore per pregarlo di venire dalle parti di qua e vedere

di mettere un po' a sesto le faccende della Chiesa, riformandola dai

molti abusi che ci sono e riducendola ad uniformità di opinioni; il che

_poteva riuscirgli con levarle l'entrate lassandole godere a quelli che

l'havevano adesso, e doppo la morte loro l'applicasse o al pubblico o

a sovventione di poveri segondo che li fusse parso meglio, che questo

harebbe contentato gli Alemanni e riduttoli alla obbedientia sua, li

quali non desideravano altro. Et che lo harebbe essortato a pigliare

la via di Roma e con lo aiuto di detti Alemanni e della Toschana a

farsi imperatore di Roma, parendogli sia male si domandi imperatore

dei Romani e che non li comandi; e che questo gli sarebbe facilmente

riuscito con soprascritto aiuto e con avere lì vicino il reame di

Napoli e della parte in Roma._

Di leggieri si comprende che coteste erano girandole per ingrazianirsi

lo imperatore, e a noi sembra per lo manco strano che con essi si

augurasse il Burlamacchi di agguindolarlo, molto più che quegli aveva

voce o noce di essere maliziato più di volpe vecchia; ma anco delle

volpi se ne piglia, e vedremo che cotesto partito inefficace affatto

non fu; forse se altri casi non cospiravano a danno del Burlamacchi,

aveva salva la vita[23]. Se però non ci fu dato rintracciare la lettera

del Burlamacchi allo imperatore, che forse non sarebbe difficile

rinvenire negli archivi di Vienna, miglior ventura ci toccò di quella

mandata al gonfaloniere, la quale, come cosa di molta rarità, qui offro

stampata al lettore:

«MOLTO MAGNIFICO SIGNORE GONFALONIERE.

«Io ho desiderato havere modo di scrivere per la causa che VS. vederà,

et questo è per potere scrivere una lettera a S. M., la quale ho

scritto e sarà con questa, e il modo che avesse a tornare in benefitio

grande di quella non l'haveo conferita a persona, ma me l'haveo

serbata in me, pensando che, avendo effetto la impresa, tutto havesse

a riuscire, nè mi è parso dirla alli signori giudici di Rota e altri

cittadini; et quando la Signoria Vostra et i secretari la vorranno

udire, non li dispiacerà. Et il mandare questa lettera a S. M. non mi

pare che possi tornare in danno alla città, anzi utile, e mandarla per

mezzo di Niccolò Burlamacchi, che potrà farci andare Gherardo in poste,

e anco havesse questa spesa siando stato lui et Pietro causa che sin

qui so che non mancherà di sopportarla, et anco parendo potrem mandarla

per dui vie, uno per via ordinaria e l'altro per via di Svizzeri e

di Agusta; che non potendo andare da S. M. quelli nostri amici di là

non mancheran fare di ottenere chi vi andasse, e a SV. quanto posso

mi raccomando, e come dissi a tutti con contento, ho che, havendovi

tutti per amici e parenti alcuni, so che del mal mio ne havete tutti

dispiacere quanto io. Et a Dio piaccia di tenere VS. in sua buona

guardia.»

_Di VS. Serv._

FRANCESCO BURLAMACCHI.

In parte questa lettera corre senza sintassi; ma con lui che aveva le

braccia slogate dalla tortura e temeva peggio non si vuole procedere

troppo difficili. Questo a me, sembra che si palesi chiaro come il

Burlamacchi, secondo la opinione di quanti Italiani ebbero fior di

senno, pensò come la Italia non potesse avere salute mai dove il

cattolicesimo dalla sovranità temporale non si sceverasse. Un'altra

dichiarazione fece il Burlamacchi che certo si poteva risparmiare,

conciossiachè non gli venisse affatto creduta, nè egli potè augurarsi

che gliela credessero, ed è che, occupata la Toscana e messe le mani

addosso, non avrebbero fatto punto male al duca Cosimo: al contrario,

ridottolo in condizione cittadinesca, oltre lasciargli i beni propri,

gli aríeno egli e gli Strozzi stanziato 20 / m S. di pensione, ponendo

in sua balía lo stare o l'andare. Se fra gli Strozzi e i Medici, emuli

antichi, debitori scambievolmente e creditori d'ingiurie, di sangue

e di guasto negli averi, potessero correre le cose a quel modo lascio

che giudichi chi legge. Per ultimo conchiusero col solito _gloria_: «Li

signori essaminatori, per cognoscere meglio la verità, comandarno che

detto costituto fosse legato alla corda, tormentato e in alto levato

e quassato se a lor signori parrà. Et alzato da terra in alto per il

_cavaliere_ e suoi birri; domandato di nuovo, dixe non avere altro che

dire, e havere detta tutta la verità. Et allora comandarno che fusse

quassato, e di nuovo interrogato replicò come di sopra e non havere

altro che dire. Et allora li prefati signori examinatori, vedendo la

risposta, costantia e perseveratione del ditto costituto così senza

tortura come con torture, comandorno esso costituto essere sciolto e

riposto nelle ditte carceri con animo di continuare l'examine se a loro

parrà conveniente e cosa consona alla ragione».

