CAPITOLO X.

Condizioni generali del teatro in Italia. — Le Sacre

Rappresentazioni, la Commedia dell'arte e la Commedia erudita.

— Le Commedie dell'Ariosto. — _La Calandra_ del cardinal

Bibbiena. — Le Commedie del Machiavelli: _La Mandragola, La

Clizia_, la _Commedia in prosa_, la _Commedia in versi_, la

traduzione dell'_Andria_.

L'Italia, com'è noto, ebbe più di uno scrittore comico, e qualche poeta

tragico di grandissimo merito; ma non quello che si chiama veramente un

teatro nazionale. Quando dai Mimi e dalle Atellane, che erano farse e

rappresentazioni popolari, comiche, satiriche, i Romani potevano cavare

una commedia originale e nazionale, sopravvenne l'imitazione greca,

da cui non si potè liberare neppure il genio di Terenzio e di Plauto.

S'ebbe quindi una commedia letteraria, che non era sorta dalle viscere

del popolo, il quale continuò a preferire i Mimi e le Atellane. Queste

antiche farse, lentamente alterandosi, sopravvissero anche nel Medio

Evo, quando si avvicinarono, s'innestarono alle Sacre Rappresentazioni,

che finalmente resero laiche e cavarono fuori delle chiese. Più tardi

dettero origine a quella che si chiamò la commedia dell'arte, la quale

divenne assai popolare, e nel Rinascimento s'era già molto diffusa

fra di noi. Essa, com'è noto, veniva quasi improvvisata dagli attori,

ai quali si dava solo lo scenario, cioè il soggetto, l'intreccio

generale, lo scheletro delle varie scene, determinando il carattere

che ciascun personaggio doveva rappresentare, i punti più salienti

dei principali dialoghi. Le maschere di questa commedia, Pantalone,

Arlecchino, Pulcinella, Brighella sono, secondo ogni probabilità, lente

trasformazioni dei personaggi delle Atellane e dei Mimi.

Nel Rinascimento avvenne poi qualche cosa di simile a ciò che era

assai prima seguìto a Roma. Poteva dalle Sacre Rappresentazioni,

che già erano arrivate ad uno svolgimento letterario notabile, come

poteva dalla commedia dell'arte, che già fioriva, cavarsi un dramma,

una commedia nazionale, quando sopravvenne invece l'imitazione dei

tragici e dei comici antichi. La tragedia rimase addirittura soffocata

da questa imitazione. In un tempo nel quale lo scetticismo invadeva

gli animi, le istituzioni politiche si decomponevano, la nazione non

riusciva a formarsi, e le invasioni straniere cominciavano, non erano

più possibili nè la vera ispirazione epica, nè il dolore veramente

tragico. _La Sofonisba_ del Trissino e la _Rosmunda_ del Rucellai, che

sono le migliori tragedie di quel tempo, non mancano di pregi; vi si

ritrova qualche slancio lirico ed anche qualche lampo di drammatica

potenza: ma esse non abbandonano mai il modello antico, non hanno mai

una vera e propria vitalità, nè furono seguìte da altre opere migliori.

Allora però, in mezzo a tante sventure, pur troppo si rideva molto in

Italia, e più fortunata fu quindi la commedia, quantunque anch'essa

s'andasse formando con la imitazione, specialmente di Terenzio e di

Plauto. Questa che fu chiamata commedia erudita, si diffuse largamente

fra i letterati, nelle Corti, avvicinandosi sempre più alla commedia

dell'arte. E senza mai confondersi con essa, riuscì pure a migliorarla,

correggerla non poco, ricevendone in cambio maggiore vivacità e

spontaneità. Nondimeno la commedia erudita era pur sempre un'opera

di letterati, un lavoro d'imitazione, e quindi il popolo continuò

a preferire quella dell'arte, che sebbene cominciasse a divenire

anch'essa alquanto artificiosa, non perdè mai affatto il suo carattere

popolare e primitivo.

Si è molto disputato intorno alle ragioni, per le quali l'Italia

non potè nel Rinascimento arrivare alla creazione d'un vero teatro,

neppure d'una vera commedia nazionale, quando già per questa v'erano ad

esuberanza tutti gli elementi necessarî a costituirla. Non mancavano

certo vivacità e fecondità d'invenzione nella commedia dell'arte, e

nella erudita si ritrovava pure una grande ricchezza di quello spirito

comico, che abbondava anche in quasi tutte le novelle, in molte poesie

italiane di quel tempo. Da un altro lato moltissimi dei nostri lavori

letterarî cominciarono dalla imitazione, e da essa poi, per forza

intrinseca, per vitalità propria, si resero indipendenti, arrivando

ad una vera originalità nazionale. Perchè dunque a questo non potè

mai giungere il nostro teatro? In verità l'essere una nazione riuscita

felicemente in molte cose, non è una ragione, perchè debba riuscire del

pari fortunata in tutte. La creazione del teatro richiede che la vita

sociale e nazionale siano già formate e progredite, e l'Italia non era

anche costituita a nazione, quando le invasioni straniere sconvolsero

tutto, soffocando la libertà ed affrettando la decadenza. Richiede

inoltre una larga partecipazione del pubblico, quasi la cooperazione

del popolo, che, in questo come in molti altri generi, apparecchia la

materia poetica, in cui i sommi scrittori infondono poi la nuova vita

dell'arte. Ed è pur da riconoscere, che allo svolgimento originale,

vigoroso, compiuto d'una poesia popolare propriamente detta, fu in

Italia assai spesso contraria l'azione continua, incessante, che

l'arte dei letterati esercitò sempre su quella del popolo, più culto

che altrove. Prima che un genere qualunque di componimento popolare

arrivi fra noi a quella maturità, che è necessaria a far germogliare

una nuova forma di arte nazionale, più di una volta s'è visto, che

esso comincia ad inaridire, cedendo il terreno all'arte dei letterati,

che s'avanza e penetra nel popolo. Essi certo si giovano molto d'ogni

elemento popolare, anzi è con tale aiuto, che l'imitazione classica

riuscì a divenire in Italia un vero e proprio rinascimento. Ma quando

l'elemento popolare dovrebbe prevalere, per arrivare alla creazione

originale d'una forma poetica nuova e nazionale, è allora che la

nostra letteratura incontra le maggiori difficoltà. Non c'è quindi da

maravigliarsi se essa non le supera in quei casi nei quali anche le

condizioni politiche le riescono avverse, come furono certo al nostro

teatro nel secolo XVI.

Per queste ragioni avvenne, che la Sacra Rappresentazione era nel

Rinascimento italiano già piena di classiche reminiscenze, di forme

letterarie e convenzionali, prima che fosse giunta alla sua piena

vitalità popolare, prima cioè di offrire ai grandi scrittori materia

adatta a nuove creazioni. La commedia dell'arte si era anch'essa

ripulita, modificata, alterata, avvicinandosi alla erudita. E questa,

senza poter mai lasciare del tutto l'imitazione di Plauto e di

Terenzio, si sforzava continuamente d'accostarsi al popolo. Più di una

volta pareva che fosse già per toccare la mèta; che sorgesse finalmente

per questa via la commedia originale, nazionale, quando invece

prevaleva da capo la imitazione classica. Così si oscillava sempre fra

l'artifizioso ed il plebeo, senza poter mai arrivare permanentemente al

vero comico di Aristofane e di Molière.

