CAPITOLO XVI.

L'esercito imperiale s'avanza in Lombardia. — Il Guicciardini

Presidente della Romagna, poi Luogotenente al campo. — Il

Machiavelli rientra negli affari. — Sua gita a Roma. — È

inviato presso il Guicciardini a Faenza. — Sua gita a Venezia.

— Corrispondenza col Guicciardini. — È nominato Cancelliere

dei Procuratori delle Mura. — Attende ai lavori per le

fortificazioni della Città.

L'esercito imperiale, padrone ormai del ducato di Milano, comandato dal

conestabile di Borbone, che aveva con sè il Morone, s'apparecchiava

baldanzoso ad andare oltre, e nuovi avvenimenti sempre più funesti

all'Italia erano inevitabili. A questi era rivolta adesso l'attenzione

dei politici italiani, che tutti in un modo o nell'altro vi pigliavano

parte. Anche il Machiavelli fu ricondotto ora in mezzo agli affari, e

più volte mandato al campo degli alleati, dove trovò il Guicciardini

luogotenente generale del Papa. Ambedue fecero prova di tutta la loro

energia, di tutto il loro ingegno, dimostrando invano le migliori

qualità del loro carattere. Il Machiavelli però era già innanzi cogli

anni e vicino alla morte, in condizione sempre subordinata, a servizio

d'uno Stato dipendente dall'autorità del Papa; poteva quindi far poco

altro che mostrare la sua buona volontà, il suo ardente patriottismo,

il suo dolore per le sorti infelici della patria. Il Guicciardini era

invece nel vigore delle forze, investito sempre di altissimi uffici,

e questo fu anzi il periodo più importante della sua vita politica.

Egli aveva in Roma un suo rappresentante nella persona di messer Cesare

Colombo, cui scriveva lettere continue, perchè ne riferisse al Papa ed

ai cardinali. Esse ci danno un ritratto fedele degli avvenimenti del

tempo, e sono una sicura testimonianza della sua grande intelligenza

politica, delle sue qualità di vero uomo di Stato.

Mandato governatore nell'Emilia, s'era fatto molto lodare per la

energia e prontezza dimostrate durante la guerra. Nel 1524 fu perciò

nominato Presidente della Romagna, con incarico di pacificare quel

paese lacerato dalle fazioni, insanguinato da continui delitti. E

voleva subito usare severità contro i colpevoli, per venir poi alla

clemenza. Ma quando ebbe a Forlì fatta eseguire la prima condanna

capitale, pronunziata contro uno «imbrattato nelle ribalderie insino

agli occhi,» dovette avvedersi d'andare incontro a difficoltà più

gravi assai che non pensava.[460] I ribaldi ricorrevano al Papa per

protezione, si facevano raccomandare, ed ottenevano salvocondotti.

Ciò faceva subito crescere i delitti, e indeboliva l'autorità del

Presidente, che ne restava irritato e sgomento.[461] Un Bastiano

Orsello, che aveva ammazzato l'avo, ed era accusato d'aver commesso in

un tumulto sedici o diciotto omicidi, oltre infinite rapine, trovava

anch'esso protezione in Giovanni dei Medici e nel Papa.[462] E mentre

il Guicciardini si lamentava d'uno, facevasi grazia ad un altro, tanto

che egli esclamava sdegnato: «Meglio far grazia a tutti gli assassini,

invitandoli a far peggio! È stato per Dio! un bel ghiribizzo. Si

sono visti girare liberamente omicidi, che nelle piazze di Forlì

avevano giocato alla palla colle teste degli uccisi!»[463] Pure egli,

profittando delle più gravi cure che assediavano il Papa, andò innanzi

per modo, che alla fine dell'anno potè annunziare di aver pacificato la

Romagna.[464]

Ed allora la sua attenzione si rivolse agli avvenimenti che seguivano

fuori di quella provincia, dando giudizi e consigli così giusti, così

pratici, che paiono qualche volta addirittura profetici. Poco prima

della battaglia di Pavia, egli scriveva che, a suo giudizio, vincevano

gl'imperiali.[465]

E quando la previsione s'era avverata, aggiungeva: «Ormai tutto

riuscirà a nostro svantaggio. Gl'Italiani non hanno forze per

resistere, ed il capitolare sarà la nostra servitù.[466] Questo sarebbe

il tempo di audaci disegni, e io loderei chi pigliasse un partito nel

quale la speranza fosse uguale al pericolo.[467] È vano sperare nei

Francesi, che non pensano mai al domani, e saranno pronti a tutto per

liberare il loro Re. Capisco che ora ogni buon cervello si smarrisce;

ma chi si avvede che stando fermo gli viene addosso la rovina, deve

preferire i più gravi pericoli alla morte sicura.»[468] E quando venne

notizia della cattura del Morone, nel quale egli non ebbe mai fiducia,

scriveva: «Ormai gl'imperiali non aspettano più. Forse vorranno

subito rendersi padroni del Milanese, il che può loro riuscire per la

debolezza del Duca, e per qualche nuova girandola del Morone. Noi non

abbiamo nulla da sperare, perchè essi si spingeranno ancora più innanzi

ad occupare le terre della Chiesa, o a mutare lo Stato di Firenze,

o a qualche cosa anche peggiore, quando ne vedessino l'occasione.

