CAPITOLO XIV.

Le _Istorie fiorentine_. — I libri V e VI, il trionfo dei

Medici e le guerre d'Italia. — I libri VII e VIII, Lorenzo

dei Medici e le congiure. — I _Frammenti storici_. — Gli

_Estratti di lettere ai Dieci di Balìa_. — La prima bozza delle

_Istorie_.

I quattro libri che seguono, costituiscono la terza ed ultima parte

delle _Storie_, e procedono assai meno ordinati. Il Machiavelli

avrebbe qui dovuto parlare del dispotismo dei Medici, e dei modi con

cui distrussero la libertà. Ma era un argomento assai difficile per

lui. Anche lodando le loro buone qualità, avrebbe dovuto biasimare

aspramente la loro condotta politica, e non poteva farlo con la

necessaria libertà, in un'opera dedicata a Clemente VII, che gliene

aveva fatto avere la commissione. Il 30 agosto 1524 egli scriveva al

Guicciardini: «Attendo in villa all'istoria, e pagherei dieci soldi,

non voglio dire di più, per consultarvi; giacchè sono venuto a un

punto, che avrei bisogno d'intendere da voi, se offendo troppo con

l'esaltare o abbassare. Pure m'ingegnerò di fare in modo che, dicendo

il vero, nessuno si possa dolere.»[375] Nel quinto e sesto libro

perciò egli si ferma lungamente a parlare delle guerre fiorentine,

anzi delle italiane in generale, per sempre più condannare i capitani

di ventura, dimostrando di nuovo che essi furon causa della rovina

d'Italia. Solo di tanto in tanto ritorna ai fatti interni di Firenze,

pei quali continua a valersi del Cavalcanti; ma poi subito ne rifugge,

per discorrer nuovamente delle guerre, nel raccontar le quali si vale

di Flavio Biondo, di Gino Capponi e del Simonetta, che ne furono spesso

testimoni oculari.

Dopo avere adunque accennato alle sue ben note idee sul crescere e

decadere degli Stati, osserva che nelle umane società prima sorgono i

capitani e le armi, poi la filosofia e le lettere. «Le armi portano

vittoria, la vittoria quiete, nè si può la fortezza degli animi con

il più onesto modo, che con quello delle lettere corrompere. L'Italia

percorse anch'essa queste vicende, riuscendo con gli Etruschi ed i

Romani ad essere ora felice, ora misera. E sebbene, dopo la rovina

dell'Impero, non si fece nulla che riuscisse a redimerla, riunendola

sotto un virtuoso principe che sapesse farla gloriosamente operare,

pure essa potè per qualche tempo avere la virtù necessaria a difendersi

dai barbari. Ma si venne poi a tempi i quali non furono per la pace

quieti, nè per la guerra pericolosi. I principi e gli Stati, è vero,

si assaltavano l'un l'altro; ma non si possono chiamare guerre quelle

in cui gli uomini non si ammazzano, le città non si saccheggiano,

i principati non si distruggono. Esse si cominciavano senza paura,

trattavansi senza pericolo, finivansi senza danno. E così quella virtù

militare, che altrove fu spenta dalla lunga pace, venne fra di noi

spenta da tali guerre, come si vedrà per ciò che diremo dal 1434 al

1494, quando fu di nuovo aperta la via ai barbari, e rimessa l'Italia

nella loro servitù.» «E se nel descrivere le cose seguite in questo

basso mondo, non si narrerà o fortezza di soldati o virtù di capitani

o amore verso la patria di cittadino, si vedrà con quali inganni, con

quali astuzie ed arti i principi, i soldati e capi delle repubbliche,

per mantenersi quella reputazione che non avevano meritata, si

governavano.»[376] Questa è la introduzione al quinto libro.

Comincia poi il Machiavelli a parlar delle due scuole della milizia

italiana, capitanate l'una da Francesco Sforza, l'altra da Niccolò

Fortebracci e da Niccolò Piccinini. Narra rapidamente, incompiutamente,

con assai poca esattezza le loro imprese nello Stato della Chiesa dopo

l'anno 1433,[377] sempre col solo scopo di far conoscere la triste

natura di quelle guerre, le grandi rovine che portarono alla libertà

ed all'Italia. E tutto ciò, ora venendo bruscamente ai fatti interni

di Firenze, ora allontanandosene di nuovo non meno bruscamente. Il

ritorno trionfale di Cosimo, e le persecuzioni che subito ne seguirono,

conducono l'autore a fare alcune osservazioni, le quali rivelano che

cosa egli veramente pensasse di quei fatti, e perchè rifuggisse dal

narrarli. «Ai cittadini allora non solo l'umore delle parti nuoceva;

ma le ricchezze, i parenti, le inimicizie private. E se questa

proscrizione fosse stata dal sangue accompagnata, avrebbe a quella

d'Ottaviano e di Silla renduto similitudine, ancora che in qualche

parte nel sangue s'intingesse; essendo stati decapitati Bernardo

Guadagni ed altri cittadini.»[378] Non furono mutati i magistrati, ma

alterate le loro attribuzioni, diminuita la loro importanza politica.

