Del varïar delle mondane cose,
ed entra nelle ben note sue considerazioni. Ciò che fa rovinare
dalle loro maggiori altezze i potenti è il non esser mai satolli del
potere. Venezia cominciò a decadere, quando volle allargarsi sulla
terraferma. Sparta e Atene cominciarono a decadere, quando ebbero
domati i vicini. Le città della Germania, invece, che hanno solo sei
miglia di territorio, sono libere e tranquille. Firenze, cui non fece
paura l'imperatore Arrigo IV, quando essa aveva i suoi confini presso
alle mura, oggi ha invece paura d'ognuno. Certo un governo dura assai
più quando ha buone leggi e buoni costumi; ma anche allora non siam
certi di poter esser sempre tranquilli, perchè le cose umane mutano
inevitabilmente.
La virtù fa le regïon tranquille;
E da tranquillità poi ne risolta
L'ozio, e l'ozio arde i paesi e le ville.
Poi, quando una provincia è stata involta
Ne' disordini un tempo, tornar suole
Virtute ad abitarvi un'altra volta.
Quest'ordine così permette e vuole
Chi ci governa, acciò che nulla stia
O possa star mai fermo sotto 'l sole.
Così è stato e sarà sempre. Il bene succede al male e viceversa; l'uno
è cagione dell'altro. S'ingannano assai coloro i quali pensano di
salvarsi coi digiuni e colle orazioni da queste vicende.
Creder che senza te, per te contrasti
Dio, standoti ozïoso e ginocchioni,
Ha molti regni e molti Stati guasti.
Son ben necessarie al popolo le orazioni, e matto sarebbe chi gliele
vietasse;
Ma non sia alcun di sì poco cervello,
Che creda, se la sua casa ruina,
Che Dio la salvi senz'altro puntello;
Perchè e' morrà sotto quella ruina.[240]
Questa, come ognun vede, non è poesia, sono pagine dei _Discorsi_
tradotte in versi. Negli ultimi tre capitoli c'è meno filosofia. La
bella donna conduce il poeta a vedere gli animali, ed egli ce ne dà
prima un elenco, poi si ferma a parlare con un grosso porcello, cui
domanda se vuol tornare uomo, ed in risposta ha il ben noto elogio
delle condizioni in cui sono gli animali, privi di cure e di pensieri
tormentosi, condizioni che il porcello si sforza di provare essere,
sotto ogni aspetto, preferibili a quelle dell'uomo.[241]
Secondo il Busini, nell'_Asino d'Oro_ s'alludeva a Luigi Guicciardini
ed agli amici de' Medici, ma egli non sa poi dirci altro di più
preciso.[242] Certo il Machiavelli stesso dichiara, che nelle bestie da
lui vedute ritrovò persone che aveva già conosciute, che gli eran prima
parse Fabî e Catoni, ma che più tardi colle opere riuscirono pecore e
montoni; e per questa ragione egli voleva morderle. Il poema resta però
interrotto prima che avvenga la trasformazione in asino, cioè appunto
là dove le allusioni dovevano cominciare a divenire più trasparenti;
onde se non riuscì al Busini ed ai suoi contemporanei l'indovinarle,
molto meno può riuscire oggi a noi.
Seguono nelle _Opere_, poesie minori, e prima il breve _Capitolo
dell'Occasione_, che venne indirizzato a Filippo dei Nerli,[243] e fu
creduto imitazione d'un epigramma greco dell'_Antologia Planudea_;
ma invece, come venne dimostrato dal prof. Piccolomini, è quasi
tradotto dalla imitazione che ne fece Ausonio nel suo epigramma
XII.[244] Più lungo è il _Capitolo di Fortuna_, indirizzato a Giovan
Battista Soderini. Con molta evidenza e naturalezza, con qualche
felice immagine, il Machiavelli torna qui ad esporre le sue idee sulla
Fortuna. Colui è veramente felice, che sa adattarsi alle ruote su cui
essa gira; ma non basta, perchè mutano continuamente il loro moto.
Bisognerebbe quindi essere pronti a saltar di ruota in ruota, cosa che
non consente l'occulta virtù che ci governa: noi non possiamo mutar
persona e quindi natura. Assai spesso avviene perciò, che quanto più
siamo saliti in alto, tanto più precipitiamo in basso, e la Fortuna
mostra allora tutta la sua potenza.
Avresti tu mai visto in loco alcuno,
Come un'aquila in alto si trasporta,
Cacciata dalla fame e dal digiuno?
E come una testuggine alto porta
Acciocchè il colpo nel cader la 'nfranga,
E pasca sè di quella carne morta?[245]
Così fa la Fortuna.