Cesare vuol farsi signore d'Italia, e non potrà mai essere amico di

chi deve opporglisi. È vano sperare in un accordo colla Francia, che

ora è prostrata, perchè esso sarebbe sempre a nostro danno. Nessun

accordo riuscirebbe stabile, senza la liberazione del Re, il quale

poi non osserverebbe i patti che fossero a suo carico. Il vero è

che Cesare farà i fatti suoi, mentre gli altri stanno addormentati,

e così prevarrà contro tutti, non per maggior forza, ma _fatali

omnium ignavia_.»[469] Queste parole sembrano preveder chiaramente

l'avanzarsi degl'imperiali fino al sacco di Roma ed all'assedio di

Firenze. Nè dalla sua opinione si rimosse il Guicciardini, quando

seppe che un messo dell'Imperatore faceva proposte d'accordo, e che

il Papa trattava. «L'Imperatore,» egli scriveva, «vuole abbattere la

Francia e i Veneziani, deve quindi assicurarsi prima del Papa, e lo

farà appena ultimata la faccenda di Milano. Egli sarà in ogni caso

l'arbitro d'Italia. Il Papa avrà di principe solamente il nome, e verrà

per ora tenuto a bada con proposte che finiranno in sogni.[470] Ma

pur troppo io temo che si appiglierà al partito più da poco. A chi ha

paura della guerra bisogna mostrare i pericoli della pace. La troppa

prudenza è ora imprudenza, nè si possono più prendere imprese misurate.

È necessario correre alle armi, per fuggire una pace che ci rende

schiavi.»[471] Ed anche questo s'avverò. La guerra divenne inevitabile,

ed il Guicciardini fu chiamato a Roma, per essere prima consultato e

poi mandato al campo come Luogotenente generale. Egli allora affidò il

governo della Romagna a suo fratello Iacopo, cui lasciò scritte lunge e

minute istruzioni, le quali sono un'altra prova della sua attitudine a

governare.[472]

È questo il tempo in cui finalmente ricomparisce sulla scena politica

il Machiavelli. Noi lo troviamo col suo solito carattere, combattuto

sempre dalla fortuna, in uffici modestissimi, esaltato da un vivo

entusiasmo a favore della patria italiana, che invano cerca salvare,

dominato, trascinato da' suoi eterni ideali. Questi ideali, che

assai spesso lo fecero apparire visionario e fantastico ai suoi

contemporanei, paiono a noi poco meno che sublimi e profetici,

perchè sono più vicini al nostro che al suo tempo, e dimostrano

più una profonda visione dell'avvenire, che una conoscenza pratica

del presente. La quale conoscenza era invece la dote principale del

Guicciardini, che perciò ebbe maggiore fortuna e potenza. Più freddo

ed impassibile calcolatore, sembra qualche volta ripetere al suo grande

contemporaneo le parole di Dante a Farinata degli Uberti:

E' par che voi veggiate, se ben odo,

Dinanzi quel che il tempo seco adduce,

E nel presente tenete altro modo,[473]

Il Machiavelli stesso più di una volta si accorse della contradizione

in cui si trovava, quando voleva a forza supporre i suoi contemporanei,

il suo paese, de' quali pur vedeva i difetti, troppo migliori che non

erano, e capaci di grandi, eroiche risoluzioni. Allora scoraggiato

s'abbandonava un tratto al suo spirito satirico, mordace, cinico, che

scoppiava improvviso, irresistibile. Ma poi tornava da capo a' suoi

ideali, nei quali ebbe fino alla morte una fede incrollabile.

