CAPITOLO IX.

Il Machiavelli ha la commissione di scrivere le _Storie_. —

Il Soderini cerca dissuaderlo dall'accettare. — Gita a Carpi

e corrispondenza col Guicciardini. — Papa Adriano VI. — Nuove

proposte di riforme in Firenze. — Congiura contro i Medici e

condanna dei congiurati.

Quando molti, fra i quali lo stesso cardinal dei Medici, cominciavano

a leggere e meditare l'_Arte della Guerra_, la _Vita di Castruccio

Castracani_ era, come abbiamo veduto, già corsa per le mani di tutti

gli amici degli Orti Oricellari, i quali, pur disputando sullo scopo,

sperano trovati d'accordo nel vedere in essa una prova sicura, che il

Machiavelli aveva una singolare attitudine allo stile storico, e lo

avevano perciò incoraggiato a provarsi anche in tal genere. Molti di

questi amici erano allora potenti in Firenze, ed il loro favorevole

giudizio non restò senza effetto utile per lui. Nel novembre del 1520

infatti egli ebbe dagli ufficiali dello Studio fiorentino e pisano

la commissione di scrivere la storia di Firenze. Il cardinale dei

Medici, come arcivescovo _pro tempore_ della Città, era capo dello

Studio e conferiva i grandi accademici, secondo una bolla di Leone

X (31 gennaio 1515), la quale confermava i privilegi già concessi

dall'imperatore Carlo IV.[178] Si deve perciò attribuire in gran

parte all'opera sua la commissione data al Machiavelli, il quale poi

a lui appunto, divenuto papa Clemente VII, dedicò le _Storie_, e da

lui ricevette più tardi nuovo aiuto a continuarle. La _condotta_,

come la chiamavano, egli l'ebbe nello Studio di Pisa, per mezzo del

suo parente Francesco del Nero, il quale allora appunto era stato

mandato presso quella Università, per riparare ai disordini che v'erano

seguiti. Il Machiavelli formulò di sua mano la proposta, la quale fu

che, per un numero d'anni e con un salario che egli non determinava,

dovesse scrivere la storia di Firenze «da quello tempo che gli parrà

più conveniente, et in quella lingua latina o toscana che più gli

parrà.»[179] Gli ufficiali dettarono la deliberazione il dì otto

novembre 1520, _conducendolo_ per due anni, l'uno fermo e l'altro a

loro beneplacito, con salario di cento fiorini l'anno, e con l'obbligo

d'essere a servizio loro, se altro gli volessero comandare.[180]

Il Machiavelli si pose subito all'opera, ma, com'era naturale, per

qualche tempo non potè far altro che studî preparatorî, tanto più che

ebbe varie interruzioni. Anzi, donde meno se lo aspettava, gli venne

ora il consiglio di ricusare addirittura l'incarico, per accettare

invece un'assai diversa offerta. Piero Soderini, l'ex-gonfaloniere,

dopo che da Ragusa gli aveva scritto, dando consigli[181] che, a

quanto pare, non furono accettati, tornato a Roma, non gli aveva

più indirizzato lettere, o almeno noi non abbiamo notizia alcuna di

corrispondenza seguita fra loro. Vedemmo invece come, per evitare

sospetti pericolosi, usavano mille riguardi vicendevoli. A un tratto

però il Soderini ruppe il lungo silenzio, scrivendogli da Roma il 13

aprile 1521: «Giacchè non vi piacque la proposta che vi feci da Ragusa,

ho preso occasione di suggerire il vostro nome a Prospero Colonna,

che cerca un segretario, ed egli, conoscendo la fede vostra, ha

accettato. La provvisione sarà di dugento ducati d'oro e le spese. Se

vi soddisfa, partite subito e senza conferire con alcuno, in modo che

si sappia prima il vostro arrivo che la partenza. Non saprei trovare

per voi partito migliore di questo, il quale giudico assai preferibile

allo stare costà, a scrivere storie a fiorini di suggello.»[182] Come

e perchè a un tratto così viva e non chiesta premura; così insolito

disprezzo per lo scrivere storie, con un sussidio concesso dallo Studio

fiorentino, per iniziativa dei Medici, in un tempo nel quale tutti

ne accettavano in Italia dai Mecenati, e l'essere storico ufficiale

d'uno Stato grande o piccolo era reputato un onore invidiabile? La

spiegazione si può facilmente indovinare. I Soderini con l'aiuto dei

Francesi tramavano allora, come vedremo fra poco, una congiura contro i

Medici, ed anche l'ex-gonfaloniere, uscendo dalla sua lunga neutralità,

vi pigliava parte. Era quindi naturale che vedesse assai poco

volentieri, che ora appunto il suo antico segretario entrasse nella

loro grazia, e perciò la grande premura per allontanarlo da Firenze.

