Da tempo remoto, e lo accennammo di già, travagliava Napoli il seme
della eresia; ai Vadesi si aggiunsero i Tedeschi, venuti in Italia ai
danni di Roma, ma poi voltati contro la Repubblica di Firenze e contro
ogni cosa che in Italia sapesse di libertà, perchè papa e re bisogna
ch'e' s'intendano; l'un regge l'altro; s'ei si accapigliano, durano
finchè non si svapora nell'uno o nell'altro il vino dell'orgoglio;
rinsaniti, si rifanno su i popoli. Ai Vadesi ed ai Tedeschi successe
lo spagnuolo Valdes temuto per la bontà sua, lo ingegno, lo zelo
indefesso e sopra tutto per la efficace modestia, in virtù della
quale egli, pago che i suoi concetti si avvantaggiassero, si celava
ed altri a farsi chiaro sovveniva. Egli diè il tratto alla esistenza
del frate Ochino staccandolo dalla chiesa romana e di valorosissimo
amico lo rese nemico capitale; a molte chiese appartiene la storia di
lui del pari che quella di quasi tutti i compagni suoi, ma qui io la
riporterò sempre succinto, però che il Valdes lo levasse dalle dannose
dimore. Siena è la città dei santi; ma siccome non ci ha diritto senza
rovescio, così del pari è la città degli eretici. L'Ochino nacque da
Domenico Tommasini di Siena nella contrada dell'Oca, dove pure sortì
i natali Caterina da Siena, esaltata santa; di qui il soprannome
di Ochino. Ai giorni nostri avvertirono come la bandiera di cotesta
contrada porti i tre colori precisi della odierna italiana; Ochino
e Caterina derivano da parenti oscuri; padre di questa un tintore,
falegname quello dell'altro: giovine e propenso a malinconia Ochino
si rese frate minore, non rinvenendo regola più di questa severa; ci
stette poco, chè recatosi a Perugia, vi studiò medicina. In quel torno
istituirono i cappuccini, e poichè questi gli parvero più conformi
alla sua rigida indole, così volle vestirne l'abito; di qui in breve
(tanto fece profitto nello studio della divinità, e tanto lo sovvenne
natura) usciva atleta di Cristo acquistandosi fama di supremo oratore,
anzi divino. Carlo V dopo averlo udito proclamava ch'egli avria fatto
piagnere i sassi; lasciamo i sassi al suo posto, il Sadoleto e il
vescovo di Fossombrone non dubitarono metterlo a canto ai più famosi
oratori dell'antichità. Del vecchio peccatore cardinale Bembo non
importa rammemorare le smancerie; lui con ressa infinita egli ottiene
da Vittoria Colonna predicatore a Venezia, di lui e della sua eloquenza
s'innamora, della salute si piglia smaniosa cura fino a raccomandarsi
che dove occorra sforzino il suo Bernardine a cibare carni in
quaresima, altrimenti non potrà reggere alle fatiche apostoliche.
Forte percotevano la mente dei popoli la sua barba bianca, il volto
emunto, gli occhi incavati e fiammeggianti, le vesti squallide, il
costume rigido; camminava per colli e per pianure a piedi ignudi; il
capo ad ogni più rea stagione scoperto sempre; andava di porta in porta
accattando la vita; suo letto la terra, cortinaggio le frondi degli
alberi: tutti lo riverivano e levavano a cielo; per poco stette che
vivo non lo santificassero: dal comune andazzo si lasciò trarre fino
Pietro Aretino, il quale, con modo in cui traspare la schernitrice
perversità sua, scriveva al papa credere che non senza consiglio della
provvidenza tanto peccatore egli fosse scrivendo ovvero operando,
imperciocchè altrimenti l'Ochino non avrebbe ottenuto la gloria
imperitura di ridurlo ad abiurare i suoi tanti peccati. L'Ochino, in
virtù del credito grande che aveva, la cella concessagli per abitare
a Venezia convertì in convento dei cappuccini; ed all'Ochino eretico
vanno debitori i pii cattolici della devozione delle Quarantore, la
quale tuttavia si pratica con tanti benefizi dell'anima e del corpo
che ogni uomo li può vedere. Il papa gli aveva posto un bene pazzo, ed
a ragione; imperciocchè quale vendemmiatore più potente di lui nella
vigna di Cristo? La elemosina raccolta nella città di Napoli in una
sola predica toccò niente meno che i cinquemila zecchini. Ma l'Ochino
aveva già dato la balta; egli stesso scrivendo al Muzio lo informa che,
meditando, digiunando e in tutte le altre guise mortificandosi, era
giunto a scoprire tre cose: la prima, che, Gesù Cristo avendo saldato
col suo sangue ogni conto vecchio della umanità, bisognava reputare
eresia pretta la dottrina che dopo cotesto caposaldo gli uomini
avessero a faticare di nuovo per salvarsi con le opere: e veramente
starebbe così; ma ciò non torna a Roma, perchè se le opere non sono
più necessarie alla salute dell'anima, ella potrebbe chiudere bottega;
e dall'altra parte appaga più la ragione il concetto che ognuno debba
essere giudicato alla stregua del merito; di ciò colpa la proterva
intemperanza dei preti, i quali, volendo arare sempre coll'asino e col
bue, misero insieme cose fra loro contrarie deliberati di saldarle
insieme con la fede: sicuro! non fa mestieri travagliarci troppo a
cercare la razionalità delle proposte quando tu possa concludere: O
credi o t'impicco. La seconda delle cose scoperte dall'Ochino fu che
i voti frateschi, siccome empi, non tengono, e non ci ebbe a durare
fatica; la terza, che la chiesa romana è vituperio di Dio, ed anco
qui fu facile trovato. Se ne accorsero subito ch'ei balenava; dicono
lo aizzasse il Valdes a Napoli col mostrargli che nonostante le belle
parole a Roma lo avessero in conto del somaro che porta vino e beve
l'acqua; nè manco il cappello rosso gli avevano dato! Le sono novelle,
però anco sotto la tonaca del capuccino, come sotto il mantello di
Diogene, talora la superbia si rannicchia. Per tanto prese a fastidire
e messa e coro e orazioni; anzi a certo frate che, avendo notato com'ei
si astenesse dalla preghiera, gli disse: «Andando ad amministrare la
religione senza preci tu mi pari un cavaliere che vada senza staffe;
bada alla cascata», l'Ochino rispose: «Chi fa bene prega», sentenza da
legarsi in oro. Chiamato a Roma, pei conforti del Vermigli, non tiene
lo invito, al contrario, gittata la tonaca alle ortiche, si rifugge a
Ginevra; lo accolse esultante Calvino; ne dolse amaramente a Roma, la
quale gli spedì su le calcagna per ricondurlo, ma indarno; intanto si
pose mano a spegnerne gli alunni; dannato a morte un fra Bartolomeo da
Cuneo; tutta la religione dei cappuccini subito cernita per isceverarne
il grano dal loglio; per poco il papa non la soppresse affatto; le
querimonie della sua fuga andarono a cielo; gli scrisse il Muzio e il
Caraffa, prima cardinale, poi papa, ed è sollazzevole udire come questi
lo vezzeggiasse col nome di cerbiatto e lo allettasse al ritorno sul
colle degli aromi, il quale nel vocabolario della santa madre Chiesa
significa catasta di legna; poi séguita coll'imprecare ai vitelli di
oro e al culto degli alti luoghi; pesta mani e piedi perchè da ora
innanzi non ci abbiano più ad essere Roboamo e Geroboamo, Gerusalemme
e Samaria, ma sì un solo ovile ed un solo pastore; ragioni tutte, come
ognuno vede, una meglio dell'altra per persuadere i più tenaci. In
Ginevra l'Ochino fondò la chiesa riformata italiana; quivi scrisse e
stampò varie opere, tra le quali si ricordano i _Cento apologhi_, cui
caninamente mordono i preti perchè li scottano; peggio conciò Paolo III
in certa lettera la quale conservasi nella Laurenziana; lui matricida,
lui rotto ad ogni infame libidine, assassino e traditore dei complici
assassini, delle immanità del figliuolo Pierluigi Farnese partecipe:
della esagerazione in cotesti improperii ce n'è e di molta, perchè
preti e frati erano tutti spretati e sfratati o no, i quali se abbiano
avuto od abbiano fede non so; questo so, che carità non conobbero mai.
