Condizioni d'Italia. — Paolo III e suoi concetti per ingrandire
il figliuolo Pierluigi: quali i costumi di questo scellerato,
nè la storia li dichiara tutti; quanti stati il padre gli
procurasse e su quanti mettesse gli occhi; Milano e Napoli
desiderati invano: Siena insidiata. — Con quali arti i Sacerdoti
abbiano messo assieme la roba: perchè i cardinali assumessero
vesti di colore vermiglio. — Andrea Doria avverso a Farnesi; se
avesse cause private s'ignora, pubbliche ne aveva e quali; si
espongono gli argomenti per credere che Andrea non si sarebbe
opposto ad un moto inteso a liberare la Italia dagli stranieri.
— Venezia fino da cotesti tempi a quale stato ridotta; politica
conservatrice sa dell'etico e perchè; ragione delle repubbliche
aristocratiche; durare non è vivere, e mal s'intende di che cosa
sappia la lode data da Vittorio Alfieri a Venezia; anch'ella
non avrebbe impedito la cacciata degl'imperiali d'Italia; solo
non avrebbe mosso un dito per affrettarla. — Di Savoia non
importa parlare; piccolo stato egli era e ad ogni moto ostile.
— Firenze sola a sostenere la causa della democrazia; da tutti
abbandonata e tradita, massime dai Francesi; poi dal Doria, da
Siena e da Lucca: condizione degli animi dei Fiorentini spenta
la Repubblica. — Lorenzino dei Medici a cui parve Bruto, che
cosa paia a noi. — Perchè Cosimo I abbindolasse il Guicciardino.
— Quale ragionevolmente lo scopo di Cosimo I dei Medici. — Pure
in Firenze, Lucca e Siena bollivano umori vogliosi di novità.
— Cose di Siena per mostrare come potesse favorire il moto del
Burlamacchi. — Fabio Petrucci cacciato; mutazione del reggimento
verso il principato per opera di Alessandro Bichi, che viene
ucciso; i suoi aderenti. — Contese tra il popolo e i noveschi.
— Noveschi che fossero e quanto arieggino coi moderati moderni.
— Governo popolesco che pensi e che faccia. — Noveschi tentano
pigliar Siena, sono ributtati. — Il Trecerchi alla porta di
_Santoviene_, e donde questo nome. — Il popolo si vendica. —
Caso del Bellarmati o di suprema virtù o di avarizia suprema.
— I Sanesi procacciando i propri vantaggi mentre il papa e lo
imperatore si versano in angustie si stimano astuti: necessità
grande che avevano per andare cauti; pure screzio tra nobili e
popoli circa al doversi sovvenire Firenze, e il popolo vuole. —
Carlo vinta la guerra si scopre favorevole ai noveschi: invia a
Siena Lopez perchè agguindoli con le frodi; non riuscendo, manda
Ferrante Gonzaga onde adoperi la forza; l'adopera. I noveschi
tornano a prevalere; si armano; tumulto dove il popolo si conduce
in parte da esserci oppresso: questo consiglia il capitano
Borghese, ma non gli danno retta, ond'ei se ne va con Dio. —
Nuovo tumulto, dove i noveschi vengono abbattuti; ne arrovella
il Gonzaga, minacce e pretensioni: — Ardire di Mario Bandino e
di Achille Salvi. — I Sanesi attendono risoluti a difenderli. —
Lo imperatore richiama il Gonzaga e il Lopez, e viene a patti.
I noveschi rimangono abbassati. — Il duca Alfonso Piccolomini
di Amalfi surrogato al Lopez si mangia le paghe di 300 fanti.
— Noveschi più volte si adoperano ai danni del popolo, il quale
avutone odore, combatte i noveschi, e non li perde a patto che,
inquisita la cosa, si puniscano i rei. — Alfonso di Pietro
paga per tutti. — Sorge la tirannide dei Salvi venuta su per
favore di popolo, poi avversa al popolo ed a tutti. — Miseria
universale. — Comparisce l'Occhino; qualità di lui. — Congiura
con i Salvi; questi pigliano il dinanzi mettendo mano alle armi.
— Il duca Alfonso seda il tumulto. I Salvi perdono riputazione;
ricercati a seguitare le parti di Francia per danari e promesse,
si lasciano corrompere: gl'imperiali scoprono il trattato; Giulio
Salvi prima fa scappare il negoziatore francese, poi lo arresta
e lo consegna a Cosimo duca di Toscana. — Nuovi sospetti per
parte degl'Imperiali. — Il duca di Amalfi è rimosso da Siena. —
Monsignore Granvela preposto alla riforma di Siena manda innanzi
lo Sfondrato a scoprire marina. — Riforma del Granvela in che
consistesse ed a qual fine preordinata. — I noveschi tornano a
galla: cominciansi le persecuzioni contro i Salvi e i popolari,
che vengono interrotte per la notizia del naufragio della flotta
imperiale ad Algeri. — La balía entra in carica; sue provvisioni
in parte ottime e in parte strane: se la piglia con le donne,
mentre tutto il male viene dagli uomini. — Giulio Salvi scade
di credito, chiamato in Fiandra è messo prigione, più tardi
lo liberano: della sua prigionia come della sua libertà non se
ne danno per intesi i Sanesi. — Lo Sfondrato finchè promuove i
noveschi lasciasi fare; più tardi, scoperto ch'egli favorisce
il papa, è licenziato. — Gli subentra don Giovanni De Luna,
che pure parteggia pei noveschi. — I Farnesi molestano Siena,
per interposizione dello imperatore lascianla stare. — don
Giovanni con la opera dei noveschi trama insignorirsi di Siena:
tracotanza dei noveschi; il Tondi novesco ammazza il Bianchino
plebeo e ne sorge tumulto. — Eccitamenti a romperla; capestri
appiccati agli usci delle botteghe del popolo. — Apparecchi di
nozze della figlia di don Giovanni sono argomento di sospetto.
— I noveschi confidano fare eleggere capitano del popolo uno di
loro, ed invece esce un popolesco; lacci tesi al popolo perchè
concorra alle feste, e quivi a mano salva opprimerlo; avvisato
ei gli evita. — I noveschi primi a rompere la guerra; battaglia
cittadina descritta; vari casi di quella. — Cosimo duca di
Firenze accosta le sue bande ai confini. — Milizie del contado
in città; don Giovanni fa che le bande del duca si ritirino. —
I popoleschi mandano oratore al marchese del Vasto perchè tenga
bene edificato lo imperatore. — Consulta popolesca intorno il
da farsi: diversi pareri; prevale quello di Antonio dei Vecchi.
— Noveschi cacciati dal reggimento. Don Giovanni lascia Siena e
cita a comparire in corte imperiale parecchi cittadini. — Guardia
spagnuola cassata. — Città ripartita in tre soli ordini. — Luna
manda oratori a congratularsi in Siena. — Baldanza dei popoleschi
fondata sopra gl'imbarazzi di Carlo e su la protezione del
marchese del Vasto, il quale mentre sta in Vigevano su le mosse
per Siena di un tratto muore; dicesi per veleno propinatogli
da Cosimo dei Medici. — Per la costui morte mutano di cima in
fondo le condizioni di Siena; da capo torna la pratica in mano
al Granvela nemico a vita tagliata del popolo. — I noveschi
di nuovo a galla. — I cittadini citati da don Giovanni a corte
inesorabilmente confinati parte in Lucca e parte in Milano; il
Savini confinato comunque capitano di popolo per cordoglio ne
muore; i cittadini gli surrogano nell'ufficio Enea suo figliuolo
venticinquenne. — La città restaurata al governo dei Quattro
Monti. — Guardia spagnuola prima di 400 Spagnuoli, poi a cagione
del rammarichio dei cittadini cresciuta fino a 500. — Si mulina
la fabbrica di un castello. — Sanesi frementi della novella
tirannide e smaniosi di gittarsela giù dal collo.
Fin qui di Europa; adesso più peculiarmente d'Italia; innanzi tutti
del papa. Dopo il concilio di Trento con menzogna onesta i figli dei
preti appellaronsi nepoti, prima addirittura figliuoli; nè questo era
il peggio, chè il maggior danno consisteva nello sbranare un lembo di
stato per gittarlo sopra le spalle ignude di costoro; ai quali lembo,
invece di attutire la fame, cacciava addosso la smania di arraffarne
un altro; per uno, avuto in dono ne rubavano quattro; l'appetito
viene mangiando; e tuttavia nè anco questo si considerava il pessimo,
e pessimo veramente appariva quel buttarsi che facevano i papi in
abbandono dei figliuoli quanto più rei ed infami: e tale apparve Pier
Luigi Farnese figlio di Paolo III; di lui narra la storia nequissimi
fatti non meno che turpi, i quali negare è vano quanto indecente
ripetere, e pure sembra che qualcheduno dei più tristi ella ne taccia,
imperciocchè nelle storie di Benedetto Varchi occorra scritto come il
marchese Del Vasto lo cassasse con ignominia dalla milizia, nè per
quanto io mi sia dato cercare, mi venne fatto scoprirne la causa. A
costui pertanto, scerpandolo dal patrimonio della Chiesa, il papa
diede Castro; poi instò con focosa ressa perchè lo imperatore gli
concedesse il marchesato di Novara, e lo ebbe, piccolo sorso a tanta
sete! Allora il papa torna a schiantare il retaggio di san Pietro, che
povero e pescatore dalle reti e dalla barca in fuori altra sostanza
non ebbe nel mondo, e scissene Parma e Piacenza, ne compone un ducato
in prò del suo diletto Pierluigi. È noto come a questo sperpero della
sostanza chiesastica si opponesse tenace il cardinale Caraffa, che,
assunto papa, fece peggio di lui: ma il papa toccare questi beni in
sollievo della comunità cristiana non può, può toccarli e sprofondarli
in vantaggio degl'indegni congiunti: si conosce eziandio che tali
donazioni non avvengono senza fingerle permute utili, ed anco si dà
ad intendere che le siano proprio vendite: a turpe causa non fece mai
difetto pretesto degno, massime nella curia romana; ma fin qui non
nacquero le mani per contare il prezzo pagato dai figliuoli dei papi
per la terra acquistata dalla Chiesa.