Prospero Colonna si trovava a servizio degli Spagnuoli, nemici dei

Francesi; laonde, quando pure si fosse scoperto da chi veniva l'offerta

al Machiavelli, l'autore di essa non ne avrebbe avuto danno, sebbene il

segreto fosse preferibile e quindi assai raccomandato.

Ma il Machiavelli non poteva in verun modo accettare un'offerta così

inaspettata, che arrivava nel momento in cui le sue condizioni erano

davvero per migliorare in Firenze. Uscito appena dalle persecuzioni

e dai sospetti, correva rischio di vedersi confiscati i beni, se

improvvisamente abbandonava la Città contro il volere dei Medici, e

per suggerimento dei loro nemici, quali ormai già s'erano dichiarati

i Soderini, quantunque ancora non si sapesse che cospiravano. Egli

adunque non solo continuò i lavori per le Storie, ma accettò anche un

altro incarico temporaneo, che ricevette dal Cardinale, con lettera

firmata il dì 11 maggio 1521 da Niccolò Michelozzi segretario degli

Otto di Pratica. Con essa era inviato a Carpi, dove si riuniva allora

il Capitolo Generale dei Frati Minori, ai quali doveva chiedere,

in nome della Signoria e del Cardinale, che i Minori residenti nel

territorio fiorentino fossero separati dagli altri in Toscana, per

poterli meglio sorvegliare e correggere, con vantaggio della religione

e del costume, che andava fra loro decadendo.[183] E perchè riuscisse

anche più singolare questa commissione che, data al Machiavelli, era

già singolarissima, egli non era appena arrivato a Carpi, che ricevette

un'altra lettera de' 14 maggio, con cui i Consoli dell'Arte della Lana,

ai quali era affidata la cura di Santa Maria del Fiore, lo pregavano

d'ottenere dal superiore dell'Ordine licenza di lasciar venire in

Firenze un frate detto il Rovaio, che essi avevano eletto predicatore

per la futura quaresima.[184] Il Machiavelli, com'è da credere, prese

questo secondo incarico assai leggermente, e se ne occupò poco o

nulla, tanto più che lo stesso frate Rovaio non sembrava aver voglia

di predicare in Firenze. Quanto poi al decreto di separazione, sebbene

insistesse molto, anche in nome del Cardinale, presso il Ministro

generale e gli assessori del Capitolo; sebbene presentasse due Brevi

favorevoli del Papa, i frati sofisticarono sulle parole, e dichiararono

di dover portare la cosa all'assemblea generale. Onde stanco finalmente

d'una faccenda, che s'andava prolungando, e che, affidata a lui,

sembrava divenire ridicola, partì a un tratto, fermandosi per via

qualche giorno a Modena, come ne fu richiesto dal Cardinale stesso, per

vedere il Guicciardini, che era colà governatore in nome del Papa, ed

ancora perchè il cavalcare in fretta gli nuoceva, essendo minacciato

dal male della pietra[185].

Questa commissione ha qualche importanza solamente per la

corrispondenza, che il Machiavelli allora appunto tenne da Carpi col

Guicciardini. Motteggiavano fra di loro sull'affare del predicatore e

dei frati, ed egli, annoiato del tempo che perdeva colà, s'abbandonava

al suo spirito mordace e satirico, con tutta la vivacità del suo

stile. Il Guicciardini scriveva il 17 maggio augurandogli che per

l'affare del predicatore potesse rispondere ai Consoli dell'Arte

della Lana, secondo l'aspettazione che avevano di lui, «e secondo

che ricerca l'onore vostro, quale si oscurerebbe se in questa età

vi dessi _all'anima_,[186] perchè avendo sempre vivuto con contraria

professione, sarebbe attribuito piuttosto al rimbambito che al buono.»

