Stato di Lucca nei tempi medii pari a quello delle altre terre
toscane: i servi si ribellano contro i feudatari e costituiscono
il comune. — Imperatore e papa, considerati fonte di autorità
nel mondo, talora facevano approvare dallo imperatore gli
eletti dal popolo, talora no. — A Lucca i supremi magistrati
appellavansi anziani: potestà, capitano del popolo e sindaco che
fossero, che facessero, quanto durassero, donde si traessero.
— Se ai consigli partecipasse il popolo intero. — I consigli
erano due in Lucca e da cui presieduti. — Consiglio di credenza
che fosse. — Le tasche dove s'imborsavano i cittadini eligendi
quante fossero, e chi vi mettessero. — Agl'imperatori non cale
la cessazione dei feudatari a patto di redarne i diritti a
carico del popolo. — Lo impero sostenne fino all'ultimo feudi
imperiali le repubbliche toscane. — Uguccione della Faggiuola
e Castruccio Castracani vicarii imperiali a Lucca. — Motto
acerbo dell'Alighieri, contro Uguccione. — Digressione intorno
a Castruccio, e quante miserie nella sua prosperità apparecchia
alla sua patria ed alla sua discendenza. — I Tedeschi lasciati
da Ludovico il Bavaro mettono Lucca allo incanto: la compra lo
Spinola mercante genovese, che la tiene poco e male; subentrano
al dominio di Lucca uno dopo l'altro Giovanni di Boemia, i
Rossi di Parma e gli Scaligeri, finalmente i Pisani nemici
acerbissimi ai Lucchesi. — I Fiorentini si vendicano su Lucca
delle ingiurie di Castruccio: in mezzo a questi tramestii le
forme repubblicane non mutano: forme politiche non rilevano se
manchi la sostanza della libertà. — Carlo IV vende la libertà ai
Lucchesi; a quali patti ed a che prezzo. — I Lucchesi diventano
fittaioli dello impero; poi con diuturna industria anco vicarii.
— I nobili non vonno compagnia nel governo della repubblica,
e il popolo li caccia via dai maestrati non già dalla città:
rimedio unico per purgare gli stati dalle consorterie. — Legge
proposta da Francesco Guinigi buona o trista secondo i tempi
e gli uomini, e tuttavia necessaria. — Giovanni degli Obizzi e
come rintuzza la improntitudine sua. — Statuto del 1372 nè libero
nè tiranno, e seme di rancori. — Il maestrato dei conservatori
della libertà prima si riforma, poi per la morte del Guinigi
si cassa; gli surrogano l'ufficio dei Commissari di Palazzo,
ma ad altro fine. Principia lo screzio fra i Forteguerra ed i
Guinigi; moto dell'Obizzi spento nel sangue. — I Forteguerra
esclusi dai maestrati. — Il senato s'industria rimediarci e
come. — Bartolomeo Forteguerra viene alla prova delle armi;
è vinto. — Il gonfaloniere Forteguerra da Forteguerra messo
alle coltella. — Lazaro Guinigi si fa tiranno: instituisce una
maniera di governo oligarchico d'interessi materiali. — Lazaro è
ammazzato dal nipote di Bartolomeo Forteguerra, ma i Guinigi non
cascano, anzi Paolo Guinigi si fa tiranno assoluto: sua viltà e
sua avarizia; pure ha la Rosa di oro da Roma. — I Lucchesi lo
combattono, lo vincono, lo condannano a morte; poi lo mandano
prigione a Pavia, dove muore. — Riforma dello stato. — Pietro
Cenami gonfaloniere, procedendo rigido più che non conveniva,
è ammazzato: vendetta che ne pigliano i Lucchesi. — Nuove
congiure. — Michele Guerrucci per non avere con che pagare le
multe è decapitato. — Legge del discolato che fosse: ragione dei
provvedimenti straordinari che gli stati pigliano nelle vere o
credute necessità; e quando giovino, e quando no. — Condizioni
della signoria di Lucca di faccia allo impero: privilegio di
Carlo IV, impronta pitoccheria di Massimiliano I in contrasto con
l'avara tenacità dei Lucchesi; per ultimo Massimiliano sbracia
privilegi; Luigi XII anch'egli vuole quattrini per non far male.
— Carlo V, e nuovo mercato per Lucca dovendo le concessioni
imperiali finire con la persona che le fa. — Caso festevole
avvenuto fra Massimiliano ed i Lucchesi per cagione di 1000
scudi. — Lucca reputata sempre feudo imperiale. — Nuovi tumulti
provocati dai Poggi: origine prima del tumulto il benefizio di
Santa Giulia; l'Orafo creatura dei Poggi malmena la famiglia
del vescovo. — I Poggi ammazzano il gonfaloniere Vellutelli,
feriscono Piero e Lazaro Arnolfini; vogliono imporre gonfaloniere
Stefano da Poggio, gli anziani rifiutano. — Cittadini armansi
a sostenere gli anziani; questi, per tôrre capi ai sediziosi,
li perdonano, contro gli altri procedono; diversità tra Genova
e Lucca in proposito, se e quanto meriti lode per questo. —
Tumulto degli Straccioni e perchè chiamato così. — Cause del
tumulto. — Oligarchia borghese e suoi scopi miserrimi; esclusione
dei cittadini dalle magistrature; riforme intorno allo statuto
dell'arte della seta ed angherie ai tessitori; comincia il
subbuglio: gli anziani, come suole, non cedono poco in tempo
per cedere troppo inopportunamente. — Adunanza popolare nel
convento di S. Lucia; e quello che ci si discorse: che cosa si
deliberasse di domandare. — Cenami gonfaloniere ben disposto a
concedere le cose richieste. — Feroci parole di Fabbrizio dei
Nobili rimettono in compromesso la pace. — Di nuovo il popolo
si aduna, ma non ingiuria persona. — Anziani mandano pacieri,
e sono accolti male, i tumultuanti domandano pane; pure si
viene a patti, e sembra composto lo screzio. Chi soffia dentro
perchè lo incendio rinfocoli. — Cagioni di querele manifestate.
— Si riforma il reggimento, nuove concessioni al popolo, e
non si conchiude nulla; ne sono cagione i giovani scapestrati,
principalmente quelli che avevano cessato il mestiero delle armi.
— Malefizi dei giovani insofferenti di ogni freno. — Partiti
larghi sono vinti dal consiglio per calmare gli spiriti, che non
si quietano, ormai ostinati a vivere licenziosamente. — Congiura
di cittadini a Forci presso i Buonvisi per occupare la città alla
sprovvista e restituirci, come oggi si direbbe, l'ordine, e non
riesce. — Pericolo che corre la città: i popolani spartisconsi;
chi vuole sangue, chi no: nel contrasto non si fa niente, pure
bisogna piegare davanti la volontà dei popolani; provvisioni su
le chiavi della città. — Guardia alle porte dei più avventati. —
I cittadini abbandonano la città: bandi per impedirli; i popolani
pigliano le merci e i beni che tentano scansare dalla città. — Il
maestrato propone uscire di palazzo e abbandonare lo stato: pietà
di siffatto partito; un popolano si oppone, e rimette il cuore in
corpo agli anziani profferendosi difenderli a tutt'uomo. — Preci
solenni e processione statuita per ricondurre gli animi alla
concordia; singolarità della processione; i preti tirano l'acqua
al loro mulino. — Dio pei preti è _trino_ in cielo e _quattrino_
in terra; gli aiuti divini o si fanno aspettare troppo o non
giovano. — Signoria nuova, di cui fa parte Francesco Burlamacchi;
partiti risoluti che piglia. — Festa della _Libertà_; la manda
all'aria un popolano: conseguenze di cotesto scompiglio. — Nuove
risoluzioni della Signoria proposte dal Burlamacchi; la plebe si
ribella, che di un tratto si avventa alle case dei Buonvisi per
abbatterle; parte di plebe contrasta, ne seguita una terribile
zuffa: prevalgono i demolitori, che vanno per le artiglierie; i
Buonvisi mostrano i denti alla bordaglia, che li lascia stare;
nella notte però essi lasciano la città. — Assemblea universale
per provvedere ai bisogni presenti; donde venga che gli uomini
talvolta sono sapienti e animosi stando da sè soli, messi in
mucchio diventano stolti e codardi: deliberazioni gravissime
dell'assemblea vinte per virtù di popolani appartatisi dai
licenziosi. — I partigiani dei ribelli, impediti di uscire
dalle porte gittansi dalle finestre per avvisare gli amici,
i quali corrono alle armi e tornano ad assediare il palazzo.
— Gli assediati resistono. — Le leggi contro i sediziosi sono
vinte. — Alberto da Castelnuovo vuol mandare all'aria il palazzo
e non riesce per miracolo. — Gli assediati inviano a sonare
a stormo perchè le compagnie delle bande cittadine traggano
a liberarli; ma prima che vengano ingaggiano battaglia con
quei del cortile: li finivano tutti, dove i sediziosi per tema
di essere presi tra due fuochi non uscivano a guardare gli
sbocchi delle strade. — I sediziosi cacciati dagli sbocchi, i
difensori della Signoria si sparpagliano per la città; di ciò
i sediziosi accortisi, fanno testa e tornano ad occupare il
cortile: trista condizione degli anziani rimasti in palazzo; i
Buonvisi fanno massa a monte San Quilico, ma gli anziani non
sanno come avvisarlo; per devozione di Lunardo Pagnini sono
avvertiti i Buonvisi; il difficile sta nello introdurli a Lucca.
— Fede di prete Bastiano da Colle che si profferisce portare la
chiave di porta San Donato affinchè sieno intromessi: avventure
e disdette di prete Bastiano; finalmente trova Taddeo Pippi e
si apre con lui: favore del Pippi, che si acconta col Dini, e
per diverse vie si accordano di far capo a porta San Donato. —
Orazione di Martino Buonvisi prima di muovere per Lucca. — Casi
che ritardano e imbrogliano il cammino: il fiume con non poco
travaglio è guazzato. — Consigli diversi di scalare le mura, o
di ardere le porte: vanno a pigliare lingua a porta San Pietro,
tornano assicurati si aprirà tantosto la porta san Donato. —
Prestanza di Vincenzo da Puccio, finalmente schiusa la porta,
il Buonvisi co' seguaci suoi sono intromessi. — Modestia del
Buonvisi. — Descrizione dello ingresso. — Argutezze di Meuccio
cuoiaio. — La sedizione vinta. — Fuga di alcuni sediziosi e
morte di altri. — Acclamazioni al Buonviso; e grave riprensione
del gonfaloniere, a cui egli risponde umanamente. — Crudeltà
esercitate dai vincitori; condanne di morte, carceri ed esilii. —
Il commissario imperiale tradisce i commessi alla sua fede. — Due
preti giustiziati. — I poggeschi di nuovo perseguiti; altri preti
più avventurati scappano. — Nuove vendette patrizie. Parallelo
fra i rivolgimenti di Lucca e di Siena, e si adducono le ragioni
per le quali compariscono diversi fra loro. — È mortale la paura
che fai al potente comechè in suo benefizio. — Leggi predisposte
a instituire la oligarchia lucchese. — Congiura del Fatinelli
e del Baccigalupo: loro supplizio. — Stato degli animi di Lucca
inchinevoli a novità, epperò a favorire il moto del Burlamacchi.
Ora importa che in succinto vediamo quali le disposizioni di Lucca per
opporsi, ovvero per favorire una impresa avventurata in pro della sua
libertà. La sua storia ab antiquo pari a quella delle altre repubbliche
toscane: colà come altrove il torrente barbarico lasciò una melma
di feudatari i quali trebbiavano il servo della gleba come questi
trebbiava il grano; se non che un dì avendo il servo fatto tesoro di
rabbia ed avendo acquistato senso di forza, si rivoltò e vinse i suoi
oppressori: di qui sorse il comune, che per necessità si ordinò da
prima a reggimento popolesco, stando lontani e in altre cure involti
il papa e lo imperatore, considerati come sorgenti di ogni autorità
sopra la terra. Quali per lo appunto gli ordini onde si governavano
noi potremmo chiarire, ma a un dipresso furono consigli presieduti
da un maggiorente fra i cittadini eletti dal popolo, per più o meno
durata sedenti in ufficio; questi, se lo imperatore si faceva sentire
(e qualche volta lo sentivano come la mola quando macina), procuravano
venissero da lui approvati, se no e con molta contentezza ne facevano
a meno; i nomi mutarono, ed ora appellaronsi consoli, tale altra
anziani e priori, ma in Lucca per ordinario _anziani: Ecco uno degli
anziani di Santa Zita, mettetel sotto_, come scrive Dante Alighieri.
Oltre gli anziani ebbero potestà preposti ai giudizi vuoi civili o
vuoi criminali, e capitani di popolo, negli inizi paesani, poi li
trassero di fuori, forse per causa di emulazioni procellose e forse
per iniqua parzialità: anco si legge del magistrato del sindaco, di cui
lo ufficio investigare l'operato di ogni ufficiale compito il termine
della sua condotta, imperciocchè tutte le cariche fossero temporanee,
ed esso pure si chiamasse da paesi stranieri. I parlamenti del popolo
intero rari e solo per approvare, e al popolo ne avanzava, ponendo
egli allora in massima parte lo studio della libertà nell'essere
governato con amore e con cura del suo vantaggio; e per me credo che a
molti, eziandio ai giorni nostri, basterebbe così: invece di assemblee
universali, istituirono due consigli, uno maggiore e l'altro minore:
in vari tempi il numero di ambedue vario, il primo presiedeva il
podestà, che, non pago di eseguire la legge, la faceva, per consueto
in compagnia e qualche volta anco solo; al secondo il capitano del
popolo: dal luogo dove si adunavano, quello dicevano di San Michele,
questo di San Pietro: eravi altresì un consiglio di credenza, non già
distinto, sibbene composto di cittadini meglio saputi e prudenti dei
due consigli, il quale trattava delle faccende destinate a rimanere
segrete. Per un tempo il consiglio minore, scelto fra giovani,
sopperiva alla mancanza dei consiglieri del primo, ma dopo ognuno ebbe
attribuzioni proprie. I consiglieri traevansi a sorte da due tasche
dove s'imborsavano i nomi dei cittadini che a norma degli statuti
n'erano degni; più tardi si aggiunse una terza tasca, la quale da capo
rimase soppressa.