Ma Cosimo non si poteva dare pace di non avere il Burlamacchi

nell'ugne; e tu lo vedi irrequieto a far fuoco nell'orcio perchè glielo

consegnino, mentre aveva detto e ripetuto a squarciagola il Burlamacchi

_sciocco, folle_; la sua potenza assodata così su le armi e nel cuore

dei sudditi da non temere crollo di fortuna nè malevoglienza di uomini,

adesso dalle sue stesse lettere ti chiarirai com'ei non credesse punto

a quello che diceva, anzi sbertava i Lucchesi, i quali anfanavano per

dare ad intendere il Burlamacchi uomo che avesse mandato a rimpedulare

il cervello; «davvero, scrive Cosimo, quanto sia verosimile che il

gonfaloniere è persona capricciosa et pazza, lo dimostra il luogo

supremo che tenea di quella Signoria, l'officio di commissario della

militia loro.» Dichiara come, mosso non tanto dallo studio del proprio

interesse quanto per servizio di Sua Maestà, mandasse subito oratori

a Lucca perchè gli consegnassero il Burlamacchi; alla quale inchiesta

avere i Signori lucchesi opposto sempre pertinace rifiuto, _come quelli

(pensiamo noi) che debbono sapere che costui ha in corpo molto più di

quello che loro hanno mandato fuora, e non vogliono si propali, maxime

che dei compiici e fautori ce ne debbono essere assai della loro città

et d'altronde, e forse persone d'importanza_; per ciò si raccomanda

che nel modo stesso che S. M. compiacque i Lucchesi del Fatinello

ponendolo nelle costoro mani affinchè lo esaminassero e punissero, così

lui Cosimo gratificasse del Burlamacchi per esaminarlo nelle sue mani

perchè si sappia lo intero di questo trattato _e per il suo e per il

nostro interesse_[24].

Per levarsi dattorno cotesto assillo, don Ferrante Gonzaga governatore

di Milano, certamente per ordine di Carlo V, giudicò opportuno spedire

persona esperta e fidata a rinnovare gli esami a Lucca con la speranza

che tanto sarebbe bastato all'indole sospettosa del duca. A tale uopo

mandò a Lucca un dottore Girolamo Belloni da Casale di Monferrato

col titolo e il nome di commissario imperiale; trovo in qualche

cronista rammentato come costui innanzi di recarsi a Lucca passasse

per conferire con Cosimo da Firenze, e può darsi; certo egli è poi

che, terminati gli esami, ritornò a Firenze, senza dubbio per darne

al medesimo particolarmente ragguaglio: se altro fra loro rimanesse

stabilito ignoriamo.

Pertanto il senatore Belloni ripigliava gli esami del Burlamacchi la

sera del mercoledì 13 ottobre 1546, i quali, continuati nei giorni

14 e 18 del medesimo mese, furono chiusi nel dì successivo 19. —

In questi esami egli confermò in sostanza le cose già confessate;

altro non poter dire; dove bisogni, si chiama pronto a patire il

martirio e tutto quanto al signor commissario parerà di ragione: però

nella notte del diciotto ottobre egli non fu estratto di carcere,

all'opposto il commissario andò nella prigione del palazzo di Lucca,

dove stava custodito il Burlamacchi, ed ordinò che quivi adattassero

il curlo. Qui interrogato se avesse detto la verità e se avesse

cosa da aggiungere ovvero mutare, poichè ebbe alle diverse domande

rispettivamente risposto sì o no, al commissario cesareo parve bene

ch'ei fosse spogliato, legato ed alzato, onde con la prova della

tortura confermasse ovvero smentisse lo esposto.

