CAPITOLO XIII.

Le _Istorie Fiorentine_. I libri II, III e IV, o la Storia

interna di Firenze sino al trionfo dei Medici.

Il secondo libro comincia dalle origini di Firenze, delle quali dice

appena alcune parole, per saltar subito all'anno 1215, narrando

il fatto del Buondelmonti, cui si attribuisce la prima divisione

della Città in Guelfi e Ghibellini. Dal 1215 si salta di nuovo a piè

pari fino al 1250, da cui il Machiavelli, come fa anche l'Aretino,

incomincia veramente la narrazione non interrotta della storia di

Firenze, che in questo secondo libro conduce sino al 1348. Così in

ottanta pagine abbraccia tutto il vastissimo periodo, che forma il

soggetto della lunga cronica di Giovanni Villani. E di questo autore

si vale ora continuamente, una sola volta ricordandone il nome insieme

con quello di Dante Alighieri.[315] Se ne vale però assai diversamente

che non fece della storia di Flavio Biondo. Lascia da un lato tutte le

tradizioni favolose, che il Villani ricorda sulle origini di Firenze;

tutti i moltissimi capitoli che narrano la storia generale d'Europa,

ed ancora quelli che trattano di guerre esterne della Repubblica.

Raccoglie invece le notizie sulle divisioni, le rivoluzioni interne, le

riforme politiche, e le ordina a suo modo. Si paragonino le narrazioni

che i due scrittori ci danno del fatto del Buondelmonti,[316] delle

rivoluzioni e riforme del 1250,[317] del 1267,[318] del 1280,[319] di

Giano della Bella e degli Ordinamenti di Giustizia,[320] e si vedrà

subito che il Machiavelli non abbandona mai il suo originale. Ciò è

più d'una volta confermato dagli errori stessi in cui cade, ora per

colpa del Villani, ora per non averlo saputo fedelmente interpretare.

Dominato com'era da un suo nuovo concetto, e quindi dal bisogno di dare

con esso un proprio ordinamento a tutta la storia di Firenze, egli

procede con qualche fretta, senza essere troppo scrupoloso intorno

alla esattezza dei minuti particolari, fermandosi sugli avvenimenti

che giovano al suo scopo, trascurando invece gli altri, anche se più

importanti. Raccogliendo poi in poche pagine molti capitoli della

Cronica, gli accade spesso di riunire in un solo anno fatti seguiti in

tempi assai diversi, ed anche di determinar male il carattere delle

varie istituzioni, il numero dei Consigli della Repubblica, massime

quando il Villani adopera un linguaggio politico, di cui nel secolo XVI

s'era cominciato a perdere il significato preciso.

Dopo alcune considerazioni generali sulle colonie, il Machiavelli ci

dice che Firenze discese da Fiesole città etrusca, i cui mercanti

lasciarono il monte e si stabilirono presso il fiume Arno, dove le

colonie romane ingrossarono la nascente città, che poi sottomise

quella da cui era nata. Ciò detto, arriva subito al 1215, narrando il

fatto del Buondelmonti, al quale, come dicemmo, attribuisce l'origine

dei Guelfi e dei Ghibellini in Firenze. E non s'avvede che lo stesso

Villani aveva, nei precedenti capitoli, narrato una serie di guerre del

Comune fiorentino contro i baroni del contado, che furono sottomessi

ed obbligati a vivere in città, il che, per opera principalmente

degli Uberti, dette origine alla guerra civile prima assai del 1215.

Ma quando, dopo un nuovo salto fino al 1250, incomincia la narrazione

di avvenimenti meno remoti e meno oscuri, il Machiavelli fa subito

due osservazioni, che gettano una luce inaspettata sulla storia delle

interne rivoluzioni di Firenze. Egli qui si avvede, che i Ghibellini

non sono solamente il partito dell'Impero, ma anche dei nobili feudali;

ed i Guelfi, sebbene abbiano anch'essi fra di loro dei nobili, sono

il partito della Chiesa e dei popolani. Le divisioni e rivoluzioni di

Firenze vengono perciò determinate e regolate da due ordini di cause

e di fatti diversi, alcuni cioè interni, altri esterni: le vicende

dell'Impero, della Chiesa, degli Svevi e degli Angioini di Napoli[321]

da una parte, e dall'altra gli odî naturali nelle città fra grandi

e popolani. Il crescere dell'industria e del commercio dava sempre

nuova forza ai popolani; l'allontanarsi o indebolirsi dell'autorità

dell'Impero in Italia, ne toglieva invece ai grandi destinati perciò a

sparire. Queste sono le cause che cagionano le divisioni ed i partiti

in Firenze, e ne determinano la storia. In fatti cresce la potenza

Federigo II, e subito esso favorisce gli Uberti, capi dei Ghibellini,

ed i Guelfi sono cacciati. Muore Federigo II (1250), e gli uomini di

mezzo, che erano guelfi, sono padroni della Città, che prende forma

nuova e più democratica, con quella che si chiamò la Costituzione del

Primo Popolo.

Il Machiavelli si ferma qui a descrivere minutamente questa

costituzione popolare, ma cade, nel descriverla, in molti e gravi

errori. La crede fatta in conseguenza dell'accordo tra i Guelfi ed

i Ghibellini, quando invece fu fatta dai primi a danno dei secondi,

massime dei nobili. Crede che sia la prima costituzione libera di

Firenze, dicendo che ai Fiorentini allora «parve tempo di pigliar

forma di vivere libero,» e non ricorda la costituzione precedente dei

Consoli, nè la istituzione del Podestà, seguìta nel 1207, secondo i

cronisti, ed anche prima, secondo i documenti del tempo. Ma v'è di

più, egli pone nel 1250 la creazione così del Capitano del popolo

come del Podestà, chiamandoli senz'altro due giudici forestieri per

le cause civili e le criminali. Invece solo il Capitano del popolo fu

creato in quest'anno, a difesa degl'interessi popolari, in opposizione

del Podestà, di più antica origine e cavaliere, che pigliava la parte

dei nobili. Tanto l'uno che l'altro non erano semplici giudici, ma

avevano anche attribuzioni politiche e militari; erano circondati

da due Consigli; comandavano in campo gli eserciti del Popolo e

del Comune. E per raccoglier tutto in uno, il Machiavelli pone nel

medesimo anno anche la istituzione del Carroccio fiorentino, che è

assai più antica.[322] Con questa costituzione, egli continua, fu

ordinata la libertà, armato il popolo, e la Repubblica estese il suo

territorio.[323] Ma il sorgere di Manfredi, dopo la morte di Federigo

II, restituì animo e forza ai Ghibellini, che si sollevarono, e dopo

una prima disfatta in Città, vinsero i Guelfi a Montaperti (1260),

donde tornati vittoriosi, s'impadronirono del governo, che fu così di

nuovo tolto ai popolani e dato ai nobili.