Agl'imperatori poco importò che i feudatari sparissero quando restava
il popolo; anzi se, cessati i pastori rimaneva il gregge, guadagnavano
un tanto. Bene avrieno potuto le repubbliche toscane affermare con
la mano sopra la spada (chè a questo modo unicamente si afferma
bene) la propria autorità, ma non vollero, intese per gara stupida
a lacerarsi fra loro, o non seppero (perchè e' ci bisogna del buono
e del bello per fare capire al popolo che il padrone della terra è
_lui_, proprio _lui_). Però, quando gli stava per isguizzargli di
mano lo imperatore, ei si volgeva al papa; o guelfo o ghibellino,
gli era mestieri un attaccagnolo dove appiccare la libertà; per la
quale cosa queste repubbliche di proprio diritto non si costituirono
giuridicamente mai, e, per tacere di Siena, di Pisa e di Lucca,
anco Firenze i giureconsulti dello impero sostennero feudo imperiale
allorquando, prima di spegnersi la stirpe dei Medici, l'Austria ne
dispose come di cosa sua; difatti Uguccione della Faggiuola in qualità
di vicario imperiale tiranneggiò Pisa, e quando per tradimento di
Castruccio sorprese Lucca, ci entrò e la tenne con titolo e potestà
di vicario imperiale; nè con diverso titolo la signoreggiò poi lo
stesso Castruccio, allorchè Uguccione ebbe perduto a un tratto Lucca
e Pisa. Pari furono in Uguccione ed in Castruccio le voglie rapaci e
la prestanza nelle armi, superiore d'assai lo ingegno nel Castruccio;
e due capi dentro una corona non entrano; e poi, per antichi e per
novelli esempi, tristo o no il principe ch'ei sia, non perdona al
suddito il dono del regno; i doni che si fanno ai principi, se tali
da potere essere rimeritati, essi qualche volta rimeritano; se poi
troppo grandi, gli hanno in uggia quanto le ribellioni, di vero gli
uni e le altre fanno ricompensare dall'ordinario loro elemosiniere, il
carnefice; però Ranieri figliuolo di Uguccione rimasto a Lucca, come
più garoso del padre, essendo giovane, smaniando fare troppo presto,
fece male, perchè, messe le mani addosso al Castruccio stava per
mandargli il prete e il boia; e forse era meglio, ma il popolo, che
s'innamora di chiunque ha potenza di fargli male, saltò su i mazzi,
minacciando romperla se subito non si liberava Castruccio; di che
sbigottito Ranieri da un lato s'industria menare il can per l'aia e
dall'altro spedisce al padre Uguccione celeri messi a Pisa onde venisse
via: ma Uguccione, che assai compiaceva alle turpi parti del corpo,
massime al ventre, standosi a mensa rispose che non cascava nel quarto,
e finchè non fu pinzo e satollo non si volle quinci rimovere. Intanto
a Lucca il popolo armato si versava per le strade gridando libertà, e
quando ci entrò Uguccione, il meglio che gli rimanesse a fare fu di
fuggire, mentre Pisa, uscito appena, gli si ribellava al grido di:
_popolo, popolo, e libertà_, il quale, comechè, più spesso che non
dovrebbe essere, bugiardo, tuttavolta serbò e serba sempre virtù di
agghiacciare il sangue del tiranno.
Castruccio fu tale uomo da scavare le occasioni di sotto terra,
pensiamo se se le lasciasse fuggire di mano; gli diedero un compagno
che subito gli si strusse a canto a mo' di neve, ebbe potestà quanta
ne volle, gliel'assentirono tutti, popolo ed ottimati, acclamazioni
di piazza e voti di consigli: usarono i Lucchesi libertà pienissima
di costituirsi servi, caso che via via nel mondo si rinnuova. Se
alle piccole cose è lecito paragonare le grandi, Castruccio legò al
carro della sua fortuna Lucca come già Napoleone la Francia, uguali i
trionfi, l'ebbrezza e i rovesci; in questo il Lucchese più avventuroso
del Côrso, che quegli non vide la malignità del destino avverso, mentre
Napoleone l'ebbe a provare vivo; Castruccio vinse i suoi nemici sempre
o quasi, mirabile lo celebrarono, e veramente fu per moti celeri, per
subiti assalti, per sagaci ritirate, espugnò terre, vinse battaglie
nelle storie famose, si assoggettò Pisa, prese e riprese Pistoia,
trascorse fin sotto le mura di Firenze e per istrazio ci fe' correre
tre palii, uno di meretrici; qual civanzo ne trassero i Lucchesi?
Ludovico il Bavaro prima spoglia della signoria paterna i figli di
Castruccio e poi lascia su quel di Lucca i Tedeschi quasi belve in
pastura, i quali, fastiditi del soggiorno, anelando i patrii luoghi,
la mettono allo incanto, la offrono a Firenze che non la vuole, a Pisa
che anch'ella la rifiuta; all'ultimo come ciarpa vecchia la comprò
un mercante genovese, Spinola, che la tenne poco e male e ci rimise
le spese; gli subentrarono uno dopo l'altro Giovanni di Boemia, Piero
Rossi di Parma, lo Scaligero di Verona: venduta e rivenduta, che anco
dopo tanto tempo è una pietà leggere, per ultimo cascò nelle mani dei
Pisani acerbissimi ed eterni nemici dei Lucchesi, sicchè adesso che
hanno perduto perfino la gagliardia dell'odio con mutui dileggi si
trafiggono fra loro, tanto è fecondo nel cuore dell'uomo il seme del
male! I Fiorentini si ricattarono altresì contro i Lucchesi, e di che
tinta! e col cambio resero loro le scorrerie del paese, le uccisioni, i
guasti del contado e perfino i tre palii côrsi sotto le mura di Lucca,
compreso quello delle meretrici. Vuolsi notare che in mezzo a tutti
questi tramestii le forme apparenti della repubblica non mutarono,
stettero gli anziani, il capitano del popolo, il potestà ed i consigli;
la qual cosa dimostra quanto sieno poca cosa gl'instituti dovo manchi
la sostanza.
A Pisa tiranna di Lucca tiranneggiava il mercante Agnello, che caduto
dall'alto si ruppe ad un tratto una gamba e la tirannide; allora
sopraggiunse lo imperatore Carlo IV acclamato dai Lucchesi come
liberatore, ormai ridotti a tale da stimare libertà il mutamento di
servaggio: lo imperatore in _primis_ volle quattrini, e quindi concesse
loro le facoltà della zecca, dello studio, di conferire lauree e
parecchie altre coserelle a patto che nello impero restasse fermo il
diritto di superiorità in tutto e per tutto, compreso l'utile dominio.
Degli scrittori lucchesi taluno afferma da Carlo IV derivare la libertà
di Lucca, altri sostengono all'opposto ch'ei ribadì le catene vecchie,
e mi sembra che questi abbiano ragione: per ora fittaiuoli del proprio
paese diventano i Lucchesi; nè dai principi vuolsi aspettare mai
libertà diversa da questa.
Tanto vero così che lo imperatore avendo lasciato in Toscana
un suo vicario, questi in Lucca si recò in mano la elezione del
potestà, ricevè giuramenti, gli anziani non elesse ma approvò, e via
discorrendo; ma i Lucchesi si misero alla usanza del ragnatelo a rifare
la repubblica loro, ed ora agli anziani reputando spediente preporre
un gonfaloniere, lo fecero; poi l'autorità loro stabilirono; pian
piano anco di un po' di milizia si provvidero; ricomposero le tasche
per la elezione degli anziani; il fitto annuo venne rinunziato; che
più? ottennero il privilegio di essere padroni in casa propria, ma
come vicarii imperiali o, vogliam dire, rappresentanti di un padrone
straniero.
Nella composizione di questo reggimento fu provvisto che vi
partecipassero così nobili come popolani; ma a ciò non consentirono i
nobili, i quali nella potestà non si chiamando contenti di prevalere,
la presero tutta, e sta bene; vissero e vivono finchè possono vita di
consorteria i patrizi; tuttavia anco in seno al popolo si formano le
consorterie, e allora queste diventano non già forza, bensì cancrena
di popolo. Il popolo, dacchè i patrizi rifiutano uguaglianza, li
dichiara decaduti dal reggimento e si chiude un nemico nelle viscere:
veramente nemici sarebbero stati essi sempre, ma, esclusi a questo
modo, i patrizi per necessità dovevano agitarsi irrequieti: tutto ben
ventilato, a sperdere le consorterie io non ci vedo altro modo che
il bando dei consorti o permanente o temporaneo e fuori dello stato:
certo grave partito questo o copioso di danno, pure altro meno nocivo
non mi riesce trovare, ed è ruina espressa sopportarli chiusi dentro
il corpo sociale: per la quale cosa bene conobbe gli umori di costoro
il dabbene cittadino Francesco Guinigi quando per ischermirsi dalle
insidie patrizie propose un magistrato di cui unico fine fosse la
difesa della libertà, che fu chiamato dei _conservatori della libertà
e del buono stato_; accettarono ed elessero a farne parte lui primo. I
patrizi, accortisi della ragia, si diedero moto per istrozzare cotesto
magistrato sul nascere e levarono tumulto, se non che il magistrato
diede prova di essere nato co' denti, imperciocchè, agguantati quattro,
tagliò al primo il capo e la mano destra, gli altri licenziò col solo
taglio della testa. A Giovanni degli Obizzi precipio eccitatore del
tumulto, trovandosi fuori di città, intimarono stesse lontano; non
obbediva, audacemente rientrava, sostenuto con passione diceva: Questa
la ricompensa dello esilio sofferto durante la tirannide pisana? questo
il compenso della scemata sostanza? Così Lucca ristora i suoi figliuoli
del sangue versato per riacquistarle libertà? A cui rispondevano: Or
come per mercede della difesa libertà tu vuoi che ti soffriamo tiranno,
tu per te combattevi e non per noi, dacchè Lucca in potestà altrui non
poteva essere tua. — Tuttavia, oltre al confermargli il bando, da ogni
altra molestia si rimasero: costui bestemmiò il popolo ingrato; a me
par giusto.
Nel 1372 ebbe compimento lo statuto della repubblica; le forme
repubblicane sempre, ma per così dire l'aria repubblicana non vi
circola dentro, dagli uffici esclude i nobili e i cavalieri di
parecchie famiglie, gli Antelminelli e i consorti tutti, ma nè anche
ammette il popolo in generale e non pochi dei popolani ormai per
industrie proficuamente esercitate diventati cospicui. Non è da dirsi
se dai desiderosi di novità fosse inviso il magistrato dei conservatori
della libertà; e siccome di vero appariva eccessivo, come sono sempre
quelli i quali o una grande necessità od un grande timore suggeriscono,
così non fu difficile apporgli accuse; ad evitare le quali ne
raddoppiarono il numero e provvidero che solo un terzo per anno tenesse
lo ufficio: e a questo modo un tempo durò sostenuto dalla bontà grande
di Francesco Guinigi, ma egli cesse al fato comune nel 1384; allora
tornarono i mestatori a lacerare più perfidiosi che mai il magistrato
dei conservatori della libertà, e tanto pontarono che all'ultimo
ottennero si abolisse; ai conservatori surrogarono i commissari di
palazzo, ma erano altra cosa, imperciocchè lo ufficio di questi stesse
unicamente nel vigilare le fortezze e le faccende della guerra: di
qui incominciò uno screzio tra i Guinigi e i Forteguerra, cui piaceva
l'acqua torba per pescarci dentro, del quale tentò approfittarsi
Giovanni Obizzi fuoruscito mandando lettere ai suoi partigiani col
mezzo di due frati; il reggimento, che stava a orecchi tesi, n'ebbe
odore, e in un bacchio baleno acciuffa, tormenta e fa confessare i
delinquenti, dei quali i laici decapita, i chiesastici manda a Roma.
Giovanni degli Obizzi si era male apposto; i Lucchesi allora aborrivano
moversi non perchè stessero bene, ma perchè temevano trovarsi peggio,
sicchè con decreto amplissimo bandirono che le leggi veglianti sopra
i consigli e le imborsazioni rimanessero inviolabili nè alcuno si
attentasse arringare per riformarle: ma ecco mentre si guardano dalla
pioggia sopraggiunge loro addosso la gragnuola.
I Guinigi, massime Lazaro figliuolo di Francesco, reputandosi offesi
dai Forteguerra, tra cui primeggiava Bartolomeo dottore in leggi
ed estimato uomo d'assai, nella occasione che si aveva a rinnovare
la tasca per la imborsazione dei collegi si dimenarono in guisa
che poterono escluderne la più parte dei Forteguerra, e Bartolomeo
più volte gonfaloniere e anziano fecero noverare fra gli arroti o,
vogliam dire, supplenti, i quali costumavasi trarre dai giovani che
non avevano mai tenuto maestrato. Buonagiunta Schiezza fece la spia o
per levità o per tristizia; Bartolomeo meritamente ne mosse strepito
infinito, e seco quanti queste soperchierie detestavano; i quali umori
desiderando sopire sul nascere, il senato propose aggiungere una tasca
di ducento dieci cittadini dove gli esclusi sarebbero stati imborsati,
con avvertenza però che non avessero ad essere tratti se la prima
non fosse vuotata: pretesto di simile novità fu che, molti cittadini
stando fuori a cagione della morìa o per negozi, importava provvedere
affinchè gli uffici non rimanessero scoperti, ma Bartolomeo, invece di
quetare, s'incollerì due cotanti, e parendogli che quello non fosse
riparo bastevole alla ingiuria, lacerava la turpe pusillanimità del
senato; voleva al tutto cassa la imborsazione, i truffatori puniti;
sotto sembianza di giustizia la vendetta compita: tentaronsi diversi
modi di composizione, e taluni parvero tali da contentare chi ormai non
avesse fermo il chiodo di romperla; e questo per lo appunto era l'animo
di Bartolomeo, il quale, valendosi della congiuntura di Forteguerra
entrato gonfaloniere, ruppe in aperta contesa; gli mandò la virtù, e
la fortuna; prevalse il Guinigi, che, espugnato il palazzo, mentre il
gonfaloniere repugna a lasciarglielo sgombro, cade iniquamente spento
dai seguaci satelliti. In questo tumulto si nota un caso che male
s'intende, se pure non si spiega così, che il Guinigi, tutto inteso
a vincere, fece di ogni erba fascio per procurarsi satelliti, i quali
poi inferocirono per proprio conto, chè la mala compagnia grava sempre
non solo le spalle, ma bensì anco l'anima e la fama: parecchi vinti al
furiare della plebe ebbero asilo nelle case del Guinigi e furono salvi;
i fratelli Serangeli, lo stesso Bartolomeo Forteguerra rimasero spenti
a ghiado; dopo passato il Rubicone che avanza a Cesare? Diventare
imperatore o morire trafitto; a Lazaro occorsero ambedue i fati: fu
principe assentendolo unanimi gli sbigottiti cittadini; pochi emuli
bandì, fra questi Gherardo Burlamacchi antenato di Francesco, agli
altri concesse perdono. A dire il vero, ei si mostrò mite tiranno, ma
delle arti tiranniche si valse con inestimabile studio, condusse armi
straniere, poche e fidatissime le paesane, profuse grazie ai complici
meno per gratitudine che per allettamento a mantenerseli fedeli, si
circondò di guardie, anzi diede loro stanza nel suo proprio palazzo.
Non diverso dai prudenti tiranni, le forme del reggimento lasciò
illese, e tuttavia giunse ad alterarne la sostanza, conciossiachè
ridusse lo stato nelle mani dei borghesi, istituendo, per così dire,
una oligarchia d'interessi, da cui escluse i dottori di leggi, i
medici, i lettori di studio, insomma chiunque per dignità di dottrina
o per eccellenza d'ingegno presentisse dovergli un giorno procedere
avverso; nè può negarsi che secondo l'ordinario andamento delle cose
umane ei si apponesse. In odio agli emuli Lazaro tutto quello che da
loro emanava distrusse; perfino lo statuto penale stesso nella massima
parte da Bartolomeo Forteguerra in codesti tempi lodato, cui fece vie
più desiderare il nuovo sostituito e che all'ultimo venne richiamato in
vigore con plauso di quelli che lo composero: infine, perchè cotesta
antica soperchieria in tutto e per tutto alle nuove e alle nuovissime
rassomigliasse, con solenni apparecchi si resero grazie a Dio, quasi
per renderlo complice del reato. Dio pur troppo alle miserie nostre non
attende o non le cura; chè, se così non fosse, e dove meglio potrebbe
adoperare i suoi fulmini quanto a incenerire colui che, tradendo la
fede del popolo, se ne fa con violenza tiranno? Il vendicatore fu
Antonio Sbarra nipote ai Forteguerra: costui per condurre a fine il
disegno si fece famigliare di Lazaro, gli entrò in grazia, ne sposò
la sorella, e covata la vendetta sette anni, certa sera mentre Lazaro
si stava senza sospetto di lui a suono di pugnalate lo ammazzò. Nè a
lui nè alla patria giovò la Nemesi, ch'egli n'ebbe mozzo il capo, e
quella non ricuperò la libertà; i cittadini bollirono un cotal po',
ma non diedero di fuori; della quale ventura e della pestilenza che
allora infieriva approfittandosi, i Guinigi riserrarono gli ordini
oligarchici riducendo il reggimento in dodici del consiglio con balía
suprema sopra tutte le cose, da durare finchè non cessava il contagio.
