primi anni di sua vita dalla dottrina dei riformati, studiò a Ginevra,
dove tanto si distinse che lo elessero predicatore ai Vadesi di
Calabria; avendo egli dato fede di sposo a Camilla Guerina, rispose non
potere accettare senza il consenso della fidanzata, la quale volentieri
lo accordava; andasse, obbedisse al Signore, ella lo avrebbe aspettato
fino al ritorno: egli allora si partì con Stefano Negrino. Dopo molto
travagliarsi, entrambi caddero in mano alla Inquisizione; il Negrino
lasciò morirsi di fame in prigione, e parve non il più animoso, bensì
il meno doloroso partito; all'opposto il Pasquali, dopo otto mesi di
prigionia a Cosenza, trasportarono a Roma: molto patì e tutto sostenne
con maravigliosa costanza, come si desume dalle lettere pietosissime
spedite da lui alle chiese perseguitate della Calabria ed all'afflitta
sposa; in una di queste lettere si legge il suo viaggio da Cosenza a
Napoli; è pregio della opera riferirla: «Dei nostri compagni quei due
che persuasero a ritrattarsi non hanno patito punto meno di noi, e Dio
sa che cosa gli aspetta a Roma. L'onesto Spagnuolo soprastante alla
nostra scorta ci volle far comprare la catena; a questo fine mi strinse
così crudelmente i polsi che le carni ne rimasero stracciate; pur
troppo mi accorsi che per riscattarmi dallo spasimo egli era mestieri
dargli quanto mi trovava a possedere di pecunia; poca cosa invero,
due ducati, appena bastevoli alle prime necessità; pure glieli diedi.
Durante la notte alle bestie somministravano paglia per corcarsi, a noi
no, ci toccava giacersi per terra; a Napoli ci hanno chiusi dentro una
carcere umida, fetente per la lunga dimora di luridi prigionieri.»
Il fratello del Pasquali accorso per salvare il povero fratello,
tale gli apparve quando prima lo vide al cospetto dello inquisitore:
«orribile vista! egli scrive; nudi il capo, le braccia e le mani
stracciate dai rigidi legami come di uomo che venga tratto alla forca;
tanta pietà mi vinse che, andandogli incontro per abbracciarlo, mi
vennero meno le forze: Fratelmo, egli mi disse, se cristiano sei,
perchè ti lasci abbattere così dalla sventura? O che ignori forse
come nè anco un capello cascherà in terra senza il volere di Dio?
Confórtati in Cristo, chè i mali presenti non hanno paragone con la
gloria avvenire. — Silenzio con coteste grullerie urlava l'inquisitore.
Quando fummo sul partire, mio fratello pregò costui a volergli
concedere carcere meno insopportabile; al che quegli rispose: — Io non
ho altra carcere per te. — Ma almeno vi pigli compassione dei miei
ultimi momenti, e Dio un giorno ve ne renderà merito. — È cortesia
mostrarmi villano con empi ostinati ed induriti come te. — Certo
dottore piemontese il quale si trovava in nostra compagnia si unì a
noi per iscongiurare lo inquisitore alla misericordia; fu tempo perso,
egli si rimase inflessibile. — Non vi sconfortate, allora soggiunse mio
fratello; voi vedrete ch'egli lo farà per amore di Dio. — Anco volessi
non potrei, tutte le prigioni adesso sono piene. — Ma via non tanto
che un qualche cantuccio non avanzi sempre per me. — E poi con la tua
lingua di vipera mi contamineresti le persone che ti stessero allato.
— Ebbene io vi prometto tacere. — Insomma hai inteso che tu non devi
uscire di qui? — Pazienza! — Conchiuse il mio fratello.»
Pochi dì innanzi di morire, Luigi, volgendosi al suo fratello, così gli
diceva: «Ringrazio Dio che nella mia lunga tribolazione e terribile
parecchi eletti spiriti non hanno avuto paura di mostrarmi la loro
benevolenza; te poi ringrazio particolarmente, mio dilettissimo
fratello, per le tenere cure che ti sei tolto per me. Per ciò che mi
spetta, Dio mi concesse la grazia di conoscere il nostro Signore Gesù
Cristo in guisa di sentirmi sicuro nella via della verità: conosco
che mi tocca camminare per lo angusto sentiero della Croce e mi trovo
disposto a sigillare la mia testimonianza col sangue: non temo la
morte, molto meno la perdita dei beni terreni, unito come sono di
cuore al mio Redentore e consapevole del retaggio che mi aspetta nella
vita celeste.» Il suo fratello, il quale sembra che sul retaggio della
vita celeste facesse minor capitale, instava presso Luigi affinchè
con qualche dichiarazione vedesse di salvare quella po' di sostanza
alla famiglia, e se ci fosse verso anco la vita; ma egli fiero: «O
fratello mio! il pericolo in cui tu ti versi mi angustia più di quanto
soffro e più dei patimenti che mi si apparecchiano. Ahimè! come lo
appetito disordinato delle cose terrene ti rende indifferente ai beni
del cielo!» Per ultimo, l'8 settembre 1560 lo trassero nella Minerva
a sentire leggere la sentenza che lo condannava a morte; e il giorno
dopo dentro una corte del Castel Sant'Angiolo, presenti il sommo
pontefice e i cardinali, prima lo strozzarono, poi l'arsero. I nostri
preti vietano ai fedeli assistere alle rappresentanze sceniche, però
che, se commedie, facilmente corrompono il buon costume, e se tragedie,
inferociscono gli animi: questa gente dabbene ha avvertenza a tutto. —
E ormai che entrammo in queste miserie più addentro che non ne avevamo
fatto disegno, come taceremo delle sventure domestiche? Cosimo primo
granduca, a quanto pare, non badava più al torto che al diritto; la
sua religione si rassomigliava più presto a quella di Margutte che
a qualunque altra; egli, comechè segretamente, stava ammanito a fare
il suo cammino anco con la vela della eresia; che da lui si tenesse
corrispondenza col Bruciolo già avvertimmo anzi se ne serviva di spia;
meglio però la connivenza di questo tristo co' riformatori resulta dal
suo carteggio con Pero Gelido da Samminiato, ch'egli spediva in Francia
a subodorare le rivolture politiche di cotesto paese, e si conosce come
lo servisse di coppa e di coltello tanto da passare ispia anco lui
non senza pericolo della propria vita; il degno uomo però adoperava
così senza un interesse al mondo; solo nella fiducia che Cosimo in
fondo in fondo si sentisse parziale per la dottrina dei riformati e
s'industriasse al trionfo della vera religione di Cristo; di vero egli
prega Dio che infonda in Cosimo il vero conoscimento della verità,
perchè sia arnese di persuadere al papa che, deposti ogni interesse ed
ambizione (il che torna lo stesso che persuadergli a disfarsi), voglia
una volta che di questa causa si conosca la verità, come farebbe se si
disponesse a congregare un concilio legittimo nel mezzo della Germania
e a presiederlo in persona, dove si riformasse la Chiesa davvero; di
che ne acquisterebbe gloria immortale presso gli uomini e la salute
eterna presso Dio: e se non lo vorrà fare, non importa, imperciocchè
accadrà in onta sua, trattandosi di cosa la quale come disse Gamaliel,
venendo da Dio, non può mancare.
A Cosimo tiranno coteste ciammengole non potevano andare; ciondolava
nel dubbio per agguantarsi lì per lì anco ai rasoi per non battere sul
lastrone, ma poi sentiva che la tirannide sacerdotale con la tirannide
principesca sono fatte per reggersi; e dove mai lo avesse dimenticato,
ecco là l'arcivescovo di Firenze Alessandro dei Medici suo cugino e
suo ambasciatore a Roma che glielo ricordava con esplicito sermone:
«Serenissimo signor mio, per la molta pratica che io ho delli umori
di cotesta città, a me pare che la devozione di fra Girolamo causa
duoi effetti cattivi, anzi pessimi quando vi si gettano come fanno al
presente: il primo è che quelli che vi credono si alienano dalla sede
apostolica, e se non diventano eretici, non hanno buona opinione del
clero secolare e dei prelati, e gli obbediscono mal volentieri, ed
io lo pruovo. L'_altra, che tocca Vostra Altezza, è che si alienano
dal presente felice stato, ed all'Altezza Vostra concepono certo odio
intrinseco, se ben la potenza e la paura li fa stare in cervello_. Ed
io ricordo che Pandolfo Pucci una volta, poco innanzi che si scoprisse
il suo tradimento, mi disse una mattina grandissimo bene di fra
Girolamo con mia grandissima maraviglia; so che leggeva le sue opere
con quegli altri congiurati.... I suoi devoti sono sempre queruli,
sempre si lamentano, e perchè temono a parlare del principe, parlano
dei suoi ministri et ordini, ecc.» E va bene: come tutte le libertà,
così tutte le tirannidi sono sorelle; a quei che si tirano su a
liberali e non ci credono o piuttosto fingono di non ci credere accade
di queste due cose l'una, o finiscono per diventare satelliti del
tiranno, o capitano male dopo avere ingannato sè stessi e la umanità.