Fin qui gli avvenimenti generali d'Italia sono quelli che

principalmente hanno determinato la storia dei partiti in Firenze; ma

ora incominciano a prevalere le cagioni interne, ed il Machiavelli

è, fra tutti gli storici, il primo che se ne avveda, e che si fermi

a notare come sia già cominciata, sebbene ancora poco visibile, una

grande trasformazione della società fiorentina. Il partito ghibellino

andava divenendo sempre più il partito dell'aristocrazia feudale; ma

perdeva di numero e di forza innanzi al rapido crescere del popolo,

che ingrossava i Guelfi. La gravità di questo fatto non poteva sfuggire

ai nobili, che cercarono perciò di transigere, il che affrettò la loro

rovina, e più tardi mutò del tutto le parti in Firenze. Essi, adunque,

sebbene fossero sempre padroni del Governo, pure, a fine di guadagnare

il favore del popolo, e così assicurarsi l'avvenire, secondarono la

costituzione delle Arti Maggiori e delle Minori. Ma tutto ciò non

valse a nulla. La lontananza dell'Imperatore, la decadenza del suo

potere in Italia, il trionfo degli Angioini nel Reame finirono col

far cadere di nuovo la Città interamente nelle mani dei popolani, che

posero alla testa del Governo i Priori delle Arti (1282). Il Villani,

cui sembra sfuggire qui il vero significato ed il valore della nuova

magistratura, ricorda solo che il nome di essa fu preso dal Vangelo, là

dove Cristo dice agli Apostoli: _Vos estis priores_. Ma il Machiavelli,

che guardava più alla sostanza, senza disputare sull'origine del

nome, osserva invece assai giustamente: «Questo magistrato fu cagione,

come con il tempo si vide, della rovina dei nobili, perchè ne furono

dal popolo per vari accidenti esclusi, e dipoi senza alcuno rispetto

battuti.»[324]

Dopo essersi con due parole sbrigato della battaglia di Campaldino

(1289), come aveva fatto con quella di Montaperti, ritorna alle

rivoluzioni interne, che spianarono la via a quella del 1293, che ne

fu l'ultima e necessaria conseguenza. Sebbene i Ghibellini fossero

stati a poco a poco superati dal popolo in modo, che quasi scomparvero

del tutto, pure «restarono sempre accesi quegli umori, che sono in

tutte le città fra i potenti, che vogliono comandare, ed i popolani,

che vogliono vivere secondo le leggi. Queste nuove divisioni non si

scopersero fino a che i Ghibellini facevano ancora paura; ma come

prima essi furono domi, incominciarono quelle a mostrare subito la loro

forza. Ogni giorno qualche popolano era offeso dai Grandi, e le leggi

non bastavano a vendicarlo, perchè essi con i parenti e gli amici dalla

forza dei Priori e del Capitano si difendevano.»[325] Così crebbero

i mali umori fino a che non si venne per opera di Giano Della Bella

agli Ordinamenti di Giustizia (1293), coi quali i Grandi, come già i

Ghibellini, furono del tutto esclusi dalla Signoria, e disfatti. «Il

popolo allora trionfò pienamente, e la Città fu molto felice, sendo

di uomini, di ricchezze e di riputazione ripiena.»[326] Così i nobili

Ghibellini, divenuti potenti coll'aiuto dell'Impero, furono disfatti

dai Guelfi, che si divisero in Grandi e Popolani, e questi poi vinsero

e distrussero quelli. Tutta la storia di Firenze adunque, non è fin

qui altro che un lento e continuo cammino verso la democrazia, la quale

finalmente trionfa.

Ma le divisioni non cessano per questo, che anzi adesso appunto

incomincia un periodo transitorio di capi di parte, di ambizioni

personali e di nuove discordie intestine, le quali conducono alla

tirannide del Duca d'Atene. E questo episodio, che è di certo assai

notevole nella storia di Firenze, diviene addirittura principalissimo

nel secondo libro del Machiavelli, per la grande estensione che esso

gli dà nel raccontarlo. Ci descrive prima il carattere ambizioso

di Corso Donati, che turbò la Repubblica; poi le guerre contro

Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani, le quali narra

assai più fedelmente che non aveva fatto nella sua fantastica _Vita di

Castruccio_; arriva finalmente alla venuta del Duca (1342), chiamato

dai Fiorentini a governarli ed a guidarli nella guerra contro i

Ghibellini di Toscana. I cittadini, egli dice, erano, per le loro

continue discordie, giunti a tale, che «non sapevano mantenere la

libertà, e non potevano tollerare la servitù.» Il Duca perciò fu subito

un tiranno armato, un Principe nuovo, ed il Machiavelli, esaltandosi,

si ferma lungamente a descrivere per minuto, drammatizzandola con

eloquenza, la ben nota istoria. Egli prende i fatti dal Villani; ma

v'aggiunge di suo considerazioni, descrizioni, episodî e discorsi.

Dalla cresciuta forza e potenza dello stile ci accorgiamo subito, che

l'argomento è di quelli che più vivamente lo attraggono. Dimentica

perfino i limiti che le proporzioni generali del suo lavoro dovevano

imporgli, e si lascia prender la mano dal desiderio di ribadire le sue

ben note teorie, che ora pone in bocca dei personaggi del suo dramma.

Quando il Duca è finalmente divenuto sicuro padrone della Città, e si

vede chiaro che è deciso a rendersi addirittura tiranno, appoggiandosi

alla plebe, il Machiavelli fa venire i Signori a fargli un discorso

eloquente e singolarissimo. «Voi cercate,» essi gli dicono, «far serva

una città la quale è sempre vivuta libera.... Avete voi considerato

quanto in una città simile a questa importi, e quanto sia gagliardo

il nome della libertà, il quale forza alcuna non doma, tempo alcuno

non consuma, e merito alcuno non contrappesa?... Negli universali

odî non si trova mai sicurtà alcuna, perchè tu non sai donde ha a

nascere il male, e chi teme di ogni uomo, non si può mai assicurare

di persona. E se pure tenti di farlo, ti gravi nei pericoli, perchè

quelli che rimangono si accendono più nell'odio, e sono più parati

alla vendetta. Che il tempo a consumare i desiderî della libertà non

basti è certissimo, perchè s'intende spesso quella essere in una città

da coloro riassunta, che mai la gustarono; ma solo per la memoria che

ne avevano lasciata i padri loro l'amano.... E quando mai i padri non

l'avessero ricordata, i palazzi pubblici, i luoghi de' magistrati, le

insegne dei liberi ordini la ricordano, le quali cose conviene che

siano con massimo desiderio da' cittadini conosciute. Quali opere

volete voi che siano le vostre, che contrappesino alla dolcezza del

vivere libero, o che faccino mancare gli uomini del desiderio delle

presenti condizioni? Non se voi aggiungessi a questo imperio tutta

la Toscana, e se ogni giorno tornassi in questa città trionfante de'

nimici nostri, perchè tutta quella gloria non sarebbe sua, ma vostra,

e i cittadini non acquisterebbero sudditi, ma conservi, per i quali si

vedrebbero nella servitù raggravare. E quando i costumi vostri fossero

santi, i modi benigni, i giudizi retti, a farvi amare non basterebbero.

E se voi credessi che bastassero, v'ingannereste, perchè a uno consueto

a vivere sciolto ogni catena pesa, ed ogni legame lo stringe.»[327]

In questo modo lo avvertono, che il suo desiderio della tirannide lo

spinge a sicura rovina.