A Pisa città prossimissima a Lucca gli eretici si adunarono apertamente
in chiesa e vi celebrarono la messa; come argomentasse Mantova si
ricava dal breve mandato da Paolo III al cardinale Gonzaga col quale
lo ammoniva essere venuto a notizia come costà chierici e laici
si attentassero disputare su materie di religione intorno a cui
ognuno doveva tacere, imperciocchè egli e solo egli avesse ricevuto
commissione di ragionare per tutti. La eresia, ovvero la luce del vero
evangelico secondo gli umori diversi degli uomini, s'insinuò anco a
Locarno; dapprima scarsa, ma non per questo sgomentaronsi gli apostoli,
assai facendo capitale sopra gli esempi biblici, massime su quello di
Gedeone, il quale con iscarsa mano di forti abbattè Madian; linguaggio
consueto ai fanatici e dai religiosi passato ai politici per mala sorte
e con peggiore consiglio, perchè nelle faccende religiose il poco
apostolato opera come il molto, se non nella estensione, almeno nel
concetto, mentre nelle politiche quello che non basta gli è come non
fosse: colà si tratta di persuasione, qua di forza. Le città che si
sfasciano a suono di tromba occorrono unicamente nella Sacra Scrittura;
e ai tempi che corrono pochi e male armati e peggio nudriti Leonidi
soccomberanno davanti a molti bene ordinati, provvisti dei migliori
arnesi guerreschi ed ottimamente pasciuti; se ne vogliano rammentare
i volontari che corrono alla impazzata lasciando noi in dubbio se li
spinga generosità o piuttosto follia; dove poi li meni tedio di vita,
e' possono ammazzarsi a loro bell'agio a casa. A Locarno impertanto
i luterani crebbero e moltiplicarono; a maestri ebbero un Fontana, un
Benedetto da cotesto luogo, un Varnerio Castiglione, un Ludovico Runco
ed altri dei quali la fama vinse un Beccaria; dalla prossima Chiavenna
vi scesero a storme pastori; insomma Locarno, più che disposto a
seguitare il moto, ordinato ad imprimerlo e solenne.
E poichè troppo menerebbe a lungo discorrere parte a parte degli uomini
i quali promossero in Italia la corrente della riforma, basti per
lo scopo della nostra storia sapere come ormai non occorresse terra
dove un mutamento nelle cose della fede ed in ispecie nei costumi dei
chiesastici non si desiderasse; nell'Istria, a Genova, a Verona, a
Cremona, a Cittadella, a Brescia, a Civita del Friuli, in Ancona e
per fino nella stessa Roma pullulavano uomini ricchi di dottrina e
di costanza, deliberati a osteggiare la mostruosa instituzione che
ha nome papato. Nè meno degli uomini si mostrarono in questa bisogna
ardentissime le donne. Dell'Olimpia Morata già dissi; sopravvive oltre
la sua la fama della Manrichia di Bresegna da Napoli, di Lavinia della
Rovere da Urbino, della Maddalena e della Cherubina degli Orsini,
della Elena Rangoni dei Bentivoglio, della Giulia Gonzaga bellissima
di forme, onde corse voce che Solimano di lei per fama fieramente
invaghito commettesse ad Ariadeno Barbarossa rapirla, e questi,
obbedendo al suo signore, venuto in Italia si avventasse inaspettato
a Fondi, dove la Giulia aveva stanza, e per un pelo non la colse, chè
la donna svelta scappò in camicia; avventura piena di passione e degna
di figurare nella storia quando fosse vera. Tra le eresiarche pongono
altresì la Vittoria Colonna, e falsamente, perchè nelle cose della fede
ella balenò anco troppo, chè la tirava l'Ochino, ma il cardinale Polo
la tenne ferma al chiodo.
Però sopra Siena, sopra Ferrara, la città di Lucca noverava nel
suo seno protestanti palesi e più nascosti, i quali aspettavano la
occasione propizia per bandire apertamente la separazione di cotesto
stato dalla chiesa cattolica. Cagione principalissima di siffatti
umori predicano Pietro Martire, ed è vero, non però unica nè prima:
ricordinsi gli alunni lucchesi del Savonarola, ed in ispecie lo zio di
Francesco Burlamacchi spositore della vita del maestro ed istruttore
della gioventù. Ora, per favellare di Pietro Martire, dirò che e' fu
di Firenze e di casa Vermiglia, martire nominato perchè il padre suo
afflitto a cagione della morte di quanti figli gli nascevano votò
questo ultimo, se gli viveva, a san Pietro martire: gli sopravvisse,
ed egli da galantuomo tenne il patto. Il giovanetto studiò molto e
bene sotto Marcello Virgilio segretario della repubblica fiorentina
ed ebbe compagni illustri; mite di natura e al tutto inchinato alle
cose spirituali, si ridusse di sedici anni al chiostro dei canonici
regolari di Santo Agostino a Fiesole; dei beni terreni non gli calse,
anzi confortò il padre suo che la massima parte del censo avito legasse
all'_Albergo de forastieri_ in sussidio dei poveri; dotto di latino,
di greco e di ebraico, di ventisei anni imprese l'apostolato della
parola, la quale non impetuosa come quella dell'Ochino, bensì lene
scendeva nei cuori portandoci la divina persuasione; e poi, quantunque
in sembianza di vergine cristiana, pure gli arrideva la musa e quella
di ardentissimo affetto lo proseguiva; però a lui sopra gli altri amici
in delizia Benedetto Cusano grecista da Vercelli, volgarizzatore di
Omero, e il poeta Flaminio: dopo avere predicato con plauso in molte
terre d'Italia andò a Napoli abbate nel convento di San Piero in
Ara; quivi avendo annunziato che predicherebbe sul testo della prima
epistola di s. Paolo ai Corintii che dice: _col fuoco sarà provata
l'opera dell'uomo_, tennero per sicuro che si trattasse del purgatorio;
quindi si dilatarono le viscere ai romanisti, sicchè pensate quanta
la maraviglìa loro e più la rabbia quando udirono chiarire da lui
coteste essere parole simboliche ed accennare alla intera distruzione
dell'errore: di autorità non fece a spilluzzico, nei libri dei santi
come in quelli dei curiali si trova tutto e per tutto; i teatini,
potentissimi, lo accusarono allora al vicerè Toledo, ma egli sostenuto
dagli agostiniani non li badò; ricorso al papa, per quella volta la
sgarrava. Uscito da Napoli per colpa dell'aere maligno, peregrinò
visitatore del suo ordine l'Italia, richiamando con ineffabile dolcezza
i traviati su la diritta via; per ultimo venne priore di San Frediano
a Lucca, e poichè qui trovò le coscienze disposte, a viso aperto prese
ad esporre la sua dottrina; senza requie inteso a formare atleti i
quali valessero a sostenere la lotta co' difensori di Roma, chiamava
da Verona Paolo Lanciso famoso aristotelico ad istruire la gioventù
lucchese nella lingua latina, da Ferrara Celso Martinengo nel greco,
ed Emmanuele Tranellio nell'ebraico: guadagnò alla sua fede diciotto
frati, i quali come diciotto apostoli spedì d'intorno a diffondere,
come egli sosteneva, la luce della verità, e gli avversari affermavano,
le tenebre dell'errore. Con lui s'accontò, e fu acquisto potente,
don Costantino priore della Fregionara; egli sopra tutti infaticato
istruiva i giovani nelle umane lettere e in divinità spiegando il
Testamento nuovo ed i Salmi; nè giovani soli accorrevano ad udirlo,
bensì ancora cittadini di ogni maniera, patrizi e popolani: nello
avvento e nella quaresima predicava il solo Vangelo; nel rimanente anno
prendeva per testo l'epistola di san Paolo, cosicchè in breve si vide
fondata a Lucca una chiesa evangelica, di cui il Martire era salutato
pastore, e seguace la parte migliore dei cittadini, i quali, dotti
al pari che devoti, diedero in processo di tempo splendido segno di
attaccamento alla religione riformata. Mentre queste cose avvenivano
papa Paolo III si condusse fino a Lucca per conferirvi con Carlo V
intorno ai negozi di Europa, massime intorno alle faccende della fede;
e tuttavia, sebbene cotesto papa astutissimo conoscesse l'umore del
Martire, nè gli mancassero eccitamenti ad usargli mal tratto, egli
se ne astenne pensando al tempo immaturo e al seguito grande che il
Martire aveva in cotesta città; forse, vuolsi credere, che il cardinale
Contarini lo proteggesse, conciossiachè molto lo riverisse ed amasse
ed anche egli a Lucca si conducesse per tenere al Martire proposito
delle novità delle chiese germaniche; nè il Contarini andava immune da
qualche sprazzo della dottrina dei riformati.
Narrasi per Carlo Eynard, il quale dettò una breve monografia intorno
ai Burlamacchi, come Carlo V imperatore alloggiando nel palagio della
Signoria, certa notte a forza desto udisse per casa un gran tramestio
e un nicchiare, un gemere da mettere pietà; ond'ei chiamata gente le
ordinò andassero a vedere che cosa fosse accaduto e glielo riferissero;
tornato il messo in breve lo informava, una gentil donna avere testè
partorito con molta angoscia un figliuolo, di che egli rallegratosi,
significò volerlo tenere al sacro fonte ed imporgli il proprio nome.
