Morte di Adriano VI. — Elezione di Clemente VII. Battaglia di
Pavia. — Congiura del Morone.
Mentre il Machiavelli lavorava ancora a compiere le _Storie_ avvennero
fatti che interruppero per sempre i suoi lavori letterari. Improvvise
e grandi complicazioni politiche lo ricondussero agli affari, negli
ultimi anni della sua vita, che furono assai infelici, perchè dovette
assistere alla rovina della patria, senza che i suoi sforzi valessero
in modo alcuno a lenirne i dolori.
Il 14 settembre 1523 moriva Adriano VI. La prossima elezione aveva una
grandissima importanza, combattendosi nel Conclave le tendenze rivali
della Spagna e della Francia, che fuori si disputavano il dominio
d'Italia. Il nuovo Papa poteva facilmente far pendere la bilancia da
un lato o dall'altro. La gara s'accese perciò vivissima. I cardinali
arrivavano da ogni parte; giunse fra gli altri anche il Soderini sempre
potentissimo, sebbene allora liberato appena dalla prigionia, in cui
Adriano VI lo aveva tenuto. Quando egli s'avvide che Giulio dei Medici,
aiutato dalla Spagna, guadagnava rapidamente terreno, s'unì ai fautori
di lui, che così fu sicuro del trionfo. Nella notte del 18 al 19
novembre questi venne eletto, e prese subito il nome di Clemente VII.
Tutti sapevano che era un bastardo, quantunque si facesse ogni opera
per nasconderlo. Si dice che la fortuna arride ai bastardi; ma essa fu
invece a lui tanto nemica, quanto in ogni cosa era stata amica a Leone
X. A questo in fatti riuscivano bene anche le cose peggio pensate, a
Clemente VII riuscivano male anche i partiti più lungamente ponderati.
Il suo pontificato fu non meno funesto a lui, che a Firenze, all'Italia
ed alla Chiesa.
Assunse la tiara con la reputazione di buoni costumi, di uomo
religioso, accortissimo, instancabile al lavoro, conoscitore degli
affari e delle umane passioni. Tutti avevano creduto che egli fosse
stato la guida di Leone X, e assai più di lui atto a governare. Ma
Leone X, quantunque amasse i piaceri e non volesse durare fatica,
aveva pure un certo istinto politico, che gli faceva prendere le più
grandi risoluzioni senza molto esitare. Del cardinale Giulio s'era
valso solamente per avere le notizie che gli occorrevano, a compiere
gli studî necessarî alla piena conoscenza degli affari, per eseguire le
proprie deliberazioni. Questi era in fatti un attivissimo strumento, e
pareva quindi che guidasse colui che invece serviva. «Così,» osserva il
Guicciardini, «le faccende messe in mano di due nature tanto diverse,
mostravano quanto qualche volta convenga bene la mistura di due
contrari.»[427]
Non appena però Clemente VII si trovò solo a reggere gli affari
della Chiesa, si vide subito che a lui mancava assolutamente quella
facoltà che costituisce il genio pratico dell'uomo di Stato, la quale,
facendogli quasi istintivamente calcolare l'impreveduto, lo spinge a
decidere ed operare, senza pericolosi indugi. Timido e irresoluto,
il nuovo Papa rifuggiva invece da ogni grande responsabilità, e
questa debolezza di carattere, che gli fu sempre funesta, veniva
accresciuta dalla natura del suo ingegno, il quale, nei più di facili
momenti, si perdeva a bilanciare lungamente il _pro_ ed il _contra_
d'ogni partito da prendere. E come se tutto ciò fosse poco, _egli_
prese a suoi consiglieri due uomini di carattere e d'intendimenti
opposti: un Italiano, Giovan Battista Giberti, ed un Tedesco, Niccolò
Schömberg. Questi, vestitosi frate al tempo del Savonarola, e fatto
poi arcivescovo di Capua, era accorto, tenace, impetuoso, e favoriva
con ardore la politica spagnuola, dominando il Papa, da cui si faceva
quasi temere. Quegli, il Giberti, si faceva invece amare, ed era uomo
più d'impeto e di passione che di ragione, tanto che dopo essere stato
grande avversario della Francia, n'era divenuto poi non meno caldo
fautore. È facile capire come dovesse essere assai pericoloso il veder
salire al pontificato un uomo in balìa di tante incertezze, di così
opposti consigli, quando s'avvicinava un gigantesco conflitto, il
cui esito poteva da un momento all'altro dipendere dalla sua condotta
politica.[428]
Primi a sperimentare le conseguenze dall'incerto carattere del Papa
furono i Fiorentini. Sebbene egli da lungo tempo li conoscesse, pure
cominciò subito a consultare ognuno sul modo in cui doveva farli
governare, e da chi. I più gli rispondevano quello appunto che egli
voleva, cioè: mandasse nella Città il cardinale di Cortona, Silvio
Passerini, con i due giovani bastardi, Ippolito ed Alessandro de'
Medici, perchè in loro nome la reggesse. Se non che, il Passerini,
durissimo di modi, era affatto incapace. Ippolito de' Medici, che
passava per figlio di una Pesarese e di Giuliano, aveva appena sedici
anni. Ed anche più giovane era Alessandro, figlio di Lorenzo e d'una
schiava mora o mulatta, da cui aveva ereditato la pelle scura, le
labbra grosse, i capelli crespi. Questi due giovani erano l'ultimo
avanzo del ramo principale dei Medici. Restava anche Giovanni, allora
già noto, e ben presto notissimo come capitano delle Bande Nere; ma
esso apparteneva ad un ramo collaterale della famiglia, nè fu mai
nelle buone grazie del Papa. Alcuni Fiorentini assai autorevoli, quali
Iacopo Salviati, Francesco Vettori e Roberto Acciaiuoli, apertamente
disapprovarono l'idea di far governare Firenze dal cardinale di
Cortona, e dicevano al Papa con pari franchezza, che Ippolito ed
Alessandro era meglio mandarli ora a scuola, per vedere se sarebbero
poi riusciti uomini di governo. Lasciasse che, sotto la sua protezione,
i cittadini si reggessero da sè; aprisse la sala del Consiglio come
tante volte aveva fatto sperare. Ma Clemente VII preferì l'avviso di
coloro che lo adulavano, e dicendo di volersi attenere al parere dei
più, mandò a Firenze i due bastardi col Cardinale. La conseguenza
naturale fu che questi si fece ben presto odiare, e l'odio si rivolse
poi contro i Medici, crescendo sempre fino a che scoppiò più tardi in
aperta ribellione.[429]
Ma assai più gravi erano gli eventi che s'apparecchiavano altrove. La
grande lotta tra Francesi e Spagnuoli doveva ora decidersi col ferro.