Dopo questo Capitolo, che è certo dei migliori, segue l'altro _Della
Ingratitudine_, indirizzato a Giovanni Folchi.[246] È assai più
tirato via; ma v'è pure qualche notevole allusione alle sventure
dell'autore. Il dente dell'altrui invidia che mi morde, così comincia
il Machiavelli, renderebbe maggiore la infelicità che mi ha colpito, se
le Muse non rispondessero alle corde della mia cetra. So di non essere
veramente un poeta, ma spero di coglier pure qualche ramo d'alloro
nella via che n'è piena.
Cantando, dunque, cerco dal cuor torre,
E frenar quel dolor de' casi adversi,
Cui dietro il pensier mio furioso corre;
E come del servir gli anni sien persi,
Come in fra rena si semini ed acque,
Sarà or la materia de' miei versi.
Quando alle stelle dispiacque la gloria dei mortali, nacque
l'Ingratitudine figlia dell'Avarizia, e dei sospetti, che ha la sua
sede principale nelle Corti e nel cuore dei principi. Essa colpisce
con tre saette avvelenate: non compensando i benefizî ricevuti,
dimenticandoli affatto, e finalmente ingiuriando addirittura il
benefattore.
Questo colpo trapassa dentro all'ossa,
Questa terza ferita è più mortale,
Questa saetta vien con maggior possa.
Poi aggiunge, che quando il popolo comanda, la sua ingratitudine è
tanto maggiore, quanto è maggiore la sua ignoranza; e però ne segue che
i buoni cittadini sono da esso sempre male rimunerati, qualche volta
spinti sino anche a meditar la tirannide. Ricorda la storia greca e la
romana, Aristide, Scipione e Cesare, per venire poi ai suoi tempi, nei
quali trova che i principi sono divenuti anche più ingrati dei popoli,
esempio il gran capitano Consalvo, che
al suo re sospetto vive
In premio delle galliche sconfitte.
Questa allusione prova che il Capitolo non fu scritto più tardi del
1515. E finalmente il Machiavelli conchiude, quasi ammonendo sè stesso:
Dunque non sendo Ingratitudin morta,
Ciascun fuggir le Corti e Stati debbe;
Che non c'è via che guidi l'uom più corta
A pianger quel ch'e' volle, poi che l'ebbe.[247]
Nel _Capitolo dell'Ambizione_, indirizzato a Luigi Guicciardini,[248]
si torna di nuovo alle considerazioni filosofico-politiche. Esso non
potè essere scritto molto dopo del precedente, perchè allude più volte,
come di recente seguìta, alla fraterna lite dei Petrucci in Siena, la
quale scoppiò l'anno 1516. L'Ambizione è cominciata da Caino, e non
ha mai abbandonato i mortali. Perciò il mondo non ha pace, i regni,
gli Stati furono disfatti, i principi rovinati. E se tu chiedi, perchè
essa in un caso riesce nel suo intento, nell'altro no, io ti dico
che questo dipende dall'essere o non essere all'ambizione unita la
ferocia dell'animo. Ma se qualcuno volesse incolpare la natura, perchè
non fa ora nascere fra noi uomini che abbiano questa energia, io
gli ricorderei, che l'educazione può sempre supplire, dove manchi la
natura. L'educazione fece un giorno fiorente e forte l'Italia, che
Or vive (se vita è vivere in pianto)
Sotto quella rovina e quella sorte,
Ch'ha meritato l'ozio suo cotanto.
Se tu in fatti rivolgi a questa lo sguardo, non vedrai altro che
desolazione e stragi. I padri sono uccisi coi figli; molti vanno
fuggendo in straniere regioni; le madri piangono il destino delle
figlie; le fosse e le acque sono sozze di sangue, piene di membra
umane;
Dovunque tu gli occhi rivolti e giri,
Di lagrime la terra e sangue è pregna,
E l'aria d'urli, singulti e sospiri.
«Tutto questo è nato dall'Ambizione. Ma a che vado io discorrendo
lontano, ora che essa sopra i monti di Toscana vola, ed ha già messo
tante faville tra quelle genti piene d'invidia, che arderà le terre
e le ville, se grazia e ordine migliore non la spegne?»[249] Qui il
Machiavelli allude alla guerra contro Urbino, cominciata appunto in
quegli anni, e condotta da Lorenzo de' Medici, che partì da Firenze nel
maggio 1516.
