Le _Istorie fiorentine_. — Il primo libro o la introduzione
generale.
Quando il Machiavelli si pose a scrivere le _Storie_, vi erano in
Firenze due scuole di storici, quella, cioè, di coloro che continuavano
sempre nella via tenuta dal Villani, e gli eruditi, che avevano preso
una direzione affatto diversa. Cronache, Annali, Prioristi, Diarî, che
registravano giorno per giorno i fatti seguìti, se ne scrivevano allora
molti, e l'uso n'è rimasto in Toscana fino anche ai nostri giorni,
presso alcune famiglie. Nessuno di questi lavori però riusciva più,
nel tempo di cui discorriamo, ad avere una reputazione letteraria. Il
_Tumulto dei Ciompi_ di Gino Capponi, le _Istorie_ di Giovanni Cambi,
quelle dello Stefani, il _Diario_ di Biagio Buonaccorsi e molti altri
simili scritti sono dicerto sorgente preziosa di notizie, ma come
opere d'arte valgono assai poco. Da un pezzo quindi primeggiavano già
gli eruditi, che avevano messo nell'ombra i cronisti, e, seguendo una
via nuova, trovarono imitatori in tutta Italia. Ormai solo gl'ingegni
minori, e quelli che non facevano professione di lettere, osavano
seguire la vecchia strada. I principali rappresentanti fra gli storici
eruditi erano stati a Firenze Leonardo Aretino e Poggio Bracciolini,
che godevano ancora una grandissima fama. Essi, come abbiam visto
altrove,[285] scrivevano in latino ciceroniano; non si contentavano più
di registrare giorno per giorno i fatti seguìti; volevano aggrupparli
con arte, alla maniera di Tito Livio, che pigliavano a modello.
Sprezzavano la cronica, perchè miravano alla dignità classica della
storia; ma la facevano consistere nel dare ai fatti che narravano,
grandi proporzioni; nel trasformare le più piccole scaramucce dei
Fiorentini in battaglie strepitose. I loro personaggi vestivano la toga
romana e, per sempre più imitar gli antichi, pronunziavano solenni
discorsi che riuscivano retorici. Tale era il carattere generale di
questi scrittori. Leonardo Aretino però faceva, pel suo raro ingegno
critico, in non piccola parte, eccezione. È ben vero che egli dice
d'essersi messo a scrivere, «perchè le gloriose opere del popolo
fiorentino meritano d'essere tramandate ai posteri, e la guerra da essi
sostenuta contro Pisa può essere paragonata a quella dei Romani contro
Cartagine. Sgomenta però la difficoltà dell'impresa, e soprattutto la
rozzezza dei nomi moderni, che sono restii ad ogni eleganza.»[286]
E con tali parole sembrerebbe voler seguire la via di quasi tutti
gli altri storici eruditi. Ma così non era, a causa appunto della
originalità del suo ingegno.
Agli storici eruditi in generale mancava ogni spontaneità e vivacità,
ogni colorito. E sotto questo aspetto riuscivano inferiori ai cronisti
del Trecento ed anche a coloro che, nello stesso Quattrocento, per
mancanza di cultura classica li imitavano. Chi, per esempio, legge
le storie del Bracciolini, non si avvedrebbe che egli era stato
segretario della Repubblica fiorentina. Giammai un aneddoto, un
ritratto copiato dal vero, una descrizione di uomini o di luoghi
personalmente veduti. E questo può dirsi un carattere generale degli
eruditi. Essi però abbandonarono la via tenuta dai cronisti, i quali
narravano cronologicamente i fatti, senza punto coordinarli fra loro.
Gli eruditi invece, anche in ciò imitando gli antichi, li aggruppavano,
li collegavano. Era però un collegamento più letterario e formale che
logico. Ma questa unità letteraria e formale aprì la via alla unità
intrinseca e logica.
Quelli che primi entrarono per questa via, iniziando così la critica
storica, furono il Biondo e più specialmente l'Aretino. Essi vennero
spinti a ciò dalla natura del loro ingegno, ed anche del soggetto che
avevano impreso a trattare, perchè non si limitarono solo alla storia
contemporanea; ma si occuparono molto di storia generale del Medio Evo.
E questo doveva di necessità spingerli alla critica delle fonti.
Noi avemmo già occasione di notare che Flavio Biondo fu uno di coloro
che iniziarono la critica storica nel tempo stesso che altri iniziavano
la filologica e la filosofica. Egli in fatti non solo esamina la
diversa credibilità degli autori; ma anche quando narra avvenimenti
contemporanei dei quali ha avuto notizia da testimoni oculari, discute
se questi erano in condizione da conoscere il vero e da volerlo
fedelmente esporre. Qualche volta, perfino dall'esame di una frase
popolare, sa cavare la prova della credibilità di alcuni avvenimenti
storici.[287] Leggendo i suoi scritti si vede, come fu già osservato
da altri, che la critica era allora nell'aria stessa che si respirava.
Essa pareva qualche volta che nascesse spontaneamente prima quasi, che
gli scrittori che la promovevano ne fossero del tutto consapevoli.