Il papa fece la cerimonia; e cotesto pargolo fu poi Carlo figlio di
Michele e padre di Giovanni Diodati, capitalissimo fra i teologhi
protestanti e volgarizzatore della Bibbia, argomento di anatemi per
Roma e di ammirazione per quanti sentono amore alle umane lettere.
Pel Martire a quel modo non poteva durare e non durò, chè nemici
gli si serrarono addosso non solo i frati degli altri ordini per
emulazione, ma sì anco i suoi per vendetta dei riformati costumi:
quali arti adoperassero non porta specificare; fratesche erano, e però
la meno trista la calunnia. Di questo tempo ci avanzano tre lettere
del cardinale Bartolomeo Guidiccioni scritte da Roma alla Signoria di
Lucca, dove si lagna che i pestiferi errori della condannata setta
luterana, i quali pareano soppressi, abbiano dormito per destarsi
più gagliardi di prima: l'ammonisce che pigli partito su ciò presto
e bene, se non vuole tardi patire cosa che le dispiaccia: denunzia
le conventicole in Santo Agostino, che, note a Roma, notissime denno
essere a Lucca, e se la Signoria non provvede, vuol dire che esse
accadono lei sciente e consenziente — dopo nè anco un mese da capo il
buon cardinale loda la Signoria dell'egregio animo ch'ella dimostra e
la conforta di spedire subito oratore a Roma per giustificarsi; intanto
come caparra facciano prendere incontanente Celio Secondo Curione,
_che stà in casa Arnolfini ed ha tradotto in volgare alcune opere di
Martino Lutero, per dare cotesto bel cibo sino alle semplici donne
della nostra città, oltrechè da Vinegia e da Ferrara se ne intende di
lui pessimo odore; così è dar fare diligentia in quei frati di Santo
Agostino, maxime di ritenere quel vicario.... custoditi con diligentia
li potranno mandare a Roma, ovvero avvisare che li tengono a istanza di
Sua Beatitudine;_ passato un altro mese, torna a battere il ferro caldo
e dice: sentire inestimabile amarezza per l'augumento quotidiano della
perversa dottrina nella nostra città; in cotesta medesima mattina (26
agosto 1542) essere state lette nella _Congregatione_ otto conclusioni
luterane di don Costantino priore della Fregionara, le quali tanto
dispiacquero al papa ed ai reverendissimi deputati che gli hanno
commesso iscrivere a V. S. perchè lo facciano incarcerare _hic et nunc_
e incontanente spedirlo insieme all'altro frate di Sant'Agostino: ed in
questo modo et con diligentia operando sarà grande _purgatione del mal
umore della nostra città_: prega, come altre volte pregò, la Signoria
perchè si emendi da sè medesima _et non axpetti che altri la emendi_.
Tale la insolenza romana, a cui per mostrarsi adesso due volte più
impronta non manca la voglia, bensì la possa.
Il Beverini nei suoi lodati annali lucchesi a questo luogo racconta
come Luiso Balbani dimorando a Brusselles, avendo grande amistanza col
Granvela, potè senza essere veduto udire i ragionamenti tenuti fra lo
imperatore, il nunzio apostolico e l'oratore di Cosimo I, sul conto
della repubblica, i quali insomma mettevano capo a questo, che, là
dove la Repubblica non si emendasse, lo imperatore le avrebbe tolta la
libertà e sottoposta a Cosimo; dettando il Tommasi il sommario delle
storie di Lucca dà di frego a questo racconto, principalmente fondato
sopra la inesattezza di alcuni particolari che lo accompagnano; ma più
che ci si pensa sopra, e più conghietturandosi comparisce vero o ad
ogni modo supposto per costringere la Repubblica a qualche provvisione
esiziale alla religione riformata.
Intorno allo agostiniano così pertinacemente richiesto a Roma, anzi
alla morte, ecco quanto trovo scritto: i nemici del Martire, e per
converso gli amici di Roma, volendo tastare un poco l'umore del popolo,
ottennero facoltà dai commissari romani di sostenere questo frate,
che, sospetto di eresia, era confessore ed assai cosa del Martire; la
Signoria si strinse nelle spalle e lasciò fare; meno codardi alcuni
patrizi, ammiratori della pietà e della innocenza di quello, rompono le
porte del carcere e lo liberano, ma nella fuga lo sciagurato cadde, si
ruppe una gamba e fu ripreso per essere condotto più tardi a Roma quasi
in trionfo.
Indracati i satelliti romani mettono accusa formale contro il Martire
avanti la corte di Roma; spedisconsi messaggi a sobillare la gente
contro lui, i quali, come suole quando si tratta di mal fare, ottengono
seguito sopra l'aspettativa, e principalmente tra i frati agostiniani,
inveleniti contro il Martire perchè con la sua riforma gli aveva
ridotti al canapo e (poichè tornava, almeno pel momento) si dava loro
ad intendere agitassersi, la pristina libertà rivendicassero, chè in
questo caso il rompere impune in ogni più sfrenato libito; nè stette
guari che, convocata a Genova una congregazione generale dell'ordine
degli agostiniani, ella citò il Martire, a comparirvi: ma il Martire,
che quanto al nome ci stava, rispetto al fatto pare non gli garbasse,
ed accivettato era, ed anco pei conforti dei suoi amici, assetta
alla meglio le proprie faccende, poi si scansa a Pisa in compagnia
del Lacisio, del Trebellio e del Terenziano; quinci scrive agli
amici perchè procurino la libera partita a quanti dei correligionari
intendano esulare con lui; per ultimo rimanda l'anello, insegna del
proprio ufficio, affinchè non gli appicchino il sonaglio di avere
fatto suo pro' della sostanza del convento; da Pisa a Firenze, dove
con parlare succinto persuade l'Ochino a cansarsi a sua volta (la
quale cosa egli fece due giorni dopo di lui), da Firenze per le Alpi
retiche si conduce a Zurigo, a Basilea ed a Strasburgo, nella quale
città ebbe accoglienze quali si costumano fra i perseguitati, chè gli
uomini per amarsi bisogna che si sentano miseri. Appena pigliato un po'
di riposo a Strasburgo, dove gli allogarono con onorevole stipendio
una cattedra nella celebre università, scrisse alla chiesa riformata
di Lucca esponendo le cause ond'egli costretto abbandonò la dolce
patria italiana, e le faceva coraggio a perseverare nello amore del
Vangelo[14], che bene ella aveva tolto a norma della sua eterna salute.
Conosciuta la fuga del Martire, con la feroce bramosia di cui noi
che scriviamo avemmo ed abbiamo immagine viva nelle opere sbirresche
dei diversi principati fin qui succedutisi in Italia; sbirri sempre
comunque tu li nomini, li vesta o gl'_incrocicchi_ come si fa ai canti
per salvarli dalle lordure, ecco i cagnotti assediare il convento del
Martire, rovistarlo da cima a fondo, menare a vergogna i religiosi
in prigione, otto più lesti in gamba se la svignarono riparando in
Isvizzera: malgrado questa fiera persecuzione, la chiesa protestante
non andò dispersa, all'opposto come rovere sbattuta dal vento resistè
alla bufera romana sicchè il Martire scrivendo ben tredici anni dopo
ai fratelli lucchesi così si esprimeva: «Voi avete fatto per molti anni
tanto avanzamento nel Vangelo di Gesù Cristo che non era punto mestieri
io vi esortassi con lettere, ed altro non mi restava, eccetto questo:
che in qualsivoglia luogo mi trovassi, io vi levassi a cielo.... si
accrebbe poi la mia letizia quando seppi come, dopo finite tra voi le
mie fatiche, Dio vi avesse provveduto di maestri sapienti, zelatori
e considerati, in grazia delle virtuose cure di loro la opera impresa
andava a perfezionarsi.»
Comechè Lucca, giusta quanto ci narrano gli antichi cronisti, pigliasse
nome da _luce_, però che prima fra le città italiche aprisse gli occhi
alla luce del Vangelo, o forse appunto per questo, fu precipua fra noi
a durare nella dottrina luterana: cause speciali per lei erano la molta
anzi la troppa parte che gli oligarchi tenevano nello stato, ed essere
questi tutti o quasi dottissimi e per ciò alla bestiale prepotenza
romana fieramente avversi: la esperienza fatta dai reggitori che i
riformati d'irreligiosi, scapestrati e poco meno che atei diventarono
virtuosi e dabbene, dalle risse aborrivano, e, cessate le parti, i
cittadini ogni giorno più si rendevano fra di loro servizievoli, le
donne oneste: arrogi che il duca di Firenze, perpetuo nemico della
Repubblica, abiettavasi a Roma perchè prima gliene consentisse la
rapina, poi gliela consacrasse; onde i nostri vecchi sebbene di ossequi
non facessero a penuria col sommo pontefice, tuttavia in fondo, non
guardando più all'erta che alla china, desideravano che i luterani
affliggessero lo impero in Germania; ed intanto, per approfittarsi dei
tempi, si tenevano a cavallo al fosso.