E sempre intento Paolo ad ingrandire la famiglia, fantastica
conquistare Napoli contro allo impero, poi sollecita importuno e
irrequieto lo imperatore affinchè investa Pierluigi del ducato di
Milano, insidia Siena; a tal fine elegge il cardinale Farnese abbate
dell'abbazia delle Tre fontane su quel di Siena, meno per crescergli
il censo che per mettergli in mano il filo a ingarbugliare le cose.
Cotesto tramestío dei Farnesi aborrito dai principi italiani o per
astio o per istudio di concorrenza o per paura: contrastavano loro
Siena Cosimo e forse il marchese del Vasto, Milano Ferrante Gonzaga
e Andrea Doria, donde le mortali nimicizie contro di lui, le mutue
ingiurie, come esposi nella vita di Andrea, e per ultimo la parte presa
dal papa nell'omicidio di Giannettino e la parte di Andrea nella strage
di Pierluigi. In casa, il papa odiato perchè a sè tutto ed ai suoi a
scapito dello stato; a Roma forse meno che altrove, anzi da parecchi
riverito come quello che a molta gravità, alla pratica lunga dei negozi
ed al sapere accoppiava la grandezza romana; nelle provincie secondo il
solito esecrato, chè Bologna, Perugia, Ancona ed altre città non poche
membravano nel loro segreto le violenze e i tradimenti onde tolte dal
vivere o libero o autonomo erano state poste sotto al romano giogo, che
solo i preti chiamano soave. Lo dissi altrove e lo ripeto qui, tentando
pure che replicato venti volte gl'Italiani l'abbiano ad intendere una:
narrano che i Lacedemoni costumassero in guerra paludamento vermiglio,
perchè pugnando o non vedessero o si accorgessero meno del sangue e
non isbigottissero; se vero, è incerto: certissimo poi che i preti
elessero la porpora perchè altri non li mirasse imbrodolati del sangue
dei popoli e non li maledisse. Pertanto negli stati del papa molte
e vecchie e nuove le cause per desiderare novità, oltre la eterna
e distinta da tutte della naturale irrequietudine dell'uomo che lo
sospinge a non contentarsi mai dello stato presente; provvidenza o
fato, donde la inanità dei farabulloni, i quali di tratto in tratto
bandiscono chiusa l'era delle rivoluzioni: anco la morte è inizio di
nuova rivoluzione.
Genova o piuttosto il Doria si governava col volgare precetto, chi
stà bene non si muova. Se egli avesse motivo privato di odio contro
i Farnesi prima dello spoglio del retaggio del cardinale Doria che
i Farnesi operarono in Roma e della complicità loro nella congiura
dei Fieschi adesso non ci è dato conoscere; ma per avversarli a lui
bastava che e' volessero ingrandirsi, dacchè ben'egli si adattava
a servire per suo interesse un signore potente e lontano, vicino e
meno potente ei lo avrebbe combattuto; non pativa emuli, molto meno
superiori ricchi di superbia, non già di pecunia: ancora, Andrea Doria,
mutata parte, di francese si era fatto imperiale, e Pierluigi si sapeva
parzialissimo alla Francia, ossia che colà per naturale inclinazione
propendesse, ossia che con essa giudicasse dare miglior ricapito ai
suoi disegni, onde Andrea presentiva che di qui, se non provvedeva,
gli sarebbe caduto sulle spalle qualche grosso stroppio. Non già che ad
Andrea mancasse anima per maggiori concetti, ma ormai, non gli parendo
possibile di meglio, si teneva contento ad essere principalissimo
vassallo dello impero, padrone e guidatore delle sue armate; in patria
in apparenza uguale ai maggiorenti, in sostanza capo, e ciò perchè la
sembianza del principato genera invidia, e massime su i primordi ti
tocca logorare le forze e vivere in pericolo, mentre, chiamando i tuoi
cittadini a parte dei tuoi guadagni, ti ameranno, e, a patto che tu non
porti corona, a loro parrà non essere servi e ti obbediranno di cuore.
Però Andrea nemico di novità era, e ne aveva ben donde, ma distingui
quelle cui poteva dare impulso un principe italiano per ingrandirsi
alquanto dalle altre che prorotte da impeto di popolo avessero per fine
la restaurazione d'Italia a potentissimo stato: queste egli giudicava
inani a tentarsi, impossibili a compiersi; tuttavia è lecito credere,
che s'ei le avesse vedute niente niente attecchire, egli ci si sarebbe
gettato dentro anima e corpo per condurle a buon fine: almeno in
coscienza a me sembra avere a giudicare così.
Venezia fin da cotesto tempo si trovava ridotta alla parte di colui che
ripara con la mano il lume per tema glielo spenga il vento; sicuro, il
lume allora era di torcia, ma gli speculatori calcolavano di mano in
mano si sarebbe ridotto a moccolo: sapienza suprema di regno mantenersi
fermi; il moto in certe contingenze nuoce anco per acquistare: la
storia della repubblica va illustre per nuovi gesti che aumentano il
retaggio di gloria e stremano le forze dello stato: chi solo conserva
perde, perchè da per tutto il tempo va dintorno con la forbice, e
se non apponi ogni dì, ogni giorno scemi. Questo, a giudicare così
all'ingrosso, sembra il fato delle repubbliche aristocratiche: finchè
non possiedano tanto che basti tu le vedi adoprare conati stupendi
per procurarselo; ma acquistato ch'ei sia, pongono industria e
tenacità pari a difenderlo; donde avviene che durano molto. Però
durare non significa vivere come a popolo conviene, sicchè non si
sa che lode fosse quella che tributava l'Alfieri alla Repubblica
veneziana quando scriveva che, o decrepita o inferma o spenta, in fatti
ell'era la figliuola più longeva del senno umano, e voleva la Grecia
ci si adattasse: anco Titone ottenne durare immortale, ma essendosi
dimenticato di chiedere altresì eterna la giovinezza, all'ultimo ebbe
di catti che gli dei mossi a compassione lo convertissero in cicala. I
Veneziani però non si sarebbero opposti ad un moto inteso ad abbattere
il predominio imperiale sopra l'Italia; solo non lo avrebbero aiutato,
a cavallo al fosso aspettando gli eventi per regolarsi a norma della
piega ch'essi pigliavano. —
Della casa di Savoia non è da parlarsi nè manco; il duca riparava
in corte allo imperatore assai male in arnese, privo del paterno
retaggio, eccetto Nizza, che sempre gli si mantenne fedele e ne fu
rimeritata allorchè recisa dalla patria italiana la buttarono in gola
alla Francia, a mo' che i poeti finsero chiunque intendeva trapassare
a Dite dovesse gittare l'offa a Cerbero. Emmanuele Filiberto per
intercessione della Spagna rientrava in possesso dello avito ducato
dopo la battaglia di San Quintino, e subito s'imparentava co' reali
di Francia mostrando il viso dell'arme alla Spagna: sicuramente,
fra i tanti pregi che illustrano la stirpe sabauda non ismaglia la
riconoscenza, ma forse questo è vizio piuttosto del principato che del
principe: a giudicarne dagli istinti, un moto di popolo dai duchi di
Savoia non poteva aspettarsi altro eccetto odio e, se fosse stato in
potestà loro, persecuzione. La repubblica di Firenze certo non andò
immune da errori e nè da colpe, ma fu sola a sostenere la causa della
democrazia: nella mirabile impresa contro lo impero e il papato, doppia
ancora gittata nello inferno, onde la tirannide mantiensi a galla sopra
la terra, veruno la sovvenne, molti le nocquero, e primi fra tutti
i Francesi, i quali dopo averla tradita la irrisero: allora, come
sempre, tirati dallo interesse presente, non calse loro nè di onore
nè di fede, anzi neppure del proprio interesse di prossimo avvenire:
rinfacciati, inferocirono nella ingiustizia fino ad impedire che i
mercanti fiorentini di Lione le inviassero soccorsi di pecunia; potè
sguizzare fuori di Francia con qualche scudo italiano Luigi Alamanni,
ed indarno, perchè quello che non seppero fare i Francesi, Andrea
Borialo seppe, fermando Luigi su quel di Genova, togliendogli di ire
più oltre. Siena si professava imperiale, e Lucca altresì, onde esse
in sè atrocemente chiudevansi non dubitando neppure che, prevalsi in
Italia lo impero o il regno di Spagna, imperatore o re sariensi scosso
dal manto coteste repubbliche come due insetti schifosi sofferti per
cessata mondizie. Firenze giacque non tanto per virtù di forza nemica
quanto per iscoramento della sua solitudine; molto sangue ella sparse
su i campi di battaglia, e molto ne andò sperperando nello esilio, ma
il peggiore guaio le venne dal rappigliarsi che fece quello che rimase
in patria: la più parte dei cittadini si accartocciò sprofondandosi
nelle cure di famiglia e nelle industrie private; in taluno l'amore di
libertà, pigliata indole religiosa, diventò di operoso contemplativo,
scapitando di limpidità intellettuale quanto acquistava di cupezza
fanatica. Il popolo sopportò il bastardo di Clemente VII senza rancore
perchè, spento un tiranno, ne temè un altro più tristo, come accadde
pur troppo; ed anco perchè lo vedeva infierire di preferenza su
quelli che lo avevano aiutato a ridurre la patria in servitù; e non
il popolo lo trucidava, bensì uno de' suoi, non per amore di libertà
e non per odio della tirannide, sibbene del tiranno, e per talento di
succedergli; costui chiamò il popolo a libertà, ma al popolo giungeva
ignota cotesta voce, e così doveva essere, però che il popolo libero
non conosca chi non avendo nè anco il coraggio della strage si unisce
per consumarla un volgare scherano, e del suo fatto trema, e lungamente
dura lenone per riuscire traditore. A Filippo Strozzi, uomo corrotto
fino al midollo, poteva parere Lorenzino dei Medici un Bruto; a noi
no: ammazzatore a mezzo, non altro; ed anco a lui procede sviscerato
Vittorio Alfieri, il quale su cotesta strage compose una maniera di
poema che tuttavia stampano ma non leggono; tratto più da passione che
da ragione, scambiando la smania di opporsi coll'amore della libertà,
avveniva che il dabben conte pigliasse delle cantonate e di molte.