Ai primi del 1525, quando non era anche ingrossata la marea delle nuove

calamità, egli meditava dolorosamente sugli avvenimenti che seguivano

alla giornata, e finiva l'ottavo libro delle sue _Storie_, che arriva

alla morte di Lorenzo il Magnifico. Voleva egli stesso presentarle al

Papa, cui le aveva dedicate, e cercare così di ricevere qualche nuovo

sussidio a continuarle. Ne tenne per lettera parola al Vettori, che lo

incoraggiò sempre assai poco. Pure il dì 8 marzo gli scrisse da Roma,

che il Papa gli aveva chiesto notizia delle _Storie_, e che egli aveva

risposto d'averne letto una parte, e giudicarle tali da soddisfare;

sconsigliava però il Machiavelli dall'andare in persona a presentarle,

non parendogli opportuno, rispetto ai tempi che correvano. Ma il Papa

invece aveva soggiunto: doveva venire, e sono certo che i suoi libri

debbono piacere ed essere letti volentieri. Pure il Vettori, sempre

freddo, concludeva la sua lettera col dire: è necessario tuttavia non

illudersi, perchè, venendo, c'è sempre il caso di restare colle mani

vuote, tali sono ora i tempi.[474] Il Machiavelli, dopo aver molto

esitato, decise d'andare, e trovò non solo il Papa ben disposto, ma

anche Filippo Strozzi e Iacopo Salviati pronti ad aiutarlo assai più

efficacemente del Vettori, sempre largo di sole parole. Il Salviati

s'era già prima adoperato a fargli avere qualche incarico; ma non

era riuscito, perchè al Papa non piacque la proposta.[475] Filippo

Strozzi fu invece più fortunato. Per mezzo di Francesco del Vero

potè far sapere al Machiavelli già ripartito da Roma, che Sua Santità

era pronta a concedergli un nuovo sussidio, per fargli continuare le

_Storie_.[476] Il sussidio in fatti venne poi concesso, e fu di altri

cento ducati.[477]

La ragione per la quale il Machiavelli, non ostante le buone

disposizioni del Papa, era ripartito da Roma senza nulla concludere

a proprio vantaggio, prima anche d'esser sicuro del sussidio per le

_Storie,_ è tale che fa molto onore al suo carattere. Arrivato colà

dopo la battaglia di Pavia, quando gli animi di tutti gl'Italiani

erano sospesi per l'evidente pericolo di vedere da un momento all'altro

l'esercito imperiale avanzarsi minaccioso, egli quasi istantaneamente

perdette il pensiero de' suoi personali interessi, e ne abbandonò la

cura agli amici. Al Papa ragionò invece dei provvedimenti più necessarî

a prendersi nelle presenti condizioni, dei modi di fortificare Firenze

contro qualche improvviso assalto. A lui, ai cardinali, a quanti

potè vedere di coloro che frequentavano la Corte, espose con ardore

la sua vecchia idea della milizia nazionale, cercando persuadere ad

ognuno, come unico rimedio efficace sarebbe ora dar le armi al popolo,

chiamandolo alla difesa della patria minacciata dagli stranieri.

E con tanto calore, con tanta eloquenza ne parlò, che gli parve

finalmente d'esser riuscito a convincerne il Papa ed alcuni di coloro

che gli erano vicini. Nel giugno di quell'anno fu in fatti mandato al

Guicciardini in Romagna, con un Breve di Clemente VII che lo chiamava

_dilectum filium Nicolaum Macchiavellum_,[478] per esporgli il suo

disegno, e cercare d'effettuarlo colà, dove il popolo era assai

armigero. Iacopo Salviati e lo Schonberg ne parlarono al Colombo,

invitandolo a scriverne anch'egli subito al Guicciardini. E questi, che

era forse la testa più fredda e pratica che avesse allora l'Italia, gli

rispondeva da Faenza il 15 giugno 1525: «Ho visto quel che dicono circa

la venuta del Machiavelli. Aspetterò il suo arrivo, per intender prima

il disegno suo, e dar poi il mio avviso; perchè è cosa da considerarla

bene, e così direte anche a loro. Intanto chiedete a che fine mira il

Papa con questa proposta; chè se ne spera rimedio ai pericoli presenti,

è provvisione che non può essere a tempo.»[479]