L'Aretino però che precedette il Biondo aveva maggiore ingegno ed
originalità, più vasta dottrina e non minore spirito critico. Egli
scrive che vuole non solamente narrare, ma anche esporre «le cagioni
dei partiti presi e rendere giudizio delle cose accadute.»[288] Certo
non sempre riesce nel suo intento; ma più di una volta apparisce come
un precursore del Machiavelli, quasi un anello di congiunzione fra
gli storici del secolo XV e quello del XVI. Dopo avere accennato agli
Etruschi ed ai Romani, incomincia col dare uno sguardo alla storia
generale del Medio Evo. Suo scopo è qui, egli lo dice chiaramente,
di ricercare le origini storiche della città di Firenze, abbandonando
le volgari e favolose opinioni (_vulgaribus fabulosisque opinionibus
rejectis_).[289] Senza dubbio fu il primo (e gli fa grande onore)
che abbandonò tutte quante le favolose e spesso puerili leggende,
sulle origini della Città, leggende di cui le cronache, a cominciare
dal Villani, sono piene. Si ferma invece a parlar di Firenze colonia
romana. Così pure lascia da parte il racconto favoloso di Firenze
distrutta da Totila e ricostruita da Carlo Magno, più di una volta
correggendo il Villani, che è pure, nei primi libri la sua fonte
principale. A differenza dal Bracciolini, egli non è contento di narrar
solamente le guerre esterne, fermandosi spesso a parlare anche dei
fatti interni di Firenze. E, quello che è anche più notevole, in questi
casi non si contenta dei soli cronisti, ma ricorre anche ai documenti
d'archivio, di che la sua opera dà spesso prove sicure. La storia
speciale di Firenze incomincia col secondo libro e nei nove successivi
è condotta fino al principio del secolo XV. Non ostante i suoi molti
pregi, questa storia non riesce però, come abbiam già notato, a
liberarsi da molti difetti degli umanisti, specialmente nei discorsi
qualche volta interminabili che pone in bocca dei personaggi.[290]
Questi difetti sono assai più visibili nel Bracciolini, il quale, dopo
avere accennato, in sei o sette pagine, gli avvenimenti seguìti fino al
1350, comincia a procedere più lento, fermandosi però sempre alla sola
narrazione magniloquente delle guerre, che nella sua storia paion tutte
guerre degli antichi Romani.[291] Egli scrive con assai minore critica
dell'Aretino e con più fretta, ma con maggiore vivacità e spontaneità
di forma latina. Questo bastò, perchè il suo libro avesse allora gran
fama.
Ma la storia erudita decadeva al tempo del Machiavelli; l'Aretino
ed il Bracciolini, che le avevano dato rinomanza, appartenevano ad
un'altra generazione. La lingua italiana che era tornata in onore,
il grande e continuo studio che degli avvenimenti politici avevano
cominciato a fare gli ambasciatori e gli uomini di Stato italiani,
rendevano necessario un altro modo di trattarla. Si voleva una storia
scritta in italiano, che fosse ad un tempo eloquente, vivace e fondata
sullo studio della realtà, sulla conoscenza dell'uomo e delle vere
cagioni dei fatti, che dovevano essere fra loro logicamente connessi.
La forma moderna, quella stessa a cui anche oggi tutti miriamo,
doveva finalmente nascere. Per questa ragione, quando gli amici del
Machiavelli trovarono nella sua _Vita di Castruccio Castracani_ il
nuovo stile storico, gli furono prodighi di lodi, e lo incoraggiarono a
trattare anche questo genere.
Non dobbiamo però dimenticare, che allora il Guicciardini aveva
già scritto la sua _Storia fiorentina_, della quale abbiamo altrove
parlato.[292] E sebbene essa non sia che un lavoro giovanile, fino
ai nostri giorni restato inedito in casa de' suoi eredi, e quindi
ignoto a tutti, pure vi si ritrovano già i caratteri sostanziali di
quel genere storico, che è una delle creazioni più originali degli
Italiani del Rinascimento. Il circoscriversi, com'egli fece, alla
narrazione d'avvenimenti che si possono dire contemporanei, ed il non
avere del tutto abbandonato la divisione per anni, dimostrano, è vero,
che nel suo scritto resta ancora qualche debole legame con la forma
della cronica e degli annali. L'evidenza però e la precisione della
narrazione sono maravigliose; grande è l'accuratezza delle indagini
fatte anche su documenti originali. La connessione intrinseca degli
avvenimenti, l'analisi del carattere degli uomini politici, l'esatta
descrizione dei partiti e delle ambizioni personali, sopra tutto
dell'azione esercitata dai principi, dai capi di parte e dalle passioni
popolari sugli avvenimenti, danno a quest'opera giovanile un altissimo
valore.