Il Machiavelli, com'è ben noto, non era il primo a porre questi

lunghi discorsi nella sua storia. Gli eruditi, per imitare gli

antichi, avevano già da un pezzo introdotto un tale uso, di cui assai

spesso fecero anche abuso. Mentre però gli antichi storici, dandoci

anch'essi discorsi solamente immaginarî, riuscivano eloquenti e veri,

perchè facevano parlare i Greci ed i Romani nel modo in cui veramente

sentivano; gli eruditi, volendo far parlare da Romani gl'Italiani del

Medio Evo e del secolo XV, finivano col fare solo poveri esercizî di

retorica. E lo stesso difetto si riscontra anche in molti storici

del Cinquecento. Un valore ben diverso hanno però i discorsi del

Guicciardini e del Machiavelli. Il primo qualche rara volta pone in

bocca de' suoi personaggi quello che veramente dissero; quasi sempre

fa da loro esporre le cause, le relazioni e le conseguenze reali dei

fatti stessi. E così i suoi discorsi riescono ad avere un gran valore,

sebbene di tanto in tanto non manchi in essi un po' di retorica. Quelli

del Machiavelli, immaginarî anch'essi, espongono invece i sentimenti,

le considerazioni proprie dell'autore intorno agli avvenimenti storici,

e sono perciò sempre profondi, eloquentissimi, sebbene, se si guarda

ai personaggi che parlano, l'anacronismo e la inverosimiglianza siano

spesso assai visibili. Chi infatti può credere che i Signori di Firenze

avrebbero mai osato parlare al Duca d'Atene, armato e già padrone della

Città, con tanto ardire, manifestando un così profondo amore della

libertà? Pure il loro discorso riesce eloquentissimo, perchè esprime

quello che i fatti stessi dicevano ed ispiravano al Machiavelli, il

quale, esaltato dalla sua propria narrazione, è quello veramente che

parla, e parla con profonda convinzione.

Dopo di ciò, sempre colla scorta del Villani, egli prosegue la storia

della tirannide del Duca, dell'odio che ne nacque nel popolo, delle

tre congiure contemporaneamente ordite da tre ordini diversi di

cittadini, e finalmente ci descrive con vivissimi colori lo scoppio

feroce dell'ira popolare, che prima cacciò il tiranno, e poi si

rivolse contro i più fidi seguaci e sostegni di lui, specialmente

contro il conservatore Guglielmo d'Assisi ed il suo figlio di 18

anni.[328] «Appariscono gli sdegni maggiori e sono le ferite più

gravi, quando si ricupera una libertà che quando si difende.... Furono

messer Guglielmo e il figliuolo posti intra le migliaia de' nemici

loro, e il figliuolo non aveva ancora diciotto anni. Nondimeno l'età,

l'innocenza, la forma sua nol poterono dalla furia della moltitudine

salvare; e quelli che non poterono ferirgli vivi, gli ferirono morti,

nè saziati di straziarli col ferro, con le mani e con i denti gli

laceravano. E perchè tutti i sensi si soddisfacessero nella vendetta,

avendo prima udito le loro querele, veduto le loro ferite, tocco le lor

carni lacere, volevano che ancora il gusto le assaporasse, acciocchè,

come tutte le parti di fuori ne erano sazie, quelle di dentro ancora

se ne saziassero.»[329] Anche questi ultimi particolari sono, con

poche alterazioni, cavati dal Villani; ma lo stile è tale che solo il

Machiavelli sapeva trovarlo, specialmente quando doveva manifestare

odio alla tirannide, amore alla libertà.

Cacciato il Duca, spenti i suoi più fidi, dopo altre discordie e

tumulti, furono richiamati in vigore gli Ordinamenti della Giustizia, e

i Grandi vennero da capo esclusi affatto dal governo, che tornò nelle

mani del popolo. Questa loro ultima disfatta fu tale, che cercarono,

mutando nomi, di confondersi col popolo, contro il quale non osarono

più di prendere le armi, «anzi continuamente più umani ed abietti

divennero. Il che fu cagione che Firenze non solamente di armi, ma di

ogni generosità si spogliasse.»[330] Qui è notevole che il Machiavelli,

il quale tanto desiderava il trionfo della democrazia, e tanto odiava

l'aristocrazia, pur vide e francamente dichiarò, che col cadere di

questa, decaddero le armi dei Comuni italiani, i quali si gettarono poi

in braccio ai capitani di ventura, che furono la rovina della libertà,

della indipendenza e della forza nazionale, come egli dimostra nei

libri seguenti.

Il secondo libro delle _Istorie_ adunque ha grandi lacune, ha molte

inesattezze, non parla dei fatti esterni della Repubblica, sopra

alcuni fatti interni si ferma a lungo, sopra altri passa leggermente;

compilato sulla _Cronica_ del Villani, non ha ricerche originali

d'alcuna sorta. Eppure, se anche mettiamo da parte l'episodio

principale, cioè quello del Duca d'Atene, con così vigorosa e

splendida eloquenza narrato, questo secondo libro rimane sempre un vero

capolavoro nella nostra letteratura storica. In esso il Machiavelli,

con uno sguardo di aquila, abbraccia nella sua unità la storia di più

d'un secolo. I fatti che nel Villani sono narrati con evidenza, ma

restano disgregati e come gettati a caso sulla carta; quella serie

di rivoluzioni, di sempre nuovi disordini e sempre nuove costituzioni

politiche, che, secondo tutti i cronisti ed anche secondo gli storici,

sembrano in piena balìa del caso, conseguenza solo di odî brutali e di

feroci passioni, si connettono a un tratto mirabilmente, logicamente

fra loro, e per la prima volta divengono finalmente una vera storia.

Il Machiavelli s'è avvisto che tutte queste rivoluzioni hanno una

stessa cagione, un solo scopo, verso cui continuamente sospingono

la Repubblica, fino a che essa non tocca la mèta predestinata. Si

tratta di una lotta sanguinosa fra il popolo, in cui scorre il sangue

latino, e l'aristocrazia feudale, che è di origine germanica, straniera

all'Italia. La fine di questa lotta è la distruzione totale prima dei

nobili feudali, poi dei Grandi, il che avviene nel 1293, e si compie

anche meglio dopo la cacciata del Duca d'Atene. In questo modo tutte le

rivoluzioni e costituzioni fiorentine non solo si connettono fra loro,

ma si seguono come evoluzione d'una sola e medesima idea. E così, per

opera dell'analisi critica del Machiavelli, la storia più intricata e

confusa acquista ad un tratto l'evidenza d'una proposizione geometrica.

Egli ha illuminato le tenebre con la luce vivissima della sua potente

intelligenza, ed ha portato il più mirabile ordine nel caos che ci

avevano lasciato i cronisti. Tutto il segreto della storia fiorentina è

in questo secondo libro. E qui si può veramente affermare che nessuno

è mai riuscito a far meglio, e che i molti i quali non seppero, anche

dopo, seguire la via da lui aperta, deviarono sempre dalla mèta,

ricaddero nel disordine e nella confusione.

Il terzo libro va dall'anno 1353 fino a poco dopo il 1414,[331] ed è

compilato con tre diversi autori. Fino al 1378 il Machiavelli si vale

dell'_Istoria Fiorentina_ di Marchionne di Coppo Stefani, nel modo

stesso che ha fatto del Villani, fermandosi cioè alle sole rubriche

che parlano delle lotte interne della Repubblica, e delle sue riforme

politiche. L'argomento proprio di questo libro è la esposizione

del modo in cui i partiti, moltiplicandosi, decompongono lo Stato,

corrompono la Città, e col distruggere la libertà, spianano la via alla

tirannide. L'episodio principalissimo è quindi il tumulto dei Ciompi

(1378), che cogli eccessi della plebe pone i germi della potenza futura

dei Medici, i quali perciò appunto erano stati i segreti fautori e

promotori del tumulto stesso. Nel raccontarlo il Machiavelli si vale

della storia che ne scrisse il contemporaneo Gino Capponi. Siccome però

questa non è compiuta, così egli deve, verso la fine, tornare di nuovo

a Marchionne di Coppo Stefani. Più oltre, nello stesso libro, ricorre

anche ad altri autori, ma è difficile determinarli tutti, perchè la

narrazione procede qui assai rapida. Il Machiavelli è cautissimo nella

scelta delle sue fonti; gli scrittori che preferisce sono sempre i più

autorevoli e sicuri nella narrazione dei fatti pei quali se ne giova.