Il contagio cessò, ma costoro non ismisero la balía: allora i cittadini
ripigliarono a brontolare e accennavano a peggio; li prevenne Paolo
Guinigi, che sostenuto dai soldati mercenari si costituisce tiranno;
cupido e avaro lo dice la storia e a tutta prova codardo; eccetto
questi meriti, altri non gliene sappiamo, ma l'avere accolto Gregorio
XII con gentilezza ed undici cardinali gli fruttò la _rosa d'oro_, dono
solenne dei sommi pontefici largito ai sostegni della Chiesa: di viltà
in viltà, dopo avere patteggiato co' ladroni del suo paese, giunse allo
estremo di tutto, che fu negoziare la vendita di Lucca ai Fiorentini;
e poichè tanta infamia non seppero tollerare, i Lucchesi, accontandosi
insieme, gli fanno impeto addosso e presolo lo giudicano: dichiarava
lo statuto che il magistrato reo di avere manomessa la libertà della
patria pagasse del capo; gli risparmiarono pietosi troppo il patibolo,
sì bene lo consegnarono al conte Francesco Sforza, che lo mandò a
Milano, donde trasportato a Pavia, quivi miseramente morì prigione.
Dev'essere la libertà gaudio divino, dacchè una sembianza di lei o un
grido che la chiami bastino a empire di dolcezza un popolo intero.
Le campane sonavano a gloria, sulle torri, dai balconi sventolavano
le bandiere, le pareti comparivano ornate di drappi stupendi per
oro contesto e per seta; di liete voci intorno echeggiava l'aere, i
cittadini frequenti per le vie abbracciavansi e piangevano e tutto
questo perchè s'invocava il nome della libertà. Si adunarono cento
padri di fediglia, i quali, dopo avere dichiarato che repubblicani
volevano morire siccome erano nati, elessero dodici cittadini cui
diedero balía di riformare lo stato, fra questi Pietro Cenami, della
ruina del Guinigi massima parte, che poi crearono gonfaloniere: ma
rei tempi soprastavano a Lucca, la quale non valse a districarsi da
guerre infelici e dalla più desolata carestia: bene accolse dentro
le sue mura vincitore Nicolò Piccinino e mostrò rallegrarsene come si
può per vittoria la quale non ti porta benefizio ed è vinta con armi
non nostre; ella abbattè le mura della cittadella Augusta, arnese di
tirannide, stimando che distrutto il covo fosse spenta la bestia; i
beni dei Guinigi confiscò, scarso compenso dei danni patiti; ai suoi
discendenti interdisse la terra, dove sarebbero tornati non figli
ma lupi; e poichè tristi cittadini, o per lo effetto dei loro mali
pensieri ovvero ad istigazione altrui, non posavano di macchinare in
iscapito della repubblica, si restituiva il magistrato per la custodia
della libertà ed in danno dello sciagurato Cenami, imperciocchè,
detestando gli scapestrati il rigido gonfaloniere, notte tempo
entratigli in quattro nella stanza dove ei dormiva dietro la scorta di
due anziani colleghi di Pietro che li guidarono, di mille punte lui
inerme ferirono e misero a morte. Il defunto con esequie spontanee
onorarono; i principali operatori della strage di lui decapitarono;
e la storia con dolore registra complice del misfatto un Giovanni
Burlamacchi, anch'egli dei maggiori di Francesco, e però condannato a
carcere perpetuo. Da ora in poi solertissima la vigilanza dei custodi
della libertà: onde il doppio tentativo di Ladislao Guinigi figlio di
Paolo per sorprendere Lucca riuscito a vuoto; del pari scopersero la
congiura di Michele Guerrucci, il quale, comunque anziano si fosse,
rifuggì legarsi con uomini di piccolo affare per sovvertire lo stato
in mezzo alla solennità di santa Croce; condannato nel capo, ottenne
grazia per intercessione del duca di Milano a patto che si riscattasse
con diecimila fiorini d'oro da pagarsi in due rate; arrivata la
scadenza della prima, non pagata la moneta, pagò col capo: di ciò
sendosi dolto il duca di Milano, come quello a cui parve non si avesse
avuto debito riguardo, i Lucchesi mandarono oratori per iscusarsi; se
ne sarebbero astenuti un'altra volta, per cotesta ormai non ci era più
rimedio.
Per ischermirsi da tante e siffatte insidie, a questi tempi venne
fuori la legge detta del discolato, da taluni come ottima difesa, da
altri come pessima lacerata: su la quale è da avvertirsi che necessità
non ha legge e che per insulso culto della libertà non si devono
lasciare le mani libere, e peggio poi armarle, ai nemici di lei perchè
la trucidino: la questione sta nell'adoperare i partiti straordinari
lealmente in pro' del vivere libero, e tanto si ottiene quando lo stato
si governa davvero a libertà; in caso diverso tu somministri i flagelli
per isferzare i buoni a vantaggio de' rei: a questo modo avvenne nel
nostro regno d'Italia due volte, perchè nè retti nè reggitori amano,
sanno o vogliono la libertà: di libertà a noi le veci e il sembiante,
ai figli nostri la sostanza. Ora ecco la legge del discolato che fosse:
di tratto in tratto i consiglieri erano chiamati a segnare una nota di
cittadini reputati perniciosi alla repubblica; tutti quelli che nello
squittinio occorrevano scritti in due terzi delle note si mettevano
da parte e si sottoponevano da capo alla votazione del consiglio se
avessero a bandirsi; dove si trovasse che in tre quarti dei voti erano
per bandirsi, durante tre anni cacciavansi fuori di stato.
Con simile argomento si otteneva che nei casi supremi, dove l'attimo
perduto a superare il pericolo genera esizio, l'animoso rettore non
venisse distratto da far presto e bene dalle invidie, dalle malignità
e peggio dalle più frequenti saccenterie d'inani mestatori. Il guaio
fu che a Lucca, remosso il pericolo, l'arnese piacque e si mantenne non
già in pro' dello stato, al contrario nello interesse dell'aristocrazia
in danno dei popoleschi perchè non fiatassero, molto meno operassero;
e conchiudo col dire che colui il quale crede che si possa governare
sempre in un modo mettilo a mazzo del pilota che vorrebbe navigare a
tutti i venti con una vela sola.
Prima di ripigliare il filo dei casi interni, a fine di chiarire quale
e quanta parte dei cittadini appetisse novità e perciò fosse disposta
a sostenere la impresa del Burlamacchi onde conseguire riforme nel
reggimento, con pochi cenni mi sbrigherò ad esporre come e perchè i
cittadini tutti avessero a desiderare di emanciparsi dalla subiezione
imperiale. Già dissi del diploma di Carlo IV; adesso aggiungo come
Massimiliano I imperatore, senza giudizio e senza danari, venuto
in fantasia di pigliare la corona a Roma e forse anche il papato,
di repente per suoi oratori domanda alla Repubblica imperiale di
Lucca gli mantenga attorno a sè cento fanti per un anno, gli paghi
venticinquemila ducati e per ultimo il deposito per le crociate e i
giubilei. A Lucca parve essere pecora nella siepe; e poichè pecora
non uscì mai dal pruneto se qualche briciolo di lana non ci lasciasse,
così invia oratori a tirarsi i capelli co' ministri imperiali; e' la
batteva tra il rotto e lo stracciato; assottiglia, assottiglia, più di
cinquemila ducati non vollero da una parte dare nè dall'altra poterono
prendere; e poi non isborsarono nè anco questi, chè allo imperatore
saltò il ticchio di non andare più a Roma, e i Lucchesi procederono
come costuma il marinaro, che, passato il pericolo, gabba il santo.
Ma lo imperatore più tardi torna a spillare quattrini dai Lucchesi,
non sapendo, per farne, a qual santo votarsi; le antiche ragioni non
si potevano addurre, ne propose nuove: gli pagassero subito dodici
mila scudi, ed egli avrebbe confermato loro i privilegi antichi.
Piacque l'offerta, non il prezzo, e qui da capo il mercato giudaico;
si convenne per novemila, ed egli da Padova con diploma ampissimo
conferma l'antica libertà di Lucca, le concede facoltà legislative
ed amministrative, autorità giudiziaria, il mero e misto impero;
rinnuova le largizioni fatte a Castruccio, i privilegi di Carlo IV,
renunzia all'annuo canone, il quale del resto non si pagava più fino
dai tempi del vicario imperiale Guidone, e per ultimo enumera tutte
le terre e castella che dovevano formare parte del dominio di Lucca
senza darsi per inteso se per violenza o per trattato si trovassero
in potestà altrui; e conchiude promettendo protezione e difesa con
tutte le forze dello impero. Ma la protezione dello impero proteggeva
poco; imperciocchè i Lucchesi, minacciati da Luigi XII, come quelli
che procedevano parziali a Massimiliano, e quindi a lui ostili, ebbero
di catti di comprare la protezione della Francia per trentaseimila
tornesi, e loro non parvero troppi. A Massimiliano successe Carlo V,
che di bene altri ugnoli si mostrò armato dell'avo suo; i Lucchesi gli
spediscono subito oratori per tenerselo bene edificato e chiedere la
conferma del diploma di Massimiliano. Il cancelliere Gattinara faceva
cascare la cosa dall'alto: negozio grave questo; molta ma molta somma
richiedersi all'uopo per ispianare le difficoltà. I Lucchesi sentivano
venirsi addosso i sudori freddi e guaivano miseria; ma il Gattinara
spietato gl'intronava sponendo come nella dieta di Vormazia, quando
si fermò la lega col papa, persone intendenti avessero dichiarato che
Lucca senza incomodarsi poteva contribuire per sua quota di spese fino
a 40000 ducati; e poi a lui essere noto di certa scienza che a Luigi
XII in più volte ne avessero pagati due tanti: ora volevano mettere
Luigi a petto di Carlo? Costui non pastore, non padre, non re, bensì
mercenario: e quanto a fede Carlo, prima di tradire la promessa,
avrebbe fatto falò di tutte le provincia dello impero senza lasciarne
pure una. I Lucchesi stretti alla gola lasciarono scappare la offerta
di novemila scudi; il Gattinara, compreso da orrore per lo avaro
sussidio, lungi da sè sdegnosamente lo rigettava; intanto correvano o
piuttosto si facevano correre voci sinistre: due baroni, uno tedesco
e l'altro spagnuolo, chiedevano Lucca in feudo e quattrini subito; lo
imperatore risoluto a romperla con la ingrata città, di voce imperiale,
coi fatti francese: allora i Lucchesi con le lagrime agli occhi
offersero quindicimila scudi in tre rate di cinquemila l'una, che poi i
mercanti lucchesi sottomano scontarono raspandovi su quattromiladugento
scudi. I re tirarono e tirano sempre via; il popolo paga. In ghetto non
si saria potuto negoziare meglio nè peggio di quello che lo imperatore
e i Lucchesi si facessero. Nè si creda già che narrando io queste cose
carichi le tinte; perchè trovi nelle storie che il povero Massimiliano
ridotto al verde supplicava i Lucchesi di un migliaio di scudi per
carità, ed i Lucchesi pur compiangendolo gli si buttarono in ginocchio
davanti a mani giunte esortando che per amore di Dio non li ruinasse:
quasi ruggine della natura lucchese in ogni tempo la spilorceria,
sicchè fra essi corre un proverbio strano ed è «che per pigliare
darieno il core.» Checchè sia del diploma di Carlo V confermatorio
quello di Massimiliano, e sebbene gli imperatori che di mano in mano
si successero non esigessero censo veruno per rinnovare le fatte
concessioni, tuttavia Lucca fu considerata sempre feudo imperiale, di
cui i privilegi potevano da ogni novello imperatore revocarsi, essendo
_de iure_ feudale le concessioni temporanee e però obbligatorie solo
durante la vita dello imperatore che le largiva o le confermava, e
pure, avendo e cuore e fronte di affermarsi repubblica, questa catena
al piede si portò Lucca fino al 1799.
In Lucca, come avvertimmo, essendo prevalsa al reggimento l'oligarchia
borghese, bene si accontavano con essa taluni nobili: ma pochi fiori
non fanno ghirlanda; i più restavano esclusi, fra questi i Poggi casata
copiosa di uomini e di ricchezze; costoro, lontani dai maestrati per
volontà altrui, dai traffici per superbia propria, si davano ad ogni
ragione diletti ed anco capestrerie; ozio e potenza furono sempre
mai supreme spinte a mal fare: a nuovi scompigli per causa loro andò
soggetta la patria, e la cagione questa. Un Arnolfino protonotario
apostolico standosene a Roma per tirare acqua al suo molino, ottenne
dal papa il benefizio di S. Giulia giudicato dei buoni: i patroni
del benefizio se ne arrecarono, e meritamente, e da per sè soli
non bastando a far contrasto, ricorsero per protezione ai Poggi e
l'ebbero; sicchè il rappresentante dell'Arnolfino quantunque, come
prete, tenace a tenere i denti stretti, per timore di averne le ossa
rotte, scappò; se il protonotario pestasse i piedi tu il pensa, e
poichè ne mosse fiero lamento agli anziani, e' fu mestieri che questi
ci pigliassero parte. Frattanto un Pietro dell'Orafo creatura dei
Poggi, per favorire un materassaio, insolentiva contro la famiglia del
vescovo: puniti entrambi, il materassaio obbedisce, l'Orafo no e se
ne richiama ai Poggi, i quali infelloniti investono il palazzo della
signoria e a coltellate ammazzano il gonfaloniere Vellutelli; altri di
loro, fatto impeto contro la casa di Lorenzo Arnolfino, e lui e il suo
congiunto Pietro bestialmente feriscono; ciò fatto, circondandosi di
scherani atterriscono gli anziani ed impongono sia eletto gonfaloniere
Stefano di Poggio: comechè avessero la morte alla bocca, gli anziani
rifiutano. Scesa la notte, attendono di qua e di là ad armarsi; ma
scemano i partigiani dei Poggi e di tanto si accrescono i difensori
della Signoria, che l'atrocità del caso a sangue freddo percosse la
mente anco dei meno buoni: alla dimane gli anziani potevano vincere,
pur non osarono, scesero a patti con gli omicidi ed impegnaronsi per
fede a lasciare partirsi illesi dalla città Vincenzo e Iacopo dei
Poggi, Lorenzo e Domenico Iotti perdutissimi giovani. Usciti costoro,
si adunava la pratica, dove il vice-gonfaloniere Parpaglioni orando
fervidamente conchiudeva si procedesse rigidissimi contro i rei tutti,
il perdono concesso ai quattro come estorto dal timore si revocasse. I
padri in parte accolsero la proposta, in parte no; i non perdonati si
giudicassero, i perdonati lasciassersi stare, ciò persuadere la fama
della Repubblica, austera mantenitrice della data fede. In guisa del
tutto contraria a questa praticò la Repubblica di Genova co' Fieschi a
istanza di Andrea Doria, ma Andrea troppo più prepoteva del Parpaglioni
sopra la volontà dei cittadini; e poichè noi biasimammo cotesto atto,
volentieri loderemmo questo altro, ma in coscienza non possiamo,
imperciocchè dubitiamo forte che i padri a tale si conducessero per
non parere vili volendo dare ad intendere che fosse da loro conceduto
il perdono con libertà di consiglio; e poi se una volta data si doveva
osservare la fede, giustizia di magistrato e costanza di cittadino
persuadevano a non impegnarla mai senza causa degna: ancora, non ci
riesce accozzare siffatta clemenza verso gli operatori della strage con
la ferocia dimostrata contro i compiici loro, dei quali nove mandarono
al supplizio, e sette erano dei Poggi; tra i giustiziati andò quello
Stefano di Poggio che i padri commossi dalla troppa improntitudine dei
faziosi rifiutarono gonfaloniere. I di Poggio continuarono ad agitarsi
un pezzo, ma i moti loro erano di coda di lucertola separata dal corpo
uno più languido dell'altro; alla fine quetarono.