Poco di notevole hanno le terzine del _Capitolo Pastorale_ e la
_Serenata_ in ottava rima. Il soggetto non si presta nè alla satira, nè
alle considerazioni filosofiche; il merito dovrebbe essere puramente
poetico, e la penna del Machiavelli procede quindi più fiacca. Le
ottave sono abbastanza disinvolte, ma dopo quelle del Poliziano e
dell'Ariosto, c'è poco in esse da ammirare. Scrisse ancora sei _Canti
Carnascialeschi_ di vario metro. Alcuni hanno brio e naturalezza,
ma non v'è altro. Mancano la freschezza e la vivace descrizione che
s'incontrano così spesso in quelli di Lorenzo de' Medici, il quale fu
anche l'inventore del genere. Le oscenità che vi abbondano, restano
perciò semplici allusioni indecenti. Nel primo, il _Canto dei Diavoli,_
questi discendono saltellando sulla terra, e si dichiarano autori
di tutti i mali e di tutti i beni che vi sono, incitando gli uomini
a seguirli. Nel secondo, _Canto d'amanti disperati e di donne_, gli
amanti piangono le pene invano patite per amore, e dichiarano che
perciò preferiscono ora l'Inferno; le donne vorrebbero averne pietà,
ma ormai è tardi, non è più tempo d'amore, e però esse concludono
avvertendo le giovani a non aver troppi rispetti, per non pentirsi poi
invano del tempo perduto. Nel terzo, che è intitolato _Canto degli
Spiriti beati_, si deplorano i mali che tribolano il genere umano,
specialmente l'Italia.
Tant'è grande la sete
Di gustar quel paese,
Ch'a tutto il mondo diè la legge pria,
Che voi non v'accorgete
Che le vostre contese
Agl'inimici vostri apron la via.
. . . . . . . . . . . . . .
Dipartasi il timore,
Nimicizie e rancori,
Avarizia, superbia e crudeltade.
Risorga in voi l'amore
De' giusti e veri onori,
E torni il mondo a quella prima etade.
Così vi fien le strade
Del cielo aperte alla beata gente,
Nè saran di virtù le fiamme spente.[250]
Da questi versi si vede chiaro, come anche in mezzo al brio ed
all'oscenità dei _Canti Carnascialeschi_, si facciano strada le
solite riflessioni del Machiavelli, l'eterno pensiero della patria
italiana e delle antiche virtù. Il _Canto d'uomini che vendono le
pine_, e il _Canto de' ciurmadori_ s'avvicinano più degli altri ai
veri componimenti carnascialeschi. Seguono un'assai breve canzone, due
ottave ed un sonetto. La canzone che incomincia: _Se avessi l'arco
e l'ale_, è parsa a qualche critico moderno imitata da un epigramma
greco dell'_Antologia Palatina_;[251] ma fu dal Piccolomini giustamente
osservato che non solo è assai difficile provare che vi sia davvero
imitazione visibile, ma che il codice unico contenente l'Antologia
di Cefala, cioè il Palatino, fu fatto conoscere dal Salmasio assai
dopo la morte del Machiavelli. Le due ottave ed il sonetto non hanno
molto valore, sono versi amorosi, come pure amoroso è l'altro sonetto
che trovasi a stampa nella sua lettera del 31 gennaio 1515. Dei tre
sonetti a Giuliano de' Medici e dell'epigramma sul Soderini abbiamo
parlato più sopra. Non è difficile che qualche altra breve poesia del
Machiavelli sia rimasta inedita, giacchè soleva comporne spesso per
suo passatempo.[252] Nella Vaticana trovasi un suo sonetto giovanile,
indirizzato al padre, e poco intelligibile, perchè scritto, con
allusioni oscure, in una lingua piena di riboboli fiorentini, che
ricordano il Burchiello.[253]
Venendo ora alle prose letterarie, cominceremo innanzi tutto dal
_Dialogo sulla Lingua_, nel quale si disputa, se la lingua in cui
scrissero Dante, il Petrarca ed il Boccaccio, debba chiamarsi italiana
o fiorentina. Le ragioni che furono addotte dal Polidori per negare
che questo dialogo sia veramente del Machiavelli, non hanno secondo
noi, valore di sorta. A lui pare impossibile che il Machiavelli, il
quale disse che la venuta dei barbari, fra tanti mali, aveva all'Italia
portato l'inestimabile vantaggio della nuova lingua, potesse poi,
come si legge nel _Dialogo_, biasimare aspramente coloro che la
chiamano italiana e non fiorentina o toscana. Ma la disputa intorno
al nome, sollevata nel 1513 in Firenze, negli Orti Oricellari, dal
Trissino,[254] che fece conoscere la prima volta il _De Vulgari
Eloquentia_ di Dante, non implica nulla quanto al merito della lingua.
Al Polidori sembra impossibile del pari, che colui il quale deplorò
sempre i mali d'Italia, accusi poi Dante d'aver profetato una grande
rovina a Firenze, aggiungendo che la fortuna, per farlo bugiardo,
l'ha condotta invece «al presente in tanta tranquillità e sì felice
stato.» Tali parole gli sembrano un'allusione favorevole al governo
del principato, cosa di cui non poteva, dice, il Machiavelli esser
capace.[255] Ma questi lodò più volte le condizioni in cui Firenze
si trovava al suo tempo, anche sotto i Medici, come lodò i Medici
stessi. Al principato, che cominciò solo dopo la sua morte, non poteva
certo alludere nel _Dialogo_. Ma tutti i dubbi del Polidori o di altri
debbono cadere innanzi all'autorevole testimonianza del Ricci, il quale
afferma chiaro che quel lavoro è del Machiavelli, «quantunque in alcune
parti lo stile sia diverso dal solito.» Ed aggiunge, che «Bernardo
Machiavelli figlio di detto Niccolò, oggi di età d'anni 74, afferma
ricordarsi averne sentito ragionare a suo padre, e vedutogliene spesso
fra le mani.»[256] V'è qualche volta, è vero, un certo sussiego e
classicismo insolito in lui, non però mai tale da giustificare i dubbi,
che si vorrebbero muovere sull'essere egli l'autore del _Dialogo_.
