CAPITOLO XVII.

Assalto dei Colonna in Roma. — Tregua del Papa coll'Imperatore.

— Il Guicciardini e il Machiavelli al campo. — Cremona

s'arrende alla Lega. — Ordine al Guicciardini di ritirare il

campo di qua dal Po. — Gl'imperiali s'avanzano verso Bologna.

— Vani tentativi d'accordo tra il Papa e gl'imperiali. — Il

Machiavelli torna a Firenze. — Tumulto di Firenze. — Sacco di

Roma. — Cacciata dei Medici, e ricostituzione della repubblica

fiorentina.

L'Imperatore riteneva adesso che, spingendo innanzi l'esercito,

potesse facilmente divenire arbitro dell'Italia. Ma egli mancava

assolutamente di danaro, ed il paese, quantunque debole e diviso, gli

era tutto nimico. Francesco I, uscito dalla prigione, e deliberato a

non mantenere i patti, aveva a Cognac (22 maggio 1526) stretto col

Papa, con Firenze, Venezia e Milano una lega, che fu detta santa,

e che era in sostanza diretta contro l'Impero. A Carlo V importava

quindi moltissimo separarne il Papa, o renderlo almeno temporaneamente

neutrale. E però, quando il cardinal Colonna, che era più soldato che

prelato, e nimicissimo di Clemente VII, si offerse d'impadronirsi della

persona di lui, fu mandato a Roma don Ugo di Moncada, con incarico

di tentar prima una tregua, e non riuscendogli, dire al Colonna che

facesse pure quello che voleva. In fatti don Ugo non concluse nulla,

essendo giunta la notizia delle strettezze in cui era l'esercito

imperiale, e partì quindi sdegnato, il 20 giugno, lasciando mano libera

al Colonna, che non mise tempo in mezzo. Alla testa di 800 cavalieri,

3,000 fanti ed alcune poche artiglierie tirate da buoi, irruppe nella

Città Eterna con tale impeto, che Clemente VII ebbe appena il tempo

di fuggire con la sua guardia svizzera, e rinchiudersi in Castel

Sant'Angelo. Il Vaticano, San Pietro, le case dei cardinali andarono

a sacco, ed in poche ore fu fatta una preda di 300,000 ducati. Era

già un pessimo esempio dato agl'imperiali, che s'avanzavano dalla

Lombardia; ma il Cardinale voleva andar oltre ancora, e metter le mani

sulla persona stessa del Papa. Laonde questi si rivolse spaventato al

Moncada, che seguiva il piccolo esercito tumultuario, ed il Moncada

si fece subito mediatore, dettando le condizioni della pace, che

furono: tregua di quattro mesi coll'Imperatore, il naviglio del Papa

ritirato da Genova e i soldati dalla Lombardia, amnistiati i Colonna.

Il Cardinale si ritirò allora co' suoi a Grottaferrata, ed eran

tutti pieni di sdegno, chiamandosi traditi. Il Papa accettò i patti

impostigli dalla forza, con animo però, alla prima occasione, di non

rispettarli. E don Ugo lo sapeva bene; ma per ora gli bastava guadagnar

tempo, dopo averlo spaventato. Se ne andò quindi a Napoli, menando

come ostaggio Filippo Strozzi parente dei Medici. In questo medesimo

tempo Clemente VII ebbe a sopportare anche un'altra umiliazione. Sotto

pretesto d'assicurare le spalle al suo esercito in Lombardia, egli

aveva mandato alcune sue genti, con una moltitudine raccogliticcia di

Fiorentini, a mutare il governo in Siena. Ma furono subito messi dai

Senesi in una fuga precipitosa e vergognosa, senza avere neppur tentato

di combattere.