I primi si ritiravano dalla Lombardia, i secondi s'avanzavano pieni di
baldanza. Questi erano comandati da valorosi capitani, perchè Carlo V
non li nominava, come troppo spesso seguiva in Francia, per lusinghe
di donne o intrighi di cortigiani. V'erano Antonio de Leyva ed il
marchese di Pescara napoletano di nascita, ma spagnuolo d'origine,
ambedue valorosissimi; v'era il celebre Conestabile di Borbone, che
aveva clamorosamente disertato la Francia ed il suo re; v'era il vicerè
di Napoli, visconte di Lannoy, fiammingo. Francesco I, essendosi deciso
a farla una volta finita, passò ben presto le Alpi con un esercito di
50,000 uomini; ed il 21 ottobre 1524 entrò in Milano. Andò poi subito
a Pavia, dove Antonio de Leyva s'era chiuso con 4,000 fanti, e colà
doveva quindi decidersi ora la gran lite. Gli Spagnuoli facevano di
tutto per tirare dalla loro parte il Papa; ma questi al solito esitava.
Non poteva desiderare la loro vittoria nè quella dei Francesi, perchè
sarebbe in ambedue i casi rimasto a discrezione del vincitore, divenuto
arbitro delle sorti d'Italia. L'interesse dello Stato della Chiesa era
perciò immedesimato ora con la indipendenza nazionale, e ciò poteva
dare alla politica del Papa una grande importanza. Ma nè Leone X, nè
Clemente VII osarono mai di sollevarsi all'altezza cui pareva che
gli eventi per forza li chiamassero. E sebbene i migliori statisti
italiani, fra cui il Machiavelli, li avessero in mille modi eccitati,
spronati per questa via, non seppero far altro mai che tergiversare.
Francesco I s'era intanto fortemente trincerato nel suo campo, quando
nuovi Tedeschi scendevano ad ingrossare il nemico. Il suo esercito era
sempre assai numeroso; ma egli aveva dovuto mandare nel mezzogiorno
d'Italia il duca d'Albany con 3,000 fanti e 2,000 cavalli; i suoi
Grigioni erano partiti per difendere il castello di Chiavenna, e le
nuove genti mandate di Francia in suo aiuto, erano state sbaragliate
per via. Gli stava di fronte il grosso del nemico, ed alle spalle, in
Pavia, era Antonio de Leyva, che aveva già fatto fortunate sortite, in
una delle quali il valoroso Giovanni dei Medici era stato gravemente
ferito, e messo così per qualche tempo fuori di combattimento. Nella
città cominciavano a mancare i viveri, nel campo imperiale mancavano
i danari; e tutto consigliava perciò il Re ad aspettare, a non dare
battaglia. Ma il Pescara, cui il tempo stringeva, lo provocava ogni
giorno con abilissime scaramucce, ed a lui parve finalmente viltà non
accettare. In sul mattino del 24 febbraio 1525 il capitano spagnuolo
penetrò nel campo dei nemici, per una breccia aperta la notte, nel muro
del parco, in cui essi alloggiavano, e nello stesso tempo il de Leyva
uscì da Pavia. I Francesi, che erano già pronti, s'avanzarono schierati
in battaglia. Dapprima pareva che la vittoria loro arridesse; ma poi
il Pescara, alla testa de' suoi archibusieri, mise in rotta i loro
uomini d'arme, ed il Frundsberg diede prova d'ugual valore coi suoi
lanzichenecchi. Il de Leyva s'era unito agli altri nel dar l'assalto
ai Francesi. Gli Svizzeri, che già a Marignano avevano cominciato
a perdere la loro reputazione d'invincibili, si misero in rotta, e
così ben presto la vittoria fu degl'imperiali. Caddero quel giorno i
migliori capitani di Francia; il suo valoroso esercito fu disfatto,
e diecimila cadaveri rimasero sparsi sulla strada che da Pavia
conduce alla Certosa.[430] Ma il peggio di tutto fu che venne fatto
prigioniero lo stesso Francesco I, il quale scrisse allora a Luisa di
Savoia sua madre: «Tutto è perduto fuorchè l'onore e la vita, che è
salva.»[431] Il Pescara, il de Leyva e il Frundsberg furono gli eroi
di questa battaglia, la più decisiva di quante se n'erano da secoli
combattute,[432] perchè essa rese Carlo V il più potente fra tutti i
sovrani d'Europa, arbitro dell'Italia, che ormai aveva perduto la sua
indipendenza.