Adesso vuolsi per noi raccontare la storia del tumulto degli
Straccioni, come quella che ci sembra piena d'insegnamenti politici:
e di un tratto notiamo che tale fu appellato perchè i tumultuanti
tolsero per bandiera uno straccio di stoffa nera quasi segno della
miseria che gli affliggeva e del cruccio dell'animo loro. Ormai regnava
e governava Lucca l'oligarchia borghese, se non pessimo, certo uno
dei più tristi reggimenti che si conosca: dura gente i mercanti,
cui se o pericolo o concetto grande non agitino, cuore ed ingegno
costringono dentro il cerchio breve di male appetita moneta. Primo
scopo pertanto di lei durare al timone, onde, avendo il coltello pel
manico, empiva le borse dei nomi loro e degli aderenti suoi; quindi
in essa la facoltà di eleggere anziani, senatori e i magistrati
tutti così dei minori come dei maggiori uffici, o direttamente co'
propri voti o indirettamente creando i deputati preposti a nominare
e ad ordinare i collegi: però innanzi tutto ella faceva la parte pei
congiunti e per gli aderenti; caso ce ne avanzasse, andava in cerca
di qualche citrullo nè carne nè pesce, ma non ce ne avanzava: la
plebe escludeva perchè, superba, le sembrasse imbrattarsi a prenderla
a parte del governo; escludeva i nobili perchè, paurosa, temesse
rimanere soperchiata: oltre questo, precipuo scopo assottigliare i
salari del popolo e più che poteva ridursi in mano ogni ragione di
lavoro. Il gonfaloniere e gli anziani, correndo il 13 gennaio del
1531, commisero a sei cittadini che riformassero l'antico statuto
dell'arte della seta, aggiungendo e tagliando quello che fosse loro
parso utile o dannoso: ed essi adempirono il cómpito; se non che, mossi
dallo scopo accennato di sopra, trafissero in più parti l'interesse
del popolo: a quanto ci è dato conoscere, questo era quello che
maggiormente offendeva: la facoltà tolta al popolo di lavorare seta
col suo telaio in casa; l'ufficio del marchio su le pezze levato
dalla corte dei testori; il prezzo diminuito alle opere in mal punto,
conciossiachè grande angustiasse a cotesti tempi la carestia il popolo
e quotidianamente crescesse. Il popolo, secondo il solito, guaiva,
qua e là in capannelli si adunava e sbuffando smetteva i lavorii; i
governanti, secondo il solito duri finchè non mirino il diavolo nel
catino intorandosi dicevano: si osservasse appuntino la legge, chè
cassarla o riformarla adesso gli era come darla vinta al popolo con
iattura inestimabile dell'autorità ed esizio del reggimento: intanto
i nobili e gli altri esclusi, infiammati di carità pelosa, soffiavano
in cotesto fuoco compassionando al popolo; lo tempestavano dicendo
ch'egli aveva ragione da vendere, ma che badasse a non farsi mangiare
come le ciliege una dopo l'altra; nell'unione stà la forza: ora il
popolo non intese a sordo, però mandato attorno lo invito, si radunò
il primo di maggio nella chiesa di San Francesco, dove aveva altare;
e poichè si trovò in maggior numero di quello che avessero i capi
presagito, questi deliberarono recarsi nel chiostro maggiore del
convento di Santa Lucia: quivi tutti a parlare, a interrompersi, a
contradirsi; sentenze e voci diverse e un brontolío come di caldaia
quando spicca il bollore. Matteo Vannelli capo maestro vedendo che
la veglia passava in accordature, recatosi sulla predella dell'altare
di S. Lucia così favella: «Orsù azzittatevi ed uditemi, chè a questo
mo' voi discorrete a vánvera: quanto sia iniqua la legge che ci hanno
messo addosso, inutile dire; pertanto stendiamo una bella e buona
scrittura dove si leggano specificati tutti i gravami che la legge
ci porta e domandiamone la emendazione; poi non sarà male metterci
in fondo a mo' di rammarichío che gli avi consideravano gli operai
come cristiani battezzati e fratelli da sovvenire sempre bene inteso
col loro vantaggio, non già come santo Bartolommeo da scorticare con
danno di loro e nostro; e ora che ho detto la mia, venga altri a dire
meglio di me, chè io ci avrò gusto.» Ed altri invero parlarono, ma non
aggiunsero un filo alla trama, onde i convenuti gridarono: «Andiamo al
grano!» E così deliberata la supplica, elessero diciotto capi maestri
tessitori, chiamandoli capitani, affinchè la presentassero e con quelle
più accomodate parole che sapessero raumiliassero i padri, onde essi
perseverassero nella umanità di cui avevano dato saggio pur dianzi,
quando per sovvenire il popolo dalle angustie presenti gli concessero
la proroga di quattro mesi a pagare i debiti. I capitani, accettato
lo ufficio, prima giuraronsi unione e fede, poi s'incamminarono al
palazzo, dove presentarono la supplica: il gonfaloniere Martino Cenami,
uomo dabbene, gli accolse con miti parole, e comechè dichiarasse segno
di contumacia e quasi di fellonia essere stato il costoro ritrovo
in Santa Lucia, nondimeno li confortava a starsi di buon animo, chè
sarebbero stati consolati: ond'eglino, scusandosi non avere mai inteso
offendere la legge per dolo ma bensì averla per ignoranza trasgredita,
si ritirarono; e forse per allora a cotesto modo si rassettava la
cosa, se, dopo partiti, gli anziani continuando i ragionari sopra quel
successo, Fabrizio dei Nobili agramente riprendendo la mansuetudine
del gonfaloniere, non fosse uscito fuori con queste parole: «Signori
miei per guarire a costoro il mal del capo ci vorrebbe un recipe di
capestri.» Di che turbatosi Matteo Vannelli, che a sorte ci si trovò
presente, raunato il popolo, lo ammonì a non addormentarsi in grembo a
Dalila; per la quale cosa il popolo bandì un'altra radunata pel giorno
di poi più solenne di quella già fatta: se riuscisse maggiormente
solenne male possiamo affermare, certo ella fu più numerosa e più
sediziosa; però che la gioventù, correndone la stagione, si era
dilungata per la campagna a cantare il maggio, ma questa volta non
con cembali e pifferi nè con arbori ornati di nastri e di fiori bensì
con picche, alabarde, corazze, elmi, tamburi, come se andassero a
battaglia ordinata non già a festa: e' fu ossentazione di terrore e
minaccia, non offesa, dacchè dal negare reverenza ai maggiorenti nei
quali occorrevano e dallo squadrarli torbidi con l'aggiunta di qualche
bottone in fuori, non torsero un capello a persona; anzi essendosi
dibattute in costoro Biagio Mei cittadino di alto affare, questi li
riprese un cotal poco acerbo: «Giovani, giovani, non si va fuori per
sollazzo con armi parate a nocere; andate su presto a deporle, se
pur non volete che qualche stroppio vi accada.» I petulanti giovani
si contentarono rispondergli: «Va per le tue carabattole, vecchio,
chè a noi quello che piace e giova vogliamo fare.» Ora questa frotta
di giovani, a quel mo' abbigliata, venne con infinito schiamazzo ad
ingrossare l'adunanza, e con essi di ogni maniera operai, i quali non
furono reietti, all'opposto accolti a braccia quadre, avendo inteso
che gli anziani avessero spedito in montagna perchè le squadre si
accostassero alla città e dessero spalla al bargello per farne una
funata.
I padri, vedendo crescere la tempesta, deliberarono mandare alla volta
del popolo quattro commissari per abbonirlo: cessasse il tumulto;
quanto aveva chiesto essergli stato largamente concesso; sul passato
si mettesse una pietra. Giunti però i commissari nella piazza di San
Francesco, ecco si videro accerchiati da una torma di furiosi i quali,
strabuzzando gli occhi, luridi e ignudi nelle membra, scarmigliati i
capelli, con le mani in alto, sbarrata la bocca ululavano: «Pane! pane,
cani!» E cominciava la faccenda ad abbuiarsi; per lo che quanto più
in fretta poterono accostaronsi all'altare, dove i commissari Ludovico
Bonvisi e Battista dei Nobili favellarono poche e scucite parole; più
efficace Giambattista Minutoli orò in questo senso: «Cittadini dabbene,
che armi? che minacce sono queste? Volete buttare all'aria la libertà?
E allora fatelo senza tanti arzigogoli, ma avvertite bene, per tôrre
un occhio a noi, voi verrete a cavarveli tutti e due; perchè in verità
io per me nel contegno vostro non mi ci raccapezzo. Voleste la proroga
per soddisfare i debiti, e l'avete ottenuta; vi doleste del caro dei
viveri, e per quanto stava in noi vi abbiamo sovvenuto; le riforme
intorno l'arte della seta vi davano fastidio, e noi le abbiamo casse;
alla maestà della legge contraffaceste e continuate a contraffare, e
di questi malefizi i padri vi largirono perdono e ve lo rinnovano per
mia bocca, compreso il presente. Ora dunque di che vi dolete? Di gamba
sana? Dubitate per avventura della fede nostra? Mi amareggia supporre
simile sospetto: ma, ad ogni modo, noi non offende, e voi avete torto;
imperciocchè se alla Repubblica nostra si può movere appunto, egli
è preciso per la tenacità sua talora soverchia ad osservare la fede
data; e valga il vero, per non portare qui in mezzo troppo antichi
esempi, chi di voi non ricorda la osservanza dei patti ai Poggi
omicidiari sacrileghi e sovvertitori delle sacre leggi della libertà?
Sicchè se avete nuove cose a chiedere, palesatele, onde noi vediamo
se sia spediente concederle; se poi non le avete, allora quetatevi ed
attendete ai lavori consueti, chè con questo sciopero per ogni dì che
passa ne va un tesoro, e a voi troppo più che a noi.»
Il popolo rispose che veramente si fidava poco: intorno al caro forse
i padri avranno creduto provvedere, fatto sta che i fornai dispensano
tuttavia ai poveri pane di vecce, e in testimonio sporgevano un tozzo,
dicendo che ne cibassero per giudicarne a prova, sicchè al Bonvisi
toccò ingozzarne due bocconi che dichiarò stomachevoli: però su questo
punto fu promesso solennemente si sarebbe apportato rimedio davvero;
il marchio delle pezze si rese alla corte dei testori; ad ogni operaio
fu concesso lavorare col suo telaio e per conto proprio; quanto a
prezzo della stoffa grave andante arieno avuto per la tessitura sei
bolognini a braccio, eccetto damaschi e roba a colori, chè allora si
sarebbero portati fino ad otto e, secondo la qualità, anco a dieci ed a
dodici rispetto ad ermesini e a taffettà, dei larghissimi a un colore
dieci bolognini; a più colori undici. Di dolci parole non si fece a
spilluzzico, sicchè anco per questa volta il popolo se ne andò a casa
lieto e contento.
I nobili esclusi dal reggimento, non pochi dei borghesi venuti avanti
per subiti guadagni, e i caporioni della plebe, come quelli a cui
pareva avere insaccato nebbia, vivevano di pessima voglia: tornando a
mettere su il popolo, temevano dare a conoscere troppo che lo facevano
per voglie ambiziose e avare, e quindi ritrarne beffe e danno; ma
stillando la cosa, conobbero che del modo di assicurare il popolo
non si era parlato e tornava inutile parlarne, imperciocchè tale
che appagasse riusciva impossibile trovarsi; di qui pertanto presero
partito per sommovere gli animi appena tranquilli del popolo: «chi
compra dalla pazzia ha per giunta il pentimento, susurravano attorno;
per che vi siete lasciati aggiundolare dai caporali vostri che sanno
di melone lontano un miglio. Chi assicura il popolo di non pagare lo
scotto all'oste? I bietoloni che sputano tondo sacramentavano non ci
vedere modo di scavare una guarentigia, mentre bastava volerla perchè
da sè ci cascasse in mano: sicuro! finchè la medesima gente regge
non ci è salvazione, ma questa gente non diciamo già si cacci via,
ma cessi di governare sola, si allarghino le borse degli eligendi:
perchè esclusi parecchi nobili per censo e per gesti preclari? perchè
non si contano nulla i borghesi più utili e più ricchi di tanti altri
fanulloni da molto tempo abilitati agli uffici? E plebe o non plebe,
che significa questo nelle repubbliche? Non siamo uguali davanti
alla legge? Non dobbiamo tutti avere parte così agli onori come agli
oneri dello stato? E perchè la plebe porterà sempre il vino e beverà
l'acqua? Ad ogni tratto che al popolo piaccia gitta un plebeo su la
piazza o sul campo da disgradare Tullio o Cesare. Allargandosi il
governo e mettendoci dentro le persone di sua fiducia piena, il popolo
conseguiva la sicurezza che leggi in suo detrimento non se ne sarebbero
deliberate, e alla men trista, avvertito in tempo, avrebbe fatto
stare i legislatori in cervello.» Di qui nuovi assembramenti e nuove
richieste, non enormi certo nè ingiuste; tutto altro: ma pretendere a
forza convertito in legge su nel palazzo quanto si delibera in piazza
è morte espressa di ogni reggimento civile; meglio vale buttare giù
il governo per rifarne un altro. Il consiglio messe a partito le
leggi, rimasero vinte tutte: invece di 30 i consiglieri furono 40
per terziero, in tutto 120; non ce n'entrasse più di 3 per famiglia;
proibito il cumulo degli uffizi; fatto posto a ben trenta popolani;
ai filatori data facoltà così di vendere come di comprare sete crude;
rinnovasi e con solenni riti si giura la promessa del perdono.
