CAPITOLO V.

La Riforma in Italia fa progressi e minaccia sopraffare il

cattolicesimo. — Cause che la provocano. — Spettacolo quotidiano

dei vizi del clero. — Santi padri, poeti, storici e letterati

grandi tutti addosso a Roma. — Vallesi e albigesi se fossero in

Italia e quanto durassero. — Benveduti dal clero nella Calabria

e perchè. — Paganesimo della corte romana, da questo rimane

indebolita la fede. — Imposture dei chierici e documenti falsi

per la goffaggine loro di leggieri scoperti. — Lorenzo Valla e

donazione di Costantino. — Versi di Battista Mantovano. — Lione

X morendo non potè avere i sacramenti perchè gli aveva venduti.

— Studi biblici: traduzioni, chiose e commentari. — Savonarola

se possa considerarsi precursore, di Lutero. — Cesare Cantù e suo

perfido libro degli _Eretici in Italia_; sue strane difese della

chiesa romana. — Versioni italiane della Bibbia. — Smania di

leggere libri dei riformatori. — Opinione stramba di fra Iacopo

Passavanti su la traduzione volgare della Bibbia; così non la

pensa Sisto V; al fine Roma approva la traduzione italiana della

Bibbia, ma come. — Libri proibiti sotto nomi diversi dei loro

autori penetrano nel Vaticano. — Curiosa avventura narrata dal

cardinale Serafino circa Melantone, che si rinnuova per altri. —

Copie di libri proibiti; guadagno e pericolo allettamenti per i

librai ed i pirati. — Scoperte, viaggi e commerci nocciono alla

soperchianza romana; nocciono altresì le guerre e il mescersi

delle nazioni fra loro. — Improperi che si avvicendano. —

Imperatore e papa. — Sacco di Roma; meraviglia dei Tedeschi di

vedere gl'Italiani sopportare il dominio dei preti. — Spagnuoli

ladri e cattolici superlativi. — Tedeschi ladri un po' meno

e cattolici punto. — Scede al papato. — Scena accaduta sotto

Castello Sant'Angiolo. — Giorgo di Furstemberg venuto dal fondo

di Germania per impiccare il papa e i cardinali. — Arringa del

vescovo di Bari agli auditori della Ruota Romana. — Ferrara. —

Renata. — Modena i Grillenzoni, Ludovico Castelvetro ed altri; in

Modena la Riforma si allarga. — Bologna; casi del frate Mollio.

— Sparata dello Altieri. Commissione romana per la riforma dei

costumi creata da Paolo III, e caso che ne fanno i preti, anzi

quei dessi, che la composero. — Le città del patrimonio di San

Pietro: disputa ad Imola tra un frate ed un laico. — Venezia

mercanteggia di eresia come di droghe. — Progressi della Riforma

costà. — I luterani per poco non professano la religione loro

pubblicamente; provincie di terraferma in quale stato si trovino.

— Milano giudicato da Paolo III. — Vita ed avventure di Curio

Secondo. — Valdesio spagnuolo a Napoli svia l'Ochino dal cammino

della Chiesa. — Siena città dei santi e degli eretici. — Ochino

e donde il suo nome; sue vicende, peripezie e dottrine. — Pietro

Aretino e l'Ochino. — La devozione delle Quarant'ore inventata

dall'Ochino. — Smancerie del cardinal teatino all'Ochino. — La

riforma a Pisa, a Mantova, a Locarno. — Digressione intorno

al fanatismo religioso e politico. — Odio contro il papato

nella universa Italia. — Donne eretiche in Italia. — Si parla

della riforma nella città di Lucca: e cause per aborrire Roma

in Lucca antichissime. — Pietro Martire, donde il nome e la

patria; suoi studi: predica sul purgatorio. — Vicario di San

Frediano a Lucca: suo apostolato costà; amici e studi suoi. —

Paolo III a Lucca non molesta il Martire, e perchè. — Cardinale

Contarini amico del Martire e tinto di eresia. Carlo V tiene

al fonte Carlo padre di Giovanni Diodati volgarizzatore della

Bibbia, e papa Paolo lo battezza. — Oscena guerra contro il

Martire, perfidissime lettere del cardinale Guidiccioni lucchese

alla Signoria di Lucca. — Disegno di Carlo V circa a tôrre la

libertà a Lucca riportato dal Luito Balbani non è creduto dal

Tommasi, e con poco fondamento. — Un frate è preso; a forza

liberato dal carcere, nella fuga si rompe una gamba ed è ripreso.

— Il Martire e l'Ochino lasciano la Italia; il primo è eletto

professore a Strasburgo. — Chiesa luterana di Lucca percossa non

dispersa: che cose le scrivesse il Martire tredici anni dopo la

sua fuga. — Lucca donde cava il nome: cause per le quali a Lucca

la Riforma più presto che altrove attecchì e più lungo durò. —

La Riforma in onta alle apparenze di esito certo e alle paure

di Roma venne meno in Italia. — Se ne indagano sommariamente le

cause. — Inquisizione; Roma da prima osteggia la inquisizione,

e perchè. — Persecuzioni a Modena. — Del Castelvetro e della

infamia del Caro buon letterato ed uomo pessimo: nè chi vive

in corte di Roma può essere diverso. — Sonetto del Caro contro

il Castelvetro mandato a memoria per virtù dei reverendi padri

barnabiti. — Confronto delle lapidi sepolcrali di ambedue.

— Feroce e moltiplica persecuzione a Ferrara: Olimpia Morato

fuggendo scampa. — Commissione del re di Francia alla zia Renata

duchessa di Ferrara; sue angustie: messa in carcere, divisa dai

suoi; il figlio Alfonso la manda via. — Questi il _magnanimo_

Alfonso di cui canta il Tasso: in che pregio il _magnanimo_

tenesse il Tasso. — Grandezza d'animo di Renata; sue figliuole.

— Venezia tira partito dalla libertà di coscienza come da ogni

altra cosa; ma poi spaventata dalle minacce di Roma piega:

persecuzioni costà. — Terrore cattolico nell'Istria. — I Vergeri.

