Il Machiavelli inviato al campo presso Roma. — Suo ritorno a
Firenze. — Nuove calamità e nuovi dolori. — Malattia e morte. —
Testamento. — Preteso sogno del Machiavelli.
Che cosa era intanto avvenuto del Machiavelli, il _Provisor murorum_,
che con grande ardore, sebbene con iscarso profitto, s'era adoperato
a fortificar le mura della sua nativa città, e che, per salvarla
dall'assalto e dal saccheggio dei soldati imperiali, aveva corso più
volte l'Italia? Nei primi di maggio egli era stato, in compagnia di
Francesco Bandini, rimandato presso il Guicciardini, che si trovava
allora nello Stato della Chiesa, e sempre più s'avvicinava a Roma,
sperando invano di far qualche cosa per salvare almeno la persona
del Papa. Dovevano i messi fiorentini informarsi dello stato delle
cose, e chiedere, in nome del Passerini e del Governo, se qualche
cosa si poteva fare per venire in aiuto di Sua Santità. In sostanza
però non c'era allora a Firenze nè voglia nè modo di far nulla. Il
Guicciardini li mandò subito a Civitavecchia, dove trova vasi Andrea
Doria ammiraglio delle navi pontificie, affinchè gli esponessero quali
erano i disegni possibili per liberare il Papa, e gli chiedessero se
poteva dare aiuto ad attuarli. Dovevano in ogni caso sollecitarlo a
mandare le vettovaglie già promesse all'esercito, che, per la mancanza
di esse, minacciava sbandarsi d'ora in ora. Il 22 maggio il Machiavelli
ed il Bandini scrissero, che il Doria non voleva adoperar le sue navi
nè a prender vettovaglie nè ad altro, dovendo tenerle a disposizione
del Papa, cui potevano occorrere da un momento all'altro, quando gli
riuscisse evadere dal castello. Offriva solo un brigantino o una galea,
di cui potevano valersi per tornarsene a Livorno. Lodava in genere il
disegno d'un improvviso assalto, meditato dal Guicciardini per liberare
il Papa; ma sembrava prestar poca o nessuna fede alla riuscita.[547]
E questa è l'ultima lettera che abbiamo di mano del Machiavelli. Con
la rivoluzione ed il mutamento di governo seguiti a Firenze, cessò di
fatto ogni suo ufficio, ed egli s'affrettò a tornarsene in patria, ove
dovette ben presto seguirlo anche il Guicciardini.
L'uno e l'altro di questi due grandi Italiani sentivano d'essere
ora ridotti in tristissime condizioni. Il Guicciardini, avversario
del governo popolare, legato indissolubilmente al destino del Papa
e dei Medici, dopo averli con grande intelligenza e fedeltà serviti,
trovava la Città in balìa de' suoi nemici; gli fu quindi necessario
andarsene ben presto in volontario esilio, tenendosi fortunato se
non gli confiscavano i beni. Ma questa sua infelice condizione aveva
almeno il vantaggio di essere chiara e decisa: non gli restava altro
che sperare ed aspettare il ritorno dei Medici, coi quali solamente
poteva risorgere la sua fortuna. Ben diversa, ben più triste era invece
la condizione in cui si trovava il Machiavelli. Repubblicano di buona
fede, egli era caduto in disgrazia con la rovina della libertà. Dopo
molte sventure e grandi strettezze, era stato finalmente adoperato
dai Medici in assai modesti ufficî, quando essi, d'accordo in ciò con
tutta la cittadinanza, erano animati dal comune desiderio di salvare
la patria dagli stranieri. A questo nobile fine egli, sentendosi come
ringiovanito, aveva speso tutta l'attività, tutta l'energia de' suoi
ultimi anni, sebbene fossero già presso ai sessanta, e la sua salute
fosse divenuta assai mal ferma. Di giorno, di notte, col freddo,
col caldo, fra le armi dei nemici, esposto a continui pericoli, non
aveva avuto mai posa. Ad un tratto, tornando ora a Firenze, doveva
involontariamente, ma fatalmente apparire come un nemico della
libertà che tanto aveva amata, e della indipendenza della Città cui
aveva dedicato tutte le sue forze. Egli in fatti tornava adesso come
un servitore dei tiranni già caduti e cacciati. Che cosa poteva mai
sperare? Non v'è dunque da maravigliarsi di ciò che più tardi raccontò
nelle sue lettere il Busini, che cioè il Machiavelli, tornando a
Firenze insieme con Piero Carnesecchi e con una sorella di costui, fu
sentito più volte dolorosamente sospirare.[548] Di certo non sospirava
per rammarico della ricuperata libertà che, come dice lo stesso Busini,
egli «amava straordinarissimamente,» ma pel dolore invece di doverne
essere tenuto nemico. Ora bisognava fortificare le mura, armare i
cittadini, e per mezzo dei liberi ordini animarli agli eroici sacrifizî
in difesa della patria. Questo il Machiavelli aveva sempre sperato,
sempre insegnato, sempre voluto; e da questo doveva ora restare
lontano, di questo doveva inevitabilmente apparire nemico!