Si trovò con le Balìe il modo d'assicurare in favore dei Medici le

nuove elezioni, anzi questa fu poi sempre la loro arte di governo.[379]

Poco altro ci dice della storia interna di Firenze il quinto libro, che

torna ora a parlar delle principali guerre italiane, sulle quali assai

più lungamente si ferma.[380]

Da Firenze si salta in fatti alla morte di Giovanna II di Napoli, alla

venuta di Alfonso d'Aragona ed alla guerra da lui sostenuta contro i

Genovesi, che lo fecero prigioniero insieme con due suoi fratelli,

e li condussero al duca Filippo M. Visconti, per ordine del quale

avevano combattuto. Qui il Cavalcanti immagina uno strano e assurdo

discorso del Duca, dopo del quale esso avrebbe senz'altro liberato

i prigionieri, colmandoli di cortesie, con parole sempre retoriche,

ampollose e vuote.[381] Il Machiavelli compone invece un discorso,

mediante il quale Alfonso d'Aragona avrebbe, con assai accorte ragioni,

persuaso il Duca a lasciarlo libero. Questo discorso non ha certo

nulla di storico; ma espone quali furono le vere ragioni che, secondo

il Machiavelli, dovettero decidere il Duca a liberare i prigionieri.

«A lui più che ad altri era pericoloso,» così gli avrebbe detto il

Re, «col tener prigionieri gli Aragonesi, far trionfare in Napoli gli

Angioini. Milano avrebbe allora avuto i Francesi a settentrione ed a

mezzogiorno, rimanendo così in loro balìa. A nessuno quindi più che

a lui importava il trionfo degli Aragonesi in Napoli, se già ei non

volesse soddisfare ad un suo appetito, piuttosto che assicurarsi lo

Stato.»[382]

Segue, in conseguenza di ciò, la rivoluzione dei Genovesi, sdegnati

d'aver combattuto invano, vedendosi costretti a ricondurre liberi

sulle proprie navi i prigionieri che avevano presi. Di qui la loro

alleanza con Firenze e Venezia contro Milano, che fu difesa dalle armi

di Niccolò Piccinini.[383] Ed ora il Machiavelli incomincia a valersi

dei _Commentarî_ di Neri Capponi, giovandosene anche nel narrare le

guerre tra lo Sforza ed il Piccinini.[384] Va d'un tratto alle vicende

del celebre e fiero cardinal Vitelleschi, che raccoglie da Flavio

Biondo.[385] E si ferma poi a narrare la battaglia d'Anghiari, vinta

dai Fiorentini con le loro armi mercenarie, contro l'esercito del

Piccinini, il quale combatteva pel Visconti. Qui si lascia trascinar

nuovamente dalla voglia di parlar male dei soldati di ventura. Avendo

dinanzi a sè scrittori autorevoli, che davano narrazioni minute e

fedeli della battaglia, se ne allontana per esagerar contro il vero,

in modo appena credibile. Dopo aver detto che il Piccinini fu disfatto

pienamente, aggiunge che «in tanta rotta, in sì lunga zuffa, che durò

dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì altri che un uomo, il

quale non di ferite o altro virtuoso colpo, ma, caduto da cavallo e

calpesto, espirò.» «I capitani non vollero inseguire il nemico, ma

contro il volere dei commissari fiorentini, contro ogni buono ordine

di guerra, andarono in Arezzo a deporre la preda fatta, liberando gli

uomini d'arme che avevano presi al nemico. Onde è da meravigliarsi

solamente, che si fosse trovata in questo tanta viltà da lasciarsi

vincere da un esercito siffatto.»[386] Eppure nulla di tutto ciò dicono

gli scrittori del tempo. Il Capponi, che era commissario al campo, si

duole molto dell'esercito; ma afferma che il nemico venne inseguito

sino ai fossi degli alloggiamenti, e che furono fatti 1540 prigionieri.

Parlando poi della cura che i Fiorentini dovettero prendere dei loro

feriti, ci fa chiaramente capire che la battaglia non era stata senza

sangue, come affermò poi il Machiavelli.[387] Flavio Biondo, che per

questi tempi è anch'esso molto autorevole, parla di sessanta morti e

quattrocento feriti tra i ducheschi, di dugento feriti e dieci morti

tra i Fiorentini, oltre seicento cavalli d'ambo le parti, distesi sul

suolo dalle artiglierie. E aggiunge che il capitano Astorre Manfredi

fu fatto prigioniero dopo essere stato ferito.[388] Il Bracciolini dice

che vi furono quaranta morti e molti feriti da parte del nemico.[389]

Dopo avere narrata la presa del Casentino, per opera del commissario

Capponi,[390] e la morte di Rinaldo degli Albizzi, il Machiavelli

finisce il quinto ed incomincia il sesto libro, tornando nella

introduzione di esso a deplorare il modo con cui allora si facevano

le guerre. Narra le fazioni di Lombardia tra il Piccinini, che era ai

servigi del Duca, e lo Sforza, che combattè prima pei Veneziani e pei

Fiorentini; poi, mutato padrone, pel Duca contro il Piccinini, che

ora aveva mutato anch'egli. E qui l'autore torna bruscamente ai fatti

di Firenze, dicendo come Cosimo era vissuto in gelosia grandissima

verso Neri Capponi e Baldaccio d'Anghiari, il quale venne poi ucciso a

tradimento e gettato dalle finestre di palazzo.[391] Di questo ultimo

fatto il Cavalcanti ed il Machiavelli[392] danno tutta la colpa agli

amici di Cosimo; ma il Guicciardini, forse con maggior verità, afferma

invece che primo ordinatore dell'assassinio fu Cosimo stesso, il quale

seppe operare in maniera da disfarsi d'uno dei due nemici, indebolendo

anche l'altro, senza potere essere accusato da alcuno.[393]

