CAPITOLO VIII.

L'_Arte della Guerra_.

Noi abbiamo già ricordato che il Machiavelli scrisse in questi anni

a Firenze i sette libri dell'_Arte della Guerra_. Dedicati a Lorenzo

di Filippo Strozzi, che lo aveva presentato in casa Medici, essi sono

dialoghi, che si suppongono tenuti negli Orti Oricellari fra Cosimo

Rucellai, Fabrizio Colonna, Zanobi Buondelmonti, Battista della Palla

e Luigi Alamanni, nel 1516, quando il Colonna, finita la guerra di

Lombardia, era tornato a Firenze. È chiaro però che quest'opera fu

scritta alcuni anni dopo, giacchè sin dalle prime pagine l'autore parla

della morte di Cosimo Rucellai, che non avvenne prima del 1519.[115]

Il libro si può credere già finito nel 1520. In fatti il 17 novembre

di questo anno Filippo dei Nerli, scrivendo al Machiavelli, gli diceva

di non aver ricevuto ancora nè la _Vita di Castruccio_ nè l'opera

_De re militari_, e del non aver quest'ultima specialmente si doleva,

perchè anche il cardinal de' Medici la voleva leggere.[116] L'_Arte

della Guerra_, in ogni modo, era già stampata in Firenze, il 16 agosto

1521.[117]

Come il _Principe_ svolge più ampiamente alcune idee già accennate

nei _Discorsi_, così l'_Arte della Guerra_ espone a lungo ciò che in

essi è brevemente detto sul modo di formare gli eserciti, e condurli

dinanzi al nemico. Le tre opere in vero, dominate da uno stesso

concetto, si potrebbero facilmente riunire in una sola. I _Discorsi_,

che contengono in germe le altre due, e però tutto il sistema politico

dell'autore, ragionano principalmente del come render libero lo Stato;

il _Principe_, del come si fonda una monarchia nuova ed assoluta, per

potere poi con essa rendere unita e indipendente la patria; l'_Arte

della Guerra_ espone come si debba armare il popolo, per difendere

non solo la libertà, ma anche l'indipendenza di uno Stato, sia esso

repubblica o monarchia. Ed in tutto ciò il Machiavelli, pur discorrendo

assai spesso teoricamente ed in termini generali, mira sempre in

particolare all'Italia. Laonde questi suoi scritti hanno nello stesso

tempo un valore non solo scientifico, ma anche storico e pratico, il

che, se ne aumenta il valore, rende sempre più difficile il giudicarli.

A fare poi un esame accurato ed una vera critica dell'_Arte della

Guerra_, s'incontrano altre e maggiori difficoltà. Agli uomini pratici

delle armi facilmente sfugge il carattere storico d'un libro, che,

messo fuori de' suoi tempi, riesce affatto incomprensibile, ed ai

profani non è possibile determinar con precisione il valore intrinseco

e tecnico, che esso ha certamente. Nè giova a diminuire tali difficoltà

il non essere neppure il Machiavelli stato mai, a parlar propriamente,

un uomo del mestiere. Ciò in fatti non agevola punto il giudicare

che reale importanza abbiano davvero le sue teorie militari, in quali

errori sia egli caduto, e quali di questi errori derivino dalla sua

inesperienza, quali invece da' suoi tempi. Quando egli scriveva, le

armi da fuoco non avevano ancora prodotto quella rivoluzione negli

eserciti, che li modificò poi sostanzialmente, creando la tattica

moderna. Anzi una scienza della tattica non era allora neppur

cominciata. Il Machiavelli fu di certo colui che osò primo iniziarla,

e lo fece con un'audacia intellettuale non punto minore di quella con

cui s'era deciso a fondare la scienza dello Stato. Fino a che punto vi

riuscì? È questa la domanda a cui si deve, ed a cui è assai difficile

rispondere, specialmente quando si è affatto estranei a tali studî.

Cercheremo quindi valerci degli autori più competenti, dei consigli e

suggerimenti di persone del mestiere, alle quali molto spesso dovemmo

ricorrere per avere aiuto in questo capitolo.[118] Fortunatamente però

vi sono nel libro del Machiavelli alcune idee fondamentali e generali

d'un grandissimo valore politico-militare, che si possono esporre e

giudicare da ognuno. E di queste ci occuperemo prima di procedere ad un

esame più speciale e minuto dell'opera.