Terenzio è assai facile, e però fu subito molto imitato in Italia; ma

l'azione di Plauto sul nostro teatro non è piccola. Come scrittore

comico, sebbene più rozzo, egli è assai superiore. Il suo sguardo

psicologico è quello di un accorto conoscitore degli uomini; la

rappresentazione dei caratteri, la forza e varietà con cui riproduce

le innumerevoli forme della vita cittadina, e sopra tutto il genio

che dimostra nel porre in rilievo il lato comico delle azioni e dei

caratteri, con una certa ardita superiorità che ride di tutto, sono le

qualità che lo distinguono e che lo resero popolare in Italia. Egli,

come osserva il Mommsen, stringe e scioglie i nodi del suo intreccio

comico con grande accortezza e malizia; preferisce di stare nella

bettola, che nella sua commedia è in opposizione con la casa. Terenzio,

invece, sta nella casa, fra gente di buona e civile condizione; va

dietro alla verosimiglianza, anche a costo di lungaggini; ha un'indole

quieta e tranquilla, e le sue commedie ci presentano un concetto più

morale della donna e della vita matrimoniale. Plauto colorisce i suoi

caratteri con largo pennello; l'analisi psicologica di Terenzio è una

miniatura. Nella commedia del primo i figli canzonano continuamente

i padri, ed il suo linguaggio è pieno di frizzi; il secondo sembra

spesso avere un fine pedagogico, il suo stile ornato, sereno ha finezza

e movimenti eleganti: il suo lato debole è la invenzione, alla quale

supplisce con l'arte.

I nostri eruditi cominciarono subito con le imitazioni, traduzioni,

rappresentazioni in italiano ed in latino di questi due comici.

Pomponio Leto fu a Roma dei primi, con la sua Accademia Romana, a

far rappresentare antiche commedie. Seguì ben presto l'Accademia dei

Rozzi in Siena, e per tutto poi un gran numero di altre: Infiammati,

Infocati, Intronati, Immobili, Costanti, ecc. Questo movimento ebbe

però il suo vero impulso e la sede principale in Ferrara, per opera di

quei duchi. Colà i _Menecmi_ di Plauto furono tradotti e rappresentati

sin dal 1486. E come, per l'innesto degli antichi romanzi francesi

con la erudizione, a Ferrara trovò una vera forma il nostro poema

cavalleresco; così dall'innesto di Plauto e di Terenzio con elementi

nazionali e popolari colà nacque pure la nuova commedia, di cui fu

iniziatore Lodovico Ariosto, prima che si rendesse immortale col suo

_Orlando Furioso_.

Il modo con cui egli successivamente compose le sue cinque commedie,

ci presenta in breve la storia del teatro comico italiano. Incominciò

con traduzioni che andarono perdute, e si dette poi alle commedie

originali. Nella _Cassaria_, che fu scritta nel 1498, s'incontrano ad

ogni passo imitazioni da Terenzio; i _Suppositi_ che vennero dipoi,

presero il soggetto dai _Captivi_ e dall'_Eunuco_, fusi insieme. E

l'autore dichiara nel suo prologo, che «non solo nelli costumi, ma

anche nelli argomenti delle favole, vuole essere degli antichi e

celebrati poeti a tutta possanza imitatore.» Pure con i _Suppositi_

già siamo a Ferrara, nel tempo della presa d'Otranto pei Turchi; le

allusioni ai fatti contemporanei e i costumi del tempo appariscono

frequenti, il dialogo acquista una vita propria e indipendente. Le

due commedie, scritte dapprima in prosa, furono più tardi voltate

dall'autore in versi, come in versi scrisse le altre, perchè solo

in essi l'Ariosto trovava quel suo stile tanto semplice, naturale,

originale, e si sentiva assai più nel proprio elemento. Così si

allontanava però dalla via che era propria della commedia italiana,

scritta quasi sempre in prosa, per la necessità di riprodurre il

dialogo familiare. Nella _Lena_ il soggetto e i caratteri sono del

secolo XVI. Più originali di tutte le altre riescono le due ultime,

il _Negromante_ e la _Scolastica_. Siamo con esse fra gli studenti di

Padova e di Ferrara, in mezzo agl'intrighi amorosi. La corruzione della

società italiana ci è rappresentata senza velo, e la satira sferza i

costumi del tempo: gli uomini che s'imbellettano come donne, i poveri

che voglion fare da ricchi, i rettori delle terre che sono rapaci come

lupi, i preti che danno scandali d'ogni sorta, i papi che vendono le

indulgenze.

In questo modo la commedia erudita uscì dalle mani degli accademici,

acquistò indipendenza e naturalezza, sempre più avvicinandosi alla

società de' suoi tempi. Le dava vita uno spirito mordace e satirico,

una grande semplicità e sensualità, che sono caratteri proprî della

letteratura del Cinquecento in Italia, e trovavano alimento nello

studio e nella imitazione di Plauto. Le commedie del Rinascimento

sono quasi tutte d'intreccio, e spesso si compongono riunendo insieme

più commedie antiche, che solevano esser di carattere. Ciò che

principalmente si ammira in quelle dell'Ariosto, è la vivace dipintura

dei tempi, la satira di essi, la quale è piuttosto una fine ironia,

con cui l'autore, parte egli stesso del secolo che descrive, ride di

tutto. Vi si ritrova l'ingegno del gran poeta, l'iniziatore d'un genere

nuovo; ma si sente pure che egli già s'apparecchia ad un'opera maggiore

e diversa. Per quanto maravigliosamente spontaneo e naturale sia il suo

verso, l'indole privata e domestica della commedia italiana trova solo

nella libertà del dialogo in prosa la propria forma. Inoltre ciò che

più richiama l'attenzione dell'Ariosto e colpisce la sua immaginazione,

ciò che egli sopra tutto ci rappresenta è l'intreccio, la mutabilità

continua degli avvenimenti, la forma esteriore de' suoi personaggi.

Non vuole, non può lungamente fermarsi all'esame psicologico di nessun

carattere, di nessuna passione. Una grande varietà di episodî, che

non sempre trovano la loro unità, o la trovano solo nel continuo

mutare; una moltitudine d'individui, che compariscono pieni di vita, e

scompariscono prima di aver compiuto nulla d'importante, ci avvertono

che in queste commedie si va educando e formando il genio immortale di

colui che creerà l'_Orlando Furioso_. Il grande poema sembra già vivere

nella sua fantasia, pieno di vigore e di giovinezza, impaziente di

venire alla luce. Si direbbe che esso già agita la mente del poeta, ed

altera il carattere dell'opera che, in questo momento, egli ha ora fra

le mani.

La _Calandra_ del cardinal Bernardo Dovizi da Bibbiena, composta nel

primo decennio del secolo XVI, levò gran rumore. Fu da molti affermato

che essa iniziò il nuovo genere in Italia, il che non è vero, essendo

stata già preceduta da alcune commedie dell'Ariosto, alle quali è molto

inferiore. Il Bibbiena era però cardinale, toscano ed assai faceto;

non era un poeta, ma voleva scrivere alla buona per divertire il

pubblico, e vi riuscì. Il popolo, il papa, i cardinali, i personaggi

più autorevoli del tempo lo ascoltarono, ridendo, e lo applaudirono.

Il favore da lui ottenuto fu davvero grandissimo. La commedia fu

subito molte volte recitata in varie città d'Italia, e poi anche, nel

settembre del 1548, a Lione in Francia, ad iniziativa della _nazione

fiorentina_, da attori toscani, fatti espressamente venire d'Italia,

per festeggiare l'entrata di Errico II e Caterina dei Medici.[206]

Nel suo prologo il Bibbiena dichiara, che non vuole usare il verso,

«perchè la commedia rappresenta cose familiarmente fatte e dette, e

perchè e' si parla in prosa con parole sciolte e non ligate.» Si scusa

inoltre co' suoi uditori, se la commedia non è antica, perchè le cose

moderne piacciono più; si scusa anche se non è latina, perchè vuole

essere inteso da tutti, e la lingua che Dio e la natura ci han data,

non bisogna stimarla meno che la latina, la greca e l'ebraica.[207]

Tutto questo prova quanto il gusto del pubblico s'era allora mutato.