Sperava che si affretterebbe, perchè nello stare colà portava due

pericoli: «l'uno _che quelli frati santi non vi attacchino dello

ipocrito_, l'altro che quell'aria da Carpi non vi faccia diventare

bugiardo, perchè così è l'influsso suo, non solo in questa età, ma

da molti secoli in qua.»[187] Ed il Machiavelli rispondeva lo stesso

giorno, con uguale ironia. Egli perdeva il tempo, aspettando che i

frati eleggessero il generale e gli assessori. Pregava perciò il

Guicciardini che, andando a spasso, arrivasse insino a Carpi per

visitarlo, o che almeno gli mandasse un secondo fante con lettera,

perchè sarebbe molto più stimato dai frati, quando vedessero

spesseggiare gli avvisi.[188] «E vi so dire che alla venuta di questo

balestriere, con la lettera e con un inchino infino in terra, e col

dire che era stato mandato apposta e in fretta, ognuno si rizzò con

tante riverenze e tanti romori, che gli andò sossopra ogni cosa, e

fui domandato da parecchi delle nuove. Ed io, perchè la riputazione

crescesse, dissi: che l'Imperatore si aspettava a Trento, e che gli

Svizzeri avevano indetto nuove Diete, e che il re di Francia voleva

andare ad abboccarsi con quel re; ma che questi suoi consiglieri ve lo

sconsigliavano. In modo che tutti stavano con la bocca aperta e con la

berretta in mano; e mentre che io scrivo ne ha un cerchio d'intorno, e

veggendomi scrivere a lungo, si maravigliano e guardonmi per spiritato;

e io per fargli maravigliare più, sto alle volte fermo sulla penna e

gonfio, ed allora essi sbavigliano, che se sapessino quel che io vi

scrivo, se ne maraviglierebbero più.» Quanto alle bugie dei Carpigiani,

e quanto alla ipocrisia dei frati, il Machiavelli, spingendo l'ironia

sino al cinismo, rispondeva che non ne aveva paura, perchè da un pezzo

era in esse divenuto maestro, ed anche dicendo il vero, lo nascondeva

fra le bugie.[189] E così continuarono con qualche altra lettera. Il

Guicciardini, divenuto un momento più grave, scriveva che la condizione

presente del Machiavelli ricordavagli quella di Lisandro, costretto

a distribuire la carne a quei medesimi soldati che aveva condotti

alla vittoria.[190] Deplorava che un uomo, adoperato presso tanti re

ed imperatori, fosse ora costretto a «succiare la repubblica degli

zoccoli.» Si rallegrava con lui della commissione avuta di scrivere le

Storie, lo diceva «_ut plurimum_ estravagante di opinione dalla comune,

e inventore di cose nuove e insolite.» Poi tornava allo scherzo.[191]

Il Machiavelli rispondeva anch'egli ridendo, e conchiudeva che in ogni

modo aveva fatto pasti eccellenti e si era rinfantocciato. Così ebbe

fine questa commissione, che il Guicciardini giustamente chiamava

una baia. Nè essa poteva durare più a lungo, perchè ormai i frati

cominciavano ad avvedersi che il Machiavelli si prendeva gioco di loro.

Giunto a Firenze, egli attese alle Storie e ad altri lavori letterari;

ma poco dopo seguiva la morte di Leone X, con tutti i mutamenti che

n'erano necessaria conseguenza. La guerra fu sospesa, perchè mancavano

i danari, coi quali era stata principalmente alimentata dal Papa; e

però gli Spagnuoli dovettero licenziare i fanti tedeschi, quasi tutti

gli Svizzeri. Ed allora subito coloro che erano stati lungamente

oppressi, si sollevarono. Francesco Maria della Rovere ricuperò Urbino,

Pesaro, il Montefeltro, anche San Leo già dato ai Fiorentini, ai quali

restò solo il piviere di Sestino. Sigismondo Varano, antico signore di

Camerino, tornò nel suo Stato, cacciandone lo zio Giammaria, messovi da

Leone X. Alfonso d'Este ricuperò quasi tutti i suoi dominî, ma non potè

riavere Modena e Reggio. Il governatore Francesco Guicciardini seppe,

nell'interesse della Sede pontificia, difendere Parma da un assalto che

le fu dato. Più tardi Malatesta ed Orazio Baglioni tornarono a Perugia.

Il Conclave intanto, dopo quattordici giorni, non aveva nulla concluso.