Poco dopo la battaglia di Pavia avvenne un fatto stranissimo, che fu
molto diversamente interpretato e narrato dagli storici. Esso è, fra
le altre cose, una prova assai chiara che gl'Italiani non solo vedevano
la disperata condizione in cui si trovavano, ma volevano uscirne, e che
le aspirazioni, le speranze espresse dal Machiavelli nella esortazione
del suo _Principe_, eran pure, sebbene assai vagamente e fiaccamente,
sentite da moltissimi. Mancava però la virtù necessaria a metterle
in atto. Diffidavano tutti gli uni degli altri, e anche per rendersi
indipendenti cercavano, speravano aiuto solo dagli stranieri. Non v'era
uomo capace d'assumere la direzione della grande impresa: meno d'ogni
altro poteva poi quest'uomo essere Clemente VII, che il fato sembrava,
quasi per ironia, ostinarsi a fare apparire come il rappresentante
delle più nobili aspirazioni nazionali.
Il dì 1º aprile 1525 gl'imperiali che, sebbene vittoriosi, si trovavano
senza danaro, vennero ad un accordo, mediante il quale si obbligavano
a garantire Milano da ogni assalto nemico. Lo Stato della Chiesa,
Firenze, i Medici restavano sotto la protezione dell'Imperatore, al cui
esercito, ed era questo il punto essenziale dell'accordo, si dovevano
pagare 100,000 ducati. L'insolenza del vincitore, i saccheggi e le
continue taglie non cessarono per ciò, anzi crescevano ogni giorno.
Gl'Italiani erano quindi sempre più scontenti ed irritati di dover
passare, come un branco di pecore, da uno ad un altro padrone, tanto
più ora che gl'imperiali, già signori del Napoletano, erano riusciti
a farsi padroni della Lombardia. Ma questo scontento, sebbene assai
generale, sembrava impotente. I soli che si trovavano in condizione
da fare qualche resistenza, erano i Veneziani ed il Papa. Ma i primi
pensavano ai loro commerci, alle loro colonie; il secondo non osava e
non risolveva mai nulla.
In Francia invece il governo era subito venuto in mano della reggente
Luisa di Savoia, ai cui cenni obbediva unanime la nazione, pronta a
ripigliare la guerra per vendicare e liberare dalla prigionìa il suo
Re. Questo generale ardore di vendetta, questo desiderio di rivincita
dava speranza agl'Italiani. E la Reggente, che lo sapeva, fece dire al
duca di Milano, e subito dopo anche ai Veneziani, che essa era pronta
ad aiutare in Italia un movimento generale per liberarla dal dominio
imperiale, rinunziando per parte della Francia ad ogni pretesa sul
reame di Napoli, lasciando la Lombardia al Duca. La medesima proposta
venne fatta al Papa, che l'accolse subito, e con più ardore degli
altri. A lui pareva finalmente di vedere la possibilità di quella
guerra nazionale d'indipendenza, che già tante volte gli era stata
suggerita, e che i fatti stessi, nell'interesse della Chiesa, ora
consigliavano. Essa, così gli avevano detto e con maggiore insistenza
molti ripetevano adesso, avrebbe a lui salvato lo Stato, facendogli
acquistare quella gloria immortale di liberare l'Italia, che Giulio
II aveva un momento sperata, e che lo stesso Leone X aveva più volte
invano desiderata.[433] Il datario Giovan Matteo Giberti era quello
che più di tutti lo sospingeva e spronava per questa via. Egli s'era
in verità cosiffattamente acceso nell'idea d'una guerra nazionale, che
incominciò, per mezzo delle sue lettere ai nunzi e messi straordinari
del Papa, a riscaldare l'animo di tutti i potentati italiani, perchè
non perdessero «l'occasione, che non potria essere al mondo più
bella, di liberarsi e acquistar gloria eterna.»[434] Così scriveva il
dì 1º luglio 1525 ad Ennio Filonardi nunzio nella Svizzera, e il 10
dello stesso mese scriveva all'auditore Girolamo Ghinucci: «Mi par di
vedere rinnovare il mondo, e da una estrema miseria Italia cominciare
a tornare in grandissima felicità.»[435] E così a tutti. In nome del
Giberti e del Papa, Domenico Sauli genovese, andò a Milano per fare
addirittura la proposta d'una lega italiana colla Francia, a fine
di liberare la patria comune.[436] Poco dopo partirono le proposte
definitive del Papa alla Francia. E queste erano: Milano resterebbe al
Duca, cui gli Svizzeri darebbero aiuto; Napoli e Sicilia verrebbero
libere in mano del Papa, che potrebbe disporne. La Francia darebbe
50,000 ducati al mese sino a guerra finita, anticipando subito
due mesi, e manderebbe a sue spese 600 lance, 6,000 fanti, con la
necessaria artiglieria, e 10 galee o più, secondo gli eventi. Per
maggior prova di sicurtà e leale amicizia, una principessa francese
andrebbe sposa al duca di Milano. Così si sarebbe fermata un'alleanza
perpetua tra la Francia e l'Italia, la quale, appena liberata
dagl'imperiali, avrebbe dovuto mandare a sue spese 1,000 lance e 12,000
fanti, per liberare il Re, ed essere in ogni caso pronta a difesa della
Francia, che prometteva da parte sua uguale aiuto. Tutto sarebbe stato
pronto a cominciare la guerra di qua dalle Alpi, quando la Reggente
avesse inviato i primi danari, e dato alle sue genti ordine di mettersi
in cammino.[437] Il Giberti, che più di tutti s'era acceso, sollecitava
con ogni opera queste trattative, ma faceva nello stesso tempo vive
premure ai potentati italiani, perchè, senza neppure aspettare gli
aiuti francesi, si desse cominciamento all'impresa.