Pure la _Calandra_ è presa dai _Menecmi_ di Plauto, sostituendo ai due

gemelli maschi, affatto simili tra loro, un uomo e una donna anch'essi

gemelli e simili in modo che, mutando abiti, vengono facilmente

scambiati l'uno per l'altro. Da questa somiglianza e dalla sciocchezza

di Calandro, che s'innamora dell'uomo credendolo donna, nascono mille

equivoci buffi, comici, oscenissimi, il che secondava mirabilmente il

gusto del tempo, e richiamava l'attenzione tanto più, perchè l'autore

era cardinale, e papa e cardinali applaudivano e ridevano. Di moderno

e di veramente nuovo non v'è che la forma esteriore, la vivacità e la

naturalezza del dialogo toscano, che pur qualche volta è troppo lungo

e monotono. La commedia si regge quasi del tutto sopra espedienti più

osceni e buffoneschi che veramente comici. I personaggi sono vacui, e

gl'incidenti non hanno mai un vero valore drammatico o comico, perchè

tutto dipende dalla eccessiva imbecillità di Calandro, cui si può

dare ad intendere quello che si vuole. Insomma è più che altro una

farsa ripiena di facezie buffe ed oscene. La grande fortuna che ebbe

allora, venne in parte anche dal modo in cui fu rappresentata; e si

può facilmente capire come valenti attori potessero con essa riuscire

a fare smascellar dalle risa un pubblico del secolo XVI. La _Calandra_

rappresenta il momento in cui la commedia erudita e d'imitazione,

avvicinandosi a quella dell'arte, trova finalmente nel dialogo in prosa

la sua propria forma. Questo è ciò che le dà una importanza storica

nella nostra letteratura.[208]

Ma colui al quale, dopo l'Ariosto, spetta il primo luogo, per aver

dato il suo vero carattere alla commedia italiana, è di certo il

Machiavelli, che superò tutti con la _Mandragola_. Che egli avesse

un grande spirito comico e satirico, lo abbiamo già visto ne' suoi

scritti, massime nelle lettere familiari; che perciò si sentisse

inclinato a scrivere commedie, lo vedemmo del pari fin dal 1504, quando

si provò ad imitar le _Nuvole_ di Aristofane, scrivendo le _Maschere_,

che andarono perdute, e nelle quali mordeva i suoi contemporanei. Ma

tutto questo non poteva far supporre, che egli fosse capace di darci

nella _Mandragola_ la migliore commedia del teatro italiano, superiore,

secondo il Macaulay, alle migliori del Goldoni, inferiore solo alle più

belle del Molière.

L'azione, che par suggerita da un fatto avvenuto in Firenze, ha luogo

nel 1504.[209] Ma il prologo ci fa chiaramente capire che la commedia

fu scritta assai più tardi, certo dopo del 1512, nei giorni meno

lieti della vita del Machiavelli.[210] Il Giovio, ne' suoi _Elogia

doctorum virorum_, dice che Leone X, sentito del gran successo della

_Mandragola_ in Firenze, la fece dai medesimi attori rappresentare

anche in Roma.[211] E da una lettera che scrisse Battista della Palla

il 26 aprile 1520, vediamo che allora tutto era già pronto per farla

recitare.[212] In quell'anno adunque la commedia era stata assai

probabilmente già rappresentata in Firenze. La più antica edizione, di

cui, secondo i bibliografi, si crede conosciuta la data, sarebbe quella

che si suppone pubblicata a Roma nell'agosto del 1524;[213] ma par

certo che, fra le edizioni senza data, ve ne sia qualcuna ancora più

antica. Il Sanudo racconta, ne' suoi Diari, che il 13 febbraio 1523, la

_Mandragola_ fu recitata a Venezia, dove il teatro era così affollato,

che non si potè dare il quinto atto. Ma la recita che si pretese data

negli Orti Oricellari, dinanzi a Leone X, non viene in alcun modo

confermata, anzi non par credibile. Si fece probabilmente confusione

con la _Rosmunda_ del Rucellai.

La _Mandragola_ ha per noi una doppia importanza, perchè da un lato

ci fa conoscere il genio comico del Machiavelli, nella sua maggiore

originalità; da un altro ci presenta sotto nuova luce, il concetto

che egli s'era formato degli uomini e della società del suo tempo.

Di essa egli fa come una fotografia, che spiega sotto i nostri occhi,

quasi cinicamente ridendo. Ma la sua spensierata gaiezza è pur qualche

volta interrotta da uno scoppio improvviso di pianto, che egli comprime

subito, e, quasi se ne vergognasse, cerca far credere che sia invece

uno scroscio di riso. Se voi chiedete, così dice nel prologo, come mai

l'autore si perda in una materia troppo leggiera per chi voglia parere

uomo savio e grave,

Scusatelo con questo, che s'ingegna

Con questi van pensieri

Fare il suo tristo tempo più soave,

Perchè altrove non ave

Dove voltare il viso,

Che gli è stato interciso,

Mostrar con altre imprese altra virtue.[214]

«Ora non c'è più rimedio possibile ai nostri mali. Bisogna contentarsi

di vedere ognuno starsene da canto a ghignare e sparlare. Così il

secolo traligna dall'antica virtù, perchè vedendo come tutti biasimano

e ridono, nessuno s'affatica alle opere generose, che il vento dissipa

e la nebbia ricopre. Ma se qualcuno credesse di spaventar l'autore col

dirne male, io vi ammonisco che sa dir male anch'esso, che questa anzi

è la sua prima arte; e non istima in Italia alcuno, sebbene faccia

reverenza a chi sembra portare miglior mantello di lui.»[215]

Callimaco è un fiorentino che ha trenta anni d'età, venti dei quali

ha passati a Parigi tranquillamente. Ivi ha sentito tanto lodare la

bellezza e le virtù della moglie di Nicia Calfucci, che è venuto a

Firenze per vederla, e subito è stato preso di grande amore per lei.

Questa donna per nome Lucrezia è così buona ed onesta, che l'unica

speranza di Callimaco sta nella scempiaggine del marito, nel desiderio

vivissimo in lui e nella moglie d'avere figliuoli. Mezzano di questo

amore è un tale Ligurio, scroccone, al quale Callimaco ha promesso

danari, e che frequenta casa Calfucci. La semplicità e la scempiaggine

ingenua di messer Nicia, che ha titolo di dottore e si crede gran cosa,

mirabilmente rappresentate, divengono una delle principali sorgenti

del comico nella _Mandragola_. Ligurio intanto vuol persuadere messere

Nicia di condurre, come consigliano i medici, la moglie ai bagni.

Così egli pensa, che Callimaco avrà più facile modo a conoscerla ed

avvicinarla. Ma messer Nicia resiste, perchè, sebbene desideri molto

aver figliuoli, pure gli sembra gran cosa il muoversi, e i dottori

dicono chi una cosa, chi l'altra; «non sanno quello che si pescano.