Il Machiavelli spezzò finalmente ogni legame colla cronica. Egli
non conosceva l'opera del Guicciardini, a cui l'autore stesso, già
troppo occupato negli affari, dava poca importanza: si direbbe
quasi che la tenesse celata. Ricevuta, per favore del cardinale
de' Medici, la commissione di scrivere le storie di Firenze, voleva
incominciarla dal 1431. In quest'anno Cosimo il Vecchio era tornato
potentissimo dall'esilio, e l'autorità dei Medici s'era potuta
finalmente consolidare. Gli avvenimenti dei tempi anteriori erano stati
già trattati dall'Aretino e dal Bracciolini, «duoi eccellentissimi
istorici.»[293] Si dovette però ben presto accorgere, che essi «avevano
parlato solo delle guerre esterne; ma delle civili discordie, delle
intrinseche inimicizie e degli effetti che da quelle erano nati,
avevano o taciuto o ragionato appena fugacemente. Ed in ciò essi
errarono, perchè nessuna lezione è utile a coloro che governano,
quanto quella che dimostra le _cagioni_ degli odî e delle divisioni,
massime in una città come Firenze, in cui le divisioni furono per
numero infinite; portarono esili, morti, devastazioni, e pure non
poterono impedire la prosperità della Repubblica, anzi pareva che
l'aumentassero.» Come apparisce da ciò che abbiam detto più sopra non
è esatto il dire che delle cose interne l'Aretino non si sia occupato.
Di esse in ogni modo il Machiavelli si propose d'occuparsi; e questo
costituisce il pensiero che informa e dirige i primi libri delle
sue _Istorie Fiorentine_ (a cominciare dal secondo), ne determina il
carattere e la grande originalità, facendo di lui il vero fondatore
della storia civile e politica. Non bisogna però credere che egli
proceda sistematicamente, tutto sottoponendo ad un solo e medesimo
concetto. La sua storia, scritta in più anni, ha carattere, nei
suoi varî libri, diverso e mutabile. Spesso anche l'autore si lascia
trascinare da simpatie o antipatie personali, che egli ha per alcuni
uomini o fatti sui quali si ferma più lungamente.[294]
La sua opera è divisa in otto libri, che formano tre parti assai ben
distinte fra di loro. Il primo è una introduzione generale sulla storia
del Medio Evo, per cercare in esso le origini del Comune, e farsi
un'idea chiara della nuova società formatasi dopo la caduta dell'Impero
Romano. Questo libro, incominciando dalle invasioni barbariche, si
distende fino ai primi del secolo XV, e si può esaminare come un
lavoro a parte. I tre successivi narrano la storia civile, interna di
Firenze, dalle origini fino al ritorno di Cosimo nel 1434. Gli ultimi
quattro trattano gli avvenimenti seguiti dopo, fino al 1492, anno in
cui morì Lorenzo il Magnifico. Ed in questi l'autore cambia nuovamente
il suo metodo, giacchè sembra non avere più voglia di fermarsi ai
fatti interni della Repubblica, i quali lo avrebbero obbligato ad
esporre minutamente come fu dai Medici distrutta la libertà. Scrivendo
per commissione del cardinal Giulio, al quale, quando fu papa, dedicò
poi la sua opera, il Machiavelli doveva naturalmente rifuggire da un
argomento, che non avrebbe potuto nè voluto trattare con la fredda
impassibilità, di cui diè prova il Guicciardini nella sua _Storia
fiorentina_. Si fermò quindi lungamente a parlare, invece, delle guerre
esterne, che in quegli anni furono condotte da capitani di ventura, dei
quali potè far conoscere tutta la malvagità, insieme con la inutilità
delle loro armi, con i pericoli che da esse venivano agli Stati
italiani. Seguono i _Frammenti storici_, che dovevano formare il libro
nono, non mai compiuto.
Il primo libro è stato dai critici assai lodato, anzi esaltato. Si è
voluto in esso vedere un concetto nuovo, originale, il primo tentativo
di narrare, per sommi capi, la storia generale del Medio Evo; si è
voluto anche trovarvi una grande erudizione, un ordine ammirabile,
una esatta e nuova distribuzione, che pone in luce i fatti principali,
trascurando sempre tutto ciò che è secondario, tale in sostanza che fu
necessario, a chi trattò lo stesso soggetto, d'imitarla sempre.[295]
Ma per mettere le cose a posto, bisogna innanzi tutto ricordarsi,
che l'idea d'una storia generale del Medio Evo non era nuova. Una
tale storia l'aveva già scritta in grandi proporzioni Flavio Biondo,
ed anche Leonardo Aretino se ne era occupato nel suo primo libro,
come dopo di lui fece ampiamente e di proposito il Machiavelli. E
quanto alla erudizione, è pur forza riconoscere che dal Biondo egli
la prese tutta, assai spesso compendiandolo, qualche volta anche
traducendolo.[296] Molti errori di fatto sono dal primo senz'altro
passati nel secondo, che dallo stesso originale imitò ancora quella
che è la parte migliore nella distribuzione generale della materia, la
quale più volte, invece, per sola sua colpa, disordinò a capriccio.
Trattandosi però di raccogliere in sessanta pagine in ottavo tutto
ciò che era contenuto in un grosso volume in foglio, l'imitazione non
poteva mai oltrepassare certi confini. Nel Machiavelli v'è inoltre un
nuovo concetto politico, generale, a cui il Biondo non avrebbe saputo
mai sollevarsi, e che informa tutto questo primo libro, dandogli,
come vedremo, un nuovo e grande valore. Ma discorriamo prima delle
imitazioni.
