CAPITOLO XI.

L'_Asino d'Oro_. — I _Capitoli_ ed altre poesie minori. — Il

_Dialogo sulla lingua_. — La _Descrizione della Peste_. — Il

_Dialogo dell'ira e dei modi di curarla_. — La _Novella di

Belfagor arcidiavolo_. — Altri scritti minori.

A tempo avanzato il Machiavelli scrisse, specialmente in questi anni,

alcune opere minori, in versi ed in prosa, delle quali dobbiamo ora

occuparci. Quanto alle poche poesie, i suoi versi sono facili, ed

hanno spesso una satirica e pungente vivacità; ma somigliano troppo

alla prosa. Vi si trovano di tanto in tanto energiche espressioni,

pensieri profondi e lungamente meditati; ma sono massime filosofiche

e considerazioni che ricordano i _Discorsi_ ed il _Principe_; quello

che invece manca è la forza delle immagini, la originalità della

rappresentazione, in una parola, tutte le qualità essenziali a

costituire un vero poeta. Questi versi nondimeno sono spesso utili a

farci indovinare lo stato d'animo dell'autore, e ci aiutano quindi a

meglio conoscere la storia del suo spirito.

L'_Asino d'Oro_ è il principio d'un poema in terza rima, a cui il

Machiavelli lavorava nel 1517, come apparisce dalla lettera che in

quell'anno stesso indirizzò a Lodovico Alamanni,[238] nella quale si

vede che dava molta importanza a questo suo lavoro. Pure, dopo averne

scritto otto brevissimi capitoli, lo abbandonò, mancandogli la vena e

la voglia di continuare una narrazione senza intreccio, senza passione

e senza attrattiva. Il titolo è preso da Apuleio e da Luciano, il

soggetto dal dialogo di Plutarco, _Il Grillo_. Di tanto in tanto vi

si scorge una certa pretensione d'imitare la _Divina Commedia_; ma in

sostanza è, o almeno voleva essere, una satira de' Fiorentini del suo

tempo. Il poeta ci dice che, dopo essersi un pezzo quetato dal mordere

ne' suoi scritti or questo or quello, è stato a un tratto ripreso

dalla vecchia smania, stimolato specialmente dai tempi, che offrono

alla satira larga materia. Egli entra in un'aspra selva, nella quale,

invece delle tre fiere di Dante, incontra una delle donzelle di Circe,

circondata da animali che conduce, e che sono uomini trasformati in

bestie. È da lei menato in un palazzo, dove viene avvertito che sarà

mutato in bestia anch'egli. Intanto cena e sta in compagnia di lei, ne

descrive le bellezze minutamente, ma senza eleganza o finezza d'arte:

Avea la testa una grazia attrattiva

Tal ch'io non so a chi me la somigli,

Perchè l'occhio al guardarla si smarriva.

Sottili, arcati e neri erano i cigli,

Perchè a plasmargli fur tutti gli Dei,

Tutti e' celesti e superni consigli.[239]

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. III · 第 14 / 77 题