Queste diversità di forma non solamente si spiegano con la natura del
soggetto, erudito e letterario, ma son poche, e trovan pure qualche
riscontro nei _Discorsi_, nel _Principe_ e nelle _Storie_. In tutto il
resto non mancano punto la solita vivacità, evidenza e spontaneità del
Machiavelli. Se poi si esamina la sostanza, vi si trovano paragoni,
osservazioni, pensieri così acuti ed originali, così propri di lui, che
ogni dubbio deve di necessità sparire del tutto.[257]
Questo scritto fu assai probabilmente composto nell'autunno del
1514.[258] L'anno innanzi era stato a Firenze, ed aveva frequentato gli
Orti Oricellari il Trissino. Egli che, secondo il Gelli, come abbiamo
già accennato, fu primo a far conoscere ai Fiorentini il _De Vulgari
Eloquentia_ di Dante, sollevò anche la disputa sul nome da darsi alla
nostra lingua. Appoggiandosi alle dottrine sostenute dal sommo poeta,
affermava doversi essa chiamare italiana, non toscana, nè fiorentina.
Ed il Machiavelli, col suo _Dialogo_, pigliava parte alla disputa, che
s'accese allora in Firenze assai vivamente.[259] Incomincia, con una
forma, come dicemmo, un po' più pomposa del solito, ad esporre quel
concetto, che non manca quasi mai del tutto nelle sue opere, piccole
o grandi che sieno, cioè che il maggiore obbligo e più sacro noi
l'abbiamo verso la patria. Aggiunge poi, che fu mosso a scrivere questo
suo _Dialogo_ dalla «disputa accesa più volte, nei passati giorni, se
la lingua, cioè, in cui scrissero i poeti e prosatori fiorentini, sia
da chiamarsi italiana, toscana o fiorentina. Vogliono alcuni, egli
continua, che ad ogni lingua dia il proprio carattere la particella
affermativa, e così si avrebbero la lingua del sì, la lingua d'_och_
e di _huy_,[260] come di yes, d'hyo (ja), ecc. Ma, se ciò fosse vero,
parlerebbero la stessa lingua Siciliani e Spagnuoli. Ond'è che altri
sostengono invece, che solo quella parte del discorso che si chiama
verbo, è la catena e il nervo della lingua. Le lingue che variano nei
verbi, sono, secondo questi tali, veramente diverse; quelle, invece,
che variano nei nomi o altro, ma non nei verbi, hanno solamente una
qualche dissomiglianza fra di loro. Le provincie d'Italia variano molto
nei nomi, meno nei pronomi, assai poco nei verbi, e però s'intendono
tutte facilmente l'una coll'altra. Anche gli accenti variano il
parlare degl'Italiani, non però tanto che essi non s'intendano fra
loro, come si vede fra i Toscani, che fermano le parole sulle ultime
vocali, e i Romagnuoli, i Lombardi, che le sospendono. Considerate
adunque quali sono le differenze in questa lingua italica, bisogna
vedere quali, fra i parlari che la formano, tiene la penna in mano. I
nostri primi scrittori, fatta qualche rara eccezione, sono fiorentini.
Il Boccaccio dice, che egli scrive in lingua fiorentina; il Petrarca
non ne parla; Dante, è vero, afferma di scrivere in lingua curiale, e
danna ogni lingua particolare d'Italia, compresa la fiorentina; ma egli
era nemico di Firenze, e la biasimava in ogni cosa. Inoltre parlare
comune è quello che ha più del comune che del proprio, e viceversa
proprio è quello in cui è più del proprio che del comune; giacchè non
si trova nessuna lingua, la quale non abbia accattato qualche cosa
dalle altre nel conversare. E con le nuove dottrine e le nuove arti, è
pur necessario che vengano vocaboli nuovi di là appunto donde vengono
quelle arti e dottrine. Questi vocaboli però sono sempre modificati con
i modi, i casi e gli accenti della lingua in cui entrano, e formano una
sola cosa con essa; altrimenti le lingue parrebbero rappezzate, e non
tornerebbero bene. Così fra noi anche i vocaboli forestieri diventano
fiorentini. In questo modo le lingue dapprima arricchiscono, più
tardi si corrompono per la soverchia moltitudine di vocaboli nuovi la
imbastardiscono e fanno divenire un'altra cosa. Ma tutto questo segue
in uno spazio lunghissimo di tempo, tranne il caso d'una invasione,
perchè allora la lingua si perde affatto in breve tempo. In questi
casi, bisogna, volendo, riassumerla per mezzo degli scrittori di essa,
come si fa oggi col latino e col greco.[261] Ora io vorrei chiedere a
Dante, che cosa è in lui, che non sia scritta in fiorentino?» E qui, il
Machiavelli comincia a disputare in forma di dialogo, per dimostrare
che, salvo poche, tutte le parole adoperate dall'immortale poeta sono
prettamente fiorentine.