Questo però non gl'impedisce di farne un uso affatto arbitrario, quando

specialmente vuol dar forza a qualche suo concetto o teoria politica.

Ogni libro di questa storia incomincia con alcune considerazioni

generali. Il primo, col ragionare brevemente delle emigrazioni ed

invasioni dei popoli germanici, il secondo, col discorrer delle

colonie. Dal terzo libro in poi abbiamo vere e proprie introduzioni,

ciascuna delle quali pone in termini chiari e precisi un problema

storico-politico, che dalla narrazione seguente viene dimostrato. Esse

sono preziose, non solo per il loro intrinseco valore, ma perchè ci

fanno vedere come col Machiavelli la storia s'andò trasformando in

scienza politica. Questa trasformazione noi la vediamo seguire quasi

sotto i nostri occhi. «Le nimicizie naturali,» così incomincia il terzo

libro, «fra il popolo e i nobili sono quelle che dividono e perturbano

le città. Esse tennero divise Roma e Firenze, ma in modo diverso;

perchè a Roma si manifestavano disputando, e si sopivano con una legge

fatta pel pubblico bene; a Firenze invece si cominciavano combattendo,

si inasprivano con gli esilî e la morte de' cittadini, si finivano

con una legge fatta a solo vantaggio dei vincitori. Quelle di Roma,

avvicinando il popolo ai nobili, alimentarono la virtù militare; quelle

di Firenze, distruggendo i Grandi, la spensero. Tutto ciò avvenne,

perchè il popolo romano voleva dividere coi Patrizî il governo dello

Stato; quello di Firenze voleva invece escluderne i Grandi, per esser

solo a comandare. Il primo desiderio era giusto, e la nobiltà romana

cedette; il secondo ingiusto, e la nobiltà fiorentina dovè resistere.

Così si venne alle armi, agli esilî, al sangue, e le leggi furono

ingiuste, parziali, crudeli. I nobili dovettero mutare nomi, insegne,

costumi, e confondersi col popolo, tanto che quella virtù d'armi e

generosità d'animo, che era nella nobiltà, si spense, e nel popolo dove

la non era, non si potè riaccendere. Così Firenze sempre più umile e

più abietta ne divenne.»[332]

Questo paragone, che si trova più volte ripetuto anche nei _Discorsi_,

non è esatto. Il Machiavelli qui non osserva che l'aristocrazia

fiorentina era feudale, di origine straniera, e quella di Roma, di

origine nazionale; esagera assai quando dice che le lotte fra il popolo

ed i Patrizî furono a Roma sempre pacifiche, e dimentica che anch'esse

portarono ad una uguaglianza su cui si fondò poi il Cesarismo. In

realtà egli paragona la storia di Firenze con una storia alquanto

immaginaria di Roma, cui attribuisce le qualità tutte che egli vuol

vedere nel suo concetto ideale delle lotte politiche. Quello che

dice di Firenze è però verissimo, profondamente osservato; e le sue

considerazioni, a questo proposito, hanno un gran valore intrinseco.

Esse somigliano singolarmente a ciò che disse più tardi un grande

scrittore moderno, paragonando la storia politica della Francia con

quella dell'Inghilterra. L'aristocrazia inglese s'unì alla borghesia

nel governare il paese, e ne ricevette sempre nuovo vigore e nuova

vita; la francese si separò affatto dalla borghesia, dal popolo, e finì

coll'essere distrutta dalla democrazia restata padrona. L'Inghilterra

ebbe perciò un regolare progresso, un governo forte, ordinato e libero;

la Francia ebbe invece continue rivoluzioni, ed arrivò ad una grande

uguaglianza, in mezzo alla quale divennero possibili e si poterono

sperimentare tutte le forme di governo. Nè molto diversamente il

Machiavelli finisce la sua introduzione al terzo libro, quando dice che

«Firenze a quel grado è pervenuta che facilmente da un savio dator di

leggi potrebbe essere in qualunque forma di governo riordinata.»[333]

Il duca d'Atene aveva, per fondare la sua tirannide, sollevato la

plebe, appoggiandosi sopra di essa. E così, dopo la sua cacciata, si

vide apparire nella lotta dei partiti un nuovo ordine di cittadini,

che divenne un nuovo germe di discordia. In fatti si videro ora

lottare a Firenze il popolo grasso delle Arti Maggiori, il popolo

minuto delle Arti Minori e la plebe. Le armi, per la distruzione della

nobiltà, erano decadute; le guerre si facevano perciò colle Compagnie

di ventura, e quindi col danaro. In tale stato di cose cominciarono

a primeggiare la famiglia degli Albizzi ed altri popolani grassi,

che prevalevano nella Città, non come facevano una volta i Grandi,

con la forza e la violenza, ma per mezzo di quelli che si chiamavano

allora i _modi civili_, o sia impadronendosi degli uffici politici,

perseguitando, esiliando gli avversarî come Ghibellini, sebbene

questo partito più non esistesse. Il disordine fu grande davvero, ed

il Machiavelli, per meglio dipingerlo, per esporre di nuovo le sue

considerazioni sulla storia dei partiti, esprimendo tutto il suo dolore

dinanzi allo spettacolo della patria e della libertà pericolanti, fa

venire dinanzi ai Signori alcuni cittadini, uno dei quali parla ad

essi in questo modo: «Nelle città d'Italia tutto quello che può essere

corrotto e che può corrompere altri, si raccozza. I giovani sono

oziosi, i vecchi lascivi, e ogni sesso, ogni età è piena di brutti

costumi, a che le leggi buone, per essere dalle cattive usanze guaste,

non rimediano.... Di qui gli ordini e le leggi non per pubblica, ma per

propria utilità si fanno. Di qui le guerre, le paci, le amicizie non

per gloria comune, ma per soddisfazione di pochi si deliberano.» «E se

alcuna città fu mai da queste divisioni lacerata, la nostra è certo più

d'ogni altra.» «Onde ne nasce che sempre, cacciata una parte e spenta

una divisione, ne sorge un'altra; perchè quella città che con le sètte

più che con le leggi si vuol mantenere, come una sètta è rimasa in

essa senza opposizione, di necessità conviene che intra sè medesima si

divida.» «Si credeva in fatti che, distrutti i Ghibellini, resterebbero

lungamente felici i Guelfi; ma essi si divisero invece in Bianchi ed

in Neri. Vinti i Bianchi, si combattè per le divisioni fra popolo e

Grandi. E per dare poi ad altri quello che per noi medesimi possedere

non sapevamo, ora al re Roberto, ora al fratello, ora al figlio, ed in

ultimo al Duca d'Atene la nostra libertà sottoponemmo. Ma perchè non

fummo mai d'accordo a vivere liberi, nè d'essere servi ci contentammo,

cacciammo il Duca d'Atene, il cui acerbo e tirannico animo non riuscì

tuttavia a farci savî, ad insegnarci a vivere. Combattemmo infatti

fra di noi più di prima, tanto che l'antica nobiltà fu vinta, e dovè

rimettersi in balìa del popolo. Si credette così finita ogni cagione di

scandalo, essendosi messo un freno a coloro che per superbia dividevano

la Città. S'è visto, invece, quanto l'opinione degli uomini sia

fallace, perchè la superbia e l'ambizione de' Grandi non si spensero,

ma furono ereditate dai popolani, alcuni dei quali, secondo l'uso degli

ambiziosi, cercano ottenere essi il primo grado nella Repubblica, e

risuscitano il nome di Guelfi e di Ghibellini, che era già spento. Per

carità della patria, spegnete ora quel male che ci ammorba, quella

rabbia che ci consuma, quel veleno che ci uccide, ponendo freno

all'ambizione di costoro, annullando gli ordini che sono delle sètte

nutritori, e prendendo quelli che al vero vivere libero e civile sono

conformi.»[334]