Intanto la Francia, che a tutta possa spingeva l'Italia, non dava in
conclusione altro che parole. Essa trattava con la Spagna per liberare
il Re, e quindi la sua politica poteva da un momento all'altro mutarsi.
Gl'Italiani poi, non solo diffidavano dei Francesi, ma diffidavano
anche di loro stessi, nessuno eccettuato, e però ciascuno voleva
tenersi aperta un'uscita pel caso, che gli altri si tirassero indietro.
E quindi la maggior parte di loro cercaron subito dare un qualche cenno
più o meno indiretto della trama a Carlo V o ai suoi rappresentanti,
per potere all'occorrenza dichiarare d'essergli stati sempre amici
fedeli. Continuavano tuttavia con ardore le pratiche iniziate per
l'impresa, deliberati a profittarne, quando le cose riuscissero, come
allora si diceva, ad votum. Tale era pur troppo la politica del tempo.
Carlo V e i suoi si conducevano, come vedremo, con la stessa mala fede.
I Veneziani approvavano l'impresa, ma dicevano di rimettersene a ciò
che farebbe il Papa. Questi, che aveva primo cominciato a stringere i
segreti accordi, faceva in pari tempo dire all'Imperatore, che stesse
attento ai suoi capitani in Italia.[438] Il duca di Milano, che aveva
accolto con favore i suggerimenti della Francia, ne rendeva, per mezzo
del suo segretario Morone, consapevole il Vicerè, che consigliava di
continuare la pratica, per vedere dove la fosse per condurre.[439]
Intanto lo stesso Morone continuava a trattare per ottener
dall'Imperatore l'investitura del Ducato allo Sforza.
E finalmente arrivò il genovese Domenico Sauli, portando da Roma la
proposta concreta della lega italiana contro gl'imperiali. L'occasione
pareva allora singolarmente propizia. Francesco I aveva chiesto
d'essere mandato nella Spagna, per parlare con Carlo V, ed il Vicerè
ve lo aveva condotto all'insaputa del Borbone e del Pescara, che
s'erano vivamente opposti, perchè volevano invece tenerlo in Italia, e
cavarne profitto. Il Pescara sopra tutti n'era rimasto irritato contro
il Vicerè, e nell'ira lo accusava d'essersi mostrato vile a Pavia,
avendo più volte gridato: Noi siamo perduti! Aggiungeva d'esser pronto
a provarglielo con la spada in mano.[440] E pareva che fosse irritato
anche contro l'Imperatore, che si diceva avesse consentito al Vicerè.
Per queste ragioni il Sauli trovò grande ascolto, quando fece al Morone
la proposta della lega, ed espose, in nome del Papa e del Datario,
l'idea d'offrire al Pescara, che sapevano irritato e scontento, il
regno di Napoli, se entrava deliberatamente nell'impresa, assumendone
la direzione militare.[441] Il segretario dello Sforza parve subito
come invasato dalla proposta, e da quel momento fu il maneggiatore
principale della congiura, il grande agitatore della politica italiana,
senza per questo smetter di sollecitare dall'Imperatore l'investitura
del Ducato pel suo signore. Anch'egli, anzi egli più di ogni altro,
cercò di tenersi sempre aperta una via alla ritirata, la quale poteva
da un momento all'altro divenire necessaria. E lo fece in un modo
affatto proprio del suo strano carattere, del suo singolare ingegno,
della sua audacia, di quella mala fede, che era grande in lui ed in
tutti i politici del secolo. Così ne nacque una specie di tenebroso
dramma, che restò per lungo tempo inesplicabile, ed anche oggi,
dopo tante nuove ricerche e documenti venuti alla luce, non riesce
interamente chiaro.