E da capo, giacchè questo libro, al pari del precedente, manca d'ogni

unità, si ripiglia la narrazione delle guerre di Lombardia fino a che

muore il Duca senza eredi, come da tanto tempo aspettava lo Sforza, suo

capitano e suo rivale. Il Machiavelli si ferma qui a narrare la storia

della repubblica ambrosiana, che commise l'errore di scegliere a suo

capitano lo Sforza, il quale iniquamente la tradì, rivolgendo contro

di essa quelle armi che erano a lui pagate per difenderla. Ma sebbene

avesse dinanzi a sè la narrazione dello storico Simonetta,[394] pure,

essendo egli avversissimo allo Sforza, perchè capitano di ventura e

distruttore di una repubblica, colorisce a suo capriccio la brutta

storia,[395] senza voler rendere giustizia neppure all'ingegno politico

e militare di lui. E rende anche più singolare il suo racconto,

ponendo in bocca dei rappresentanti della tradita città, un discorso,

che certo essi non avrebbero mai osato di fare allo Sforza; ma che

esprime invece, in modo assai chiaro ed eloquente, il giudizio che il

Machiavelli faceva della condotta di lui. Venuti adunque al campo del

vittorioso traditore, essi così avrebbero parlato: «Noi non possiamo

adoperare nè prieghi, nè premi, nè minacce, perchè negli uomini potenti

e crudeli non hanno forza. Conoscendo ora la crudeltà ed ambizione tua,

vogliamo solo ricordarti i benefizî che hai ricevuti dai Milanesi, per

dimostrarti così la tua ingratitudine, e gustare qualche piacere nel

rimproverarteli. Noi ti pigliammo al nostro soldo, quando eri da tutti

abbandonato, e tu subito incominciasti a tradirci. Chè non differisti

insino ad ora a dimostrarci l'iniquo animo tuo; ma ne desti segno,

quando fosti appena padrone delle nostre armi, ricevendo in tuo proprio

nome Pavia. Oh! infelici quelle città che sono, colle armi mercenarie

ed infedeli come le tue, necessitate a difendersi. Noi certo non

dovevamo porre speranza in colui che aveva tante volte tradito; ma se

la nostra poca prudenza accusa noi, non scusa perciò la perfidia tua, e

tu stesso dovrai giudicarti degno della pena dei parricidi.»[396]

Queste guerre dello Sforza sono, può dirsi, l'argomento principale

del quinto e del sesto libro. In mezzo al disordine apparente con cui

esse procedono, il Machiavelli vede ed espone assai chiaro il loro

scopo costante, che ne determina l'unità. La vita di quel capitano, i

mezzi con cui arrivò all'ambita signoria di Milano, scalzando prima la

potenza del Duca, e tradendo poi perfidamente la repubblica ambrosiana,

riescono il più chiaro esempio d'una pertinace e sleale ambizione,

dando un'altra prova manifesta della nessuna fede che si poteva avere

negli eserciti di ventura, ed in coloro che li comandavano. Dopo di che

il Machiavelli narra altre guerre, ed arriva alla fine del sesto libro,

conchiudendolo con le vicende seguìte nel reame di Napoli sino alla

morte d'Alfonso d'Aragona, ed all'avvenimento di Ferrante al trono.

Incomincia poi il settimo libro collo scusarsi d'avere troppo divagato

nella storia generale d'Italia; ma ciò gli parve necessario a far

meglio intendere quella di Firenze, alla quale ora ritorna per poco,

premettendo alcune nuove riflessioni sui modi con cui i Medici,

in mezzo alle divisioni, si fecero strada al potere assoluto. «Le

divisioni sono in tutte le città inevitabili; ma i capi di parte

possono divenire autorevoli e potenti per vie pubbliche o per vie

private. Quando si compie lodevolmente una guerra o un'ambasceria,

quando si danno utili consigli alla repubblica, allora si sale per

vie pubbliche, giovando alla patria, e si trovano amici e aderenti.

Quando si rendono benefizî o favori ai privati, e si gratificano con

danari o con ufficî; quando si trattiene il popolo con giuochi e feste

pubbliche, allora si sale per vie private, e si fanno partigiani che

danno origine alle sètte, le quali sono sempre nocive. Queste deve

un savio legislatore cercare di spegnere, non potendo mai evitare

del tutto le divisioni. Neri Capponi era salito solamente per vie

pubbliche; Cosimo de' Medici, per vie pubbliche e private, onde ebbe

non solo amici, ma anche partigiani, che formarono una sètta. Essa si

tenne più o meno unita dal 1434 al 1455, e potè quindi in ventun anno,

per mezzo delle Balìe, riassumere sei volte il governo. Ma dopo la

morte del Capponi (1455) i partigiani de' Medici si divisero, volendo

alcuni da capo la Balìa, altri le elezioni a sorte. Vinsero i primi, e

la sètta divenne allora più potente e audace che mai. Fu questo governo

che durò otto anni, insopportabile e violento, perchè Cosimo, vecchio

e stanco, lasciò fare ai suoi, che restarono senza freno, e Luca Pitti,

suo amico, pensò solo a costruire il proprio palazzo ricevendo donativi

da ognuno.»[397]

Segue nel 1464 la morte di Cosimo, ed il Machiavelli deve fermarsi

a farne l'elogio. Dice adunque che egli fu esempio unico di potere

acquistato in città libera, senza le armi, solo con la prudenza e

l'astuzia. Seppe per trentun anno tenere lo Stato, rivolgendo così

le divisioni interne della Città come le guerre esterne a proprio

vantaggio, perchè conosceva i mali discosto e preparava i rimedî a

tempo. Accenna alla protezione data da Cosimo alle lettere ed alle

arti; ma neppure in questo luogo trova modo di parlare alquanto

largamente della nuova cultura che fu allora iniziata a Firenze, e

nella quale i Medici ebbero così gran parte. Non volendo o non potendo

dir tutto quello che pensava del carattere politico di Cosimo, conclude

ricordandone alcuni detti, che abbastanza chiaramente lo dipingono

anche nelle sue parti meno lodevoli. — Gli Stati non si governano

coi paternostri. — Meglio città guasta che perduta. — Con due canne

di panno rosate si fa un uomo dabbene.[398] — Con queste ultime

parole Cosimo rispondeva a coloro che lo accusavano di fare entrare

nel Palazzo e negli ufficî uomini di poco conto. Basta, egli voleva

dire, che si dia loro il panno rosso per farsi il lucco, che saranno

cittadini rispettabili come gli altri.