Di monsignor Pietro Carnesecchi non si potrebbe dire bene tanto che
bastasse: indole umana, benigna e più, comechè nella pratica della
virtù rigidamente costante; egli dotto nelle greche e nelle latine
lettere, parlatore diserto, poeta insigne, consigliere argutissimo e
fedele, delizia di quanti il conobbero, tra i quali piace distinguere
quei due chiari intelletti che furono i cardinali Sadoleto e Bembo.
Gli fu amico Giulio dei Medici, esaltato poi a pontefice col nome di
Clemente VII, il quale lo elesse pronotaro apostolico e segretario;
con tre abbazie lo locupletò nel reame di Napoli, in Francia e nel
Polesine; avendolo a mandare allo imperatore Carlo V nel 1531, lo
accompagnò con questa commendatizia di cui non sapremmo immaginare nè
più calzante nè più affettuosa: «Noi ti raccomandiamo un cittadino
fiorentino, uomo di somma fede e di modestia singolare, il quale,
e pei suoi meriti e per l'animo a noi divotissimo e per nobiltà e
per virtù, amiamo quanto maggiormente possiamo.» E certo il papa
favellava sincero, imperciocchè perfino del proprio nome volle ch'ei
usasse; ed in cotesti tempi corse fama che la Chiesa pei consigli del
Carnesecchi si governasse. — Siffatto intelletto era impossibile che le
improntitudini romane sopportassero; convenuto sovente a Viterbo presso
il cardinale Reginaldo Polo in compagnia di Marcantonio Flaminio, si
pascevano _de illo cibo qui non perit_, ovvero di ragionamenti ribelli
all'enormezze di preti cupidi, feroci ed ignoranti; a Napoli prese
usanza col Valdes, l'Ochino, il Vermiglio e il Caracciolo; altrove
strinse amicizia col vescovo Soranzo, col Vergerio, col Rangoni,
Priuli, Merenda, Altieri, Celsi ed altri parecchi; mantenne più che
benevole corrispondenza con Vittoria Colonna, Margherita di Savoia,
Renata di Francia, Lavinia della Rovere e Giulia Gonzaga; generoso
ed umano sussidiò largamente i perseguitati; diceva anco a chi non
lo voleva sapere come a capacitare gli uomini ci vogliono buoni
argomenti esposti con amore, non già lo immane urlío «_abbrucia,
ammazza_»; pii ed innocentissimi affermava avere provato la più parte
dei protestanti; cui si ritrattava compiangeva di spirito debole e di
animo abbiosciato, all'opposto chi persisteva nella fede novellamente
assunta lodava, e fra questi levò a cielo il Valdes scrivendone al
Bonfadio; insomma disse ed operò in guisa che in cotesti tempi per
mandare alle fiamme un uomo dabbene ce n'era anco di troppo. Citato
a Roma nel 1546, il cardinale di Burgos lo esaminò intorno le sue
corrispondenze con gli eretici, i sussidi loro somministrati, le
raccomandazioni come precettori di tali che insinuatisi nelle famiglie
sotto pretesto d'insegnare pervertivano la coscienza dei giovanetti,
il favore fatto presso duchessa di Traietto in pro di due ospitati
perchè il vero evangelo bandissero alle genti; ventura per lui che
Paolo III beveva grosso ed impedì che il negozio inciprignisse:
ma pecora segnata ormai egli era; ito in Francia, tornarono ad
appiccargli le accuse; le quali a cagione della regina Caterina che
gli si professava parzialissima poterono attecchire anco meno che a
Roma. Poteva costà vivere tranquillo, ma i fati che strascinano gli
uomini più che questi non credono e certo poi più che non vorrebbero,
lo condussero di nuovo in Italia, farfalla intorno alla fiamma che lo
aveva a incenerire; egli mise stanza in Padova, città ch'ei giudicava
appartata dalle romane insidie epperò opportuna alla professione
pacifica delle sue dottrine: s'ingannava, anco là la curia prese
a perseguitarlo più implacata che mai; niente gli valse separarsi
dai viventi o chiudersi nella solitudine o studiare le parole e i
passi; l'odio, che non perdona mai, lo circondava come l'atmosfera.
Il Gelido con queste pietose parole dava contezza di lui al Bibbiena
segretario del duca Cosimo: «Molto spesso ragiono di lei con monsignor
Carnesecchi, il quale è abbandonato, si può dire, da ognuno, eccetto
da me, il quale tanto lo potrei mai abbandonare quanto la madre il
suo figliuolo, amandolo quanto si può amare un vero amico, e certo
non per beneficii che io abbia ricevuto o speri ricevere da lui, ma
perchè sempre l'ho conosciuto uomo dabbene e bonissimo, e se mai lo
ebbi tale, in questa sua afflizione, ch'è delle gravi che possono
accadere ad un uomo, perchè si perde la roba, l'onore e quasi la vita,
finisco di certificarmi che Dio è con lui e lo governa e lo consola
e lo fortifica, chè altrimenti non potrebbe tollerare questo colpo
mortalissimo con tanta costanza di animo e quasi con ilarità come con
effetto tollera. Si è ritirato in casa, che fa conto gli sia una onesta
carcere: conversa co' suoi libri e coi suoi pensieri per la maggior
parte divini e vôlti alle cose dell'altra vita, di maniera che, in
questa persecuzione che lo priva della conversazione degli uomini,
l'assuefarà a conversare con gli angioli, e così verrà a trarsi altro
frutto di questo suo esilio di quello che dal suo trasse Boezio o
qualsivoglia altro filosofo, perchè altra consolazione si trova nella
filosofia cristiana che nella umana.»
Fra Michele inquisitore a nome di Paolo IV citò il Carnesecchi a Roma,
ed egli mantenendosi contumace, senz'altra indagine venne scomunicato
il 5 aprile 1559; come a Dio piacque, a Paolo successe Giovannangelo
dei Medici col titolo di Pio IV, il quale sendogli amico, lo ebbe tosto
ribenedetto dichiarandolo buon cattolico ed obbediente alla Chiesa.
Allora, punto dal desiderio del natio luogo o nello intento di porsi
al riparo di più sicuro asilo, il Carnesecchi da Padova si trasferì a
dimorare a Firenze, dove visse in pace onorato da tutti e caro, come
credeva, a Cosimo fino alla esaltazione di Pio V; in quel torno, senza
che il Carnesecchi se ne addasse, una terribile procella si affoltò
sopra di lui. Rincresceva acerbamente a Cosimo che la morte gli cavasse
dalle mani un papa prima di averlo sfruttato secondo i suoi bisogni;
tanta era stata fin lì la sua prevalenza sopra la curia romana che
Pasquino espresse questa opinione universale effigiando Cosimo vestito
da papa col motto: «_ecce Cosmus Medices pontefex maximus_.» Col papa
amico pareva a Cosimo potere navigare sicuro pel pelago intricato della
politica ed anco alla occasione prepotere, imperciocchè i concetti
di Cosimo fossero grandi o almeno cupidi, e poi i contrasti per le
precedenze a cotesti tempi si mostrassero od avessero occasione per
mostrarsi più dispettosi che mai; e ciò o rispondesse alla fumosità
per virtù dei costumi spagnuoli diventata tanta parte del cervello
italiano, o piuttosto a segno esteriore di primazia proseguita
dai principotti con tanto maggiore smania nelle apparenze quanto
più impotenti a conseguirla in sostanza. Al duca di Firenze davano
continua molestia i duchi di Savoia, di Mantova e di Ferrara, massime
di Ferrara: mentre quel di Savoia era andato a pescare il titolo di
re fino a Cipro non senza riso dei potentati d'Italia e di fuori, e
fin d'allora Cosimo mulinava conseguire dal papa titolo e grado che
lo preponessero ai suoi emuli, come di fatti pei meriti suoi, tra i
quali non ultimo la consegna del Carnesecchi, acquistò e fu incoronato
granduca.