Dette alcune brevi parole sulle invasioni dei barbari in generale,
il Machiavelli narra che, dopo i Cimbri respinti da Mario, i primi
invasori furono i Visigoti, i quali vennero da Teodosio disfatti per
modo che si ridussero alla sua obbedienza, e sotto di lui militarono.
Ma quando egli morì, lasciando eredi dell'Impero i figli Arcadio
ed Onorio, Stilicone consigliò loro che negassero lo stipendio ai
Visigoti; laonde questi, per vendicarsi, elessero a loro re Alarico, e
saccheggiarono Roma. Tutto il racconto è qui imitato dal Biondo, da cui
l'ultima parte è quasi tradotta.[297] E così si continua. Imitata dal
Biondo è la narrazione del passaggio dei Vandali in Africa, chiamati
colà da Bonifazio, che vi governava in nome dell'Impero. Dalla stessa
fonte sono prese le strane ed erronee notizie che il Machiavelli ci dà
sull'Inghilterra. Non è imitato il ritratto che fa di Teodorico; ma
più di una frase dimostra chiaro che, nel disegnarlo, egli non aveva
abbandonato del tutto il suo originale. E vi torna subito assai più
da vicino quando arriva ai Longobardi, compendiandolo addirittura nel
discorrere dei Greci, specialmente di Narsete e di Longino. Là dove poi
il Biondo, uomo religiosissimo, si ferma a parlar lungamente dei papi
e della loro storia, il Machiavelli lo abbandona, per accennar solo
pochi fatti, e fermarsi invece a far molte osservazioni sue proprie.
Anche quando arriva ai Comuni, ritroviamo nuovamente le tracce del
suo originale. E così può dirsi ogni volta che si narrano fatti, e non
si espongono considerazioni, le quali il Machiavelli non copiava, nè
imitava mai da nessuno. Perfino la narrazione delle origini di Venezia,
di cui fu tanto lodata, esaltata l'eloquenza, e che ha veramente lo
stile proprio di lui, apparisce in più parti imitata dallo stesso
modello. Basta paragonare i due autori, per convincersi di quanto
abbiam detto.[298]
E neppure può dirsi meritata l'altra lode, che il Machiavelli cioè
abbia saputo ordinare logicamente i fatti, e distinguere i principali
dai secondari, fermandosi su quelli, per sorvolare appena su questi.
Egli invece li ordina non già obbiettivamente, ma secondo alcuni suoi
concetti generali, ai quali qualche volta artificiosamente costringe
i fatti a servire. È assai evidente, che egli si ferma più a lungo,
non su quelli che hanno una maggiore importanza propria, ma su quelli
che valgono meglio a mettere in luce il suo pensiero dominante,
trascurando spesso, in modo singolarissimo, ogni cosa che a tal fine
non può servire. Da questi concetti adunque derivano così i pregi come
i difetti dello scritto che ora esaminiamo. Quali siano poi questi
concetti non occorrono molte parole a dimostrarlo. Essi si presentano
da sè stessi, appena incominciamo la rapida e sommaria esposizione del
libro.
Dopo avere accennato alle prime invasioni germaniche, alle cause ed
origini di esse, il Machiavelli prosegue ricordando sommariamente
la presa ed il sacco di Roma pei Visigoti di Alarico, le irruzioni
degli Unni di Attila, dei Vandali di Genserico, per venire poi a
quella di Odoacre re degli Eruli, che, «partitosi dalle sedi che
teneva sul Danubio, prese il titolo di re di Roma, e fu il primo dei
capi dei popoli, che scorrevano allora il mondo, e che si posasse ad
abitare in Italia.»[299] Su tutto ciò cammina rapidissimamente. La
prima figura che egli si fermi davvero a contemplare e descrivere
con particolare amore, alla quale dà un grande rilievo, facendola
giganteggiare nel principio della sua narrazione, è quella di Teodorico
re degli Ostrogoti, che, dopo avere combattuto e vinto Odoacre, gli
successe col titolo, egli dice, di re d'Italia, e cercò riordinarla,
rispettando e ripristinando le istituzioni romane. Qui il Machiavelli
si esalta, e non può passar oltre con la solita fretta, incontrandosi,
come a dire, sulla soglia della sua storia, con una immagine vera e
reale di quel _Principe_ riformatore, da lui, in tutta la sua vita,
vagheggiato. Ne resta perciò come affascinato. Ha sempre dinanzi a sè
l'opera del Biondo; ma per meglio far corrispondere al suo ideale il
personaggio reale che descrive, omette o attenua alcuni particolari,
i quali ricordano troppo chiaramente che si tratta sempre d'un barbaro
conquistatore, non di un liberatore. Dove il Biondo dice, che Teodorico
non solo impedì ai Romani ed agl'italiani tutti di formar parte
dell'esercito, ma anche di avere armi proprie, il Machiavelli dice:
«accrebbe Ravenna, instaurò Roma, ed eccettochè la disciplina militare,
rendè ai Romani ogni altro onore.»[300] E conchiude che, se le tante
virtù, le quali esso ebbe nella pace e nella guerra, non fossero state,
in sul fine della vita, macchiate da alcune crudeltà, come la morte
di Boezio e di Simmaco, sarebbe la sua memoria in ogni parte degna di
onore grandissimo. «Mediante la virtù e la bontà sua, non solamente
Roma e Italia, ma tutte le altre parti dell'occidentale Imperio, libere
dalle continue battiture che, per tanti anni, da tante inondazioni di
barbari, avevano sopportate, si sollevarono, ed in buon ordine ed assai
felice stato si ridussero.»[301]
Per far poi anche meglio grandeggiare e risplendere la figura del suo
eroe, si ferma a descrivere con eloquenza i dolori e le calamità che
prima di lui, cioè sotto Arcadio ed Onorio, l'Italia aveva sopportate.