— A te dà briga,» — gli dice Ligurio, — «il non essere uso a perder

di vista la cupola del Duomo. — Tu, erri,» — risponde subito messer

Nicia, — «io sono stato da giovane molto randagio, e non mancavo mai

alla fiera di Prato, nè c'è castello intorno Firenze, dove io non

sia andato. E ti vo' dire più là: io sono stato a Pisa ed a Livorno.

Oh! va. — Avete visto il mare? quanto è maggiore d'Arno? — Che Arno!

Quattro, sei, sette volte. Non si vede se non acqua, acqua, acqua!» —

Si conchiude finalmente, che Ligurio sentirà i medici, e messer Nicia

cercherà intanto disporre la moglie a partire.

Nella terza, che è l'ultima scena del primo atto, Callimaco chiede

ansioso a Ligurio, che cosa hanno conchiuso, e Ligurio risponde che

i Calfucci facilmente andranno ai bagni; ma teme che con questo non

si sia fatto nulla. — «Io conosco che tu di' il vero,» — risponde

Callimaco. — «Ma come ho a fare? che partito ho a pigliare? dove

mi ho a volgere? A me bisogna tentare qualche cosa, sia grande, sia

pericolosa, sia dannosa, sia infame: meglio è morire che viver così.

S'io potessi dormire la notte, s'io potessi mangiare, se io potessi

conversare, se io potessi pigliar piacere di cosa veruna, io sarei più

paziente ad aspettare il tempo. Ma qui non ci è rimedio, e se io non

son tenuto in isperanza da qualche partito, io mi morrò in ogni modo;

e veggendo d'avere a morire, non sono per temere cosa alcuna, ma per

pigliare qualche partito bestiale, crudo e nefando.» Questo linguaggio

manifesta, con molta eloquenza, una passione assai singolare, perchè

divenuta già violenta, prima ancora che Callimaco abbia parlato alla

donna amata. Ligurio dice a un tratto d'avere una felice idea, e gli

propone di fare esso le parti di medico col Nicia. Gli dirà poi il

resto. E così vien fissato.

Nel secondo atto, Ligurio presenta Callimaco a Nicia, dandogli a

intendere che è medico, e che ha una pozione, bevuta la quale, la

moglie avrà un figliuolo. Se non che colui che le si avvicina la prima

volta, dopo che essa ha bevuto, deve ben presto morire. Bisogna quindi

consentire che la moglie sia la prima volta avvicinata da un altro.

Lo spavento di Nicia a queste parole, la sua presunzione di parlar

latino col finto dottore, la sua ammirazione nel sentirlo rispondere

con citazioni latine che non capisce, la facilità con cui si persuade,

appena gli viene affermato che il re di Francia ed altri principi

consentirono all'esperimento, e tutto ciò credendo sempre essere più

furbo degli altri, rendono questo secondo atto comico davvero. Ma non

basta aver persuaso messer Nicia, bisogna ora persuadere la moglie, ed

a ciò Ligurio suggerisce, unico mezzo, il confessore, che è un frate.

— «Chi disporrà il confessore?» — gli domanda Callimaco. — «Tu, io, i

danari, la cattività nostra, la loro,» — risponde l'altro, proponendo

che si parli alla madre, perchè poi induca il confessore ad aiutarla,

con l'autorità della religione, a persuadere la figlia.

Nel terzo atto la madre è già persuasa, a condizione però che non si

gravi la coscienza. I prudenti, ella dice, debbono pigliare dei cattivi

partiti il migliore. Nicia intanto ha già dato 25 ducati a Ligurio,

che gli ha chiesti per corrompere il frate, ed a tal fine s'avviano ora

alla chiesa. «Questi frati,» osserva Ligurio, «sono trincati ed astuti,

perchè sanno i loro peccati ed i nostri. Chi non ne è pratico s'inganna

e non sa condurli a suo proposito.»

Ed ora comparisce la prima volta sulla scena fra Timoteo, che sotto

un certo aspetto può dirsi davvero il personaggio più notevole della

commedia. Egli se ne sta in chiesa, tranquillamente discorrendo

con una fantesca, e il dialogo, nella sua impareggiabile vivacità e

naturalezza, nella sua spensierata tranquillità, fa un contrasto così

singolare con tutto quello che deve seguire tra poco, che richiama

alla memoria l'arte inarrivabile dello Shakspeare. — «Se voi vi volete

confessare,» — dice il frate, — «io farò ciò che voi volete. — Non per

oggi,» — risponde la donna; — «io sono aspettata, e' mi basta essermi

sfogata un poco così ritta ritta. Avete voi detto quelle messe della

Nostra Donna? — Madonna sì. — Togliete ora questo fiorino, e direte

due mesi, ogni lunedì, la messa dei morti per l'anima di mio marito.

Ed ancora che fosse un omaccio, pure le carni tirano; io non posso far

ch'io non mi risenta, quando io me ne ricordo. Ma credete voi ch'e' sia

in Purgatorio? — Senza dubbio. — Io non so già cotesto. Voi sapete pure

quello che mi faceva qualche volta. Oh! quanto me ne dolsi io con esso

voi. Io me ne discostava quanto io poteva; ma egli era sì importuno.

Uh! nostro Signore. — Non dubitate, la clemenza di Dio è grande. Se

non manca all'uomo la voglia, non gli manca mai la potenza a pentirsi.

— Credete voi che 'l Turco passi questo anno in Italia? — Se voi non

fate orazione, sì. — Naffe! Dio ci aiuti con queste diavolerie; io ho

una gran paura di quello impalare. Ma io veggo qua in chiesa una donna,

che ha cert'accia di «mio; io vo' ire a trovarla. State col buon dì. —

Andate sana.»[216]

Intanto arrivano Nicia e Ligurio, il quale subito annunzia al frate,

che vi sono alcune centinaia di ducati da distribuire in limosine,

purchè egli dia mano ad aiutarlo in una faccenda, che è però tutta

un'invenzione, che egli racconta solo per vedere se, colla promessa

delle limosine, può sperare aiuto dal frate, e fidarsene tanto da

domandargli ciò che veramente vuole. Vistolo infatti pronto a cedere,

gli espone con arte ogni cosa, e ne riceve la promessa desiderata.

Arrivano in questo mezzo le donne, e la madre va dicendo alla figlia,

che non vorrebbe mai consigliarle nulla di male. «Se però fra Timoteo

dirà che non c'è carico di coscienza, tu puoi stare tranquilla.» La

figlia non sa persuadersi di dovere «esser cagione che un uomo muoia

per vituperarla.» E qui di nuovo entra in campo il frate, e fa prova di

tutta la sua destrezza. «Io sono stato in su i libri a studiare più di

due ore questo caso, e dopo molte esamine, io trovo di molte cose che

in particolare e in generale fanno per noi.... Voi avete, quanto alla

coscienza, a pigliare questa generalità, che dove è un ben certo e un

male incerto, non si debbe mai lasciare quel bene per paura di quel

male. Qui è un bene certo, che voi avrete un figliuolo, acquisterete

un'anima a messer Domenedio.... La volontà è quella che pecca, non

il corpo, e la cagione del peccato è dispiacere al marito, e voi gli

compiacete; pigliarne piacere, e voi ne avete dispiacere. Oltre di

questo, il fine si ha a riguardare in tutte le cose. Il fine vostro si

è riempiere una sedia in Paradiso, contentare il marito vostro.»[217]

E così continua, ricordando ancora come la Bibbia dice che le figliuole

di Lot non peccarono, perchè la loro intenzione fu buona, concludendo,

che si tratta d'un peccato veniale, il quale va via con l'acqua

benedetta. «A che mi conducete, Padre?» esclama qui la povera Lucrezia,

e promette, confusa, di fare il voler loro; ma aggiunge che teme di non

poter sopravvivere alla vergogna ed al dolore.