E per colmo di sventura, tutte queste notizie, con l'ordine di

ritirarsi di qua dal Po, arrivarono al campo pontificio nel momento

appunto in cui, dopo molte traversie, s'aveva la prima volta qualche

speranza di migliore fortuna. Le cose erano dapprima cominciate colà

assai male. I Veneziani, comandati dal duca d'Urbino, non passarono

l'Adda; gli Svizzeri aspettati non venivano; ed invece i Lanzichenecchi

ingrossavano nel Tirolo, sotto il comando del Frundsberg, protestante,

che diceva di volere andare in Roma ad impiccare il Papa, ed impegnava

le proprie terre, per poter pagare i soldati imperiali. Un tumulto

seguìto a Milano contro gli Spagnuoli fu subito represso, senza che

gli alleati, i quali avrebbero facilmente potuto mandar 20,000 uomini

per sostenerlo, osassero far nulla. Venivano finalmente in aiuto molti

Svizzeri alla spicciolata, sebbene non vi fosse un regolare contratto

coi Cantoni; ma neppur questo induceva il duca d'Urbino ad un'azione

risoluta. Egli voleva il comando generale di tutto l'esercito; si

lamentava sempre d'ogni cosa, e non decideva mai niente. Dopo aver

fatto le viste d'andare a Milano, dove tutti lo spingevano, s'era

invece fermato, mandando ad assediar Cremona, il che aveva messo

l'esercito nella impossibilità d'inviare aiuti al Doria, che bloccava

Genova, e dichiarava di poterla prendere, se gli alleati andavano

subito a stringerla dalla parte di terra.

Il Guicciardini si trovava allora al campo, luogotenente del Papa,

e non cessava mai di scrivere a Roma per dargli animo; s'adoperava a

tenere in ordine l'esercito, a spronare il Duca, a spingerlo innanzi,

a farlo operare; ma tutto era vano.[513] Quando credeva d'esser

finalmente riuscito a decidere l'inerte capitano d'andare a Milano,

lo vide invece fermarsi per l'inutile assedio di Cremona. Quando aveva

sperato che il Papa non pensasse più che alla guerra, arrivava invece

la notizia, che si trattavano accordi. «Che carico,» egli esclamava

allora, «che vergogna sarebbe smarrirsi alle prime difficoltà, ora che

l'esercito non è rotto, non sono seguiti disordini, e siamo sulle terre

del nemico!»[514] In questo mezzo appunto giungeva al campo Niccolò

Machiavelli, mandato dai Fiorentini, che vivevano assai perplessi

per la loro città, ad esaminare e riferire come procedevano le cose.

Per via aveva ricevuto lettere del Vettori, con le quali era stato

ragguagliato del vergognoso fatto di Siena. «Credo,» così questi gli

aveva scritto, «che altra volta sia accaduto che un esercito fugga alle

grida; ma che fugga dieci miglia, non essendovi alcuno che lo insegua,

questo non credo si sia mai letto nè veduto. Ormai tutto va a rovina.

Quando vedo come vanno male le cose a Milano, a Cremona, a Genova; come

è andata male questa impresa di Siena, io penso che con simile disdetta

non riusciremo neppure a sforzare un forno.»[515]

Pare che in questi estremi momenti il Machiavelli fantasticasse

ancora d'una possibile resistenza del popolo in armi, e raccomandasse

di nuovo la sua Ordinanza. In fatti troviamo che Roberto Acciaioli,

oratore del Papa e dei Fiorentini in Francia, scriveva, il 7 agosto

1526, al Guicciardini: «Ho caro che il Machiavelli habbi dato ordine

a disciplinare le fanterie. Volesse Iddio che fusse messo in atto

quello che egli ha in idea; ma dubito che non sia come la Repubblica di

Platone. E però me pareria fussi meglio che se ne tornassi a Firenze,

a fare l'offizio suo di fortificar le mura, perchè corrono tempi da

averne bisogno.»[516] Il 10 settembre egli veniva dal Guicciardini

spedito al campo di Cremona, perchè vedesse coi propri occhi lo stato

delle cose, e facesse intendere al Pesaro, provveditore veneto, e

al duca d'Urbino, che se non credevano di potere, in cinque o sei

giorni, prendere quella città, era meglio abbandonare addirittura

l'impresa, per correre in aiuto del Doria a Genova e, potendo, assalire

anche il nemico a Milano.[517] Ma al Machiavelli non fu possibile

concludere nulla. Il provveditore Pesaro, in fatti, scriveva che il

dì 11 settembre il Duca s'era dimostrato assai contrario a correre

in aiuto del Doria, e che il 13, presente il Machiavelli, avendo

adunato i suoi capitani, per consultarli, «s'il doveva levarsi de

l'impresa, et atender a quella di Zenova,» tutti s'eran dichiarati

contrarî. Affermavano esser necessario pigliar prima Cremona, dopo di

che sarebbe stato assai facile mandar gente a prendere Genova.[518]

Ed il Machiavelli perciò, dopo avere di là scritto più lettere al

Guicciardini,[519] ripartiva subito per ritornarsene a Firenze, dove

riferì come nel campo nessuno volesse abbandonare l'impresa di Cremona,

che pareva veramente vicina al suo termine. In fatti la città poco dopo

s'arrese.