I Signori elessero allora cinquantasei cittadini per riformare la

Repubblica; ma questi riuscirono solo a portare maggior confusione,

perchè, come già molte volte il Machiavelli aveva osservato e qui

ripete, «gli assai uomini sono più atti a conservare un ordine buono,

che a saperlo per loro medesimi trovare.»[335] Così gli Albizzi ne

uscirono più potenti di prima, e quando papa Gregorio XI mosse da

Avignone guerra a Firenze, essi, alla testa del popolo grasso, presero

tutti i provvedimenti necessarî alla difesa, e condussero la guerra

con tanta energia, che non solamente furono respinte le forze del Papa,

ma le città da lui dipendenti nel suo proprio Stato vennero sollevate

in nome della libertà. E gli Otto della Guerra, sebbene avessero fatto

poco conto delle censure, avessero spogliato le chiese dei loro beni, e

forzato il clero a celebrare gli uffici divini, ebbero tutto il favore

del popolo, e vennero chiamati _Otto Santi_, «tanto quei cittadini

stimavano allora più la patria che l'anima.»[336]

La cagione del potere acquistato dagli Albizzi e dal popolo grasso

stava nel fatto che solo i ricchi mercanti, i quali si trovavano alla

direzione della grande industria e del grande commercio fiorentino,

erano interessati a sostenere le guerre esterne della Repubblica,

per aumentarne la potenza, e nello stesso tempo tutelare la libertà

dei traffici, coi quali venivano accumulate le ricchezze loro e della

Città. Essi erano perciò pronti sempre a tutti i sacrifizî necessarî.

Aggravavano di tasse sè stessi e gli altri, nè avevano troppi scrupoli

a restringere, occorrendo, le pubbliche libertà. Le Arti Minori,

invece, che vivevano della piccola industria e del piccolo commercio

interno, volevano la pace, il lusso necessario alla loro florida

esistenza, minori gravezze e maggiori libertà; volevano avere anch'esse

qualche parte nel governo. Così avveniva costantemente che il popolo

grasso trionfava con la guerra, ed il popolo minuto con la pace. E

così, non appena fu finita la guerra contro il Papa, cominciarono

subito i lamenti per le spese fatte, per le gravezze sopportate. Gli

Albizzi allora perderono favore; il popolo minuto invece guadagnò

terreno, e si volse a cercare capi che lo guidassero. Ne trovò uno

accortissimo in Salvestro de' Medici, il quale, sebbene fosse del

popolo grasso, si fece sin d'allora sostenitore degl'interessi del

popolo minuto, cominciando così con infinita avvedutezza a spianare la

via del principato alla propria famiglia. Il Machiavelli è il primo che

veda fin da questo momento, le origini remote della potenza medicea, e

determini chiaramente il carattere della loro astutissima e fortunata

politica.

Eletto Gonfaloniere nel 1378, Salvestro avversò gli Albizzi, favorì i

loro nemici ed il popolo minuto, richiamò in vigore gli Ordini della

Giustizia andati in disuso. Ma tutto ciò non si potè fare, senza che

ne nascesse tumulto, e ne seguissero conseguenze inaspettate. «Non sia

mai,» osserva qui il Machiavelli, «alcuno che muova un'alterazione in

una città, per credere poi o fermarla a sua posta, o regolarla a suo

modo.»[337] Questo fu in fatti il principio del tumulto dei Ciompi, che

occupa una gran parte del terzo libro, e che il Machiavelli racconta

minutamente con la scorta del Capponi, aggiungendovi di suo molti

discorsi e considerazioni.[338] Il popolo e la plebe, avute le prime

concessioni, cominciarono a sollevarsi, tumultuando, e facendo alla

Signoria sempre nuove domande. Quando appena esse erano soddisfatte,

ne aggiungevano subito altre più esagerate, e finalmente cominciarono

anche a saccheggiare ed a bruciare le case dei cittadini. Laonde il

gonfaloniere Luigi Guicciardini, radunati i capi delle Arti, diceva

loro: «Noi abbiamo ceduto a tutte le vostre domande. Si è tolta

autorità ai magistrati; si sono raffrenati di nuovo i Grandi; abbiamo

mandato in esilio molti potenti cittadini, perdonato a coloro che

bruciarono le case e spogliarono le chiese. Che fine avranno omai

queste vostre domande? Non vedete che noi sopportiamo con più pazienza

l'esser vinti, che voi la vittoria? A che condurranno queste vostre

divisioni questa vostra città?»[339]

E dopo che il Machiavelli ha fatto in tal modo parlare il Gonfaloniere,

pone in bocca d'un popolano un altro discorso, che ricorda qualche

volta il linguaggio di Catilina in Sallustio, e ritrae con singolare

eloquenza le passioni selvagge della plebe sfrenata di Firenze. V'è

anche una strana mistura di paganesimo e di cristianesimo tutta propria

del Rinascimento. «Quando noi dovessimo ora deliberare, se si avessero

a pigliare le armi, ardere e rubare le case dei cittadini, forse

anch'io consiglierei piuttosto una quieta povertà che un pericoloso

guadagno. Ma perchè le armi sono prese e molti mali già fatti, bisogna

ora non lasciar quelle, e de' mali commessi assicurarci. Quando altro

non c'insegnasse, la necessità c'insegna. La Città è piena di odio

contro di noi, e nuove forze contro le nostre teste si apparecchiano.

Nè a farci perdonare gli errori vecchi c'è altro modo che farne dei

nuovi, raddoppiando le arsioni e le ruberie, cercando di avere in

esse molti compagni», «perchè dove molti errano, niuno si gastiga,

ed i falli piccoli si puniscono, i grandi ed i gravi si premiano. E

quando molti patiscono, pochi cercano di vendicarsi, perchè le ingiurie

universali con più pazienza che le particolari si sopportano. Il

moltiplicare adunque nei mali ci farà più facilmente trovar perdono....