Quello che avvenne al Martire nei diversi paesi dove lo trasse la sua
ventura e che facesse e come finisse a me non giova esporre; nè manco
dirò le vicende della Riforma in Italia: da quanto fu narrato e dagli
sforzi supremi dei papi e dei satelliti loro per isvellerla fin dalle
radici rimarrà chiarito il mio assunto, il quale è scopo capitalissimo
di questa vita, che Francesco Burlamacchi, non fantasticando cose vane,
al contrario ponderando i casi, i tempi e gli umori dei popoli, si
accingesse ad impresa, se non sicura, probabile; e se non riuscì, egli
è perchè la fortuna mal si accorda ai fatti virtuosi; degli eroi che
si accinsero a magnanime imprese i popoli esaltano più i felici, gli
infelici più rammemorano con pietoso animo; i primi in parte ebbero la
loro mercede nei gaudi della gloria, i secondi l'aspettano sempre dalla
ricordanza dei posteri, e l'abbiano.
E tuttavia, nonostante i casi e i giudizi di uomini peritissimi, come a
mo' di esempio del cardinale Sadoleto, il quale scrivendo al cardinale
Farnese nipote di Paolo III si sfogava perchè il papa, abbindolato da
pessimi piaggiatori, non si accorgeva della ribellione universale degli
spiriti e della rabbia di stracciare a morsi l'autorità papale; e il
cardinale Caraffa, poi Paolo IV, che dichiarava riciso la lue luterana
avere contaminato in Italia non pure gli uomini di stato, ma altresì
la massima parte dei membri del clero, nonostante i voti del Vallicola
e le speranze di Celio Curione, che, trionfando la vera religione
di Cristo in Italia, vedeva l'universo genere umano precipitarsi con
impeto fuori di misura maggiore a quello dei primi tempi della Chiesa
verso la santa rôcca di cui Cristo è castellano, verso le tre torri
difese dalla fede, dalla speranza e dalla carità; nonostante queste
ed altre cose, la Riforma in Italia, comechè avesse posto radice,
non prevalse, all'opposto rimase schiantata. Chi volesse ricercarne
le cagioni con sottile esame forse ne troverebbe a dovizia; io ne
riporterò alcune le quali mi si presentano sotto mano: prima di tutto
le persecuzioni implacabilmente feroci esercitate per via del tribunale
del santo Uffizio; lì per lì sembra strano come sul principio Roma
osteggiasse la istituzione di questo scellerato tribunale in Italia, ma
dopo un po' che ci pensi sopra, conosci che la cosa va pei suoi piedi;
ell'era la Spagna che presumeva mettere succursali del santo Ufficio a
Napoli e a Milano, e questo non faceva al caso di Roma, la quale tenne
sempre l'occhio alla penna per dominare e non essere dominata, onde
si mise dalla parte del popolo per ributtarla allegando con parole e
con sembianza compunte che troppo crudo si comportava la Inquisizione
in Ispagna perchè potesse consentire pigliasse piede in Italia; mentre
la ipocrita aveva provocato l'efferatezze spagnuole, e mentre qui fra
noi ella ne commise tali e tante non dirò da disgradarne quelle, ma da
comparire loro onorevolmente da lato: in questa guisa sotto pretesto
di tutelare la libertà la strozzano, e mentre volgono la passione del
popolo a respingere la Inquisizione spagnuola, i preti mascagni la
italiana consolidano: assodata che ella fu, imperversò come turbine;
avventuroso chi potè fuggire! quanti gli sbirri presero, gittarono
in carceri oscure ed ignote: oscure perchè l'anima dei prigionieri
sgomenta piegasse davanti al terrore, ignote perchè i congiunti e gli
amici al pensiero del sepolcro precoce si sentissero compresi di paura;
eccetto poche terre, dalle altre tutte lo esercizio del culto luterano
sbandito. Però, come succede, la persecuzione crebbe la costanza o la
ostinazione negli eletti, i quali secondo il costume degli antichi
cristiani continuarono a professare la propria religione in luoghi
riposti ed anco talora per caverne. A Modena per opera di alcuni
insigni prelati, fra i quali piace notare i cardinali Sadoleto, Morone,
Contarini e Cortese, tentarono accordo coi riformati di cotesta città,
e parve altresì si fossero assettati, ma egli erano tranelli, e forse
da entrambi i lati, chè mal bigatti provaronsi sempre i settari: più
tardi un Erri andato fino a Roma faceva la spia ai suoi concittadini,
e Roma lo rimandava sbirro, giudice e carnefice a Modena; parecchi
non istettero ad aspettarlo e si cansarono, di cui il più celebre è il
Castelvetro; fiero, acuto e senza cupidità nè paure, di Roma sentiva
quello che in ogni tempo sentirono gli uomini savi; ma ciò che più gli
nocque fu la batosta ch'ei sostenne coll'Annibal Caro a causa della
censura mossa da lui alla canzone: _Venite all'ombra dei gran gigli
d'oro_; dove al Caro parve toccare il sublime, mentre (per dirla col
concetto di Longino) _egli altro non fa che gonfiare le gote_: ai tempi
nostri appena gli uomini che appellansi moderati o consorti ci porgono
idea della infame rabbia che questi misero negli screzi politici, di
quella che i letterati allora ponevano nelle contese scientifiche:
sicari adoperavansi e veleni, peggio anco di questi la calunnia occulta
al Santo Uffizio per farti bruciare vivo, ovvero (come sostiene il
dabbene Cantù) prima strangolare e poi ardere. Dalle pessime di queste
arti non rifuggì il Caro: sempre il Cantù, per difendere il Caro,
afferma che non ce n'era mestieri, e può darsi, ma ciò non toglie
che il Caro, nato e nudrito fra i prelati, di coteste ribalderie non
si bruttasse; più tardi il Castelvetro andò a Roma per giustificarsi
delle accuse appostegli, se non che, vista la mala parata, si cansava
a Chiavenna, donde in seguito passò a Ginevra; chiamato da Renata non
tenne lo invito, comechè questa la propria lettiga per viaggiare con
comodità gli profferisse e gli mandasse danaro, cui egli ringraziando
respinse: condusse il Castelvetro la inferma vecchiezza a Basilea,
a Vienna e a Lione; ricondottosi in Chiavenna, quivi morì.[15] — A
Ferrara il triste sacerdote non rifuggiva (e qual cosa mai si tiene
dai sacerdoti per venerato o per santo?) da seminare la discordia
fra le famiglie; così giunse a pervertire ogni senso morale che il
tradimento fu giudicato meritorio; insidia la mensa dove si sedeva il
padre co' figliuoli; trabocchetto il talamo, non più fidato custode
dei ripostissimi colloqui dei consorti: un'aura di spia attossicò la
vita; raccolti per questo modo gl'indizi, il papa con breve del 1545
raccomandava gli accertassero con la tortura. Bene incolse alla Olimpia
Morata; che, invaghitosi di lei un giovane tedesco, se la tolse in
moglie e la recò lontana dalla terra crudele; gli altri finirono in
prigione; taluno attestò col martirio la fede abbracciata; nè debolezza
dei tardi anni nè tenerezza dei novelli nè sesso nè prosapia illustre
nè eccellenza d'ingegno nè rettitudine di vita trovavano, non dico
grazia, ma nè anco discrezione davanti la feroce improntitudine della
razza malnata che sacerdotale si appella.
Pietoso il caso della duchessa Renata, dove tu pendi incerto se più tu
deva ammirare la costanza della donna o la poltroneria del marito o la
temerarietà della curia romana. Il papa, per isforzare Renata, mise
su Enrico II re di Francia suo nipote, il quale le spedì a posta di
Francia maestro Oris inquisitore della fede, a cui, finchè giovanezza
gli arrise, piacque più il vino che il sangue, vecchio, più il sangue
del vino. La commissione del re al maestro inquisitore portava che
prima attestasse alla zia Renata la sua amarezza per vederla entrata
in cotesto laberinto di eresia; se ciò non valesse a ritrarnela,
l'obbligasse con tutta la sua casa di assistere alle prediche; dove
nè pure questo rimedio giovasse, allora si ponesse sola in luogo
appartato, e i famigliari suoi si processassero e condannassero. E
così fu fatto: la mutarono di carcere più volte, e così di compagnia
come di carcere; talora dubitarono che piegasse e s'ingannarono, stette
come torre ferma alle lusinghe, alle minacce e perfino alla separazione
dalle proprie figliuole; solo dichiarò credere alla _chiesa cattolica_,
sopprimendo _romana_; più duro del padre, il figliuolo Alfonso, per
non incontrare intoppi nella investitura del ducato da parte del papa,
intimò alla madre o si convertisse o se ne andasse. Esaù vendè la
primogenitura per le lenticchie, Alfonso la madre postergò al ducato:
vedemmo peggio, però senz'altre parole tiriamo innanzi. Ella si partiva
vecchia da Ferrara, dove era venuta giovane; il figlio che la esiliava
era quel magnanimo _Alfonso_[16] che fece cantare e imprigionare il
Tasso. Delle figlie di lei notissime Leonora e Lucrezia, massime la
prima, meno nota Anna, la quale sposò prima il duca di Guisa e, lui
morto, quello di Nemours, e più degna di esserlo per avere temperato
la rabbia cattolica contro gli ugonotti. Renata si chiuse a Montargis,
dove il suo castello meritò il nome di _Albergo di Dio_, lei quello
di madre degli afflitti; difese i perseguitati con la parola, con gli
aiuti e perfino con le armi; perchè un dì che il suo genero duca di
Guisa le intimava o cacciasse via gli eretici o avrebbe dato l'assalto
al castello, ella rimandò indietro l'araldo con questa risposta: «Và e
digli che incontrerà me prima sopra le torri del castello, e lì vedremo
se gli basterà il cuore di ammazzare la figlia di un re.»