Qui la storia del Machiavelli entra in un nuovo argomento, che

forma il soggetto principalissimo dei due ultimi libri. La società

italiana s'andava sempre più corrompendo; il dispotismo trionfava

per tutto; le guerre erano condotte in modo sempre più vergognoso:

unica protesta, unico segno d'energia e d'amore alla libertà erano le

congiure, che in questi anni furono molte. E però esse e le arti con

cui i tiranni cercavano difendersi contro i proprî sudditi, sono ora

il soggetto principale della narrazione. I fatti che il Machiavelli

deve da qui innanzi esporre, si trovavano ricordati in molti scrittori

contemporanei, ed erano allora freschi nella memoria di tutti. Una

ricerca ed uno studio delle fonti è quindi inutile. Egli narrava quello

che tutti sapevano e ripetevano; cercava qualche volta le altrui

narrazioni ed anche i documenti autentici, qualche altra s'affidava

alla memoria. Ciò che ora sopra tutto l'occupa è l'analisi delle

passioni e dei sentimenti che animavano i congiurati, le cui imprese

egli descrive, rappresenta con una eloquenza, con una potenza tale

che alcune di queste pagine sono fra le più belle della sua storia.

Ma anche qui, a meglio ottenere il suo intento, più d'una volta non ha

scrupolo d'aggiustare i fatti, e comporre i discorsi a suo arbitrio.

Incomincia col narrare la fine di Iacopo Piccinini, il quale da Milano,

incoraggiato dallo Sforza, andò a Napoli, dove fu proditoriamente

ucciso da Ferrante d'Aragona. Il Machiavelli non esita punto a vedere

in ciò l'accordo ed il tradimento dei due principi italiani, i quali,

come tutti i tiranni, «quella virtù che non era in loro, temevano negli

altri, e la spensero in modo da non poterla più ritrovare in alcuno,

il che fu poi causa della rovina comune.»[399] Il Guicciardini invece è

più cauto, ed osserva che se pure vi fu l'accordo, sempre sdegnosamente

negato dallo Sforza, non era possibile averne certezza, perchè i due

sovrani non lo avrebbero mai concluso in modo da farlo conoscere agli

altri.[400]

Segue la congiura tramata a Firenze contro Piero dei Medici, uomo

debole d'animo e di corpo, ma che pure, in questa occasione, riuscì

superiore all'aspettativa. Il Machiavelli nondimeno colorisce il fatto

in modo da far risaltare anche più del giusto la prudenza e prontezza

dimostrate allora da Piero. Questi ricevette da Ercole Bentivoglio una

lettera, con cui venne avvertito che i suoi nemici avevano raccolto

genti, le quali già erano in via per Firenze. Allora, sebbene fosse

ammalato in villa, scrisse subito, dando ordini per avere armati in

sua difesa e, accompagnato da essi, si fece in lettiga portare nella

Città, dove la sua inaspettata prontezza gli fece trovar modo di

aggiustar le cose. Ma di tutto ciò il Machiavelli non si contenta, e

per descrivere Piero anche più astuto che non fu realmente, afferma che

egli, accortosi delle trame contro di lui ordite, finse d'aver ricevuto

la lettera dal Bentivoglio, perchè gli servisse di pretesto ad armarsi

improvvisamente. Questa infedeltà storica da esso ideata a favore del

Medici, non gl'impedisce però di biasimare la condotta tenuta da lui

e dagli amici nel perseguitare gli avversarî, in modo «che pareva che

Iddio avesse loro dato quella Città in preda.»[401] Nè si può supporre

che simili errori siano sempre involontarî, perchè vi sono spesso prove

del contrario. Un esempio ne abbiamo poco dopo, quando gli esuli che

volevano tornare a Firenze, si rivolsero a Piero. Gli scrisse fra gli

altri Angelo Acciaiuoli, chiedendo grazia con un linguaggio alquanto

ironico, e quasi offensivo, cui egli rispose negando la grazia, in modo

però abbastanza cortese e dignitoso. Sono a stampa le due lettere, che

il Machiavelli certo vide, perchè ne riporta fedelmente alcune frasi,

alterandone però il resto in maniera da fare apparire l'Acciaiuoli più

rimesso, e Piero più duro e cinico che non fu.[402] Dominato dalle sue

teorie, e qualche volta anche eccentrico, egli obbediva spesso al solo

capriccio della sua fantasia.