Il 19 scriveva, che il Machiavelli era arrivato ed aveva esposto il

disegno dell'Ordinanza. «Certo, se questa cosa potesse condursi al

fine desiderato, sarebbe una delle più utili e più laudate opere che

Sua Beatitudine potesse fare. Ed a me non farebbe paura dar le armi

al popolo, se però fosse d'altra sorte che è questo, perchè allora

con pochi buoni ordini e con severità si provvederebbe a tutto. Ma la

Romagna, lacerata da nimicizie crudeli, è divisa in due grandi fazioni,

dette ancora dei Guelfi e dei Ghibellini, le quali s'appoggiano una

alla Francia, l'altra all'Impero. La Chiesa non ci ha veri amici, e

però quando si trovasse in guerra con Cesare, le sarebbe di grandissimo

pericolo avere armato gli amici di lui, sperando valersene a proprio

vantaggio. Questa impresa dovrebbe esser fondata sull'amore del popolo,

che in Romagna manca del tutto alla Chiesa. Qui non son sicuri nè della

roba, nè della vita, e guardano perciò sempre ai principi stranieri,

dai quali in tutta la provincia dipendono. Lo sperare poi di comporre

l'Ordinanza, come vorrebbe il Machiavelli, d'uomini non legati a

nessuna delle due fazioni, sarebbe lo stesso che non voler trovare

alcuno. Pure, se deve in ogni modo tentarsi l'impresa, io mi ci metterò

con ogni mia forza, e così dovrebbe fare Sua Santità, perchè una volta

che fosse iniziata, bisognerebbe tenerne più conto che di qualunque

altra cosa.» Aggiungeva poi che l'idea d'addossare, come voleva il

Papa, la spesa alle già troppo esauste Comunità, era pericolosissima,

e sarebbe riuscita solo ad irritarle, sin dal principio, contro una

istituzione cui bisognava invece affezionarle.[480] Il 23 giugno

tornava ad esprimere i suoi dubbi, invitando il Colombo a far leggere

la lettera prima allo Schonberg ed al Salviati, riferendo i giudizî e

le opinioni loro; poi al Papa, notando attentamente «li moti e parole

sue.»[481] Mentre però egli era così sospeso pel dubbio di vedere il

Papa gettarsi, senza riflessione e senza energia, in una impresa assai

incerta, già in questo ogni entusiasmo s'era spento come fuoco di

paglia, specialmente quando sentì che bisognava spendere. Non pensò più

neppure a rispondere. Laonde il Machiavelli, avendo invano aspettato

lettere fino al 26 luglio, persuaso ormai che nè il Guicciardini, nè

il Papa osavano dar le armi al popolo, e non volendo invano perdere

il suo tempo, se ne tornò a Firenze, dichiarando tuttavia che sarebbe

stato sempre pronto ad ogni loro cenno.[482] Fino alla morte egli non

perdette mai la sua fede nell'Ordinanza.

Da Firenze scrisse più volte al Guicciardini, senza per qualche tempo

tornare sull'argomento. Ragionavano fra loro d'affari privati e di

facezie, colle quali cercavano una distrazione dalle miserie in cui

l'Italia si trovava, e dai maggiori pericoli che la minacciavano. Non

potevano però fare che di tanto in tanto non parlassero anche di questi

pericoli, con animo assai addolorato. Il 17 agosto il Machiavelli

accennava al matrimonio proposto tra una delle figlie del Guicciardini

ed un ricco fiorentino; poi si rallegrava molto che all'amico fosse

piaciuta la sua _Mandragola_, tanto da volerla far rappresentare

a Faenza nel carnevale prossimo, e prometteva d'assistere alla

rappresentazione. Gli mandava una medicina, dalla quale diceva d'avere

molte volte ricevuto grande benefizio, massime quando aveva troppo

lavorato.[483] Aggiungeva che forse andrebbe presto a Venezia, nel qual

caso si sarebbe, ritornando, fermato a Faenza per rivedere gli amici.

Il 19 agosto, in fatti, dai Consoli dell'Arte della lana, e da quelli

che i Fiorentini avevano in Romania, chiamati anche Provveditori di

Levante, fu mandato a Venezia per un affare d'assai poco momento.

Alcuni mercanti fiorentini, tornando dall'Oriente, con molto danaro,

sopra un brigantino veneto, arrivati che furono in un porto di

quella repubblica, trovarono il brigantino padroneggiato da un G. B.

Donati, che accompagnava l'oratore turco. Questo Donati li chiamò, e

dopo aver loro «fatto sopportare molte cose indegne, non che altro

di essere riferite, gli sforzò finalmente a riscattarsi con 1500

ducati d'oro.»[484] Di ciò si chiedeva dai Consoli risarcimento alla

Serenissima Repubblica, essendo il Donati cittadino veneto. E di questa

commissione che finì subito, abbiamo solo la credenziale, la istruzione

dei Consoli al Machiavelli, e la lettera, in cui è l'esposizione del

fatto,[485] senza che altro se ne sappia. Invece sappiamo che allora

appunto si sparse per Firenze la voce, ch'egli avesse a Venezia tentato

la sorte, vincendo al lotto da due a tre mila ducati. Così gli scriveva

Filippo de' Nerli, il quale aggiungeva la notizia, che il Machiavelli

era stato imborsato fra i cittadini abili agli ufficî politici, avendo

gli Accoppiatori chiuso un occhio sulle difficoltà che si presentavano;