Il quarto atto s'apre con Callimaco, che è nelle angosce

dell'incertezza. Un momento spera, un momento dispera. «Sei impazzato?»

egli dice a sè stesso. «Non sai che verranno poi il disinganno ed il

pentimento, anche se otterrai l'intento? Ma che cosa è il peggio che

ti possa mai seguire? Morire ed andare all'Inferno. Vi son però tanti

uomini da bene morti ed andati all'Inferno, perchè devi vergognarti

d'andarvi tu? Volgi il viso alla sorte. Fuggi il male o, non potendolo

fuggire, sopportalo come uomo. Non ti prosternare, non t'invilire

come una donna. Ma io non posso restar fermo su questo pensiero,»

«per- chè da ogni parte mi assalta tanto desio di essere una volta con

costei, che io mi sento dalle piante dei piè al capo tutto alterare:

le gambe tremano, le viscere si commuovono, il cuore mi si sbarba dal

petto, le braccia si abbandonano, la lingua diventa muta, gli occhi

abbarbagliano, il cervello mi gira.»[218]

Ora arriva da capo Ligurio, e la trama già ordita si avanza rapidamente

al suo fine. Fra Timoteo s'è travestito, ed è divenuto un ausiliario

potente e deciso al male, sebbene faccia tutto con la più grande

bonomia. «E' dicono il vero quelli che dicono, che le cattive compagnie

conducono gli uomini alle forche. E molte volte uno capita male, così

per essere troppo facile e troppo buono, come per essere troppo tristo.

Dio sa ch'io non pensavo ad ingiuriare persona. Stavami nella mia

cella, diceva il mio ufficio, intratteneva i miei devoti; capitommi

innanzi questo diavolo di Ligurio, che mi fece intingere il dito in

un errore, donde io ci ho messo il braccio e tutta la persona, e non

so ancora dove io m'abbia a capitare. Pure mi conforta, che quando

una cosa importa a molti, molti ne hanno aver cura.»[219] Tutto ormai

procede secondo i desiderî di Callimaco.

Il quinto ed ultimo atto incomincia con un altro soliloquio di fra

Timoteo, il quale ha passato la notte senza dormire, per la smania

di sapere come siano andate le cose. «Io dissi mattutino, lessi una

vita de' Santi Padri, andai in chiesa, ed accesi una lampada che era

spenta, mutai un velo a una Madonna che fa miracoli. Quante volte ho

io detto a questi frati, che la tengano pulita! E si maravigliano poi

se la divozione manca. Io mi ricordo esservi cinquecento immagini,

e non ve ne sono oggi venti. Questo nasce da noi che non le abbiamo

saputo mantenere la reputazione.» «Noi vi dicevamo orazioni e facevamo

processioni, perchè si vedessero sempre immagini fresche. Ora non si fa

nulla di queste cose, e poi ci maravigliamo che la cose vadano fredde.

Oh quanto poco cervello è in questi miei frati! Ma sento un gran rumore

di casa messer Nicia.» Tutti vengono allegri e contenti, per menare la

Lucrezia in Santo, ed il frate, ricordandosi delle limosine promesse,

fa l'orazione e li benedice. «Chi non sarebbe allegra?» sono le ultime

parole della madre in questa commedia, che finisce con una benedizione

data in chiesa all'adulterio.

Quello che più stranamente qui ci colpisce, non è il vedere una società

in ogni sua parte corrotta, il non incontrare un solo personaggio

veramente onesto e virtuoso; ma il vuoto orrendo, spaventoso che è

nella coscienza di tutti; il vederli passare dal bene al male, senza

quasi accorgersi di mutare. Callimaco s'è innamorato di Lucrezia

prima d'averla veduta, solo per averne sentito lodare la bellezza

e l'onestà; la sua passione diviene subito irresistibile, nè ha

altro che un solo scopo e sensuale. Non può viver così, è disposto a

pigliare piuttosto «qualche partito bestiale, crudo e nefando.» Gli

balenano un momento l'idea dello scrupolo e la paura dell'Inferno; ma

vi sono andati tanti uomini dabbene, può dunque farsi animo e andarvi

anch'egli. La sola persona che apparisce onesta è la giovane sposa,

la povera Lucrezia, un essere negativo, senza volontà, pienamente

in balìa degl'inganni e dei capricci altrui. Quando la madre, il

marito, tutti la spingono all'adulterio, perchè abbia un figlio, ella

inorridisce e resiste; ma la menano in chiesa, dinanzi al confessore,

il quale subito la persuade, che non c'è poi nessun peccato a «riempire

una sedia in Paradiso.» Ed ella finisce non solo col rassegnarsi,

ma col volersi allegramente godere la vita nell'abisso morale in

cui l'hanno precipitata. La più chiara espressione, la più compiuta

personificazione di questo stato di cose, si trova in fra Timoteo.

Egli dice le sue orazioni e la messa, attende devoto alle immagini ed

alla confessione; ma quando, per indurlo ad un'azione infame, gli sono

promesse alcune limosine, non si turba punto. Considera che si diranno

più messe, s'accenderanno più ceri; esamina i libri sacri e, trovato un

sofisma adatto al caso, consente ad aiutare l'adulterio, a persuadere

alla povera Lucrezia, che il male è bene, e che, disonorando se stessa,

farà cosa grata a Dio. Ben riflette un momento che le cattive compagnie

inducono al male anche i migliori; ma ormai ci si trova, e lo conforta

il pensare che tutti sono interessati a nasconder la colpa. Spolvera le

immagini, rilegge le vite dei Santi Padri, deplora la poca devozione

de' suoi tempi; lo domina intanto, sopra ogni cosa, il desiderio di

sapere se l'adulterio preparato, e col suo aiuto reso possibile, è

riuscito _ad votum_. Saputo il resultato, li benedice tutti in chiesa.

Non vi pare, dinanzi a questa commedia, di veder sorgere, come evocata

dalla vostra coscienza, la tragica figura del _Principe_, che con la

sua spada insanguinata percorre le vie, e con la forza, la violenza,

anche l'inganno, costringe i suoi sudditi ad unirsi per formare uno

Stato, avere una patria, e, dopo averli disciplinati con l'_Arte della

Guerra_, li conduce dinanzi al nemico, sospingendoli, con l'esempio

di Roma, non cristiana, ma pagana, a difendere questo Stato e questa

patria col proprio sangue, ed a ricordarsi finalmente, tra i pericoli

e le sventure, d'essere uomini? Non vi pare di sentir tuonare la

voce potente di Martino Lutero, il quale grida che c'è pure una

coscienza, che c'è qualche cosa in essa di sacro e d'inviolabile, ed

obbliga così i cattolici stessi a vergognarsi ed a correggersi? La

_Mandragola_, fu già osservato, è la commedia d'una società, di cui il

_Principe_ è la tragedia. Questo vuole col ferro rimediare ai mali che

quella descrive ridendo, ma dei quali accenna pure la causa riposta.