Duolmi bene ch'io sento che molti di voi delle cose fatte per coscienza

si pentono, e dalle nuove si vogliono astenere. E certamente s'egli

è vero, voi non siete quelli uomini che io credeva che foste, perchè

nè coscienza, nè infamia vi debbe sbigottire;[340] perchè coloro che

vincono in qualunque modo vincono, mai non ne riportano vergogna. E

della coscienza noi non dobbiamo tener conto, perchè dove è, come è in

noi, la paura della fame e delle carceri, non può nè debbe quella dello

Inferno capere.»[341]

Ed ora, in mezzo al tumulto, si presenta al Machiavelli la singolare

figura di Michele di Landò, che scalzo e con poche vesti indosso, con

tutta la turba dietro, salì sopra la scala del Palazzo, e fu dal popolo

proclamato Gonfaloniere. Per mostrarci poi come questo popolano, che

ormai ha già esaltato la sua immaginazione, era «sagace e prudente, e

più alla natura che alla fortuna obbligato,» egli ci narra un aneddoto

che in buona parte è sua invenzione. Dice adunque che Michele di Lando,

vedendosi esaltato da un popolo, nell'ebbrezza della vittoria avido di

sangue, voleva trovar modo di dominarlo, per impedirgli di trascendere

a maggiori eccessi. Comandò quindi che si cercasse un tale ser Nuto,

uomo odiatissimo, che era stato dagli avversari del popolo designato

per bargello; e tutti allora s'avviarono, pieni d'ira, a cercarlo.

Michele di Lando profittò subito del momento, per cominciare con

giustizia quel governo che aveva acquistato con fortuna, e non solo

ordinò che niuno osasse più di ardere le case, ma fece piantare le

forche in Piazza, dimostrando così che era deciso a punir severamente

chi non obbediva. In questo mezzo tornò la moltitudine, menando

ser Nuto, che fu «a quelle forche per un piede impiccato, del quale

avendone qualunque era intorno spiccato un pezzo, non rimase in un

tratto di lui altro che il piede.» Secondo il Machiavelli, Michele di

Lando non dette l'ordine esplicito d'ammazzare ser Nuto, perchè non ve

n'era bisogno. Designando però la vittima odiata, che nessuno avrebbe

potuto o voluto salvare, pensò con essa di saziare l'ira popolare. E

così avrebbe trovato il modo di risparmiare la vita e le case di molti

cittadini, di ristabilire subito l'ordine e la giustizia.[342]

Se non che, tutto ciò non è storicamente vero. Il Capponi, nel suo

_Tumulto dei Ciompi_, non parla del fatto, perchè la sua narrazione

si ferma prima d'arrivare a questo punto; ne parlano invece gli altri

storici, a cui ora ricorre il Machiavelli, ma essi[343] l'attribuiscono

ad uno scoppio feroce e spontaneo d'ira popolare, senza punto

accennare che Michele di Lando vi avesse avuto parte alcuna. L'eccidio

seguì di certo, e sembra ancora che, dopo averlo compiuto, il furor

popolare si calmasse davvero. Ma l'ordine dato da Michele al popolo,

e la intenzione con cui l'avrebbe dato, sono menzionati solo dal

Machiavelli, e furono da lui inventati. Egli era talmente persuaso, che

un uomo il quale, nelle rivoluzioni, nella politica, salga d'un tratto

a grande altezza, deve di necessità avere nelle vene una qualche goccia

del sangue di Cesare Borgia, che la vedeva anche là dove non ve n'era

traccia.[344] Del semplice scardassiere, che godè di una brevissima

popolarità, che fece in vero più bene che male, ed ebbe molti lodatori,

ma non fu nulla di singolarmente grande, volle formare un accorto

politico, un gran personaggio. Lo ammirò oltre misura, perchè lo vide

difensore della libertà popolare, senza pensare a valersi mai della

prospera fortuna, per tentare di farsi tiranno. Ed una volta cominciato

a dipingere il suo quadro in proporzioni assai maggiori del vero,

egli lo volle, perchè riuscisse anche più attraente, colorire colla

propria immaginazione, la quale troppo spesso vedeva il Valentino per

tutto. E continuò, con la stessa ammirazione, con la stessa fantasia,

sino alla fine. Quando poi la plebe tornò ai disordini, passando ogni

confine, e non valsero ragioni nè minacce a frenarla, Michele, secondo

il Machiavelli, corse la Città con la spada in mano, seguito da molti

armati, e domò colla forza i ribelli. Così finalmente si sarebbero

posati i tumulti «solo per virtù del Gonfaloniere, il quale d'animo,

di prudenza e di bontà superò in quel tempo qualunque cittadino, e

merita d'essere annoverato in tra i pochi che abbino beneficato la

patria loro, perchè la bontà sua non gli fece venir pensiero nell'animo

che fosse al bene universale contrario.»[345] Ma tutto ciò è lavoro

d'immaginazione. Michele di Lando fu invece un personaggio assai

modesto, che spesso divenne involontario, inconscio strumento nelle

mani di Salvestro de' Medici, ed in nessun caso avrebbe mai potuto,

seriamente aspirare alla tirannide.[346]

Il Machiavelli torna qui a Marchionne Stefani,[347] e poco giovandosi

dell'Aretino[348] o di altri, continua la sua narrazione fino al 1414.

Esamina, innanzi tutto, le prime conseguenze del Tumulto dei Ciompi,

le quali furono una reazione contro l'eccessivo potere della plebe,

cacciata ora dal governo, ed un nuovo trionfo delle Arti. Le Minori

prevalsero però sulle Maggiori, e salirono quindi in auge i nemici

degli Albizzi, come Giorgio Scali e più specialmente ancora Salvestro

de' Medici. Questi, che era stato sin da principio il segreto promotore

e manipolatore del tumulto, seppe profittare a suo proprio vantaggio

della reazione che ne seguì a danno della plebe e delle Arti Maggiori.

Egli e non Michele di Lando fu veramente l'accorto politico, e ciò,

secondo il Machiavelli stesso, il quale poi, non volendo lodare una

condotta senza audacia e di soli sotterfugi, che mirava a distruggere

la libertà, esaltò e idealizzò invece il modesto e ardito scardassiere,

che non pensò mai ad abusare della fortuna, a danno del popolo ed a suo

proprio vantaggio.

Quando incominciò più tardi la lunga guerra dei Fiorentini contro

Giovan Galeazzo Visconti, chiamato il Conte di Virtù, signore di

Milano, che voleva farsi padrone di tutta Italia, il governo di Firenze

tornò di nuovo nelle mani delle Arti Maggiori e degli Albizzi, i quali

condussero la guerra con energia e con mirabile patriottismo.[349] Ma

essi dovettero aumentare le gravezze, e tener basso il popolo minuto,

che ne restò naturalmente assai scontento. Laonde, quando appena

cessarono i pericoli e si tornò alla pace, la moltitudine si sollevò

subito, rivolgendosi a messer Vieri de' Medici, che divenne come

il capo della Città, seguendo sempre la stessa accorta politica di

aspettazione.

Il quarto libro descrive in qual modo i Medici arrivarono finalmente

a toccare la mèta desiderata. S'incomincia dal 1420, facendo così

un salto di parecchi anni, e si arriva fino al trionfo di Cosimo de'

Medici, dopo il suo ritorno dall'esilio nel 1434. La ragione del salto

non sta solamente nel non essere in quel mezzo seguiti fatti molto

notevoli. Il Machiavelli si vale qui esclusivamente d'una nuova fonte,

le _Istorie Fiorentine_ di Giovanni Cavalcanti, e queste incominciano

appunto dal 1420.[350] Il poco o nessun valore letterario dell'opera,

la fece restar lungamente dimenticata; pure come narrazione di

avvenimenti contemporanei, essa fu giudicata ed è veramente una guida

sicura. Il Machiavelli ebbe quindi ragione di giovarsene moltissimo,

più assai che non fece di tutte le altre sue fonti. Qualche volta,

mutandone solamente lo stile, la copia addirittura.