Pertanto il cardinale Pacecco scrisse al duca il 10 giugno 1566 una
lettera perfida come la sanno scrivere i preti: «Sarebbe peccato
grave per Cosimo se non desse al papa tutto favore perchè egli potesse
adempire il suo ufficio di vicario di Cristo: avendogli sua Beatitudine
parlato con molta premura di questo negozio, egli Pacecco avere
reputato spediente agl'interessi del duca accertarlo di due cose, la
prima che in tutta la cristianità non viveva principe il quale delle
cose della Inquisizione fosse zelatore come egli Cosimo, e questo
molto bene conosce da per sè la S. S. e lo predica; la seconda, che
non vi sarebbe cosa, per grave che fosse, che Ella non fosse disposta
a fare per suo particolare contento e consolazione: non si maravigli
poi della premura che si muove per un uomo, imperciocchè costui non
sia un uomo come un altro, e si nutre sicurezza di ricavare da lui
molte cose ed importantissime _e forse qualcheduna che fosse di suo
servizio_.» Preparato a questo modo il terreno, il giorno dopo Pio V
spediva al duca il maestro del sacro palazzo con una lettera scritta
tutta di proprio pugno: «Dilecte fili, etc. Ella pare innocente come
l'acqua; dia ad esso maestro la credenza che daria alla sua medesima
persona, e così la Divina Maestà lo benedica.» — Il maestro del sacro
palazzo non aveva altra commissione eccetto quella di farsi consegnare
il Carnesecchi, nè si partisse da Firenze se con esso seco non lo
trasportasse. Dalle carte del Carnesecchi poi si rilevò come gli amici
suoi di oltremonte più volte avessero mosso ressa appo lui ond'egli
da Firenze si cansasse, nè egli se ne era mostrato alieno, ma poi,
fidando nell'amicizia antica di Cosimo, bandito ogni sospetto da sè
come ingiurioso a così egregio principe, si era rimasto; e giusto nel
punto che il maestro giunse al palazzo del duca il Carnesecchi pranzava
coll'ottimo principe; il quale letta la lettera e udito il messaggio
senza scomporsi, mandato pel bargello, fece tradurre l'amico della
sua famiglia e suo dalla mensa ospitale al carcere dei malfattori. E
qui non vuolsi omettere di notare come cause della feroce persecuzione
contro il Carnesecchi fossero due: la prima la strenua difesa con la
quale il Carnesecchi pigliò sempre a sostenere la fama di Cosimo; di
che si ha notizia in una lettera del Gelido: «Tu ti devi ricordare che
tre anni fa predicò un frate di santo Agostino chiamato il Montalcino.
Costui pose tanto odio a monsignor Carnesecchi perchè un dì andò a
trovarlo in camera e con buon modo mostrò al padre che faceva male a
parlare del duca di Fiorenza manco che onoratamente: ma poichè egli era
uno dei più arrabbiati Sanesi che mai si potessero immaginare non che
trovare, cominciò a levare la voce e dare del tiranno per la testa in
modo che il Carnesecchi mi ha detto che bisognò gli dicesse a lettere
da scatola ch'egli era la più solenne bestia che andasse sopra due
gambe, e se lo levò dinanzi. Il frate andò a dolersene più volte col
cardinale Triulzio, ch'era qui legato, e trovando che non ne faceva
caso perchè amicissimo di monsignore, disse che troverebbe il modo di
rovinarlo. E domandato dal cardinale quello che pensava fare, rispose
che la inquisizione era aperta, e che a monsignore, parlando seco, era
scappata di bocca non so qual parola sopra un passo di santo Agostino
che sentiva dello eretico, ed insomma troviamo che questo frataccio ha
suscitata questa persecuzione.» E questo fatto sarà stato argomento
per Cosimo di vendicarsi del frate, ma nol fu per salvare il misero
Carnesecchi; la seconda causa si desume da certa lettera scritta dal
Babbi oratore toscano al duca Cosimo: «Mi disse iersera il governatore
di Roma che il Carnesecchi porta gran pericolo di vita, sebbene il
processo suo non è ancora maturo, ed ha un gran bisogno di aiuto:
quando campi la vita, _sarà murato_ in luogo che non si rivedrà, più
essendosi trovate fra le sue scritture minute di lettere che scriveva
pel mondo quando fu creato questo buon papa, detestando questa santa
elezione _e dicendo molto male di lui e di tutto il collegio_.»
E preti e donne non perdonano mai, costumava dire il cardinale di
Richelieu, che se ne intendeva. Trentaquattro furono gli errori
imputatigli (e quello che per avventura lo condusse a morte si tacque);
affinchè uomo conosca per quali cause trecento anni fa Roma ardeva,
strangolava, arrotava, mazzolava e squartava le creature umane, io
li vo' riferire: «L'uomo con la fede sola si giustifica; fede, e non
opere, necessaria alla salute eterna; facile però all'uomo graziato
della fede compire opere buone: quantunque inani alla salvazione
dell'anima, le buone opere otterranno maggior grado di gloria: per
natura inclinati al male e, avanti la grazia, al peccato: arduo
ed impossibile, senza grazia di Dio, copia di fede e di speranza,
osservare il decalogo, massime i due primi precetti di quello. Si stia
alla parola del Signore attestata dalle Scritture; delle indulgenze
nella Scrittura non occorre neppure una parola. Lo Spirito Santo non
presiedè a tutti i concili nè si mostrava chiaro intorno alla persona
legittima per convocarlo: quanti avessero ad essere i sacramenti non
sapeva: non obbligatoria la confessione: dubitava del purgatorio e
sosteneva apocrifo il libro II dei Maccabei, dove si giudica efficace
il suffragio pei morti. Che nella Eucaristia sia presente il corpo di
Cristo non nega, nega la transustanziazione e qui ciondola tra Lutero
e Calvino: sarebbe bene che anco i laici comunicassero sotto le due
specie. La Messa propizia solo per la memoria della passione di Cristo
o vero in quanto eccita la fede, per la quale unicamente impetriamo la
rimessione dei peccati. Per eccellenza il papa è primo vescovo, non
per autorità, la quale non può esercitare sopra le altre chiese, se
pure il mondo non gliela deferisca per rispetto a Roma. La più parte
degli ordini monastici aborriva, massime gli accattoni, cavallette
del pane del povero: le prediche dannose anzichè no, come quelle che
raccomandavano troppo le opere: turpe il celibato dei preti: iniquo
il voto di castità, la quale è dono di Dio: l'andare pellegrinando
randagio attorno vizio di vagabondo, non santità: la cernita dei cibi
assurda, non meritorio il digiuno; e poichè Cristo si era offerto
mediatore fra Dio e gli uomini, inutile la invocazione dei santi; con
altre giuntarelle che toccai disopra, perchè a suo danno si raccolsero
le briciole; le quali cose tutte adesso ci paiono opinioni in parte
plausibili, in parte oziose; ma i tempi portavano così, ed essi
letterati erano e dialettici e teologhi non già filosofi. Caduto in
malebranche, il Carnesecchi, per bene due volte atrocemente provato con
la tortura, confessò quello che vollero; spontaneo avrebbe detto tanto
che mezzo bastava per arderlo. Però tormenti non valsero a denunziare
complici, sè accusò solo. Cosimo, fosse vergogna o rimorso o piuttosto
astutezza, contando coll'esagerare il sacrifizio fatto al papa
ottenerne più lauto compenso, assai si dimenò per proteggerlo; e col
mezzo del suo oratore veniva supplicando il papa considerasse la nobile
prosapia dello accusato, il nome chiaro, la diuturna familiarità, un
_monte di donzelle del suo parentado da accasarsi_, la servitù alla
casa Medici, il grado illustre; e il papa, tutto bene considerato,
rispondeva: _che se avesse in mano uno che avesse morto dieci uomini
non mancherebbe darglielo e concederglielo; il Carnesecchi non potere;
e che se si avesse rispetto ai parenti ed alle famiglie, non si
sarieno fatte esecuzioni come si sono fatte in molti signori_. Onde il
Serristori, che sparvierato uomo di corte era, presa lingua, scriveva
al suo padrone per dissuaderlo da mettersi nella calca a farsi pigiare:
«Non ci è verso alcuno di aiutarlo, e ciò che l'E. V. facessero non gli
gioverieno, ma sì bene imbratterebbono in gran parte quella candidezza
e gran volontà che con le opere hanno mostro contro questa pestilenza
di eretici, per il che presso Sua Santità sono tenuti in concetto dei
più cattolici principi che sieno in cristianità, la religione, virtù e
giustizia dei quali da Lei si predica con ogni uomo.» E poi, secondo il
costume di tutti i tempi, che i vili, a cui il bene materiato piace,
sentono bisogno di tôrre ai magnanimi fino il compianto dei loro
simili, il Serristori denigra presso Cosimo il Carnesecchi come uomo
senza cervello che in mal tempo, invece di gittarsi giù di sfascio
ai piedi del papa ed implorare mercede, aveva tolto a difendersi;
insensato che si ostina a non ritrattarsi come tanti altri fanno: ma
forse il cortigiano con siffatte parole perfidissime veniva piaggiando
l'anima di Cosimo, la quale, lacerata dal rimorso, doveva trovare
qualche sollievo al truce tradimento dandosi ad intendere che al
postutto il Carnesecchi non era uomo che meritasse osservanza di fede.
Anco lui con lusinghe e con terrori tentarono affinchè si ritrattasse:
stette fermo, e ad una voce avversi e finti o timidi amici condannarono
la sua caparbietà, la quale se non era, l'ottimo pontefice gli avrebbe
fatto senz'altro la grazia. Qual mai grazia? Chiuso in perpetua
prigione in mano a frati fanatici, ovvero dentro una celletta _murato_;
chè il carcere solitario, privo di ogni consolazione, pieno di ogni
angoscia mortale, immaginarono i preti nello inferno dei loro pensieri
prima che scendesse nel cervello dei moderni[17] filosofi.