In fatti, non appena fu arrivato a Firenze, trovò che, tutti
s'occupavano a riordinar la Repubblica, ad apparecchiar la difesa
della Città; ma nessuno pensava a lui, ognuno anzi lo guardava con
diffidenza, e quasi lo fuggiva. Gli amici dei Medici andavano la
più parte in esilio, o si nascondevano; quelli che avevano saputo
voltar faccia in tempo, per farsi credere ardenti fautori del nuovo
governo, più degli altri cercavano di evitarlo, perchè egli faceva
ricordare il loro passato, non essendo uomo nato a fare il tribuno,
mutando clamorosamente abito e modi. Nè i veri repubblicani potevano
certo guardar di buon occhio colui che aveva accettato di servir
fedelmente i Medici, sia pure a difesa della Città. Tutto ciò lo
afflisse profondamente; ma il dolore divenne anche più acuto, quando
ebbe una prova visibile e tangibile dello stato vero in cui egli si
trovava ora in Firenze, di fronte ai suoi concittadini. Il 10 giugno,
essendo stati aboliti gli Otto di Pratica, e ristabiliti invece i Dieci
della Guerra, il segretario Niccolò Michelozzi, rimasto sempre fido
strumento dei Medici, fu dimesso, e doveva essere sostituito da un
altro. Il Machiavelli aveva assai onorevolmente tenuto quell'ufficio al
tempo del Soderini, aveva recentemente provveduto alla fortificazione
delle mura; era quindi naturale il supporre che si pensasse anche
a lui. Ma con un'altra deliberazione dello stesso 10 giugno, venne
nominato a quel posto un tal Francesco Tarugi, senza che dell'antico
compagno di Marcello Adriani e del Soderini alcuno mostrasse pur di
ricordarsi.[549] Ciò dovette riconfermargli, che ormai tutto era per
lui finito, che nessuna speranza, nessuna illusione più era possibile.
Non poter servire la patria in pericolo, non poter difendere la
libertà, le quali tanto aveva amate, per le quali tanto aveva sofferto,
fu questo il dolore a cui non potè sopravvivere Niccolò Machiavelli.
Se un tal dolore fu la sola causa immediata della sua morte, è
impossibile dirlo. Certo è che dopo pochi giorni, il 20 giugno, egli,
che già da lungo tempo soffriva nella digestione, si sentì assai male.
Par che prendesse allora la sua solita medicina, la quale questa volta
non gli avrebbe giovato punto; venne anzi assalito da fierissimi dolori
colici, e ben presto si trovò in fin di vita. La moglie, i figli, gli
amici furono subito intorno al suo letto. Il giorno preciso della
morte non è conosciuto, ma dovette essere poco prima del 22 giugno
1527; giacchè, come fu osservato già dal Mordenti,[550] il _Libro dei
Morti_ in Archivio dice che in quel giorno il Machiavelli fu sepolto
in Santa Croce.[551] Una breve lettera, attribuita al figlio Piero e
molte volte ristampata,[552] lo dice morto il 22, ed aggiunge che «si
lasciò confessare le sue peccata da un frate Matteo, che gli ha tenuto
compagnia fino a morte.» La lettera non è però autografa, e sulla sua
autenticità il Tommasini (II, 902 e seg.) ha giustamente sollevato
gravi dubbi.[553] Sembra tuttavia vero che, morendo, il Machiavelli
volesse assistenza religiosa. E non deve recar nessuna maraviglia
se, dopo aver detto tanto male dei papi, dei preti e dei frati, si
lasciasse confessare. Era quello che facevano allora tutti in Italia.
Egli del resto aveva parlato molto della corruzione del clero, dei mali
che la Chiesa aveva recati all'Italia; non aveva però mai impugnato i
dommi della religione, non gli aveva anzi neppure discussi.