Qual cuore fosse quello del nostro eroe nel vedersi in così misero

stato, pensi chi legge; pure, chiudendo in sè la passione, non turba

il sembiante nè aggronda i sopraccigli; da sè spogliasi, da sè si pone

alla corda[25]; dove legato, lo alzano da quattro braccia sopra il

pavimento e quivi lo lasciano a cotesto modo sospeso. Il commissario,

passato alcun tempo, al fine che il peso del corpo aggravandosi

slogasse le braccia e ne stirasse angosciosamente i muscoli, con voce

pacata riprese: «Dite la verità degli altri complici più di quello

che abbiate detto, massime dei signori Sanesi.» E il magnanimo a sua

posta: «Ah! signor commissario, che io sono morto, le ho detto la

verità, ahimè!» Il commissario allora, per rispondere al richiamo che

cotesto infelice faceva alla sua pietà, ordinò lo sollevassero qualche

altro braccio di più e poi lo lasciassero ire giù a piombo[26]: questo

chiamavasi squasso ed anco strappata; e se i meschini sentissero

strapparsi, Dio ve lo dica per me.

Il giorno dopo il buon senatore tornava ai tormenti per ispuntarla:

così gl'insegnava il suo mestiere, ed è precetto antico che bisogna

battere il ferro quando è caldo; nè io di lui mi dolgo nè lo maledico;

a quel mo' in cotesti tempi persuadeva la scienza, e noi meritamente

lo riprendiamo barbaro; forse e senza forse più tardi gli uomini

censureranno incivile quello che adesso la scienza insegna come dogma

dalle cattedre: un po' di modestia non fa male a nessuno, nè anco alla

scienza.

Pertanto il commissario entrato nella carcere del Burlamacchi il 19

ottobre 1546, di nuovo lo ricercava a dire tutta ed intera la verità:

a cui il tormentato rispondeva traendo guai: «Ahimè! Signore, che cosa

volete che io dica se tutto quello che sapeva fu da me liberamente

confessato? Forse quanto confessai alla mia morte non basta? Non avete,

signore, la cosa chiara? Di grazia fatemi tagliare più presto la testa

che tormentarmi tanto; non vedete ch'io sono tutto stroppiato?»

Il commissario soggiunse: «Dio sa se me ne duole nell'anima, ma le

mie istruzioni m'impongono che con le ultime prove io mi adoperi a

strapparvi di bocca la intera verità, che voi pur troppo mi celate in

parte:»

«Nulla vi ho celato.»

«Forse quanto a voi sì; no per certo quanto ai vostri compiici.»

«Vi ripeto che non mi diedi compagni; temendo m'invidiassero l'alta

impresa di _ridurre in buon vivere e in libertà questi cristiani_.»

«_Questo non toccava a voi._»

«_Toccava allo imperatore._»

«_Perchè dunque non ne lasciavate la cura a S. M.?_»

«_E qui sta il mio errore_: io ho rotto, io pago. Quale tormento mi

avanza a patire?»

«Ahimè! oltre ogni immaginativa orribile: vi chiuderà il

_cavaliere_[27] le gambe in grossi e pesanti ceppi, sicchè siate

costretto a tenerle ferme, e dopo avervi unto di sego le ignude piante

dei piedi, vi ci accosterà mano a mano carboni ardenti finchè tutte non

le abbia abbrustolite il fuoco....»

«Orribile cosa invero.... Dio mi aiuti! io sono nelle vostre mani.»

Allora il commissario ordinò lo scalzassero e portassero il fuoco:

intanto che gli serravano dentro i ceppi le gambe, lo andava stringendo

perchè dicesse intera la verità; terrori mesceva a speranze, minacce a

preghiere; ma l'altro imperterrito ripeteva:

«_Signore, io non so che mai dirvi altro, perchè ho detto tutta la

verità, e mai dirò altro di quello che ho detto_[28].»

«Il che vedendo, aggiunge il processo allegato[29], lo prefato signor

commissario e cognoscendo la ferma costantia del detto Burlamacchi,

atteso li tormenti hauti e lo apparato del foco fattoli come sopra,

e anchora attesa la età e delicatezza del suddetto Burlamacchi, che

non patirìa tanti tormenti se altro sapesse, ordinò fusse lassato e

non tormentato: e così fu dimisso in detta carcere con la medesima

custodia.»

Compito il processo secondochè parve al senatore Belloni, se ne tornò

a Milano portatore di opposte istanze, le une per la parte di Cosimo

intorato più che mai a volerlo nelle ugne, le altre dei Signori di

Lucca a non volerglielo dare; s'egli questi più di quello favorisse

ignoro; forse avrà preso lo ingoffo da ambedue le parti e poi avrà

lasciato andare l'acqua per la china; anco a quei tempi pigliavasi, non

quanto adesso, ma quasi. — Però Ferrante Gonzaga, in apparenza amico

a Cosimo, in cuore lo aveva caro quanto il fumo agli occhi; onde è

dato presumere che in cotesta come in altre occasioni lo disservisse;

di vero venne comandamento espresso dallo imperatore che il prigione

si trasportasse a Milano e quivi senza dare luogo ad altre prove,

esaminata la causa, pronunziassero la sentenza. Se fosse stato di oro,

non si sarebbe posta maggiore diligenza a custodire nè a consegnare il

Burlamacchi: alla tremenda paura del senato lucchese premeva che quello

sventurato arrivasse in vita a Milano per remuovere ogni suspicione

e calunnia; colà giunto vivo, quanto più presto si poteva cessasse.

