CONCLUSIONE

Il Machiavelli, come abbiam visto, è assai strettamente legato ai

suoi tempi. Il concetto che di lui ci formiamo, risulta perciò, in

parte non piccola, dal concetto che ci formiamo del secolo in cui

egli visse. Nacque in un tempo nel quale la corruzione politica

era generale in tutta Europa, ma in Italia più che altrove, perchè

maggiore era in essa il numero di coloro che pigliavano parte alla

vita pubblica. Questa corruzione faceva quindi più largamente sentire

la sua malefica azione in tutta quanta la società italiana. La nostra

maggiore cultura rendeva anche meno scusabili i vizî e le colpe d'una

politica non più dominata dalle passioni istintive e cieche del Medio

Evo, ma conseguenza di calcolo e di astuzia raffinata, crudele e senza

scrupoli. Le istituzioni del Medio Evo andavano fra di noi tutte a

rapida rovina, lasciando ogni individuo della civile comunanza come

abbandonato a sè stesso. In Francia, in Inghilterra, nella Spagna,

invece, il feudalismo formava ancora la base su cui s'innalzava il

potere sovrano delle grandi monarchie, che avevano quindi più ferme

tradizioni, e seguivano una politica la quale, se non era meno corrotta

nei mezzi che adoperava, riusciva di certo più determinata e costante,

sopra tutto più nazionale, nei fini che si proponeva. La corruzione

italiana apparve però ai posteri assai più profonda, più generale che

veramente non era, perchè diffusa sopra tutto negli ordini superiori

della società, fra gli uomini politici e i letterati, dei quali quasi

esclusivamente si occupano le storie. Negli ordini inferiori la virtù

e la morale avevano ancora salde e profonde radici, sebbene di essi

poco o punto si parli. Questo apparisce ben chiaro nella letteratura

popolare, nelle corrispondenze familiari, nella vita di non pochi

oscuri personaggi. In una gran parte d'Italia il popolo era in fatti

assai più culto e gentile che al di là delle Alpi, e minore era il

numero dei delitti. Dei nostri politici molti diffidavano, tutti anzi

stavano in guardia contro di loro; non troviamo però che si diffidasse

dei nostri mercanti o banchieri, ed in ogni parte d'Europa si

chiedevano medici, segretarî, educatori italiani.

A questa diversa morale, che v'era far due parti della società,

s'aggiungeva negli ordini superiori di essa, un conflitto nel concetto

stesso che gl'Italiani s'erano formato della vita. La morale cristiana,

teoricamente almeno, dominava sempre nelle private relazioni, era da

tutti riconosciuta indiscutibile; ma veniva poi abbandonata nella

vita pubblica, nella quale pareva che avesse perduto affatto ogni

valore così teorico come pratico. La buona fede, la lealtà, la bontà

cristiana avrebbero, si diceva, menato a certa rovina il principe,

il governo che avessero voluto prenderle davvero a regola costante

di condotta politica. Questo era ciò che istintivamente sentivano e

pensavano allora tutti, ma gl'Italiani ne avevano fatto una teoria, che

apertamente proclamavano. La contradizione che v'era nell'accettare

questa doppia norma, appariva di certo anche ad essi visibile; ma

nessuno pareva che si curasse molto di cercare un modo di sopprimerla,

ricostituendo l'armonia interiore. La coscienza si sentiva quindi

dolorosamente divisa e lacerata, come tirata in due opposte direzioni,

in fondo all'una delle quali si trovava il Paradiso, in fondo

all'altra l'Inferno. E si concludeva spesso col dire, che bisognava

pure decidersi ad «amare più la salute della patria che la salvezza

dell'anima»

Un tale stato di cose doveva avere le sue inevitabili e gravi

conseguenze nella vita e nella letteratura. Lo scetticismo di fatti

invase gli animi; s'indebolì il sentimento religioso; si cercò di

esaminare il mondo e la realtà quali allora erano o sembravano essere,

senza occuparsi d'altro. Crebbe sempre più l'ammirazione per gli

antichi Greci e Romani, i quali riconducevano appunto allo studio

della realtà e della natura, senza pensiero alcuno dell'oltre-tomba,

e non solo riconoscevano le necessità della politica, ma ponevano

accanto agli Dei coloro che ad esse obbedivano per salvare la patria,

non lasciandosi mai fermare dagli scrupoli della morale cristiana. La

pittura, la scultura si dettero anch'esse allo studio dell'antico,

della natura, della forma, della bellezza esteriore e sensibile;