Il Morone era nato solo un anno dopo del Machiavelli; aveva studiato
le lettere latine, le lettere greche e la giurisprudenza. Entrato
poi negli uffici politici ed amministrativi, servì come segretario,
cancelliere o simili, molti e diversi padroni. E fece per questa via
rapido cammino, perchè all'ingegno s'aggiungeva in lui, non solo
una singolare audacia ed intraprendenza, ma anche una grandissima
accortezza nei raggiri diplomatici, talchè fu subito tenuto una delle
prime teste politiche d'Italia. Nel 1499, quando Lodovico Sforza fuggì
nel Tirolo, il Morone, che era suo segretario, formulò i patti della
resa, e sebbene non venissero accettati dai Francesi invasori della
Lombardia, noi lo troviamo subito dopo al loro servigio. Più tardi fu
promotore della scelta di Massimiliano, figlio di Lodovico, a duca di
Milano, servendolo fedelmente e con coraggio, fino a che quel giovane
principe, stanco delle molte traversie, accettò l'esilio perpetuo
in Francia. E dopo aver corso altre non poche vicende, quando in
Italia risorse la fortuna degl'imperiali, s'adoperò moltissimo a far
proclamare duca di Milano, il secondo figlio di Lodovico, Francesco
Sforza. Di questo era adesso segretario, e nel nome di lui aveva
trattato per la investitura del Ducato, che fu dall'imperatore offerta
prima a condizioni inaccettabili, modificate poi ed accettate. Nello
stesso tempo pigliava il Morone parte attivissima alla congiura,
adoperandosi col Papa per la lega italo-francese contro l'Impero.
Assunse sopra di sè il carico di guadagnare il Pescara, iniziando tutte
le pratiche con tanto ardore, mostrandosi talmente persuaso di poter
riuscire, e continuando con una così febbrile attività, da essere
lungamente tenuto come il vero autore d'un disegno, che era stato
invece concepito a Roma.
Il Pescara, giudicato allora il primo capitano d'Europa, era uomo
ambiziosissimo e senza scrupoli, al che si aggiungeva ora, come
dicemmo, l'essere egli irritato per la partenza di Francesco I, e
per credersi non apprezzato abbastanza dall'Imperatore. Sebbene di
origine spagnuola, e nemico del nome italiano, era pur nato in Italia:
non pareva quindi che potesse essere addirittura indifferente alle
sorti della sua patria. E la promessa d'un gran regno sembrava certo
tal cosa da poter guadagnare l'animo di un uomo siffatto. Il Morone
che aveva una fede grandissima nella sua propria capacità, nella
propria eloquenza, non dubitava perciò di dover riuscire a fargli
assumere un'impresa che gli offriva il modo di vendicare sè stesso,
liberando la terra ove era nato, facendo la sua fortuna, acquistando
gloria immortale. Si presentò dunque a lui, e dopo aver chiesta
ed ottenuta la parola di soldato d'onore, che in ogni caso avrebbe
serbato il segreto, gli rivelò il disegno dei collegati, e gli fece
la grande offerta. Gli ricordò lo scontento universale e l'oppressione
dell'Italia, che invocava un liberatore; gli dipinse con vivaci colori
la gloria dell'impresa, la felicità di un regno, la santità di una
guerra desiderata dal popolo, aiutata dalla Francia, benedetta dal
Papa. Ricorse agli esempî della storia antica e della moderna.[442] Con
altra forma, dovettero essere le idee stesse che si trovavano già nella
esortazione del _Principe_.
Ma chi lo ascoltava era un soldato, su cui non potevano nulla
l'eloquenza e le ricordanze storiche o patriottiche, il quale guardava
solo al presente, al reale, al suo interesse personale. Il Pescara
sapeva che valore avevano le armi imperiali, e quanto deboli erano
quelle degl'Italiani, sempre discordi, sempre diffidenti gli uni degli
altri, e sapeva anco qual certezza c'era da avere negli aiuti promessi
dalla Francia, che per liberare il suo Re, poteva da un momento
all'altro mutare politica, piegandosi ad ogni patto. Oltre di ciò,
egli era già ammalato d'una malattia, che doveva in breve condurlo
alla tomba. Non poteva quindi accettar cambiali a lunga scadenza. Ma
non era neppure uomo da respingere senz'altro le troppo lusinghiere
proposte, che il Morone gli faceva, in nome del Papa e degli altri
potentati. In sostanza, o l'impresa diveniva veramente tale da poter
riuscire, ed egli allora avrebbe di certo accettato l'offerta, o in
nessun modo sarebbe apparso sperabile il condurla a buon termine,
ed anche in questo caso a lui sarebbe convenuto far mostra per ora
di entrar nella trama, se non altro per conoscerla e trarne sicuro
vantaggio, rivelandola all'Imperatore. Intanto poteva dagli alleati
cavar danari, che era la cosa di cui più urgentemente aveva bisogno
pel suo esercito privo di tutto. Giurato adunque il segreto, e saputo
di che si trattava, non accettò nè ricusò d'assumere la direzione
dell'impresa; ma ne dimostrò subito le gravi difficoltà, e dichiarò che
voleva prima esser sicuro di non violare le leggi cui era tenuto, come
soldato d'onore, come vassallo dell'Imperatore. Avrebbe fatto studiare
il caso da persone competenti, lo stesso facessero lo Sforza ed il
Papa, in termini generali ben inteso, senza nomi di persone, perchè
non trasparisse ad anima viva il geloso segreto. Le risposte del Papa
e dello Sforza non si fecero molto aspettare, quantunque la troppo
ingenua domanda avesse tutta l'apparenza d'un pretesto. Legami verso
la patria i generali d'allora non ne avevano, e meno di tutti poteva
averli verso la Spagna o l'Impero il Pescara, che era nato a Napoli.