Adesso poi la si faceva finita davvero, ed i cittadini incontrandosi
per via rallegravansi, per contentezza sopra l'una e l'altra guancia
baciavansi; e s'ingannavano, chè il popolo è mare di molte onde
ed una volta agitato non posa se prima l'ultimo flutto non venga a
rompersi sul lido. Avanzava una gente di cui lo ingegno, il costume e
le opere provammo e ai giorni nostri proviamo tuttavia; io renunzio
a descriverla con parole mie, perchè parrebbe che voltassi addietro
la faccia dal 1867 per favellare del 1531, e forse me ne potrebbe
venire nota di maligno: riporto pertanto inalterate le espressioni
di Giuseppe Civitali, di cui la cronaca si conserva manoscritta negli
archivi del municipio di Lucca. «Dipoi suscitarono molti che, avendo
visto le cose dei testori andare bene, pensarono per la medesima
via arrivare a qualche loro disegno, che per inalzarsi agli onori
ed ottenere premi, se n'eccettui l'arme, altra via non avevano, e
questi erano certi giovani invero bravi ma piuttosto oziosi e nemici
a guadagnarsi il pane con onesti lavori che altro; i quali essendo di
fresco venuti dalla guerra, si erano disvezzati da ogni maniera di
negozi, e disegnando potersi mantenere bene in ordine in casa come
fuori quando gli correvano grosse paghe, volentieri si accostavano
a coloro i quali rimescolavano l'acqua per pescare nel torbido.» Con
simile peste in corpo, con cittadini che atterriti atterrivano, con
altri che alla chetichella mettevano legna sul fuoco, non parrà cosa
strana nè forte se la città in breve provarono al paragone men fida del
bosco; ogni dì subbugli e ferite e un chiudersi le botteghe e trarre
a rumore il popolo in piazza. Il soprastante delle carceri conciavano
pel dì delle feste, e quando i colpevoli dannarono alla multa ed
al carcere, rispondevano questi facendo manichetto e bravavano: gli
andassero a pigliare; dopo il soprastante ne veniva come per sequela
che bastonassero il bargello e i famigli, bazza se non gli uccisero;
un cotal più di rispetto l'ebbero pel mazziero della Signoria spedito
verso di loro per sermonarli, chè si contentarono rincorrerlo a
sassate: volevano nelle mani il potestà per insegnargli a camminare
diritto, e più del potestà studiavano agguantare il capitano del
popolo, però che si fosse vantato che se lasciavano fare a lui,
gli avrebbe ricondotti al canapo. Al consiglio, comechè composto di
caloscioni, pur venne la muffa al naso; ma veruno ebbe coraggio, non
che di arrestare, nominare soltanto i delinquenti; onde, per non dare
a conoscere la miseria in cui era caduto, il governo finse conoscerli
e perdonarli: ogni cosa a rotoli; non misfatto punito, anzi bastava
mostrarsi impronto ad esigere, non già a implorare perdono, perchè
venisse conceduto subito. Dopo siffatto esperimento non si sa che
fantasia fosse quella di ordinare che veruno si attentasse a portare
arme di giorno nè di notte; e fu per non detto: ancora si fece un
decreto per condurre una guardia di 100 fanti, e il popolo lo cassò;
ridevole e a un punto miserabile stato questo, che il consiglio dentro
il palazzo deliberava provvisioni che alla porta si annullavano,
mentre quello che alla porta il popolo ordinava confermavasi dentro, e
ciò perchè giù in cortile, guardia non chiesta, stanziavano continuo
da quattrocento tagliacantoni con la corda degli archibugi accesa,
i quali il consiglio presumeva cacciare con 100 fanti, e lo diceva,
e non solo lo diceva, ma lo bandiva perchè lo sapessero meglio. Le
quali inanità considerando io scrittore non solo nelle storie vecchie
ma sì nei rivolgimenti che mi sono passati sotto gli occhi, ho dovuto
persuadermi che lo intelletto umano va sottoposto ad eclissi come il
sole e la luna; e avventurato vuolsi celebrare colui che ne patisce
una volta sola in capo all'anno. Siccome però neppure agli aizzatori
tornava il perpetuo subbuglio, e a qualche cosa volevano approdare,
fecero chiedere che piacesse al consiglio mettere a partito: che i
forastieri d'ora in poi non avessero magistrato; la età degli anziani
sia non minore di anni 25, del gonfaloniere 30; al consiglio dei
Trentasette si aggiungano sei per terziero; le tasche vecchie cessino,
si facciano le nuove, e chi le deve fare fino da ora si elegga:
finalmente, come il _Gloria_ in fondo al salmo, perdono a tutt'oggi: le
quali provvisioni riuscirono vinte agevolmente. Anche questo partito
a cui satisfece e parve anco troppo, a cui no, essendo ormai risoluto
di vivere di rapina; continuarono le soperchierie dei popolani, gli
oltraggi, le morti, e vie e vie crescendo si diede mano agl'incendi e a
tanto giunsero di esorbitanza che chi loro feriva o ammazzava aveva ad
essere irremissibilmente punito, s'eglino i feritori e gli ammazzatori,
dovevano del pari irremissibilmente andare assoluti. Alcuni cittadini
accorgendosi ormai che a cotesto modo egli era pigliare il male per
medicina, in numero di nove si trovarono a Forci villa del Buonvisi e
fra di loro convennero di liberare da tanta abiezione il magistrato
della patria, dando ai popolani tale un picchio sul capo da farne
durare la memoria un pezzo; perciò, chiamati 500 fanti dalla Montagna
e 300 da Camaiore, disposero che arrivassero sotto la condotta di
Bernardo Pieroni sul fare del giorno alle porte della città quando si
apriva, dove irrompendo, sforzassero la entrata e difilati si recassero
al palazzo e lo custodissero tanto che nuova gente di fuori e i
cittadini nobili si armassero per ingaggiare battaglia. Ma il trattato
non fu tenuto segreto in guisa che la plebe non ne avesse fumo; per la
quale cosa mille armati di tutto punto si trovarono ad impedirne lo
ingresso: intanto anco gli avversari alla plebe armansi e si versano
giù per le vie; chi urla che i Camaioresi intromettansi, chi no;
schiamazzi e minacce per una parte e dall'altra; più volte abbassarono
le aste per ferirsi e più appressarono la corda al fucile per isparare
gli archibugi; sicchè la sgarrò proprio di un pelo che in cotesto
giorno le strade non corressero sangue: e nulladimeno non accadde
guaio; imperciocchè taluni cittadini, o timidi o prudenti, recatisi in
fretta su le mura, ordinassero ai fanti della campagna in nome della
Signoria si ritirassero, e quelli obbedirono: per questo accidente i
nobili sbaldanzirono e presero a sbandarsi; a cui fugge, i cani mordono
le gambe. La plebe gridava: Adesso è tempo di pigliarsene una satolla;
terribili gli urli: Sangue! fuoco! ma più terribile assai ciò che
tacevano, ed era: Arraffare. Ma a Dio non piacque che in cotesto giorno
andasse Lucca in ruina; la plebe, non tutta ladra, si divise; e siccome
ambedue le parti in mezzo all'ira tanto senno serbarono da conoscere
che, per poco si accapigliassero fra loro i nobili, gli avrebbero
di leggeri oppressi, ristettero prevalendo i consigli men rei; però,
rinfocolati i sospetti, la plebe volle si bandissero alcuni cittadini
invisi, e lo furono; volle si spedissero commissari a Camaiore che
per cosa al mondo non movessero senza comandamento del gonfaloniere e
degli anziani, e ne furono mandati tre, Cenami, Massei e Tirti; vollero
si licenziasse il Pieroni capitano di Camaiore, e fu cassato; e, ciò
che parve allora enormissimo, vollero che le chiavi della città ogni
sera si presentassero in palazzo, quivi dentro una cassa ferrata si
riponessero e con due chiavi si chiudessero, di cui l'una terrebbe
il gonfaloniere, l'altra il popolano Granucci; ancora, i giovani di
scarriera ordinarono alla meglio e loro commisero la custodia delle
porte col salario di quattro e più scudi al mese: fidatissima guardia
se altra fu mai, imperciocchè se veniva a cessare il governo che
vigilavano, finiva la cuccagna; qualcheduno poteva tradire, ma non
pareva facile però che fra di loro si guardassero, ed a corromperli
tutti ci voleva troppo. Procedendo le faccende in questa maniera,
ogni giorno più si coloriva il danno del diuturno disordine, il quale
principalmente pativano coloro che lo avevano soprattutti o desiderato
o promosso; dacchè i nobili, mano a mano spandendosi per le campagne,
attendevano a lavorare e a difendere le terre, e questo facevano, e
bene, non così i mercanti, che ormai come trarre profitto dai propri
capitali non sapevano, e non era il peggio, il peggio era la tremarella
continua che li rubassero: già parecchi erano spariti recandosi in più
tranquilla stanza: e sebbene il governo accortosene facesse ardua la
partenza, non per questo meno sgomberavano segretamente la pecunia e le
preziosità loro; la quale paura crebbe oltre ogni confine allorchè la
mattina vedevano le porte delle loro case segnate con tinta rossigna
della parola _desolabitur_: ma questa infelice provvidenza a parecchi
fu esiziale, imperciocchè i soldati preposti alla custodia delle
porte, o sia che per opera di spie lo scoprissero o per istinto lo
subodorassero di un tratto, avendo frugato ogni involto che fuori
della porta si trasportava, trovarono il frodo, il quale per amore del
bene pubblico (già s'intende) fra loro spartirono; chi si richiamava,
legnate; modo spiccio e, bisogna pur dirlo, sopratutto efficace per
fare star cheto chi dà fastidio: ancora, credendo di provvedere al
futuro, pretesero che venisse loro stanziato il salario di 10 scudi per
uomo a vita, e non sapevano che la rivoluzione dalla destra tiene un
pennello per dipingere quanto gli salta nella fantasia, e nella manca
una spugna per cancellare quanto il popolo non conferma.
Intanto i magistrati, indegni dopo le ultime prove della suprema loro
inettezza, vollero darne una di viltà; però deliberarono abbandonare
il palazzo, lasciando lo stato in balia della plebe, e Bonaventura
Micheli gonfaloniere, piangendo dirotto, ne mosse la proposta in
consiglio, la quale udita dagli astanti, non ce ne fu uno che non
recasse ambe le mani agli occhi e in singhiozzi non rompesse. Tutte
le cose umane più o meno affrettandosi giungono all'apice, donde non
potendo più oltre salire, forza è che scendano: e questo in Lucca fu
il punto supremo della insolenza del popolo, imperciocchè uno di loro
che all'acqua era stato e stava, non già alla tempesta, di repente
salito in ringhiera con modi acerbi, ma ad un punto affettuosi, garrì
gli anziani confortandoli a rimanere, non badassero alla improntitudine
di qualche farabutto, chè egli procedeva non solo senza, ma contro il
consenso dei capi; e di quest'altro gli assicurava, ch'egli con tutti
i parenti suoi e gli amici era disposto a mettere per la difesa loro a
sbaraglio la vita a patto che compissero a lor posta il proprio dovere
e non parlassero mai più di simile cosa.
Vedendo la cosa avviata bene, quasi per metterle il tetto, pensarono
ricorrere a Dio e ai santi, perchè, se non a cagione dei propri
meriti, almeno per loro misericordia, li tirassero fuori da tanti
affanni; perciò ordinarono prima di tutto un digiuno: veramente quale
corrispondenza passasse fra il digiuno e la concordia non si vede
adesso, ma allora ci si vedeva; poi allestirono una processione co'
fiocchi, quale non si era mai veduta pari per lo avanti, conciossiachè
nelle antecedenti più di due corpi in giro non si erano portati, e
questa volta furono cinque: oltre le bandiere delle contrade e molte
altre di privati cittadini, comparve il gonfalone della _Libertà_, dove
a caratteri da scatola tutti di oro si leggeva questo nome trapunto, e
lo portarono a vicenda tre popolani e tre nobili per vie più cimentare
la concordia. Chiuse la funzione un discorso spartito in parecchi punti
di quel famoso predicatore che fu fra Girolamo generale dei Servi, il
quale, per giudizio di quanti lo udirono, fu cosa da smovere il pianto
non, che alle belve, ai sassi. I preti, che da ogni legno sanno cavare
schiappe per farne bollire la pentola, indussero i padri a fondare
un altare alla Libertà e a questo altare assegnare un cappellano con
quattordici fiorini al mese, poi creare una seconda cappellania con la
entrata di sei e vitto intero alla mensa degli anziani. I nostri vecchi
sapevano l'arte, noi no; noi spogliamo i preti e vogliamo ci dicano
grazie; noi ne manteniamo uno esercito a spilluzzico, e però tutti ci
lacerano a morsi; valeva meglio tenerne pochi e assettare le faccende
in guisa che per amore della paga dicessero bene di noi; alla più
trista allora chi ci avrebbe benedetto, chi maledetto, mentre adesso
in coro ci bestemmiano e scomunicano co' ceri gialli. Dio, argutamente
sentenziò Federigo Campanella, pei preti è _trino_ in paradiso, ma qui
in terra è _quattrino_.
E' parve non senza mortificazione dei fedeli che in chiesa costumasse
come in cucina, dove i troppi cuochi sciupano il desinare; perocchè
gli animi non si racchetarono, e gli strappi non si rammendarono, anzi
tutto si arruffò peggio di prima, colpa di taluni sediziosi che di
essere ridotti al canapo non ne volevano sapere; finalmente a mezzo
marzo entrò il nuovo magistrato di cui per la prima volta fece parte
Francesco Burlamacchi, e questo parve disposto a volerne vedere la
fine, e, quasi per fare libro nuovo e conto nuovo, innanzi tratto
bandì perdono generale di quanto fosse detto ovvero operato fino a
tutto cotesto giorno, che fu il martedì santo: poi cassò la guardia
accogliticcia del palazzo, dando ad ogni uomo di mancia un mese di paga
perchè potesse rigirarsi e fare i fatti suoi; le chiavi delle porte
tornarono a custodirsi nel modo antico, ed ogni cosa parve riprendere
la consueta andatura. Avevano ottenuto molto, ma pel giorno della festa
della Libertà confidarono di comporre ogni screzio in modo permanente;
e questo dì venne: che razza di libertà fosse quella dei Lucchesi e
quanta causa avessero di rallegrarsene già vedemmo, ma per ordinario
la gente si contenta di poco. Per quel giorno dunque fu ordinata la
processione consueta, ma più solenne degli anni passati, dove si portò
attorno lo stendardo della Libertà tutto inorato ch'era una maraviglia
a vederlo; lo seguivano il senato, i dottori, i cavalieri e dopo gli
artieri e per ultimo il popolo in bella ordinanza. Dopo avere girato un
pezzo, convennero in duomo, e colà un canonico, il quale non si sapeva
bene se più sentisse di dottrina ovvero di santità, ma sentiva forte
di ambedue, sciorinò una orazione con la quale dimostrava espresso
che la libertà senza pace non si può dare, e pace senza libertà si può
dare anco meno; poi, agguantato un Crocifisso con due mani, cominciò
a trinciare benedizioni che pigliavano un miglio di paese; venne dopo
la messa tra suoni e canti mirabili, e finalmente l'ora del desinare,
sicchè la processione uscì dalla chiesa lieta e contenta che ogni cosa
fosse riuscita a così desiderabile fine. Ma il demonio non si diede per
vinto, chè anco una volta s'ingegnò di ficcarci la coda: onde accadde
che, essendo uscite di chiesa le prime regole dei frati, a Giannino di
Castelnuovo venisse fatto di vedere un Paolo Antongioli di Camaiore
vocato lo _Imbroglia_, nè si potendo tenere, gli corse addosso con
l'arme ignuda gridando: «Ecco uno dei traditori chiamati per mandarci
alle coltella.»