Cosimo successe diciottenne ad Alessandro, ma il tiranno non cresce per
età, quale lo trasse dalla pietra natura, tale muore Cosimino; gabbò
il Guicciardino, e gli fu agevole, perchè, innanzi ch'ei lo gabbasse,
per lo interesse, che assai poteva su cotesto uomo, egli gabbava
sè; e di ciò rimangono avvertiti i pusilli incoronati ch'eglino mai
arriveranno ad abbindolare un grande intelletto dove questi mosso da
passione non faccia prima géttito del suo ingegno. Più tardi quando
gli Strozzi, i Valori con altri fuorusciti vennero ai danni di Cosimo,
il popolo, levato appena il capo, disse: «La rabbia è tra i cani»; e
lo riabbassò. La tirannide vendicava la libertà; dopo avere fabbricato
il tiranno, cotesti cervelli balzani repugnavano servire; non vollero
dirsi soddisfatti della mercede loro elargita dal principe; parecchi
pretesero essere chiamati a parte della dominazione: ma poichè amore e
signoria non patono compagnia, il principato, non bastando a quietarli
l'oro che loro mise in mano, li saldò con la scure sul collo; e fece
bene. Che Cosimo aspirasse al dominio della Italia può darsi, ma fine
di regno non se lo poteva proporre; non si prestava la materia; quando
l'aquila austriaca spiegava poderose l'ale, a lui era dato appena fare
da falco; agguattato a Firenze, quinci rotava intorno a Piombino, a
Siena e a Lucca. Piombino acquistò e Siena, ma con tanto consumo di
mente e di forze che la carne non valse il giunco. Lucca non ebbe mai;
lei salvarono la forma oligarchica, lo spendere a tempo e la devozione
sconfinata allo impero; dissi salvarono, se può chiamarsi salute il
palpitare del passero fra gli artigli dell'aquila: tuttavia Siena,
Lucca Firenze raccoglievano in sè copia di umori per desiderare novità
e provocarle.
Parliamo di Siena. A Pandolfo Petrucci succede Fabio figliuolo, il
quale non sapendo governarsi nè con la benevolenza nè col terrore, cade
in discredito ed è cacciato; dopo il suo bando accadde grandissima
mutazione nel reggimento, chè dove prima si governava mediante tre
monti, ovvero ordini di cittadini cioè Nove, Popolo e Gentiluomini,
di un tratto, soppressi gli altri, ne rimase in piedi uno solo che
pigliò nome di Nobili e Reggenti; di tutto questo tramestio anima
Alessandro Bichi figliuolo di Iacopo, che nello assedio di Firenze
operò tanti e generosi gesti, il quale si andava destreggiando per
soverchiare altrui; nè gli fallì il disegno ponendo a fondamento di
sua grandezza l'aiuto di Francia: arduo a giudicarsi se la Francia
prospera lo avrebbe soccorso, ma percossa dalla fortuna a Pavia, lo
lasciò andare, ond'ei vi perse la sostanza e la vita. Restituisconsi
i tre ceti dei nove, del popolo e dei gentiluomini; parecchi dei
principali fautori del governo abolito si bandiscono, i quali mandano
a soqquadro il contado: una volta con Lucio Aringhieri ed un altra
con Giovambattista Palmieri essi congiurano per rientrare in Siena
con forza e con inganno, e ad altro non approdano che a far perdere
il capo ad ambedue. Data all'esercito di papa Clemente una stupenda
rotta, rapite ai Fiorentini e ai Perugini le artiglierie, quietarono
i Sanesi ogni apprensione di fuori, ma tornarono a infierire le
discordie dentro; perchè i partiti, se un poter forte li soprasti,
possono reggere per via di emulazione civile, ma se nulla li tenga
al canapo, irrompono in aperte contese; che se tu vedi i signori
smaniosi di comando, trovi eziandio il popolo intollerante di qualunque
freno; allora la plebe diede di fuora e corse addosso ai noveschi,
che troppo bene lo meritavano, imperciocchè questi, componendo una
consorteria soverchiatrice e ladra, avessero asciugato quanto danaro
avevano reperito nello erario, onde fu mestieri sopperire col rame ai
metalli preziosi portati via; e peggio ancora a patto di arraffare
e di opprimere congiuravano ad asservire la patria a Clemente VII,
il quale, purchè venisse roba, non guardava più alla via diritta che
alla storta; anzi un po' di sangue fa fare miglior presa alla calcina
con la quale si murano le tirannidi nuove; e Ancona informi; però
in questo tumulto la plebe vi pose le mani, ma non pochi nobili e
borghesi ci soffiavano dentro per emulazione dei nove. Gli storici
gentileschi deplorano la città cascata in mano ai ciompi, e tuttavia
miriamo questa gente grossiera e meccanica governarsi ottimamente;
munisce la città di mura e di torrioni, provvede alla diffalta della
pecunia pubblica, tiene ferma la città in devozione allo impero, la
difende dal principe di Oranges e da Pirro Colonna che la insidiavano.
I noveschi fuorusciti si mordevano le mani: un pezzo aspettarono che
il governo dei ciompi si sperperasse sotto i colpi delle loro scede,
ma poichè videro che costoro non se ne davano per intesi, ricorsero
ai fatti e, raccolto buon polso di armati, notte tempo avviaronsi
a sorprendere Siena: se non che trovarono i cittadini in punto di
riceverli secondo i meriti; gli storici affermano che della mossa
dei noveschi furono avvisati da Fabio Petrucci venuto a screzio col
congiunto Francesco uomo soperchievole e contumelioso. In questa
occasione si narra come un giovane dei Trecerchi, non curando pericolo
di essere morto dagli archibugi e dai sassi e nè anco di cadere
prigione, trascorresse fino alla porta Eugenia o _Santoviene_[12] e
quella percotendo con la mazza ferrata con gran voce sclamasse: «E noi
tante volte tenteremo che una basterà per tutte.» La balía popolesca
di Siena, vinto il pericolo, pensò vendicarsi, e gli riuscì, pigliando
Monte Benichi alla sprovvista, dove assai dei noveschi come in fidata
stanza si riparavano; avutili in mano, a varie pene li condannò. Fra
gli altri merita ricordanza questo caso: a Ippolito Bellarmati mettono
addosso la taglia di mille scudi con questo patto che, dove dentro
tal tempo non li paghi, gli verrà mozzo il capo; ed egli antepose
perdere la testa che i ducati: dicono che il facesse per amore della
famiglia (imperciocchè, sentendosi vecchio e di salute malescio,
considerasse che non valeva il pregio mantenersi in vita con la ruina
della famiglia), e sarà; ad ogni modo non mancano esempi nella storia
che altri a pari fato si conducesse per aspra avarizia, e mi riesce
disagevole persuadermi che per mille ducati potesse cascare in tanta
miseria la famiglia dei Bellarmati.