— Caso miserabile di esuli veneziani dannati a morte per eresia.

— Quali i supplizi veneziani. — Improntitudine dello inquisitore

contro il duca di Mantova. — Ferocie clericali a Faenza ed a

Parma; a Faenza il popolo dà di fuori e si sfoga. — Falsità

pretine a Locarno; miserie dei Locarnesi spatriati. — Disputa

tra il nunzio e le donne di Locarno. — Avventura di Barbara

Montalto. — Altre atrocità pretine da clericali moderni, massime

dal Cantù, non pure scusate, ma quasi lodate. — Roma avversa a

Napoli la Inquisizione di Spagna perchè intende esercitarla da

sè. — Lamentabili casi avvenuti in Calabria. — Sansisto e la

Guardia colonne infami per Roma. — Corrispondenza tra Roma ed

Austria, e poi tra Austria e Francia; digressione intorno alle

condizioni presenti d'Italia. Testimonianze cattoliche intorno

alle crudeltà sacerdotali da mettere non che ad altri pietà a

Nerone. — Bartolomeo Fonzio mazzerato nel Tevere. — Paolo IV

invaso da libidine di sangue: popolo romano rompe le statue di

lui morto, mentre avrebbe dovuto rompere la testa di lui vivo. —

I parziali di Pompeo Di Negri mercè settemila ducati ottengono

che prima di bruciarlo lo strangolino: questo il Cantù afferma

che i preti facessero senza quattrini: ma per essere creduti

dal Cantù bisogna essere preti e carnefici. — Pio V più feroce

di tutti: varie stragi a Como, a Torino, a Roma. — Paschali

strangolato ed arso alla presenza del papa. — Altre persecuzioni.

— Si torna a Lucca; diligenze per estirpare in cotesta repubblica

l'eresie. — Lucchesi sciamano a frotte, massime i Burlamacchi:

dove si rifuggissero; discendenza ed estinzione della linea di

Francesco Burlamacchi.

Grande fondamento poneva altresì il Burlamacchi negli umori religiosi,

i quali dove più dove meno andavano allargandosi in Italia, ma però

con tanta perseveranza da persuadere ogni uomo avvezzo a speculare

che la Riforma sarebbe senza fallo prevalsa: di fatti veruna contrada

della cristianità compariva come la Italia disposta alla Riforma,

però che qui cadesse quotidiano sotto gli occhi lo spettacolo della

contaminazione della gente chiesiastica; e sebbene di molta autorità

fossero i santi padri che così in Italia come fuori rampognavano la

chiesa romana delle sue abominazioni, pure, se non più credito, certo

maggiore pubblicità di loro ottenevano i poeti, i filosofi, i politici

e di ogni maniera letterati, imperciocchè i successi che imprimono

carattere ai popoli prima di diventare fatti sieno idee, e queste

partonsi dalla mente agitatrice del mondo. Gli è vero che lo scherno

e la rampogna cadevano sopra vizi personali, ma tanto si dilatava il

numero dei contaminati che gl'innocenti erano eccezione; e poi Roma,

studiosa del profitto presente, così aveva ravviluppato le persone

con le cose, la forma con la sostanza, che districare male si potevano

allora, adesso peggio, ond'io sinceramente credo che, percossa la curia

romana, abbia a toccarne la Chiesa.