Non fu quindi senza ragione se l'Ammirato, giunto a questi medesimi

tempi nelle sue Storie fiorentine, perdè la pazienza, e dopo avere

notato in quelle del Machiavelli diversi errori, affermò che esso

«scambia i nomi e gli anni, aggiunge, toglie, diminuisce, e, quello che

è più, non sempre per solo errore, ma anche a disegno e per rendere

la sua narrazione più eloquente.»[403] Ed in vero poco più oltre,

nel descrivere la battaglia seguìta l'anno 1466 alla Molinella, tra i

Veneziani e i Fiorentini, egli finisce al solito con queste parole:

«Vennero a una ordinata zuffa, la quale durò mezzo un giorno, senza

che niuna delle parti inclinasse. Nondimeno non vi morì alcuno; solo

vi furono alcuni cavalli feriti, e certi prigionieri da ogni parte

presi.»[404] Anche qui, l'Ammirato giustamente osserva, v'è grandissima

esagerazione,[405] perchè gli scrittori del tempo parlano tutti

più o meno di parecchie centinaia di morti, ed il Guicciardini dice

addirittura, che quello fu «un bel fatto d'armi.»[406]

Ed ora si torna alle congiure. Bernardo Nardi, esule fiorentino,

messosi d'accordo con Diotisalvi Neroni, andò a Prato per sollevare

quella terra contro Firenze e contro Lorenzo e Giuliano dei Medici, che

erano allora successi a Piero. Nel narrare questo fatto, il Machiavelli

ci descrive una scena ignorata dagli altri scrittori, ma assai poco

credibile. Il Nardi, secondo lui, s'impadronì del Podestà, ed era per

impiccarlo alle finestre del Palazzo, quando questi, trovandosi col

capestro al collo, gli fece un discorso così ben ragionato, con tali

e tante promesse, che lo persuase a lasciarlo andar via libero.[407]

Allora il Podestà fu di nuovo padrone della terra, la congiura andò

a monte, ed il Nardi venne decapitato. Il vero è invece che l'impresa

fallì, perchè il popolo non si mosse, ed al rappresentante del governo

fiorentino non fu quindi difficile vincere subito i ribelli e punirli.

Dopo la rivoluzione, la sottomissione ed il sacco crudelissimo di

Volterra, il Machiavelli arriva all'episodio principale del settimo

libro, alla congiura, cioè, scoppiata contro Galeazzo Sforza duca di

Milano nel 1476. Lo stile qui si rialza con un vigore che va crescendo

sino alla tragica fine del sanguinoso dramma. L'autore descrive con la

penna di Tacito i vizî del Duca, che tutti offendeva, tutti insultava,

pubblicamente vantandosi delle donne che disonorava, e l'odio feroce

che negli offesi animi sorgeva perciò contro queste iniquità. Nel

comporre la sua narrazione egli di certo aveva letto la coraggiosa

confessione dell'Olgiati, che fu poi pubblicata dal Corio, e però con

molta verità, con singolare eloquenza ci pone sotto gli occhi l'animo

esaltato di quel giovane e de' suoi due compagni, continuamente

riaccesi a cospirare, con la lettura dei classici latini, dal loro

maestro Niccola Montano. I discorsi e preparativi che essi facevano,

i continui esercizî a ferirsi impetuosamente colle guaine dei pugnali,

e sopra tutto la strana mescolanza d'odio pagano contro la tirannide,

e di sentimento cristiano, col quale volevano santificare quell'odio,

sono descritti, rappresentati con tale evidenza, che noi abbiamo una

visione tanto chiara e precisa del modo di sentire e di pensare in

quei tempi, quale non si trova nè forse si troverà mai più in nessun

altro scrittore antico e moderno. Il Machiavelli supera veramente

sè stesso, quando, narrata che ha l'uccisione del Duca nella Chiesa,

ci descrive la fine eroica dell'Olgiati, il solo dei congiurati che

scampò al primo impeto del furor popolare. Sottomesso alla tortura,

egli, come apparisce anche dal suo processo, invocava la Vergine e

componeva distici latini, esaltando la libertà, ed affrontando impavido

la morte.[408] La prosa italiana difficilmente può presentarci esempî

d'uno stile più vigoroso ed eloquente di quello del Machiavelli in

questo luogo.

Pure seppe innalzarsi ancora più alto. L'ottavo libro continua il

settimo, trattando lo stesso argomento. E perchè le considerazioni

generali sulle congiure furono già esposte nei _Discorsi_, l'autore

non fa su di esse nuovi preamboli, ma incomincia subito con quella

dei Pazzi, scoppiata a Firenze l'anno 1478. Questa può dirsi il punto

culminante della tenebrosa serie dei fatti sanguinosi, ricordati nei

due ultimi libri delle _Storie_. Il Poliziano ed altri testimoni

oculari l'avevano narrata, essa era quindi notissima a tutti in

Firenze. Il Machiavelli aveva di certo parlato con più d'uno di coloro

che vi si erano trovati presenti, ed aveva letto la confessione del

Montesecco,[409] uno dei congiurati, la quale venne divulgata quattro

mesi dopo l'accaduto, ed è ricordata anche dal Guicciardini.[410] La

narrazione d'una tale congiura non poteva quindi permettere capricciose

alterazioni; ed essa riuscì non solo esatta e fedele, ma anche un vero

capolavoro di stile. La propria eloquenza trascina solo una o due volte

l'autore, facendogli aggiungere di fantasia qualche particolare assai

secondario, che senza mutar la natura dei fatti, serve a più vivamente

colorirli. Di tanto in tanto il racconto, sempre vivace, sempre

efficace, è interrotto da brevi considerazioni, esposte rapidamente

come di passaggio, in modo da aggiungere, non da togliere forza.

Il Montesecco, sebbene fosse un soldato di ventura, ricusò di prender

parte alla esecuzione della congiura, quando seppe che Lorenzo

e Giuliano dovevano essere pugnalati in Duomo, nel momento della

elevazione dell'ostia. Non volle unire il sacrilegio al tradimento.