cercaron di essere pagane in una società cristiana. Se non che in esse

la forma greco-romana venne lentamente, inconsapevolmente ravvivata da

uno spirito nuovo e ne nacque quell'arte del Rinascimento, che è una

creazione tutta italiana, quasi una prima conciliazione intellettuale

del Cristianesimo col Paganesimo, dello spirito colla natura, del

cielo colla terra. Ma nella condotta pratica della vita non era

facile il riuscire a trovare una simile conciliazione. Ed in vero una

parte non piccola della nostra letteratura, la novella e la commedia

soprattutto, che con grande fedeltà ritraggono i costumi ed i tempi,

ci rendono immagine del disordine interiore, che travagliava l'animo

e l'intelletto italiano. Lo spirito nazionale lottava duramente in

mezzo ad una trasformazione politica, sociale ed intellettuale. Sarebbe

stato necessario trovar la base d'una morale naturale e razionale, che,

rispettando le condizioni reali, pratiche della vita, non si trovasse

in contrasto con i precetti della religione rivelata; conquistare la

indipendenza della ragione o della coscienza, senza distruggere la

santità della fede. Ma quando l'Italia, dibattendosi ancora in questa

lotta, vedeva già incominciare a sorgere sull'orizzonte una nuova luce

intellettuale, che poteva far sperare un migliore avvenire di civiltà

e di moralità, l'Europa le piombò addosso e la soffocò, accusandola

poi d'aver lasciato compiere ad altri l'opera da essa gloriosamente

iniziata.

Senza aver ricevuto una grande cultura classica, il Machiavelli

cominciò subito ad ammirare anch'egli, sopra ogni altra cosa,

l'antichità pagana, massime i Romani. Colla loro storia e letteratura

si formò in fatti il suo spirito. La natura lo aveva dotato d'una

straordinaria chiarezza ed acutezza di mente; d'un gusto squisito

per la eleganza della forma; d'una fantasia vivacissima, che, senza

renderlo veramente poeta, pur lo dominava di continuo; d'uno spirito

mordace e satirico, che vedeva il lato comico delle vicende umane, e

dava maggior forza all'atticismo pungente di quei sarcasmi, che gli

procurarono tanti nemici e detrattori. La sua indole non era, come da

molti fu creduto, cattiva, nè di lui si potè mai citare una sola azione

malvagia. Ma i suoi costumi erano molto liberi, sebbene assai meno di

quanto apparirebbe dal linguaggio che, secondo l'uso di quei tempi,

egli usava nelle lettere e nelle commedie. Alla moglie, ai figli restò

sempre affezionato in tutta la vita, fino alla morte. Viveva però tutto

nell'intelletto, lì era la fonte vera della sua grandezza. Fra le doti

della sua mente, quella che sopra ogni altra predominava e per la quale

di gran lunga superava i contemporanei, era una singolare facoltà di

ritrovar le vere cagioni dei fatti storici e sociali. Non fu mai un

paziente indagatore di minuti particolari, e non ebbe neppure quel

genio speculativo che si leva a considerazioni metafisiche, astratte

sulla natura dell'uomo, dalle quali sembrava anzi rifuggire. Ma nessuno

poteva al pari di lui ricercare, scoprire le origini e le conseguenze

d'una rivoluzione politica o d'una trasformazione sociale; nessuno al

pari di lui vedeva le qualità che determinano la natura d'un popolo

o d'uno Stato: nessuno poteva come lui esporre quale era il carattere

vero, non tanto di questo o di quel sovrano o capitano in particolare,

quanto del sovrano, del capitano, dell'aristocrazia, del popolo in

generale. Su di ciò si fondava la sua scienza politica, in ciò si

manifestava la straordinaria originalità della sua mente.