Ogni lingua, egli osserva, è di necessità più o meno mista; ma quella
«si chiama d'una patria, la qual converte i vocaboli che ella ha
accattati da altri, nell'uso suo, ed è sì potente, che i vocaboli
accattati non la disordinano, ma la disordina loro, perchè quello che
ella reca da altri, lo tira a sè in modo che par suo». E si spiega
poi anche meglio, ricorrendo ad uno de' suoi soliti paragoni. «I
Romani avevano negli eserciti due legioni di loro cittadini, che erano
in tutto 12,000 uomini, e 20,000 di altre nazioni;[262] nondimeno,
siccome quelli erano veramente il nervo dell'esercito, così esso si
chiamava sempre romano. E tu che hai messo nei tuoi scritti,» così
dice il Machiavelli a Dante, «venti legioni di vocaboli fiorentini,
ed usi i casi, i tempi, i modi, le desinenze fiorentine, vuoi che
i vocaboli avventizî facciano mutar nome e natura alla lingua? Se
la chiami comune, perchè s'usano in tutta Italia i medesimi verbi,
questi sono pure variati in modo che sono da provincia a provincia
un'altra cosa. Quello che t'inganna è che tu e gli altri Fiorentini che
scrissero, foste celebrati tanto, che i nostri vocaboli furono perciò
adottati e seguìti in tutta Italia. Paragona in fatti i libri scritti
nelle altre provincie prima e dopo di noi. Negli uni non troverai le
parole fiorentine, che abbondano negli altri, il che è una riprova
che imitarono i nostri. Anche oggi gli scrittori delle altre parti
d'Italia imitano con mille sudori la nostra lingua, nè vi riescono
sempre, perchè la natura può più dell'arte. E quando adoperano termini
loro, li spianano alla toscana. Nelle commedie poi, dove è necessario
usare le parole e i motti familiari, che per riuscire noti debbono
esser propri, i non Toscani hanno poca fortuna. Se uno di essi vorrà
usare i motti della patria sua, farà una veste rattoppata; se poi non
vorrà usarli, non conoscendo quelli di Toscana, farà una cosa monca,
che non avrà la perfezione sua. Io voglio portare in esempio una
commedia (_I Suppositi_) scritta da uno degli Ariosti da Ferrara.[263]
Vedrai in essa una gentil composizione, uno stile ornato ed ordinato;
vedrai un nodo bene accomodato e meglio sciolto; ma la vedrai priva
di quei sali che ricerca una commedia, non per altra cagione che per
la detta, perchè i motti ferraresi non gli piacevano e i fiorentini
non sapeva.»[264] Cita poi alcuni esempi di espressioni ferraresi, che
stanno assai male fra le toscane, e conchiude che per iscrivere bene
bisogna intendere tutte le proprietà della lingua, e per intenderle,
andare alla fonte, altrimenti si fa una composizione dove una parte
non corrisponde coll'altra. «La poesia passò di Provenza in Sicilia, di
quivi in Toscana, più di tutto in Firenze, e ciò per esservi la lingua
più adatta. Ora poi ch'essa s'è così formata, si vedono Ferraresi,
Napoletani, Veneziani scrivere bene, avere ingegni attissimi allo
scrivere, il che non sarebbe seguìto, se i grandi scrittori fiorentini
non avessero prima dimostrato loro, come dovevano dimenticare quella
naturale barbarie, nella quale il loro patrio linguaggio li sommergeva.