Venezia arieggiò in parte l'Inghilterra; la libertà ella amò, ma
troppo più i guadagni, i quali adesso le persuadevano osteggiare ed
ora blandire Roma: in cotesto tempo correva stagione di blandirla, però
persecuzioni, disastri, ruine non contavano e nè le lacrime, purchè il
conto tornasse: molto meno il sangue; agli aristocratici mercanti il
sangue risparmia lo inchiostro rosso, il quale nella scrittura doppia
spesso utilmente si adopera.
La procella suscitata dalle istigazioni di Roma viene esposta con
colori foschissimi nelle lettere dello Altieri al Bullingero: «Ogni
dì cresce la violenza della persecuzione, arrestano in massa e in
massa condannano alle galere ovvero alla carcere perpetua: noi vedemmo
bandire cittadini con i propri moglie e figliuoli; i più felici hanno
dovuto la salvezza loro alla fuga: a tale stretta siamo noi che io
comincio a temere per me, io che fin qui potei offrire asilo altrui;
ma la volontà di Dio sia fatta, e la virtù si affina con la sventura.»
L'Altieri rappresentava a Venezia l'elettore di Sassonia ed altri
principi germanici: non è qui la occasione di narrare quale e quanta
la indefessa opera sua in pro' dei fratelli di fede; finchè gli fu
possibile tenne fermo; messo nell'alternativa di esulare ovvero di
professare la religione cattolica romana, scelse essere spatriato; ma
poi non gli bastò il cuore di allontanarsi, e si avvolse ramingo con
la moglie e il figliuolo dilettissimi entrambi per diverse terre del
dominio veneto; nel 1549 così scriveva da Brescia al Bullingero: «Sappi
che vivo in mezzo a continue paure; pericoli di morte mi circondano;
l'Italia tutta è perniciosa per me e per miei poveri figlio e consorte;
ogni dì aumentano i miei terrori, conoscendo espresso che i miei nemici
non poseranno finchè non mi abbiamo divorato vivo: rammentati di me
nelle tue orazioni.» Di lui non si ebbe più novella mai; forse chi
sa? anco di questo sventurato risponderebbero le cupe acque del Canale
orfano, se elle avessero voce e senso.
Se così a Venezia, peggio nelle provincie; nell'Istria un inquisitore
Grisone andava di casa in casa a rovistare ogni ripostiglio per
rinvenirvi libri vietati o Bibbie; minacciava multe, castighi ed
estremi supplizii; presi da terrore i cittadini si accusavano fra loro.
Questo che io dico ti somministri argomento della tetra inverecondia
di costui; sospetti a Roma i Vergeri, di cui Giovambattista era
vescovo di Pola; adesso per muovere il popolo contro loro il Grisone
salito in pergamo declamava: «Io vedete, se un nugolo di malanni vi
è cascato addosso? Viti, olivi, messi, tutti al diavolo: le mandrie
morte stecchite; nulla di salvo, e ciò perchè? Perchè voi sopportate
che un vescovo eretico in compagnia di eretici come lui vivano
qui in mezzo a voi. Smettete ogni speranza di sollievo finchè non
abbiano essi ricevuto la mercede a seconda dei meriti; perchè dunque
rimanete qui con le mani in mano? Affrettatevi, correte a lapidarli.»
Poco dopo cotesto vescovo di veleno, come fu sospettato, moriva; il
fratello Paolo scampava appena la vita; peregrinò per varie terre e
dopo avere sopportato strane venture riparò fra i Grigioni. Le romane
improntitudini alla perfine irritarono i patrizi più giovani in
ispecial modo quando giunsero a mettere a repentaglio la Repubblica
co' Grigioni: dalle ugne degli inquisitori liberarono un mercante
grigione e rimandaronlo a casa, invano empiendo il Nunzio cielo e terra
di querimonie: ma egli erano passeggieri miglioramenti seguitati da
peggiori ricadute; onde i protestanti Veneti ebbero ad abbandonare la
patria, riparando nella Istria; però anco cotesto asilo essendo loro
indi a breve riuscito molesto, comprarono una nave per girsene in cerca
di patria novella; e già partivano quando certo mercante creditore
di tre fra loro si provvide in giustizia per istaggirlo; e ciò non
potendo ottenere, stando la nave in procinto di partenza ricorse allo
inquisitore ed accusò tutti di eretici: presi, trasportati a Venezia
e convinti dello errore commesso, furono condannati a morte: fin lì
sentenze capitali non se ne erano viste a Venezia, eccetto in qualche
parte rimota di terra ferma meno vigilata dalla solerzia dei padri,
adesso funestarono anco la capitale: non fu di fuoco, bensì di acqua,
non ispettacolosa come piace ai preti, sibbene segreta secondo il
costume Veneto; notte tempo colà facevano passare il prigione dentro
una gondola dove lo aspettavano un prete e due sbirri, tutti insieme
pigliavano il largo di là dai castelli dove gli attendeva un altra
barca; accostatesi allora quanto basta le barche mettevano una tavola
traverso sopra le loro poppe, e su la tavola il condannato carico di
catene, con un pietrone ai piedi: dopo ciò le barche vogavano di forza
in senso opposto e l'infelice spariva nei gorghi delle acque. Se non
più famoso, più tormentato degli altri il padre Baldo Lupetino, il
quale traverso venti anni di doloroso carcere ebbe caro il giorno del
martirio come quello della liberazione.
Comecchè le storie vadano piene della crudele tracotanza sacerdotale,
pure in questa corsa traverso la Riforma in Italia mi sia permesso
soffermarmi a narrare come lo inquisitore a Mantova non si peritasse
mettere le mani addosso a persona congiunta di parentela col duca, il
quale credendo che la cosa fosse accaduta per errore o che bastasse un
suo cenno a comporla, mandò un messo con preghiera allo inquisitore
perchè lo licenziasse; ma costui, che al pari degli altri cercava
lo scandalo col fuscellino, rispose reciso: «non potere, e che al
duca faceva di berretta, è vero, come a suo naturale signore, ma che
il papa, di cui era in cotesto caso il rappresentante, stava sopra
tutti i duchi, re e principi di corona della terra.» A Faenza e a
Parma la Inquisizione fece anche peggio: nella prima di queste città,
sostenuta persona insigne per dottrina e per pietà, in odore di eresia
è messa alla tortura; negando l'accusa, moltiplicano i tormenti e, non
potendo spuntarla gl'inaspriscono al punto che fra atrocissimi spasimi
vi lasciava il meschino la vita: il popolo diede di fuori e in un
momento diventarono tritoli il palazzo, gl'istrumenti e gl'inquisitori
medesimi: furori che per essere giudicati divini bisognerebbe che
la passione consegnasse in mano alla ragione e si alternassero
regolarmente per ora in capo all'anno almeno due volte, per rendersi
poi necessari una volta appena in capo ad un secolo.