«Erano mutate,» egli dice, «le leggi, le lingue, i costumi; v'erano
state la rovina ed il nascimento di molte città,» «le quali cose,
ciascuna per sè, non che tutte insieme, fariano, pensandole, non che
vedendole e sopportandole, ogni fermo e costante animo spaventare....
In tra tante variazioni non fu di minor momento il variare della
religione, perchè, combattendo la consuetudine dell'antica fede coi
miracoli della nuova, si generarono tumulti e discordie gravissime in
tra gli uomini.» «Nè solo combatteva l'antica colla nuova religione,
ma la cristiana, divisa e suddivisa in varie sètte e Chiese, era
internamente lacerata.» «Vivendo adunque gli uomini intra tante
persecuzioni, portavano descritto negli occhi lo spavento dell'animo
loro, perchè oltre agl'infiniti mali ch'e' sopportavano, mancava a
buona parte di loro di poter rifuggire all'aiuto di Dio, nel quale
tutti i miseri sogliono sperare, perchè, sendo la maggior parte di
loro incerti a quale Dio dovessero ricorrere, mancando di ogni aiuto
e di ogni speranza, miseramente morivano. Meritò pertanto Teodorico
non mediocre lode, sendo stato il primo che facesse quietare tanti
mali, talchè per trentotto anni che regnò in Italia, la ridusse
in tanta grandezza, che le antiche battiture più in lei non si
riconoscevano.»[302] La cresciuta eloquenza dello stile rivela qui il
grande entusiasmo dello scrittore.
Dopo la morte di Teodorico segue il dominio dei Greci, per opera di
Belisario e di Narsete. Questi, sdegnato contro l'Imperatore greco,
chiamò i Longobardi, che furono padroni d'Italia. Essi non la unirono,
ma la divisero fra trenta duchi; e così non solo non riuscirono mai
a dominarla tutta, ma dettero modo ai papi di farsi ogni giorno più
vivi, mantenendola sempre divisa, per comandarvi a lor modo. In fatti,
appena videro che, non ostante le loro arti, si trovavano alla mercè
dei Longobardi, e non potevano sperare più aiuto dall'Imperatore greco,
che era divenuto debolissimo, chiamarono i Franchi. «Dimodochè tutte le
guerre che a questi tempi furono dai barbari fatte in Italia, furono
in maggior parte dai pontefici causate, e tutti i barbari che quella
inondarono, furono il più delle volte da quelli chiamati. Il qual modo
di procedere dura ancora in questi nostri tempi, il che ha tenuto e
tiene l'Italia disunita ed inferma. Pertanto, nel descrivere le cose
seguite da questi tempi ai nostri, non si dimostrerà più la rovina
dell'Impero, che è tutto in terra; ma l'augumento dei pontefici e di
quelli altri principati, che dipoi l'Italia infino alla venuta di Carlo
VIII governarono. E vedrassi come i papi prima colle censure, dipoi
con quelle e con le armi insieme, mescolate con le indulgenze, erano
terribili e venerandi; e come, per avere usato male l'uno e l'altro,
l'uno hanno al tutto perduto, e dell'altro stanno a discrezione
d'altri.»[303] E questo è il secondo concetto che domina costantemente
nel primo libro delle _Storie_. Da un lato il Principe riformatore,
che tenta riunire l'Italia, sollevarla dai dolori e dalla miseria,
renderla felice; da un altro i papi che, per mantenersi potenti,
la tengono divisa, la risospingono nella sventura, e però sono dal
Machiavelli abominati. Tutto ciò egli dice e ripete con eloquenza,
con enfasi, in un libro scritto per commissione d'un papa, al quale lo
dedica. Tale era veramente colui, che ci fu dipinto come astuto, finto,
falso. Invece egli non seppe, non volle mai nascondere nè velare le
sue convinzioni scientifiche o politiche, in nessun tempo, a chiunque
rivolgesse la sua parola, per quanto potessero riuscire ingrate a
chi lo ascoltava, ed anche pericolose a sè stesso, che del Papa aveva
bisogno a poter continuare la sua opera, la quale per commissione di
lui aveva cominciata. Fortunatamente anche la consuetudine dei tempi
lo secondava, lasciando essa in tali materie ampia libertà di pensare e
di parlare. Clemente VII infatti non si offese punto d'un così libero e
severo linguaggio.