Nella guerra di Firenze per la libertà i Fiorentini mandarono oratori
a Siena per istringersi in lega. Siena tentenna e si destreggia,
parendole essere arguta; approfittando della occasione, cava di sotto
a Clemente papa ottimi patti; nè questi stava su lo spilluzzico,
chè, premendolo il bisogno non istava a guardare il nodo nel giunco:
agevole co' principi farsi promettere in bosco, farsi poi mantenere
in città gli è un altro paio di maniche: anco romperla coll'impero
tuttochè impegnato in guerre zarose per Siena la era faccenda da
pensarci due volte; molto più, che i noveschi in corte non rifinivano
di tafanare Carlo V perchè mettesse con le spalle al muro cotesta
plebe turbolenta; non desse retta alle sue lustre di devozione, così
costretta di fare perchè non poteva mordere; ella per istinto nemica
ad ogni potestà, mentre essi per diverso istinto erano alla potestà
naturale puntello, e dicevano il vero, ma predicavano al predicatore
che Carlo sapeva meglio di loro che col popolo non si può fare a
mezzo, perchè nelle repubbliche democratiche il popolo governa ed è
governato, mentre nelle oligarchie gli è come proprio istituto dei
signori, prepotenti ad un punto e servili, abiettarsi da un lato per
superbire dall'altro. Nondimanco vuolsi rammemorare che un oratore
fiorentino durante l'assedio presso i Sanesi sempre stette, e narrano
di più che ci spendesse un tesoro per tirarli a legarsi con Fiorenza; e
sarà, eccetto il tesoro, chè, sendone strema in casa, mal si comprende
com'ella lo potesse sbraciare di fuori; fatto sta che il popolo, il
quale si governa con la passione, voleva ad ogni costo sovvenire i
Fiorentini, mentre gli altri, usi a procedere col compasso in mano,
con ostinazione punto minore contrastavano, donde nacque tumulto, e
per poco stette che il Fantozzo plebeo non ammazzasse Gianfrancesco
Severini. Posto fine alla guerra di Firenze, lo imperatore comincia
ad allungare gli ugnoli contro la democrazia sanese, mandando a Siena
col modesto titolo di agente Lopez di Soria perchè così alla sordina e
di scancío procurasse ricondurci i nove; costui trovati sordi al suono
di cotesta campana i Sanesi, Carlo ci inviò don Ferrante Gonzaga, che
era in fama di piacergli le cose spiccie, e perchè le ruote girassero
meglio, i nove ci versarono dentro un quindicimila scudi; allora il
Gonzaga sorprende Lucignano e lo piglia, poi prosegue in Pienza e quivi
minaccioso stanzia; dei Sanesi chi teme, chi va su i mazzi, ma i primi
sono i più e prevalgono i partiti peritosi, sempre esiziali: insomma il
Gonzaga rimette i nove in Siena, li restituisce nelle sostanze e negli
onori; la città non in tre ma sì in quattro Monti si divide, Popolo,
Gentiluomini, Riformatori e Noveschi; il Lopez ai soldati nostrani
surroga spagnuoli, da prima pochi, poi mano a mano gli augumenta fino
a 400: all'ultimo tanto si armeggia per parte dei noveschi che è data
licenza ad Alfonso Piccolomini duca di Amalfi, capitano del popolo
e reputato zelatore della parte popolesca. I noveschi, sentendosi il
vento in filo di ruota, ambiscono a cose maggiori; chiedono le armi,
e il maestrato, invece di tôrle a tutti gli ordini dei cittadini, le
concede anco a loro; il capitano Giambattista Borghese, che vedemmo
nella vita del Ferruccio combattere infelicemente in Volterra contro
l'eroe fiorentino, ne fa incetta a Firenze e le manda ai noveschi,
poi tiene loro dietro: il popolo inasprito da quotidiane ingiurie si
rovescia per le vie provocando i noveschi, i quali bene in arnese si
stanno a riparo dei propri palagi, per lo che imbaldanzito il popolo si
caccia in parte dove dinanzi e dietro ha nemici; preso come dentro alla
morsa, poteva di leggieri opprimersi, e questo voleva, questo ad alta
voce domandava il capitano Borghesi, ma anco qui prevalsero i consigli,
i quali vergognando di mostrarsi vili pigliano sembianza di prudenti,
ond'egli incollerito esclamando: «Poichè voi non volete vincere, gli è
chiaro come l'acqua che volete perdere, e questo non voglio io», se ne
andò via senza pure chiudersi l'uscio dietro. E così fu, perchè indi a
breve, incamminandosi don Ferrante fuori del dominio sanese, e stando
l'animo dei popoli sollevato, accadde che un vento impetuosissimo,
diverte certe impannate, le sbatacchiasse sopra la tettoia di talune
botteghe del Chiasso largo; dal quale strepito il popolo commosso saltò
su a dare la caccia agli aborriti noveschi, di cui taluno ammazzò,
molti manomise, nè si rimase finchè non gli ebbe del tutto spogliati
dell'arme con tanta pertinacia volute e con tanta baldanza ostentate:
intendeva altresì mandarne a sacco le case, ma, abbonito da personaggi
autorevoli, ne depose il pensiero, non intieramente così che qualche
cosa a taluno non rimanesse appiccicata alle mani.
Don Ferrante, uso a volere le sue parole e più i suoi fatti, appena
udito il caso, tenendosi scornato, rifece i passi macchinando vendetta;
se non che, avvertito dal Lopez che si giocava di grosso a partita
mal sicura, si fermò a Cuna; quivi di un tratto furono a trovarlo i
noveschi con querimonie infinite; anco il Lopez lo metteva su, e non ce
n'era di bisogno; ond'ei fece intendere che se la città non si fosse
rimessa in lui interamente, guai! E quello che egli pretendeva era
la intera alterazione degli ordini della città, e poichè conferendo
assieme con gli oratori di Siena sovente scappava fuori in improperi
contro parecchi orrevoli cittadini sanesi, Mario Bandini e Achille
Salvi, sentendosi fra i vituperati, presero il morso ai denti e
recaronsi a don Ferrante dicendogli le proprie ragioni con maggiore
avventatezza che forse non conveniva. Don Ferrante rispose cacciando
entrambi in prigione, e ciò non solo per ira quanto perchè gli
accertava il Lopez che, levati di mezzo cotesti due potentissimi non
meno che turbulentissimi, il popolo aría dato le mani vinte. Pigliare
il popolo a contrappelo gli è come giocare ad asso o a sei: qui don
Ferrante fece asso; i Sanesi montarono in furore e con senno e celerità
mirabili strinsero il comando in mano a pochi, chiamarono le milizie
del contado, ne condussero nuove, eglino stessi con le armi assunsero
disciplina di soldato e dalle vigilate mura fecero prova che contro
al mare del popolo che vuole misera cosa è sempre un esercito regio,
rigagnolo di plebe o compra o cappata a forza alla quale si pretende
dare ad intendere che sia gloria per quattro quattrini al giorno ed un
pane di cenere apprendere l'arte di ammazzare gli uomini senza saperne
come senza curarne il perchè. Intanto il Bandini, rotta la inferriata
del carcere, fatta fune dei lenzuoli, calandosi giù se la svignava;
al Salvi indi a poco il Gonzaga per meno tristo consiglio rendeva la
libertà, scapitando e non poco di reputazione anco per questa parte,
dacchè all'autorità dello imperio male si provvede con la ingiustizia,
ma se chiarisci poi che come hai l'animo di commetterla ti mancano
le forze per sostenerla, allora di odiabile diventi contennendo, e il
disprezzo del popolo è l'agonia del potere.
Carlo, e con Carlo tutti i principi, non sapendo come uscire
d'impaccio, richiamato il Gonzaga, gli sostituiva il marchese
del Vasto; al Lopez il duca di Amalfi, accetto al popolo: ad ogni
differenza fu messo buono assetto; solo lo imperatore tentò far passare
che la balía si eleggesse dal suo rappresentante, e non l'ottenne;
allora avvisò un altro tiro, e fu, che la città votata di milizie
nostrane la presidiassero 500 Spagnuoli, e l'ottenne, se non che il
senato invece di 500 ne ammise 400, riputando follemente col tosare
la moneta avergliela barattata; però quello che non fece il senno
operò l'avarizia, dacchè, essendo stati stanziati al duca di Amalfi
scudi 6000 all'anno per sostentamento dei 400 pedoni, egli ne teneva
su soltanto 100 e degli altri 300 sgallinava le paghe: antico male la
flussione delle unghie, e a rari non si attacca. Quando lo imperatore
nel 1532, affrancatosi della guerra del Turco, venne a Bologna per
passare in Ispagna, non mancarono i noveschi di fargli calca dintorno
mostrando voglie prontissime a servirlo di coppa e di coltello in ogni
suo desiderio, solo alquanto gli sovvenisse a riaversi in casa, dove si
trovavano ad essere trattati poco men peggio di schiavi alla catena; ma
il marchese Del Vasto e il cardinale Piccolomini, attestando la loro
malignità ed il considerarsi servi se non insolentivano oppressori,
resero innocui i lamenti, ed anco la cura di negozi gravissimi e
la prescia di Carlo di portarsi in Ispagna fecero sì che per allora
riuscissero inani.