Vennero quindi scelti in fretta due altri, uno dei quali era prete, e

si credeva perciò che, avendo con le cose sacre maggiore familiarità,

dovesse avere minori scrupoli. Ma questo fu invece causa della rovina

dell'impresa, «perchè se mai in alcuna faccenda si ricerca l'animo

grande e fermo, e nella vita e nella morte per molte esperienze

risoluto, è necessario averlo in questa, dove si è assai volte

veduto agli uomini nell'arme esperti e nel sangue intrisi l'animo

mancare.»[411] Il Machiavelli è insuperabile, quando descrive i

congiurati che, per esser sicuri di colpire a un tratto le due vittime

predestinate, cercarono Giuliano e lo condussero in chiesa. «È cosa

veramente degna di memoria, che tanto odio, tanto pensiero di tanto

eccesso si potesse, con tanto cuore e tanta ostinazione d'animo,

da Francesco (dei Pazzi) e da Bernardo (Bandini) ricoprire. Perchè

condottolo nel tempio, e per la via e nella chiesa con motteggi e

giovanili ragionamenti l'intrattennero. Nè mancò Francesco, sotto

colore di carezzarlo, con le mani e con le braccia strignerlo, per

vedere se lo trovava di corazza o d'altra simile difesa munito.»[412]

Di poi, nel momento fissato, gittatoglisi sopra, «lo empiè di ferite,

e con tanto studio lo percosse, che, acciecato da quel furore che lo

portava, sè medesimo in una gamba gravemente offese.» Lorenzo era

scampato al pugnale degli assassini, ed il Bandini, vistolo ancora

vivo dopo che Giuliano era morto, invano gli si scagliò contro

con grandissimo impeto, ammazzando un altro che gli si parò allora

dinanzi, perchè Lorenzo fu in tempo a salvarsi nella sagrestia.[413]

Il tumulto divenne tale «che pareva il tempio rovinasse.»[414] La

tremenda confusione di uomini, di grida, di ferite e di sangue è qui

viva dinanzi a noi, nè meno vivamente sono descritte le stragi che

nei giorni seguenti furono commesse dal popolo adirato, sempre più

eccitato all'odio ed alla vendetta contro i congiurati dallo sdegno

irrefrenabile di Lorenzo dei Medici. Francesco dei Pazzi venne con

altri impiccato alle finestre del Palazzo; il suo vecchio parente,

Iacopo, invano chiamò in aiuto il popolo, invano gridò il nome della

libertà. «L'uno era dalla fortuna e liberalità dei Medici fatto sordo,

l'altra in Firenze non era conosciuta.... Le membra dei morti o sopra

la punta delle armi fitte o per la Città trascinate si vedevano.»[415]

Iacopo fu preso, mentre fuggiva su pei monti vicini, nè i montanari

gli dettero ascolto, quando pregò che per pietà l'ammazzassero.

Condannato a morte e sepolto nella tomba de' suoi, ne venne tirato

fuori perchè scomunicato, e fu sotterrato lungo le mura. Poi di nuovo

lo disseppellirono, trascinandolo per le vie della Città, collo stesso

capestro col quale lo avevano impiccato. Finalmente il cadavere venne

gittato in Arno, dove galleggiò lungo tempo, spettacolo orrendo agli

occhi di tutti.[416]

Dopo questo episodio principalissimo, l'ottavo ed ultimo libro continua

con la narrazione di altre guerre e congiure italiane, arrivando sino

alla morte di Lorenzo dei Medici nel 1492, con la quale finisce. Il

Machiavelli si ferma qui a descriverne il carattere ed a tesserne

l'elogio. Lo dice potente e fortunato in tutto, salvo nelle cose del

commercio, che andarono a lui tanto male, quanto erano andate bene a

Cosimo. Accenna, in termini assai generali, alle opere pubbliche da lui

compiute, alla protezione data alle arti ed alle lettere, alla grande

reputazione acquistata fra tutti i principi. «La quale riputazione

ciascun giorno per la prudenza sua cresceva, perchè era nel discorrere

le cose eloquente ed arguto, nel risolvere savio, nell'eseguirle

presto ed animoso. Nè di quello si possono addurre vizî che maculassero

tante sue virtù, ancora che fosse nelle cose veneree maravigliosamente

involto, e che si dilettasse d'uomini faceti e mordaci, e di giuochi

puerili più che a un tanto uomo non pareva si convenisse.»[417] Questi

elogi, sebbene in gran parte meritati, e da tutti universalmente

ripetuti, sono pure espressi in forma alquanto vaga e generica, perchè

il Machiavelli non sapeva senza riserve, esplicite o sottintese,

ammirare colui che aveva con tanta astuzia finito di distruggere

la libertà di Firenze, e s'era dato a proteggere letterati ed

artisti, quando invece vi sarebbe stato bisogno di formare soldati.

Il Guicciardini, invece, che non ebbe mai troppo ardenti entusiasmi

repubblicani, e scrisse la _Storia fiorentina_ nella sua gioventù,

quando i Medici erano in esilio, e non si prevedeva ancora che

potessero tornare, si trovò, nel parlare di Lorenzo, in una condizione

d'animo più libera ed indipendente. Ce ne lasciò quindi un ritratto

assai fedele, un giudizio più sicuro e determinato. Lo dichiara un

tiranno, ma il più amabile che si potesse avere. Ne riconosce e ne

esalta l'ingegno vario, elegante, originale. Come uomo politico lo

crede inferiore a Cosimo, che in condizioni assai più difficili corse

minori pericoli, e fondò uno Stato che Lorenzo fu spesso in procinto di

perdere. Questi ebbe una superbia grande, governò col sospetto e collo

spionaggio, esaltò gli uomini di poco conto, abbassò i più autorevoli

e reputati, promosse la corruzione. E tutto ciò il Guicciardini dice

colla massima calma, senza mai esaltarsi nè in favore, nè contro la

libertà o i Medici.[418]