Perciò essa incomincia e finisce nella chiesa. Ivi già i _Discorsi_

ci dissero trovarsi il germe della corruzione italiana, ed ora noi

vediamo rappresentato sotto i nostri occhi, come la religione, divenuta

puramente formale e meccanica, possa col sofisma giustificare così

il male come il bene, e produrre quindi il vuoto nella coscienza. Si

direbbe che qui gli uomini commettano il male senza rendersene conto,

senza neppure esser cattivi. Le azioni da essi compiute non sono più

loro proprî atti. Par che li guidi, che li conduca una forza esteriore,

la quale si chiama ora passione, ora istinto, ora consuetudine,

pregiudizio, non si chiama mai coscienza. E però solo una forza

esteriore può portarvi rimedio. Unica medicina il ferro. Tale fu sempre

il pensiero dominante del Machiavelli, ed ogni volta che lo espone, il

suo animo si esalta, il suo linguaggio acquista una precisione, una

eleganza, una forza che trascina: egli pare allora un uomo ispirato,

e diviene superiore a sè stesso. Questo pensiero, che fu il soggetto

dominante del _Principe_, nella _Mandragola_ si vede continuamente

balenare da lontano. Lo stile e la lingua dell'autore salirono nei

due scritti a tanta altezza da farli riuscire due grandi capolavori

della prosa italiana. Il Machiavelli è di certo il primo nostro

prosatore; ogni sua parola esprime un'idea, senza inutili ornamenti,

senza artifizî, senza sforzo alcuno. Gli uomini, gli avvenimenti,

le cose stesse sembrano aver trovato il loro proprio linguaggio, e

parlare direttamente al lettore. Egli ha tutto il mirabile atticismo

che è sulla bocca del popolo fiorentino, qualche volta riproducendone

con singolare vigore anche gl'idiotismi, non sempre grammaticalmente

corretti. Dal latino piglia ciò che è più necessario a dar forza,

dignità al suo stile. E se questa imitazione prevale qualche volta

un po' troppo in altre opere, di rado assai ciò gli succede nel

_Principe_, e meno ancora nella _Mandragola_, dove i tesori della

lingua parlata si manifestano liberamente, largamente in tutta la

loro freschezza, in tutta la loro vivacità, la loro inesauribile

varietà d'armonìa e di colori. Senza mai cader nel volgare, egli è

sempre naturale, spontaneo; senza mai cader nell'artificioso, è sempre

elegante.

Il Macaulay, che come critico letterario è certo autorevolissimo,

ha per la _Mandragola_ un'ammirazione quasi sconfinata. Crede che il

Machiavelli abbia in essa provato, come, se si fosse dato al dramma,

sarebbe salito alle maggiori altezze, ed avrebbe prodotto un effetto

salutare nel gusto e nella letteratura nazionale. Ciò, egli afferma, si

deduce non tanto dal grado, quanto dalla natura stessa dell'eccellenza

conseguita: «con una corretta e vigorosa descrizione dell'umana natura,

tien desta l'attenzione del lettore, senza bisogno d'un intreccio

complicato o piacevole, senza la più lontana ambizione a far prova

d'arguzia.»[220] Il carattere più originale in tutta la commedia è,

secondo lui, quello di Nicia, e lo dichiara perciò superiore ad ogni

elogio.[221] E veramente questo sciocco presuntuoso, che, senza mai

avvedersene, diviene zimbello di tutti, è il personaggio più ingenuo

e più vero, in un mondo nel quale non sembrano avere coscienza di sè,

quelli che più dovrebbero averla. Il riso che muove, il comico di cui

è sorgente continua, non vengono in noi amareggiati mai da nessuna

considerazione estranea. Nicia è quindi nel suo genere perfetto, ed il

conoscerlo rallegra artisticamente, senza moralmente affliggere.

Nella _Mandragola_ v'è però un lato più serio, che è sfuggito al

Macaulay, come gli è sfuggito quello che n'è il lato più debole.

Se noi guardiamo alla unità fondamentale, al concetto dominante

della commedia, Fra Timoteo è il personaggio che richiama la nostra

attenzione principale. Il comico si unisce in esso ad una satira

sanguinosa e profonda della società italiana, e possiamo quindi assai

meglio riconoscere l'altezza del genio di colui che creava il singolare

carattere. È però certo ancora, che il nostro riso è in questa

commedia, assai spesso fermato, soffocato a mezzo. La immaginazione

è come di tratto in tratto, quasi violentemente, dominata da troppo

gravi riflessioni, per osare d'abbandonarsi a sè stessa, alla pura

contemplazione estetica. L'autore, è ben vero, sembra occuparsi di

rappresentarci solo il lato comico della società che gli sta dinanzi;

ma dalla stessa sua rappresentazione sorge inesorabile, nel suo

e nel nostro spirito, una satira sanguinosa. È come un nuovo, più

alto, profondo e segreto concetto, che apparisce a distanza, senza

poter mai entrar davvero nella commedia, perchè rimane sempre in una

forma astratta, teoretica di riflessione filosofica. Il Machiavelli

non riesce a concretarlo, ad individuarlo poeticamente, comicamente,

facendo ricadere il ridicolo e il disprezzo sui veri autori d'una

colpa, che ci mette orrore, e che egli invece si ostina a far trionfare

ridendo. Ma questa non è l'atmosfera di cui la commedia ha bisogno

per vivere, per respirare liberamente; e però i personaggi della

_Mandragola_ si trovano qualche volta come a un tratto circondati

da una nebbia, che offusca i lineamenti della loro fisonomia reale,

determinata e vivente, che pur costituisce il merito principale di

questa commedia.

Si è detto da qualche critico, che Fra Timoteo è un buon frate,

volendoci l'autore rappresentare in esso solo le conseguenze d'una

falsa religione. Resta però a dimostrare come si possa esser buoni,

ed aiutare a commettere azioni turpi, benedicendole anche in nome

della religione. Che questa, una volta corrotta e mutata in puro

formalismo, sia cagione di molti danni, è vero. Non è però vero che

l'uomo possa mai trascorrere dal bene al male con animo così sereno e

tranquillo, come fa Timoteo. E che dire d'una madre la quale cerca,

ridendo, l'aiuto del confessore, per disonorare la propria figlia,

la sola onesta, ma che finisce anch'essa col ridere del suo morale

naufragio? I sospiri che sembrano qualche volta uscire involontari dal

petto dell'autore, quando deplora i tempi in cui è nato e di cui fa

parte, valgono solo a provar nuovamente, che neppure nella commedia è

possibile sopprimere del tutto quel lato appunto dell'umana natura,

che nella _Mandragola_ è troppo spesso dimenticato. La descrizione

che essa ci dà dell'uomo e delle sue passioni, se è sempre vigorosa

ed originale, non è sempre corretta, come crede il Macaulay. L'arte ha

bisogno della realtà vivente, deve rappresentarci la natura umana nella

sua integrità, ed è uccisa dalle vivisezioni,[222] che possono giovar

solo alla scienza. Al di sotto di ogni delitto, d'ogni corruzione,

vuol sentire da vicino o da lontano la voce della coscienza, che anche

nella colpa non può mai essere spenta del tutto, se prima non si spegne

l'umana natura.

Con tutto ciò, riman sempre certo che la _Mandragola_ fu scritta in

un momento di vera ispirazione, nel quale il Machiavelli finì col

superare sè stesso. La potenza della rappresentazione quasi sempre

felicissima, la freschezza della forma e la profondità del concetto ne

fanno un'opera che, non ostante i suoi difetti, è maravigliosa davvero.