Dopo avvennero vicende grandi così in casa come fuori che non importa
narrare per lo scopo nostro, basti saperne tanto che, lo imperatore
essendo tornato in Siena, i noveschi inviperiti più che mai anfanarono
a mettere male biette perchè calpestati gli altri ceti di cittadini
desse loro braccio per comportarsi da tiranni; ma l'imperatore aveva
altro a pensare in quel torno, chè il Turco entratogli in Ungheria
minacciava Vienna; però appena uscito, le fazioni dei popolani e dei
riformatori deliberarono vendicarsi colle armi, le quali consentirono
a posare solo col patto che un magistrato eletto a posta ricercasse
sottilmente la cosa e venutone in chiaro i colpevoli multasse nel
capo; e così come vollero fecero; quattro deputati segreti, messe
la mani addosso ad un Alfonso di Pietro, torturaronlo e dopo la
confessione del reato imputatogli gli fecero mozzare il capo: uno pagò
per tutti, imperciocchè le fazioni sboglientite aprissero l'animo
a senso di misericordia, consentendo non si andasse più oltre nel
sangue. Le fazioni o vogliam dire i monti di Siena congiunti per domare
la insolenza dei noveschi dopo la vittoria, come sempre avviene,
partironsi, e ciò perchè la prosperità paia proceder nemica alla
modestia; e nè anco fu colpa di fazione, bensì di persona, la quale si
chiamava Giulio Salvi, che s'ingrandì con la plebe; costui, potente di
numerosa famiglia (i suoi fratelli sommavano ad otto, tutti prestanti
nelle armi), forte di aderenze, cupido, povero, magnifico, di persona
piacente, alle femmine grazioso, prese a comporre intorno a sè una
nuova consorteria di soperchiatori (tiranno non si fece, perchè gli
mancò lo ingegno o la potenza); sicchè in breve non poterono sopportare
i soprusi loro non dirò gli avversi, ma gli stessi parziali; offese nei
cittadini, violenze in femmine, furti in città, latrocinii in campagna,
omicidii da per tutto, e tanto era diventata infame la contrada che il
papa e il duca Cosimo provvidero i procacci per a Roma, tralasciata la
via attraverso il dominio sanese, per altra passassero; oltre a ciò
infestavano i Turchi, la carestia angustiava, insomma un subbisso.
I reggitori, sfidati di ogni terreno aiuto, correvano al cielo;
processioni, giubilei, indulgenze e la Madonna avvocata dei Sanesi
in giro; i frati di ogni risma in ballo, neri, bigi, bianchi e colore
marrone; cantilene a iosa: ma intanto che si consumavano torchietti non
si trovava grano; per arroto nella notte uscivano fuori i battuti che
si davano di sconce battiture sopra le spalle ignude, e ciò importava
consumo di cerotti, non già acquisto di pane. In questa occasione
compariva in Siena sua patria Bernardino Ochino rigidissimo frate e
per dottrina teologica preclaro: fu prima minore osservante, poi della
riforma dei cappuccini, ch'egli con sommo ardore promosse; poi con
pari zelo, anzi maggiore, si voltò contro Roma e di fiere battiture la
percosse. Roma lo scomunicava eretico, e se gli avesse potuto mettere
le mani addosso, lo avrebbe illuminato acconciandolo dentro una catasta
di legna, ma egli non si lasciò cogliere nè illuminare; e noi non lo
potendo salutare filosofo, lo celebriamo come uno dei più poderosi
demolitori della oggimai sazievole menzogna della religione cattolica
romana.
Poichè la gente si accôrse che il cielo badava ai fatti suoi, ella
avvisò cercare rimedio in terra. Parecchi cittadini dei principali
convennero a Crevole coll'arcivescovo per pigliare partito, i quali
dopo molto discutere, non ci trovarono altra via che abbassare la
superbia del Salvi con le armi, e a tale effetto recaronsi in varie
parti del contado per raccogliere gente ed avviarle a Siena; ma la cosa
non potè tanto tenersi celata che non la spillasse il Salvi, il quale,
a sua posta riuniti gli aderenti, si capacitò che di côlta sono buone
le sassate, epperò chi prima assalta ha un punto di vantaggio su lo
assalito; quindi subito mano alle armi, e così come dissero fecero;
gli emuli, côlti alla sprovvista, resisterono con ardimento supremo,
ma si vedeva chiaro che all'ultimo ne avrebbero tocche, se non che di
un tratto ecco versarsi per le strade il duca di Amalfi col presidio
spagnuolo per iscompartirli, e vi riuscì adoperandoci amorose parole
e picchi da orbi; se questi vincessero in virtù quelle, e se quelle
questi, non ci è noto; basti sapere che entrambi valsero per allora a
sedare il tumulto.
Lo imperatore di queste discordie cittadine non si pigliava pensiero
o poco, e forse anco che così fosse gli giovava; ma quando avvenivano
cose che toccassero i propri interessi, egli ed i suoi mostravano
i denti. Ora accadde che la fazione dei Salvi andasse di dì in dì
declinando, non già per solerzia altrui, bensì per vizio proprio;
chiunque intenda prevalere, se venuto a contesa non vince, perde;
impattarla non giova, gli è come persa. I Salvi si sentivano mancare
il terreno sotto e non si rendevano capaci delle cause; questo però
si faceva loro sempre più chiaro, che senza aiuto non potevano tirare
innanzi, e da parte dello imperatore se non erano anco inimicati alla
scoperta con lui, tuttavia di là miravano addensarsi la procella. Per
mala ventura loro capitò in Siena uno armeggione chiamato Ludovico
delle Armi, il quale si mise a sobbillarli: non dessero tempo al tempo;
scostandosi dallo imperatore si gittassero in balía della Francia, che
gli avrebbe accolti a braccia aperte; sotto la protezione di cotesto
potente reame si sarebbero potuti dire veramente e sicuramente primi;
e poi o che volevano mettere la generosa natura del re di Francia
con la crudele taccagneria di Carlo? Intanto ecco egli mandava loro
danari, ed essi gli agguantarono; inoltre promesse a carra, ed essi
le crederono, perocchè gradevoli fossero ed accomodate ai fatti
loro. Già anco condotte tra prudenti e pochi le congiure vengono per
ordinario a scoprirsi, pensiamo poi se tra giovani che si portino il
cervello sopra la berretta; però l'oratore di Carlo V a Roma, ammonito
partitamente della cosa, scrisse una lettera terribile al duca Alfonso
addossandogli tutta la colpa di coteste rivolture. Al duca erano
graditi i Salvi, ma i propri comodi troppo più dei Salvi; onde non è da
dire con quanta e quale squartata mandasse sottosopra messer Giulio;
che sbalordito non negò la pratica, ma l'appose al fratello Matteo e
intanto diede opera che Ludovico si cansasse; se non che, per questo
fatto tempestando il duca, costui con nuovo tradimento fece in modo
che Ludovico fosse prima sostenuto a Montevarchi, poi consegnato al
duca Cosimo, il quale avutolo nelle mani e chiusolo in castello, senza
mestieri tormenti, ritrasse da lui l'ordine della congiura; gli è ben
vero che Ludovico non si rimase da vituperare il Salvi per traditore
doppio, ma per allora il negozio rimase sopito: però ben la segna chi
la nota, e quinci a pochi mesi, essendo tornato di Francia Girolamo
Luti soldato di conto negli eserciti del re, i nemici del Salvi furono
agli orecchi degli agenti imperiali aizzandone il sospetto e l'acre
zelo del servitore pagato: ma per quanto imprigionassero il Luti e
con tormenti lo dirompessero, pure da lui innocentissimo non poterono
cavare riscontro al sospetto. Messere Giulio e il duca, per ischermire
il colpo, recaronsi in poste a Milano, dove era pur dianzi giunto
lo imperatore, ma questi li rimandò per la udienza a Lucca; colà gli
udì e con esso loro gli emuli, e concluse commettendo al Granvela il
negozio della riforma del reggimento di Siena: questi, non si sentendo
abbastanza informato per pigliare una risoluzione, licenziò tutti
dichiarando sarebbesi egli medesimo recato a Siena per assettare le
faccende; tuttavia come segno di vicino fortunale fu ordinato al duca
di Amalfi che, lasciato in asso il capitanato delle armi di Siena, si
riducesse nei suoi stati. Intanto giunse in Siena il senatore Sfondrato
per pigliar lingua degli umori e per indagare i fini ed i costumi
degli uomini: grandi anzi maravigliosi i conati delle emule fazioni per
tirarlo a sè, e segnatamente dei noveschi, a cui venne fatto indurre il
papa a pigliare in mano la difesa loro; ma egli, abbottonato fino al
mento, non lasciava trapelare nulla delle sue intenzioni: per ultimo
venne il Granvela, le accoglienze pari o forse maggiori di quelle che
a cesare, imperciocchè segno di speranze e di timori immediati egli
fosse: aperto disse sè essere mandato a moderare la città, ormai pel
governo pessimo, per la fellonia di taluni tristi e per non represse
iniquità venuta in uggia così ai prossimi come ai remoti; dal mattino
poteva conoscersi il giorno, tuttavia il capitano del popolo a fargli
di cappuccio e ringraziarlo di tanta degnazione; _lui_ facesse,
disfacesse _lui_; fin d'ora grata ogni cosa ed accetta purchè tornasse
nella massima esaltazione di S. M.; — breve, con più le altre formule
di cui trovi copia nel grande dizionario della umana viltà. — Allora
il Granvela squaderna il modello di riforma accompagnandolo di ragioni
santissime come sempre si suole in simili occasioni: il magistrato
avere ad essere copioso come quello che, pigliandovi parte molti,
si contenta maggior numero di cittadini, e poi allontana il pericolo
della tirannide; dunque la balía si componga di 40 cittadini, 10 per
monte, n'elegga il consiglio 32, egli ne nominerà 8; duri due anni
in carica; v'intervenga il capitano del popolo; quanto al criminale
si riformi così; gli sia preposto un capitano di giustizia, il quale
per quattro anni presenterà lo imperatore: in capo ad ogni anno
l'amministrazione di lui si sottoponga a sindacato. Queste con altre
cose di minor conto ordinò la riforma, che davvero non aveva bisogno
di essere ponzata tanto; un fine, e, per quanto si dice, presagito
dal Palmieri dell'ordine popolare, lo ebbe, e fu di abbattere la
soperchianza del Salvi, ma pose capo anco ad un altro che da lui non
era presagito nè voluto, perchè i noveschi ne ripigliarono gagliardia,
e i popolani ne rimasero avviliti. Ciò fatto, il Granvela disegna
fabbricare un castello come calcio in gola ai Sanesi; si rinforza
con milizie spagnuole chiamate da Firenze; per ultimo crea la balía;
quanto a sè per gli otto di sua elezione nomina altrettanti cittadini
apertamente avversi ai Salvi e al duca di Amalfi. Opere prime della
balía furono chiedere al consiglio che in lei la suprema autorità si
trasferisse e che le provvisioni di danaro stanziate pei pretesi meriti
ai cittadini si cassassero: la prima proposta come eccessiva rigettasi,
la seconda no; onde i Salvi e gli altri con ripetío e querimonia
infinita rimasero di un tratto privati di quelle che fruivano, e non
erano poche. Difficile è dire dove sarebbe giunto il Granvela, se in
questa perpetua altalena delle umane cose non fosse avvenuto un caso
il quale temperò e di molto il vino fumoso di lui; e fu lo immenso
disastro dello imperatore davanti Algeri. Allora, ripiegando le vele,
egli appiccò all'arpione la voglia del castello, renunziò a inquisire
pei reati commessi, insistè a volere confinati quattro dei Salvi, ma,
per non parere, confinò di riscontro quattro noveschi. La balía entrò
in carica e da prima operò bene; granata nuova spazza bene tre giorni;
vietò le armi a tutti e le conventicole notturne e l'andare per la
città la notte senza fanale; poi temperò lo smodato lusso delle donne,
perpetua e vana cura degli uomini, onde per disperazione all'ultimo
e per non dichiararsi vinti hanno bandito che il lusso è manna nel
consorzio civile, e ognuno faccia quello che meglio gli aggrada; e
proibì le maschere con abiti da frati e da monache, che, argomento di
sceda tre secoli fa, oggi presumevasi da intelletti guasti ritornare in
venerazione degl'Italiani.