e ciò era riuscito, perchè era stato raccomandato da donne a lui

benevole.[486] Su di che il Nerli andava celiando, con un linguaggio e

con allusioni che per noi sono ora poco facili ad intendere. Si capisce

che dagli amici e dagli Accoppiatori era stato veramente favorito, non

avendo essi tenuto conto della voce diffusa dagli avversarî, che egli

non avesse tutte le condizioni richieste dalle leggi per l'ammissione

agli ufficî politici.[487] Quanto alla pretesa vincita al lotto, o

fu cosa d'assai poco momento, o addirittura una favola, perchè non se

ne trova nessun altro riscontro, e due o tre mila ducati erano a quel

tempo tale somma da far mutare condizione al Machiavelli, che non ebbe

mai questa fortuna. Neppure il Canossa, allora ambasciatore a Venezia,

che lo vide in quei pochi giorni due volte, dando di lui notizia al

Vettori, accennò punto alla pretesa vincita. Scriveva solamente, che

avevano fra loro parlato delle cose pubbliche, delle quali, concludeva,

non v'era da dir altro, se non che «ce ne andiamo in servitù, o per dir

meglio la compriamo. Tutti lo conoscono e nessuno vi rimedia.»[488]

Tornato a Firenze senza, a quanto pare, aver per via potuto vedere il

Guicciardini, che era andato ad Imola, il Machiavelli trovò ammalato

il figlio Bernardo,[489] e ricevè lettera dall'altro figlio Lodovico,

giovane impetuosissimo, che era assai spesso in dispute e risse

sanguinose, che prese più tardi parte assai viva alla cacciata dei

Medici, e morì, con la bandiera in mano, combattendo sotto le mura

di Firenze assediata dagl'Imperiali.[490] Ora si trovava per affari

commerciali in Adrianopoli, di dove moveva aspro lamento contro un

prete, che non voleva lasciare una chiesa di patronato dei Machiavelli,

non lungi da Sant'Andrea in Percussina. E minacciava di venire a farsi

giustizia colle proprie mani, quando il padre non avesse trovato modo

di rimediarvi subito. «Non vedo,» egli concludeva, «a che si aspetti

tanto. Questo mi pare un modo di cavarci due occhi noi, per cavarne uno

al compagno.»[491]

A tutte queste piccole noie s'aggiungevano i pensieri sempre più

gravi per le pubbliche faccende. Il Morone era prigione, il Pescara

s'avanzava verso Milano, il Papa si trovava al solito senza consiglio

e senza risoluzione. Le lettere del Guicciardini e del Machiavelli

sembravano ondeggiare fra la disperazione ed un cinico sorriso, che

spesso era invece un sorriso disperato. In una, che è senza data, il

Machiavelli mandava spiegazioni intorno al significato di qualche motto

fiorentino nella _Mandragola_. Prometteva di comporre le canzonette

da cantarsi fra un atto e l'altro; di far andare a Faenza la Barbera,

la ben nota cantatrice, insieme co' suoi cantori.[492] In un'altra,

senza data del pari, e firmata: _Niccolò Machiavelli, istorico,

comico e tragico_, cominciava col parlare a lungo del matrimonio, che

tanto stava a cuore al Guicciardini; poi a un tratto s'interrompeva,

scrivendo: «Il Morone ne andò preso, e il ducato di Milano è spacciato;

e come costui ha aspettato il cappello, tutti gli altri principi

l'aspetteranno,[493] nè ci è più rimedio: _Sic datum desuper_. — Veggo

d'Alagna tornar lo fiordaliso, e nel Vicario suo, ecc. — _Nosti versus,

coetera per te ipsum lege_.»[494] E poi, mutando da capo bruscamente:

«Facciamo una volta un lieto carnesciale, e ordinate alla Barbera un

alloggiamento tra quelli frati, che se non impazzano, io non ne voglio

danaio, e raccomandatemi alla Maliscotta, e avvisate a che porto è

la commedia, e quando disegnate farla. Io ebbi quell'augumento infino

in cento ducati per l'_Istoria._ Comincio ora a scrivere di nuovo, e

mi sfogo accusando i principi, che hanno fatto ogni cosa per condurci

qui.»[495]