Allora l'esercito fu libero. Esso componevasi di 20,000 Italiani e

13,000 Svizzeri, senza tener conto di altri 3500 che s'aspettavano

ancora dalle Alpi. Questi erano però gl'iscritti, quelli cioè che

si pagavano, non i presenti, e molti ogni giorno disertavano o si

sbandavano. Ma i nemici erano in numero minore, e privi di tutto.

Qualche cosa dunque si poteva certamente operare. Invece arrivò,

come fulmine a ciel sereno, la notizia della tregua, e l'ordine al

Guicciardini di ritirare le genti del Papa di qua dal Po. «Piuttosto,»

egli scriveva allora al Datario, «abbandonerei l'Italia, che vivere

a Roma nel modo che dovrà Nostro Signore, se va per la via che mi

dite, _Tu ne cede malis, sed contra audacior ito_.[520] Deve dunque

il cardinal Colonna con mille comandati aver tanta forza da ridurci

in sì misera condizione, e quasi dar legge al mondo?»[521] Ormai però

non c'era rimedio, e bisognava obbedire. Per conto del Papa restava

in armi solo Giovanni de' Medici, con una condotta di 4000 fanti,

e l'ordine segreto di continuare la guerra, sotto colore d'essere a

soldo della Francia. Per colmo di sventura, questo valoroso soldato era

scontentissimo del modo in cui veniva trattato, e minacciava di passare

al nemico, se non gli davano uno Stato, come tante volte avevano

promesso. «Ed è uomo capacissimo di farlo,» scriveva il Guicciardini da

Piacenza. Al duca d'Urbino non parve vero d'abbandonar subito il campo,

per andarsene a trovar la moglie. Intanto i Lanzichenecchi, già riuniti

in Bolzano, arrivavano a 10 o 12 mila, ed aumentavano ogni giorno,

pronti a scendere in Italia.[522]

Il Machiavelli, tornato a Firenze, dopo che ebbe riferito a voce,

espose anche in una sua relazione scritta lo stato vero delle

cose. S'era, secondo lui, commessa una serie d'errori, cominciando

dallo sperar troppo nella sollevazione di Milano, subito repressa

dagl'imperiali. L'impresa di Cremona era stata condotta troppo

debolmente, il che aveva fatto perdere tempo e reputazione. Il Papa non

aveva voluto ricorrere alla nomina di nuovi cardinali per far danaro,

nè aveva saputo trovarlo altrimenti. Se n'era rimasto a Roma in modo

che ne andò preso come un bimbo, «il che ha siffattamente avviluppata

la matassa, che nessuno può ravviarla, avendo egli anche ritirato dal

campo le sue genti e messer Francesco Guicciardini, che solo correggeva

gl'infiniti disordini. Ora sono più capitani discordi fra loro,

per modo che, mancando chi li guidi, fia una zolfa di cani, dal che

segue una stracurataggine di faccende grandissima.»[523] Egli avrebbe

desiderato che si fosse venuto a qualche partito audace e disperato, ma

non aveva mai trovato ascolto. Da una lettera di Filippo Strozzi (Roma,

26 agosto 1526) apprendiamo in fatti che il Machiavelli aveva, in una

sua, proposto che s'andassero ad assalire gl'Imperiali nel regno di

Napoli; ma che il Papa, dopo averla letta con attenzione, _concluse che

la risoluzione del detto non gli piaceva_.[524]

L'armata di Spagna muoveva intanto dal porto di Cartagena, sotto

il comando del Lannoy vicerè di Napoli, per andare a combattere il

Doria; ed il Frundsberg a novembre era già nel Bresciano, con più

di 12 mila Lanzichenecchi. Tuttavia il Doria, con l'aiuto delle navi

francesi, comandate da Pietro Navarro, era sul mare in condizioni da

poter respingere il nemico. Nè sarebbe stato difficile ricacciare nei

monti i Lanzichenecchi, separati ancora dagli altri imperiali, senza

artiglierie, senza danari e senza vettovaglie. Ma nessuno andò ad

affrontarli, sebbene il duca d'Urbino con Giovanni de' Medici avesse

1600 cavalli e 19,000 fanti. I Tedeschi, dopo essersi lentamente

avanzati, si trovarono nel Mantovano, in mezzo alle paludi, circondati

dai nemici; e neppur questo potè indurre il Duca ad assalirli. Tutto

dimostrava che la servitù d'Italia non si poteva ormai evitare.

Pure le condizioni degli imperiali erano tali, che c'era da vederli

sbandarsi senza assalirli, se in quel momento non veniva ad essi

un aiuto inaspettato. Il duca di Ferrara, che possedeva le migliori

artiglierie allora conosciute, era in una posizione geograficamente

così vantaggiosa, da poter esso solo decidere l'esito della guerra.