Intanto maturavano i frutti della nuova riforma, e si chiariva a prova
come, per abbattere i Salvi, i popolani ed i riformatori si erano
tirati sul collo i noveschi, i quali seguendo l'antico costume usavano
ed abusavano del fresco favore della fortuna; per lo che tornarono
ad agitarsi peggio di prima, sopra tutti l'arcivescovo Bandini, il
quale, a quanto pare, non era farina da farne ostie. Lo imperatore
teneva suo rappresentante in Siena lo Sfondrato, che ormai procedendo
a carte scoperte favoriva la fazione novesca, nè in ciò era mal visto,
sicchè quando di lui si lamentavano per questo i popoleschi in corte
egli era come dicessero al muro, Messer Giulio Salvi senza virtù e
senza credito cascò come frutto fradicio; chiamato in Fiandra e messo
in prigione dallo imperatore, così poco i Sanesi attendevano a lui
che la sua prigionia conobbero unicamente dalla libertà concedutagli
quando Austria e Francia accordaronsi nel 1544. Poco dopo susurrarono
che lo Sfondrato lavorava in pro del papa per grandi promesse che ne
aveva ricevuto (e parve vero, dacchè indi a breve, ridottosi a Roma,
fu promosso cardinale): allora in fretta e in furia lo imperatore
diede il puleggio allo Sfondrato, sostituendogli don Giovanni di Luna
castellano a Firenze della fortezza di San Giovambattista. Errore
vecchio che dura sempre, senza sembianza di cessare per ora, egli è
che per mutare governatore si muti governo: però don Giovanni patrizio,
inzuppato di frenesie baronali, che in quei tempi reputavano vangeli,
e poi per conoscenza dello umore del padrone, appartatosi dai popolani,
si accostò co' noveschi; in questo pari affatto allo Sfondrato, da lui
diverso in questo altro, che con don Giovanni Roma si trovò chiusa la
porta in faccia; allora non potendo ella armeggiare per via obliqua,
venne fuori dirittamente il cardinale Farnese ad arruffare con certe
sue liti sopra le castella di Maremma; gli fu risposto che queste liti
erano state composte e come all'abbazia di Santo Anastasio, di cui
era abbate il Farnese, fosse stato per compenso conceduto il contado
di Montresoli; ma la prova della ingiustizia delle sue ingordigie
fu sempre l'argomento che valse meno in corte di Roma; lo imperatore
informato invitò il papa a non molestare i Sanesi, almeno per ora, ed
il papa appese la spada alla rastrelliera per tornare ad usarla a tempo
ed a luogo.
Accaddero intanto guerre alle quali i Sanesi talvolta presero parte e
tal altra no; all'ultimo ebbero sosta per istracchezza dei contendenti
più che per altro e con lo esito ordinario di tutte le guerre;
sperpero di anime, sperpero di sostanza pubblica, miseria presente e
disperazione futura; chi non perse, i principi adesso parchi perchè,
rifatti da capo danari e soldati, potessero continuare il trastullo
sanguinoso delle battaglie, gioco anch'egli per loro, dove invece
di carte adoperano uomini. In questa stracchezza universale che per
difetto di meglio chiamavano pace, don Giovanni venne in pensiero di
farsi signore di Siena, e, sinceri o no, lo spalleggiarono i nove
a patto di opprimere con lui gli altri monti; di qui la cresciuta
insolenza dei nove massime giovani, cui pareva grandigia conculcare
i popolani tantochè uno di loro certo Ottaviano Tondi freddò di una
coltellata un plebeo vocato il Bianchino; il popolo di subito saltò in
piazza urlando: _Ammazza! ammazza!_ e rincorse l'omicida, il quale con
la lingua fuori ripara nella chiesa di S. Agostino e poi si nasconde in
certe caverne dove non fu possibile trovarlo. I noveschi, atterriti dal
nuovo pericolo, si strinsero insieme in forte ed ordinata schiera: onde
i popoleschi, considerando che per allora ci era caso da andarne per
le rotte, si ritirarono a casa pur mordendosi il dito. Ma i nugoloni
abbuiavano il cielo, ed era facile giudicare la procella vicina; onde
i noveschi si affaticavano a tutto uomo ad afforzarsi, e sottomano don
Giovanni gli aiutava con ogni sua possa; poi, per parere imparziale,
avvisava i popoleschi a non lasciarsi cogliere alla sprovista, ed in
pubblico increpava ambedue; girandole da furbi gaglioffi per le quali
i pretesi uomini di stato arieggiano Bertoldo quando si nascondeva
dietro un vaglio; i popolari lo irridevano e si apparecchiavano di
cuore ad ingaggiare la suprema battaglia; la plebe stava co' popoleschi
inferocita dallo avere un bel mattino trovati appesi agli usci delle
botteghe loro mazzi di capestri, e le fu detto in minaccia della sorte
serbatole dove mai prevalessero i noveschi: certo è bene che parecchi
affermavamo, e non senza verosimiglianza grandissima, cotesto tiro
movere dai popoleschi; ma, considerando che il procedere in cotesta
maniera si adattava meglio ai costumi ed agli interessi dei noveschi,
così i noveschi senz'altro incolparono; avvertenza questa della
fallacia dello argomento di sospettare colpevole del reato quello a cui
giova; in siffatta disposizione di animi basta una favilla a suscitare
lo incendio, e la favilla non manca mai; adesso furono le nozze, che
belle e magnifiche ammaniva don Giovanni per certa sua figliuola la
quale andava sposa ad un barone napoletano: ci si dovevano fare giostre
e torneamenti, epperò ordinarono una spianata davanti la casa di don
Giovanni; la quale opera considerando i popoleschi, presero a mulinare
si stesse costruendo un bastione per impedire loro la entrata nella
contrada del Pantaneto, sospetto cresciuto da vedere come i noveschi
si fossero fatti forti nella casa di un Mancino dei Tommasi, quasi
serrame a impedire che il popolo trascorresse per la Costarella e
luogo acconcio così per soccorrere gli amici, che dal Terzo della
città intendessero passare per Camollia, come per essere sovvenuti
da loro: per altra parte i noveschi, avendosi a nominare in cotesti
giorni il capitano del popolo, tenevano per sicuro uscirebbe uno della
propria fazione, mentre all'opposto rimase eletto Giovambattista Umidi
popolesco: di ciò n'ebbero maraviglia e spavento; quindi da ambe le
parti non pure voglia ma necessità di venire a mezzo ferro. Intanto si
celebrano le nozze della figlia di don Giovanni, canti, suoni, balli
e banchetti splendidissimi; tutto questo pei signori, pel popolo si
ammanirono dopo il pranzo abbattimenti condotti dagli Spagnuoli, cose
stupende, non mai viste per lo addietro nè da vedersi più innanzi; ne
andarono le grida attorno con accompagnatura di tamburi e di pifferi,
e il popolo in onta alla smisurata sua curiosità non si mosse, fermo
alla posta egli stette con la mano sopra la spada: allora ne tentarono
un'altra, e fu di bandire che pel sette di febbraio si sarebbe data
sulla piazza una solenne caccia di tori; e sfoggiati allestimenti si
fanno i palchi mirabili per arazzi e damaschi, le livree dei giocatori
di vari colori, i tori scelti fra i più feroci delle Maremme, le
musiche continue, bisognava avere i piedi di piombo per tenerli
in casa; e il popolo i piè di piombo ebbe; agevole poi spiegare la
insolita immobilità sua solo che tu sappia come atroce disegno dei
noveschi fosse cascare addosso del popolo inteso allo spettacolo e
menarne strage, e della trama questo avesse pigliato odore.