Impertanto venne di Lombardia a prenderlo il bargello con due squadre

di sbirri; i Lucchesi lo mandarono guardato da una compagnia di

milizia ai confini; colà trovarono il notaro ser Francesco Pauli, che

a richiesta del commissario lucchese rogò atto pubblico di consegna;

il quale il bargello lombardo ebbe a segnare prima che in sue mani

depositassero Francesco nostro. Senza impedimento che ne importunasse

il cammino, arrivato a Milano, fu messo in onesta carcere in castello,

concedendogli fino dal primo giorno facoltà di moversi liberamente pei

piazzali, ma, quasi in contrasto alla non bieca accoglienza, dopo pochi

giorni gli fu letta la sentenza con la quale veniva condannato nel capo

lui e Giovambattista Carletti, che insieme con esso era stato tradotto

a Milano. Per quanto è dato giudicare, sembra che lo imperatore

adoperasse a quel modo per sottrarsi alle molestie di Cosimo, pensando

che smettesse ogni pensiero su lui, come uomo ormai sfidato e morto.

Gli amici e i parenti del Burlamacchi, commossi dal pericolo di quel

caro capo, tutti si posero a tentare qualunque via per salvarlo:

ora vedremo come nulla per loro si pretermettesse e come nulla o per

malvolere degli uomini o per disdetta di fortuna approdasse. Da prima

a bene sperare furono cagione le parole confortevoli di don Ferrante

Gonzaga, a cui essendo stato indiritto messere Domenico Sandonini per

propiziarlo alla causa del Burlamacchi, n'ebbe in risposta: quetassero

l'animo agitato, però che il dabbene uomo rimarrebbe per alcun tempo

e forse lungo prigione, ma camperebbe la vita; nè si fermarono a

questo gli amorevoli ed i congiunti di Francesco, chè supplicarono il

consiglio di Lucca a fare loro abilità di sottomettere memoriali a S.

M. lo imperatore ed al duca Cosimo affinchè volessero graziare il reo

della vita, attesochè avesse cotesto fallo commesso più per ignoranza

che per malignità e nulla mandato ad esecuzione, onde i suoi concetti

si riducevano a meri sogni ed a immaginazioni senza danno pubblico nè

privato. Parve la domanda giusta al senato, che facilmente la concesse;

e composti subito due memoriali per virtù di ragioni e per garbo di

dettatura notabili, gli affidarono a Girolamo Lucchesi suo cugino,

il quale senza perdere tempo si mise la via fra le gambe andando a

presentarli ai principi a cui erano rivolti: e poichè se di alcuna

cosa si patisce penuria nelle corti, non è certo di buone parole,

così il Lucchesi di queste ebbe piene le bolge; però, non si fidando,

i benevoli di Francesco persuasero Niccolaio suo fratello, il quale

più che volentieri ne tolse il carico, di recarsi a Genova presso il

principe Andrea Doria e quivi tanto destreggiarsi con lui da potergli

cavare di sotto lettere commendatizie per quanto possibile fosse

premurose da presentarsi allo imperatore, essendo ormai noto pel mondo

quanto godesse credito il principe nella corte imperiale: e a vero

dire Andrea, sentendo compassione dell'uomo, non fu restio a scrivere

lettere caldissime in pro' di lui. Giunto in corte Niccolaio, esperto

troppo che colà come altrove, ma più là che altrove le ruote senza olio

non girano, cercò gratificarsi co' doni i maggiorenti, i quali quanto

larghi a promettere così mostraronsi scarsi a mantenere, chè il vender

fumo è pure mestiere speciale a cui sta in corte: io trovo nei cronisti

lucchesi che la casa Burlamacchi gittò a tale effetto in cotesto fondo

fino a trentaseimila ducati, e mi paiono troppi; ma siccome aggiungono

che per così eccessivo dispendio i Burlamacchi impoverirono, siamo in

certa guisa costretti a crederli. Silvestro Trenta fratello di Caterina

moglie di Francesco consigliò la desolata di andare a gettarsi ai

piedi di Cosimo per impetrare la grazia del marito; il Minutoli scrive

che la donna prima implorasse e ottenesse il patrocinio della madre

di Cosimo, mentre il Mazzarosa afferma che non alla madre si rivolse

ella, bensì all'amica, forse la Cammilla Martelli; ed io credo l'ultimo

perchè la voce della madre suona potente, ma nei cuori disposti a

bontà, mentre per una ragione o per un'altra anco i tristi si commovono

talora alle supplicazioni dell'amante. Cosimo però spettava alla

specie dei rarissimi presso cui l'amante conta poco, la madre nulla;

onde, infastidito per le istanze reiterate delle donne, le respinse

borbottando: «Badassero ai fatti loro, chè gli stati non si governano

con la pietà delle lagrime donnesche.»