Piena di pietà è la storia dei riformati di Locarno. I preti
cominciarono da falsificare un documento in virtù del quale i
Locarnesi si professavano cattolici e co' riti della romana chiesa
si obbligavano vivere: quando i preti pretesero farlo valere alla
dieta dei sette Cantoni, surse una procella d'ira e di vituperio; non
però se ne commossero i preti, i quali tanto seppero dimenarsi che
ottennero: chi dei Locarnesi si convertisse cattolico rimanesse su
quel di Locarno; spatriati gli altri. Il giorno nel quale i Locarnesi
dovevano manifestare questa loro volontà, i protestanti presero a
difendersi; non furono ascoltati, dicessero netto se volevano o no
farsi cattolici: proruppero in no tanto sonoro che l'eco lo ripercosse
lontano lontano per la costa dei monti. A gittare legna sul fuoco
ecco giunge il nunzio del papa, il quale focosamente assilla deputati
svizzeri a farsi restituire dai Grigioni il Beccaria sovvertitore
dei Locarnesi per multarlo con le meritate pene; quindi a impedire
che gli esuli trasportassero seco i loro beni e figliuoli; questi,
sostenuti, diventassero a forza cattolici: i deputati concessero la
prima richiesta, ributtarono la seconda come eccessiva: il nunzio,
prosuntuoso al pari che soverchiatore, udito di certe gentildonne le
quali, assai avendo delle cose della fede fatto profitto, passavano
per luminari, volle provarsi con esso loro, e di leggieri fu vinto,
vuoi per forza di argomenti o per eleganza di eloquio; allora, il
malanimo convertito in odio, egli giurò la ruina di Barbara Montalto
principale su le altre; quando meno se lo aspettava, una turba di
scherani si avventa sul far dell'alba al suo castello e le intìma
seguitarla in prigione. Non si scompose la donna, solo implorò dagli
sbirri la lasciassero sola per decenza tanto ch'ella si vestisse:
annuirono entrando nella stanza accanto, dove aspettarono tanto che
impazientiti sforzarono la porta della camera per pigliarla, ma non
la rinvennero; frugarono da per tutto e sempre invano: affacciandosi
sopra la terrazza lei videro in mezzo al lago che seduta sopra una
barca, sventolando una pezzuola, li salutava. Il caso successe così:
ella abitava un antico castello di cui una via sotterranea metteva
capo al prossimo Lago maggiore: rugginosa per diuturno disuso era
la porta talchè sei uomini a stento l'arieno potuta smovere; ma il
marito essendosi fatto la notte precedente un mal sonno, provvide che
l'aprissero; nè di ciò contento, procurava altresì che ivi presso
stessero ammaniti i rematori della barca per cavare la famiglia di
pericolo; di ciò la donna consapevole deluse la pretesca rabbia; il
nunzio, per rifarsi, acciuffa certo mercante chiamato Nicolò, il quale
dallo errore di avere discorso con irriverenza della Madonna del Sasso
in poi di altra colpa non era reo; straziaronlo co' tormenti, poi
dannarono a morte: indarno supplicarono per lui i Locarnesi tutti,
massime cattolici; il nunzio non intese ragione, intorato ordinava
che lì per lì senza indugio di sorte si strangolasse e bruciasse. — E
neppur qui ebbero fine le atroci persecuzioni dei riformati locarnesi:
avendo convenuto fra loro di traversare il contado di Milano, furono
avvertiti che veruno gli avrebbe ospitati; se più di tre giorni si
trattenessero, sarebbero stati ammazzati, a gravi ammende sottoposto
chiunque gli sovvenisse ed anco per poco con loro favellasse. Scelsero
nel cuore del verno arrampicarsi su le Alpi; ma giunti a Rogoreto,
si trovarono chiusi dalla neve; lì stettero, e vincendo con isforzi
inauditi la rea fortuna, ci si sostennero fino a primavera, e questo
fu miracolo di amore; a primavera parte accolsero i Grigioni e parte
Zurigo, procurando per via di carezze fraterne consolarli delle passate
amaritudini.
A Napoli, lo abbiamo accennato, Roma avversò la Inquisizione spagnuola
per cupidità di primato; in altro modo proposta piacque, e romani
preti e frati furono spediti ad esercitarla: se più mitemente che in
Ispagna, adesso vedremo. Gli scrittori raccontano che la furia della
Inquisizione in cotesta nobile città si levò repentina come l'uracano;
a frotte legati, imprigionati, poi spediti a Roma, dove dopo averli
straziati co' tormenti bruciavano: presi da terrore i cittadini,
considerati rinnovarsi i tempi di Silla, dove causa di esizio era
più che la dubbia fede il certo possesso del podere di Arpino, in
compagnie cominciarono ad esulare: ben per loro se avessero condotto
a fine il disegno; se non che, giunti ai piedi delle Alpi, alzando le
ciglia in su, contemplarono l'acerbo cielo e la terra desolata; allora
gli assalse il desiderio del lieto aere natio, la dolce temperie e la
contrada dispensiera feconda di tutti i doni della natura: non ebbero
cuore di valicare le Alpi e tornarono a casa, dove patirono di ogni
maniera umiliazioni, ingiurie e patimenti, privi di conforto della
coscienza, che senza requie li chiamò codardi. Il papato, che tenne
e vorrebbe sempre tenere le granfie fitte in Roma e gli occhi da per
tutto, ora vede in Calabria la vetusta colonia dei Vadesi: erano circa
quattromila agricoltori e pastori, gente di fatica e di Dio, semplice
di cuore, innocentissima di opere; essi abitavano due terre San Sisto
e la Guardia; antica la loro fede, diversa affatto dalla romana: dopo
tanto secolo al papa saltò in testa di sottoporli all'alternativa di
farsi cattolici o di morire. Le vie di mezzo non usano a Roma: vennero
colà inviati due monaci; la storia ne ricorda il nome, io nol dirò,
monaci erano, e basta; questi da prima si conducono a San Sisto, dove
si mettono a predicare così: «Caccino via i loro sacerdoti, entrino
in grembo della chiesa romana, ascoltino la santa messa; questo per
ora, il resto impareranno più tardi; e se nol faranno per amore, di
tanto stieno sicuri, che lo avranno a fare per forza.» Alle parole
ebbre, i Vadesi di San Sisto raccoltisi insieme dissero. «Donde a noi
viene sì gran male? Da vivere dentro cerchia di mura fabbricate dalle
nostre mani; per tanto non istiamo a bisticciarci con cotesti uomini,
partiamci, lasciamo loro le nostre case, noi potremo vivere liberissimi
nei boschi.» E come dissero fecero. I frati se restassero mogi non
importa dire, pure ripreso l'animo, divisarono recarsi difilato alla
Guardia, dove appena intromessi ebbero cura di chiudere le porte;
quindi esposero la missione loro come avevano adoperato a San Sisto,
e mentendo aggiunsero che gli abitanti di cotesta terra si erano
tutti senza eccezione ridotti alla loro volontà; imitassero anch'essi
tanto bello esempio rinserrando l'antico vincolo di fratellanza fra
loro: abbindolati così indegnamente, assentirono, se non che, in breve
scoperta la frode, uomini donne e infanti irruppero verso la porta per
raggiungere i fratelli nei boschi. I frati fuori di sè tratti dalla
rabbia bestiale incitano il governatore a movere con forte mano di
milizie contro i profughi di San Sisto, i quali dall'alto delle rupi
dov'erano riparati supplicavano: non fossero micidiali del loro sangue;
da secoli abitare in pace coteste terre e quivi avere raccolto ogni
affetto come ogni sostanza; pure lascerebbero ogni cosa, niente si
porterebbero seco, tranne il necessario pel viaggio; li lasciassero
andare, non li costringessero per disperazione all'estreme difese: non
li badarono; s'immisero dentro le forre delle rupi, e quivi rimase
la più parte infranta dai massi sopra loro tracollati. Alla rabbia
sacerdotale allora si aggiunse non meno truce la superbia soldatesca;
vennero a corsa in Calabria nuovi soldati da Napoli, si bandirono
liberi dallo inferno e dalla galera quanti masnadieri in cotesti
tempi infestavano le strade pubbliche a patto che le scellerate armi
andassero a santificare con la strage degli eretici; ci asteniamo
descrivere gli orrori che ne successero; per naturale ferocia l'uomo
trascorre un pezzo in là; tu pensa dove mai egli arrivi, se creda che
quanto più imperversa immane e più si accosti al paradiso. Intanto i
frati mèssi di Roma, appiccato che ebbero il fuoco alla girandola, si
trassero da parte per fare una nuova giacchiata; fingendo deplorare
cotesti casi, confortano gli abitanti della Guardia di condursi al
cospetto loro per comporre cristianamente gli screzi; ed essi vanno:
settanta dei maggiori presi furono tratti in catene a Montalto e quivi
dallo inquisitore Panza torturati con infernale efferatezza non solo
per farli confessare in proprio danno, ma ed anco in danno dei fratelli
loro; nè riuscendo lo inquisitore, imbestiavasi nel martoriare cotesti
miseri, così che a Stefano Carlino, per la gran forza dei tormenti, le
viscere scoppiarono fuori del ventre. Un Mazzone fu pesto ed arso con
torce resinose, ed il suo figlio precipitato giù dal campanile di una
chiesa; Bernardino Conte, perchè, sendogli presentato il crocifisso
da uno di questi carnefici, rispose: «Allontanatelo dagli occhi miei,
chè il vostro Cristo non può essere il mio», prima spalmarono di
pece, poi bruciarono, nè più nè meno che ai tempi nostri gli Austriaci
costumarono in Brescia con lo Zima falegname; onde e preti e Austriaci
meritamente furono compresi da noi nel medesimo odio, che nè per
tempo rallenta, o per morte cessa. Ora agli Austriaci strumento della
rabbia sacerdotale si surrogarono i Francesi; tale sia di loro: molto
è il danno che ci apportarono, ma troppo maggiore lo strazio. Dio ci
assista, ma la virtù italiana, che si fece strada traverso le ugne
delle granfie dell'aquila austriaca, non morirà fra quelle dell'aquila
francese: però l'odio fra due nazioni destinate ad essere sorelle non è
naturale cosa; possa ricaderne la pena sul capo di cui ne fu la colpa.