Don Giovanni, vista la mala parata, il dì veniente mandò pei caporali
delle parti contrarie tentando raumiliarli con parole oneste affinchè
alla travagliata patria dessero pace, e provò contrasto dove lo credeva
meno, vo' dire dal lato dei noveschi; ai quali parendo stare bene in
istaffa, non consentivano cedere, onde il giorno otto di febbraio,
saltati nella strada in armi, essi presero a gridare: «_Imperio,
imperio, nove, nove_.» Di subito un correr di gente a precipizio; le
botteghe serransi in furia, ognuno va per armi; primo dei popoleschi
a mostrare il viso un Giuli, ma gli Spagnuoli sparandogli addosso il
ferirono; il Turamini investe Annibale Umidi e lo lascia in terra
per morto: i popoleschi pronti accorrono alla riscossa e condotti
dal Luti e da Landucci vietano ai noveschi irrompere dal Pantaneto.
Giambattista Umidi capitano del popolo, come quello che, allevato in
mezzo ai trambusti, quando accadevano, invece d'impaurirsene faceva
pasqua, ordina sonarsi a stormo la campana grossa del palazzo, appello
al popolo della patria in pericolo; di subito tu vedi versarsi un
formicolaio di gente armata per le strade, la quale ottimamente
condotta da prodi cittadini con irresistibile impeto si avventa contro
certa bastita fabbricata dai noveschi in Camollia: in meno che non dici
_amen_ la bastita è sfondata, i difensori dispersi, ma non giova loro
la fuga, chè raggiunti sono messi al taglio della spada; taluno si
rimpiattò, e non gli valse, rinvenuti per le stalle, quivi trovarono
la morte. In altra parte sei giovani noveschi più animosi che savi,
non potendo starsene addopati ai muri di casa Bonsignori, scendono su
la via e si cacciano dentro ai popoleschi, i quali sopraffatti dal
furiosissimo assalto cedono terreno, e gli altri incalzano, sicchè
pareva ormai che avessero la vittoria in pugno, quando di un tratto
una grossa banda di Fontebrandesi li percuote di fianco; per la qual
cosa mandati sossopra e respinti verso la casa, ebbero per ventura
trovarne la porta aperta per ripararvisi dentro: colà attendevano a
difendersi alla disperata, pure aspettando che i compagni del Terzo
della città corressero a soccorrerli; ma i compagni, visto il caso
buio, cagliarono. In questa il capitano del popolo Giambattista
Umidi chiama attorno di sè gli Spagnuoli; ma questi essendo stati
i primi a menare le mani contro i popoleschi, pensarono che andare
adesso a mettersi in mezzo a loro e' fosse come tornare a pigione
in bocca al lupo, però ricusarono netto: ora don Giovanni comanda
loro escano fuori per accompagnarlo a sedare il tumulto; ma pieni
di ardimento contro il popolo inerme e poco, ora che infuria come
mare in burrasca, essi ricusano anco più netto. Don Giovanni, non
volendo mancare al debito suo, non avendo sotto mano di meglio, si
circonda di taluni suoi parziali tra i popoleschi e i riformatori, e
con esso loro si accosta alla combattuta casa pregando posassero le
armi, non si facessero con le proprie mani giustizia, rispettassero
l'autorità, le leggi osservassero; a lui stava multare della meritata
pena i colpevoli, di cui il misfatto egli affermava, per testimonianza
propria, espresso. Urla e minacce accolsero la intempestiva orazione
mentre l'accompagnatura gli spulezzò dattorno: ei non si sbigottiva
per questo, anzi sceso da cavallo e solo si recò fino a piè della
porta della casa Bonsignori e quivi a mani giunte supplicò grazia pei
rinchiusi: qualche popolesco, sendochè gli atti generosi abbiano virtù
di commovere sempre fortemente il cuore del popolo, gli disse parole
cortesi, ma la più parte degli altri infelloniti, con occhi strabuzzati
e accese labbia, gridarongli: «Si levasse loro davanti, chè se no,
ce ne sarebbe anco per lui: quanto quivi accadeva era per colpa sua;
andasse via.» Don Giovanni non se lo lasciò intimare due volte; levò
le ciglia in su a guardare la casa, poi, borbottando un: _consummatum
est_, si ridusse in palazzo, il quale con molte guardie diligentemente
assicurò. Avendo intanto il popolo raccolta copia di fascine, disegnava
con esse incendiare la porta della casa e così ad un tratto espugnarla,
se non che quei di dentro, o per furore di morte vendicata, o per
isperanza di vita conservata, dalle finestre fioccavano archibugiate
da mettere in cervello anco i più animosi; il capitano Enea Sacchini,
vedendo che alla scoperta non riusciva l'assalto a bene, entrò co'
compagni nelle case dirimpetto, e quinci riparati dalle finestre
fecero un fuoco d'inferno; per la quale cosa gli assaliti sopraffatti
cessarono il trarre, sicchè, levate le offese, potè il popolo
accostarsi alla porta, arderla ed irrompere in casa. La rabbia del
popolo non ha paragone che con quella degli elementi; prece o minaccia
ugualmente inutili per lui; in quanti il popolo occorse, tanti scannò;
qualcheduno si arrampicò su i tetti, ma quivi raggiunti presero con
presentissimo pericolo a correre pei tegoli; e i popolani dietro con
non minore pericolo ad agguantarli e, presili, a rischio di rotolare
giù insieme avviticchiati, scaraventarli di sotto: le strade andarono
lunga ora funestate per pozzanghere piene di sangue umano e per membra
ed ossa lacere; nè la età novella salvò dal fato estremo il giovanetto
Giulio Orlandini, il quale, per miracolo uscito fuori e passata
felicemente una prima schiera di popolani, s'imbattè in una seconda che
da parte a parte con le alabarde lo traferì; più avventuroso Giorgio
Trecerchi, il quale, tratto a sè l'uscio di una cantina, si nascose
nel vano a triangolo che l'uscio si lascia dietro quando tocca la
parete parallela, ed i feroci, mentre cercavano da per tutto, lì non
frugarono. Nè vi fu casa di noveschi che rimanesse illesa; causa di
questo rovistare per ogni angolo la brama di trarre l'arme di mano
ai nemici; ma poichè nei tempi andati la medesima causa fu pretesto a
taluni di rapina, i caporali bandirono chiunque grancisse pagherebbe
del capo; e non solo le case dei noveschi furono perquisite, bensì non
andarono immuni quelle dei popolani, imperciocchè il popolo, informato
come taluno pietoso gli avessero raccolti, volle rivilicarle, e lì pure
trovatili, si difendessero o no, inermi ovvero armati, li trucidò;
poi mosse contro il palazzo di don Giovanni brandendo le armi e le
faci, e fu mirabile cosa che cotesto Spagnuolo, il quale fin lì aveva
dato buon saggio di sè, sfinito di animo non valesse a far contrasto,
al contrario ordinasse si aprissero le porte al popolo: questi entrò
digrignante i denti e prima che si palesasse il nemico vibrava il
coltello; tuttavia, cerca e ricerca, rovista da cima in fondo ogni
ripostiglio, non rinvenne persona, conciossiachè, come il Malevolti
racconta, i malcapitati noveschi (e pare impossibile!) aggrappandosi
su pei pilastri si rannicchiassero sopra i cornicioni delle finestre i
quali a sufficienza sporgevano in fuori, e colà stettero parecchie ore
in agonia, chè, essendo ormai calata la notte, non furono veduti.