Ed il Papa appunto allora lo aveva scioccamente offeso, respinto,

irritato. Egli mandò quindi ai Tedeschi danari con alcune delle sue

artiglierie, le quali arrivarono nel momento del maggiore bisogno.

Giovanni dei Medici, stanco dell'ozio forzato, cominciò il 25 novembre

una scaramuccia contro gl'imperiali, e secondo il suo solito, s'avanzò

arditamente, nulla sapendo delle artiglierie arrivate al nemico; sicchè

la seconda palla che esse tirarono, lo ferì in una gamba per modo che

dopo cinque giorni ne morì. E così mancava al Papa il solo capitano che

allora potesse e volesse con animo deliberato fare la guerra.

La tregua intanto si poteva dire già finita, essendosi di fatto venuto

di nuovo alle mani. Ed il Machiavelli tornava in fretta al campo, per

esporre al Luogotenente le misere condizioni di Firenze, e dirgli che

in niun modo essa avrebbe senza aiuti potuto resistere al nemico,

quando fosse venuto ad assalirla.[525] Ma il Guicciardini dovette

rispondergli, che i soldati della Lega si trovavano talmente sparsi,

che in caso d'urgenza egli non avrebbe potuto condurre in aiuto della

Città più di 6 o 7 mila fanti del Papa. S'apparecchiassero perciò come

meglio potevano, e se credevano di dover tentare accordi, era meglio

trattar direttamente col Vicerè, dal quale tutti gli altri dipendevano,

perchè esso rappresentava l'Imperatore. Ed il Machiavelli, dopo aver

mandato per lettera[526] queste notizie, tornava daccapo a Firenze.

Da Milano uscivano intanto continui drappelli di Tedeschi e di

Spagnuoli, che andavano a raggiungere i Lanzichenecchi. V'andò anche il

Borbone, dopo aver prima minacciato il Morone per cavarne nuovo danaro,

nominandolo poi suo consigliere, vedendo che si prestava efficacemente

a tutto; quando vi trovava il suo interesse. Gl'imperiali erano

arrivati al numero di 30,000, ed avendo ricevuto una seconda volta

danari e munizioni dal duca di Ferrara, lasciavano Piacenza, avviandosi

verso Bologna. Ed il Papa non si decideva ancora nè alla pace nè alla

guerra. I Fiorentini promettevano di dargli fino a 150,000 ducati,

se riusciva a fare un accordo stabile, per salvar tutti dal pericolo

imminente. Ma egli ora trattava cogl'imperiali, ed ora faceva assalire

le loro genti nel Napoletano, per venire poi di nuovo ad accordi, che

dovevano essere da capo violati. L'Imperatore, come sin da un anno

aveva preveduto e scritto il Guicciardini, voleva addormentarlo, per

averne occasione a farsi padrone d'Italia. E però il suo esercito

s'avanzava sempre dal settentrione, sebbene assai lentamente e fra

mille ostacoli, per mancanza di danaro, per disordini continui nel

campo, per la cattiva stagione. E fra poco doveva, in tale stato,

affrontare anche la difficoltà di traversare le nevi dell'Appennino. Il

Guicciardini era a Parma, donde scriveva e riscriveva, che nulla poteva

indurre il duca d'Urbino ad assalire il nemico: o tradiva o aveva una

gran paura; forse era vera l'una cosa e l'altra.[527] Nel febbraio lo

raggiunse di nuovo in gran fretta il Machiavelli,[528] mandato per la

terza volta da Firenze a dirgli, che negli accordi non si poteva più

sperare, che la Città non poteva in nessun modo resistere, e chiedeva

di non essere abbandonata al nemico. Il Guicciardini lo condusse dal

Duca a Casal Maggiore, per vedere se in due riuscivano a farlo muovere

una volta. Ma ogni preghiera fu vana. Egli non voleva nè affrontare,

nè precedere il nemico: solo a distanza lo seguiva.[529] Tutto induce

a credere che non fosse allora trattenuto unicamente dalla paura, come

molti dicevano e credevano; ma forse anche da segrete istruzioni dei

Veneziani, ai quali pare che non dispiacesse vedere il Papa umiliato,

piuttosto che divenuto per qualche vittoria potente e pericoloso.