Aspiravano al papato il cardinal Wolsey, il cardinal de' Medici, il

Cardinal Soderini ed altri. Le cose andarono in lungo tanto che lo

stesso Medici, il quale capì che l'ora non era per lui anche sonata,

e vedeva per la sua prolungata assenza messo in forse anche il dominio

di Firenze, propose uno straniero, lontano e quasi ignoto in Italia. La

proposta fu accettata, e venne eletto il cardinale di Tortosa, Adriano

Dedel di Utrecht, il quale era stato maestro di Carlo V, e prese il

nome di Adriano VI.

L'indignazione del popolo contro l'elezione di questo papa straniero

fu tale e tanta, che molti scrissero sulle loro case: _Roma est

locanda_. E lo scontento divenne generale, quando Adriano fu

conosciuto da vicino. Nato il 2 marzo 1459, eletto il 9 gennaio 1522,

egli non parlava l'italiano, e pronunziava il latino in modo che ai

Romani riusciva poco o punto intelligibile. Uomo culto e di costumi

intemerati, diminuì subito le spese della Corte, restringendo tutto al

puro necessario. Nè con ciò faceva altro che accrescere il malcontento.

Voleva seriamente occuparsi di religione e riformare la Chiesa;

lasciar da parte le feste, i poeti e gli artisti; ma nessuno gli dava

retta. E così si trovò subito in un mondo a lui affatto sconosciuto,

dal quale non era inteso, nè molto meno amato. Pasquino lo canzonava

continuamente, ed egli, invece di riderne come facevano i Romani, se

ne sdegnava tanto, che un giorno voleva farne gettare la statua nel

Tevere. Ma il duca di Sessa gli disse, che Pasquino avrebbe continuato

le sue satire, perchè sapeva parlare anche sott'acqua come le rane.

Tutti in Roma, massime gli artisti ed i letterati, non più protetti

dal Papa, erano adiratissimi contro lui e contro i suoi più intimi, dei

quali neppur sapevano pronunziare i nomi.

Ecco che personaggi, ecco che Corte,

Che brigate, galanti cortigiane,

Copis, Vincl, Corizio e Trincheforte!

Nomi da fare sbigottire un cane.[192]

Così scriveva il Berni in un capitolo contro l'elezione d'Adriano, e

contro i quaranta cardinali _poltroni_, che gli avevano dato il loro

voto, e che venivano dal poeta ricoperti d'ingiurie. Egli ebbe quindi

una vita assai infelice nel suo papato, che fortunatamente per lui durò

poco, giacchè il 14 settembre 1523 cessò di vivere. La gioia allora

fu così grande nella Città Eterna, che alla porta del medico il quale

lo aveva assistito, furono appese corone con la iscrizione: _Ob Urbem

servatam_.[193]

A Firenze seguivano intanto altre novità. Il cardinale de' Medici

governava con prudenza e, secondo il giudizio anche di repubblicani

come il Nardi, riusciva superiore all'aspettativa, meglio certamente

di Giuliano e di Lorenzo, che alla Città avevano sempre poco o nulla

pensato. Civile nei modi, accorto e paziente, cauto nel costume tanto

da non dar luogo a maldicenze, amava Firenze e cercava abbellirla.

Vi costruì un canale per impedire in essa le inondazioni dell'Arno,

ne fortificò le mura; e senza essere un gran Mecenate proteggeva

letterati ed artisti.[194] Ma non per ciò gli mancavano nemici e

nemici pericolosi. In Firenze v'erano i fautori di libertà, e fuori

v'erano i Soderini, che nutrivano contro di lui un odio irrefrenabile.

Essi non potevano mai perdonare ai Medici, che li avevano cacciati di

Firenze, il parentado promesso, come segno di conciliazione, e poi

non mai concluso. Il cardinal Soderini s'era inoltre trovato nella

congiura del Petrucci contro Leone X, ed unito ai Francesi, aveva fatto

vivissima opposizione al cardinal dei Medici nell'ultimo Conclave. Lo

stesso sarebbe inevitabilmente seguito alla morte d'Adriano. Per tutte

queste ragioni non era sperabile, che vi fosse più pace fra di loro. I

Soderini in fatti si adoperavano a tutt'uomo per avversare il governo

dei Medici a Firenze, dove cercavano e trovavano aderenti, dandosi per

ciò molto da fare anche l'ex-gonfaloniere.