E così continuavano. Il 19 dicembre il Machiavelli tornava sull'affare

del matrimonio, e cercando la via a farlo concludere, dava consigli

circa il modo di cavar danari dal Papa, per aumentar la dote della

fanciulla. Ma il Guicciardini, più orgoglioso e pratico, esitava a

parlare di queste cose a Clemente VII, quando erano così gravi le

condizioni in cui versavano lo Stato della Chiesa e l'Italia. Allora

era morto il Pescara, ed i potentati italiani parevano di nuovo

disposti ad addormentarsi, il che rendeva assai maggiore il pericolo

in cui tutti versavano. Il Machiavelli concludeva quella stessa

lettera, dicendo: Ognuno si crede ora rassicurato, «e parendogli aver

tempo, si dà tempo al nemico. E concludo in fine, che dalla banda di

qua non si sia per far mai cosa onorevole e gagliarda da campare o

morire giustificato, tanta paura veggo in questi cittadini, e tanto

male volti a chi fia per inghiottire.»[496] A che il Guicciardini

rispondeva il 26, cominciando col parlar nuovamente della commedia,

«perchè non mi pare delle meno importanti cose abbiamo alle mani, e

almanco è pratica che è in potestà nostra, in modo che non si getta

via il tempo a pensarvi, e la ricreazione è più necessaria che mai in

tante turbolenze.» Quanto alle cose pubbliche, non sapeva che si dire,

vedendo come tutti biasimavano la opinione che solo a lui pareva buona.

«Si conosceranno i mali della pace, quando sarà passata l'opportunità

di fare la guerra. Noi soli vogliamo aspettare in mezzo alla via il

cattivo tempo che viene, e non potremo dire che ci sia stata tolta la

signoria, ma che _turpiter elapsa sit de manibus_.»[497]

Pare che allora non solamente il Guicciardini ed il Machiavelli, non

sapendo dove posare il capo, cercassero distrarsi colle commedie; ma

che molti in Italia, pensassero, in questi anni veramente terribili,

a distrarsi colle feste. A Firenze, in fatti, durante il carnevale

del 1526, la Compagnia della Cazzuola rappresentava la _Mandragola_

in casa di Bernardino Giordano, con uno scenario dipinto da Andrea

del Sarto e da Bastiano da San Gallo, il quale, per la sua perizia

in questi lavori, era chiamato Aristotele. Poco dopo, nell'orto di

Iacopo Fornaciai, presso la porta San Frediano, a bella posta spianato,

con lo scenario dipinto dallo stesso Aristotele, fu rappresentata

la _Clizia_.[498] Si fecero in questa occasione grandissime feste e

conviti a nobili, a borghesi e popolani, tanto che se ne parlò per

tutta Italia. E dobbiam credere che il Machiavelli vi si abbandonasse

non meno degli altri, perchè Filippo dei Nerli,[499] che solo in

apparenza gli era amico, dopo essersene con lui rallegrato, scrivendone

agli altri, se ne mostrava invece assai scandalezzato. A Venezia,

nel medesimo tempo, due private Compagnie facevano recitare, una la

_Mandragola_, l'altra i _Menecmi_ di Plauto, i quali ultimi riuscirono

al paragone freddissimi, tanto che i promotori della rappresentazione

invitarono gli attori della _Mandragola_ a ripeterla in casa loro.[500]

Ed il Machiavelli ebbe dai mercanti fiorentini colà residenti,

premuroso invito di mandar qualche altro suo lavoro, per farlo

recitare nel prossimo maggio. Ma la rappresentazione apparecchiata in

Romagna pel carnevale di quell'anno, non sembra che avesse altrimenti

effetto,[501] perchè egli non potè andare a Faenza come aveva promesso,

trovandosi occupatissimo in Firenze, o in gite per affari urgenti.

Il Guicciardini era anch'esso in moto continuo, e nel gennaio dovè

recarsi in fretta a Roma. La notizia improvvisa d'un accordo seguìto

tra la Francia e la Spagna, per la liberazione del Re, sebbene non se

ne conoscessero ancora i termini precisi, teneva gli animi più che mai

sospesi, ed era quindi necessario apparecchiarsi agli eventi.

Di ciò le lettere dei due amici cominciavano ora a parlare con sempre

maggiore insistenza. Il Guicciardini, come già vedemmo, aveva da un

pezzo affermato che l'Imperatore avrebbe liberato il Re, e che questi

poi non avrebbe mantenuto i patti. Il Machiavelli, invece, s'era su

di ciò sempre illuso, credendo che il Re non sarebbe stato liberato,

e che in ogni caso avrebbe mantenuto i patti. Anche quando s'era

sparsa per tutto la notizia dell'accordo, egli durava una gran fatica

a non perseverare nella stessa sua erronea opinione. Tanto era di ciò

convinto che, quando giunse la nuova che il Re era stato effettivamente

liberato, e che si attribuiva questa deliberazione all'accortezza del

Papa, egli dette sfogo al suo malumore con l'epigramma che finiva:

E quinci avvien che 'l matto

Carlo re de' Romani e 'l Vicerè

Per non vedere hanno lasciato il Re.[502]