Ancora, seminii di rivolta e di opposizione occorsero sempre in

Italia; antichi sono fra noi gli albigesi e i valdesi calati dalle

Alpi in Lombardia e quinci allargatisi per la universa Italia fino

alla remota Calabria, nonostante le trucissime persecuzioni dei papi e

degl'imperatori, da Gregorio IX e Federigo II in poi legati a piantare

anco a mo' di stile la dominazione loro nel cuore dei popoli e poi

nemici implacabili a strapparsela di mano, nel secolo decimoquarto

duravano in Italia sovvenuti dai Boemi e dai Polacchi; in Calabria

erano l'occhio diritto dei preti cattolici e più dei frati; non già che

questi sul principio non avessero mostrato loro il viso dell'arme, come

quelli che li temevano venuti a soppiantarli, ma provatili in seguito

obbedientissimi a pagare le decime, e queste rinvenute grasse a causa

della stupenda industria posta dai medesimi nella coltura dei campi,

si erano adattati a vivere con essi in pace su questa terra, salvo a

mandarli allo inferno nell'altro mondo. Oggimai corre notizia comune

che gran parte della religione di Giove entrasse in quella di Cristo, e

questo travasare di fede come si fa del vino dall'una all'altra botte,

mentre nuoce alla prima, non approda alla seconda; e peggio poi quando

nella corte di Roma si palesò piuttosto il furore che la passione per

la favella e le antichità romane. Già fino dalla fanciullezza di Lione

X, allora Giovanni, il Poliziano si stizzava con la madre sua perchè

con la lettura del Salterio lo imbarbarisse; promosso pontefice, la

Chiesa comparve ingombra di una moltitudine di scrittori e di artefici

pagani a tale che non la casa di un pontefice, ma l'aula di Augusto

per lo appunto sembrava. Il Sadoleto con ciceroniano stile fulminava

la scomunica contro Lutero, il Bembo dettava forbitamente elegante

la bolla delle indulgenze; per lui non erano morti gli dii vetusti,

anzi nei suoi versi rivivevano Lucina ausiliatrice dei parti, gli

dei mani ed anco gl'inferi; alle cortigiane senza tante cerimonie

ponevansi per le chiese statue e monumenti, dove si avvertiva,

mediante solenni epitafi ciò farsi appunto pei meriti acquistatisi nei

meretricii esercizi; e simile culto alla maniera dei pagani dispose

gli animi a credere poco, a deridere molto, dissolvere col dubbio

e apparecchiare la filosofia. Veramente quando noi consideriamo i

casi umani, soprattutto desidereremmo che nè la tirannide mai nè lo

errore fossero mandati a contristare la terra; pure, dacchè un fato

ce gl'invia, dobbiamo altresì confessare che ci vengono accompagnati

col germe della loro distruzione in corpo: così quando Cosimo I volle

spegnere ogni aspirazione di libertà, procurando rimbambire le menti

con le baruffe grammaticali, ritemprò invece la lingua, anello di unità

fra i popoli italiani e pegno di futuro risorgimento. Arrogi le immani

falsità impunemente fabbricate dai preti ingordi nei secoli d'ignoranza

ed ora col nuovo lume degli studi conosciute e derise; primo e

infestissimo fra questi critici molesti Lorenzo Valla, il quale mentre

rende argomento di sceda la donazione di Costantino corre rischio di

essere bruciato vivo; fine che non poterono fuggire Girolamo da Praga

e Giovanni Hus, peggio di Cristo traditi da masnadieri che ardivano

affermarsi vicari e sacerdoti di lui:

Venderecci fra noi gli altari e i templi

Ceri, incensi, preghiere e sacerdoti,

Venale il cielo, se lo paghi, e Dio.

come si lamentò Battista Mantovano nel suo poema _Della calamità

dei tempi_; e gli studiosi conoscono l'acerbo epigramma corso fra la

gente quando papa Lione morì senza sacramenti, di cui questo era il

concetto: ei non potè averli perchè gli aveva venduti. Successe a danno

della Chiesa la diffusione dei volgarizzamenti della Bibbia in diverse

lingue; donde poi chiose e commentari e confronti: nè le nocque meno

lo studio dei santi padri, i quali porgono testimonianza dei costumi

della prima chiesa di Cristo e della infamia della odierna chiesa dei

preti: la scienza adoperata a far lume allo errore si vendicò mostrando

la di lui turpezza alle genti. Ormai ognuno sentiva la uggiosità della

Chiesa, universale il malcontento e la voglia di ridurla a termine di

onestà; ma il modo non appariva, e più del modo restava ignoto l'uomo

che volesse e valesse iniziare la contesa. Il Savonarola forse era nato

per mandare sottosopra la chiesa romana; a taluno sembra di no, perchè,

considerata la maniera della sua contradizione, sembra intendesse

riformare il costume salvando il resto; ma anco Lutero cominciò da

piccoli inizi; ed una volta il frate posto sopra lo sdrucciolo, non si

sa dove sarebbe ito a finire, chè lieve scintilla gran fiamma seconda.

La Chiesa gli rubò la mano e lo fece ardere; Cesare Cantù, in certo suo

libro recentemente pubblicato col titolo _Gli eretici in Italia_, ci

fa sapere che egli giudica calunniatore espresso di santa madre Chiesa

chi afferma ch'ella facesse ardere vivi gli eretici: questo è falso;

la Chiesa prima di bruciarli gli faceva strozzare. Di tale indole le

difese del Cantù se non peggiori; su le fodere del libro un beghino

francese scrive che cotesto libro mancava alla Italia: certo prima che

il Cantù lo componesse non ci era; rimane a vedere quanto egli abbia

provveduto alla patria, alla verità e alla sua fama componendolo, e di

ciò basta ed è troppo.

A noi gente stracca di anima e di corpo male riesce comprendere quanto

allagamento traboccasse dallo studio della Bibbia; ei si cacciò come

il cuneo nel ceppo della tradizione e della dottrina chiesastiche;

dapprima Roma non ci avvertì, o se pure ci badava, mal poteva anco

da lontano presagire il guaio che le venne: dopo la stampa delle

Bibbie ebraiche onde furono famosi gli ebrei soncinati, venne il

furore delle traduzioni nelle lingue orientali: nella lingua volgare

nostra affermasi la traducesse ab antiquo Iacopo da Varagine vescovo

di Genova, ma non se ne trova traccia; dopo di lui la tradusse Nicolò

Malermi; più tardi Antonio Brucioli di Firenze; successero al Brucioli

traduttori biblici Santi Marmocchini, Zaccaria Rustici ed altri che

non si ricordano; chi lo può sapere ammaestra che nel decimoquinto

secolo se ne fecero nove edizioni, nel decimosesto venti: la smania

di possedere Bibbie e le chiose le quali andavano dettandoci su

alla giornata i teologhi non amici di Roma pigliava garbo e calore

di febbre. Il carmelitano Baldassare Fontana da Locarno in questo

modo raccomandavasi a certo pastore evangelico: «Con le lagrime

agli occhi e con sospiri noi che sediamo fra le tenebre supplichiamo

umilmente voi, cui sono famigliari gli autori dei libri della scienza

ch'ebbero in sorte penetrare i misteri di Dio, di spedirci i libri

dei grandi maestri, specialmente le opere del divino Zuinglio, dello

illustre Lutero, dello arguto Melantone, del puntuale Ecolampadio; sua

eccellenza Verdinyller fu da noi incombenzato di pagarvene il prezzo.»

Allora Roma, dal nuovo pericolo commossa, si diede a calafatare

le fenditure onde entrava l'acqua, ma tardi; fece dire per fino al

Passavanti, forbito scrittore dello _Specchio di vera penitenza_,

che il ridurre la Bibbia in questo nostro idioma volgare egli era

avvilirla; Sisto V non la pensava così, chè all'opposto ci mise mano

egli stesso e la voleva stampare, ma ebbe a sospendere a istanza della

Spagna, più papesca del papa. All'ultimo la Chiesa praticò una via di

mezzo: la si traducesse in italiano, ma però non si stampasse senza

commenti, che hanno che fare col testo quanto gennaio con le more, o

che mutano niente meno la negativa con l'affermativa, o viceversa.