Non restavano quindi che i doveri di vassallo, ai quali solamente
egli aveva accennato. Ma gli fu subito osservato, che il Napoletano
era feudo della Chiesa, e che ai possessi nella Spagna egli poteva,
volendo, rinunziare fin d'ora per l'acquisto d'un regno. A lui non si
proponeva in fatti nulla di straordinariamente insolito, secondo le
idee di quel tempo. Non era il Borbone passato dalla Francia a servizio
dell'Impero? Non aveva fatto lo stesso il principe d'Orange, e non
era Pietro Navarro passato per dispetto dalla Spagna alla Francia?
Se costoro furono dai posteri chiamati traditori della patria, essi
continuavano allora ad esser tenuti fra i capitani più stimati e più
rispettati, meritevoli di biasimo solamente per avere abbandonato il
proprio signore.[443] Il Pescara non era certo uomo da pretendere
d'esser più scrupoloso degli altri, e quando avesse voluto mutar
bandiera, non gli sarebbero mancate ragioni o pretesti, massime poi
essendo istigato dal Papa.
Le trattative andarono perciò innanzi attivissime; ma la Francia
prometteva sempre, senza mai muoversi.[444] Il Pescara faceva con
insistenza continue domande di danari, che bisognava dargli, e
intanto, con generale maraviglia, si sentiva che scendevano dalle Alpi
altri Lanzichenecchi. Da per tutto si andava inoltre ripetendo che
l'Imperatore era già consapevole della congiura. In fatti d'ogni cosa
lo aveva con lettere continue ragguagliato il Pescara, sollecitandolo a
conchiudere subito accordi con la Francia, perchè in Italia tutti gli
erano nemici, tutti desideravano cacciarne l'esercito imperiale: il
nome tedesco e spagnuolo era universalmente odiato.[445] Dalle lettere
del Giberti si vede in fatti assai chiaro, come a Roma già si sapesse
che la congiura non era più un segreto per nessuno, e si sospettasse
che non solo il Pescara, ma anche il Morone tradisse.[446] Questi,
appena saputo che si era gravemente ammalato il suo Duca, dichiarò al
Pescara, che avrebbe dato il Ducato in balìa dell'Imperatore, piuttosto
che vedervi tornare Massimiliano Sforza, mostratosi inettissimo a
governare. E non solo lo aveva detto; ma, sebbene i Veneziani ed il
Papa, coi quali allora cospirava, si fossero dichiarati contrarissimi,
aveva subito apparecchiato ogni cosa, per porre in atto il suo
pensiero, quando fosse veramente seguìta la morte del Duca.[447] Ma
nessuno aveva mai fatto assegnamento sulla buona fede del Pescara o del
Morone; s'era calcolato solo sul loro egoismo, sulla loro ambizione. Si
riteneva che, quando la congiura fosse stata per riuscire, vi avevano
ambedue troppo da guadagnare, per volerla abbandonare; si era anche
convintissimi che avrebbero tradito, e si sarebbero subito rivolti
all'Imperatore, quando appena quella probabilità fosse cominciata a
venir meno. E quindi ciò che metteva adesso pensiero e sconfortava
grandemente era l'arrivo dei Lanzichenecchi, la mancanza di ogni aiuto
dalla Francia, la nessuna vicina speranza di averne.
Non mancavano neppure diffidenze tra il Pescara ed il Morone. Questi
sapeva d'essere odiatissimo dagli Spagnuoli, e sopra tutti dal de
Leyva, che aveva minacciato d'ucciderlo, quando lo avesse avuto
nelle mani. Conosceva poi assai bene il Pescara, e aveva detto al
Guicciardini: «Non essere uomo in Italia nè di maggior malignità, nè
di minor fede.»[448] E da ogni lato lo avvertivano ora, che stesse in
guardia, altrimenti avrebbe fatto una misera fine nelle mani di quel
tristo. Al quale egli stesso riferì le voci che correvano, aggiungendo
però: «Io ho fede in V. S. come in Dio.»[449] In fatti il Pescara
stesso, nelle lettere che scriveva a Carlo V, rivelando la congiura,
le offerte, i discorsi fattigli dal Morone, aggiungeva di tenersi ben
sicuro di poterlo «condurre dove voleva.»[450] Il vero è che giocavano
ambedue un doppio giuoco, e n'erano consapevoli del pari. Il capitano
imperiale aveva lasciato capire, che non avrebbe esitato a fare
davvero, quando avesse potuto esser sicuro della corona promessagli;
ma non s'era mai illuso fino a credere che questa sicurezza vi potesse
esser davvero. Il Morone invece, come succede spesso ai più furbi,
s'era molto illuso, non però quanto s'è voluto supporre da alcuni
scrittori. Egli non era affatto cieco alle difficoltà cui s'andava
incontro, e sapeva bene che avrebbe messo a rischio la propria testa,
se troppo scopriva il Pescara. Pure gli dava qualche sicurtà il sapere
quali ambiziosi desideri nel fondo del suo animo questi nascondesse. E
da un altro lato gli aveva pure fatto ben capire che, quando l'impresa
fosse stata per fallire, anch'egli sarebbe stato pronto a gettarsi con
tutte le sue forze a servizio dell'Imperatore. Per tutte queste ragioni
adunque, invitato dal Pescara ad andare a conferire con lui, che si
trovava ammalato nel castello di Novara, v'andò col de Leyva, sebbene
tutti lo avvertissero che correva alla sua estrema rovina.[451]
Il 13 ottobre ebbe un primo abboccamento, il 15 un secondo,[452]
uscendo dal quale fu fatto prigioniero e menato nel castello di
Pavia, dove il 24 venne il Pescara col de Leyva e l'abate di Nazaria
ad esaminarlo. C'era poco da chiedere e poco da rispondere, perchè
il Pescara già sapeva tutto, e lo sapeva dal Morone stesso. Questi,
non ostante, scrisse di sua mano la propria confessione. Ed in essa,
dopo aver protestato contro la ingiusta violenza che subiva, contro la
fede tradita, diceva al generale di Carlo V, che non poteva rivelar
nulla, che già non gli avesse detto e ripetuto più volte. Esponeva
tuttavia la storia della congiura, ricordando l'offerta del regno
di Napoli, le trattative per la investitura di Milano allo Sforza,
che aveva dichiarato d'accettarla, continuando nel tempo stesso gli
accordi per la guerra nazionale contro l'Imperatore.[453] Quest'ultima
dichiarazione fu il pretesto, di cui il Pescara si valse per andar
subito a Milano, ed impadronirsi della Lombardia.