Nel 1522 il Machiavelli aveva fatto il suo secondo testamento,[554]
e con esso lasciava eredi i quattro figli maschi, Bernardo, Lodovico,
Guido e Piero; alla figlia Bartolommea o Baccia, che sposò poi Giovanni
padre di Giuliano dei Ricci, lasciava gli alimenti, ai quali ella aveva
diritto per legge. Non sappiamo se riuscisse a costituirle, sul Monte
delle Fanciulle, una piccola dote, come nel testamento stesso diceva
di voler fare. Verso la moglie Marietta adoperava parole di stima e di
affetto sinceri, inalterati, nominandola amministratrice e tutrice dei
figli minorenni.
Non ostante però la morte cristiana e l'affezione da lui dimostrata
sino all'ultimo alla moglie, ai figli, non mancarono, com'era da
aspettarsi, aneddoti più o meno malevoli, inventati allora e dopo
dai detrattori, i quali neppure nell'agonia vollero lasciarlo in
pace. Il Giovio, ne' suoi _Elogia_, affermò che il Machiavelli era
morto celiando, per abuso d'una medicina con la quale si credeva
al sicuro dalle malattie. Il Busini, che gli fu anch'egli sempre
avverso, scrivendo al Varchi nel 1549, diceva che morì in parte di
naturale malattia, in parte pel dolore di vedere, che all'ufficio
cui egli aspirava e credeva di avere diritto, veniva eletto Donato
Giannotti. Ma ciò, come abbiam visto, non è vero, perchè fu nominato
invece il Tarugi, il quale morì poco dopo, ed ebbe a successore il
Giannotti nell'ottobre dello stesso anno, quando cioè da più mesi
anche il Machiavelli aveva cessato di vivere. Il Busini aggiunse,
che questi appena s'ammalò prese le sue solite pillole, e sentendosi
molto aggravare, «raccontò quel tanto celebrato sogno a Filippo
(Strozzi), a Francesco del Nero ed a Iacopo Nardi e ad altri; e così
si morì malissimo contento, burlando.»[555] Non dice qual fosse questo
celebrato sogno, che più tardi venne da molti ripetuto, ma che non ci
è riuscito di trovar narrato da nessuno dei contemporanei. Il Ricci,
biasimando aspramente le parole con cui il Giovio sembra alludere
a celie ed a poco rispetto dal Machiavelli mostrato alla Divinità
nell'ora estrema, afferma che in tutto ciò non v'è ombra di vero,
essendo tutte invenzioni malevole e calunniose. La medicina presa
era blandissima. Il Machiavelli suo avo era morto cristianamente,
circondato dagli amici e dai parenti. La Marietta, i loro figli, tra i
quali la Baccia, madre dello stesso Ricci, non avevano mai fatto cenno
di queste false dicerie.[556] E in verità il Machiavelli era assai
innanzi cogli anni; s'era recentemente esposto a tutte le intemperie,
viaggiando di giorno e di notte, col caldo e col freddo; era tornato
a Firenze, dopo aver traversato la campagna di Roma, il cui clima
è sempre più o meno insidioso; l'animo suo era stato da un pezzo
lacerato da continui dolori morali, divenuti negli ultimi giorni ancora
più crudeli. Tutto questo è più che sufficiente a dar ragione della
sua morte, senza che vi sia bisogno di strane spiegazioni, e rende
impossibile credere che egli potesse avere alcuna voglia di celiare
accanto al confessore, in mezzo alla moglie ed ai proprî figli, che
abbandonava per sempre.
Pure il sogno, che gli amici ed i parenti vicini ignoravano, i
lontani e sopra tutti i posteri lo raccontarono. Secondo questi,
il Machiavelli vide, dormendo, una moltitudine di genti affamate e
misere. Chiese chi erano, e gli fu risposto: i beati del Paradiso.