Seguono ora i _Frammenti storici_,[419] che son brani staccati, i

quali dovevano formar parte dei libri seguenti, che non furono mai

compiuti. Se diamo ad essi un'occhiata, vedremo facilmente come furono

compilati dal Machiavelli, ed apprenderemo anche il modo da lui tenuto

nel comporre il più recente periodo delle sue Storie. Questi Frammenti

vanno dal 1494 al 1499, e sono divisi in due parti, la seconda delle

quali, ancora più informe, è intitolata: _Estratto di lettere ai Dieci

di Balìa_. I _Dieci_ ricevevano, com'è noto, le lettere dei commissarî

di guerra e degli ambasciatori. Da esse il Machiavelli ricavò i suoi

_Estratti_, che sono semplici appunti, con i quali compose poi i

_Frammenti_, che sono già brani staccati da far parte delle Storie,

generalmente narrazioni di guerre della Repubblica. La forma dei

_Frammenti_ e degli _Estratti_ è molto varia, qualche volta quasi

finita e limata, qualche altra invece allo stato di primissimo abbozzo.

In alcuni punti vi si trovano perfino le frasi stesse delle lettere su

cui furono composti. Spesso infatti vi leggiamo: le _vostre_ genti, i

_vostri_ ambasciatori fecero, dissero questo o quest'altro. Qualche

volta vi si trovano semplici richiami per memoria dello scrittore:

«domanda di questa risposta mess. Francesco Pepi.»[420] Una tal

forma informe apparisce anche più visibile verso la fine. Tutto vi è

dall'autore accennato appena, per doverlo poi meglio studiare: «A dì

otto di aprile 1498 morì il re Carlo di apoplessia, e quel medesimo

dì seguì il caso del Frate, del quale si vuole dire appunto.»[421]

Spesso rimanda ad altre ricerche da farsi nelle lettere e nei documenti

d'archivio: «Tutta la pratica si vede per una lettera che è in filza.

— Sono in filza molte lettere, dalle quali si caverà ordine, come e

quando le genti inimiche venissero a Marradi.»[422]

Un tal modo di comporre le storie contemporanee era allora assai

generale. Il _Diario_ del Buonaccorsi è compilato colle lettere ai

Dieci ed ai Signori; i _Diarî_ di Marin Sanuto non son quasi altro che

una gigantesca collezione di lettere e relazioni d'ambasciatori, cui ne

furono aggiunte moltissime altre di privati. Il Machiavelli però che,

come il Guicciardini, scriveva una storia, non un diario, raccolto che

aveva i suoi materiali, doveva ordinare i fatti e dar grande importanza

allo stile. Dopo quindi d'aver messo sulla carta i suoi estratti,

componeva con gran cura alcuni brani della narrazione; poi collegava

tutto, secondo un disegno generale, scrivendo e riscrivendo da capo.

Anche le sue _Nature di uomini fiorentini_ non sono altro che quattro

ritratti scritti e corretti, per esser poi messi nelle _Storie_, come

chiaro apparisce dalla loro forma,[423] e dall'essere qualcuno di essi

già entrato a far parte dei _Frammenti_.

Abbiamo poi mille altre prove della grandissima cura che il Machiavelli

poneva nello stile. Trovasi fra i suoi manoscritti parte non piccola

d'una bozza, a quanto pare, già qualche volta corretta, delle _Storie_.

Essa fu recentemente pubblicata, e se la paragoniamo con le stampe

che ci danno lo stesso lavoro di nuovo riveduto dall'autore, potremo

osservare che le ultime correzioni furono quasi tutte di sola forma,

e avremo un'idea del modo, del criterio con cui furono fatte. Certo

anche il Machiavelli si lascia di tanto in tanto vincere dal desiderio,

allora comune fra i letterati, d'usar frasi e parole ricercate, di

dare maggiore dignità al periodo, rendendolo più latino che non veniva

alla prima. Ma tutto ciò faceva meno assai de' suoi contemporanei.

Correggendo, egli mirava sopra tutto a rendere lo stile sempre più

semplice e chiaro, ad aumentarne con la maggiore naturalezza il vigore

e l'efficacia.[424] Il linguaggio parlato, con tutta la sua nativa

spontaneità, qualche volta anche coi suoi idiotismi, non iscomparisce

mai affatto neppur dalle _Storie_, sebbene in esse più che altrove il

Machiavelli cercasse, con uno studio continuo dei classici latini, di

raggiungere una maggiore solennità. In ogni modo, qui come altrove,

la maravigliosa potenza del suo stile nasce principalmente dalla sua

semplicità: più egli si esalta, più semplice, più spontaneo diviene. Ma

il suo vigore, il suo calore, non bisogna dimenticarlo, risultano solo

in parte dalle doti proprio dell'ingegno, dalle qualità del pensatore,

giacchè in parte non piccola risultano anche dall'entusiasmo che sempre

anima il cittadino per la patria e per la libertà. Qui è sopra tutto,

come vedemmo, la sorgente principale de' suoi pregi e difetti così

nelle _Storie_, come nelle opere politiche del Machiavelli, il che sarà

più evidente, se le paragoniamo con quelle del Guicciardini.