Di qui uno scompiglio da non si potere con parole descrivere;
svolazzare di tonache di più fogge e colori, ceri e lampioni in
fascio, cristi in pezzi, madonne rotte, chi urla e chi piagne, chi
bestemmia e chi prega; chi si fa largo giocando di calci e di pugni,
chi si rassegna a farsi calpestare mugolando allorchè qualche scarpa
ferrata gli ammaccava le costole; donne capovolte in mucchio addosso ai
frati, cui cotesta pareva strana novità; dei rimasti in duomo parte si
restrinsero come pecore sotto il leccio quando la procella imperversa,
parte dalle porte laterali spulezzarono a casa, dove arrivarono a tempo
che la minestra non raffreddasse: tuttavia il tumulto rimase lì, e la
processione potè ripigliare il cammino; ma la fu una cosa guasta, e
ad ogni uomo pareva mille anni di levarsi la cappa e correre a casa
perchè le mogli non istessero in pensiero; per tutto quel dì si ebbe
una pace torbida, piena di ansietà; la mano dei cittadini, virtù fosse
o paura (ma se virtù ci era, la paura vinceva di cento cotanti almeno),
ricorreva più spesso al pugnale che alla forchetta mentre sedevano a
mensa: finalmente, come Dio volle, per tutto il giorno e per la notte
appresso non accadde altro strappo.
La mattina per tempo, radunato il consiglio in cotesti giorni
cambiatosi, per opera principalmente di Francesco Burlamacchi, che
per la prima volta ne faceva parte, i padri deliberarono si ordinasse
che le armi si deponessero e tre dei più facinorosi si bandissero.
La mala bestia della plebe presente il morso, per ciò recalcitra con
tutte le forze; invano qualcheduno non cieco affatto contrasta, ella
lo scaraventa da parte, e buon per lui se non gli passa sul corpo;
e poichè il furore della plebe, se non le poni davanti un obietto da
abbattere, svapora, sorse una voce che chiedeva aversi a castigare i
Buonvisi, i quali prima aizzatori o soccorritori, ora sperimentano
nemici, ed era vero: forse li mosse amore di giustizia, ma è da
credersi poco, piuttosto io penso che lo studio del giusto fosse in
loro mescolato alla cupidità di primeggiare, ed era considerando che su
città ruinata altri non regna eccetto la desolazione, però intendevano
preservarla; subito con urli selvaggi una frotta di furiosi domanda
si atterrino i palazzi dei Buonvisi, tutta cotesta casata si cacci in
bando; a questi urli contrappongonsi altri gridi non meno formidabili:
«Lascinsi in pace i Buovinsi, a chi tocca loro un capello guai!» Sì,
no, e in fondo ai discorsi brevi un lungo rompersi di ossa con pugni e
con legni; vinse il partito degli assalitori, i quali per assicurarsi
la vittoria andarono a pigliare le artiglierie del palazzo; la forza
non valse a trattenerli, meno poi le parole; questi pezzi di cannone
trainati a braccia tu vedevi qua e là roteare a mo' di paglie: se non
che i Buonvisi non erano gente da lasciarsi cogliere alla sprovvista,
anzi avevano fortificato mirabilmente il palazzo e riempitolo di molti
uomini fidatissimi ed esperti nelle armi. La plebe, visto il palazzo
irto di archibusi sporgenti dalle feritoie, fece come il cane intorno
all'istrice, lo girò e rigirò e all'ultimo digrignando i denti andò pe'
fatti suoi. Tuttavia, venuta la notte, i Buonvisi, persuasi di cedere
al tempo, per amore che la città non s'insanguinasse si scansarono a
Monte San Quilico, luogo quasimente su le porte della città.
Essendo impertanto risoluti gli anziani di dar fine ai disordini con
qualunque partito, fosse pure insolito e straordinario, intimarono
un'assemblea di capi di famiglia dei chiamati o no a formare parte
del governo, e perfino preti, per trattare della salute della patria;
sommarono i convenuti a 1500, a cui il gonfaloniere rivolto espose:
«Non essere giammai corso tempo più calamitoso del presente nè mai la
città avere avuto tanto bisogno come ora del consiglio e del soccorso
di tutti i cittadini; però invocassero, prima di favellare, Dio,
siccome faceva egli esclamando: _Domine, labia mea aperies_.» — Poi
stato alquanto sopra di sè, riprese a dire, e non disse nulla, se
togli che la città era condotta al verde, che il medico pietoso aveva
fatta la piaga puzzolente e che ci bisognava provvisioni terribili;
ma quali avevano ad essere e da quali eseguirsi taceva; invitati e
supplicati gli astanti a palesare il proprio parere, uno su l'altro
se la sgabellava peritandosi. Strano caso questo e da me come notato
sovente, non ispiegato mai: se pigli uomo per uomo, ti accadrà
rinvenirlo animoso e sapiente; metti insieme due o trecento uomini
siffatti, e peggio se più, e piglieranno per ordinario deliberazioni
codarde e stolte: sembra che a stare in gregge si diventi bestie; onde
il titolo di onore _egregio_, il quale insomma che significa mai,
se non fuori del gregge? Il cronista Civitali, da cui desumo questo
racconto, forse per trafiggere la dappocaggine dei Lucchesi convenuti
all'assemblea, scrive che _tacevano aspettando che altri incominciasse
a consigliare, e però consigliavano i consiglieri a manifestare primi
il proprio consiglio_[13]. Allora salì in bigoncia Bonaventura Michele
e parve non orasse, bensì camminasse per mezzo alle uova, tuttavia,
comechè velato, aperse il concetto che il palazzo avesse a munirsi di
presidio capace di opporsi agl'impeti dei sediziosi; gli oratori che
gli successero a mano a mano presero cuore e favellarono più aperto;
un prete, il canonico Menocchi, riciso: all'ultimo uno avvocato,
messere Cesare dei Nobili, il quale con lunga diceria espose che si
sarebbe dato alla disperazione se non confidasse nella misericordia
divina, la quale avendo tante volte salva la Repubblica, non poteva
fare a meno di tutelarla anco questa: e prima di tutto si confessava
della colpa di avere favorito le ragioni dei popolari come quelle
che gli erano parse giuste, e di questo errore domandava a tutti
umilmente perdono; e qui cavatosi dal seno un batolo di taffettà
di seta nera, se lo cinse al collo in segno di pentimento, e non fu
certo penitenza grave: soggiungeva poi le intemperanze della plebe
avere trapassato ogni termine di possibile pazienza, onde l'avrebbe
fieramente perseguitata, come prima amorosamente l'aveva protetta; e
certo dopo tanta longanimità di perdono altro non restava che adoperare
il castigo, al quale si sarebbe potuto dare mano se come avevano il
volere così possedessero il potere: dunque qui voglionci armi provate
e fedeli che, messe a presidio del palazzo, ponessero il cervello a
partito di quaranta o cinquanta tagliacantoni usi a mandare a soqquadro
la città per campare di rapina. Conchiusa la orazione, si levò uno
schiamazzo di diverse voci, parte delle quali urlava: Non guardia!
non guardia! ed altre all'opposto: Buon consiglio! buon consiglio!
Ma il Boccella anch'egli popolano ricreduto sopra tutti bociava: E'
voglionci un quattrocento soldati forestieri almeno decisi di mettersi
allo sbaraglio, e per questo si mandi subito la proposta a partito;
anch'io era dei loro, ma il soverchio rompe il coperchio, e questo
stare continuamente su la corda non approda all'anima nè al corpo.
Tutti gli aderenti suoi, che non erano pochi, gli facevano bordone:
onde allora (come sempre avviene che ognuno porta acqua al mare) uno
dopo l'altro conchiusero per la guardia; accesissimi a volerla coloro
che più avevano palleggiato pel popolo, quasi studiosi di emendare il
fallo e di farlo dimenticare: anco gli artieri dopo tentennato un pezzo
convennero in questa sentenza; pure non si omettevano i supremi sforzi
per contrastarla dai pochi faziosi i quali sentivano come cotesta legge
era la corda che doveva stringerli al collo; se non che a sbigottirli e
a disperderli valse una parola ad alta voce bandita da certo tessitore
di drappi, forse detta per eccitarli a fare di tutto, la quale fu:
«_Addormentati, destatevi_»; e tre volte la ripetè, poi tacque; ai
sediziosi sembrò udire quasi la sentenza di morte, gli altri ne presero
baldanza per mandare a compimento le deliberate risoluzioni.
Pertanto gli anziani, licenziata l'assemblea popolare, convocarono
il consiglio degli eletti per ordinare le cose a norma di legge: bene
vollero ritenere tutti i convocati e ne li pregarono, anzi ordinarono
si chiudessero le porte per impedirne la uscita, ma e' fu indarno,
però che dei sediziosi i più spaventati si gittassero dalle finestre
per andare ad avvertire i compagni di fuori che per loro era spacciata
se la legge della guardia restasse vinta; la quale avvertenza siccome
verissima avendoli altamente commosso, si adunarono affannosi in cento
forse nella casa Matraini, altri in altri luoghi, ma non gran numero;
finalmente fra tutti messa insieme una assai grossa banda, di arme
così offensive come difensive ottimamente forniti, si avviarono verso
il palazzo decisi di tentare l'estreme fortune; giunti lì presso,
cominciarono a bersagliare con gli archibusi: dei cittadini rinchiusi
taluni si rannicchiavano come cosa balorda, ma i più, diventati audaci,
avrieno voluto rendere pane per focaccia, se non che mancavano le
armi; ma a questo provvidero e tosto, chè, fatta aprire al massaio la
stanza della munizione, quivi fornironsi copiosamente di picche, di
archibugi, di spade, di corsaletti, di rotelle, di celate, insomma
di ogni ragione armi. Le leggi temute quasi di rincorsa votaronsi;
ormai era fiera rotta. I sediziosi dopo alcuni sforzi si accorsero
quanto folle consiglio fosse quello di volere espugnare il palazzo:
però andarono ad appostarsi quivi dintorno, sparando un nugolo di
archibugiate contro qualunque si avvisasse cacciare il capo fuori dalla
finestra: però quantunque nella massima parte i partigiani dei faziosi
fossero usciti di palazzo gittandosi giù dalle finestre, pure taluno
ve ne rimaneva; fra questi uno Alberto da Castelnuovo, immanissimo
giovane, il quale con perverso animo volle e tentò dentro una medesima
ruina seppellire città e cittadini, il fatto e la memoria del fatto;
ond'è che, approfittandosi del parapiglia degli accorsi nella stanza
della munizione, lasciò cascare la corda accesa sopra un bariglione di
polvere aperto; s'infiammò la polvere e con veemenza pari al terrore
scrollò le mura, svelse il tetto balestrandolo in frammenti lontano per
centinaia di braccia; venti infelici ne andarono più o meno malconci
di dolorose ferite; e nondimanco così provvide il caso che il fuoco
non si appigliò agli altri bariglioni lì presso poco discosti. Il fiero
giovane, a cui forse non caleva salvarsi riuscendo, si salvò per essere
andato a male il suo disegno.
Conchiuse le deliberazioni e licenziato il consiglio, compresero che,
lasciando il palazzo, ci sarebbero entrati senza indugio i sediziosi, e
poi, ancorchè avessero voluto abbandonarlo, non saria venuto lor fatto,
imperciocchè costoro gli tenessero in certo modo assediati. Allora fu
pensato di mandare alla torre per sonare le campane a stormo, onde,
avvisati i cittadini del pericolo della Signoria, con le compagnie
dei gonfaloni traessero alla difesa del palazzo; il torrigiano, più
tristo di uno sbirro degli Otto, rispose che non si poteva fare senza
la fede del partito dei Signori; materia di stato cotesta e andarne del
capo: sopraggiunti altri cittadini, la fecero sonare per forza. Ai più
animosi dei rinchiusi in palazzo sembrava ostico di restare in prigione
a posta di una mano di paltonieri; dissuasi da cimentarsi, si tennero
un pezzo, poi, non potendo reggere al canapo, versaronsi giù nel
cortile; qui si diede principio alla battaglia; poco giovarono alabarde
e spade, nulla gli archibugi, e fu guerra a coltello; da una parte e
dall'altra morti e feriti, e forse si finivano tutti se a taluno dei
sediziosi non frullava in testa il pensiero che, traendo i cittadini
al suono della campana, correvano rischio di trovarsi presi in mezzo a
due fuochi; quindi saltarono fuori a pigliare gli sbocchi delle strade,
lasciando i feriti ad aiutarsi come meglio potevano.
Chi si trovò a cotesto caso afferma che pareva il finimondo, e noi,
che, se non a quello, ci trovammo presenti ad altri parecchi che gli
dovevano come goccia a goccia rassomigliare, c'immaginiamo facilmente
lo strepito dello incocciare delle armi bianche, il rimbombo degli
archibugi, il correre, il gridare, il minacciare e gli estremi
singulti; a questo unisci il rintocco delle campane di tutte le chiese,
quasi voce di Dio che si lamenta sopra le iniquità della sua creatura,
la quale poteva creare e sarebbe sempre a tempo a ricomporre migliore;
lo strillo dei fanciulli, le strida delle donne imperversanti per
le vie co' capelli sciolti, gli occhi storti e le mani levate; chi
domandava il marito, chi il padre; i vecchi piangevano maledicendo
alla sorte che gli aveva mantenuti in vita per renderli testimoni di
tanta calamità; a tutti pareva venuta la fine di Lucca, e avrieno dato
a patto, della persona un braccio, della fortuna il mezzo per salvare
il resto; ed invece proprio in cotesto punto si mutavano le sorti,
perchè i cittadini amorevoli del vivere civile si trovarono in tanta
copia da sforzare i riottosi, i quali dapprima furono respinti fino
nei borghi della porta di San Gervasio, dove fecero testa tentando
ricuperare il perduto, massime il cortile del palazzo, essendo stati
avvertiti come i difensori, spargendosi in varie parti della città per
combattere, lo avessero lasciato vuoto; di vero fatta una punta fin
là pervennero e l'occuparono. Gli anziani rimasti in palazzo adesso
si trovarono nel peggiore partito che avessero mai provato, dacchè i
cittadini ch'eransi divisi da loro per andare ad afforzarsi altrove
fossero rimasti d'accordo che in caso di pericolo gli avessero mandati
a chiamare; onde avvenne che, non sentendosi ammonire, ognuno attese
a raccogliere gli uomini della sua contrada, ad ordinare le bande
sotto i gonfaloni e a provvedere difese. In tanta angustia gli anziani
vennero a conoscere come i Buonvisi a San Quilico fossero giunti a
mettere insieme fra amici e aderenti loro e soldati tratti da tutte
le terre del dominio, massime da Camaiore, tanta gente da vincere ben
altra impresa che non era quella di levare la ruzza agli scapestrati
lucchesi: però la difficoltà stava nello avvisarli, e a questo per
buona ventura potè riparare Lunardo Pagnini, il quale uscito dalla
città in tempo opportuno, accadde fare in pro' degli anziani due cose
parimente utili; la prima avvisando i Buonvisi che stessero avvertiti
perchè da un punto all'altro avrebbero potuto essere chiamati, la
seconda nel sostenere un contadino spedito dai sediziosi con lettere
ortatorie a Regolo da Coreglia perchè venisse via con quanta più
gente potesse a fare spalla alle fortune cadenti degli amici. Intanto,
giunta la sera, i tumultuanti rimasti a guardia del cortile, non si
vedendo da nessuna parte ingrossare, persero l'animo, per la quale
cosa, ognuno pensando ai casi suoi, parecchi col favore delle tenebre
si dileguarono, rifugiandosi nelle case dei parenti e degli amici come
presaghi della prossima ruina, mentre altri all'opposto correva per la
terra smanioso per ricondurre gli amici alla tenzone.