Dopo che questi furono scomparsi, si presentò una moltitudine di
uomini gravi, i quali ragionavan di politica, ed in mezzo a loro vide
illustri filosofi greci e romani: erano i dannati alle pene eterne
dell'Inferno. Interrogato allora con chi avrebbe egli preferito
d'andare, rispose subito: — Piuttosto nell'Inferno a ragionare di
Stato coi grandi spiriti, che in Paradiso, fra quella marmaglia che
ho visto prima. — È difficile dire chi sia stato il primo a narrare,
ad inventare questo sogno. Il Bayle che ne parla lungamente nel suo
Dizionario, cita solo autori assai posteriori al Machiavelli, uno dei
quali è il gesuita Binet (1569-1639).[557] Le lettere del Busini però
dimostrano chiaro che già assai prima se n'era discorso. Ma più che
un sogno, esso apparisce una parodia abbastanza fedele dello spirito
pagano e mordace del Machiavelli. Nel principio del quarto Atto della
_Mandragola_, Callimaco, disperato del suo amore poco onesto, dice
a sè stesso: «Dall'altro canto il peggio che te ne va, è morire ed
andare in Inferno. E' son morti tanti degli altri, e sono in Inferno
tanti uomini da bene. Hatti tu a vergognare d'andarvi tu?» Queste
espressioni e molte altre simili, che si trovano nelle _Storie_, nei
_Discorsi_ ed altrove, specialmente quando l'autore mette a confronto
le religioni pagane col Cristianesimo, poterono dare origine alla
invenzione del sogno. Si può anche supporre che in tempi meno infelici,
egli medesimo lo avesse, celiando, narrato, non però mai nel momento
della morte. Francesco Otomano, che è il più antico autore citato dal
Bayle, scriveva nel 1580, dicendo solamente di aver letto nell'opera
d'un altro avversario del Machiavelli, come questi, in certo luogo
delle sue opere, dichiarasse che dopo la morte avrebbe preferito andare
nell'Inferno piuttosto che nel Paradiso, dove avrebbe trovato solo
miseri monaci ed apostoli, quando invece nell'Inferno sarebbe stato
in compagnia di cardinali, papi, principi e re.[558] Questo conferma,
secondo noi, che il sogno fu immaginato cavandolo in parte dalle
opere stesse del Machiavelli e dallo spirito che domina in esse, per
condannare alcune sue opinioni, giudicate poco cristiane.
Come abbiamo già detto egli fu sepolto in Santa Croce, nella sua
cappella gentilizia, che coll'andar del tempo venne abbandonata ad una
compagnia religiosa, la quale v'innalzò un altare e vi seppellì alla
rinfusa i proprî fratelli, senza che alcuno ne movesse lamento.[559]
La famiglia si estinse ben presto; giacchè dei figli del Machiavelli
solo Bernardo ebbe discendenti maschi, uno dei quali, Niccolò, fu
canonico, e l'altro, Alessandro, morì nel 1597,[560] lasciando una
femmina di nove anni, per nome Ippolita, che andò nei Ricci. La
cappella gentilizia, come si può creder facilmente, cadde allora in
sempre maggiore abbandono, tanto che si perdette perfino la memoria
del luogo preciso dov'era. Il nome del Machiavelli, per le ragioni che
già abbiamo altrove lungamente esposte, finì coll'essere poco curato,
spesso anzi aborrito fra i suoi stessi concittadini. Nel secolo XVIII
la sua fama cominciò invece a risorgere, come si vide per le molte
edizioni delle _Opere_, che rapidamente si seguirono.[561] Nel 1760
furono a Lucca pubblicati alcuni suoi scritti inediti, e nel 1767 il
proposto Ferdinando Fossi pubblicò in Firenze un volume di legazioni
anch'esse inedite. Finalmente nel 1782 venne in luce la grande edizione
fiorentina di tutte le _Opere_, in sei volumi in quarto, la quale per
quei tempi era veramente degna del grande italiano.[562] Fu dedicata
a lord Cowper,[563] che insieme col granduca Pietro Leopoldo l'aveva
efficacemente promossa. Quel nobile Inglese ebbe quasi cittadinanza
in Firenze, dove favorì sempre con ardore i buoni studî, e fu grande
ammiratore del Machiavelli. Nel 1787 egli volle, insieme con lo stesso
Granduca, essere operoso e largo fautore anche dell'idea proposta da
Alberto Rimbotti, d'iniziare una pubblica sottoscrizione, per inalzare
in Santa Croce un monumento a Niccolò Machiavelli. Innocenzo Spinazzi,
scultore non privo di merito per quei tempi di decadenza dell'arte, lo
condusse a termine, ed il dottor Ferroni vi pose la semplice e bella
iscrizione:
TANTO NOMINI NULLUM PAR ELOGIUM
NICOLAUS MACHIAVELLI
OBIT ANNO A P. V.[564] MDXXVII