E poco prima, quando la nuova della liberazione non era ancor giunta

in Firenze, ma si sapeva che si trattava già degli accordi, egli ne

aveva scritto prima a Filippo Strozzi, e subito dopo, il 14 marzo, al

Guicciardini, dicendogli che aveva il capo pieno di ghiribizzi per

quest'accordo, e ripeteva ancora che o il Re non sarebbe libero, o

manterrebbe i patti. «È vero che così lascerebbe rovinar l'Italia,

e potrebbe anche perdere il regno; ma avendo esso, come voi dite,

il cervello francese, questo spauracchio non è per muoverlo come

muoverebbe un altro. Libero poi o non libero che egli sia, l'Italia

avrà guerra. E per noi non vi sono che due vie: o abbandonarsi a

discrezione del vincitore, dandogli danari, o armarsi. Il primo partito

non basta, perchè il nemico ci leverebbe i danari e poi la vita;

non resta dunque che l'armarsi.» E qui si abbandonava ad un'altra

di quelle ardite idee, tutte sue proprie. «Io dico una cosa che vi

parrà pazza, metterò un disegno innanzi, che vi parrà o temerario o

ridicolo; nondimeno questi tempi richieggono deliberazioni audaci,

inusitate e strane. E sallo ciascuno che sa ragionare di questo mondo,

come i popoli sono varî e sciocchi; nondimeno, così fatti come sono,

dicono molte volte che si fa quello che si dovrebbe fare. Pochi dì fa

si diceva per Firenze, che il signor Giovanni de' Medici rizzava una

bandiera di ventura, per far guerra dove gli venisse meglio. Questa

voce mi destò l'animo a pensare, che il popolo dicesse quello che si

dovrebbe fare. Ciascuno credo che pensi, che fra gl'italiani non ci

sia capo a chi i soldati vadano più volentieri dietro, nè di chi gli

Spagnuoli più dubitino e stimino più. Ciascuno tiene ancora il signor

Giovanni audace, impetuoso, di gran concetti, pigliatore di gran

partiti. Puossi adunque, ingrossandolo segretamente, fargli rizzare

questa bandiera, mettendogli sotto quanti cavalli e quanti fanti si

potesse più.» «Questo ben presto potrebbe aggirare il cervello agli

Spagnuoli, e far mutare i disegni loro, coi quali hanno forse pensato a

rovinar la Toscana e la Chiesa, senza trovare ostacolo. Potrebbe anche

far mutare animo al Re, che vedrebbe d'aver da fare con genti vive. E

legatevi al dito questo, che se il Re non è mosso con cose vive e con

forze, osserverà l'accordo o vi lascerà nelle peste, perchè essendogli

voi stati troppe volte contro, o rimasti a vedere, non vorrà che gli

intervenga ora lo stesso.»[503]

Filippo Strozzi mostrò al Papa la lettera che aveva ricevuta dal

Machiavelli, e gli parlò ancora della proposta fatta in quella diretta

al Guicciardini. Ma erano pensieri troppo audaci, troppo patriottici

per farli accettare da Clemente VII, che si smarriva al solo sentirne

parlare. Disse che ben presto il Re sarebbe libero ed osserverebbe i

patti, il che lascerebbe l'Italia in balìa dell'Imperatore. La proposta

d'armare Giovanni de' Medici non gli pareva accettabile, perchè sarebbe

lo stesso che dichiarar guerra aperta all'Imperatore. In fatti senza

danari Giovanni de' Medici non poteva formare un esercito, e se glieli

dava il Papa, sarebbe stato subito responsabile dell'impresa.[504]

Così, come nulla s'era fatto dell'Ordinanza, nulla si fece ora del

nuovo disegno del Machiavelli.

Questi si volse perciò tutto a fortificare le mura di Firenze, di che

aveva in Roma tenuto lungo ragionamento col Papa, «il quale raccomandò

che si facessero opere così gagliarde da mettere nel popolo animo

di poter resistere contro ogni assalto. Voleva che si costruisse

addirittura dalla parte di San Miniato, un nuovo cerchio di mura; ma

ciò era impossibile, a cagione di quel colle. Per includerlo dentro

le nuove mura, sarebbe stato necessario allargarsi troppo e quindi

indebolirsi. Se invece si deliberava di lasciarlo fuori, bisognava

restringersi tanto da lasciar fuori anche un intero quartiere della

Città. E se questo quartiere si demoliva, era una grande rovina; se

si abbandonava, era come darlo al nemico, che subito vi si sarebbe

fortificato.[505] Il Machiavelli perciò, dopo una visita accuratissima

fatta alle mura, insieme con l'ingegnere Pietro Navarro, scrisse una

minuta e precisa relazione, nella quale, proponendo tutti i lavori

necessarî, insisteva sempre più sul concetto di fortificare solo le

mura esistenti con nuove torri, fortilizî, fossati ed altre opere.[506]