Il maggiore scontento era adesso tra i giovani che frequentavano la

compagnia degli Orti Oricellari, sebbene in origine fossero stati

quasi tutti partigiani de' Medici. Qualcuno s'era, come allora seguiva

facilmente, da essi alienato per ragioni tutte personali; altri come

Zanobi Buondelmonti, Luigi Alamanni, Iacopo da Diacceto, educati alle

lettere classiche, animati da una voglia grandissima di far qualcosa

di straordinario, che illustrasse il loro nome, s'erano andati ogni

giorno più esaltando nel sentire i ragionamenti del Machiavelli.

Questi, che ormai aveva passato i cinquant'anni, e non pensava certo

a congiure, non s'avvedeva neppure che i suoi scritti e più ancora i

suoi discorsi facevano sull'animo di quei giovani un effetto che non

era solo letterario o scientifico. Continuava quindi con entusiasmo

a parlar loro di repubblica romana e d'Italia; di popolo armato; di

grandi uomini messi in cielo accanto agli Dei, per avere sacrificato

alla patria le sostanze, la vita. Ed intanto alcuni de' suoi uditori

cominciavano a intendersi coi Soderini ed a cospirare con essi, senza

nulla dire a lui nè agli altri compagni, molti dei quali rimanevano

sempre amici del Cardinale e ne frequentavano la casa. Questi poi,

di buona o di mala fede che fosse, aveva anch'egli contribuito ad

infiammar l'animo di quei giovani. Sia che qualche volta pensasse sul

serio, secondo il concetto già espostogli dal Machiavelli, a riordinar

la Repubblica per modo, che dopo la sua morte rimanesse libera davvero;

sia (e ciò era forse la verità) che volesse, coll'alimentare le

illusioni degli scontenti, scoprirne i nomi, certo è che egli, come

aveva già fatto altre volte, continuava anche ora ad interrogar molti

sul modo di ricostituire e riordinar la Repubblica. E per ispirare

a tutti maggior fede nelle sue intenzioni, si faceva di continuo

veder passeggiare nel proprio giardino col poeta Girolamo Benivieni,

l'ardente seguace del Savonarola.[195]

Così fu che gli presentarono nuove proposte di riforma Zanobi

Buondelmonti, Alessandro de' Pazzi, e Niccolò Machiavelli. La prima

non abbiamo, ma fu vista dal Nerli che la ricorda. Quella del Pazzi,

che venne poi pubblicata, proponeva un Gonfaloniere perpetuo, un

Consiglio Grande ed un Senato, il quale doveva essere anch'esso a vita,

rinnovandosi da sè stesso, ed avere in mano la somma delle cose.[196]

Com'era naturale poi in chi sosteneva questo governo aristocratico,

al Pazzi non piaceva la proposta assai più democratica fatta già

a Leone X dal Machiavelli. Ma questi la ripeteva ora al Cardinale,

modificandola alquanto, solo per renderla ancora più esplicita, e

dandole addirittura la forma di deliberazione. «Considerando i nostri

Magnifici ed Eccelsi Signori, come nulla sia più laudabile cosa, che

l'ordinare una repubblica concorde e libera, nella quale ogni privato

interesse ceda al pubblico bene, e gli appetiti d'una falsa gloria

si spengano; confortati e spinti dal reverendissimo nostro Signore,

signor Giulio cardinal dei Medici; invocato il nome di Dio, provvidono

ed ordinarono, ecc.» Così cominciava la proposta di provvisione, la

quale ricostituiva il Consiglio Maggiore, rappresentante di tutto il

popolo, coi poteri già avuti prima del 1512; ordinava la elezione di un

Gonfaloniere ogni tre anni; annullava i Consigli del Popolo, del Comune

e dei Cento, trasformando quello dei Sessanta in una specie di piccolo

Senato o nuovo Consiglio dei Cento, con l'autorità stessa che avevano

avuta gli Ottanta prima del 1512. Si proponeva inoltre di far eleggere

dai Signori in ufficio dodici cittadini di 45 anni finiti, ai quali,

insieme col Cardinale, veniva per un anno solo concessa, senza poterla

prorogare nè rinnovare, piena autorità di fare altre leggi.[197] E

ciò sempre per assicurare ai Medici il potere durante la loro vita. Il

Machiavelli compose allora anche un altro breve scritto sulla milizia

cittadina, cercando senza mai smettere, di persuadere a tutti, che

unico modo ad avere un buono esercito era il ricostituire l'Ordinanza,

come a tempo del Soderini, non restringendola però a pochi armati, come

s'era fatto recentemente, perchè ciò la rendeva inutile.[198]