In ogni modo, il Machiavelli continuava inesorabile la sua narrazione,
esponendo come i Franchi, chiamati che furono in Italia, vennero e
fecero le ben note donazioni, che dettero origine al dominio temporale
dei successori di S. Pietro. Carlo Magno fu coronato imperatore
dal Papa, al quale egli aveva dato nuovo potere sulla terra. Alla
sua morte, l'Impero, diviso prima tra i figli, passò in Germania,
e l'Italia cadde in un periodo di grandissimo disordine, durante il
quale si fecero varî tentativi per la creazione d'un re nazionale,
tentativi che, non solo riuscirono vani, ma finirono col farla cadere
sotto l'impero degli Ottoni, durante i quali cominciarono più tardi a
sorgere i Comuni. Ed in questo mezzo i papi, fedeli sempre alle loro
tradizioni, avidi sempre d'autorità, e di potere, tolsero al popolo
romano prima il diritto di acclamare l'imperatore, poi quello di
eleggere il capo della Chiesa, per dare finalmente essi l'esempio di
deporre un imperatore. Ed allora alcuni presero le parti dell'Impero,
altri del Papato, «il che fu seme degli umori guelfi e ghibellini,
acciocchè l'Italia, mancate le inondazioni barbare, fosse dalle guerre
intestine lacerata.»[304]
Nel parlare della grande contesa tra il Papato e l'Impero, cominciata
con Arrigo II imperatore ed Alessandro II papa, continuata sotto
Gregorio VII, il Machiavelli si ferma poco o punto ai particolari,
non ricorda neppure il nome di questo grande pontefice; ma accenna
in generale alla superbia, alla pertinacia e fortuna dei papi, alla
umiliazione da essi inflitta in Canossa all'Imperatore, dopo di che
trovarono nuovi aiuti nei Normanni, che avevano fondato il reame di
Napoli, ed erano molto ossequenti alla Chiesa. Tutto questo però,
egli dice, non bastò loro, perchè i papi meditavano sempre cose nuove.
Urbano II, che era in Roma odiato, non gli parendo essere abbastanza
sicuro fra le divisioni d'Italia, si volse ad una generosa impresa.
Andò in Francia a predicare la Crociata contro gl'infedeli, e tanto
accese gli animi, che fu deliberata la guerra contro i Saraceni in
Asia, «dove molti re e molti popoli concorsero con danari, e molti
privati senza alcuna mercede militarono. Tanto poteva allora negli
animi degli uomini la religione, mossi dall'esempio di quelli che ne
erano capi.»[305] E se questa volontà del Papa è la sola causa delle
Crociate, le conseguenze generali e molteplici del grande avvenimento
riduconsi, secondo il Machiavelli, alla istituzione dell'ordine dei
Templari, di quello dei Cavalieri Gerosolimitani, e ad alcune conquiste
in Oriente. «Seguirono in vari tempi vari accidenti, dove molte nazioni
e particolari uomini furono celebrati.»[306] Ecco tutto.
E qui si presenta a noi un'altra considerazione. Non solamente le
Crociate, ma tutti quanti i più grandi avvenimenti storici hanno pel
Machiavelli una causa individuale, personale. I Visigoti vengono in
Italia sotto Alarico, per tradimento di Stilicone; i Vandali vanno
di Spagna in Africa, perchè chiamati da Bonifazio, di cui Ezio aveva
provocato la destituzione; e vengono in Italia chiamati da Eudossia,
che voleva vendicarsi; i Longobardi vengono, perchè Narsete persuade
Alboino loro re a fare la nuova impresa; e così le Crociate sono
provocate, cominciate quasi per capriccio d'Urbano II. Le cagioni e
le conseguenze generali, impersonali di tutti questi fatti scompaiono
sempre nelle _Storie_ del Machiavelli. Perchè egli si occupi della
religione, bisogna che essa diventi una istituzione, una Chiesa, o
si personifichi in un papa; perchè si occupi della civiltà, bisogna
che assuma la forma di legge, di Stato, di governo o di un grande
personaggio politico. E come nel _Principe_ e nei _Discorsi_ egli
dà al suo legislatore una potenza illimitata, rendendolo capace di
fondare a suo arbitrio o distruggere una repubblica, una monarchia, un
governo qualunque, per dar luogo ad un altro, così nelle _Storie_ la
volontà, l'energia e l'intelligenza individuale sono per lui la causa
unica di tutti i più notevoli avvenimenti. E i grandi uomini che ne
son gli autori, non vengono educati, formati, ispirati dal popolo;
non ricevono da questo la propria forza; ma sono essi, invece, che
gl'impongono la loro volontà, gl'infondono il loro pensiero, gli dànno
quasi la propria forma. Qui è la chiave che ci schiude ad un tempo il
segreto del suo sistema storico e del suo sistema politico. Di certo
la leggenda medioevale aveva già prima immaginato queste spiegazioni
personali dei fatti storici anche più generali. Ma pel Medio Evo l'uomo
era sempre un cieco strumento nella mano della Provvidenza, che guidava
popoli, capitani, imperatori e papi, e con essa tutto si spiegava. Per
gli eruditi del secolo XV la Provvidenza, invece, era scomparsa del
tutto dalla storia, e la leggenda si trasformò in spiegazioni affatto
personali. Di esse abbonda già l'opera del Biondo, che il Machiavelli
aveva dinanzi; ma egli le riunì facendone addirittura il suo sistema
storico, su cui fondò il suo sistema politico. L'uno e l'altro derivano
dalla medesima sorgente, da uno stesso modo di concepire l'uomo e la
società; sono quasi le due facce sotto cui ci apparisce il suo concetto
fondamentale. La sua storia inoltre, anche in ciò simile alla sua
politica, poco o punto si occupa di lettere, di arti, di commercio,
d'industria, di religione, di questioni sociali. Si occupa solo di chi
vince e di chi perde, sia nella guerra, che nella lotta dei partiti;
si occupa dei mezzi con cui la vittoria si ottiene, delle cause che
producono la disfatta; ma soprattutto dello Stato e di coloro che lo
fondano, lo modificano o lo distruggono. Gli altri problemi, le altre
attività dell'uomo e della società, le altre considerazioni gli sono
quasi del tutto indifferenti.