Gli anziani ignoravano l'operato di Lunardo, e dove anco lo avessero
saputo, non avrebbe approdato a nulla, perchè era mestieri ordinare ai
Buonvisi che movessero; e nè anco questo bastava, chè l'osso giaceva
nel rimetterli dentro la città. Gittati gli occhi dintorno, non ci
videro persona a cui potessero fidarsi; per ventura seppero esserci
rimasto Bastiano da Colle, prete, semplice di costume, ma fedele molto
e della patria zelatore caldissimo; chiamatolo in camera, gli dissero:
«Bastiano, se ti basta l'animo, la salute della patria sta in te.» «Io
sono parato, rispose il prete, a dare per la patria quando occorra la
vita; però dite su che io mi abbia a fare.» Il gonfaloniere allora:
«Tu piglierai questa chiave ch'è della porta di San Donato e farai di
portarti in Quoieria, dove trovati Nicolaio Anchiani e Taddeo Pippi
conciaioli, dirai loro da parte nostra che s'ingegnino avvisare i
Buonvisi a Montequilici che movano tosto con tutta la loro gente, ed
arrivati che sieno alla porta, li mettano dentro per condurre a termine
la impresa che sanno.» Il prete, esultando di essere reputato capace
di apportare un tanto benefizio alla città, si gittò in ginocchione
dinanzi al gonfaloniere ringraziandolo umilmente del favore grande che
gli compartiva, e perchè, Dio propiziando, potesse riuscire a buon
fine il negozio, lui pregava che in nome della santissima Trinità
lo benedicesse; nel quale suo desiderio il gonfaloniere affettuoso
abbracciandolo e baciandolo lo compiacque; e dicono altresì che gli
astanti non potessero per tenerezza trattenere le lacrime.
Prete Bastiano, volendo battere il ferro quando era caldo, messosi
la chiave sotto la tonaca, per la via delle mura andò difilato in
Quoieria; occorse in Andrea da Decimo, il quale, sospettando fosse ito
costà a spiare mandato dai tumultuanti, lo squadrò a stracciasacco,
onde egli, accortosi della temperie, con lieta faccia gli disse:
«Figliuolo, io me ne vo per cosa di altissima importanza a casa
Anchiani, la quale non sapendo dove sia, prego voi che fin là mi
accompagniate e me la mostriate.» Arrivato là, per disdetta lo Anchiani
non trovarono, il Pippi nemmeno; onde il prete sbigottito, non sapendo
come rimediare, si aperse con Andrea da Decimo, cui cotesta parve una
grande cosa; però fu di parere consigliarsene con due altri cuoiai, ai
quali tutti il prete Bastiano scoperse la chiave raccomandandosi a mani
giunte che in tanta stretta non fossero per mancare alla patria. — La
fiducia alimenta il fuoco dello amore quando è avviato; onde cotesti
uomini grossieri non è da dirsi con quanta alacrità cercassero attorno
per trovare il Pippi od altra persona saputa che avesse capacità e
autorità per condurre la pratica. Come Dio volle incontrarono giusto
Taddeo Pippi, ch'era gonfaloniere della Sirena e persona la quale per
coteste faccende valeva oro; onde subito prete Bastiano ristrettosi
con lui, con parole concitate gli disse: «Taddeo, una grande fortuna ti
capita nelle mani, perchè in te sta la salute della patria e di tanti
signori che vanno per la maggiore: piglia, questa è la chiave della
porta di San Donato; qui fa di chiamare da San Quilico il soccorso
e di qui mettilo dentro; se riesci a tante (e, solo che tu voglia,
riescirai), oltre la lode dei presenti e la fama nei posteri, così
copiosi pioveranno sopra il tuo capo i favori e le grazie che anco
chiudendo gli occhi tu non te li saprai immaginare.» Taddeo prese
la chiave e, portatasela con le braccia in croce alla bocca, come si
costuma fare co' Cristi, dopo averla di alcuna stilla di pianto bagnata
così favellò: «Orsù con noi sia Dio e andiamo tosto, che lo indugio
piglia vizio.» Uscito co' suoi, gli venne incontro Meuccio Dini,
giovane di gran cuore, piacente e di seguito grande nella sua contrada,
inoltre non imperito nella milizia, dove egli aveva fatto brevi ma
onoratissime prove; a lui pure teneva dietro una banda di gioventù
gagliarda; da ciò tolse argomento il Pippi a bene sperare, sicchè da
lontano gli gridò: «Meuccio, questa libertà vi sia raccomandata.» A
cui Meuccio di rimando: «Per questa libertà voglio morire.» Allora
andaronsi incontro a braccia aperte e baciaronsi in bocca; poi stando
lì in piedi deliberarono Taddeo con la sua gente pigliasse la via delle
mura riuscendo a porta San Donato, Meuccio co' suoi avrebbe tenuto
la strada maestra. Intanto che queste cose accadevano in città, in
campagna a Monte San Quilico messere Martino Buonvisi, montato su di
un poggiolo, raccolti intorno a sè parenti, clientela, soldati della
repubblica e gente del contado che a frotta traeva costà quasi a festa,
così favellava; «Le cose di città, compagni miei, le sono andate male,
ma le potevano andare anco peggio; imperciocchè, con tante ingiurie,
con tanti malefizi, con tante atrocità, gli scellerati uomini che le
hanno commesse non hanno potuto impedire che i padri, per virtù loro,
non ponessero a partito, e il consiglio non vincesse la guardia del
palazzo. Ora però, se noi non aiutiamo i magnifici Signori, egli è come
se non si fosse fatto di nulla; essi compirono il debito, adesso sta
a noi soddisfare al nostro: essi ci hanno mandato ad avvertire che se
noi ci presentiamo alla porta San Donato, ci sarà aperta senza fallo;
dunque teniamo lo invito, e Dio provvederà; nè già crediate trovarvi
soli alla impresa, chè tanti del contado vi seguiteranno che per me
credo vi parranno anco troppi...»
Voleva dire di più, ma lo interruppe un grido dei volonterosi,
cui pareva mille anni essere condotti ai muri, ond'egli, invece di
spingerli, ebbe adesso a sforzarsi di trattenerli: andassero cauti per
Dio, procedessero ordinati se pur non volevano che succedesse loro come
ai pifferi di montagna; frattanto il Pippi, rassegnata alla meglio la
sua compagnia, si accosta alle mura con lo stendardo e dà il segno
agli amici di fuori, il quale avendo visto Bernardo Sinibaldi, che
stava in vedetta vicino ai fossi, corse via sulla sponda del Serchio
chiamando con alte grida il Buonvisi il quale dall'altra banda del
fiume si tratteneva; ma Lunardo Pagnini si cacciò col cavallo nel
fiume per portarne più tostano avviso, però, come avviene, la pressa
prolungava lo indugio, che, intralciatosi per le vetrici del fiume, mal
sapeva sbrogliarsene, onde a sua posta con gran voce chiamò Silvestro
Trenta, il quale per ventura lo udì; e quivi recatosi e sentito il
caso, persuase la sua compagnia a guazzare il fiume, e avvegnachè
avessero trovato rotto il canape della barca, per impedire che la
corrente li portasse via, piantarono forte parecchie alabarde in fondo
al fiume alle quali agguantandosi senza pericolo passarono; e ciò con
tanto maggiore animo essi impresero in quanto che, quasi per aizzarli,
innanzi ch'entrassero nell'acqua, Martino con certo suo piglio
soldatesco disse loro: «Figliuoli, chi non si sente capace non si metta
in ballo nè a rimanere si périti, chè buona prova può fare restando qui
con Ludovico a guardarmi la casa.» E' non ci fu caso, allora vollero
guadare tutti di stianto: a casa Ludovico rimase co' vecchi e co'
malati. Precedeva a tutti Martino, ma, giunti a tiro di archibugio,
Vincenzo di Puccio non patì che a quel modo andasse più oltre volendo
ad ogni patto mettercisi egli medesimo, e così camminando, arrivato
presso il torrione di Santa Croce, sostò alquanto per consultare il
modo da seguire, caso mai pigliassero a sfolgorarlo le artiglierie; il
Pissini opinava si avesse attendere che fosse più imbrunita la notte
per poi passare oltre rasentando le mura, ma il Puccio di riscontro:
«O che vuoi tu aspettare, sii benedetto? o non odi che suona l'un'ora
di notte? avanti, avanti, che il nemico avvertito potrebbe rinforzarsi
da questo lato; avanti.» E così di corsa arrivarono alla porta San
Donato, dove trovarono meglio di quattrocento uomini quivi precorsi
senza consiglio, ristretti come pecore; e, più grato del pari che
utile incontro, vi rinvennero alcuni giovani sperti in arme e di gran
nome, i quali, tornando dalle cacce delle marine, nulla sapevano dei
trambusti di Lucca, e, presane notizia così alla lesta, si proffersero
partecipare alla impresa capitani o soldati. Tuttavia la porta non si
apriva, sicchè cotesti giovani impazientiti sentivano scottarsi sotto
le suola il terreno; onde taluni procedendo con tumultuario consiglio
decisero portare in fretta paglia e fascine e con esse abbruciare
la porta; tali altri all'opposto rigettavano cotesto partito come
troppo lento e perchè avrebbe chiamato agevolmente a sè l'attenzione
del nemico; proponevano invece accostare alle mura lunghi pioppi con
piuoli traversi ed a questo modo scalarle, il che sarebbe stato ancora
più lungo: non attecchirono entrambi e, smesse le vie pericolose,
spedirono gente che con celere corso si affrettasse a prendere lingua
fino alla porta San Pietro, dove venne detto loro tornassero addietro;
pazientassero un poco, chè senza fallo si sarieno aperte le porte di
San Donato.
Udito questo, il Puccio, da quel saputo giovane che era, per trattenere
la moltitudine ed anco perchè entrando non commettesse disordine, tutta
quanta la dispose nel seguente modo: la prima battaglia fu di gente
armata di giachi, corazze, celate ed arme in asta, che egli medesimo
in capo fila conduceva; poi seguivano dugento archibugi, dopo questi
forse altrettanti con armi lunghe di varia ragione; per ultimo copia di
contadini, qual con vanga, qual con badile, qual con accetta, insomma
muniti di arnesi rustici, i quali secondo la occasione i cittadini
avrieno provato guastatori o saccardi: in tutto 1000 e più.
Per di dentro Meuccio Dini e Taddeo Pippi affrettandosi ognuno per
la sua via giunsero alla porta San Donato, dove chiamato Lodovico
Bernardini preposto alla custodia di quella e dategli le chiavi,
intimarongli aprisse, la quale cosa egli fece senza fiatare: a questo
modo quei di fuori con quei di dentro mescolaronsi, a braccia quadre
si strinsero al petto; i baciari, i dolci parlari non si contano, per
cui pativa di tenerezza ci era materia a un diluvio di lacrime. Poichè
le liete accoglienze furono reiterate le tre e le quattro volte, si
rimisero in cammino: Martino Buonvisi, sapendo come per ordinario la
modestia garba al popolo (e dico per ordinario, conciossiachè talvolta
incontri più l'arroganza secondo l'umore non già dei popoli ma del
popolo stesso dalla mattina a vespro), voleva porsi in disparte, ma non
lo sostennero il Puccio e il Pippi in cotesti primi amori stemperati,
e lo misero in mezzo alla battaglia accompagnato da una schiera di
fior di gentiluomini che gli facevano guardia. Tanti erano i lumi che
nelle contrade per dove passavano ci si vedeva come di giorno, le donne
dalla finestra sporgevano le lucernine accese a quattro lucignoli, o
candelieri, o lumi a mano; e perchè nulla mancasse di quanto serve
a chiarire, non lasciarono intatte nè manco le candele che i preti
donano alla festa della Candelara per ripigliarsele pel sepolcro la
settimana santa: nè gli stessi liberatori s'inoltravano sprovvisti
incontro al buio; al contrario chi recava fasci di sarmenti, chi
fascine e chi mazzi di paglia intrecciata; i morti pure erano stati
messi a contribuzione, però che dalle stanze mortuarie avessero tolto
le torcie a vento: breve, tanta era la luce che chi avesse veduto la
città di lontano avrebbe giudicato facilmente ch'ella fosse in balía
dello incendio. Per le case, per le vie, dalla gente di ogni età e di
ogni sesso si alternavano continui altissimi i gridi: Viva la patria!
viva la libertà! — Però in mezzo a cotesto baccano il cuoiaio Meuccio
non perdeva il giudizio, per modo che, appressandosi al palagio, ordinò
che la prima battaglia levasse via tutti i lumi a fine di giungere
improvviso, ed anco immaginò un altra astuzia, la quale fu che, mentre
la prima battaglia veniva oltre cheta e al buio, gli altri lontani,
i gridi rinforzassero e i lumi ravvivassero, confidando così che i
chiusi nel cortile, nel supposto che gli avversari loro si trovassero
sempre lontani, non abbassassero la corda su gli archibugi con morte e
ferite dei primi assalitori; i quali sempre più avvicinandosi, furono
ammoniti dal Puccio: «Adesso di rincorsa, ma larghi.» E ciò disse per
tema delle artiglierie, che immaginava apparecchiate nel cortile pel
palazzo. — Ma la paura davvero fu maggiore del danno; imperciocchè i
sediziosi, ridotti nel cortile, vista la grande moltitudine della gente
che veniva a combatterli, persero subito il cuore; gli altri intanto
cominciarono a grandinare palle così repentinamente che la guardia
dei sediziosi posta davanti alla porta del palazzo non ebbe tempo di
ripararsi dentro, sicchè in un attimo rimase tutta morta o ferita; dei
chiusi alcuni calatisi dalle finestre a tutta corsa fuggirono verso le
mura dalla parte del Bastardo, poco innanzi a cagione di vetustà o per
quale altro vizio ruinate, e quivi arrampicandosi per le macerie, con
fatica non meno che con pericolo, gittandosi alla campagna scamparono
la vita. I vincitori non omisero spingere costà uomini armati perchè
s'impadronissero dei fuggenti, ma arrivarono tardi, e poi si crede che
taluno mosso a misericordia facesse loro spalla memore del detto: che
finchè abbiamo denti in bocca non si sa quel che ci tocca; di quei che
rimasero in palazzo, parte caddero spenti sull'atto, pochi cercarono lo
asilo nelle chiese, invano; dei commessi errori si ebbero il meritato
castigo.
La plebe, e qui sta il guaio, la quale il bene e il male non comprende
laddove non sia rappresentato da una persona, messe da parte la patria
e la libertà, prese a gridare: «Viva i Buonvisi!» E poi per la plebe,
fin qui, variare principe o principato egli è mutare basto; non così
pei maggiorenti, a cui la forma del principato dentro la quale si
trovano piace come quella che dà fondamento alle dignità ed agli uffici
loro: però, mentre paiono i soli zelatori del bene comune, attendono
solo al proprio interesse; e Martino, che sel sapeva, diede subito
su la voce ai gridatori esclamando: «Qui null'altro deve acclamarsi
eccetto la libertà!» I quali gridi Furono con non poco turbamento uditi
dal magnifico gonfaloniere e dagli anziani, quasi augurio sinistro
di futuro danno; epperò commossi dentro ma in vista lieti gli si
fecero incontro e gli favellarono le seguenti parole, che io cavo dal
cronista e tali quali riporto, per la ragione altra volta allegata,
che studiandoci su io non saprei come meglio significarle: «Magnifico
messere Martino, voi siete il benvenuto quando, come crediamo, vi sia
la libertà raccomandata; ecci stato detto che si è gridato in Lucca
il nome della vostra casa; ora benchè, crediamo, sia contro vostro
volere, pure ci corre l'obbligo dirvi che questo non si conveniva nè
era da comportare, epperò sarebbe il caso che voi, unitamente a quelli
che vi accompagnano gridaste tutti unitamente: Viva la libertà, per la
quale noi siamo pronti a morire quando alcuno volesse contaminarla.»