Ma che egli non fosse nato per esser un grande autore drammatico,

lo prova il fatto, che non riuscì mai a compor nulla di simile alla

_Mandragola_. Tutti gli altri suoi tentativi, riconfermarono sempre

che, sebbene avesse scritto una commedia eccellente, egli non avrebbe

mai saputo dare all'Italia un teatro nazionale. Il suo pensiero

dominante, nella forma in cui costantemente lo vedeva, solamente

nelle scienze politiche e storiche poteva riuscire davvero originale e

fecondo, dando inesauribile materia a nuove riflessioni. La commedia

italiana continuò, durante tutto il secolo XVI, a seguire la via in

cui era già prima del Machiavelli entrata. E così avvenne che, con

una fantasia ed uno spirito comico inesauribili; con una ricchezza,

naturalezza, eleganza veramente prodigiose di lingua e di stile; con

una vivacità inarrivabile di dialogo, gl'Italiani produssero un numero

infinito di commedie, senza mai riuscire ad avere nè un Aristofane

nè un Molière.[223] L'arte non è di certo una predica di morale; ma

neppure può, senza rinnegare l'umana natura ed uccidere sè stessa,

supporre che morale non vi sia, o presumere di ridere là dove ci

sarebbe invece materia di pianto.

La _Clizia_, che venne rappresentata a Firenze nel 1525,[224] fu

scritta certo dopo la _Mandragola_, e la ricorda infatti nella terza

scena del secondo atto. L'azione, che in questa è messa nel 1504,

è posta nell'altra due anni dopo, cioè nel 1506.[225] Il merito n'è

assai inferiore, trattandosi d'una pura e semplice imitazione della

_Casina_ di Plauto, essa stessa, com'è ben noto, imitata dal greco. Il

Machiavelli, sebbene qui muti in Fiorentini del suo tempo tutti quanti

i personaggi della commedia antica, pure s'avvicina qualche volta tanto

al suo originale, che addirittura lo traduce; qualche altra invece se

ne allontana, abbandonandosi ad inopportune lungaggini e riflessioni

astratte: di tanto in tanto però raggiunge qui appunto un'assai

grande vivacità. Ma il suo genio comico si dimostra quasi sempre

molto inferiore a quello di Plauto, che vuole emulare; e le sentenze

e considerazioni generali raffreddano lo stile della commedia. Quasi

tutte le aggiunte che vi fa di suo, ne indeboliscono lo svolgimento

drammatico, scemandone il vigore comico.

Il prologo comincia col ripetere, in grave e solenne prosa, ciò che

il Machiavelli ha già tante volte esposto altrove, che gli uomini cioè

sono sempre gli stessi, e però quello che una volta seguì in Atene, è

seguìto anche a Firenze. Egli preferisce il caso di Firenze, perchè

ora non si parla più greco. — Cleandro ed il suo vecchio genitore

Nicomaco si sono innamorati della giovane Clizia, allevata in casa

loro, e tenuta come figlia. Nicomaco vuol darla in moglie al servo

Pirro, e Cleandro, con lo stesso fine, cerca sventare la trama del

padre, proponendo di darla al fattore Eustachio, nel che è secondato

dalla madre, la quale s'è avvista d'ogni cosa. — La rappresentazione,

che spesso è qui solo una narrazione di tutto ciò, forma l'intero

primo atto e parte del secondo. A Plauto bastò invece un semplice

dialogo, vivacissimo e comico, tra il servo ed il fattore, per

entrar subito nel cuore del soggetto, senza prima narrare quello che

doveva poi rappresentare. Ma il Machiavelli non si contenta ancora,

ed aggiunge un lungo monologo di Cleandro, che è un paragone tra la

vita dell'innamorato e quella del soldato, dialogo che starebbe assai

meglio in una dissertazione politica o storica. Più vivace assai, nel

secondo atto, riesce la commedia là dove la moglie disputa col marito,

dicendo che vuol dare la giovane non al servo, ma al fattore, «che sa

attendere alle faccende, ha un capitale, e viverebbe in su l'acqua,

quando l'altro vive nelle taverne, nei giuochi, e morrebbe di fame

nell'Altopascio.» Rimasta sola, essa ci dà una vivacissima pittura

del mutamento che ha fatto il marito, la quale è anche una fedele

descrizione della vita dei borghesi fiorentini a quel tempo. «Udiva

la messa, trattava gli affari, andava ai magistrati, era ordinato in

tutto. Ma da poi che gli entrò questa fantasia di costei, le faccende

sue si trascurano, i poderi si guastano, i traffichi rovinano. Grida

sempre e non sa di che; entra ed esce ogni dì mille volte, senza

sapere quello si vada facendo.» La lingua è vivacissima, piena di motti

fiorentini. Si finisce con un dialogo tra il servo ed il fattore, nel

quale è molto bene imitato quello con cui incomincia la commedia di

Plauto, e ne forma tutto il primo atto.

Nel terzo atto della _Clizia_, Cleandro si duole di trovarsi in lotta

d'amore col padre. E questa sua condizione non apparisce in verità

nè molto comica nè punto tragica. Come nella _Casina_, così nella

_Clizia_, la moglie finalmente s'accorda col marito, per rimettere

tutto alla decisione della sorte. S'imborsano i due nomi, si estrae

quello di colui che sarà lo sposo, e riesce Pirro, secondo il desiderio

di Nicomaco. Questi crede ora di trionfare, ma ha fatto i conti senza

l'oste. Tutto lieto, egli fissa col pieghevole servo come avrà luogo

il matrimonio, e la casa in cui egli, primo e solo, vedrà la novella

sposa. Ma la moglie lo tien d'occhio, non lo perde mai di vista, e

sa disporre le cose in maniera, che il povero Nicomaco si ritrova la

notte non con la Clizia, ma con un famiglio. Il modo in cui il vecchio

marito, tirato nella trappola, diviene ridicolo a tutti, è assai

comico, forse anche più originale che in Plauto stesso,[226] sebbene

nella maggior parte di questo atto il Machiavelli imiti o anche traduca

la _Casina_.[227] La quale riesce però nel suo insieme molto più

naturale, perchè la giovane è promessa sposa ad uno schiavo, non ad un

uomo libero come nella _Clizia_, e la cieca, assoluta sottomissione al

padrone è quindi più verosimile, più tollerabile. Nel quinto atto la

moglie, mediante la trama che ha ordita, raggiunge il proprio fine, ed

il marito umiliato si pacifica finalmente con lei. E qui la commedia

veramente finisce, ma il Machiavelli v'aggiunge di suo quattro scene,

nelle quali si scopre il padre della Clizia, un gentiluomo che arriva

da Napoli; ed allora si celebra il matrimonio di lei con Cleandro.

Quest'ultimo incidente è solo annunziato nella commedia di Plauto,

il quale, come non fa comparire la fanciulla, nel che è seguìto dal

Machiavelli, così non fa comparire neppure Cleandro. Egli capì, che

un figlio in lotta d'amore col proprio padre, non può mai riuscir

veramente comico; e che era addirittura superfluo il portar sulla

scena il padre della fanciulla, il quale in fatti riesce nella _Clizia_

niente altro che una vuota comparsa. Il Machiavelli abbandonò qui il

suo modello, e fu a tutto suo danno.