E poi ormai nel Carnesecchi, venute meno le cause del vivere, era
surta la voluttà della morte: chiunque per cause più o meno lodevoli e
sovente contennende si sente attaccato alla vita questo non pensa o non
crede, ma pur troppo si danno casi pei quali all'uomo la vita diventa
supplizio, refrigerio la morte. Il Carnesecchi, non che ritrattarsi,
quanti confortatori gli mandavano procurava che si ravvedessero
e, lasciato il sentiero dello errore, su la via del vero Evangelo
s'incamminassero; donde lo esasperarsi delle pretesche ire. Non sembra
che gli fosse letta la sentenza su la piazza della Minerva, bensì in
chiesa davanti la sepoltura di Clemente VII, che tanto lo ebbe caro;
quindi condotto in sagrestia, dove lo vestirono con la tunica gialla
dipinta a fiamme; ridicole cose adesso, allora feroci; il martedì, che,
fu il primo di ottobre 1567, portato in ponte, vi ebbe mozzo il capo, e
poi l'arsero.[18] Tutti gli storici notarono l'attillatura con la quale
ei si condusse a morte quasi segno di vanità o di follia; e questa
attillatura, stando alla relazione del Serristori, consistè nel vestire
camicia bianca e usare guanti nuovi e pezzuola pur bianca in mano;
costoro non sapevano o piuttosto fingevano ignorare come la mondizie
del corpo spesso renda testimonianza della purezza dello spirito.
Il papa Pio, per non far torto al nome, delle entrate riscosse e da
riscotersi de' suoi benefizi, che sommavano a circa cinquemila ducati,
fece grazia ai suoi parenti, ma le abbazie di Napoli e del Polesine
tenne per sè; quella di Francia sembra che non potesse agguantare. —
La viltà, che alla più parte degli uomini somministra le fasce dentro
le quali essi vengono ravvolti fin dal nascimento loro, operò in guisa
che gli amici lo rinnegarono, gratificando la tristizia del sacerdote,
la quale non patisce che dei suoi avversari sopravviva il nome ovvero
consente sì che duri, ma infame. Il Mureto, aveva composto un'oda
in plauso del Carnesecchi e stava in procinto di pubblicarla, se non
che, repugnando sconciare i fatti suoi, si consultò con taluni solenni
barbassori di santa madre Chiesa, che lo consigliarono pel suo meglio
a rimetterla nel fodero; ed egli comechè ciò costasse non già alla
sua amicizia ormai svanita, sibbene alla sua vanità, tenne lo avviso.
Del pari cadde l'animo allo stampatore Aldo Manuzio amico sviscerato
del Carnesecchi, che gli levò al sacro fonte un figliuolo, e nelle
collezione delle sue lettere stampata dopo la condanna di cotesto
infelice al nome di lui sostituì quello di _Pero_; anzi nel 1558 costui
dettò un magnifico panegirico del suo _caro Carnesecchi_ dedicato al
Mureto; più tardi non volendo sopprimere il panegirico, che gli pareva
gran cosa, e dall'altra parte aborrendo mettersi a cimento, surrogava
il nome di Molini a quello dello amico sventurato; ancora, nella dedica
di una edizione di Sallustio al cardinale Triulzio, il Manuzio così
favella del Carnesecchi: «Piero Carnesecchi protonotaro; personaggio
onorevole, preclaro per virtù e per dottrina facilmente primo su
quanti io mi abbia riscontrati nel corso della mia vita», ma nelle
edizioni posteriori alla sventura del 1567 nomi e lodi tu cerchereste
invano. L'atroce persecuzione durava tuttavia verso la metà del secolo
decimottavo, sicchè un Mancurti compatriota del Flaminio, pubblicando
certa edizione delle sue opere, giudicò spediente sopprimere le ode
intitolate al Carnesecchi, «per non esporsi alla censura della gente,
la quale aveva affermato eretico il Flaminio attesa l'amicizia che
professava al Carnesecchi.» Altre cose potrei aggiungere; me ne
passo, chè me piglia insopportabile il tedio alla vista di tanta
abiezione.[19] —
Dopo il caso del Carnesecchi fu rotto l'argine a Firenze; molti
fuggirono, e molti come suoi fautori furono spediti ammanettati a
Roma. Gl'inquisitori insanivano; non modo, non discretezza nè garbo:
alla rinfusa agguantano dotti ed idioti, e vessano d'interrogatorii:
i secondi, sentendosi ricercare sopra i più ardui misteri della
fede, restavano come trasognati; li destavano le multe e le minacce
di pene maggiori; lo scandalo giunse a tale che il granduca dichiarò
apertamente a Roma non avrebbe più oltre patito che del suo stato si
facesse così atroce governo. Lo contentarono sostituendo inquisitori
più discreti o più ipocriti, pannicelli caldi; ma gl'istituti rimasero
inalterati: anco i forestieri andavano soggetti ad infinite molestie
e guai a cui non riesciva dare certezza dell'esser suo. Per lo che la
Toscana diventava infame presso le genti: nè per questo diminuivano
anzi crescevano nel vulgo le credenze superstiziose d'incantesimi, di
malie, di apparizioni del diavolo e miserie altre siffatte; e (orribile
a dirsi!) pochi mesi dopo la strage del Carnesecchi a Siena furono
_arse cinque streghe_ accusate (e la sentenza aggiunge _convinte_) di
avere renunziato al Battesimo, essersi messe in balía del diavolo ed
avere ciurmato diciotto fanciulli. Ludovico Domenichi, prete, assai
rinomato nella storia della letteratura per avere dettato se non belli
almeno molti scritti, fu posto al tormento; e siccome si ostinava a
negare, gl'inquisitori imbestiavano a dilaniarlo; al fine potè più
la caparbietà sua che il fratesco furore; fu condannato alle Stinche
a vita; donde tratto per favore di Paolo Giovio mutò il carcere in
convento. L'arte tipografica, già fiorente, cessò; gli stampatori
proposero vendere tutti i libri pel costo reale e con perdita ancora
del dieci e del quindici per cento, poi li bruciassero; di andare
innanzi non ci era altro verso, non si volendo ormai più veruno
esercitare in così bella, nobile e facoltosa arte, mentre in altri
luoghi è favorita, aiutata e privilegiata; nè più si trovano fattorini
per ammaestrarli e servirsene se non per lo più vilissimi e figli di
sbirri. Il Torrentino riparava in Pavia, i Giunti a Venezia; nè per
quanto eccellenti segretari alle intemperanze procurassero mettere
argine, ne venivano a capo perchè ormai gesuiti e preti stringevano
nelle mani loro le viscere della Toscana come dentro una tanaglia di
ferro; il lamento femminile delle granduchesse beghine troncava l'ale
ad ogni conato, e un Cioli faceva più danno in un'ora che il Vinta e
il Picchena benefizio in un anno; i gesuiti, dopo avere estorta non
so quale eredità a Montepulciano, vi si piantano; poi non bastando
loro, si lasciano intendere «che hanno posto la mira ad altri luoghi
senza avere riguardo alla distruzione delle case, delle famiglie e
delli abitatori che ne succederebbe, et non vogliono per li frutti
dei terreni che hanno preso e che sono loro controversi concorrere
alle imposizioni anticamente postevi per le spese delle strade, ponti
fontane ed altre cose comuni. Oltre di questo si dichiarano assai
apertamente di applicare l'animo ad altre eredità, ingegnandosi e
procurando che i congiunti ai quali esse appartengono ne rimangano
privati, e così nutrendo le discordie e le disunioni tra i parenti
per loro proprio interesse. Da questi modi di procedere sono venuti
in tale odio segreto appresso la maggior parte di cotesto popolo
che se noi non ci avessimo posto freno, sarebbe intervenuto a' detti
gesuiti qualche strano accidente e peggiore di quello che successe
già molti anni quando a furore di popolo ne furono cacciati mediante
una segreta conventicola fatta contro di loro.» Nè si creda mica che
questa lettera dettasse un cervello torbido di quei tempi o, come
oggi si direbbe, un rompicollo; ella era scritta il tre dicembre 1606
dal granduca Cosimo II al suo oratore a Roma. A tanto di protervia
giunse Roma che nella moría del 1630, mentre a gara il principe e i
più facultosi dei cittadini profferivano i privati loro edifizi in
supplimento dei pubblici per le purghe e le quarantene, e mentre anco
i frati sovvenivano con ogni maniera di caritatevole soccorso, quando,
costoro vennero richiesti anzi supplicati di concedere pei medesimi
offici i locali di cui non si servivano, urlarono allo spoglio e
all'assassinamento. Roma inorridì per la violata immunità ecclesiastica
e senza indugio scomunicò quanti ci avessero partecipato, veruno
escluso. Poco dopo per clemenza somma Sua Santità consentì a ribenedire
i violatori a patto chiedessero perdono; agli ufficiali di sanità ed
ai Fiorentini brillavano le mani, e questa volta l'avrebbero fatta
vedere a cotesti preti sfacciati, ma alle granduchesse ava e madre
per siffatti rumori pareva dovesse subissare il mondo: in ginocchio
dunque al padre dei fedeli, al vicario di Gesù Cristo, a colui che
tiene in mano le chiavi del paradiso per aprirlo o per chiuderlo
a cui meglio gli talenta: però gli uffiziali di sanità ebbero a
domandare perdono per avere adoperato umanamente senza il beneplacito
del papa; e Roma, trovato il terreno morvido, spinse la sua temerità
fino a costringere lo stato a restituire le somme contribuite dai
chiesastici per la salute comune, ed a stabilire per principio che
a spese del pubblico erario dovessero sovvenirsi e preti e frati in
occasione di straordinarie calamità. In Toscana, dopochè Cosimo I si
abiettava davanti a Pio V, si andò di male in peggio; quegli credè
che, genuflettendosi al soglio pontificio, il papa gli avrebbe posto la
corona sul capo, ed invece costui gli mise il collare al collo; da quel
tempo in poi i granduchi furono considerati a Roma gli sbirri della
Inquisizione, ed il Galluzzi scrittore sciatto e servile ciò nella
sua storia conferma, e quando parla di Urbano VIII narra come egli pur
fosse in possesso di siffatta bassezza quando a posta sua gli tenevano
sostenuto in carcere a Firenze Mariano Alidosi signore del Castel del
Rio, a cui per cagione di eresia voleva confiscarsi cotesto feudo, il
quale _de iure_ si devolveva al granduca. Il nome del papa metteva per
paura a soqquadro Firenze, come poco anzi per tutta Italia aveva fatto
quello del re Gustavo Adolfo di Svezia; a tale ignominia in poco più di
un secolo il principato ridusse gli animosi spiriti fiorentini.