E queste medesime qualità eran quelle che lo spingevano

irresistibilmente a vivere in mezzo agli affari, fra i quali trovava

materia continua alle proprie osservazioni e riflessioni. Ma negli

affari il Machiavelli non potè mai avere grande fortuna, perchè, non

ostante le molte e rare attitudini che aveva per essi, non possedeva

abbastanza quello spirito pratico, che fa conoscere subito il

carattere personale degli uomini, e trovare come per istinto il modo

di condurli e dominarli. In ciò era anzi superato da molti de' suoi

contemporanei, specialmente dal Guicciardini. Entrato nella cancelleria

della Repubblica, egli non fu in sul principio altro che un segretario

eccellente. La cura assidua da lui posta nei doveri d'ufficio, la

sua attività febbrile, la tendenza a meditare e proporre sempre

nuovi disegni, gli fecero guadagnare la fiducia del Soderini, che lo

adoperò subito in affari di maggior momento; ma egli restò sempre un

subordinato.

Il fatto che decise l'indirizzo de' suoi studî e della sua mente, che

gli aprì la via già dalla natura a lui predestinata nella scienza,

ed incominciò la sua vera educazione politica, fu la legazione al

Valentino. Si persuase allora che un avventuriero di pessimo carattere

morale, capace d'ogni più malvagia azione, poteva avere grandi qualità

come uomo di Stato e come capitano. Percorrendo una via sanguinosa

di tradimenti, il Duca riuscì in fatti ad estirpare i più tristi

tiranni della Romagna, e vi fondò un governo che ricondusse l'ordine,

la quiete, una pronta, sebbene spesso sanguinosa, amministrazione

della giustizia in mezzo a quelle fiere popolazioni, che si sentirono

subito sollevate, incominciarono a prosperare, e si affezionarono al

nuovo signore. Se questi fosse stato più buono o men tristo, se avesse

esitato, la sua pietà, pensò il Machiavelli, sarebbe stata crudele; e

l'immagine del Valentino gli apparve come la vivente personificazione

dell'enigma che travagliava il secolo, e cominciò a spiegargliene il

significato. Cominciò a veder chiaro, che la politica ha fini e mezzi

suoi proprî, i quali non son quelli della morale individuale; che le

virtù e la bontà privata possono qualche volta fermare a mezzo l'uomo

di Stato, rendendolo incerto, senza farlo riescire nè buono nè tristo,

che era il peggio di tutto, secondo il Machiavelli. Non bisogna mai

esitare, egli diceva, ma entrare risolutamente in quelle vie che la

natura delle cose dimostra necessarie. Esse saranno sempre scusate,

quando conducono al fine desiderato e necessario, alla formazione,

cioè, alla grandezza e forza dello Stato. Colui che in ciò riesce,

anche per vie malvagie, potrà certo, come privato cittadino, essere

biasimato; ma meriterà pure, come principe, gloria immortale. Se invece

manda a rovina lo Stato, sia pure per la bontà del suo animo che lo fa

esitare, sarà sempre come principe inetto, condannato. Tale è il vero

significato della massima del Machiavelli: il fine giustifica i mezzi.

Queste idee non lo abbandonarono più in tutta quanta la vita, e furono

la base su cui cominciò a costruire le sue dottrine politiche. Ma

tornato a Firenze, gli affari incalzanti non gli lasciavano tempo a

meditare o scrivere libri. Le sue varie legazioni gli dettero occasione

di esaminare l'ordinamento politico e militare della Francia e della

Germania che egli ritrasse mirabilmente ne' suoi dispacci, nelle sue

relazioni. Imparò così a conoscere gl'immensi vantaggi che vengono

alla forza d'una nazione, al benessere universale dalla formazione

d'un grande Stato, di un esercito forte. Questo esame che potè fare

degli ordinamenti militari in varî paesi, massime la Svizzera e la

Germania; l'esperienza avuta nelle guerre d'Italia, sopra tutto di

Pisa; lo studio indefesso che fece nella storia degli eserciti greci

e romani, gl'insegnarono a deplorare i soldati mercenarî, i capitani

di ventura, e sorse così innanzi alla sua mente l'ideale d'un popolo

armato e libero. Di qui ebbe origine il concetto della sua Ordinanza,

intorno alla quale fece tanti studî, e spese invano tante fatiche.