I Medici incominciano ora ad essere potenti davvero, ed egli sembra

perciò rivolgere più che può lo sguardo dai fatti interni di Firenze,

per fermarsi invece a parlare lungamente delle guerre esterne, che

aveva finora sempre trascurate. Ne parla però solo per avere occasione

a dir male dei capitani di ventura, a notare la funesta azione che esse

ebbero sui partiti in Firenze, ponendo in luce l'arte infinita con cui

i Medici seppero cavarne profitto. Prende dal Cavalcanti il racconto

d'alcune di esse, e lo colorisce a suo modo; ne lascia però da parte

altre non poche, seguendo il suo autore nella narrazione che egli ci

lasciò dei fatti interni. Il Cavalcanti fa su di essi anche le sue

considerazioni, esponendole in lunghissimi, eterni discorsi, che pone

in bocca de' suoi personaggi. Questi discorsi sono retorici, gonfi,

penosissimi a leggersi; ma hanno il pregio di contenere i ragionamenti

che si facevano allora in Firenze. Ed il Machiavelli li imita, qualche

volta li copia addirittura. Se non che, quelle retoriche cicalate, per

la magica forza della sua penna, diventano eloquentissime, come anche

le lunghe, monotone narrazioni del Cavalcanti diventano, spesso con

pochi accorti mutamenti, rapide, efficaci, vivacissime. E se a ciò

s'aggiunge la connessione logica de' fatti, che egli vi pone sempre

di suo, capiremo come questo quarto libro delle _Storie_ possa avere

un proprio e non piccolo valore, nonostante la continua imitazione,

la quale è tale davvero, che niuno può farsene un'idea chiara, senza

paragonare fra loro i due autori. E dal paragone apparisce ancora con

quanto poco un uomo di genio possa mutare un pessimo scritto in uno

eccellente.

Dopo una breve introduzione sui pericoli che corre la libertà, se le

buone leggi non frenano gli eccessi dei nobili, che spingono alla

oppressione, e quelli del popolo, che spingono alla licenza, il

Machiavelli osserva come queste buone leggi le ebbero gli antichi,

non le repubbliche italiane del Medio Evo, che perciò finiron tutte

coll'aver bisogno d'essere da qualcuno comandate. «Un esempio manifesto

ne dette Firenze, dove le parti nate per la discordia degli Albizzi

e dei Ricci, e da messer Salvestro de' Medici con tanto scandalo

risuscitate, mai non si spensero. Grandi furono certo i meriti degli

Albizzi verso la patria; ma essi divennero subito insolenti, e si

lacerarono per invidia fra di loro, il che dette modo ai Medici di

riprendere sempre maggiore autorità sul popolo. Così Giovanni arrivò

finalmente al primo magistrato, con grande allegrezza dell'universale.

Ed invano i più savî, massime Niccolò da Uzzano, avvertirono che già si

era al principio della tirannide.»[351]

Di qui si vien subito alla guerra contro Filippo Maria Visconti, che

aspirava al dominio d'Italia. E gli Albizzi furono di nuovo a capo

del governo, di nuovo conducendo con molta energia la guerra, che

finì nel 1424 con la rotta di Zagonara.[352] Il Cavalcanti dice che

la battaglia «incominciò grandissima e mortale;» ma che i Fiorentini

furono per imperizia dei capitani circondati e messi in fuga. Il

generale supremo fu fatto prigioniero; Lodovico degli Obizzi, uno dei

capitani, fu morto; un terzo affogò nell'acqua.[353] Secondo l'Ammirato

furono inoltre disarmati dal nemico 3200 cavalieri.[354] Tutto questo

fa credere che, oltre i capitani, morissero anche parecchi soldati. Ma

al Machiavelli, che pure ha dinanzi a sè la narrazione del Cavalcanti,

non par vero di trovare una prima occasione ad esprimere il disprezzo

che aveva per le armi mercenarie, e senza parlare d'alcuna resistenza,

conclude dicendo, che «in tanta rotta per tutta Italia celebrata, non

morì altri che Ludovico degli Obizzi, insieme con due altri dei suoi,

i quali cascati da cavallo, affogarono nel fango.»[355] Vedremo che lo

stesso presso a poco egli ripete anche di altre guerre fatte allora,

nelle quali la resistenza fu assai maggiore ed il numero dei morti

meglio conosciuto.

La rotta di Zagonara ebbe per sua immediata conseguenza, la disfatta

in Firenze delle Arti Maggiori e degli Albizzi. In tutte le piazze

si gridava contro la loro ambizione. «Ora hanno creato costoro i

Dieci per dar terrore al nimico? Ora hanno eglino soccorso Forlì e

trattolo dalle mani del Duca? Ecco che si sono scoperti i consigli

loro, ed a qual fine camminavano: non per difendere la libertà, la

quale è loro inimica, ma per accrescere la potenza propria, la quale

Iddio ha giustamente diminuita. Nè hanno solo con questa impresa

aggravata la Città, ma con molte, perchè simile a questa fu quella

contro al re Ladislao. A chi ricorreranno eglino ora per aiuto? A

papa Martino, stato a contemplazione di Braccio straziato da loro?

Alla reina Giovanna, che per abbandonarla l'hanno fatta gettare in

grembo al re di Aragona?»[356] Chi mai crederebbe che questo discorso

è addirittura calcato sopra quello già scritto dal Cavalcanti? E

pure è così certamente.[357] Vennero allora creati venti cittadini,

per mettere nuove imposte, e pagar le spese della guerra. Essi però

aggravarono principalmente i popolani grassi; e questi si radunarono

in Santo Stefano, dove Rinaldo degli Albizzi tenne loro un discorso,

che il Cavalcanti ci dà in quindici pagine, diluendo in un mare di

frasi le proposte che furono fatte, e che il Machiavelli raccoglie, con

grande evidenza, in poche parole. Bisognava rendere, disse l'Albizzi,

lo Stato ai potenti, e torre autorità alle Arti Minori, riducendole da

quattordici a sette.[358] Seguono ancora altri discorsi, che son sempre

imitati dal Cavalcanti. E finalmente l'Albizzi riceve dai suoi incarico

di guadagnare alla parte Giovanni dei Medici. Ma questi gli rispose

dichiarandosi avverso alle novità, amico del popolo,[359] il che gli

accrebbe subito favore grandissimo nella Città. E qui il Cavalcanti

continua, in venticinque capitoli, a parlare delle guerre esterne, che

il Machiavelli tralascia quasi del tutto, ricordandone appena qualche

aneddoto.

Seguìta la pace, rinacquero al solito le discordie, e Giovanni dei

Medici favorì la legge del Catasto, la quale, dando modo di mettere

le imposte secondo i redditi accertati, e non più ad arbitrio, era dal

popolo grasso avversata, dal minuto desiderata, e fu vinta coll'aiuto

di Giovanni,[360] che poco dopo morì (1429). La descrizione della sua

morte, il discorso ai figli, e perfino il suo elogio son presi sempre

dalla stessa sorgente, migliorandola con la solita arte.[361] Corre

poi il Machiavelli rapidissimamente sopra altri fatti, ed arriva alla

guerra contro Lucca, che riuscì in fine tutta a favore dei Medici.