Non aveva l'imperatore graziato la supplica dei Burlamacchi nè l'aveva

respinta; ed essi vivevano di quella vita atroce che or teme ed ora

spera, e così allo spirito come al fisico fa lo effetto di cui con

subita vicenda passa dallo ardore al gelo; noiosa allora diventa la

mensa, sazievoli i familiari colloqui, il letto siepe: si strinsero

insieme tutti e risolverono tentare gli estremi conati perchè

Francesco, uscito dal castello di Milano, potesse ricoverarsi in

Francia: di denari non si facesse a spilluzzico, quello che ci voleva

si spendesse; dove era andata la galera andasse il brigantino; il punto

stava nel trovare gli arnesi. Come s'ingegnassero non è noto: nella

storia di Antonio Mazzarosa occorre un cenno di questo caso là dove

scrive che fu avviso toccare più potente molla che le lacrime donnesche

non sono, vale a dire l'oro, ed avrebbe sortito esito propizio se

per mero errore non fosse stata sospesa l'accettazione della lettera

di cambio; per la quale cosa perduto il momento, non si potè più

riagguantare la occasione; ed io, volendo chiarire il senso oscuro di

siffatte parole, ho rinvenuto nelle _Memorie delle famiglie lucchesi_,

opera che si conserva manoscritta nella biblioteca di Lucca, dettata

da Nicolò Penintesi, i particolari della fatale ventura, e come gli ho

ricavati così gli scrivo. Narra pertanto la cronaca «Come i parenti

del Burlamacchi non perdonassero a qualunque gran somma di danaro

per salvargli la vita, e mentre vi aguzzavano intorno il cervello per

riuscirvi non senza molta speranza, per non dire certezza, si scoperse

uno accidente che rese la liberazione di lui, almeno per via della

fuga, affatto sfidata. E questo caso fummi raccontato molte volte da

Tomaso Burlamacchi trovandomi io a Lione. E' fu appuntato in Milano

che fossero tratti marchi 400 di oro di sole, che erano 8 30/m di oro

di sole a Lione, con la banca Burlamacchi, nella quale serviva come

giovane di contare il suddetto Tomaso di assai fresca età, ma per

essere della famiglia e nipote dei magnifici ministri facevano portare

a lui un quadernuccio delle accettationi delle lettere di cambio che in

un giorno deputato si sogliono accettare nella piazza di Lione, a cui

fu ordinato dai Maggiori, secondo l'uso delle predette accettationi,

quali lettere di cambio dovesse subito accettare e quali tenere

sospese; ma quando fu all'atto pubblico dell'accettatione che segue

alla presenza d'infiniti testimoni di diverse nazioni che accorrono

a tal fatto, Tomaso equivocando (così almeno dicea a me) sospese le

tratte dei 400 marchi che doveva accettare, mentre all'opposto ne

accettò altre che doveva respingere, onde i presentatori della lettera

spedirono subito per la posta corriero a Milano con lo avviso della

sospensione.» — Di che indispettiti coloro che avevano le mani nel

trattato, resero impossibile la fuga del Burlamacchi di già abbastanza

difficile.

Francesco incontrò nel castello di Milano parecchi gentiluomini di cui

la storia tace il nome, eccetto quello del marchese Giulio Malaspina,

col quale prese usanza, sicchè spesso trovandosi insieme, si narravano

le scambievoli sventure, e l'uno andava l'altro confortando. Dei casi

del marchese Giulio non importa discorrere; ne scrissi largamente nella

vita di Andrea Doria, e là chi ne sente vaghezza potrà riscontrarli;