Certo è che il Guicciardini aveva pienissima ragione di scrivere: «Qui

non si fa altro che prevedere e ritenere per certi tutti i possibili

pericoli nostri e tutti i possibili disegni del nemico, il quale non

arriverebbe a pensarne la metà, quando pure potesse leggere nella

nostra mente.»[530] Assicurava tuttavia al Machiavelli che, quando

gl'imperiali fossero venuti in Toscana, egli li avrebbe preceduti

con le genti del Papa, per salvare Firenze, anche se il Duca si fosse

ostinato a rimaner sempre alla coda.[531] Ed il Machiavelli mandava

queste notizie agli Otto, scrivendo ripetutamente da Parma, che non si

poteva in nessun modo prevedere quello che i nemici erano per fare,

non sembrando che lo sapessero essi stessi. Facile sarebbe stato

metterli in rotta, se però i disordini della Lega e la inerzia del

duca d'Urbino non continuassero a mandar tutto a rovina. Nel marzo

scriveva da Bologna, dove si trovava col Guicciardini, che gl'imperiali

erano colà presso alle mura; avevano avuto la seconda volta aiuto dal

duca di Ferrara, fatalmente divenuto arbitro della guerra, e parevano

decisi a venire in Toscana.[532] Essi intanto domandavano vettovaglie,

e volevano entrare in quella città; ma il Guicciardini fece chiudere

le porte, senza altro rispondere, ed invano minacciarono e tentarono di

ricorrere alla forza.

Il Luogotenente era adesso molto impensierito, non solo del pericolo

in cui si trovava il Papa, ma di quello che pareva più vicino ancora

alla città di Firenze. E per indurre il Duca a soccorrerla in tempo,

aveva preso su di sè la grave responsabilità di cedergli la terra di

San Leo, che i Fiorentini gli avevano sempre fatta sperare, senza

mai dargliela.[533] Per fortuna l'imminente pericolo sembrava ora

allontanarsi, giacchè gl'imperiali accennavano a pigliar direttamente

la via di Roma, e il disordine andava sempre crescendo fra di loro.

Verso la metà di marzo in fatti vi fu nel campo un vero e proprio

tumulto, che durò alcuni giorni. Il Borbone si dovette nascondere, per

salvarsi dall'ira de' soldati. Il Frundsberg volle invece affrontarla,

e si provò il 16 ad arringare i suoi Lanzichenecchi; ma gli risposero

con le punte delle alabarde sul viso, gridando ferocemente che volevano

subito le paghe. Ed a questo atto d'indisciplina, lo sdegno del

valoroso capitano fu tale che ne ebbe un colpo d'apoplessia. Sedutosi

sopra un tamburo, venne soccorso dai suoi, che poterono condurlo a

Ferrara; ma non andò molto che cessò di vivere. E neppure in tale

momento il duca d'Urbino seppe decidersi ad assalire il nemico.

Intanto arrivava la notizia d'una nuova tregua conclusa a Roma fra il

Vicerè ed il Papa. Questi doveva reintegrare i Colonna; ritirare le

armi che aveva fatte avanzare nel Napoletano; lasciare il Reame a Carlo

V, Milano allo Sforza, e dare 60,000 ducati al Borbone, che si sarebbe

col suo esercito ritirato dallo Stato della Chiesa e dall'Italia, se

Francia e Venezia accettavano i patti. Lo sdegno del popolo romano,

allora già in armi, fu grandissimo; ma Clemente VII, che non poteva più

sostenere le enormi spese, ed era avarissimo, non appena il 25 marzo fu

firmato l'accordo dal Vicerè, licenziò buona parte de' soldati in Roma,

facendo un'economia di 30,000 ducati il mese. Così la Città restava

senza potersi difendere, ed il Borbone, che aveva l'ordine segreto

d'andare innanzi, scrisse subito al Vicerè, che i 60,000 ducati erano

pochi pel suo esercito; non poteva quindi accettare la tregua, ed era

vano presumere che egli o altri potesse ora fermare i soldati. Il 31

marzo in fatti passò il Reno presso Bologna, ed andò oltre.