Deliberata, per opera d'Astorre Gianni e di Rinaldo degli Albizzi, i

quali andarono commissari al campo, essa fu ben presto causa della

loro rovina. Astorre Gianni si condusse con grande crudeltà contro

Seravezza che pur si era già spontaneamente arresa. E però alcuni di

quei cittadini vennero in Firenze, dicendo: «Questo vostro commissario

non ha d'uomo altro che la presenza, nè di Fiorentino altro che il

nome: una peste mortifera, una fiera crudele, un mostro orrendo,

quanto mai da «alcuno scrittore fosse figurato.»[362] Astorre allora fu

richiamato, e l'Albizzi, pieno di sdegno perchè lo accusavano di aver

mercanteggiato sugli approvvigionamenti dell'esercito e sulle prede di

guerra, abbandonò il campo e rinunziò l'ufficio.[363] Dopo di che la

guerra andò di male in peggio, ed i Fiorentini vennero disfatti presso

il Serchio.

Il Machiavelli, ricordate in breve queste fazioni, che il Cavalcanti

narra a lungo, introduce finalmente sulla scena Cosimo de' Medici,

che da gran tempo aspettava l'occasione ormai vicina. Ne fa il

ritratto, lodandone i modi, la prudenza singolare, la liberalità

grandissima verso gli amici, della quale si valeva a divenir sempre

più potente. Egli aveva prima favorito la guerra contro Lucca, ed

ora che, condotta dall'Albizzi, era riuscita così male, taceva o

ne faceva cadere su questo tutta la colpa. Il Barbadori che s'era

avvisto dell'arte finissima, invano andò da Niccolò da Uzzano,[364]

per indurlo ad unirsi coll'Albizzi, e cacciare dalla Città Cosimo.

Nel farci questo racconto, seguendo le tracce del Cavalcanti, il

Machiavelli tralascia il discorso che questi pone in bocca del

Barbadori; ma copia, modificandolo nella forma, quello dell'Uzzano,

aggiungendovi di suo appena qualche riflessione. «E' si farebbe per

te, per la tua casa e per la nostra Repubblica, che tu e gli altri che

ti seguono in questa opinione, avessero la barba piuttosto d'ariento

che d'oro, perchè i loro consigli, procedendo da capo canuto e pieno

di esperienza, sarebbero più savî e più utili a ciascheduno.»[365]

«Questa nostra parte voi la chiamate dei nobili; ma se così è, io ti

ricordo che i nobili furono sempre in Firenze vinti dalla plebe. Ed

ora si aggiunge, che noi siamo divisi e gli avversari sono uniti.[366]

Cosimo ha poi in mille modi beneficato il popolo.» «Adunque converrebbe

addurre le cagioni del cacciarlo, perchè egli è pietoso, officioso,

liberale e amato da ciascuno. Dimmi un poco qual legge è quella che

proibisca o che biasimi e danni negli uomini la pietà, la liberalità,

lo amore?[367] E benchè siano modi tutti che tirino gli uomini volando

al principato, nondimeno e' non sono creduti così, e noi non siamo

sufficienti a dargli ad intendere, perchè i modi nostri ci hanno tolta

la fede.» «Certo, sebbene e' sia molto difficile il cacciare Cosimo,

pure, avendo una Signoria amica, si potrebbe riuscirvi. Ben presto però

egli tornerebbe,» «e ne avreste guadagnato questo, che voi l'avreste

cacciato buono, e tornerebbeci cattivo, perchè la natura sua sarebbe

corrotta da quelli che lo revocassero, a' quali sendo obbligato, non si

potrebbe opporre.»[368] Fu quello che in fatti seguì; e di quest'ultima

osservazione venne data gran lode al Machiavelli; ma essa, come quasi

tutto il discorso, si trovava già nel Cavalcanti.

Niccolò da Uzzano morì, e restarono a contendersi Rinaldo degli Albizzi

e Cosimo de' Medici, che coi loro seguaci tenevano da capo divisa la

Città. «Qualunque volta,» così scrive il Machiavelli, seguendo sempre

il suo modello, «si creava un magistrato, si diceva pubblicamente

quanti dell'una e quanti dell'altra parte vi sedevano, e nella tratta

de' Signori stava tutta la Città sollevata. Ogni caso che veniva

davanti ai magistrati, ancora che minimo, si riduceva fra loro in gara;

i segreti si pubblicavano; così il bene come il male si favoriva e

disfavoriva; i buoni come i cattivi ugualmente erano lacerati; niuno

magistrato faceva l'ufficio suo.»[369] E quando stava per essere

eletto gonfaloniere Bernardo Guadagni, amico dell'Albizzi, questi, ad

evitare che la elezione fosse annullata, gli dette il danaro necessario

per soddisfare alle imposte da lui non ancora potute pagare,[370]

chiedendogli che si adoperasse nel nuovo ufficio a cacciar dalla città

Cosimo de' Medici, divenuto sempre più potente. Anche nel riferire

questo discorso, il Machiavelli ci dà un sunto fedele di quello che

si legge nel Cavalcanti. «Gli ricordò che se messer Salvestro dei

Medici aveva potuto ingiustamente frenare la grandezza de' Guelfi, ai

quali spettava il governo della Città, a cagione del sangue dai loro

antenati per essa versato, ben poteva egli giustamente fare contro

un solo, quello che ingiustamente era stato fatto dagli altri contro

tanti.[371] Confortollo a non temere, perchè gli amici lo avrebbero

aiutato colle armi, e Cosimo dalla plebe, che ora sembrava adorarlo,

non trarrebbe altri favori che si facesse già messer Giorgio Scali; nè

v'era da dubitare delle ricchezze di lui, perchè, quando fosse preso

dai Signori, anderebbero anch'esse nelle loro mani. Questo renderebbe

finalmente la Repubblica sicura ed unita, e lui glorioso.»[372]

Dal Cavalcanti è preso tutto il racconto della prigionia, dell'esilio

e del ritorno trionfale di Cosimo, non solo nelle linee generali,

ma anche nei minuti particolari e nei discorsi.[373] Molti incidenti

si trovano nel suo libro che non sono in quello del Machiavelli, ma

nessuno quasi è nel secondo, che non sia nel primo. Ed anche le parole

di rimprovero, che nella fine di questo libro, l'Albizzi, costretto ad

esulare, dice a papa Eugenio IV, sono prese dalla stessa fonte.[374]

Il Machiavelli però, come sempre, aggiunge col nuovo stile anche la

connessione e la profonda intelligenza dei fatti. Egli in vero fu il

primo che fece vedere, come la guerra portò al potere gli Albizzi con

le Arti Maggiori, e la pace vi portò invece le Minori, dietro le quali

stavano come in continuo agguato i Medici, che ottennero il favore

della plebe, facendo mostra di favorirla, per poi opprimere tutti.

Così potè trasformare in una storia originale e nuova, che poneva

in luce l'arte più segreta dei Medici, la narrazione lunga e noiosa

del Cavalcanti, scritta pessimamente, nella quale i fatti più gravi

e gl'incidenti più insignificanti sono messi gli uni accanto agli

altri, senza legame, senza ordine o distinzione di sorta, perdendo

il loro significato, il loro proprio valore. Il paragone fra le due

opere riesce quindi assai utile, ed è perciò che noi abbiamo creduto

opportuno di fermarci a discorrerne così a lungo.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. III · 第 18 / 77 题