basti tanto che alle prime ribellioni lo spinse Cosimo perchè gli

tornavano, per le seconde, che non gli tornavano, egli fu sbirro, chè,

arrestatolo proditoriamente a Pontremoli, lo consegnò allo imperatore

come si manda il bue al macello. —

Lo imperatore Carlo V, fondatore della odierna tirannide e con

paura e pericoli grandissimi uscito appena incolume dalle ribellioni

germaniche, odiava qualunque sommossa capace a scomporre l'ordine di

cose stabilito da lui, non amava Cosimo, aborriva la Francia, ma più

di questi aborriva chiunque la regia potestà offendesse per conto

proprio: concedasi ai re soli disfare i re, e ci pigli parte anco

il popolo a patto che glielo comandi il re e sotto la condotta del

re; allora servo devoto e degno di encomio; all'opposto se il popolo

sorga contra il re per suo interesse e spontaneo, diventa ribelle e

degno di scure sul collo. — Veramente Giulio non tentò ammazzare il

Doria in benefizio del popolo, ma per necessità gli era forza ch'egli

si commettesse in balía di lui. Adesso era venuto per Carlo il tempo

della vendemmia della tirannide; tutti quelli che gli avevano messo

spavento avevano a morire. Taluno afferma che egli ordinasse la morte

del Burlamacchi perchè, per tenersi bene edificati i Signori di Lucca

e il duca Cosimo, ai primi avesse promesso di non dare il prigione,

al secondo di consegnarglielo; onde trovandosi per le focose istanze

di questo in imbarazzo, come mezzo termine per cavarsene, comandasse

tagliassero il capo al Burlamacchi e così farne un fine: forse anco

simile considerazione avrà contribuito, ma non ce n'era mestiero;

bastava la paura e la persuasione comune a tutti i principati di

provvedere alla propria salute co' bagni di sangue: anco il sospetto

che nelle congiure del Burlamacchi e del marchese Cibo Malaspina vi

avesse parte la Francia può darsi che abbia dato la spinta a Carlo:

breve, questo può dirsi, che ragioni per ispegnere i prigionieri ei ne

aveva di avanzo.

Dalle cronache manoscritte del Canonico Dalli si ricavano i

seguenti particolari intorno agli estremi ed alla morte di Francesco

Burlamacchi, i quali come percossero me, così penso che varranno a

commovere altri. Don Ferrante Gonzaga, quando meno se lo aspettava e

contro le sue previsioni, ricevè lettere imperiali che gli ordinavano

procurasse, senza mettere tempo di mezzo, Francesco Burlamacchi e il

marchese Giulio Cibo Malaspina si giustiziassero; al Gonzaga, che assai

favoriva la causa loro, parve ostico il boccone, tuttavia, sendogli

forza trangugiarlo, inviò tosto un suo mandato al castellano del castel

di Milano con una lettera la quale gli commetteva il supplizio dei due

meschini. Il messo arriva in castello mentre il marchese, che giovane

era e ben disposto della persona, giocava alla palla con altri prigioni

che stavano (come si dice in idioma di carcerato) alla larga, e il

Burlamacchi insieme con altri si tratteneva a vederli. Il castellano

gli fece chiamare in fortezza, ed essi andarono a tutto altro pensando

che a dover morire: appena arrivati i guardiani li separano e chiudono

in luogo segreto; tanto fu eseguito per ordine del castellano, a

cui crepava il cuore per doglia, così grande amore aveva posto nel

Burlamacchi e così teneva in pregio, sicchè a significargli che si

apparecchiasse a morire non gli bastò l'animo, onde si raccomandò ad un

valente religioso che in destro modo glielo facesse intendere.