Di sessanta donne messe alla tortura la più parte perì; tormentati
del pari i congiunti venuti da terre lontane ad implorare mercè pei
miseri cattivi: il terrore impietriva i cuori e le menti dei popoli.
Confessare o negare tornava lo stesso, ma confessare peggio; di fatti
certo Venninello per impetrare tregua agli spasimi della tortura
prometteva udire la santa messa; dunque, ne arguiva lo Inquisitore, su
lui possono i tormenti, quindi, dove s'inaspriscano, è concesso sperare
confessione più ampia a danno dei suoi compiici; mosso da simile
logica, così ordinò si martoriasse con lo arnese chiamato l'_inferno_
che dopo otto ore il misero esalò l'anima dolorosa. —
Io non pensava allargare tanto questo capitolo ma i casi accaduti nella
mia patria mentre lo stava scrivendo m'impongono il dovere di palesare
con qualche maggiore particolarità che cosa abbia ardito Roma qui in
Italia e che oserebbe adesso, se, in grazia del sussidio di Francia,
ella giungesse ad ottenere la pienezza della sua autorità: e i casi
che verrò riportando io non caverò mica da scrittori protestanti e
neppure con le mie parole esporrò, sibbene da scrittori cattolici
romani, i quali procedono avversi ai martoriati perchè tenuti da loro
in conto di eretici: così pertanto scriveva il segretario di Antonio
Caracciolo al suo padrone: «Illustrissimo signore: di quanto avvenne
qui circa agli eretici non mancai di tratto in tratto porgervi debita
relazione, ora poi mi occorre ragguagliarvi, dei terribili supplizi
eseguiti a danno dei luterani fino dall'11 giugno. A dirvela schietta,
mi è parso proprio un macello: venuto il boia, fece mettere in fila
i condannati; dopo ciò, preso certo straccio di tela, ne bendò uno e
trattolo su la piazza attigua alla fabbrica, ordinò s'inginocchiasse;
in meno che si dice amen allora con la manca lo acciuffa pei capelli
e con la destra gli sega la gola mediante un coltellaccio; compito
il primo ammazzamento, il carnefice va per un altro, col medesimo
straccio insanguinato lo benda, nel medesimo luogo lo strascina, e
nella medesima guisa lo scanna, e così di seguito, finchè, spossato di
forze e grommoso di sangue da capo piedi, non ebbe ingombro il terreno
di bene ottantotto cadaveri! Lascio considerare a voi l'angoscia
dell'animo mio alla vista del terribile spettacolo; mirabile poi la
pazienza e la mansuetudine con la quale cotesti eretici patirono il
supplizio; pochi sul punto di morire abiurarono la eresia, la più parte
perseverò in quella con infernale caparbietà: i vecchi perirono chiusi
nel silenzio, qualche giovane proruppe in gridi di dolore. Quando penso
al carnefice col coltello insanguinato tra i denti, tenendo in mano
lo straccio grondante sangue, afferrare con le braccia sanguinose le
vittime una dopo l'altra come montoni per portarli al macello, davvero
mi piglia il ribrezzo della febbre. Adesso adesso arrivano le carra
per caricare i cadaveri, i quali hanno da essere squartati ed appesi
sopra le vie maestre da un capo all'altro della Calabria; se il papa
e il vicerè non mandano ordini per temperare lo zelo del marchese
Buccianici, questi diserterà il paese: oggi ha emanato un decreto per
cui sarà messo al tormento un centinaio di donne e poi morte; così
pareggerà il numero degli uomini se non lo passa. Ora sonano le otto,
e voglio andare ad informarmi dei discorsi tenuti da cotesti eretici
indurati prima d'incamminarsi alla morte; mi si dice che taluno si
mostrò temerario al punto di non volere guardare il Crocifisso e nè di
confessarsi delle peccata; questi, messi da parte, saranno _bruciati
vivi_: sento che gli eretici da guastarsi qui in Calabria sommeranno a
seicento; costoro derivano dalla valle di Angrogna vicino alla Savoia,
difatti qui in Calabria gli appellano oltramontani; nel regno, senza
contare la Calabria, abitano quattro città, nè per quanto io sappia
essi si conducono male; hanno poche lettere, di costume preclari,
attendono intero alla coltura dei campi, e vicini a morte si mostrano
molto religiosi a modo loro.»
E Tomaso Costo nella sua storia di Napoli, confermando lo atrocissimo
caso, a questo modo dichiara: «A taluni segarono il collo, ad altri il
corpo a mezzo della vita, altri giù dalle rupi precipitarono; tutti
infine patirono atroce, ma pur bene meritata morte. Caparbietà pari
alla loro non fu vista mai; il padre mirava perire il figlio, il figlio
il padre; e gli scongiurati, invece di mostrare segno alcuno di dolore,
giubilando dicevano che andavano a fare da angioli presso a Dio; tanto
gli accecava il demonio impossessatosi di loro!»
Se così altrove, pensa se a Roma: però, profondo conoscitore dell'uomo,
il prete, considerando come la soverchia paura stupidisca, alternò
il supplizio scenico con la strage segreta; così chiamato a Roma con
salvocondotto Bartolomeo Fonzio veneziano, ad uso veneto cucito dentro
ad un sacco annegarono nel Tevere. —
Secondando lo impeto dell'avventata indole, Paolo IV aborrì come
codardi i partiti discreti; si compiacque dello scandalo esclamando
che la torcia doveva mettersi in cima al candeliere, non già tenersi
riposta sotto lo staio; però di un tratto sostenne principi,
principesse, preti, frati, vescovi, intere accademie e perfino
alcuni giudici del tribunale del santo Uffizio: procedendo più oltre
minacciò cernire il loglio dal grano anco nel sacro collegio, al quale
effetto commise si ricercassero intorno alla fede i cardinali Polo e
Morone, Foscarari vescovo di Modena, Luigi Priuli ed altri spettabili
personaggi. Riarso dalla febbre della superstizione, per istinto
feroce, inasprito dal contegno dei nepoti, ai quali troppo si commise
e i quali troppo perseguitò, cotesto papa presso a tirare l'ultimo
fiato non ebbe altro pensiero tranne quello di chiamarsi intorno al
letto alcuni cardinali e raccomandare loro che per l'amore di Dio la
Inquisizione nella sua interezza mantenessero; se non periva, egli
avrebbe intorno a sè seminato il deserto: appena lo seppe morto, il
popolo riduce in cenere il palazzo della Inquisizione, le sue statue
rompe e scaraventa nel Tevere; furibondo adesso quanto prima fu vile.
Il successore Pio IV da prima parve più mite; alla rovescia dei gatti,
i quali sul principio allungano gli ugnoli, i preti li ritirano:
ma di mano in mano se non peggio di Paolo, quanto lui contristò la
umanità; il tribunale della Inquisizione mise in luogo appartato oltre
Tevere, quasi vergognando mostrarlo: ma, nascosto o palese, tendeva ai
medesimi fini co' medesimi tormenti; quivi l'alemanno Filippo Camerier
conobbe e consolò l'anima afflitta di Pompeo Di Negri calabrese,
cui nè amore di congiunti nè opera di amici valsero a liberare da
fato inesorabile; solo, offerendo ben settemila scudi alla avarizia
sacerdotale, ottennero questo, che invece di _bruciarlo vivo_, prima lo
_strangolassero_, poi _ardessero_: ciò discrede il Cantù, che ogni sua
fede pone nelle testimonianze del carnefice.
Pareva di peggio non potesse accadere e non fu così: a due cose non
si trova fondo, allo inferno e alla crudeltà dei preti. Eletto il
Ghislieri a pontefice col nome di Pio V, mostrò fin dove possano
giungere la forza e il malvolere giunti al fanatismo. A costui non
parve abbastanza feroce Carlo IX nè la strage di san Bartolomeo
sufficiente olocausto al suo furore, sicchè scriveva lettere su lettere
a cotesto re minacciandolo dell'ira celeste, dove avesse risparmiato
un capo solo degli eretici, e fosse qualunque; e Spagna e Francia
contrastavansi allora cotesta belva di prete per avventarsela contro,
ed ella insanì per modo che un giorno mostrò i denti ad ambedue
pubblicando le sue costituzioni, delle quali espresso il sugo ai giorni
nostri leggemmo nel sillabo di Pio IX. Prima ardevano pel delitto,
adesso pel sospetto di eresia: non passava giorno che Roma non andasse
contristata da simili immanità; infinite le lusinghe perchè gli eretici
veri o supposti si ritrattassero; per questa sottomissione attendessero
non solo perdono bensì laude e premi; ma côlti al varco le promesse
irridevano; il barone Bernardo di Angola, che nella speranza di uscir
di pena confessò quello che vollero, ebbe a pagare pel riscatto della
vita bene ottomila scudi e poi fu condannato a perpetua prigionia, e la
segnasse col carbone bianco; non diverso toccò al conte di Pitigliano,
il quale, oltre a sfamare la pretina avarizia con mille scudi, ebbe
a ridursi a stare, finchè gli durò la vita, dentro un convento di
gesuiti.