Continuando la sua narrazione, il Machiavelli accenna assai brevemente
alla lotta dei Comuni contro Federigo Barbarossa, ed all'aiuto che essi
ricevettero allora dal Papa. Si ferma invece più a lungo a parlare
del giudizio, al quale papa Alessandro III sottopose il re Arrigo
d'Inghilterra, «giudizio cui un uomo privato si vergognerebbe oggi
sottomettersi.»[307] E poi torna al solito a parlare delle arti e della
politica dei papi, narrando come, estinta la famiglia dei Normanni
di Napoli, non potendo essi prendere per sè il Reame, lo fecero
occupare dagli Hohenstaufen. E dopo avere accennato a Federigo II,
senza dir nulla della parte grandissima che egli ebbe nel promuovere
la cultura, si ferma invece a narrare come i papi, sempre inquieti
e gelosi, chiamarono contro i discendenti di lui Carlo d'Angiò, cui
dettero l'investitura del Reame. E quando l'Angioino, che fu colle
sue armi vittorioso, divenne anche Senatore di Roma, e parve perciò ad
essi troppo potente, subito gli chiamarono contro Rodolfo imperatore.
«Così i pontefici ora per causa della religione, ora per loro propria
ambizione, non restavano di chiamare in Italia umori nuovi, e suscitare
nuove guerre; e poichè eglino avevano fatto potente un principe, se
ne pentivano e cercavano la sua rovina, nè permettevano che quella
provincia, la quale per loro debolezza non potevano possedere, altri
la possedesse. E i principi tremavano, perchè sempre, o combattendo o
fuggendo, quelli vincevano.»[308] E così i papi, per la loro smodata
ambizione, fecero sempre più peggiorare le cose d'Italia. Niccolò III
(1277-81) fu poi il primo che iniziò il nepotismo, e subito dopo i
suoi successori passarono anche in ciò ogni confine. «Laonde, come da
questi tempi indietro non s'è mai fatta menzione di nipoti o di parenti
di alcuno pontefice, così per l'avvenire ne fia piena l'istoria,
tanto che noi ci condurremo ai figliuoli, nè manca altro a tentare
ai pontefici, se non che, come eglino hanno disegnato insino ai tempi
nostri di lasciarli principi, così per l'avvenire pensino di lasciare
loro il papato ereditario.»[309] E procederono tanto oltre nella loro
ambizione, che Bonifazio VIII volse contro i Colonnesi, suoi nemici,
le armi spirituali insieme con le temporali. «Il che, sebbene offese
alquanto loro, offese assai più la Chiesa, perchè quelle armi, le quali
per carità della fede avevano virtuosamente adoperate, come si volsero
per propria ambizione ai Cristiani, cominciarono a non tagliare. E così
il troppo desiderio di sfogare il loro appetito, faceva che i pontefici
a poco a poco si disarmavano.»[310]
Gli altri avvenimenti politici, anche se di grandissima importanza,
come ad esempio i Vespri Siciliani, le discordie dei Guelfi e dei
Ghibellini, le vicende nel Napoletano, sono appena accennati, per
parlar sempre di quei fatti che in qualche modo potevano valere
a giustificare le simpatie o antipatie politiche dell'autore, a
confermare le sue teorie. Così sempre più chiaro apparisce, che egli
non mirava punto ad un ordinamento obbiettivo dei fatti, secondo il
loro intrinseco valore, nè quindi poteva riuscirvi. Il suo scopo,
invece, è costantemente quello di ritrovare nella storia la conferma
del suo concetto politico, il che non gli era difficile, avendolo da
essa la prima volta cavato, nè essendo egli molto scrupoloso nella
esattezza dei minuti particolari. Assai rapidamente parla ancora
del viaggio d'Arrigo VII in Italia, e delle molte conseguenze che
ne derivarono; e si ferma invece lungamente a descriverci le arti,
le astuzie, le perfidie con cui i Visconti, specialmente Matteo,
s'impadronirono di Milano, cacciandone i della Torre. E colorisce a
suo modo questi fatti, nei quali ritrova da capo le arti del Principe
nuovo, argomento di cui, direttamente o indirettamente, non si stanca
mai di parlare. Più innanzi, dopo aver narrato altri avvenimenti, il
Machiavelli dà, non si sa come nè perchè, un gran passo indietro,
per raccontarci le origini di Venezia. E poi da capo incontra un
personaggio che lo induce a fermarsi, e questi è il tribuno Cola di
Rienzo, che se avesse finito come aveva cominciato, sarebbe stato un
altro degli uomini da lui più ammirati. Ed infatti comincia subito a
parlarne con entusiasmo, per poi abbandonarlo con disprezzo, appena lo
vede, senza ragione, disertare la bene iniziata impresa di ricostituire
la repubblica romana.[311] Continua descrivendo i disordini d'Italia;
lo scisma della Chiesa; il trasferimento della sede in Avignone ed
il suo ritorno a Roma; i Concilî di Pisa e di Costanza; le ambiziose
mire dei Visconti, massime di Giovanni Galeazzo; le strane vicende di
Giovanna II di Napoli; le imprese militari dello Sforza, di Braccio di
Montone e degli altri condottieri italiani, i quali egli, fin da questo
momento, ci dice che furono la rovina della patria e delle sue armi.