Questi non ha teorie da dimostrare, non entusiasmi che lo trasportino

mai; è sempre sereno, tranquillo, impassibile. Qualche volta si lascia

vincere dal desiderio di lodare un po' troppo sè stesso, e troppo

deprimere i suoi avversarî politici; ma trionfa poi subito il bisogno

irresistibile di ritrarre la realtà vera dei fatti, le loro cause e

conseguenze prossime, perchè questa è la natura del suo ingegno. Nei

_Ricordi_ autobiografici egli mette in luce le proprie debolezze, i

difetti, i vizî de' suoi antenati, con una franchezza che pare cinismo,

ed è invece bisogno di descrivere gli uomini quali sono. Nell'immensa

moltitudine di fatti che espone nella sua _Storia d'Italia_, non

riesce, è vero, a trovare un ordine razionale, anzi non lo cerca

neppure; ma non li riunisce mai in un ordine artificiale e forzato.

S'attiene ancora un po' troppo alla forma di annali, abbandonata

affatto dal Machiavelli, ed è costretto perciò ad interrompere

continuamente il filo della narrazione, per riprenderla da capo

nell'anno successivo. Ciò la rende spesso intralciata e faticosa. Di

certo la storia d'Italia è ben più varia, più multiforme di quella di

Firenze, trattata dal Machiavelli, ed è così piena d'avvenimenti fra di

loro oscuramente connessi, che neppur noi oggi riusciamo a darle ordine

logico ed unità razionale. Ma lo spazio di tempo che il Guicciardini

abbraccia è anche assai più ristretto. Egli si occupa solo di fatti

contemporanei, in molti dei quali ebbe grandissima parte; e però di

essi e degli uomini che li compierono, sempre vasta, profonda è la sua

conoscenza. Non v'ha luogo ad ipotesi, a teorie, e neppure a cercare le

grandi leggi della storia o le cause remote degli avvenimenti. Ciò che

sopra tutto occorre è solo un esame severo, accurato della realtà. Ed

in questo appunto il Guicciardini riesce inarrivabile davvero.

Molte furono le sue accurate ricerche anche nei documenti,[425]

grande la sua esperienza; nessuno conobbe e ritrasse al pari di lui il

carattere degli uomini di Stato, e i più oscuri intrighi diplomatici

del suo tempo. Nato, educato in Firenze, che era allora il più gran

centro di attività, di accortezza e di coltura politica, andò assai

giovane alla corte di Ferdinando il Cattolico, dove imparò a conoscere

gli affari d'Europa. Tornato in Italia, venne adoperato a servizio dei

papi, in altissimi uffici. Tenne il governo di vaste provincie in tempi

assai difficili; ebbe una parte notevolissima nei grandi avvenimenti

che allora seguivano in Italia, e si mostrò sempre un vero uomo di

Stato. Questa esperienza, queste qualità si ritrovano nella sua grande

opera. Gl'Italiani avevano da un pezzo imparato a scrivere ammirabili

storie municipali; il Guicciardini fu il primo che scrisse con egual

pregio una storia generale. All'acuta penetrazione dei Fiorentini egli

aggiunse la pratica della grande politica in Italia ed in Europa, una

indipendenza e larghezza di giudizio, che non si lasciava mai vincere

da pregiudizî locali, nè si spingeva mai a speculazioni troppo audaci.

Tutto ciò si vede così nella narrazione, come anche nei discorsi di

cui la sua storia è piena. Se quelli del Machiavelli partono spesso da

un concetto generale e mirano a dimostrarlo, quelli del Guicciardini

cercano invece di mettere in luce la natura dei fatti e il loro

legame, dimostrandone le cause e le conseguenze più prossime; dicono

ciò che nel momento determinato, nell'ora che fugge, è necessario ed

è possibile fare. Altri ideali, intellettuali o morali, egli non ne ha

mai; quasi ne rifugge come da vane illusioni.

L'adagio, così spesso ripetuto, che lo stile è l'uomo, trova anche

qui una singolare conferma. La _Storia fiorentina_ del Guicciardini,

tutte le altre sue _Opere inedite_, scritte nella prima gioventù, o

più tardi in mezzo agli affari, senza ambizione letteraria di sorta,

hanno una tale evidenza, una così spontanea eleganza, che il suo

stile si confonderebbe con quello del Machiavelli, se non fosse il

calore dell'entusiasmo che anima sempre il secondo, e non riesce mai

ad alterare la impassibile serenità del primo. Quando invece questi

si pose a scrivere la _Storia d'Italia_, e volle mirare a maggiore

solennità, a maggiore dignità di forma, raggiunse certo una eloquenza

più grandiosa; ma perdette subito la primitiva e spontanea semplicità.

La sua frase troppo studiata, il suo periodo troppo ciceroniano

stancano affannosamente il lettore. Nè è vero, come si disse, che

ciò gli avvenne perchè non ebbe il tempo necessario a rivedere

e correggere. Fu anzi la lima, fu l'artificio studiato e cercato

quello che alterò e sciupò il suo stile. Se ne ha prova chiarissima

nel manoscritto originale, corretto, ricopiato un gran numero di

volte.[426] Le sue lettere, le sue legazioni, buttate giù alla prima,

sono sempre semplicissime ed eleganti. Quando volle innalzare le sue

idee, rivestirle di forme solenni, grandiose, sentiva come un bisogno

di allontanarle da sè, e diveniva artificioso. Sublime invece pareva al

Machiavelli ciò che più profondamente sentiva; ciò che era più vicino,

più intimo al suo spirito. Ogni volta che dinanzi a lui balenavano i

suoi ideali, egli si sollevava al di sopra di sè stesso, ed acquistava

una forza, una evidenza, una spontanea naturalezza, nella quale superò

tutti nel suo secolo. In lui ardeva più viva e pura la fiamma del

patriottismo; fu più grande scrittore, perchè migliore assai era il suo

animo, nonostante le calunnie de' suoi detrattori. Divenne perciò il

nostro più grande prosatore, come Dante era stato il nostro più grande

poeta.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. III · 第 19 / 77 题