Il Dalli afferma che il Burlamacchi andò a morte confessato, e può

darsi, ma non certo pentito. La mattina seguente ebbero il capo

mozzo nella piazza del castello il Burlamacchi, il marchese Cibo e

Giovambattista Carletti, e fu come ho avvertito di già, il 14 febbraio

1548; dove mettessero il Carletti uomo plebeo ignoro, il marchese e il

Burlamacchi furono sepolti nella chiesa del castello, sicchè volendo

si potrebbero cercare con molta probabilità di trovarle, le sue ossa

e dare loro insieme a quelle del Ferruccio onorata sepoltura in Santa

Croce; e il suo tempo verrà, non ora; adesso bisogna che sgocciolino

gl'istituti e gli uomini nemici al popolo, anzi alla umanità. — A

questo modo, dopo avere narrato la miserabile strage del Burlamacchi

e del Cibo, sentenzia il canonico Dalli, finirono per _ghiribizzi

fantastici_, nè un canonico ai giorni nostri giudicherebbe diverso. —

Sebastiano Carletti, preso vento a tempo, si salvò in Francia, nè di

lui si seppe più novella mai, almeno non la registrarono la storia nè

i ricordi dei tempi. — Avanza a dire di Cesare Benedino, a cui incolse

la mala ventura: per sua disgrazia credè che la rabbia di Cosimo si

fosse attutita; anco i serpenti dopo il pasto posano addormentati, ma

il tiranno non chiude mai le palpebre: sicchè il Benedino si affidò di

aggirarsi in questa ed in quell'altra città come farfalla intorno al

lume e si arse le ale, imperciocchè un suo compare lo tradiva menandolo

alla mazza; preso da Cosimo, lo provò con le più atroci torture per

cavarne fuori notizie che approdassero ai suoi disegni in danno di

Lucca, ma poichè lo ebbe stritolato e lacero senza poterne spillare

cosa che volesse, lo buttò al carnefice, il quale lo scemò del capo

nella piazza di Santo Apollinare lì presso il palazzo del bargello 12

anni dopo la morte del Burlamacchi e 14 dalla tramata congiura. Nella

cancelleria dello antico magistrato degli Otto un dì si trovava il

suo processo; adesso dove si conservi ignoro; questo so, che nulla di

particolare ci era da cavarne, imperciocchè ei molte cose sapesse non

tutte nè le più riposte; tra le mie note rintraccio la sua sentenza e

la pubblico in conferma della verità di quanto fu da me esposto[30].

Qui finisce la quarta delle vite e forse l'ultima degli uomini illustri

italiani in politica ed in arme che io aveva promesso dettare; ora

conviene che io mi fermi, colpa molta dei tempi e parte mia. Ai nepoti

degeneri atroce ingiuria il racconto della virtù dei padri. Quanto a

me, confesso apertamente che altri potevano dettare queste vite con

maggior senno, non già con più diligenza o con più amore. Delle quattro

quelle che si accostano maggiormente soavi all'anima nostra le vite di

Francesco Burlamacchi e di Francesco Ferrucci: questo più famoso perchè

amici e nemici della meritata lode lo proseguirono: chè se nello andato

secolo e nel primo terzo del presente se ne infievolì il nome, più

che del principe fu colpa di popolo, il quale se nella schiavitù perde

mezza l'anima, qual maraviglia poi se perde la memoria, ch'è una delle

molte facoltà di quella? E il Ferruccio fecero splendido l'audacia

dei consigli, le vinte battaglie, la solerzia stupenda, lo inopinato

scoprirsi gran capitano e non meno grande politico, per ultimo la sua

morte sul campo, dove giacque sì, ma riposando il capo come su di un

guanciale sul corpo estinto del capitano nemico, prosapia di principi e

riputato dei primi fra gl'illustri uomini di arme del tempo; breve la

sua vita, ma luminosa, simile alla stella cadente che staccatasi dal

firmamento precipita in mare. All'opposto il Burlamacchi perì mentre

la sua impresa non per anco uscita dal concetto e dallo apparecchio

stava per diventare fatto: ei fu pari al minatore, il quale, dopo che

con fatica infinita penetrò nelle viscere della terra per estrarre il

metallo prezioso, rimane di un tratto sepolto per lo scoscendimento

di quella; ovvero simile al Crotoniate che, mentre tenta fendere il

mal ceppo della tirannide, resta preso nello squarcio ed è divorato

dai lupi: amici e nemici si accordarono a denigrare la sua impresa

come follia, sicchè per poco stette che la terra gittata sopra il suo

cadavere non seppellisse ad un punto la sua fama: e non per tanto,

tutto bene considerato, per me giudico Francesco Burlamacchi non pure

superiore al Doria e all'Ornano, ma sì eziandio allo stesso Ferruccio:

di vero questi trovò armi parate, la guerra accesa, popolo inferocito

nel proponimento di sè incenerire e la patria piuttostochè sopportare

da capo la tirannide di Clemente VII principe e papa; rinvenne altresì

emuli generosi, argomento efficacissimo acciò la virtù scintilli; fama

sicura, vita inclita e morte onorata. Francesco Burlamacchi solo si

sente vivo in Italia ormai fatta cimiterio e non dispera richiamare

i morti alla vita, nè solo alla vita, ma anco alla potenza e alla

gloria, concetto al tutto divino; manca di armi e le appresta con

arguzia suprema onde il sospettoso tiranno toscano non ci abbadi, e

i suoi stessi concittadini non indovinino lo scopo: sbalordisce la

operosità con la quale raccoglie forze e la sagacia onde fa sì che

tutti ignorino il suo disegno, e lo conoscano pochi e non intero.