Si deve conchiudere, adunque, che non v'è una lingua curiale o comune
d'Italia, perchè quella cui si dà questo nome, ha il fondamento
suo nella fiorentina, alla quale, come a vero fonte, è necessario
ricorrere, e però anche gli avversari, non volendo esser veri
pertinaci, hanno a confessarla fiorentina.»[265]
Se qui si considera in quali condizioni si trovava allora, fra gli
eruditi italiani, la scienza filologica; se si ricorda quanti elogi
furono, ai giorni nostri, fatti a Leonardo Aretino, solo per avere
egli ragionato della grande differenza che passava fra il latino
parlato e lo scritto;[266] se si pensa che il Machiavelli non era nè
erudito nè filologo, le sue osservazioni debbono dare sempre maggior
prova dell'ingegno originale che aveva. Dire che l'indole propria
delle lingue non sta nel maggiore o minor numero di parole che esse
hanno in comune; ma nel verbo, sola parte del discorso che veramente
si modifichi nella lingua italiana, la quale ha coniugazioni, non
declinazioni, val quanto dire che la grammatica costituisce il
carattere distintivo delle lingue. Ora questo è il concetto appunto
col quale Federigo Schlegel iniziò la filologia comparata nel 1808. Il
_Dialogo sulla lingua_ prova chiaro, sebbene nessuno lo abbia finora
osservato, che la stessa idea era stata tre secoli prima intravveduta
dal Machiavelli. È ben vero, che nell'esporre le sue osservazioni,
egli dice spesso: _vogliono alcuni_; e ciò potrebbe far supporre che
avesse preso da altri il suo concetto fondamentale. Ma è prima di
tutto da ricordare, che il Machiavelli, come abbiam visto altrove,
dichiarò che credeva opportuno fare uso di queste o di altre simili
parole, a conciliarsi meglio l'animo del lettore, quando esponeva idee
e considerazioni sue proprie, che potevano sembrare troppo nuove o
ardite.[267] Oltre di che, non solamente non si trova, per quanto noi
sappiamo, negli eruditi del tempo una qualche traccia anche lontana del
concetto suo; ma questo fu sino quasi ai nostri giorni combattuto in
Italia, dove, più lungamente che altrove, la tendenza generale della
filologia fu di sostenere invece, che la somiglianza delle parole
costituisce la parentela delle lingue. Il Machiavelli, non solo partì
dal principio opposto, ma provò che il concetto era suo, sapendone
cavare conseguenze assai giuste, allora nuove ed arditissime. Certo i
tempi non erano maturi, nè egli poteva avere le cognizioni necessarie
a promuovere la grande rivoluzione scientifica, che fu possibile solo
nel principio del secolo XIX. Pure anche dalle osservazioni secondarie,
dalle applicazioni che fece del suo concetto, si vede assai chiaro
che egli ne comprendeva tutto il valore. L'importanza che dà non solo
alle forme grammaticali, ma anche all'accento; la confutazione che
fa dell'ipotesi, sostenuta da Dante, d'una lingua curiale composta
di più dialetti, che il Machiavelli dice giustamente sarebbe una
lingua rappezzata e non viva; la esposizione del come il parlare dei
Fiorentini, pure accettando molte parole dagli altri dialetti, le
assimilò e fece sue, dando ad esse le desinenze e le forme grammaticali
sue proprie; tutto ciò, dato come conseguenza logica del primo concetto
fondamentale, è ragionato in modo che par di sentire il linguaggio
d'un filologo moderno. E così sempre più si conferma che, quando si
tratta di scoprire i caratteri sostanziali dei fenomeni sociali, morali
o intellettuali, e determinarne le leggi, il genio del Machiavelli
apparisce in tutta quanta la sua potenza, ed il suo occhio vede assai
lontano, penetra assai al disotto della superficie.
Di un altro scritto, che è intitolato la _Descrizione della Peste di
Firenze dell'anno 1527_,[268] ed ha forma di epistola, è messa, con
assai maggior ragione, in dubbio l'autenticità, sebbene in favore di
esso militi il fatto, che ne abbiamo una copia senza dubbio di mano
del Machiavelli. In questo autografo sono però giunte e correzioni
fatte da Lorenzo di Filippo Strozzi, al quale, in più parti del
manoscritto stesso, è da altra mano antica attribuita tutta la
_Descrizione_.[269] Ciò fa credere che il Machiavelli, come nello
stesso codice aveva copiato la Commedia in versi, che non si può creder
sua, così copiasse ancora uno scritto dell'amico Lorenzo Strozzi,
che poi lo rivide e corresse di sua mano, il che non avrebbe osato
fare con una composizione del suo amico, tanto a lui superiore. Ogni
dubbio scomparisce poi, quando appena si comincia a leggere questa
_Descrizione_, che non sarà mai attribuita al Machiavelli da nessuno
che ne abbia con attenzione letto le opere.