Il Guicciardini non sapeva più che dire o che fare, ed a confonderlo

sempre più, il Morone mandava a dire, che se gli dava subito 3000

ducati, dei quali avea bisogno per liberare un suo figlio, che era

in ostaggio, avrebbe tradito gl'imperiali, lasciandoli in grandissima

confusione.[534] Ma il Luogotenente non rispose neppure, troppo bene

conoscendo l'uomo. E sempre più rattristato, scriveva a Roma, che

il pensare, come facevano colà, alla tregua e non alla difesa, era

un funesto errore. «Non so se la necessità ci farà infine uscire

dall'incertezza. Li inimici vogliono da Nostro Signore e da noi tutto

quello che abbiamo, nè pensano solo al temporale; ma ruinano le chiese,

profanano i sacramenti, mettono eresie nella fede di Cristo. Alle quali

cose, se non pensa chi può e deve sforzarsi di portarvi rimedio, credo

sia colpevole della medesima infamia ed offesa a Dio.»[535] Nè molto

diversamente scriveva a Firenze il Machiavelli, il quale, annunziando

che il Papa voleva far pagare dai Fiorentini i 60,000 ducati promessi

agl'imperiali, aggiungeva: «Bisogna pure trovarli e far quest'ultimo

sforzo per salvare la patria. O si fa davvero la tregua, e serviranno

a pigliar tempo, a ritardare almeno la rovina, o non si fa la tregua, e

serviranno a far guerra.»[536] Ormai però già si sapeva che il Borbone

non accettava. Egli anzi, rispondendo che i danari promessi erano

pochi, non aveva neppur detto qual somma maggiore volesse. Un suo uomo,

è vero, mandato a Firenze, dove espressamente venne anche il Vicerè,

s'accordò per 150,000 ducati, promettendo che l'esercito avrebbe

cominciato a ritirarsi appena pagati i primi 80,000. Ma neppure a ciò

il Borbone dichiarava di consentire; e però il Machiavelli, finalmente

affatto disilluso, scriveva che adesso era meglio pensare alla guerra e

non occuparsi d'altro.[537] «Quale accordo volete voi sperare da nemici

che, quando ancora i monti li separano da voi, e le nostre genti sono

in piedi, vi domandano 100,000 ducati fra tre giorni, ed altri 50,000

fra dieci? Arrivati che saranno costà, vi chiederanno tutto il mobile

vostro. Non vi è altro rimedio che sgannarli, e quando ciò s'abbia a

fare, è meglio sgannarli con queste alpi che con coteste mura.»[538]

Sebbene le nevi e i monti tenessero ancora fermo l'esercito, e si

continuasse a parlare d'accordi e di somme sempre maggiori per poterli

concludere, pure il Machiavelli che, non avendo ormai altro da sperare

o da fare a Bologna, era partito per Firenze, scriveva il 16 aprile

da Forlì al Vettori: «Se il Borbone va innanzi, bisogna pensare alla

guerra affatto, senza avere più un pelo che pensi alla pace. Se non

muove, bisogna concludere addirittura la pace, senza pensare alla

guerra. Dovendola però fare, non si deve più claudicare, ma farla

all'impazzata, perchè spesso la disperazione trova dei rimedî che la

elezione non ha saputo trovare. Io amo messer Francesco Guicciardini,

amo la patria mia, e vi dico, per quella esperienza che mi hanno dato

sessanta anni di vita, che io non credo mai si travagliassero i più

difficili articoli che questi, dove la pace è necessaria e la guerra

non si può abbandonare, e si ha alle mani un principe, che a fatica può

supplire alla pace sola o alla guerra sola.» Da Brisighella scrisse

il 18 allo stesso un'altra lettera, più incerta che mai, e poi venne

a Firenze, dove la sua opera poteva essere utile e la famiglia lo

aspettava con grandissima ansietà. La moglie ed i figli, in gran paura

dei Lanzichenecchi e degli Spagnuoli, già avevano in parte sgomberato

la villa; ed egli aveva promesso di raggiungerli in tempo, quando vi

fosse stato davvero vicino pericolo. «Saluta Mona Marietta,» così il

2 aprile aveva concluso da Forlì una sua affettuosa lettera al figlio

Guido, «e dille che io sono stato quasi per partirmi di dì in dì, e

così sto, e non ebbi mai tanta voglia di essere a Firenze, quanto ora;

ma io non posso altrimenti. Solo dirai che per cosa che la senta,

stia di buona voglia, che io sarò costì prima che venga travaglio

alcuno.»[539] Ed il figlio, ancora giovanetto, rispondeva il 17,

dicendo che erano tutti lietissimi della promessa. Li avvertisse però

subito se venivano i Lanzichenecchi, perchè si fosse in tempo a portar

via ogni cosa dalla villa.[540] Questa lettera in grossi caratteri,

quasi infantili, fu gelosamente serbata dal padre, e così arrivò sino a

noi. Egli, secondo la promessa fatta, fu subito tra i suoi.