Accostiamoci a Lucca. Antonio della Paglia da Veroli prestantissimo
ingegno celebrarono i suoi contemporanei nelle lettere umane, e la
posterità confermò, ma sopratutto fu pio, in divinità dottissimo
e d'imperterrito animo; nemici ebbe molti, e chi non gli ha fra
i virtuosi? Superare altrui in dottrina e in virtù sembra peccato
sottoposto a pagare questa multa; così preordinò il destino, e le
querimonie non montano: soffri, sii grande e taci.
Gli stranieri raccolgono amorosi le nostre memorie. Ora non fanno molti
anni un Young da Oxford mi chiedeva notizie intorno al Paleario, e con
soddisfazione dell'animo mio vidi averne pubblicata la vita a Londra
nel 1860 con lettere originali e documenti; noi Italiani per ora siamo
incuriosi delle nostre glorie e delle nostre sventure; colpa l'avere
scambiato l'aurora boreale coll'alba del vero giorno della libertà.
Aonio visse un tempo a Siena maestro di greche e di latine lettere;
quivi gli diè gravezza un nugolo di pedanti astiosi, erano trecento;
dodici si proffersero accusatori, dei quali capo un Orlando Marescotti;
egli si difese con mirabile orazione in senato, niente delle accuse
negando, bensì esponendo quanto inani e maligne si fossero; tuttavolta
gl'increbbe il mal sicuro ostello e molto bene raccomandato dai
cardinali Bembo e Sadoleto s'incamminò a Lucca, dove la cittadinanza
lo accolse a grande onore e con larga mercede lo elesse professore di
lettere greche e latine, conferendogli di più il carico di arringare
due volte all'anno in occasioni solenni. Anco qui non tacque l'ira
nemica e gli avventò contro un Marco Blaterone; ma vegliava per lui la
benevolenza dei cittadini, la quale, non patendo lo indegno strazio,
bandì il Blaterone, che tutto invelenito si recò a Roma per aizzargli
contro i frati domenicani. Il Cantù, denigratore inverecondo di ogni
gloria che non sia clericale, afferma che, essendogli stato preferito
a concorso l'Ammirato prima, poi il Bandinelli, sdegnoso dopo dieci
anni di dimora lasciò Lucca: all'opposto io trovo che in Lucca non
cessarono mai di amarlo e di rispettarlo: molto profitto avere fatto
con i suoi scritti e co' suoi sermoni; solo essersi consigliato di
ridursi a Milano, però che costà sotto l'ale dell'aquila austriaca gli
paresse stare più sicuro, e poi perchè la crescente prole lo indusse
ad accettare il maggiore stipendio proffertogli: a Milano stanziò
sette anni; stava bene e si mosse, e male gl'incolse contradire al
proverbio. Recatosi a Bologna mentre la febbre sanguigna di Pio V
gli mostrava in ogni uomo di lettere un nemico, riescì agevole a cui
gli aveva messo da tempo antico la mira addosso comprenderlo nella
persecuzione universale; andò ad arrestarlo frate Angiolo da Cremona
inquisitore, che trattolo a Roma lo chiuse nel carcere di Tordinona;
se fosse posto al tormento ignoriamo: le accuse palesi sommarono a
quattro: il purgatorio negato; ripreso il costume di seppellire nelle
chiese; scherniti il vivere ed il vestire fratesco; la giustificazione
posta da lui nella sola fede verso la misericordia di Dio, il quale
perdona pei meriti di Gesù Cristo; ma più gravi colpe, comechè
taciute, a suo danno il poema intorno la immortalità dell'anima, il
quale, levato a cielo un giorno da uomini insigni non meno che pii
e luminari della Chiesa, oggi alle froge bestiali di Pio V putiva di
eretico; il trattato _del benefizio della morte di Cristo_, anch'esso
un dì giudicato dalla Chiesa libro meritorio, ed ora proibito come un
tizzo di carbone infernale: non mancarono e nè mancano anco ai tempi
nostri scrittori che non a lui, bensì a certo benedettino, chi dice di
Mantova, chi di San Severino, lo attribuiscono, ma certo egli è che la
dottrina di cotesto libro l'Aonio professava e predicava; per ultimo le
molte epistole spedite nella più parte d'Europa e sopra tutto la famosa
accusa contro i Romani pontefici ed i loro seguaci: veramente questa
vide la luce solo ventisei anni dopo la sua morte, però che il dabbene
uomo ebbe avvertenza di mettere in salvo tutte le sue scritture prima
di essere arrestato, tuttavia è agevole persuaderci che per detto suo
e degli amici si conoscesse; essa contiene venti testimonianze o capi
di accuse; il De Sanctis la pubblicò volgarizzata a Torino nel 1861:
vorrei raccomandare agl'Italiani che la leggessero, e ne varrebbe il
pregio davvero, ma gli è tempo sprecato finchè il sonno e la vergogna
dura: il Paleario si raccomanda che se i popoli potranno costringere il
papa a presentarsi ad un concilio dove si tengano conferenze di ogni
maniera cristiani, a cui venga fatta facoltà di parlare liberamente
al cospetto dei grandi e dei legati delle città; e se in coteste
conferenze fie stabilita equità di giudizi e con la parola di Dio si
torranno gli abusi e le controversie religiose, sicchè possibile sia
che le chiese sanate formino un corpo solo; allora prega i depositari
della sua accusa a consegnarla ai difensori dell'Evangelo ed a
presentarla al concilio generale libero e sacro come testimonianza di
un uomo pio che morendo non voleva davvero mentire a Cristo. «Questa
testimonianza, egli aggiunge, e l'atto di accusa saranno da voi
lanciati colà come fulmine che abbatterà l'anticristo. Fratelli, ve
ne supplico, mettetelo alle strette, non gli date tempo a ordire suoi
inganni: lo iniquo rimanga confuso sul colpo, in mezzo al concilio,
alla presenza dei principi grandi. Allora leggete e rileggete la mia
testimonianza coll'atto di accusa; fate sia lungamente discussa ed
esaminata, e così la chiesa di Dio sarà purgata.»
Nei ricordi della Misericordia di San Giovanni decollato dei Fiorentini
di Roma si trova scritto che Aonio perisse pentito e confessato,
chiedente a Dio perdono dello errore suo; e così pure sostengono il
padre Lagomarsini e gli abbati Lazzeri e Tiraboschi; le sono ciurmerie
pretesche: di che si aveva a pentire cotesto venerando vecchio? Così
rammenda col fil bianco la ciurma sacerdotale che il ricucito si mostra
lontano un miglio; difatti il Laderchio continuatore del Baronio ci
lasciò scritto: «Quando furono chiariti che cotesto figliuolo di Belial
stava tenacemente attaccato al suo errore, e che ormai non ci era
verso per ricondurlo alla luce, lo condannarono alle fiamme, affinchè
al supplizio di un momento tenessero dietro gli eterni castighi»; e
nel foglio dopo ci attesta quali fossero i sensi del Paleario e quali
le novissime parole ai suoi giudici: «dopo tutte queste testimonianze
che voi udiste, o cardinali, sorgere schierate contro me, ogni difesa
torna inutile; ormai per me sono deliberato seguitare in tutto il
precetto dello apostolo san Pietro, il quale ci dice: il Cristo ha
sofferto per noi lasciandoci uno esempio da seguire, il Cristo che
non commise mai alcun peccato nè dal suo labbro uscì mai parola
d'inganno. Quando lo avvilirono d'ingiurie non contrappose ingiurie,
quando lo bistrattarono egli non minacciò, bensì si diede in balía di
coloro che lo condannavano ingiustamente. Pronunziate impertanto il
vostro giudizio, condannate Aonio, fate il debito vostro ed empite di
contentezza il cuore de' miei nemici.»