Ma a cotesti tempi non correva stagione benigna pei compositori

di commenti; sicchè gli sbirri papalini tonsurati o senza tonsura

cacciavanli come belve in bosco: ma siccome la guerra si dichiarava ai

nomi, così fu agevole bucare la legge sopprimendoli ovvero alterandoli,

per la quale cosa i libri proibiti penetravano perfino nel Vaticano

e vi rimasero un pezzo, finchè, conosciutili, si gittarono via quasi

scorpioni fossero o rettili velenosi. Il cardinale Serafino certo

dì narrava a Scaligero maggiore una assai piacevole avventura. Erasi

stampata a Venezia l'opera dei _Luoghi comuni_ di Filippo Melantone col

titolo di messere Ippofilo di Terra Nera, cioè recando in volgare il

cognome greco Melantone, che suona appunto terra nera, e capovolgendo

il nome Filippo: piace il libro a Roma, dove per un anno intero vendesi

in pubblico anzi, spacciatasi la prima mandata, ne trassero degli altri

da Venezia; all'ultimo un frate francescano scoperse la ragia: da prima

se ne levò uno scalpore grande, e nientemeno si parlava di mettere

alla colla il libraio, il quale forse non avrà letto sillaba del libro;

ma poi non se ne fece altro e si abbuiò la cosa col bruciare tutte le

copie sopra le quali poterono mettere le mani. Così del pari accadde a

Lutero, di cui la prefazione sopra l'Epistola di san Paolo ai Romani e

il Trattato intorno alla giustificazione corsero un pezzo sotto il nome

del cardinale Fregoso e piacquero. Le opere di Zuinglio circolarono

un dì sotto il nome di Coricio Cogelio, e parecchie edizioni dei

Commentari di Martino Bucero sopra i Salmi vendevansi in Francia come

cosa di Aretio Felino.

Roma raddoppiava scomuniche da levare il pelo, e i librai audacia per

provvedere libri proibiti, chè dove vi hanno pericolo e guadagno due

maniere di gente corrono smaniose, i pirati e i librai, e non si sa

bene se spinti più dal primo o dal secondo movente.

Valsero (come ogni cosa vale che purghi la mente dagli errori e

allarghi lo intelletto) alla decadenza del tristo edifizio clericale

le scoperte americane, i viaggi, le scienze ed i commerci impresi

co' popoli comechè rimotissimi del mondo, e per altra parte valsero

le guerre, le discordie dei principi, l'odio delle nazioni e il

rovesciarsi delle une su le altre. Papa Clemente accusava Carlo, e non

era vero, di tepidezza, se pure non si doveva chiamare avversione,

alla chiesa cattolica, come anco di leggi pubblicate nei suoi stati

lesive della dignità non meno che degli interessi della santa sede;

Carlo di rimando rinfacciava al papa la guerra accesa da lui per bene

due volte a ruina di Europa e i perpetui sotterfugi per sottrarsi alla

riforma della Chiesa nel suo capo e nei suoi membri; avere voluto

e chiesto a sazietà si convocasse per questo un concilio generale,

e poichè vedeva che gli si dava erba trastullo, egli erasi risoluto

abolire nella Spagna la giurisdizione del papa, insegnando per quel

modo alle altre nazioni come gli abusi preteschi potessero correggersi

e l'antica disciplina restaurarsi senza bisogno di papa. — Troppo più

di questi bisticci nocquero al papato. Roma assalita e messa al sacco

e il mescolarsi insieme di tante e tanto varie nazioni. I Tedeschi non

si potevano capacitare come un popolo ingegnoso qual è e confessavano

che fosse l'italiano si rassegnasse a vivere soggetto ad un sacerdozio

sozzo ed odioso che lo faceva poltrire nella ignoranza trassinarlo e

scorticarlo a suo agio. Durante il sacco furono visti gli Spagnuoli,

cattolicissimi se altri mai ne vissero al mondo, esercitare violenze

immani e rapine senza requie, anzi dopo il pasto avevano più fame di

prima; non così i Tedeschi, i quali certo bevvero il vino altrui e

le altrui robe rubarono, ma sopratutto posero studio ad avvilire i

riti della Chiesa per modo che mentre cingevano d'assedio il castello

Sant'Angiolo questo fatto operarono: una torma di soldati vestiti da

monaci e da preti saltarono in groppa a muli, a cavalli; uno fra loro

appellato Grunvaldo, notabile per vaste membra, vestito da papa, con

un triregno di carta dorata in capo monta sopra una mula con arnese

alla grande; dietro a lui un altra comitiva di ufficiali immascherati

quali da cardinali, quali da vescovi, con cappello o mitra sul capo,

con vesti di vario colore a rosso o bianco o pagonazzo secondo la

dignità; accompagnava la processione una moltitudine di pifferi e

tamburi cui teneva dietro la folla del popolo rumorosa e festante; così

Grunvaldo benedicendo a destra ed a mancina arriva fin sotto Castel S.

Angiolo, dove scende dalla mula e subito su di una sedia gestatoria

viene tratto d'intorno a spalla di uomo; ora pigliato un ciottolone

di vino o rovesciandoselo in gola propina alla salute di Clemente, i

circostanti ne imitano lo esempio; poi impone ai cardinali il debito

di professarsi fedeli allo imperatore e li sottomette con giuramento

all'obbligo di non turbare da ora innanzi la pace dello impero con

le fraudolenti ribalderie loro; oggimai sudditi tranquilli senza

mescolarsi nel reggimento civile s'ingegneranno a vivere secondo i

precetti della Scrittura e lo esempio di Gesù Cristo. Ciò compito, si

mise con voce magna a predicare a parte a parte, narrando le infamie,

i parricidii, le scelleratezze, insomma tutti i delitti di rapina e

di sangue onde la chiesa di Roma venne in abominio degli uomini e di

Dio; e poi concluse obbligandosi di trasferire per via di testamento

ogni sua potestà a Martino Lutero, perchè trovasse maniera di assettare

questi sconci: egli solo capace a rattoppare la barca di san Pietro,

egli solo pilota idoneo a condurla in porto così sdrucita com'era per

colpa di coloro che, invece di custodirla, annegati nella gozzoviglia

e nella lascivia l'avevano lasciata andare per persa; e all'ultimo

disse: «Quelli che approvano le mie proposte alzino la mano in segno di

consenso.» Tutti levarono le mani così popolo come soldati gridando:

«Viva il papa Lutero! viva il papa Lutero!» E fortuna volle che il

papa e i cardinali non cascassero in mano a quella bestia di Giorgio

Furstemberg, uomo di ferro, che, partitosi dalla estrema Germania

a capo de' suoi lanzichenecchi, portava attaccato all'arcione della

sella un mazzo di capestri rossi ed uno d'oro, coi quali aveva giurato

impiccare i cardinali e il papa; e lo faceva, ma non gli capitarono fra

le ugne.