Lasciamo pure da parte, che l'anno 1527 fu quello in cui il Machiavelli
morì, e non è certo credibile che, fra i tanti gravissimi pensieri che
lo assediavano allora, egli avesse trovato il tempo per mettersi a fare
una descrizione della peste. Questa era cominciata alcuni anni prima,
e la data potrebbe perciò essere inesatta. Ma si può egli supporre
che, nel 1527 o qualche anno prima, il Machiavelli parlasse d'un suo
nuovo matrimonio, come fa nella _Descrizione_, quando si sa che a lui
sopravvisse la Marietta, la sola moglie che egli ebbe? E chi vorrà mai
crederlo autore d'uno scritto che incomincia con un periodo contorto
e pedantesco come questo: «Non ardisco in sul foglio porre la timida
mano, per ordire sì noioso principio, anzi quanto più le tante miserie
per la mente mi rivolgo, più l'orrenda descrizione mi spaventa; e
sebbene il tutto ho visto, mi rinnuova il raccontarlo doloroso pianto;
nè so anche da che parte tale cominciamento fare mi deggia, e se
lecito mi fosse, da tale proponimento mi ritrarrei.»[270] E continua
sempre allo stesso modo. Ecco in fatti come descrive la bellezza d'una
donna: «Candido avorio sembravano le fresche sue e delicate carni, e sì
gentili e morbide da riserbare d'ogni quantunque leggiero toccamento
forma, non meno che di un verde prato la tenera rugiadosa erbetta i
sospesi vestigi dei leggieri animaletti faccia.... Ma che dirò io della
melliflua e delicata bocca tra due piagge di rose vestite e di ligustri
posta, la quale in tanta mestizia parea, che di un celeste riso non
so come splendesse?... Le rosate labbra sopra gli eburnei e candidi
denti accesi rubini parieno, e perle orientali insieme miste. Aveva da
Giunone del soavemente esteso naso la forma tolta, così come da Venere
delle candide e distese guance, ecc.»[271] Se vuol dire d'uno che
sedeva sul pancone degli Spini, incomincia: «E sopra il solitario in
questi tempi pancone degli Spini, ecc., ecc.»[272] Il verbo non viene,
se non dopo tre o quattro versi ancora. Ha quindi pienissima ragione il
Macaulay, quando afferma che nessuna prova esterna potrebbe indurlo mai
a credere il Machiavelli colpevole d'uno scritto così detestabile, che
si potrebbe appena tollerare in uno sciocco scolare di retorica.[273]
Il _Dialogo dell'ira e dei modi di curarla_, dettato anch'esso in
uno stile assai contorto, fu da tutti, salvo il Poggiali e qualche
altro, giudicato tale da non potersi in nessun modo attribuire al
Machiavelli. È una traduzione dell'opuscolo di Plutarco, _Del non
adirarsi_, come già dicemmo più sopra.[274] Ed anche qui noi crediamo
che basti citarne qualche periodo, a convalidare senz'altro l'opinione
che si può dire universalmente accettata, che esso cioè non sia un
lavoro del Machiavelli. Ecco il principio: «Rettamente a me pare,
Cosimo carissimo, che faccian quei prudenti pittori, li quali avanti
che del tutto finischin l'opere loro, se le tolgono dalla vista per
qualche tempo; acciocchè l'occhio, per quello intervallo, perdendo
l'assidua consuetudine del vedere quella pittura, e dipoi, tornando
nuovamente a rivederla, meglio e più dirittamente ne giudichi, ed in
essa conosca i difetti, i quali forse gli avrebbe celati la continua
familiarità.»[275] Chi vorrà supporre che un periodo come questo, che
è pure uno dei più semplici e dei meno contorti in tutto il _Dialogo_,
possa mai attribuirsi al Machiavelli?
La ben nota _Novella di Belfagor arcidiavolo_ fu senza dubbio scritta
da lui. Essa non ha grande intreccio, nè vera analisi di caratteri;
può dirsi uno scherzo, un capriccio grazioso, di cui molti esempi
troviamo nei nostri novellieri. Plutone, osservando come tutti coloro
i quali venivano nell'Inferno, si lamentavano sempre delle mogli,
a cui attribuivano la cagione della loro condanna, riunì i suoi a
consiglio, e deliberarono d'indagare la verità del fatto. A questo fine
venne mandato sulla terra l'arcidiavolo Belfagor, sotto forma d'uomo,
con 100,000 ducati, a prender moglie. Egli sposò in Firenze una tale
Onesta, figlia d'Amerigo Donati; e subito la superbia, lo spendere, i
modi, i parenti di lei lo ridussero alla disperazione ed alla miseria.