Ognuno s'aspettava ora di sentire da un momento all'altro già messo a
morte il Morone, quando, con maraviglia universale, il Pescara pubblicò
un decreto del 27 ottobre, col quale dichiarava di volerlo tenere
presso di sè prigioniero, ed ordinava che non si toccassero punto le
proprietà di lui, lasciandole per adesso alla moglie ed ai figli,
usando loro ogni riguardo.[454] Sentendosi poi vicino alla morte,
che lo colpì in fatti il 3 dicembre 1525, nella età di soli trentasei
anni, fece testamento, raccomandando all'Imperatore, non solo la vita,
ma anche la libertà del Morone, ed ogni benefizio che gli si potesse
fare, «perchè altrimenti mi riputerei essere caricato.»[455] L'abate di
Nazaria ed il marchese del Vasto, dimostrando anch'essi una singolare
premura, scrissero subito al prigioniero, per avvertirlo che il Pescara
lo aveva raccomandato a Carlo V, ed aggiungevano assicurazioni della
loro buona disposizione. Lo stesso de Leyva, che non gli era stato mai
benevolo, scriveva da Milano il 25 marzo 1526: «Si farà maniera che V.
S. resterà contenta. Sicchè de novo la torno a pregare, che stia de bon
animo, che farò per lei tanto quanto vorrei si facesse per me stesso,
e me li raccomando.»[456] Il Morone tuttavia restò per ora in carcere,
a disposizione del conestabile di Borbone, che assunse il comando
dell'esercito imperiale, e lo tenne come ostaggio, a fin di cavarne
danari, dei quali era anch'egli in una estrema necessità. Ma dopo
avere avuto da lui parecchie migliaia di ducati, con promessa di altri
fino a 20,000, firmò il dì 1º gennaio 1527 un decreto col quale, pure
rimproverandogli la congiura, ed accusandolo di pecunia indebitamente
estorta in suo privato vantaggio, n'esaltava l'ingegno, il coraggio,
l'esperienza, i servigi altra volta resi all'Imperatore. E concludeva
poi che, per questi suoi meriti, pei danari recentemente dati in
momenti di estremo bisogno, per la volontà dichiarata di volersi
di nuovo rendere utile all'Impero, lo liberava e gli faceva grazia
generale di tutte le sue colpe.[457] Ma, quello che è ancora più, lo
nominava poco dopo commissario generale nell'esercito. Ed in questo
ufficio noi lo troviamo sotto le mura di Roma, quando il Borbone morì.
Seguìto che fu poi il sacco della Città eterna, e trovandosi Clemente
VII chiuso in Castel Sant'Angelo, il Morone ebbe parte principalissima
nelle trattative allora fatte per liberarlo. Aiutato dal suo ingegno,
dalla sua attività, dalla sua grande esperienza, salì sempre a maggior
grado; fu come la mente che dirigeva gl'imperiali nello strazio che
fecero dell'Italia, ed era presso l'esercito che assediava Firenze, il
giorno 15 dicembre 1529, che fu l'ultimo della sua vita.[458]
Tutto questo finì, com'era naturale, col lasciare mille dubbî, mille
incertezze sul suo carattere e sul vero significato della congiura;
incertezze e dubbî che crebbero assai più, quando si cominciò a voler
vedere un gran patriotta in un uomo che aveva mirato solo e sempre
a farsi strada nel mondo, che aveva mutato parte ogni volta che lo
richiedeva il proprio interesse, cui solo obbediva. Facendone un
patriotta, rimangono assolutamente inesplicabili la sua condotta e
quella anche del Pescara, del de Leyva, del Borbone. In fatti, come
mai il Morone, avvertito da tanti, sapendo con certezza che il Pescara
era ormai in perfetto accordo coll'Imperatore, si sarebbe andato a
mettere nelle mani di lui? Ed il Pescara, perchè lo avrebbe salvato
e raccomandato? Ammettere in questo scrupoli di coscienza sarebbe
assurdo. Non ne ebbe mai, e non c'era ragione d'averne allora, se non
ne aveva avuti prima. Anche più impossibile sarebbe immaginare scrupoli
o altro simile sentimento, per ispiegare la condotta del de Leyva,
del Borbone, dello stesso Carlo V, i quali non avevano promesso nulla,
e non dovevano usare riguardi ad un cospiratore. Al patriottismo del
Morone non credettero mai i contemporanei che lo conobbero, neppure
quelli stessi che lo avevano inviato alla congiura. Il Guicciardini,
nella sua _Storia d'Italia_, dichiara di non aver capito la cecità
con cui esso s'era andato a mettere nelle mani del Pescara, del quale
conosceva bene la crudeltà e la mala fede. Nelle sue Legazioni, però,
appena che lo seppe in prigione, scrisse a Roma: «Io temo che con le
sue girandole riuscirà presto a consigliare ed a dirigere gl'imperiali
a danno degli alleati.»[459] E così fu.