La fede nelle buone intenzioni del Cardinale divenne allora così

generale, che Filippo de' Nerli, frequentatore degli Orti Oricellari, e

sempre fidato pallesco, narra come la Città si trovasse divisa, e gli

animi sollevati per queste nuove speranze. Ricordando poi che appunto

per ciò si proposero in quei giorni parecchi modelli di riforma,

aggiunge: «Se ne scopersero molto Zanobi Buondelmonti ed anche Niccolò

Machiavelli, gli scritti dei quali io vidi, e tutti andavano nelle mani

del Cardinale, che mostrava farne grandissimo capitale. Alessandro de'

Pazzi scrisse una molto elegante e bella orazione latina, con la quale

lo ringraziava, in nome del popolo, per la restituita repubblica, e

fu letta con applausi fra molti cittadini, ad una cena.» Le cose, egli

continua, andarono tanto oltre, che il Cardinale cominciò a pensare di

farle tornare indietro, ma non sapeva più come.[199] E Iacopo Nardi,

che nelle sue _Storie_ fa pur molti elogi al governo di lui, dice

chiaro che in questa occasione egli «simulava, abusando della buona

fede di alcuni forse troppo creduli cittadini, che tanto più facilmente

cadevano nell'inganno, quanto più vedevano che non dava punto ascolto

ai lamenti ed ai rimproveri de' suoi intimi, i quali avvertivano che

questo era un gioco pericoloso.» Ma il suo animo cominciò a scoprirsi

finalmente, quando il Pazzi gli presentò la propria orazione. Rispose

che era in quel momento assai occupato e non poteva leggerla; la

portasse a Niccolò della Magna, il tedesco Niccolò Schömberg, suo

fidatissimo. E questi, dopo averla letta, disse con molta freddezza:

«Piace veramente la vostra orazione, ma non punto il suggetto di

quella.»[200]

Fu chiaro allora a tutti che Sua Eminenza aveva giocato finamente

d'astuzia, ingannando gl'ingenui. Egli aveva nell'ultimo Conclave

dovuto capire, che l'odio de' Soderini era inestinguibile, che essi

tramavano qualche cosa contro di lui, e ciò lo aveva, come vedemmo,

indotto ad affrettare il suo ritorno a Firenze. Nè poteva ignorare

che Battista della Palla, per favori chiesti e non ottenuti, era da

amico divenuto nemico, e se ne stava in Roma a trattare anch'egli

co' Soderini, ricevendo da Firenze lettere continue. Ma con chi

corrispondesse, che cosa tramasse, non riusciva facile indovinarlo.

Malatesta ed Orazio Baglioni erano col duca d'Urbino andati nel Senese,

dopo la morte di Leone X, col proposito di mutarvi il governo, indotti

a ciò dal cardinal Soderini, nemico del Petrucci, messo colà dai

Medici. Dopo questo primo passo, si sperava di poterli più facilmente

cacciar da Firenze. Ma il cardinale Giulio mandò a vuoto l'impresa,

per mezzo di Svizzeri e Tedeschi da lui assoldati, riuscendo poi a

prendere i Baglioni stessi e il duca d'Urbino ai suoi stipendi. Poco

dopo s'avanzava con le sue genti Lorenzo Orsini, detto Renzo da Ceri,

mandato anch'egli dal cardinal Soderini, a tentar di nuovo la fallita

impresa. E da Genova partivano, al medesimo scopo, parecchi soldati

francesi. Ma anche questo secondo tentativo andò a vuoto, perchè il

cardinal de' Medici aveva riassoldato un discreto numero di fanti

e di cavalli; ed i Francesi furono richiamati, per la cattiva piega

che pigliavano le loro cose in Lombardia. Il Conclave che, aspettando

l'arrivo di papa Adriano, governava in Roma, si dimostrò subito avverso

all'impresa; e Renzo da Ceri allora, non avendo più animo di avanzarsi,

tornò indietro.[201]