Dalle lettere brevi che scrisse in procinto di morte alla diletta
consorte ed ai cari figli assai chiaro si dimostra come lui pigliasse
vaghezza di morire, e sentisse proprio bisogno riparare in parte dove
nè la vista nè l'udito delle scelleragini umane lo funestassero: «Non
vorrei, carissima consorte, egli scrive, che tu pigliassi dispiacere
del mio piacere nè a male il mio bene. È venuta l'ora che io passi
di questa vita al mio Signore padre Dio. Io ci vo tanto allegramente
quanto alle nozze del figlio del gran re.... Sicchè, consorte
dilettissima, confortatevi della volontà di Dio e del mio contento,
e attendete alla famigliuola sbigottita, che resterà di allevarla e
custodirla nel timor di Dio ed esserle madre e padre. Io era già di
settant'anni vecchio e disutile; bisogna che i figli con la virtù e
col sudore si sforzino a vivere onoratamente.» Ed ai figli altresì
raccomanda «che sebbene il mezzo col quale a Dio piace chiamarlo a
sè possa loro parere amaro, pure, essendo di sua contentezza somma
e piacere, li prega a volersene anch'essi contentare; lascio loro in
patrimonio virtù e diligenza, e quelle poche facoltà ch'essi hanno....
l'ora mia si avvicina; lo spirito di Dio vi consoli e vi conservi in
sua grazia.» Che razza di eretici fossero questi non si comprende,
e nondimanco l'atroce potestà che adesso ci vorrieno riaggravare sul
collo li condannava al fuoco! Così Aonio Paleario di 70 anni vecchio,
esempio di ogni cristiana virtù, dalle sacerdotali iene l'8 luglio
1570 era prima strozzato, poi arso. — E nè anco questo bastò, chè un
Latino Latini da Viterbo curiale ebbe cuore di celiare sopra le ceneri
di Aonio per via di uno epigramma il quale insomma diceva ch'egli,
avvisando di tôrre dal suo nome Aonio la T, pensò potere scansare la
forca, la quale però dopo dieci lustri gli tornò in capo, con più il
capestro ed il rogo.
Molti a Lucca i seguaci della riforma, e dei maggiorenti, sicchè
reputarono fare a fidanza, anzi essi rampognarono superbamente chi
fuggendo cercava asilo in contrade straniere, e levarno i pezzi
addosso a coloro che si erano lasciati ire fino a ritrattarsi; ma
altro è parlare di morte altro è morire, ed alla svolta si provano i
barberi. Di repente sorse la fiera persecuzione di Paolo IV; i timidi
e gl'interessati, che come a Lucca altrove sono i più, diventarono per
paura feroci; non santità di legge osservata, non forma di giudizio,
fatta una funata dei sospetti, empite le carceri; gli arnesi del
tormento riforbiti e ostentati a pompa; allora gli spavaldi cagliarono,
si picchiarono il petto, e detestando pubblicamente l'errore, alla
meglio si aggiustarono; a molti riuscì fuggire: allora Pietro Martire
cui avevano proverbiato per essersi messo a tempo in salvo scriveva:
«O come mi rimarrò io dal pianto, pensando alla terribile procella la
quale ha desolato la fiorita chiesa di Lucca senza lasciare pure orma
di lei! Quelli che di voi non avevano contezza forse vi hanno temuto
troppo deboli per resistere alla bufera, ma io non avrei mai creduto
che voi vi sareste tanto vergognosamente abiettati; e a voi erano pure
noti i furori dell'anticristo e il pericolo che minacciava i vostri
capi quando ricusavate fuggire e prevalervi di ciò che taluno di voi
chiamava il rifugio del debole, ed io consiglio di prudenza in tempi
perversi. I laudatori della vostra costanza dicevano: Questi animosi
soldati di Cristo a piè fermo aspetteranno la gloria di affermare a
prezzo di sangue e di martirio il progresso del Vangelo nel proprio
paese, non patendo a verun patto di comparire secondi ai magnanimi
esempi somministrati loro quotidianamente dai fratelli di Francia, del
Belgio e d'Inghilterra. Ah quante speranze svanite! Quale argomento di
esultanza agli empi nostri oppressori! Più che con le parole col pianto
egli è forza deplorare questa dolorosa vicenda.»
Nè, a vero dire, i pericoli che correva Lucca erano vani, e già lo
accennammo. Cosimo smaniava allargarsi; troppa piccola veste la Toscana
per lui, quindi stava alle vedette per coglierla in fallo e così dare
la balta allo inquisitore perchè gliela consegnasse. Il Caraffa e
il Ghislieri a patto di schiantare la eresia avrieno dato fuoco, non
che al genere umano, al mondo; sicchè all'oratore veneziano Fedeli,
come altrove fu avvertito, Lucca pareva una povera quaglia sotto allo
sparviero. La repubblica ciondolava con astutissimo consiglio tra
lo scansare i pericoli di fuori, non disperare quei di casa, tenersi
bene edificata Roma e non cedere alle improntitudini di lei: insomma
fine della disuguale scherma fu, che Lucca respinse incrollabile la
Inquisizione e i gesuiti da casa sua: imperciocchè Salvatore Guinigi,
spedito a Roma per istornare la venuta loro a Lucca, scrivendo
all'Offizio su la religione dichiarava: «aver considerato come cotesti
huomini fossero di qualità che quando mettono il piede in un luogo
fanno come il riccio e cercano sempre tirare a loro; che _teatino_ non
vuole dire altro che _tira a te,_ e perciò non pigliano nella loro
religione furfanti o poveri, ma cercano subornare giovani ricchi e
che possano portare molto utile; e chi li ha per vicini non si tiene
padrone del suo, perchè se _li viene_ volontà di allargarsi, bisogna
star forte: chi ha vigna vicina alla loro, bisogna che commetta al
vignaruolo che chiuda la porta subito che li vede, perchè applicandoci
l'animo saria perduta; e che il fine loro è di mangiar bene e bevere
meglio e di governare tutte le cose tanto nel temporale quanto nello
spirituale con malissima sodisfatione dello universale e con pericolo
che un giorno non ne segua qualche pericolo notabile.»
Comechè pusilla e trepidante, Lucca in questo tenne il fermo; e quando
Alessandro Guidiccioni, per gratificarsi Roma, indegno cittadino,
macchinava contro la sua patria sbottonando da per tutto che non ci
si poteva dar sesto se non ci si piantava la Inquisizione, il governo
lo dichiarò nemico della città; così del pari adoperò contro Lorenzo
del Fabbro, pessimo uomo, il quale andava attorno accattando segnature
sotto una supplica a Roma per ottenere il benefizio della Inquisizione;
volle per di più bandirlo; la Inquisizione lo difese, e il governo
per non romperla lo lasciò stare; e quando Pio IV volle levare al
governo l'esame dei libri proibiti ed altri uffizi, egli con un mondo
d'industrie procurò tranquillarlo, siccome ottenne. — A mano a mano che
soffiava il vento emanò leggi da prima miti e, per quanto ne sappiamo,
messe in esecuzione alla buona di Dio: ma poi bisognò smettere il fare
la gatta di Masino; le leggi di mano in mano diventarono terribili e
misero i denti davvero.
Le leggi promulgate dal consiglio furono queste: la prima del 28 marzo
1525; per essa si provvede che i possessori di libri luterani i quali
si recusino a consegnarli dentro giorni 15 dalla promulgazione della
legge agli anziani paghino la multa di ducati cinquanta; la seconda
del 12 maggio 1545: con questa si ordina: non leggansì libri vietati,
nè anco per ischerzo favellisi di cose religiose; chi trasgredisce, la
prima volta paghi scudi 50; la seconda gli si confischino i beni, e se
non possiede beni per 100 ducati, vada in galera sei anni; la terza,
patisca la perdita dei beni, il fuoco ed altre pene. Pareva che dopo il
fuoco altre pene non ci avessero ad essere, ma non è così. I possessori
di libri proibiti dentro quindici giorni dalla notificazione del
decreto o li portino al vicario del vescovo o glieli mandino col mezzo
del suo confessore, ovvero gli abbrucino; se disobbediscono, confisca;
e così del pari il libraio che provvede di fuori libri siffatti;
corrispondenza vietata con tutti gli eretici, massime coll'Ochino e col
Martire; non si mandino loro danari, non si servano; lettere da essi
mandate si portino dentro tre giorni all'Uffizio di Religione composto
del gonfaloniere, dell'Uffizio della Onestà, e di tre cittadini eletti
dal Consiglio maggiore; se no, confisca. L'accusatore rimane segreto
e guadagna la terza parte delle multe e delle confische; il reo che
accusa il complice va impunito. La terza legge venne promulgata
il 24 settembre 1549; per lei fu modificata la provvisione del
1545; all'Uffizio si aggiunsero due altri consiglieri; si prescrive
aduninsi una volta per settimana; chi manca paghi un fiorino di oro;
considerato che le pene troppo gravi erano rimaste inani, di ora in
poi i trasgressori paghino la prima volta 100 ducati di oro; se non
pagano dentro dieci giorni, in carcere per sei mesi; la seconda volta
si multino 500 scudi e privinsi in perpetuo degli uffici di onore e
di utile del comune; se non pagano, oltre la privazione degli uffici,
in prigione tre anni; la terza volta ne vadano la confisca e la vita.