A Firenze i cittadini s'erano dimostrati pronti ad ogni sacrifizio, per

evitare il pericolo che loro sovrastava. Avevano in fretta raccolto e

spedito i primi 80,000 ducati promessi dal Papa al Borbone; fondevano

gli ori e gli argenti delle chiese, per mandare il resto. Ma i loro

messi seppero per via che non erano neppur ora accettati i patti, e

furono a mala pena in tempo a mettere in salvo il danaro, riportandolo

a Firenze. Non v'era dunque, come il Machiavelli aveva già detto, da

pensare ad altro che a difendersi. In città si trovavano solo alcuni

pochi soldati, ed il lavoro delle fortificazioni, sebbene fosse stato

a più riprese da lui sollecitato, si poteva dire a mala pena iniziato.

Il popolo era scontentissimo del cardinal Passerini, che non voleva

consigli e non faceva nulla. «Tutto il male,» scriveva il Guicciardini,

venuto ora anch'egli a Firenze, «procede dalla ignoranza di questo

castrone, il quale si consuma in favole, e stracura le cose importanti.

Non vuole che gli altri le faccino, ed egli non sa far nulla. Pensa

solo a guardare la casa dei Medici ed il Palazzo; abbandona lo Stato,

e non vede la rovina che si tira dietro. Oh Dio! che crudeltà è vedere

tanto disordine.»[541] Era riuscito a condurre l'esercito della Lega

presso Firenze, il che aveva contribuito a far sì che gl'imperiali

si decidessero a continuare il loro cammino verso Roma. Ma anche

quell'esercito, che doveva essere amico, saccheggiava il contado, e

quindi il malumore dei Fiorentini cresceva sempre più. Bastò in fatti

una rissa seguita il 26 aprile fra un cittadino ed un soldato, per far

nascere un tumulto generale, nel quale il popolo si levò a chiedere le

armi. Il caso volle, che allora appunto il Passerini, salito a cavallo

coi cardinali Ridolfi, Cibo e Ippolito de' Medici, si movesse per

andare incontro al duca d'Urbino, il quale, insieme coi Provveditori

veneti e col Luogotenente, aveva preso alloggiamento in una villa a

poche miglia dalla Città. Il Cardinal Passerini volle far mostra di

sprezzare il tumulto, e quindi, senza neppur chiedere che scopo e che

gravità avesse, continuò il suo cammino. Tutto ciò fece credere alla

moltitudine, che i Medici con i loro rappresentanti se ne andassero

via; ed il Palazzo fu subito invaso al grido di _popolo e libertà_.

Accorsero molti autorevoli cittadini, ma il disordine divenne subito

assai grande: vi furono ingiurie ed anche qualche colpo di pugnale.

Finalmente si concluse col dichiarare decaduto il governo dei Medici e

ripristinata la repubblica.

Il Cardinale allora, avvertito dell'accaduto, tornò in fretta con

alcuni archibusieri del Duca, i quali occuparono gli sbocchi della

Piazza. Il Palazzo fu subito chiuso da quelli che vi si trovavano

dentro; ma la guardia medicea, che s'era prima nascosta, uscì fuori

adesso, e puntò le picche alla porta per sforzarla. Pareva che dovesse

seguirne addirittura una rivoluzione sanguinosa; ma i cittadini

rinchiusi colà, non facevano altro che tirar dalle finestre qualche

tegolo, il quale cadeva lontano, senza recar danno a nessuno. Iacopo

Nardi racconta, che allora mostrò come si potevano disfare i parapetti

dei ballatoi, facendo cadere le pietre sui soldati. E così in fatti li

costrinsero ad allontanarsi.[542] Da una parte e dall'altra si aveva

però assai poca voglia di combatter davvero; si cercava quindi una

via per farla subito finita. Non era possibile difendere il Palazzo

senz'armi, e non era facile di fuori sforzarlo in breve tempo. Sarebbe

poi stato inevitabile, nel prenderlo, fare strage dei cittadini ivi

rinchiusi, il che avrebbe di certo indignato tutta la Città. Francesco

Guicciardini, il cui fratello gonfaloniere trovavasi ivi rinchiuso,

e Federigo da Bozzolo vennero allora a portare una promessa scritta

d'amnistia generale; e così tutto finì con la elezione d'una nuova

Signoria. Certamente, se le cose del Papa non fossero andate subito a

rovina, egli avrebbe fatto aspra vendetta in Firenze; ma ora aveva ben

altro da pensare.[543]