Ma se i contemporanei dovevano giudicar solo dalla conoscenza che
avevano del Morone, i documenti pubblicati ai nostri giorni ci pongono
in grado di vedere anche meglio come le cose veramente andarono. Il
Morone, che aveva servito molti padroni ed era prontissimo a servirne
altri, pensava a farsi sempre più potente, servendo il duca di Milano,
quando venne da Roma l'idea della lega e l'offerta del regno di Napoli
al Pescara. La lega e la guerra corrispondevano ad un vero interesse
nazionale, ad un bisogno che, se non era fortemente sentito, era
pure assai generalmente inteso dagl'Italiani. Se il Pescara si faceva
davvero promotore dell'impresa, si poteva sperare di riuscire a buon
fine, e, riuscendo, egli ed il Morone sarebbero divenuti potentissimi.
La proposta fu dunque fatta ed accettata con la intesa tacita e
vicendevole, che non potendosi riuscire al fine voluto, si sarebbero
ambedue rivolti a favorire l'Imperatore. Di ciò, come abbiam visto, il
Morone dette prova coi fatti, quando pareva che il suo Duca morisse.
Il Pescara, che si era pure avventurato abbastanza, si pose anche
subito al sicuro, rivelando ogni cosa all'Imperatore. Aveva continuato
ad avere od a fingere d'aver parte nella trama, cavando intanto dai
collegati i danari che gli occorrevano a sostenere l'esercito, e così
andando innanzi, s'era sempre più persuaso che il Morone poteva, nelle
mani sue e degl'imperiali, riuscire un ottimo strumento a conquistare
l'Italia, appena che la vanità della congiura fosse apparsa evidente
anche a lui. Questi, in ogni caso, era anche, come si vide poi col
fatto, l'uomo più adatto ad indicare le persone da cui si potevano in
Italia estorcere danari, dei quali gl'imperiali avevano un bisogno così
grande ed urgente, che la mancanza di essi li pose più di una volta
sul punto di vedere sbandati i loro eserciti. Era poi egli stesso così
ricco da poter dare anche del suo, come fece più tardi col Borbone.
Così fu che, quando il Pescara lo ebbe nelle mani, iniziò il processo
più per forma e per cavarne danaro, per avere un qualunque pretesto
ad impadronirsi della Lombardia, che per la speranza di poter nulla
apprendere di nuovo. La benignità inaspettata e le raccomandazioni
insolite furono certo promosse dal desiderio che si adoperasse a
profitto degli imperiali un uomo il quale si era dichiarato pronto a
servirli, e poteva veramente riuscir loro di grande utilità.
Questa congiura, che fu detta del Morone, prova che l'idea di rendere
l'Italia indipendente colle proprie forze, era allora nel pensiero
di molti, e poteva anche essere effettuata, quando vi fosse stata
sincera unione fra gl'Italiani, ed un uomo valoroso e grande l'avesse
deliberatamente sostenuta colle armi. Se l'Italia, in fatti, era
debole, i suoi nemici erano spesso in guerra fra di loro, e disordinati
per modo che più d'una volta si trovarono sul punto d'andare a
rovina, senza quasi essere combattuti da altri. Ma l'uomo necessario
non sorgeva, e quando si veniva alla prova dei fatti, ognuno voleva
operare a suo vantaggio esclusivo: così tutto andava a rifascio.
Questo concetto d'indipendenza nazionale, di cui pur tanto si parlò
dai tempi di Giulio II in poi, era allora vagheggiato dagl'Italiani
più per entusiasmo letterario, e per sostenere interessi locali o
personali, che per bisogno generale e fortemente sentito d'una patria
comune. Non si poteva quindi, in nessun caso, arrivare a grandi e
durevoli resultati. Lo stesso Machiavelli, fino a che restò segretario
della Repubblica fiorentina, non riuscì mai a vederlo chiaramente,
dimostrandosi anch'esso pronto a sacrificar tutto agl'interessi del suo
piccolo Comune. Uscito però d'ufficio, egli fu ben presto il solo che
comprendesse e sentisse fortemente l'idea nazionale, esponendola senza
incertezze o secondi fini, con sublime eloquenza cercando convincerne
gli altri. Ma perciò appunto dovette d'allora in poi passar la sua vita
d'illusione in illusione, di speranza in speranza, vedendo un dopo
l'altro svanire i sogni dai quali era sempre dominato. Nulla però fa
credere che egli si fosse un momento solo illuso sulla condotta del
Morone, quantunque la congiura si direbbe qualche volta ispirata dal
_Principe_ e dai _Discorsi_. A lui dovette apparir chiaro, che nessuno
di coloro i quali vi presero parte, aveva pur l'ombra di quel forte
e sincero patriottismo, che egli sapeva essere più di ogni altra cosa
necessario a porre in atto la grande idea.