Ma queste idee, che s'andavano via via formando nella sua mente, vi

restavano come frammenti staccati, non si potevano coordinare in un

sistema scientifico, finchè egli era costretto a girar di continuo

pel territorio fiorentino o anche fuori, a scrivere nel suo ufficio

lettere infinite per affari, spesso di assai piccola importanza. Si

provò per distrazione a comporre alcuni versi, ad abbozzare qualche

commedia; ma erano lavori che restavano assai spesso interrotti,

per mancanza di tempo e di quiete. Pure le sue osservazioni sociali

e politiche sugli uomini e sugli affari, continuavano sempre, e

crescevano d'importanza, massime quando la Repubblica si trovò in

momenti difficili, tra pericoli che d'ora in ora ne minacciavano

l'esistenza. Egli la servì fino all'ultimo con fedeltà, con

disinteresse grandissimi, e fece di tutto per impedirne la caduta,

che fu inevitabile. Così dopo quattordici anni d'indefesso lavoro,

dopo aver compiuto molte legazioni, dopo aver maneggiato grandi somme

di danaro per l'ordinamento delle milizie e le spese della guerra, si

trovò finalmente senza ufficio, povero come prima.

La caduta della Repubblica fu di certo pel Machiavelli una grande

sventura, perchè lo cacciò dagli affari e lo ridusse nelle più gravi

strettezze economiche; ma fu da un altro lato una grande fortuna,

perchè gli fece scrivere quelle opere che lo resero immortale. Se egli

fosse rimasto sempre nella cancelleria, noi non avremmo di lui avuto

altro che le legazioni. Tornato invece alla vita privata, cominciò

a raccogliere le proprie idee, ad ordinarle, ed il suo orizzonte

intellettuale s'andò subito grandemente allargando. I Medici, divenuti

allora potentissimi in Roma ed in Firenze, gli rendevano impossibile

sperare il pronto risorgimento del governo popolare nella sua Città,

ed egli si rivolse quindi a meditare sulla costituzione di un forte

Stato italiano. Così potè concepire il suo sistema scientifico, il

quale ebbe un doppio carattere, teorico e pratico ad un tempo. Esso

pone in fatti le basi di una nuova scienza politica, della quale il

Machiavelli fa continua applicazione all'Italia del suo tempo, cercando

i modi pratici, per ordinarla in nazione, riconducendola a vera

grandezza. Questo doppio concetto fu da lui esposto nel _Principe_,

nei _Discorsi_, nell'_Arte della Guerra_; si trova più o meno, sotto

forma diversa, in tutte quante le sue opere. Duplice è anche la base

scientifica del sistema, perchè si fonda sulla esperienza e sulla

storia, la seconda venendo di continuo a riconfermare le conclusioni

della prima. Anche nelle Storie, che furono l'ultima delle opere

letterarie del Machiavelli, noi lo troviamo animato sempre dallo stesso

concetto politico, da cui lo vedemmo dominato del pari in mezzo agli

affari, che prima glielo ispirarono, e da cui fu accompagnato sino alla

morte. In esse a lui parve di vedere i grandi avvenimenti cagionati

sempre dalla volontà, dall'audacia e prudenza di qualche gran principe

o uomo di Stato. E si persuase sempre più, che la rovina d'Italia

fu conseguenza inevitabile delle sue divisioni, le quali aprirono di

nuovo la via alle invasioni straniere, provocate, secondo lui, sopra

tutto dall'ambizione dei Papi. L'Italia, egli concluse costantemente,

non sarà mai felice, grande, libera davvero, se non sarà unita, il che

può esser solo l'opera di un principe riformatore. E questo principe,

che gli era apparso la prima volta sotto le forme del Valentino, come

una volontà sicura e intelligente, che ordina e disordina, fa e disfà

i popoli a suo arbitrio, divenne più tardi nella sua mente un uomo

che operava quasi come una forza della natura, perdeva quindi il suo

carattere personale, e con esso ogni valore morale. Pel Machiavelli

l'uomo di Stato si fonde e confonde con quella che è l'opera sua

propria, dalla quale e dal fine che con essa consegue, deve essere

giudicato. È un individuo, la cui individualità si dilegua nella

moltitudine che rappresenta, nell'opera che è chiamato a compiere.