L'esercito imperiale continuò il suo cammino verso Roma, e quello della

Lega lo seguiva, come sempre, a rispettosa distanza. Il duca d'Urbino

dette l'ordine della partenza, facendo dai suoi attraversare la Città,

e tutti restarono maravigliati di vedere tanti armati e così bene in

ordine, incapaci d'affrontare il nemico, buoni solo a devastare le

terre e le case degli amici. Il Guicciardini assai di mal animo dovette

anch'egli continuare il doloroso e vergognoso cammino. A Castello della

Pieve ebbe il dì 8 di maggio l'infausta nuova, che i nemici, dopo poche

ore di combattimento, erano entrati nella Città Eterna, la quale già ne

andava a sacco. Il Papa s'era chiuso in Castel S. Angelo, ed il Duca,

invece di raggiungere il nemico, s'era diretto a Perugia per mutare

colà il Governo. Invano il Luogotenente faceva ogni opera, per indurlo

almeno ora ad un ultimo sforzo, invano scriveva al Passerini, perchè da

Firenze mandassero genti a tentar di liberare il Papa con qualche colpo

ardito. «Sta il meschino chiuso in Castello, senza altra speranza che

il vostro aiuto, e lo sollecita con parole che muoverebbero le pietre.

Ma da voi non s'ha neppure una risposta. Iddio non mi aiuti se non

vorrei prima esser morto, che veder tale crudeltà. Voi pensate tanto

al Palazzo ed alla Piazza costà, che dimenticate il resto. Nondimeno

se si perde il Papa, tutto ciò vi tornerà, a nulla, perchè si perderà

con esso l'anima di cotesto corpo.»[544] Poco dopo avvertiva però, che

ormai non v'era più nulla da sperare: il Papa si sarebbe in qualche

modo accordato coi nemici, e questi sarebbero inevitabilmente venuti

addosso a Firenze.[545]

La nuova della presa e del sacco di Roma, e quindi il pericolo d'una

guerra in Toscana furono noti a Firenze il giorno 11 maggio. Il

pensiero di tutti fu allora di disfarsi al più presto del cardinal

Passerini, dal cui governo nulla si poteva sperare di buono. Il tumulto

divenne subito generale, pigliandovi parte i più reputati cittadini, e

perfino Filippo Strozzi, parente dei Medici, tornato appena a Firenze.

Il Passerini, convintosi che non v'era adesso nulla da fare, se ne

andò via con Ippolito ed Alessandro dei Medici. Il 16 maggio venne

ripristinata la repubblica, e si deliberò poi con grandissima fretta

di convocare pel 20 dello stesso mese il Consiglio degli Ottanta ed il

Consiglio Maggiore, con incarico di nominare un Gonfaloniere annuale

e rieleggibile. Le stanze che erano state costruite nella sala del

Consiglio Maggiore, per alloggiarvi la guardia dei Medici, furono

demolite dai più nobili giovani fiorentini, i quali vollero, colle

proprie mani, tirar le barelle in cui si portaron via le pietre e i

calcinacci. Il primo di giugno, Niccolò Capponi, eletto Gonfaloniere,

entrò in ufficio con la nuova Signoria. Furono eletti anche i nuovi

Otto di Balìa, e vennero soppressi gli Otto di Pratica, ricostituendo

invece, come al tempo del Soderini, i Dieci della Guerra. Ognuno

pareva contento della conquistata libertà; ma non v'era tempo da

perdere; bisognava apparecchiarsi alla difesa, perchè l'esercito

di Carlo V, dopo avere devastato Roma, si sarebbe di certo, nel suo

ritorno, mosso verso Firenze. Il Papa, in un modo o nell'altro, si

sarebbe accordato coll'Imperatore, ed ambedue avrebbero voluto far

le loro vendette contro la risorta repubblica. Il de Leyva già da un

pezzo aveva promesso ai suoi soldati di condurli «a misurar colle loro

picche i broccati di Firenze»; ed essi eran sempre più avidi di preda.

Si cominciarono quindi a discutere i provvedimenti per armare tutti

i cittadini validi a difendere la patria; per trovar buoni capitani;

per fortificare le mura, non secondo le proposte fantastiche, già

vagheggiate dal Papa, ma secondo quelle degli uomini competenti. E

fu poco dopo approvato il disegno di Michelangelo Buonarroti, «lodato

anche dal giudizio delle persone militari.»[546] L'ardore dei cittadini

s'infiammava di giorno in giorno sempre più, e si vedeva che questa

volta essi eran davvero pronti ad uno sforzo estremo. Ma tutto ciò

incomincia un nuovo dramma, del quale noi non dobbiamo qui occuparci,

perchè l'assedio e l'eroica difesa di Firenze escono dai confini della

presente storia.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. III · 第 22 / 77 题