E finalmente, dopo avere enumerato i principi e gli Stati, che nel
secolo XV tenevano divisa l'Italia, il Machiavelli conchiude: «Tutti
questi principali potentati erano di proprie armi disarmati. Il duca
Filippo,[312] stando rinchiuso per le camere, e non si lasciando
vedere, per i suoi commissarî le sue guerre governava. I Veneziani,
come e' si volsero alla terra, si trassero di dosso quelle armi, che in
mare gli avevano fatti gloriosi, e seguitando il costume degli altri
Italiani, sotto l'altrui governo amministravano gli eserciti loro. Il
Papa, per non gli star bene le armi in dosso, sendo religioso, e la
regina Giovanna di Napoli, per essere femmina, facevano per necessità
quello che gli altri, per mala elezione, fatto avevano. I Fiorentini
ancora alle medesime necessità ubbidivano, perchè, avendo per le
spesse divisioni spenta la nobiltà, e restando quella repubblica
nelle mani della mercanzia, seguitavano gli ordini e la fortuna degli
altri.» «Erano adunque le armi d'Italia divenute mercenarie, in mano
di condottieri che ne facevano mestiere, e che, alleatisi per comune
interesse, avevano ridotto la guerra a un'arte in cui nessuno vinceva.
Finalmente» «la ridussero in tanta viltà, che ogni mediocre capitano,
nel quale fosse alcuna ombra dell'antica virtù rinata, gli avrebbe
con ammirazione di tutta Italia, la quale, per sua poca prudenza gli
onorava, vituperati. Di questi adunque oziosi principi e di queste
vilissime armi sarà piena la mia istoria, alla quale prima che io
discenda, mi è necessario, secondo che nel principio promisi, tornare a
raccontare dell'origine di Firenze.»[313] E di qui infatti comincia il
secondo libro, che è veramente il primo della storia fiorentina.
Riepilogando, adunque, l'Italia, invasa dai barbari, dei quali fu preda
per la decadenza dell'Impero, e per colpa di alcuni generali romani,
che, mossi da gelosie e da odî privati, li chiamarono, godette un
momento di pace e di felicità quando Teodorico, principe accorto, seppe
unirla, formandone uno Stato solo. Ma dopo la sua morte riuscirono vani
tutti gli sforzi fatti per mantenerla unita, e ciò principalmente a
cagione dei papi, i quali, per aumentare sempre più il proprio potere,
la vollero divisa, invitando sempre nuovi barbari e nuovi stranieri,
che in fatti vennero di continuo a lacerarla ed a conculcarla. Vani del
pari riuscirono gli sforzi dei Comuni a renderla sicuramente libera,
perchè nè essi nè altri seppero tenerla unita. Tutti caddero finalmente
in balìa degli eserciti mercenarî, che furono l'ultima rovina d'Italia,
la quale si trovò così esposta ai colpi di chiunque volle assaltarla; e
con la venuta di Carlo VIII ricominciò la serie delle invasioni e delle
calamità. Ecco quale è dunque il concetto fondamentale del primo libro
delle Storie. Da esso ne resulta naturalmente un altro, che è veramente
il pensiero dominante del Machiavelli: unico rimedio a tanti mali
che travagliarono l'Italia, era la istituzione delle armi nazionali,
comandate da un principe che sapesse con esse difenderla, costituendo
fortemente lo Stato, emancipandolo dalla Chiesa e dall'aristocrazia
feudale, assicurandone con buone leggi la libertà per l'avvenire. Chi
vorrà e saprà fare tutto ciò, sarà veramente degno di salire in cielo,
per sedere accanto agli Dei.
Ed ora dobbiamo esaminare che cosa dice il Machiavelli della storia
interna di Firenze, nei tre libri che seguono.