Così fu concepito e scritto il _Principe_. Esso ci espone la

difficile impresa del riordinamento politico di una nazione in genere,

dell'Italia in ispecie, personificandola in un uomo, nel quale la

coscienza individuale, morale è destinata, temporaneamente almeno, a

scomparire. È forza rimuovere ogni ostacolo al compimento della grande

impresa, senza lasciarsi fermare da nessuna considerazione di onesto

o disonesto. Questa che fu la via per la quale s'andò formando nella

mente del Machiavelli il concetto dell'organismo politico e nazionale

dello Stato, fu anche la via per la quale lo Stato stesso s'andò

storicamente formando nella realtà. Ciò dà un grandissimo valore al

concetto fondamentale del suo libro, e ci spiega il fascino singolare

che esso esercitò sulla mente dei pensatori e dei politici, non ostante

le critiche e le calunnie con cui fu continuamente assalito. Il metodo

dal Machiavelli seguìto lo costrinse ad esaminare con la medesima

impassibilità il principe buono ed il principe scellerato, dando

all'uno ed all'altro consigli adatti a raggiungere i loro intenti,

consigli che esso ricavò da uno studio continuo di tutto ciò che

nella storia antica e nella moderna aveva veduto avvenire. Il _caso

di coscienza_ che a noi si presenta inevitabile, sembra che non si

presenti mai a lui. Egli non domandò a sè stesso, se la immoralità dei

mezzi adoperati poteva, anche ottenendo temporaneamente il desiderato

fine, distruggere le basi stesse della società che si voleva fondare,

e rendere a lungo andare impossibile ogni buono, forte e sicuro

governo. Nè domandò se come v'è una morale privata, vi sia anche una

morale sociale e politica, che imponga del pari limiti da non doversi

in nessun caso oltrepassare, dando alla condotta dell'uomo di Stato

una norma che, pur essendo diversa, secondo i tempi e le condizioni

sociali, sia regolata anch'essa da principî sacrosanti. Questo è il

lato debole, fallace della sua dottrina; quello che ci allontana da

lui, ci fa qualche volta orrore, ed è stato la sorgente continua delle

accuse e delle calunnie. Ma quando il Machiavelli, dopo la sua analisi,

la sua crudele vivisezione, viene alla conclusione finale e pratica

dell'opera, allora solamente se ne vede chiaro lo scopo, e se ne

possono misurare i pregi e i difetti. Si trattava di costituire l'unità

della patria, liberandola dallo straniero; questo avrebbe dovuto essere

la mira costante, universale degl'Italiani. Ma nelle condizioni in cui

l'Italia e l'Europa si trovavano, non era sperabile conseguire un tal

fine, senza ricorrere ai mezzi poco morali di cui la politica di quei

tempi si valeva, e che soli sembravano allora possibili. Incalzato da

un tal pensiero, dominato dal suo soggetto, il Machiavelli non si fermò

a distinguere lo scopo scientifico, generale e permanente dell'opera,

dallo scopo pratico e immediato, dai mezzi transitori, che potevano

in quel momento sembrare o anche essere necessarî a conseguirlo.

Concludeva perciò, generalizzando, che la santità del fine giustifica i

mezzi. E ripeteva nuovamente, che l'uomo politico deve tutto osare, pur

di riuscire, anche con la violenza, col ferro e col sangue, a redimere

la patria, a costituire lo Stato. Spetterà poi al popolo dare alla

patria redenta la libertà, difenderla colle armi, consolidarla con la

virtù.

Questo secondo concetto è l'argomento dei _Discorsi_. Essi infatti

cominciano con quella che è l'idea fondamentale del _Principe_; ma si

fermano poi a dimostrare come il popolo debba impadronirsi del governo,

una volta fondato colla forza, per farlo prosperare con gli ordini

liberi. Inesauribile è qui la infinita varietà delle osservazioni

giuste, profonde, pratiche, con le quali viene iniziata e svolta la

nuova scienza dello Stato. In tutte le letterature difficilmente si

troverebbero pagine che, anche da lontano, possano paragonarsi a quelle

con cui i _Discorsi_ esaltano l'amore della libertà, la devozione alla

patria, il sacrifizio di ogni interesse privato al pubblico bene. In

esse e nella esortazione del _Principe_ il patriottismo del Machiavelli

si manifesta con un entusiasmo ed una eloquenza che sono insuperabili

davvero. Il carattere dello scrittore s'innalza allora dinanzi ai

nostri occhi, la sua figura sembra illuminarsi di luce improvvisa; ed

egli assume addirittura eroiche proporzioni, quando ci ricordiamo, che

questo patriottismo non solo ispirò la sua mente, ma guidò anche la

condotta della sua vita.