Le donne anch'esse sottoposte a queste pene; le loro doti confiscate,
salvo lo usufrutto del marito innocente. I libri non approvati dal
vicario proibiti. I cittadini si abbiano a confessare e comunicare
nei tempi dalla Chiesa indicati; chi manca la prima volta sia dannato
in 100 scudi di ammenda, e se non paga entro dieci dì, stia sei mesi
in prigione, la seconda dugento scudi, e se contumace a pagare, si
abbia un anno di carcere; la terza ne vada la vita perchè, dichiara
la legge, _chi non muove l'honor commuova il timor della pena_. Le
medesime pene incolgano a cui cibi carne nei giorni proibiti senza
licenza del vicario; nella quaresima non si macellino carni boccine nè
agnelline nè caprettine, pena dieci ducati di oro, eccetto la settimana
santa per la provvista di Pasqua; frate sfratato veruno tenga per
famiglio in casa sotto l'ammenda di cinquanta ducati di oro. La legge
del 27 ottobre 1558 vieta commercio e di ogni maniera corrispondenza
per tutto il mondo con quelli che la Inquisizione dichiarò eretici, e
il consiglio ribelli, e ai trasgressori ne vadano la prima volta 500
scudi di oro, la seconda la vita: parrebbe che bastasse, ma no; per la
terza volta sono comminate le pene prescritte dagli statuti contro i
ribelli: per la quale cosa è dato supporre che anco morti agli occhi
della Inquisizione si poteva commettere peccato. Nel 19 dicembre
1561 per legge fu concessa facoltà all'Uffizio di aprire casse,
valigie, bauli e lettere per venire in chiaro della eresia; e qui
multe pecuniarie, si lascia stare la vita. In quel torno promulgarono
altresì un'altra legge per la quale fu dichiarato che i discendenti
degli eretici per due generazioni si ributtassero da qualunque ufficio
sia di onore, sia di utile del comune, e così dentro come fuori della
città e dello stato: iniquissima legge che condannerebbe gl'innocenti
pel colpevole, ma accettissima al papa, il quale vicario di Cristo
non è di certo, il Dio che perdona, bensì vicario del Dio di Moisè,
forte, prepotente, geloso, che visita nel suo furore la quarta e la
quinta generazione di quelli che l'odiarono; accetta tanto che, pur
volendo in qualche maniera mostrare l'animo grato alla repubblica, le
mandò in dono la rosa d'oro, e il principe Colonna fu commesso con le
maggiori solennità di presentargliela. Più enorme di tutti il decreto
del 9 gennaio 1562: per questo si proibisce agli eretici ed ai ribelli
di frequentare Italia, Spagna, Francia, Fiandra e Brabante, dove per
ragione di commercio soglionsi condurre i buoni cattolici lucchesi;
chiunque gli ammazzi riscuoterà la taglia di 300 scudi; se l'omicida
è ribello, abbia grazia; se non ribello, la chieda e la ottenga per
altro ribello. Buoni tutti, ma questo decreto poi commosse le viscere
paterne di Pio IV e di Carlo Borromeo che dicono santo: sicchè il papa
non potè stare alle mosse e con amplissimo breve segnato Fiorebello
Lavellino mandava al consiglio essersi smisuratamente rallegrato della
sua sapienza e pietà, ch'egli non saprebbe immaginare documento che
meglio di quello tutelasse l'onore di Dio e la salute della patria;
e che perciò senza dubbio alcuno Dio sovverrebbe una città dove così
pura e così sincera si conserva la sua religione. Quando Roma ti
loda, non ci è caso, o fosti stolto o iniquo. Come parve al papa non
parve questo editto preclaro a Caterina di Francia nè a Carlo IX, i
quali ne fecero le loro dimostranze alla repubblica, che si scusò con
certe ragioni che valsero ad attutare cotesti principi meritamente
gelosi del diritto di sovranità sopra i propri dominii; nel 1566 le
antiche leggi confermaronsi e si estesero anco per Ginevra; nel 1568
s'ingiunse che, albergatori o no, tutti facessero la spia al forestiero
che alloggiavano in casa. Nel 1570 si pubblicò una nota di eretici
da evitarsi, i quali furono: «Giusfredo Bartolomeo Cenami, Giuseppe
Cardoni, Antonio Liena, Cesare Mei, Michele di Francesco Burlamacchi,
Lorenzo di Alò Venturini, Nicolao Franciotti, Salvatore dell'Orafo,
Gaspero e Flaminio Cattani, Benedetto Calandrini, Giuseppe Iova e Marco
da Rinucci[20]; più tardi ci si aggiunsero Francesco Cattani con tutta
la famiglia e il genero Rustici, Vincenzo Mei con la moglie ed i figli,
Cristoforo Trenta, Girolamo Liena, Nicolao e Guglielmo Balbani, Gaspero
da Massaccuccoli e Francesco Bonaventura Micheli.
E noi, frugando pei ricordi dei tempi, troviamo come Roma si
sbracciasse a soffocare in Lucca ogni anelito di libertà religiosa:
così il vescovo nel novembre del 1555 arresta e processa sottoponendolo
al tormento Rinaldino soldato di Guardia, e dopo averlo costretto ad
abiurare in duomo sopra un palco, vestito di giallo, con torchio di
cera gialla in mano, lo mandò legato a Roma al Santo Offizio; nel 1556
il vescovo per comandamento di Roma cattura come sospetti di eresia ed
ostinati a non ritrattarsi Girolamo Santucci, Giovannipiero da Dezza e
Giovambattista Carletti, e gl'invia a Roma, donde furono relegati nelle
proprie case. Del pari per ordine espresso di Roma nel medesimo anno il
vescovo fece citare pubblicamente dal pulpito in duomo sotto pena della
vita e della confisca da applicarsi alla Camera apostolica per intimare
loro che si costituissero nelle carceri del Santo Offizio a Roma,
Nicolao e Girolamo Liena, Nicolao Balbani, Gaspero da Massaccuccoli,
Cristoforo Trenta Guglielmo Balbani, con altri parecchi; e poichè
rimasero contumaci, l'eccellentissimo consiglio li dichiarò ribelli e
ne confiscò i beni; di più, nel medesimo giorno impose le pene a cui
in qualsivoglia maniera per lettera o per messaggio corrispondesse con
loro; e non si potendo sfogare in altro, così volendo la Inquisizione
di Roma, gli arse in effigie nel gennaio del 1559 sopra la piazza di
San Michele: sei mesi prima Michele di Alessandro Diodati, chiamato
a Roma, era chiuso in carcere, dove si logorò fino al pontificato di
Pio IV: e poco dopo con solenne e grottesca cerimonia presi pel collo
ebbero ad abiurare in duomo non pochi cittadini, fra i quali un frate
sfratato dei Servi. Nel 1575 venne in Lucca un visitatore da Roma
mansueto in vista e col pretesto di riformare il clero in ciò che per
avventura contenesse in sè di malsano; di repente poi chiese ed ebbe
braccio per arrestare otto cittadini, i quali, eccetto il Turretini,
che si salvò, inviaronsi al Santo Offizio a Roma con le catene alle
mani ed ai piedi: visitò case, rovistò armari per trovare libri
proibiti, predicò, confessò, comunicò, fece il diavolo a quattro, ma
non ebbe seguito tranne fra plebe e femminucce pinzochere. Nel 1576 la
Inquisizione prescrive al senato gli mandi a Roma Francesco Arnolfini,
il quale, mostrando come sarebbe suprema iattura pe' suoi interessi
partire su due piedi, ebbe a dare malleveria di 1000 scudi che sarebbe
andato: meglio per lui si fosse messo in salvo perdendo i mille
scudi; ei volle andare e si trovò sommerso nelle carceri del Santo
Offizio: trascorso appena un mese, mandò la Inquisizione per messere
Nicolao Pighinucci e messere Antonio Minutoli; il consiglio pauroso li
consegnava, ed essi incontrarono la sorte dell'Arnolfini. Per causa di
religione nel seguente anno furono citati Giuliano, Filippo e Benedetto
Calandrini, madama Elisabetta vedova di Nicolao Diodati, Carlo di
Michele Diodati, Michele di Francesco Burlamacchi e messere Giuseppe
Iova: poco dopo fu proibito parlare e scrivere ai seguenti ribelli per
causa di religione Paolino Minutoli, Venanzio Bartolomei, Regolo del
Venoso, messer Filippo Rustici, Scipione Calandrini, Lodovico delle
Tavole, Matteo Civitali e messer Simone Simoni medico: il 4 novembre
del medesimo anno dichiarano ribelle Giuliano Calandrini; nel 21 detto
fu citata madonna Chiara di Paolo Arnolfini e condannata per dieci anni
in casa; per dieci anni in prigione Giovanni Nuccorini, e Giovanni
da Pariana nella testa; nel decembre processarono Iacopo di Chimento
barbiere; venti giorni dopo citarono madonna Elisabetta e il figlio
Nicolaio Diodati e Carlo di Michele Diodati; nel febbraio del 1568
citarono parecchi cittadini, fra i quali due donne, madonna Francesca
Cattani, la moglie di Filippo Rustici, la moglie di Vincenzo Mei e
Flaminia figlia; nel marzo dichiararono ribelli madonna Elisabetta,
Pompeo e Carlo Diodati, nell'aprile citato sotto pena del capo e della
confisca Biagio Mei; nello agosto, oltre a parecchie capitali condanne,
fu commesso di procedere contro la moglie di Luiso Guidiccioni, e poco
prima avevano citato, sempre sotto pena della confisca e del capo, le
madonne Maria Massei ed Elisabetta Micheli. Queste poi sono le famiglie
lucchesi le quali spatriate andarono a porre la stanza loro a Ginevra.