La _Commedia in prosa_, brevissima, in tre soli atti, è piuttosto una

farsa. Il soggetto è preso da un fatto, di cui sembra che si parlasse

allora molto in Firenze. — Una serva si trova fra il vecchio padrone

Amerigo, che s'è innamorato della comare, moglie di Alfonso, e frate

Alberigo, che s'era innamorato della giovane padrona Caterina. Questa,

confidandosi colla serva, le dice che ormai è stanca, e vuol cercarsi

anch'essa un amante. L'altra allora le parla subito di Alberigo,

vincendo facilmente le resistenze di lei. E il frate, divenuto così

sicuro del fatto suo, cerca di mandare a vuoto la tresca fra Amerigo

e la comare, di cui conosce il marito. Nella casa di costui viene la

moglie d'Amerigo, e dopo aver colà visto prima l'amante, aspetta il

proprio marito, che crede invece trovarvi la comare, e ne segue una

scena clamorosa. In questo mezzo sopravviene, come a caso, il frate,

che cerca metter pace fra marito e moglie, i quali, dopo essersi

di nuovo ingiuriati, s'accordano finalmente, e pigliano a proprio

confessore il frate stesso, che trionfa così ne' suoi intenti. —

L'oscenità è qui anche maggiore del solito, l'azione è più narrata che

rappresentata, e manca un vero svolgimento di caratteri. Il dialogo

ha tutta la vivacità fiorentina del tempo, sebbene non sempre quella

che è più propria del Machiavelli. Se questa commedia fosse veramente

di lui, come per lungo tempo fu creduto, non aumenterebbe di certo la

fama del suo genio comico. Ma dopo che il professor Bartoli pubblicò il

_prologo_ e l'_argomento_ d'una farsa del Lasca, intitolata _Il Frate_,

fu dimostrato che essa è una cosa stessa con la _Commedia in prosa_ la

quale non può quindi essere più attribuita al Machiavelli.[228]

Resta a dir qualche cosa di due altre commedie, quella chiamata

la _Commedia in versi_, e l'_Andria_, che è solo una traduzione

di Terenzio. L'autenticità della prima fu pure messa in dubbio da

parecchi; altri la ritennero invece lavoro giovanile del Machiavelli.

Ciò che potrebbe farla creder sua è il fatto, certo notevolissimo,

che nel ben noto codice strozziano della Nazionale di Firenze, se ne

trova una copia autografa di lui. Ma questa prova esterna perde il suo

valore, quando si pensa che nello stesso codice v'è, di mano pure del

Machiavelli, la _Descrizione della peste_, della quale nessuno oggi lo

crede autore. In fine della commedia trovansi anche di sua mano scritte

le parole: _Ego Barlachia recensui_,[229] E ciò ribadisce il dubbio,

che egli avesse qui copiato alcuni scritti non suoi, del che troveremo

più innanzi nuova conferma. Se poi dalle prove esterne passiamo

alle interne, sarà assai difficile attribuire al Machiavelli questa

_Commedia in versi_. Fondata tutta sull'equivoco di due nomi, Camillo e

Catillo, essa porta sulla scena personaggi e fatti di tempi romani; non

ha intreccio, non bellezza di stile, non realtà o verità di caratteri,

ed è noiosa tanto che non si può reggere alla lettura. Piena d'eterni

monologhi, non ha neppure quei motti e sali fiorentini, che non mancano

mai nelle commedie e nelle poesie del Machiavelli. Scorrendola anche a

caso, difficilmente si crederà che sieno di lui versi come quelli del

monologo che incomincia:

Oh! che disgrazia, oh! che infelicità

È quella di chi vive in gelosia!

Oh! quanti savi tener pazzi fa,

Ma de' pazzi giammai savi non fe'.

Non si mangia un boccon mai che buon sia;

Usasi sempre solo. Adunque egli è

Piacer da mille forche. E spesse volte

Stassi desto la notte a udir quel dice

Sua donna, perchè già n'è sute colte;

Che c'è chi in sogno i fatti suoi ridice.[230]

E così continua per sessanta versi. Un altro monologo incomincia:

Oh! che miseria è quella degli amanti,

Ma molto più di quelli

Ch'hanno i lor modi strani a sofferire!

Io, per me, innanzi vuo' prima morire,

Che seguir tai cervelli.[231]

E continua allo stesso modo per cinquantasei versi. Di simili e

di peggiori tutta questa commedia è piena. Il Polidori, che l'ha

pubblicata fra quelle del Machiavelli, dubita assai della sua

autenticità; l'Hillebrand, che l'accetta come autentica e vi trova qua

e là qualche bellezza, conviene anch'egli che è indegna dell'autore

della _Mandragola_. Il Macaulay però non l'accetta per genuina,

dicendo che nè i meriti, nè i difetti di essa ricordano mai il

Machiavelli.[232] Questa opinione, che fu anche la nostra, è stata

recentemente messa fuori d'ogni dubbio dal fatto che in un codice

Ashburnham. (572 a c. 52^b) Filippo Strozzi scrisse di sua mano che la

commedia era sua.[233]

L'_Andria_ è una traduzione della commedia di Terenzio, che porta lo

stesso titolo. Paragonandola con l'originale, vi si trovano alcuni

luoghi in cui la frase latina non è resa fedelmente, ed altri nei quali

la frase italiana è ancora incerta ed oscura, il che farebbe supporre

che manchi l'ultima lima. In generale però essa non solo interpetra

con fedeltà l'originale latino, ma ha una freschezza ed una spontaneità

assai maggiori che nelle più moderne e reputate traduzioni.[234]

Queste sono le commedie del Segretario fiorentino. Ma non dobbiamo

tralasciar di ricordare, come fu più volte da altri già osservato,

che anche la _Sporta_, la migliore cioè delle due commedie di Giovan

Battista Gelli, sia stata da questo composta sugli abbozzi che

ne lasciò il Machiavelli.[235] E ciò, sebbene da alcuni sia stato

negato, è pur messo fuori d'ogni dubbio dal Ricci, il quale nel suo

_Priorista_, enumerando le opere dello zio, dice chiaro che questi

compose ancora, «pigliando il concepto dall'_Aulularia_ di Plauto,

un'altra commedia detta la _Sporta_; ma perchè gli fragmenti di essa

restarono in mano di Bernardino di Giordano, essendo capitati alle

mani di Giovan Battista Gelli, aggiuntovi poche cose, la diede fuori

per sua.»[236] Questi, nella sua dedicatoria, dice d'avere ritratto il

caso dal vero, e nel prologo riconosce di aver voluto imitare Plauto e

Terenzio; nella scena IV dell'atto III, ricorda la _Mandragola_ e la

_Clizia_ del Machiavelli, senza altro aggiungere. Che egli però, non

solo ne leggesse molto gli scritti, ma spesso anche li imitasse, è cosa

certa. Il concetto stesso della _Circe_, che è il miglior suo lavoro,

trovasi già nell'_Asino d'Oro_ del Machiavelli, che lo aveva preso

dagli antichi; e la sua seconda commedia, intitolata l'_Errore_, fu

in parte almeno, come egli medesimo implicitamente riconosce, imitata

dalla _Clizia_.[237] Quanto alla _Sporta_, leggendola con attenzione,

si può qualche volta credere di ritrovarvi la mano del Segretario

fiorentino, nella più grande naturalezza e vivacità del dialogo, ed in

alcuni monologhi, che hanno le ben note riflessioni di lui. Il Gelli,

secondo noi, con la introduzione di episodî e di personaggi secondarî,

arruffò non poco l'intreccio della commedia, della quale il Machiavelli

assai probabilmente aveva disteso solamente l'ordito, cominciando qua

e là a colorirne le scene e i dialoghi colla sua consueta vivacità.

Sono però ipotesi, giacchè una volta perduto questo suo abbozzo, non

potrà mai con certezza essere determinata la parte che gli spetta nella

composizione della _Sporta_. In ogni modo tutto ciò potrebbe assai poco

aggiungere o levare alla sua fama di autore comico, la quale riposerà

sempre sulla _Mandragola_, sola commedia in cui il Machiavelli dette

prova d'un vero genio drammatico. Fu un momento di felice ispirazione,

di vera creazione poetica, che non si ripetè una seconda volta in tutta

la sua vita.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. III · 第 13 / 77 题