Pesa con la diligenza che l'orafo pone a bilanciare l'oro lo stato

della Europa, le armi e i fini dei diversi potentati, le sequele della

riforma; niente viene trascurato di quanto attenga alla materia ovvero

allo spirito, più peculiarmente indaga la Toscana e la Italia: dopo

accertato il corso stava per isciogliere la vela. Il suo concetto,

gagliardo di verità perchè composto con la sapienza dei grandi che

lo precederono e con la sua; partiti per condurlo a termine quali si

vogliono per necessità e che trascurati partoriscono sicura ruina.

— Con la libertà egli intese conquistare la potenza della patria;

libertà di coscienza sovvertendo Roma, che nella stessa mano presume

stringere Croce e mannaia, e libertà civile, affrancando la Italia da

ogni tirannide principesca così domestica come straniera; quanto ai

partiti pratici questi e non altri: il popolo si travagli a costruire

lo edifizio del popolo; importa che il popolo uscendo dalla secolare

ed abbietta servitù si purghi con la sventura, con gesti disperati e

con la effusione del sangue corrotto; a mondarlo dalla sozza lebbra

non basta la piscina miracolosa, ci è mestieri la propria virtù. Desta

quanto sai, anco squassandolo pei capelli, il popolo dal letargo in

cui lo immerse il servaggio, dove tu non gli sgranchisca col pensiero

la mente, con lo affetto il cuore, col moto il sangue, tu avrai fatto

la prova di rizzare in piedi un cadavere. Questo non piacque: un dì

salutarono il popolo padrone perchè si eleggesse padrone, e dopo la

sceda dei Giudei, i quali, messa la corona di spine sul capo a Gesù, lo

salutavano re percotendogli il volto con la ceffata, mai nel mondo fu

vista in ignominia la pari; il popolo certo era chiamato a versare il

suo sangue, e lo versò ma a mo' dello stagno che si cola nel buco ad

assicurare l'arpione dove attaccano la catena: successero miserabili

saturnali di prepotenza, di codardia di cupidità e di altre più ree

passioni, donde nacquero odio, infamia e miseria: per ciò sorse un

grido, che a taluno parve motteggio, ed altri abbaiò, il quale fu:

«Stavamo meglio quando stavamo peggio:» questo il _mane, techel, fares_

dei tempi: non si creda già, come asserirono falsamente, che un uomo

pescasse il detto e ne imboccasse il popolo; il popolo sa vestire i

suoi concetti di forma da disgradarne anco Dante. _Adesso il popolo

non crede più che per mutati ordini politici si miglioreranno le sue

sorti, o non gl'importa, o non ci bada_; persuaso è di questo, che fin

qui andò di male in peggio; per la quale cosa oggi presente che bisogna

trasformare lo stato dell'umano consorzio; in questo nuovo intento

migliore arnese fia quegli che patisce di più: non importa frequentare

gli studi alla università per avere fame, ed un singulto di affamato

insegna più di cento lezioni di professore; però una volta quando si

andava a caccia di forme politiche, e credeva che giovasse così, il

popolo si preponeva letterati, uomini di scienza, gente insomma che

andava per la maggiore, e dietro ad essi camminava nella fiducia di

essere condotto per la retta via; oggi il popolo si chiama legione, a

lui non fanno letterati, nè li cerca; basta a sè e non vuole essere più

abbindolato: di qui la sazietà degl'istituti parlamentari come quelli

che ai casi soprastanti non si affanno; tanto varrebbe adoperare un

vaglio per attingere acqua dal pozzo: i governi smaniano a scoprire

gli agitatori del popolo, ed essi altro non mostrano che la inanità del

loro intelletto; il popolo si agita da sè; mettano in carcere il popolo

se sanno, o se meglio loro capiti, ci mettano la fame; ma nè anco

questo basta, egli è mestieri imprigionare il moto fatale che affatica

il consorzio umano e lo spinge a sconquassarsi per ricomporsi poi.

Dove da me volesse sapersi le guise dello scompaginamento, quali le

ruine che ingombreranno per un tempo gli stati, e quale l'ordine nuovo,

confesso ignorarlo, ed io mi spavento meno della trasformazione che del

modo col quale sarà operata. Un tempo forse con prudenza e con senno

si sarebbe potuto provvedere sollevando gli argini mano a mano che le

acque crescevano; si sono volute impedire con una chiusa a traverso,

e le acque per ora riottose la scavalcano per iscassinarla più tardi.

Oggimai per noi (e me lo credano gli uomini della mia età, esperti

pur troppo a nostro danno con gli accidenti della lunga vita) oggimai

per noi non vi ha più gloria a raccogliere e nè contentezza; la nostra

sapienza ha da ridursi indi in poi a questo: nello studio di morire con

manco rimorsi che ci fie possibile. —

Vita di Francesco Burlamacchi · 第 15 / 30 题