Il 17 maggio scriveva al Guicciardini ancora in Roma, dicendogli che

aveva il capo così «pieno di baluardi» che non vi entrava altro. Gli

aggiungeva che a Firenze s'era fatta la legge con cui veniva istituito

il nuovo magistrato, per provvedere alle fortificazioni; e che se la

cosa andava innanzi, come pareva certo, egli, Machiavelli, sarebbe

stato il nuovo cancelliere. Faceva premure che il Papa cominciasse

da parte sua a dare gli ordini pel denaro necessario a cominciare

i lavori. Accennando poi alle notizie venute di Francia sulla nuova

attitudine presa dal Re, a quelle venute di Roma sui pericoli cui s'era

trovato esposto il Papa, ed a quelle finalmente venute in Lombardia

sui tumulti seguìti nell'esercito imperiale, concludeva che da esse

si vedeva chiaro «quanto facile sarebbe stato cavar d'Italia questi

ribaldi. Per amor di Dio non si perda questa occasione. Ricordatevi che

cattivi consiglieri e peggiori ministri avevano tratto non il Re, ma

il Papa come in prigione, di dove è appena fuori. L'Imperatore adesso,

vedendosi mancare sotto il Re, farà profferte che dovrebbero trovar le

orecchie vostre turate. Non si può più pensare di rimettersi al tempo

ed alla fortuna, perchè ingannano. Bisogna operare. A voi non occorre

dire altro. _Liberate diuturna cura Italiam. Extirpate has immanes

belluas, quae hominis praeter faciem et vocem nihil habent_.[507]». Il

Guicciardini gli rispondeva d'essere pienamente d'accordo con lui, e

che le cose erano ormai tanto chiare, che sperava bene si provvederebbe

una volta con animo deliberato. Pure non fu così. Il Papa, nelle

piccole e grandi cose, era sempre in preda alla stessa incertezza, la

quale fece sì che anche l'opera di fortificare le mura fiorentine non

arrivasse ad alcuna conclusione, ostinandosi egli sino all'ultimo nel

suo disegno poco pratico e da tutti condannato.

La nuova Provvisione che istituiva in Firenze i Cinque Procuratori

delle Mura, fu scritta dallo stesso Machiavelli, e venne approvata

nel Consiglio dei Cento, il 9 maggio 1526. Il 18 furono eletti i

Procuratori, che lo scelsero loro Cancelliere e Provveditore;[508] ed

egli facendosi aiutare da un suo figlio e da Daniello Bicci, che teneva

i conti e le scritture,[509] incominciò subito a scrivere lettere,

a dare ordini per mettere mano ai lavori. Fu ordinato ai Podestà di

mandare uomini a cavare fossati; fu scritto al Papa, perchè desse

danaro, non essendo ora possibile aggravare i cittadini con nuovi

carichi. Lo pregavano ancora che sollecitasse la venuta d'Antonio

da San Gallo, inviato già in Lombardia a studiare le fortificazioni

colà, non essendo prudente consiglio il metter mano ai lavori prima

che gl'ingegneri si fossero messi d'accordo sul disegno dei baluardi

da costruire.[510] Ma questo appunto fu quello che riuscì impossibile,

perchè il Papa tornava sempre alla sua strana idea d'allargare la

cerchia delle mura, per modo che circondassero tutta la collina di

San Miniato, e pretendeva che l'aumento del prezzo de' nuovi terreni,

i quali verrebbero così inclusi nella cinta, dovesse far guadagnare

80,000 ducati. Il Machiavelli fu per perderne la pazienza, e tre

lettere ne scrisse il giorno 2 giugno al Guicciardini, concludendo:

«tutto questo è una favola, nè il Papa sa quello che si dice.»[511]

Caldamente pregava che lo rimovesse da tanta ostinazione, altrimenti

si sarebbe, egli affermava, indebolita la Città, e spesa invano gran

somma di danaro. In conclusione s'andò per le lunghe, senza far lavori

d'importanza. E quando si doveva finalmente venire a qualche cosa di

più concreto, di più utile, i nemici erano già tanto innanzi, che

il Machiavelli dovette ripetutamente correre al campo, dove era il

Guicciardini, lasciando quindi e ripigliando più volte i lavori.[512]

Ormai ogni speranza stava nel trovare il modo di deviar da Firenze la

minacciosa bufera, la quale si avanzava rapidamente, senza che si fosse

in condizioni da poter resistere con energia.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. III · 第 21 / 77 题