Questi fatti però dimostravano ad esuberanza, che i nemici dei Medici,

in Firenze e fuori, non erano pochi, non mancavano nè di animo, nè di

danari. E per iscoprire appunto chi essi erano, il Cardinale continuava

con sempre maggiore insistenza i ragionamenti sulla ricostituzione

della Repubblica. Un tal suo procedere non restò finalmente senza

qualche resultato. Il poeta Luigi Alamanni, Zanobi Buondelmonti, Iacopo

da Diacceto ed altri giovani degli Orti Oricellari avevano d'accordo

coi Soderini cospirato d'ammazzarlo. Battista della Palla era il loro

intermediario in Roma, ed essi aspettavano che riuscisse l'impresa

di Renzo da Ceri, per metter mano ai pugnali. Fallita invece tale

speranza, per meglio nascondersi, si rivolsero con più calore degli

altri ad esaltare la finta liberalità del Cardinale. Speravano così

di salvare la vita, e senza i pericoli della congiura, che ormai non

poteva più riuscire, costringerlo a dare le riforme promesse o fatte

sperare.[202] Tutto ciò doveva certo insospettire, ma non bastava a

scoprirli con sicurezza, perchè insieme con essi molti altri ancora

esprimevano le medesime opinioni, ed al Cardinale perciò non era

possibile distinguere chiaramente gli amici dai nemici.

Il caso venne allora in suo aiuto. Fu in quei giorni appunto preso il

corriere, che aveva portato le lettere e le notizie fra Battista della

Palla e i congiurati di Firenze. Costui confessò d'aver parlato con

Iacopo da Diacceto, il quale subito venne chiuso in carcere. Il poeta

Luigi Alamanni, che era entrato nella congiura e si trovava in villa,

fu avvertito in tempo. Egli fuggì allora in così gran fretta, che non

pensò neppure a mettere in sull'avviso suo cugino Luigi di Tommaso

Alamanni, il quale aveva del pari congiurato, e trovavasi in Arezzo,

dove fu preso. Zanobi Buondelmonti passeggiava per la Città con Filippo

dei Nerli, quando seppe che tutto era stato scoperto. Corse subito a

casa per nascondersi; ma la moglie, raccolto il denaro che v'era, lo

indusse a fuggire. E così potè andarsene prima in Garfagnana, dove

era governatore Lodovico Ariosto suo amico; poi ricoverò, insieme con

l'Alamanni, in Francia.

A Firenze si procedette intanto ad un giudizio sommario. Iacopo da

Diacceto, messo alla tortura, senza punto esitare, disse: «Io mi

voglio cavare questo cocomero di corpo: noi abbiamo voluto ammazzare

il Cardinale.» Ed aggiunse, che ciò avevano deliberato, non per odio

a lui, ma per amore della libertà, e perchè sapevano che egli fingeva

nel parlar di riforme.[203] Finito il processo, il Diacceto e Luigi

di Tommaso Alamanni furono decapitati il 7 di giugno 1522, avanti

giorno. Prima di morire, il Diacceto scrisse alcuni versi latini

pieni di reminiscenze classiche, cosa assai comune a quel tempo.[204]

Continuarono poi le indagini e le condanne. I Soderini furono quasi

tutti dichiarati ribelli; all'ex-gonfaloniere, che era stato citato,

ma che morì il 13 giugno, vennero confiscati i beni, e fu dannata la

sua memoria.[205] Altri ancora furono presi e processati, senza però

che se ne cavasse nulla, perchè i veri e soli colpevoli erano già morti

o lontani. Il cardinal Soderini non cessava per questo di tramare coi

Francesi contro gli Spagnuoli e loro amici o protetti, quali erano i

Medici. Se non che Adriano VI, il quale, sebbene molto temperato ed

equanime, già manifestamente aderiva a Spagna, finì presto col farlo

chiudere in Castel Sant'Angelo. Così tutto tornò tranquillo in Firenze,

nè della nuova libertà si fece più parola.

Questa congiura, con la sua repressione sanguinosa, sciolse

necessariamente la compagnia degli Orti Oricellari. Il Machiavelli, per

sua fortuna, non cadde allora in sospetto, sebbene non restasse senza

qualche carico d'avere co' suoi discorsi, sia pure involontariamente,

acceso gli animi dei più giovani e più impetuosi. Il cardinal dei

Medici gli restò tuttavia benevolo. Se non che la sua elezione al

pontificato, che seguì poco dopo, lo indusse, come vedremo, a lasciare

il governo di Firenze nelle mani del cardinal di Cortona, che, in nome

del nuovo Papa, resse la Città con assai minore esperienza e maggiore

durezza. Il Machiavelli dovette quindi decidersi a vivere sempre più

ritirato in villa, dove attese alle _Storie,_ e condusse a termine

diversi lavori letterarî, fra i quali primeggiano le commedie. Di

queste dobbiamo ora parlare.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. III · 第 12 / 77 题