Ma via, gesti erano quelli e detti di gente iniquissima al papato,

nè parrebbe dovessimo farne caso, se scrittori contemporanei, anzi

magistrati, in occasioni solenni con termini del tutto pari non

avessero vituperato la corte di Roma.

Il vescovo di Bari Stafilo, arringando gli auditori della Sacra Rota

romana intorno alle cause dello eccidio di Roma, tra le altre cose

diceva a cotesti prelati: «Ma orsù rispondetemi: donde derivano tutti

questi casi? perchè tante sciagure ruinarono sopra di noi? Perchè tutta

la carne ci sta corrotta intorno alle ossa, perchè noi siamo non già

cittadini della città santa, bensì di Babilonia, la rea baldracca.

Mirate come tutte le profezie si avverino a danno suo. Isaia esclama:

— Oh come la città sacra, di giusta e fedele, diventò meretrice! un dì

in lei regnava la giustizia, ci regnano adesso sacrilegi ed omicidii;

prima l'abitava gente eletta e di virtù amica, adesso la ingombrano il

popolo di Gomorra, una razza di vipere, i figliuoli della corruzione,

sacerdoti infedeli e complici di ladri. — Nè mi si dica questa

profezia già compita, avendosi a referire alla ruina di Gerusalemme

avvenuta ai tempi di Vespasiano, imperciocchè (ve lo affermo io) il

futuro stesse tutto dipinto al cospetto del profeta; onde male si può

sostenere che la sua visione si riportasse ai successi prossimi alle

profezie piuttostochè ai più lontani. E di vero, se per noi si vorranno

ricercare argutamente le altre profezie, ci apparirà manifesto com'esse

si riferiscano a Roma, nè eccetto che a lei possano a verun'altra città

referirsi. L'apostolo san Giovanni nell'Apocalisse gli è chiaro come

l'acqua che accenna a Roma allorchè dice: — La grande città la quale ti

sta davanti è la città che regna sopra tutta la terra; ella giace sopra

sette colli. — Dunque qui si parla di Roma; il profeta aggiunge ch'ella

si posa seduta sopra fiumi di numero infinito, ed anco questo non si

può attribuire eccettochè a Roma, solo che voi vogliate porre mente

che fiume significa popolo; egli, il profeta, dice altresì: — Ella va

coperta con nomi di vergogna, ella è madre d'impurità, di fornicazione

e di vituperio. — Oh! qui poi si conosce espresso che dichiara Roma,

conciossiachè quantunque questi misfatti dapertutto compaiano, in verun

luogo come in Roma smaglino nella loro potenza satanica.»

Sebbene io non creda e non sia che a Ferrara s'incominciasse a

predicare la Riforma, pure è certo che quivi meglio che altrove

cestisse e quinci meglio che altrove si propagasse; perocchè Renata

figlia di Luigi XII e moglie di Ercole II la proteggesse; prima

ch'ella si partisse di Francia lei aveva nella dottrina dei riformatori

allevata Margherita regina di Navarra; giunta in Italia in compagnia

di madama di Subisa sua governante, contro la romana curia inviperita,

a mano a mano si circondava di gente fidatissima tutta congiunta alla

Subisa, come il suo figliuolo Giovanni, che fu poi uno dei campioni

della Riforma di Francia, Anna sua sorella ed il fidanzato di lei

Antonio de Pons conte di Marennes; più tardi ci venne Clemente Marot

poeta francese, che, obliato un giorno, oggi dà vita e moto alla

poesia di Francia per quanto ella ne possa andare capace, e per un

tempo vi ebbe onorata stanza in qualità di segretario della duchessa;

gli tenne dietro Leone Jamet, e per ultimo, sotto il finto nome di

Carlo Happeville, ci si condusse Calvino. Tutto questo tramestío non

si potè operare senza che Roma ne pigliasse fumo, e se ne sentisse

rovello non importa dire, sicchè tanto e tanto ella si maneggiò con

Ercole, uomo cui pareva essere principe perchè mandava la gente alla

forca per conto altrui, che questi si obbligò in virtù di trattato

col papa e coll'imperatore di bandire quanti Francesi si trovassero

in corte. Così Renata ebbe a separarsi con ineffabile affanno dalla

Subisa e dai suoi; il Marot esulò a Venezia; al Jamet riuscì passarsela

tra goccia e goccia rimanendosi al fianco della duchessa: ma innanzi

che si venisse a questo passo il seme era stato sparso, mercè la

dottrina dei letterati illustri chiamati a Ferrara a professare umane

lettere nella università ovvero ad istruire i giovanetti principi; e

comechè tutti luterani non fossero, tutti però le idolatrie romane e

la insopportabile superbia dei preti aborrivano; ricordansi tra i più

celebri Celio Calcagnini, Lilio Giraldi, Bartolomeo Riccio, Marcello

Palingenio, Marcantonio Flaminio, Chiliano e Giovanni Sinapi e Fulvio

Morato padre a quella Olimpia che tanto buona fama di sè sparse

nel mondo. Difficile sarebbe dire quanti alle dottrine luterane si

convertissero in Ferrara; pochi certo non furono, ma apertamente ne

apparve mutato il numero a norma della mutabile mente del duca, che

feudatario della Chiesa ogni acqua bagnava; importa eziandio ricordare

che, a seconda dei tempi, nobili in copia seguaci delle dottrine

novelle dalle altre parti d'Italia sotto la protezione di Renata, come

in fidatissimo asilo, a Ferrara ricoverarono.