A perpetuare il tumulto ecco giungere nuova che le battaglie del duca
Cosimo si appressavano ai confini, già si sa, per tutela delle persone
e per la quiete dello stato (che a cotesti tempi la causa della civiltà
non era stata ancora inventata.) La balía, e i popolani dando nei
lumi sbuffavano e non provvedeano. Giovambattista Umidi capitano del
popolo allora mandò alle terre del dominio perchè tosto spedissero
i loro uomini armati alla città; nella notte da Valdichiana e da
Moltalcino ne vennero mille, e gli altri dietro come onde del mare;
entrarono, circondarono il palazzo di don Giovanni, gli voltarono
contro due cannoni e si ammanirono a farne un falò. Don Giovanni
atterrito domandava al capitano: «Ed ora che novità è questa?» E il
capitano a lui: «La novità è che questa gente di qui non si muove se
le battaglie del duca di Firenze che voi avete chiamato ai danni della
città non sieno tornate prima nei loro alloggiamenti.» Don Giovanni
s'ingegnò di fare l'albanese messere, protestando di non saperne nulla
e che scriverebbe ben egli di buon inchiostro al duca che badasse ai
fatti suoi e non si desse pensieri del Rosso. Il duca, avvisato che
non tirava buon vento, ritirò le battaglie e spedì persona apposta
per ragguagliare a modo suo lo imperatore dello accaduto; non meno
solerte di lui il capitano Umidi inviava in diligenza un suo fidato al
marchese Del Vasto affinchè la città dalle calunnie dei malevoglienti
difendesse. Dato a tutto questo recapito, popoleschi e riformatori si
assembrarono nello arcivescovado per vedere un po' quali provvisioni
si avessero a pigliare; il Palmieri, che passava per testa forte e
dottore era e sputava tondo, disse che per opinione sua bisognava
stare alla riforma del Granvela (che universalmente si credeva
consigliata da lui) e di più tenersi bene edificato don Giovanni, il
quale commosso della attenzione avrebbe speso di buone parole presso
lo imperatore per giustificare il popolo. Messer Antonio dei Vecchi,
guardatolo un cotal po' alla trista e tentennando il capo, rispose:
«che rifar carte dopo aver vinta la partita la era cosa che costumavano
i giocatori nelle taverne, non già gli uomini di stato nei pubblici
negozi. Perpetui nemici i noveschi, perdonati più volte sempre più
infesti di prima, adesso di nuovo vinti ed a stento si sradicassero
così che non potessero più mettere il tallo nuovo sul vecchio: rispetto
a don Giovanni sappia messer Palmieri che gli oppressori di prima o
di seconda mano non perdonano mai chi abbia loro incusso paura, e
se nol sa o non lo voglia sapere, dia a rimpedulare il cervello.»
Parole veramente di oro in oro e accette all'universale. Però fu
approvato i noveschi, come soperchiatori incorreggibili e di ogni legge
intolleranti, si levassaro dal governo dello stato e, pena la vita,
cessassero di portare arme così in città come in contado. Don Giovanni,
rotti gl'indugi, prese il largo recandosi a Firenze e quindi a corte,
dove citò a comparire parecchi dei maggiorenti cittadini, i quali non
gli dettero retta. Dopo la sua partenza cassarono la guardia spagnuola,
paltonieri che mangiavano il pane dei cittadini a tradimento, quando
non lo intridevano nel sangue loro; a questo modo il reggimento
rimase spartito in tre ordini di cittadini: popolani, gentiluomini e
riformatori. — Qui le cronache e gli istorici ricordano un fatto il
quale molto conferisce a chiarire la nostra storia, vo' dire che i
Lucchesi inviarono a Siena due oratori, Bernardino Medici e Nicolaio
Liena, i quali in pubblico assai si dolsero dei trambusti che avevano
conturbato la città, in segreto poi esortavano i reggitori di mettersi
tutti d'accordo insieme per mirare se ci era verso di sottrarsi
all'abborrito dominio spagnuolo.
Oltre la naturale garosità, due cose rendevano così arditi i Sanesi:
la prima e principale le fortune difficili in cui Carlo si trovava
rinvolto nella Germania, la seconda la commissione dal medesimo Carlo
affidata al marchese del Vasto di assettare le cose di Siena. Il
marchese poi si giudicava dai Sanesi svisceratissimo loro, ed infatti
era, ma di amor di tarlo, che rode i crocifissi; sicchè correva comune
opinione che se il marchese veniva in Siena, di lì a poco se ne sarebbe
fatto signore, cosa a molti molesta, ed a Cosimo dei Medici fuori di
misura ostica, come quello che si vedeva furare le mosse: onde, che
è e che non è, il marchese, mentre a Vigevano stava in procinto di
partire, in mezzo a fieri dolori di ventre periva: in cotesti tempi
corse voce che Cosimo gli avesse fatto propinare certa sua acquetta la
quale per mandare al Creatore era un desío; ma io, se togli che Cosimo
di questi tiri era piuttosto innamorato che vago, e forte e grande
lo premeva lo interesse perchè il marchese sgombrasse dal mondo, e la
solenne sufficienza sua in fabbricare veleni, non ho altro riscontro
per confermare cotesta voce.
Dopo la morte del marchese, con vece alterna incominciò a dechinare la
fortuna dei popoleschi; lo imperatore in Germania prendeva alquanto di
respiro, sicchè gli fu dato di volgere un poco il pensiero all'Italia,
e questo fece per riagguantare quanto si era lasciato ire di mano, e
per ciò che spettava a Siena ne rimise subito la pratica al Granvela;
allora i noveschi si limano a mettere su questo ministro, che non
ne aveva bisogno, perchè di propria indole odiava il popolo, e gli
sapeva male che avesse, composta appena, lacerata la sua riforma; di
più quella licenza della guardia spagnuola molto diceva nel presente
e più lasciava intendere nel futuro; don Giovanni dal canto suo non
rifiniva da far fuoco nell'orcio, però meno per danneggiare altrui
che per magnificare sè stesso, esoso al popolo pel danno che gli aveva
arrecato, contennendo ai noveschi pel verun bene che poteva fare e loro
non fece, servitore sempre ma coll'occhio aguzzo al proprio vantaggio,
modello eterno dello impiegato di tutti i tempi e di tutti i luoghi il
De Luna.
Non ci fu più verso di venire a capo di nulla con lo imperatore;
indarno, oratori sopra oratori rifrustando su e giù le strade, egli
impose che i citati da don Giovanni a comparire davanti alla sua
corte, rimasti contumaci, andassero in confino. Questi furono tredici
in tutto, distribuiti per diversi luoghi: a Lucca mandarono tre dei
principali, messere Marcello Landucci, Giovambattista Umidi e messere
Antonio Del Vecchio, gli altri a Milano; ed essi obbedirono, eccetto
uno Francesco Savini, il quale non si potendo dar pace di avere a
lasciare patria, casa, la diletta consorte, il figlio unico e le
sostanze, preso d'angoscia, dopo pochi giorni se ne morì. Quanto
agramente dallo universale si sopportassero le novelle asprezze
imperiali si argomentò da questo, che, tenendo il defunto le cariche
di capitano del popolo, di priore dei magnifici signori e di capo
dei Dieci, dopo averlo con amplissimo funerale associato al sepolcro
e predicato dal pulpito, riunito il consiglio, tutte le cariche
esercitate da lui conferirono al suo figliuolo Enea, comechè appena
l'anno vigesimoquinto annoverasse.
Dopo ciò messer Francesco Grasso, una maniera di sbirro togato di
cui non fu mai inopia nel mondo, venne da Milano a Siena per dire
ai Sanesi che rimettessero i noveschi a parte del reggimento al
tutto come nel modello di riforma del Granvela, e si stanziassero i
danari per quattrocento fanti spagnuoli che lo imperatore intendeva
ci avessero a stare di presidio. I Dieci risposero cotesta essere
materia da deliberarsi in consiglio, e frattanto preso tempo inviarono
oratori per chiarire che la città non poteva sopportare l'aggravio
della spesa di quattrocento uomini; lo imperatore scrisse che se non
poteva pagarne quattrocento, ne pagasse cinquecento e si ammanisse a
riceverli se pur non volevano che campassero di busca: inverecondi!
però che, avendo gittati via centocinquanta mila fiorini di oro per
le feste dell'Assunta, i quali molto meglio sariensi spesi pel soldo
delle milizie e a murare un castello, adesso gli venissero innanzi a
far marina; e poichè gli oratori umilmente gli dichiaravano in _primis_
che, avendo speso danari in onore di Maria santissima, non pareva loro
averli gittati via, nè così doveva parere a lui, ch'era quella cima di
cattolico che tutto il mondo sapeva; e poi tra pagare soldati stranieri
e operai paesani ci correva un tratto, conciossiachè i soldati
stranieri intaschino la moneta e la portino fuori, mentre gli operai
nostrani la mantengono in casa con augumento delle industrie loro, le
quali poi formano parte della ricchezza pubblica; onde lo imperatore,
sentendosi stretto, per conchiusione ordinava gli si togliessero
dinanzi e cinquecento invece di quattrocento Spagnuoli accettassero
e pagassero. Allora i Sanesi, mirando che il capitano del popolo
non era stato eletto, si avvisarono di esercitare il proprio diritto
nominando il duca di Amalfi, sempre ben veduto da loro; e lo imperatore
lo cassò di rincorsa, notificando che a questo ufficio da ora innanzi
voleva provvedere egli: per ventura fu lasciato confermare l'Orsucci
lucchese nella carica di capitano di giustizia. Per tutti questi umori
dal Burlamacchi ottimamente conosciuti, massime se pensi alla antica
amicizia tra Siena e Lucca, ai medesimi pericoli ai quali esse andavano
incontro, ai vicendevoli servizi, allo scambio dei magistrati continuo
fra loro, ai fuorusciti Sanesi confinati a Lucca, alla fortezza che
come un freno in bocca ai Sanesi minacciavano Cosimo duca di Firenze
e don Ferrante Gonzaga, comprenderai di leggeri come Francesco
nostro dovesse fare assegnamento su loro per sussidio dell'altissima
impresa ch'egli si era recato addosso. Ora di Lucca, e non fie grave
a chiunque, levandosi dallo spettacolo delle miserie presenti, voglia
riconfortarsi nella contemplazione degli ardimenti antichi: prima con
poco o si vinceva o perdendo acquistavasi desiderabile gloria, ora con
grandi apparecchi o si perde o si acquista infamia immortale.