Sconvolto ogni senso morale, lodevoli anzi santi si giudicarono i
fatti i quali si proponessero la esaltazione della Chiesa; tradimenti
e sacramenti del pari graditi a Dio. Certo gentiluomo modenese notte
tempo è chiamato in Castello Sant'Angiolo; ei va tremando per ogni
vena; condotto alla presenza del castellano, questi lo interroga
se egli avesse un parente del tal nome, il quale, condannato come
eretico in Modena, erasi rifuggito a Ferrara; il gentiluomo rispose
affermativamente; allora il castellano senza ambage gli dice: «Or bè,
adesso a voi tocca morire, ovvero scrivete al cugino che pel giorno
e alla tale ora si faccia trovare alla posta tale in Bologna per
conferire insieme su negozio gravissimo; scegliete.» Il gentiluomo
sopraffatto dallo spavento scrive, e tuttavia lo tengono sostenuto
fino ad esito del tranello; il quale pur troppo riuscì favorevole
alla perfidia pretesca, imperciocchè il cugino improvvido, male
affrettandosi per compiacere al parente, in breve cadesse nelle granfie
sacerdotali.
Lascio dei morti, minori in fama (pari tuttavia nel merito, e nel
merito come nel martirio furono Fannio faventino e Domenico della Casa
Bianca da Bassano) per parlare della fine di Mollio da Montalcino;
lui rendevano venerato presso la gente la scienza infinita e la pietà
insigne, quindi tanto più dalla curia romana aborrito, la quale gli
pose i suoi segugi dietro per agguantarlo, come di fatto lo raggiunsero
a Ravenna dove si stava acquattato: giorno fausto giudicarono cotesto a
Roma, dove venne tratto con istrepito di armati. — Ammanita una solenne
udienza della Inquisizione a cui assisterono con molti inquisitori
parecchi vescovi e sei cardinali, vi comparve il Mollio in compagnia di
non pochi altri sostenuti, nelle cui mani posero un torchietto acceso
appena entrarono in sala: letta l'accusa, concessero agli accusati la
difesa. Il Mollio si difese da sè: egli pertanto a viso aperto propugnò
la propria dottrina intorno alla giustificazione, alla confessione
auricolare, ai sacramenti; disse, com'è, empio ed usurpato il potere
che il papa si arroga, e finalmente, vôlto con piglio severo verso i
giudici, a questo modo gli apostrofò: «Se mai, o vescovi e cardinali,
avessi potuto persuadermi che la potenza da voi usurpata e le dignità
delle quali voi v'insignite rispondessero a taluno merito vostro,
io non vi vorrei arguire; ma poichè io conosco di certa scienza come
per voi sono state calpeste la temperanza, la verecondia, la onestà
e la virtù, così emmi forza significarvi alla ricisa che voi le
derivate non già da Dio, bensì dal demonio. Se fosse la vostra davvero
potestà apostolica, come presumete dare ad intendere agl'ingenui,
la dottrina e la vita vostre si rassomiglierebbero a un punto quelle
degli apostoli: ora non è così, i vostri atti portano tutti il marchio
della corruttela, della ipocrisia e della cupidità; ond'io non posso
astenermi da considerare la vostra chiesa asilo di masnadieri e caverna
di ladri. La vostra dottrina ch'è mai se non tessuto di menzogne?
La vita vostra non palesa chiaro che vi siete fatto Dio del ventre?
Voi siete sempre assetati del sangue degli eletti. Con qual fronte
voi vi vantate successori degli apostoli e di Gesù Cristo voi che lo
spernete nella parola e nelle opere, voi che trucidate i suoi fedeli
ministri, voi che costumate come se Dio non fosse in cielo, rendete
inutili i suoi precetti sopra la terra, fate forza alla coscienza dei
santi? Impertanto dalla vostra sentenza mi appello, e v'intimo, gente
sanguinaria e dolosa, a comparire dinanzi al tribunale di Cristo quando
i titoli vostri di superbia non abbindoleranno, e quando gli strazi ed
i carnefici vostri non atterriranno più la gente; ed in testimonianza
di quanto vi ho detto, ecco vi rendo quando voi mi avete dato.» E qui
scagliato in terra il torchietto che aveva nelle mani lo spense: forse,
anzi di certo, non avria avuto virtù per salvarlo più mite sermone,
tuttavolta e' pare che al Mollio come a Socrate in cotesta occasione
premesse meno difendere sè stesso che empire di vergogna i propri
giudici; ma co' preti la vergogna è sciupata.
Pomponio Algeri fu di Nola; studiò a Padova, ingegno sottile e
nell'arte critica supremo, se la morte acerba non lo rapiva alla
sapienza: tuttavia scolare compose certa operetta breve di mole, di
argomentazione potentissima, con la quale si riduce in polvere tutto
quanto i curiali romani anfanando ricavano dalle Scritture e dalle
decretali in pro' del papa: avesse egli dettato blasfemi contro Dio,
rilevava poco, Dio si difende da sè; contro il papa gli era ben altro
negozio: faceva pertanto mestiero spegnere cotesto aspide innanzi che
crescesse. Venezia servì da sbirro il papa; pure, sentisse rimorso o
pudore, non volle consegnare il misero giovane al papa, lo condannò
ella stessa cacciandolo in galera, donde pure ci ha redenzione. Ma
siffatti empiastri non talentavano al papa, amico dei partiti netti,
il quale focosamente instò presso il senato perchè glielo consegnasse:
a sbramare la belva poteva dargli una carogna il senato, ma temè
cimentarsi, però che cotesto maestrato ormai fosse destinato a scendere
di viltà in viltà dentro il sepolcro; quindi glielo inviava vivo e
incatenato a Roma, dove senza gingillare lo condannarono ad essere arso
vivo: morì a trentaquattro anni con tali segni di grazia divina che i
cardinali assistenti al supplizio per renderlo più solenne ne rimasero
spaventati pur pensando al tardo ma inevitabile giudizio di Dio.
Le spie stavano attaccate come l'ombra ai corpi dei sospetti, nè in
casa solo, ma fuori; così a Francesco Gamba da Como, frequentando per
suoi commerci Ginevra, essendo accaduto certa volta di celebrarvi la
cena in compagnia dei suoi fratelli nel Signore, al suo ritorno fu
preso e in meno che non si dice un _Credo_ condannato alle fiamme;
s'interpose l'ambasciatore imperiale, che a grande stento ottenne la
esecuzione della sentenza per qualche giorno si differisse, e cotesta
il misero ebbe a sperimentare importuna pietà, imperciocchè in quello
intervallo di tempo i frati non facessero altro che tambussarlo
con isciolemi e scede e di ogni maniera strazi, cui egli rispose
mansueto sempre: anco i parenti e gli amici gli diedero molestia, pure
tentando scrollare l'anima indomita con le considerazioni di affetti e
d'interessi terreni. Di tutto ei prevalse: dal volto dai gesti, dalla
dolce favella usciva uno incanto che investiva i cuori dei carnefici
postigli attorno e gli sforzava al pianto; li benedisse, li perdonò
supplice si volse a Dio perchè egli pure li perdonasse: tanto amore
gli nocque; gl'inquisitori, temendo l'effetto della sua facondia,
ordinarono che prima di condurlo al patibolo gli mozzassero la lingua,
come fu fatto: così tratto fuori, anco sul palco gorgogliò sangue e
preghiere pei suoi persecutori, quinci volse intorno gli sguardi e,
visto alla lontana un suo amico lo salutò della mano; subito dopo lo
strangolarono ed arsero. Tutti gli astanti piansero, eccetto i preti,
i quali ruggirono: essi ben potevano percotere questi uomini dabbene
con le pene degli scellerati, impedire che santi fossero e come tali
si venerassero non potevano. Poco è a dirsi del Varaglia piemontese,
già cappuccino, che mandato a convertire i Vadesi rimase convertito;
a tradimento preso, fu condannato a morte a Torino: morendo volle
spaventare come Scevola gl'inquisitori annunziando loro tanti essere
i suoi fratelli nella fede di Cristo che gl'inquisitori non saprebbero
trovare canapa nè legna a bastanza per istrangolarli ed arderli tutti;
ma gl'inquisitori, come Porsenna, non si atterrirono continuando a
strozzare ed a bruciare finchè la umanità non ebbe loro tronche le
braccia.