Il popolo, egli osservò inoltre, a voler essere libero veramente, deve

essere armato, e questo lo spinse a scrivere l'_Arte della Guerra_. Il

lungo studio fatto sul diverso ordinamento degli eserciti nazionali

e stranieri, antichi e moderni lo condusse al concetto della sua

Ordinanza, e gli fece dichiarare altamente, che la forza vera degli

eserciti sta nella virtù pubblica e privata, non meno che nella bontà

degli ordinamenti militari. L'educare gl'Italiani alle armi, ad esser

sempre pronti a dare la vita e tutto alla patria, sarà, egli conclude,

il solo efficace principio del risorgimento nazionale. Ed anche in

quest'opera esalta la virtù con un calore, con una convinzione, che

gl'ispira una eloquenza, che non era di parole solamente. Ed in verità,

come noi più volte abbiam visto, gli anni migliori del Machiavelli,

tutte le sue forze, la sua costante, irrefrenabile attività, vennero,

ogni volta che se ne presentò l'occasione, dedicati a porre in atto

le idee che furono poi esposte nell'_Arte della Guerra_. Quando noi

lo vediamo predicare la necessità di armare il popolo, di educarlo

a morire per la patria, e con indomita persistenza convincere di ciò

il Soderini e la repubblica di Firenze, come si può non ammirarlo? Ma

egli non si fermò a questo, che nella sventura e sotto le persecuzioni

dei Medici, ricominciò da capo la stessa propaganda fra i giovani

degli Orti Oricellari. Più tardi ancora, dimentico di sè, de' suoi

privati interessi, dell'età avanzata, della mal ferma salute, cercò

di convertire alla sua fede patriottica lo stesso Clemente VII.

Offrendosi pronto ad iniziare, vecchio com'era, l'opera generosa in

quei giorni funesti, nei quali gli eserciti di Carlo V s'avanzavano a

danno di Roma, di Firenze, dell'Italia tutta, finiva coll'infondere una

momentanea scintilla di entusiasmo nell'animo stesso, sempre incerto

e vacillante di quel papa. Allora è forza riconoscere che v'è davvero

in lui una grande, una nobile passione, che lo redime, lo rialza, lo

pone al di sopra di tutti i suoi contemporanei: un amore vero, ardente,

irresistibile della libertà e della patria, un'ammirazione sincera

della virtù. Così la fronte di colui che, con tanta ostinazione, ci fu

sempre descritto come la personificazione del male, dell'inganno, si

circonda a un tratto d'un'aureola luminosa ed inaspettata.

Tale è il processo che seguì la mente del Machiavelli nelle varie

sue opere. Separandole, non se ne può vedere l'intima connessione; si

smarrisce il loro scopo, e si dà luogo alle più strane interpretazioni

e calunnie. Riunendole, non solo se ne comprende assai meglio tutto

il grande valore; ma si vede anche quale fu la via che il pensiero

nazionale, individuandosi in lui, tenne per cercar di uscire dalle

dolorose contradizioni in cui si travagliava. L'Italia era divenuta

incapace d'una riforma religiosa, quale seguì in Germania ed in

Inghilterra. Invece di slanciarsi verso Dio, come già le aveva

predicato il Savonarola; invece di cercar forza in un nuovo concetto

della fede, quale fu predicato da Martino Lutero, si volse all'idea

dello Stato e della patria, che solo col sacrifizio di tutti al bene

comune si possono solidamente costituire. Pareva che questa fosse

l'unica via allora possibile fra noi ad una vera redenzione nazionale.

L'unità della patria risorta avrebbe reso necessaria, inevitabile la

ricostituzione della morale, riacceso la fede nella virtù pubblica e

privata, fatto trovar modo di santificare di nuovo lo scopo della vita.

Questo concetto, che noi troviamo vagamente e debolmente sentito da

moltissimi dei nostri più grandi scrittori e statisti in quel tempo,

fu il pensiero dominatore del Machiavelli, l'ideale a cui sacrificò la

sua vita intera. Ma la decadenza nazionale era divenuta inevitabile,

gli avvenimenti incalzavano inesorabili, ed egli morì dinanzi allo

spettacolo dell'Italia che andava in rovina, invasa dagli stranieri.

Il suo grande pensiero rimase perciò un sogno, ed egli fu quindi

l'uomo meno compreso e più calunniato che la storia conosca. Oggi che

il popolo italiano ha incominciato a redimersi politicamente, che la

patria si è costituita secondo la profezia del Machiavelli, il cui

sogno divenne una realtà, è venuto il momento in cui può essergli

finalmente resa giustizia.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. III · 第 24 / 77 题