A Modena, se avessimo a prestare fede al cardinale Morone vescovo

di cotesta città, la faccenda sarebbe ita anco peggio, avvegnachè

egli giudicasse la città intera imbrattata di luteranismo; ma ognuno

sa quanto i chiesastici costumino in pro' loro a impiccolire o ad

allargare le cose; e poichè o tu li prenda per un dito o agguanti loro

la mano, gridano lo stesso, e tu, quando ti capita, tienli per la mano

e pel collo; e poi putendo egli stesso di eretico sicchè ebbe a durare

un lungo processo ed a patire prigionia fino alla morte di Paolo IV,

forse con le dimostrazioni di zelo eccessivo s'industriava allontanare

il sospetto da sè: però sendo Modena città letterata, non fa maraviglia

se quivi troppo più che altrove occorressero nemici a Roma. L'accademia

modenese fondata dal Grillenzoni, smesso ogni altro tema, s'inabissava

nelle controversie teologiche: temuto sopra tutti, epperò unicamente

perseguitato quel Ludovico Castelvetro il quale recò nella critica

e nelle dispute filologiche l'acre sottigliezza della teologia, e

forse non ebbe animo buono, ma di lui due cotanti più tristo Annibale

Caro suo nemico, il quale gli scriveva libri contro con la medesima

intenzione che il boscaiolo tagliava fascine per servizio della

Inquisizione: Narrasi che i predicatori cattolici erano costà presi a

dileggio, sicchè dovevano a marcio dispetto lasciare il pulpito agli

avversari, i quali con la copia degli argomenti e con lo eloquio degno,

o sia che così fosse, o sia che così paresse, empivano di entusiasmo

gli ascoltatori. Al Bucero parve ormai cotesta città guadagnata alla

fede e gliene mandò lettere gratulatorie anco qui molti i dotti che

ragionano, il popolo che sente scarso. — A Firenze, donde già si

erano tirati due papi di casa Medici, e regnava Cosimo dei Medici, la

riforma non poteva aspettarsi lieti giorni nè gli ebbe, bensì generò

parecchi uomini che furono strenui confessori e martiri della religione

riformata, come Pietro Martire Vermigli, monsignor Carnesecchi, il

Bruscoli ed altri. Il Cantù ci fa sapere come il Bruscoli fosse spia

di Cosimo, e pur troppo sarà stato; che monta questo? forse voi altri

cattolici volete soli il privilegio di raccogliere nel proprio seno

traditori? E se costui hassi a stimare infame perchè spia, vorreste

salutare santo Cosimo che lo pagava? Ma di questo infelice parleremo

più tardi.

Chiamati dalla fama della vetustissima università, dotti e ignoranti

traevano dalle più remote parti di Europa a Bologna; i primi per

insegnare, i secondi per istruirsi; veruna terra meglio disposta di

quella alla dialettica dacchè il giorno per la filosofia non era ancor

sorto; mancava la favilla per appiccare lo incendio, e questa, non già

favilla ma torcia, fu Giovanni Mollio di Montalcino minore osservante.

Costui, dopo avere professato con molta rinomanza nelle più celebri

università d'Italia, si ridusse a Bologna, dove subito gli mosse guerra

l'astiosa dappocaggine del Cornelio metafisico; di qui una sfida a

disputare in pubblico, dalla quale il Cornelio uscì spennacchiato;

l'ira lo fece spia, e sta bene, perchè mediocre in lettere, moderato

in politica e spia siano tre focacce levate dalla medesima pasta;

sottoposto il povero frate al sindacato di quattro cardinali, ebbe un

santo dalla sua, perchè buono non lo rinvennero, e tristo da buttarlo

sul fuoco neppure; solo gl'interdissero la predica sopra l'epistole

di san Paolo, ma parlarono a sordo; allora il cardinale Campeggio lo

cacciò via dalla università; trovo anco scritto che certo Baldassare

Altieri mandava avviso ad un suo amico tedesco come un gentiluomo di

Bologna, quando si fosse dichiarata guerra al papa, stava pronto a

concorrerci a sue spese con seimila fanti da lui arrolati e pagati:

quantunque a me paia cotesta più che altro iattanza, pure, fatta

la parte sua alla esagerazione, si ha da dire che molti e potenti

vivessero in Bologna gli zelatori della Riforma. E giusto favellando

della necessità di riformare i costumi chiesastici e della voglia

che la curia romana aveva di farlo, merita essere da noi riportato un

caso il quale da un lato dimostra il credito grande che si tiravano

dietro le deliberazioni di cotesta città, e chiarisce dall'altro la

fede pessima dei papi. Taluni Bolognesi avendo scritto a Giovanni

Planitz ambasciatore dell'elettore di Sassonia in Italia circa la

necessità di convocare il concilio, questa lettera mise tanto il campo

a rumore che Paolo III per ischermirsi deputò tosto una commissione

di quattro cardinali e di cinque prelati affinchè avvisassero sul da

farsi; fra i cardinali il Caraffa. La commissione eseguì il cómpito

con prestezza pari a lealtà; moltissime colpe accennò e molti rimedi

propose; principalissima delle colpe da emendarsi dichiarò il cumulo

degli uffici di cardinale e di vescovo; il rapporto della commissione

si legge in parecchie raccolte ed ha per titolo: _De concilio de

emendanda Ecclesia iussu Pauli Tertii_; fu stampato, pubblicato per

comando del papa, ma nè papa nè cardinali lo mandarono nè manco per

ombra ad esecuzione; dei cardinali che lo composero quelli che erano ad

un punto vescovi continuarono a tenere mitra e cappello; il cardinale

Polo avendo a scegliere tra cardinale e primate d'Inghilterra, conservò

i due offici; e quel Caraffa così ferocemente rigido, diventato Paolo

IV, condannò quanto aveva proposto cardinale teatino. Gran brava gente

i preti! —

Non che la terra lombarda, pareva che san Pietro non potesse salvare

dalla contaminazione nè manco quella terra che i preti chiamano

_patrimonio_ di lui: e però la storia testimonia propense alla

Riforma le città di Faenza e d'Imola; in quest'ultima narrasi che un

predicatore affermando come veruno potesse acquistarsi il paradiso

tranne che in virtù delle opere buone, certo giovane gli arguì contro

gridando: «Bestemmia! La Scrittura dichiara Cristo avere conquistato

il paradiso con la sua passione e morte, e a noi donarlo per effetto

della sua misericordia.» Di qui s'impegnò la disputa, stando la gente

in cerchio dintorno ad ascoltarli; il giovane, o perchè fosse bel

parlatore, o perchè fastidissero il frate, sovente aveva plauso; di

che stizzito il frate di un tratto proruppe: «Va via, grullo, tu non

hai anco rasciutto il latte su le labbra, e ti attenti a ragionare di

divinità, mentre altre barbe che la tua non è tacciono comprese dalla

riverenza del mistero.» E il giovane al frate: «Di male in peggio; o

non hai tu letto nel Vangelo che Dio deriva la sua gloria dalla bocca

dei fanciulli?» Il frate scappò via scotendosi la polvere dei sandali,

come se Gomorra o Sodoma abbandonasse.

Venezia faceva il commercio di eresia come gli ebrei soncinati di

Bibbie; non che ella fosse priva di contaminazione, per dirla in

istile di curia romana, chè anzi più delle altre città italiche se ne

risentisse, ma in bell'armonia teneva unite borsa e coscienza; colà

riparando gli eretici italiani dettavano o traducevano e stampavano

opere che poi si esitavano con molto vantaggio e presto nella rimanente

Italia; colà più di tutti diffondevano la luce e la semenza del

Signore, per dirla in istile di Riforma, Pietro Carnesecchi e Baldo

Lupetino, entrambi salutati martiri allora, adesso fanatici. Con questi

si dava da fare un Baldassare Altieri di Aquila, a cui incolse bene

perchè segretario dell'oratore inglese a Venezia: a ragione per tanto

Lutero scrivendo a Giacomo Zeigler molto si rallegrava del profitto

cavato da cotesta città; di vero i protestanti osarono qui quello che

si erano peritati di tentare altrove, vogliamo dire, chiedere alla

scoperta la facoltà di professare pubblicamente il culto luterano.

— Da Venezia si riversavano simili umori nelle provincie di Bergamo,

Verona, Brescia, Vicenza, Treviso; ed è da credersi che se in cotesti

tempi un papa avventato avesse strinto troppo, gli si saria rotta la

fune in mano: che se qualche volta pencolando il doge la dava vinta

a Roma consegnandole taluno eretico, questo generava danno, ma poco,

ed anzi la voglia di vendicarlo o di operare in guisa che non si

rinnovasse rendeva vie più smaniosi i luterani a propagare le proprie

dottrine. Verranno i tempi sinistri; per ora il vento soffia secondo

nel gonfalone dell'eresia.

A veruna città seconda, a moltissime prima, Milano agitava irrequieta

la cupidità di rompere l'odiato giogo di Roma; da lei fino nei

remotissimi tempi apparve la voglia di opporsi al papato; e di lei

forte si lagna Paolo III scrivendo al vescovo di Modena, accusandola di

girsene dietro alla dottrina diabolica ed impura degli antichi eretici:

stava proprio a Paolo III padre di Pier Luigi Farnese adoperare la

parola impura; e' ci hanno vocaboli i quali scottano le labbra di

cui li profferisce; i preti poi, per quello che ne appare, non temono

scottature. Qui occorre, quanto più breve per me si potrà, esporre le

vicende di Curio o Curione secondo; imperciocchè le opere sue molto

potessero sopra gli animi dei Milanesi e dei Lucchesi. Egli nacque a

Chieri, donde si fece il suo cognome Curione, primogenito di ventitrè

fratelli; mandato a studio a Torino, quivi s'invaghì delle dottrine

dei riformisti, per professare liberamente le quali s'indettò con certi

amici suoi, passate le alpi, ridursi in Germania: presi in Aosta sono

chiusi nel castello di Caprano; dopo due mesi a Curio concedono stanza

nel monastero di San Benigno; colà gli prese il ticchio di aprire un

reliquario e cavatene le ossa, metterci dentro una Bibbia e con questa

leggenda: «Vedi l'arca dell'alleanza, la quale contiene i veri oracoli

di Dio e le veraci ossa dei santi.» Scopertasi la beffe, chiamata

a quei tempi sacrilegio, Curio, subodorando che i sospetti facevano

capo a lui, se la svigna a Milano; colà condusse donna di casa Isacchi

ed ottenne una cattedra dove si acquistò bellissima fama: costretto

a uscire di Milano per causa dalla invasione spagnuola, recossi a

Casale e quivi dimorò alquanti anni oscuro; la morte di tutti i suoi

fratelli lo persuase a tornarsi in Piemonte per raccogliere il paterno

retaggio; glielo serbava un cognato, a cui per averlo troppo lungamente

custodito ora sembrava proprio che fosse suo, onde invece di rendergli

il patrimonio gli fece il tiro di accusarlo di eresia; e Curio da capo

a scappare con arguzia e celarsi in Savoia. Certo dì trovandosi ad

ascoltare la predica di un frate domenicano a Castiglione, avvenne che

costui, seguendo il vezzo antico nè fin qui smesso di malmenare con

calunnie Lutero, affermava la sua dottrina allargarsi fra i Tedeschi

lurchi, perchè tollerante ogni libito più reo; a cui, non si potendo

più tenere, Curio contrappose a voce alta: «Tu menti» Visto e preso:

ai preti parve toccare il cielo col dito; pregustavano l'onore e

l'odore che sarebbe loro venuto dal leppo di un _atto di fede_ alla

spagnuola, non meno che calcolavano i frutti del terrore; il diacono

dell'arcivescovo di Torino si affretta a Roma per sollecitare la

condanna; intanto, per assicurarsi che non gli scappi, lo consegna al

fratello del cardinale Cibo, il quale da pari cura agitato te lo ficca

in prigione coi ceppi ai piedi; ora ecco, mentre pareva per lui perduta

ogni via di salvezza, sovvenirlo la fortuna: gli si gonfia una gamba

tanto che il carceriere, giovane epperò non affatto tristo, ci ravvisa

la necessità di liberarlo dal ceppo pesantissimo di legno: di che aveva

a temere egli? Non restava preso con quell'altro piede? E poi come

fuggirà il prigioniero? La sua carcere sta in mezzo a tre altre stanze

di cui una abita il custode, nell'altra albergano le guardie, nella

terza convengono tutti e mangiano. Vista l'arrendevolezza, se pietà

non la vogliamo chiamare, del giovane carceriere, il Curione pensa

nuova malizia; si finge infermo; una calza empie con la camicia ed

altre ciarpe, e il tutto attorce e comprime intorno ad un bastone che

a sorte trova nella prigione appresso al letto: ciò fatto, si ripiega

quanto può sotto la coscia la vera gamba, adattando al ginocchio

la gamba finta così che questa paia quella: poi sul bruzzo rompe in

gemiti. Il carceriere accorre profferendosi sollevarlo, e quegli lo

prega gli muti il ceppo dal sinistro al destro piede tanto che gli

dia tregua lo spasimo che lo trafigge; e il carceriere lo appaga;

parendogli poi quasi ridotto agli estremi, molto compassionandolo,

lo lascia solo; quando il sonno tenne custode e guardie, Curione pian

piano abbigliatosi va ad origliare alla porta della stanza; dormivano

tutti, e mentre tenta cauto la porta per somma ventura ella cede

al suo tocco, avendola lasciata socchiusa il carceriere o per oblio

o piuttosto per soccorrerlo caso mai ne avesse sentito il lamento;

entra nel tinello, dal tinello a tastone trova la scala, e giù per

essa come se avesse l'ale. Ma in fondo alla scala non era aperta la

porta, bensì sbarrata da enormi catenacci; risalì il misero la scala

notando sottilmente ogni cosa, come avviene a cui prema di salvare il

collo dal capestro: a mezza scala rinvenne una finestra; non correva

tempo per conoscere di quanto ella stesse sopra il terreno; profondo

il buio, ogni arnese mancava; avanti a sè gettò la cappa per ammortire

la caduta, poi quanto più può si spenzola fuori e all'ultimo si lascia

andare; senza danno cadde nel cortile; va difilato alla porta di

mezzo, sperandola chiusa unicamente per via di stanga a traverso, e

s'inganna, era serrata a catenaccio; allora si aggira intorno tastando

i muri, e trovatili lisci, sgomento e stanco si abbandona. In questa

ecco comincia a splendere in cielo un fuoco tramandante luce, la quale

quella della luna non appaiava, ma l'altra delle stelle vinceva; forse

erano stelle cadenti, o meteora altra cotale; fatto sta che per essa

potè speculare meglio le pareti e vedere nei canti come il muro nuovo

tirato su al lato il vecchio lasciasse certa crepatura dove non era

disperazione arrampicarsi con le mani e co' piedi; e questo tentò,

ma levato alquanto da terra il sasso a cui con le mani si aggrappa,

cede, ed egli giù a gambe levate, e il sasso sopra con grande fracasso.

Palpitante di terrore colà rimase un pezzo, temendo che allo strepito

del tracollo svegliate le guardie non gli riponessero le mani al petto;

di ciò fu niente; ripreso animo torna ad arrampicarsi, scavalca il

muro e, in casa di tale che egli nomina Filosseno Nucca ricoverandosi,

scampa la vita. Questo caso accadde senza intervento di angioli nè

di demoni; altri non crede che passasse a quel modo liscia e suppone

corrotti custode e guardie; poteva anco darsi, ma quando ci afferma

proprio lo stesso Curio che l'andò come la contano, non si sa perchè

non gli si deva credere, conoscendo fughe accadute tanto nei moderni

che negli antichi tempi troppo più di questa maravigliose e stupende:

egli poi narrando la propria storia, ne attribuisce il merito a Dio,

e ciò stà bene; dice che non fece voti, non imprese pellegrinaggi, in

somma nulla eccetto votarsi a Cristo supplicandolo che lo sovvenisse a

sostenere la guerra contro le passioni, col suo spirito lo trasse a sè,

lui adoperasse come il vasaio costuma della creta.

Nè finirono qui le sue vicende: dopo breve soggiorno a Salò fra i

suoi, si recava a Pavia, dove fu professore tre anni: ma alfine ebbe

a cedere allo sforzo del papa, che lo aveva tolto a bersaglio; riparò

prima a Venezia, poi a Ferrara, dove la duchessa Renata lo munì di

lettere commendatizie per Lucca, le quali accolte con favore, lui

promossero i cittadini professore nello studio. Nè qui trovò requie;

il papa sempre addosso, ond'ei l'ebbe a segnare col carbon bianco se

gli riuscì ricoverarsi prima a Losanna, poi a Basilea; una volta si

attentò tornarsene a Lucca per pigliarvi la moglie e i figliuoli, ma

gli sbirri della Inquisizione, che stavano su le intese, lo sorpresero

a Pescia mentre mangiava: vinto dalla paura alla vista di loro, si leva

in piede di scatto ed impugnato il coltello, spaventato, spaventava i

sbirri, i quali l'uno su l'altro aggomitolandosi, egli passa di mezzo a

loro, ed essi lo lasciano ire con Dio. Molte opere egli scrisse e molto

predicò; i riformati lo levano a cielo, i cattolici lo denigrano fino

allo inferno: uomo fu come gli altri, ma certo operaio indefesso e di

profitto grande da per tutto dove egli insegnò, massime a Lucca.

Vita di Francesco Burlamacchi · 第 8 / 30 题