Vincenzo Mei con moglie e figli, Filippo Rustici con moglie, Paolo
Arnolfini, Nicolao Barbani con la figlia, Francesco Micheli con
la moglie e tre figli, Maria vedova Massei, Cristoforo Trenta col
figlio, Guglielmo di Carlo Balbani, Girolamo Liena Nicolao da Lucca
con moglie, Giovannantonio legnaiuolo con moglie e figli, Gregorio
Arrighini, Scipione di Giuliano Calandrini ministro della Valtellina,
Giovanni Domenici, Vincenzo del Muratore, Vincenzo Bonicelli, Regolo
del Venoso, Giovanni Pìerellini, Regolo Benedetti con moglie e figlia,
Paolino Minutoli con la moglie, Giorgio Baroncini, Simone di Simone
medico, Giovanni e Ludovico Simoni, Salvatore Franceschi, Giuliano
Calandrini con la moglie, Elisabetta Arnolfini con tre figli, Benedetto
Calandrini con la moglie e Maddalena Arnolfini, Pompeo Diodati con la
moglie, Carlo Diodati, Giuseppe Iova, Virginio Sbarra, Arrigo Balbani,
Cesare Balbani, Antonio Liena, Ansano Pranconi, Francesco Turretini con
altre cinque famiglie del medesimo casato, madonna Elisabetta vedova
Bartolomei, Timoteo Rustici, Paolino Terricciola, Francesco Cattani con
moglie e cinque figli, Vincenzo Minutoli, Giovanni Lunardo, Domenico
Colla, Giovanni Barsotti e Giovanni Diori; con parecchie altre famiglie
di basso lignaggio; due famiglie Arnolfini ripararono a Londra ed
una a Bordò; tre ne rimasero a Ginevra; il Lucchesini nella storia
letteraria di Lucca ricorda taluni dei discendenti di questi esuli i
quali sè o la patria illustrarono coltivando con plauso universale le
scienze e le filosofiche discipline. Dei Burlamacchi, oltre Michele
figlio di Francesco, posero domicilio in Ginevra Fabrizio Burlamacchi:
due famiglie del medesimo nome cercarono asilo in Amsterdam e lo
trovarono. Ho letto in qualche libro che in Giovan Giacomo Burlamacchi
chiarissimo pubblicista, di cui il libro intorno al _Diritto naturale_
leggiamo tuttavia con profitto, si estinguesse nel 1748 la famiglia
Burlamacchi: ciò non sembra esatto; il pubblicista Burlamacchi scendeva
da Michele uno dei figli di Francesco, ma questi n'ebbe cinque, e
Federigo produsse più degli altri la sua discendenza; l'ultimo fiato
fu Margherita nata nel 1717 che sposa a Francesco Gaetano Spada morì
nel 1740; ma a lei sopravvisse Cesare padre, però che mi occorra notato
ch'egli cessasse nel 1753.
Oltre questa feroce ed irrequieta persecuzione, altre cause impedirono
che la Riforma prevalesse in Italia; il popolo nostro nel complesso
cura poco le credenze religiose; poco si esalta del paradiso e meno
teme lo inferno; sembra attaccato al culto ed è; e più era una volta,
perchè a lui garbano gli apparati scenici, e lui unicamente percotono
le rappresentanze plastiche; in chiesa i giovani italiani s'innamorano
e i loro amori coltivano; più quando le città difettavano di teatri
e di ritrovi: l'opera buffa se costumasse di giorno, ammazzerebbe
la messa, massime se data gratis: intanto il teatro diurno nelle
ore vespertine ha disfatto i vespri: pinzocheri e beghini durano e
dureranno finchè alla corona e al rosario non surrogheranno qualche
altro balocco per le mani e per lo spirito meno fastidioso di quelli.
Arrogi che, essendo ristretto il numero dei riformati, nè la fede della
più parte di loro giunta al furore del fanatismo, bene si ebbero a
deplorare martiri, ma troppi meno che nelle persecuzioni dei cristiani:
ancora, le dottrine dei riformati comparivano astruserie ed infatti
erano; poco il volgo c'intendeva o nulla, quindi agevolmente prestava
le orecchie ad ogni maniera di calunnie, comechè stranissime, contro di
loro; la Riforma, se bene considerate, vi apparirà faccenda di lusso,
privativa di letterati magni, fuori dalla intelligenza del volgo. Nè
io certo mi dolgo che la Riforma non allignasse in Italia: certo ella
è qualche cosa, come quella che alle abiette superstizioni di Roma
si contrappone e di molte ciurmerie onde ella contrista il genere
umano la scema, tuttavolta non lo incammina sopra il retto sentiero
della verità. L'Italia, vero Anteo delle nazioni, imperciocchè quando
percuote la terra, quinci risorga con rinnovato vigore, alle fiamme
dei roghi per ardere gli eretici accese la fiaccola della filosofia
sperimentale, titano che senza soprammettere monte a monte assalisce
il cielo e Dio quali li crearono la feroce cupidità dei sacerdoti nè
teme fulmini, chè ella gl'incatena e se ne serve a mo' di corsieri
legati al suo carro: nè granito nè credenze nè spazi infiniti nè
terrori reggono dinanzi all'azione del suo trapano fatale; tutto ella
fora; da per tutto penetrano aria e luce. Galileo Galilei approdò
meglio all'umano intelletto che non arieno fatto mille Ochini e mille
Vermigli; gli scritti di costoro ormai pochi leggono o nessuno, mentre
il seme gittato dal Galilei ogni momento feconda di più e s'inalza
al firmamento, penetra nel centro della terra, il creato sottopone a
numero e a misura, strappa inesorato lo involucro così allo errore
come alla verità, e ridotti entrambi ignudi, dimostra del primo la
schifezza, della seconda la sostanza divina. Sopra le tracce di Bacone
e di Galileo ecco divampare per tutta Italia uno ardore di rompere il
giogo delle pretesche menzogne, scoprire il vero, debellare gli errori:
ogni uomo da per sè provava e riprovava; ma più efficaci assai furono
l'esperienze quando si ordinarono con norme certe e scopo prefisso
mercè la istituzione dell'accademia del Cimento: «ella fu, sentenzia
sapientemente uno storiografo toscano, che diede l'ultimo crollo ai
peripatetici ed abbattè insensibilmente la tirannide dei frati sopra
le scuole.» Nel museo fiorentino dentro ben costrutte bacheche oggi
si conservano gli strumenti che primi servirono al Galileo e agli
accademici del Cimento per l'esperienze loro: quando gli uomini in
certi giorni solenni dell'anno fie che movano a venerarle come le
uniche, le vere reliquie sacrosante della verità, allora esultate; il
regno dello errore sarà finito, e noi misero armento delle tirannidi
principesca e sacerdotale incamminati sopra il sentiero che per diritto
tramite conduce a Dio.
Ma tutto ciò, sia in bene o in male, ai tempi del Burlamacchi non era
ancora avvenuto; in parte latente, in parte manifesta, la Riforma
travagliava l'Italia; potenti uomini e principi la promovevano, i
più eletti ingegni s'industriavano propalarla con le parole e con
gli scritti, stava in bilico di trionfare; chi aveva bisogno che
prevalesse se ne faceva la vittoria sicura. Lucca, come dimostrammo,
principalissima fra le città italiane zelatrice delle nuove dottrine,
e la famiglia di Francesco, e Francesco stesso fra i primi, primissimo
su tutti. Adesso con difficoltà somma se ne rintracciano i vestigi a
sommo studio soppressi dalla paura, dallo interesse ed anco dall'opera
assidua dei nemici della Riforma: difatti indi a poi Lucca diventò, e
forse anco adesso rimane, la città più contaminata di beghineria fra
le altre della nostra penisola; per me credo provato abbondevolmente
il mio assunto, che la impresa di Francesco Burlamacchi poggiava sopra
diramazioni segrete, ma oltre ogni credere estese, ed aveva troppo
maggiore probabilità di riuscita di quella che gli scrittori dei tempi
paurosi o venduti ci danno ad intendere e che lettori superficiali
mostrano di credere. —