Perfino alcuni diavoli, che in forma di serventi aveva seco menati,
preferirono tornarsene a stare nel fuoco all'Inferno. I creditori
lo assediarono in modo, che finalmente si dovè dare alla fuga, per
evitare la prigionia. Inseguito da essi, dai magistrati, dal popolo, fu
nascosto e salvato da un contadino, al quale promise, per gratitudine,
d'arricchirlo. Gli disse in fatti, che quando avesse sentito parlare di
qualche donna spiritata, indemoniata, fosse pur venuto a trarlo fuori,
che esso, per dargli occasione di grosso guadagno, se ne sarebbe andato
via. E così per ben due volte s'avverò il caso, con grande fortuna
del contadino. La seconda volta però il diavolo, che era entrato nella
figlia del re di Napoli, gli disse: Bada che questa sia l'ultima volta,
che tu vieni a cavarmi di dove sono, perchè, se tu ritorni ancora,
avrai a pentirtene amaramente. Ed il contadino, che allora ricevette
da quel re la somma di 50,000 ducati, contento ormai dei guadagni
fatti, voleva tornarsene a casa, a vivere tranquillo. Ma invece la
fama del suo misterioso potere s'era diffusa per tutto, in guisa che
trovandosi indemoniata la figlia del re di Francia, Luigi VII, questi
ricorse a lui, e non accettò scuse. Il contadino dovè adunque provare
la terza volta. Ma non s'era appena accostato alla figlia del Re, che
il diavolo ricordandogli di quanto aveva già detto, minacciava di
farlo pentire, se non andava subito via. E da un altro lato il Re,
non volendo sentire ragione, lo minacciava nel capo. Messo così fra
l'incudine ed il martello, il contadino ricorse all'astuzia. Ordinò che
fosse nella piazza di Nostra Donna costruito un gran palco di legno,
su cui dovevano sedere tutti i grandi baroni e prelati del Regno, e in
mezzo della piazza un altare, su cui doveva prima celebrarsi la messa,
poi esservi condotta la figlia del Re. In un canto dovevano trovarsi
venti persone almeno, con trombe, corni, tamburi, cornamuse ed ogni
altra sorta dei più romorosi strumenti, con ordine di sonare e correre
verso l'altare, non appena il contadino avesse fatto un cenno, levando
in aria il cappello. Tutto finalmente era pronto: i dignitari al loro
posto, la piazza piena di popolo, la messa celebrata, la figlia del Re
all'altare. Ma il diavolo minacciava sempre il contadino, e da capo
lo avvertiva che, se non s'allontanava subito, qualche cosa di ben
triste gli sarebbe seguìta. Questi allora fece il segno convenuto,
levando il cappello, e senza indugio i sonatori s'avanzarono, facendo
strepito grandissimo cogli strumenti. All'inaspettato romore, il
diavolo, stupito, domandò al contadino: Che cosa è mai seguìto? Ohimè!
gli rispose l'altro, è la moglie tua che viene a ritrovarti. A questo
annunzio, senz'altro chiedere, il diavolo si dette a precipitosa fuga,
tornandosene per sempre all'Inferno, a far fede dei pericoli e dei guai
del matrimonio.[276]
Si pretese da alcuni, che con la sua piacevole novella il Machiavelli
avesse voluto alludere ai tormenti che egli ebbe dalla sua Marietta;
ma i fatti più noti e i documenti più accertati dimostrano chiara
la insussistenza della pretesa allusione. La Marietta, come abbiam
visto, fu sempre una buona moglie, e, se mai, poteva piuttosto fare
rimproveri al marito, che meritarne da lui.[277] Vi fu ancora chi
pretese, che della novella non fosse autore il Machiavelli, perchè
un'altra compilazione, non molto diversa, ne venne alla luce col nome
di monsignor Giovanni Brevio, nel 1545. I Giunti però la pubblicarono
nel 1549, nella sua forma primitiva, col nome del Machiavelli,
dichiarando di volerla così restituire «come cosa propria al fattor
suo, essendo stata usurpata da persona che ama farsi onore degli altrui
sudori.»[278] L'autografo di essa fu poi trovato nella Biblioteca
Nazionale di Firenze,[279] il che pose termine alle dispute, giacchè
le prove intriseche, cavate dallo stile e dalla lingua, erano già
tutte in favore del Machiavelli. Egli non fu certo l'inventore del
soggetto, che si trova già nei _Quaranta Visiri_, libro turco, derivato
da fonte araba, e questa da indiana.[280] Il racconto venne dunque,
per tradizione orale, se non scritta, dall'Oriente in Italia, e fu dal
Machiavelli narrato nella sua novella, imitata poi dal Brevio, da Doni,
dal Sansovino, da G. B. Fagiuoli e da altri. Fra di essi è da citarsi
anche il La Fontaine, che riuscì in questa imitazione meglio assai che
nel racconto imitato dalla _Mandragola_. Una novella molto simile è
oggi popolare anche fra gli Slavi del Sud.[281]
Ricorderemo ora solamente il titolo d'alcuni altri brevissimi scritti
del Machiavelli, che hanno poca o nessuna importanza. I _Capitoli
per una bizzarra compagnia_[282] non sono che uno scherzo da ridere.
L'Allocuzione fatta da _un magistrato nell'ingresso dell'ufficio_[283]
non contiene altro che alcune considerazioni generali sulla giustizia,
pel benessere degli Stati, con una lunga citazione dalla _Divina
Commedia_ sullo stesso argomento. Sembra il principio d'un qualche
esercizio letterario, appena abbozzato. Nè molto diverso è il _Discorso
morale_,[284] che pare scritto per essere letto in una delle tante
confraternite religiose che v'erano allora a Firenze, ed espone, con
una devota unzione, non scevra di certa velata ironia, l'obbligo ed i
benefizî della carità verso il prossimo, della obbedienza verso Dio. Nè
occorre fermarsi oltre su di ciò.