Il Buonviso alquanto trafitto rispose con voce un cotal poco alterata:
«Io qui stommi non per altro che per la libertà, come debito di ogni
cittadino amorevole della patria; impertanto voi altri gridate pure
con me: Libertà! libertà!» E libertà gridarono, e il gonfaloniere se
ne chiamò pago, come se libertà si radicasse negli urli; tuttavia
questo ripiego venne in punto ad assicurare gli animi mareggianti,
imperciocchè non si sentisse altro che acclamare ai Buonvisi, e ciò
si temeva che fosse non senza segreto accordo: da cotesta benedetta
libertà lucchese erano germogliati fuori tanti tiranni che a temerne
uno nuovo non sembrava fuori di proposito. Una volta tranquillati sopra
questo, gli anziani largheggiarono in ogni maniera di dimostrazione
benevola, sicchè senza dar tempo al tempo con amplissimo decreto
dichiararono Martino Buonviso liberatore della patria, autore della
pace e padre del senato lucchese.
I patrizi lucchesi dovevano essere nella buona fortuna crudeli,
però che si fossero mostrati nell'avversa codardi, e crudeli furono.
Radunati in palazzo, proposero e vinsero le seguenti deliberazioni:
si cerchino, si sostengano e si esaminino co' tormenti i colpevoli del
rumore a San Martino il giorno della festa della libertà, dei tumulti a
casa del signore Marzilla commissario imperiale, dello insulto a casa
dei Franchi, del trasporto dell'artiglieria contro la casa Buonvisi,
in fine dello assalto al palazzo, estimato il più nefario di tutti i
misfatti; gli operatori di questo nel decreto appellavansi addirittura
_traditori della patria_; chiunque citato non comparisca, reo di lesa
maestà: e' ci correva da questo linguaggio a quello del dì in cui il
gonfaloniere piagnendo voleva uscire di palazzo e lasciare lo stato
ai cani, e lo avrebbe fatto se un popolano non gli rinfacciava la sua
viltà; ma così va la fortuna. Al tempo medesimo, per dare un colpo al
cerchio ed un altro alla botte, il perdono del martedì santo si tenne
fermo; fu ordinata la guardia delle milizie forestiere al palazzo,
intanto i più fidati cittadini lo custodissero; il prezzo del grano,
che valeva ventiquattro bolognini lo staio si diminuisse di sei;
poi per giunta i soliti fervorini di concordia, di amore di Dio, del
prossimo altresì, _et reliqua_.
Dopo i detti si mise mano ai fatti: primamente levarono di casa
al commissario imperiale, Giovanni Abul di Marzilla catalano, sei
cittadini che vi si erano rifuggiti, commettendosi alla fede di lui,
il quale gli aveva assicurati stessero di buon animo, avrebbe posto a
difenderli ogni sua possa e, occorrendo, la vita; e nondimanco quando
gli furono tolti di sotto strillò, tempestò e poi si tacque; indizio
certo per me che lo Spagnuolo mangiò a due palmenti, non parendo
possibile che i Lucchesi tanto cautelosi, e timidi volessero fare alle
cornate con un commissario dello imperatore; come primi presi, così
furono i primi giustiziati; i cadaveri loro rimasero parecchi giorni
appesi al campanile di San Romano a terrore del popolo; non sembra
che i condannati si estimassero rei, nè troppo li spaventasse la
morte, dacchè uno di loro, Ludovico Matraini, li confortasse con assai
acconcia e fiorita orazione con la quale pigliò loro a dimostrare:
«che non è vergogna morire per la patria; patria non è e non fie mai un
ordine di cittadini che per forza o per fraude soperchia gli altri.»
Dopo queste prime giustizie confidarono la facoltà di processare e di
punire al pretore e ad una balía eletta a tale scopo. Questo maestrato
procedè come procedono tutte siffatte falci fienaie della giustizia
umana: dodici condannò nel capo; stettero incerti su Bernardino
Granucci e per tredici ore fra loro batostarono, poi nel dubbio lo
uccisero, chè dichiararlo innocente menava in lungo e non era di buono
esempio: della confisca non importa parlare, chè allora seguitava le
condanne come l'_amen_ l'_oremus_: sei in galera a vita, sei a tempo,
a perpetuo carcere uno, a temporaneo quattro, sette relegati a vario
confino, tre a perpetuo esiglio; otto, per non parere, assolverono.
Dei cinquantacinque che citati serbaronsi contumaci, tre in perpetuo
bando, gli altri, se tornavano, messi a morte; confiscati i beni
a quarantacinque; quattordici ne uscirono illesi o per favore di
parenti o perchè anco la giustizia dove la batte la batte. Non la
risparmiarono a cotesti due preti, cristianelli di Dio, che avevano
trovato a farsi il covo, uno all'altare della Libertà, l'altro
alla mensa degli anziani; gli strozzò il boccone, e, siccome allora
usava, senza tanti rispetti, notte tempo strangolarono i sacerdoti
Giambattista di Daniello e Giuseppe da Matraia dopo averli sconsagrati
nelle regole. Essendosi rinfocolati gli odii contro i poggeschi, i
quali, dice il decreto, piuttosto come nemici che aspettano luogo
e tempo a nuocere che come cittadini grati ai beneficii ricevuti
vivevano, privaronli tutti per tre anni degli onori: più avventurati
assai dei preti Daniello e da Matraia furono due altri, uno Lorenzo
Matraino, il quale, trovandosi prigione dentro una stanza del palazzo
insieme a suo fratello Filippo, procurò gli fossero recati parecchi
lenzuoli da casa, ch'essi con infinita industria ridussero in fasce
ottimamente cucite dai lati, e mercè di quelle nel fitto della notte
calatisi inosservati, si ridussero in luogo di salvezza; più strano
caso fu quello di Paulino Granucci, a cui furono messi i ceppi, ma
trovandosi ad avere così sottili le gambe che sguazzavano dentro,
tanto s'industriò che giunse a cavarcele; allora con ardimento da fare
rimbrividire chi vide i luoghi saltò giù sopra un tetto e da questo su
di un altro, e così via e via, finchè di un salto non balzò in istrada,
donde corso difilato alle mura, con un altro salto si trovò in campagna
scampando la vita, e troppo bene se lo meritava. Pareva fosse tempo
di smettere, ma paura ed ira nella gente patrizia non così tosto si
attutano; cessata la volta dei colpevoli, venne quella degli aderenti
loro, citandoli a compire, pena la vita; ma essi conoscendo a prova
che dal presentarsi al tribunale iniquo ne veniva sicurissima morte, si
mantennero contumaci, però banditi tutti a perpetuo esiglio: esclusero
solo Bartolommeo Civitali, come quello che giovancello essendo fu
assistito dalla legge (e più da qualche suo consorte), la quale presume
che nella età tenerissima l'uomo si disponga a misfare non per dolo,
bensì per leggerezza. E tuttavia non pareva ai patrizi potere dormire i
sonni in pace se non si toglievano dinanzi agli occhi Vincenzo Granucci
e gli amici suoi, i quali non sapendo come agguantare, ricorsero al
discolato, a cui sottoposero sei nomi; quattro ne resultarono vinti, il
Granucci in capo. Nè pur qui finirono le vendette, le quali non cesso
riportare fino ad una, onde il popolo apprenda rabbia di ottimati che
sia; e non oppongano già che i patrizi mancarono, essi vivono e anelano
ricuperare il perduto; questo è perenne desiderio delle persone, più
duraturo nei corpi collettizi e negli ordini; onde considera, lettore,
quanto poco senno abbiano gli uomini di stato, i quali volendo disfare
un ordine di cittadini reputato infesto, gli tagliano i rami e non
lo svellono dalle radici; col tempo i rami ritornano ad aduggiare
più maligni di prima: o non toccare, o schianta. — Adesso si tenta
per via di straforo mettere le mani addosso ai più temuti di essi, i
quali andavano pure compresi nel perdono del martedì santo: sostenuti
Marchiò, Spinellone e Alfeo testori per causa di stato; questi accusano
parecchi loro compagni e da capo la casata Poggio; fine di questo
processo fu che a Riccardo del Fornaio mozzarono il capo; gli altri
condannati alla carcere o al bando; madonna Caterina Bartolomei di
Poggio fu licenziata con pagheria di 3000 ducati; che più? Ribelli
e banditi in due volte quelli che scalarono le mura; i primi furono
settantadue, i secondi venti.
Chi è venuto leggendo fin qui le rivolture dei popoleschi di Siena
e quelle dei popoleschi di Lucca non può astenersi da confrontare
fra loro le ragioni del moto, le guise di palesarsi e lo esito, e
si maraviglierà come, mentre il popolo sanese si proponesse fini più
eccessivi e gli ottenne, ai Lucchesi poi non venisse fatto conseguire
meno, assistiti da molta ragione; tuttavolta le cause quasi di per sè
medesime si fanno manifeste, e sono, che il popolo sanese, pigliando
parte nel reggimento, innanzi tratto sapeva quello che si volesse, ed
a che si proponesse portare riparo; era pratico del modo da tenere; da
sè si guidava, nè sarebbe riuscito abbindolarlo a persona; al contrario
i Lucchesi, uomini grossieri ed operai al salario dei mercanti, si
risentono per ingiuria materiale, voglio dire la parvità della mercede;
e neppure ella sarebbe di per sè sola bastata senza il caro del vivere;
ottenuto quanto appetivano, tornano a casa; aizzati da quelli che
esclusi dal reggimento volevano esserci messi a parte, per la seconda
volta ripigliano il tumulto per fine che o non li riguardava o poco;
rimuginata dal profondo la città, ribollono le ime fecce e vengono
a galla con confusione e minaccia di tutti; donde per necessità lo
screzio e lo accostarsi dei migliori a chi conserva, i quali, tutti
intesi a superare il mal presente, non badano al futuro, e percotendo
la licenza uccidono la libertà. Il principato, lo rappresentino uno
o pochi, ridivenuto saldo, non ammazza solo i colpevoli, bensì anco
quelli che gli fecero paura senza badare se lo abbiano difeso od anco
salvato; anzi quanto più potente, tanto più reo. Lo storico Zonara
racconta come lo imperatore Basilio cacciando corresse pericolo grande,
imperciocchè un cervo avendolo investito ed intralciategli le corna
nella cintura lo portasse via di sella, del quale successo un suo
fedele turbato trasse la spada e tagliatagli la cintura lo salvò;
Basilio in premio gli fece mozzare il capo, avendo la paura vinto
la gratitudine; la forma drammatica del caso lo rese famoso, ma con
semplicità maggiore alla occasione tutti i principati rassomigliano
allo imperatore Basilio.
Opera da folle sarebbe seminare e non raccogliere; e tale non era certo
il senato di Lucca, che per non perdere tempo mise fuori una legge
in virtù della quale si escludevano da tutti gli uffici e maestrati
così di onore come di lucro coloro che solo da dodici anni in qua
stanziavano in Lucca, nè unicamente essi, bensì i figli eziandio e
i discendenti loro in avvenire; da ora in poi chiunque venisse non
potesse per lungo domicilio acquistare diritto alcuno, eccetto quelli
di cittadinanza, ed anco non dai primi domiciliati, ma dai discendenti
loro in secondo grado: a questo modo i patrizi si apparecchiavano a
instituire la burlevole e nondimanco feroce oligarchia che per tanto
secolo mortificò Lucca; nè, a quanto sembra, mettevano troppa cura
ad infingersi; cotesta legge fu panno che mostrava aperto la corda.
Però gli oligarchi si trovarono sul punto di naufragare in porto, nè
si poteano lamentare, dacchè paia naturale che dove molti congiurano
a opprimere un popolo scappi fuori uno che s'industrii opprimere
tutti. Viveva in corte di Carlo V un cittadino lucchese nominato
Pietro Fatinelli, uomo di maneggio, procacciante e armeggione, il
quale, mettendo ora il piè da un lato, ora dall'altro, come costumano
gli spazzacamini, erasi inalzato assai su per la cappa della corte:
anticamente appellavansi venditori di fumo, e vi aveano leggi che
li punivano; adesso lasciansi stare, o perchè troppi, o perchè non
reputino più misfatti gli arzigogoli loro; e di vero fra i deputati
del nostro parlamento italiano io ce ne conosco parecchi, nel senato
qualcheduno. Ora siccome da lontano ogni cosa che riluca par di oro,
così i Lucchesi assai si valevano dell'opera sua, rimunerandolo di
buone mance e commendandolo molto; ond'egli invanito fuori di misura
stimò devozione le facili lodi di cui è largo ogni uomo cui prema,
comechè mediocremente, tenersi bene edificato un altro uomo: bolli
bolli, al fine egli venne nel pensiero di rendersene assoluto signore,
sicchè, côlto la congiuntura che l'imperatore si riduceva a Lucca per
conferire col papa, gli tenne dietro; dove giunto incominciò subito
a mettere mano alle sue girandole: ignoro se lo conoscesse prima o
se imparasse allora a conoscere il capitano Baccigalupo di Chiavari,
persona arrisicata ed usa a mettersi in simili cimenti; fatto sta che
con lui si accontava, e, riscaldandosi scambievolmente il cervello,
credevano la impresa bella e fornita; se non che, considerandola più
da vicino, conobbero com'essi si versassero nell'assoluta deficienza
di tutte le cose a questo fine necessarie, onde deliberarono tenerne
motto al conte Agostino Lando di Piacenza, persona di scarriera,
in fama di traditore e rapace; nè la fama apparve bugiarda, come si
comprende pel caso che sto per narrare e per l'altro più truce della
strage proditoria di Pierluigi Farnese. Costui pertanto non respinse
la profferta, finse al contrario accettarla, volle essere posto a parte
di ogni particolarità, poi, pattuito segretamente il premio col senato
di Lucca, gli mise in mano tutti i fili della trama: allora tesi i suoi
archetti, il senato si pose a uccellare, ed essendo capitato a Lucca il
capitano Baccigalupo, tosto il sostennero e sottoposero alla tortura,
di cui gli spasimi non potendo egli sopportare, confessò pianamente
ogni cosa ed ebbe per non perdere tempo mozza la testa; subito poi
fu spedito dal senato a Carlo V perchè gli desse modo di tagliarne
un'altra. Carlo, che di congiure era vago come il can delle mazze,
fece alcune lustre per non parere, in fondo poi egli aveva maggior
premura di consegnarlo che gli altri non avevano avuto di chiederlo:
glielo dava con riserva di volere rivedere il processo prima di venire
al taglio. Il senato la data fede osservò, lo imperatore trovò tutto
fatto a pennello: testa più testa meno non monta; e per salvare un capo
italiano davvero non valeva il pregio leggere un processo. Al Fatinello
e al Lando furono pagate le debite mercedi, al primo col ferro, al
secondo con l'oro.
Per tutti questi eventi di leggieri si comprende come Lucca andasse
piena di umori, per cui la massima parte e la più manesca dei cittadini
sentendosi offesa e temendo di peggio, doveva argomentarsi inchinevole
a qualunque rivolgimento che mirasse a sottrarla a questo miserabile
stato di cose: nè basta, le nuove dottrine religiose più che altrove
serpeggiavano in Lucca e presentavano ottimo punto di appoggio per dare
la leva alle varie vacillanti dominazioni d'Italia.