L'arte della guerra, come del resto tutta la società in Europa, era

allora in una grande e rapida trasformazione. Gli uomini d'arme,

coperti di ferro da capo a piedi, cavaliere e cavallo, avevano con le

loro lunghissime lance cominciato nel Medio Evo ad abbattere i fanti,

che perciò finirono col cadere in discredito, e così il nerbo degli

eserciti fu la cavalleria pesante. Di questa vennero principalmente

composte le Compagnie di ventura, che in Italia prevalsero, riducendo

quasi a nulla le milizie degli antichi Comuni, formate da artigiani,

i quali militavano a piedi, e assai difficilmente potevano trovare il

tempo e i denari per educarsi ai più lunghi e difficili esercizî della

cavalleria. Nel secolo XV però le fanterie degli Svizzeri scesero dai

loro monti a difesa della propria libertà. Coperti d'una semplice

corazza, riuniti in grossi e serrati battaglioni, con lunghissime

picche, che poggiavano a terra, e puntavano contro gli uomini d'arme,

essi combatterono con grandissimo valore contro l'Austria e contro

i duchi di Borgogna, dimostrando come i fanti potevano resistere non

solo, ma vincere anco la più forte cavalleria. Con ciò conquistarono

nello stesso tempo la loro indipendenza e la reputazione d'essere i

primi soldati del mondo. Cominciarono quindi a servir come soldati

di ventura presso gli stranieri, e furono subito da tutti ricercati

in modo, che pareva non si potesse più vincere una battaglia, senza

avere in aiuto un buon numero di Svizzeri. Vennero imitati prima dai

lanzichenecchi tedeschi, poi dagli Spagnuoli, e sempre con fortuna.

Così a poco a poco la forza principale degli eserciti si fondò sulla

fanteria, e non più sulla cavalleria; s'andò abbassando la temuta

potenza delle antiche Compagnie di ventura, che per molte altre ragioni

dovevano col tempo scomparire; e neppure i tanto celebrati uomini

d'arme francesi furono più giudicati invincibili dai fanti.

Di tutto questo il Machiavelli cominciò ad avvedersi sin dalla prima

esperienza che ebbe di cose militari al campo di Pisa, e sempre più

se ne convinse nei viaggi da lui fatti più tardi nella Svizzera e nel

Tirolo. E su di ciò si pose lungamente a meditare. L'idea fondamentale

della sua _Arte della Guerra_ è in fatti, che la vera milizia è il

popolo armato; che in ogni tempo il nerbo degli eserciti sta nella

fanteria, e quindi che all'ordinamento ed alla disciplina di questa

bisogna sopra tutto provvedere. Nei paesi, egli dice, dove, come

in alcune regioni dell'Asia, sono immense pianure e popolazioni

nomadi, può darsi che la cavalleria debba nella guerra avere una

parte predominante; ma in Europa essa vale solo a fare scorrerie, a

riconoscere il paese, a venire alcuna volta in aiuto dei fanti, ad

inseguire il nemico vinto, non però mai a decidere la battaglia. E lo

dice e ripete con tanta precisione, con tanta sicurezza, che autorevoli

scrittori militari affermano trovarsi in queste sue parole addirittura

il linguaggio di un tattico moderno.[119]

Partendo da tale concetto, il Machiavelli veniva dalla sua ammirazione

pei Romani naturalmente condotto a studiare in Tito Livio, in Polibio,

sopra tutto in Vegezio l'ordine, la formazione, la disciplina della

loro fanteria, e si persuase subito che la legione romana era un

modello, non solo da imitarsi, ma assai difficilmente superabile.

Nè in ciò s'ingannava. Anche dopo di lui essa fu, per più secoli,

oggetto di studio e di ammirazione da parte dei grandi riformatori

di eserciti. Se in fatti lasciamo per poco da un lato le profonde

modificazioni portate nella tattica moderna dalle armi da fuoco,

la legione romana resta anch'oggi un modello non mai superato, e

dal quale si può tuttavia apprendere molto. A tali studî unendo

l'esperienza avuta dei fanti svizzeri, le osservazioni ripetute ne'

suoi viaggi sui fanti tedeschi, e quello che aveva negli ultimi anni

sentito degli Spagnuoli, il Machiavelli si pose a meditare sulla

riforma della fanteria, e arrivò così alla sua Ordinanza, che andò

nella propria mente sempre più perfezionando. E questo concetto della

nuova fanteria si univa all'altro di maggiore importanza, dal quale

derivava, e che gli era suggerito anch'esso dall'esempio dei Romani,

degli Svizzeri, dei Tirolesi, il concetto che è fine principale del

suo libro, e fu uno degli scopi più costanti di tutta la sua vita:

la vera forza militare dello Stato moderno, l'esercito veramente

nazionale, invincibile è il popolo armato. Tale idea, non senza ragione

fu da alcuni chiamata profetica, perchè, sebbene a lui suggerita dai

Romani, trionfò nuovamente solo ai nostri giorni col sistema prussiano

del servizio militare obbligatorio, più o meno imitato ora in quasi

tutta Europa.[120] Il pensiero politico ed il pensiero militare del

Machiavelli si riuniscono così in uno solo nell'_Arte della Guerra_,

e se la originalità del primo apparisce luminosa a tutti, anche le

riforme tecniche da lui proposte per migliorare la fanteria de' suoi

tempi, riscossero più volte l'approvazione e l'ammirazione dei tattici

moderni.

Noi abbiamo già detto, che il Machiavelli non era uomo del mestiere,

e questo apertamente riconosce egli stesso sin dal principio della

sua opera. Ciò rende di certo maggiore il merito delle verità da

lui divinate, e dimostra sempre più l'altezza del suo ingegno;

ma lo fa anche cadere qualche volta in errori. E sopra uno di

questi errori dobbiamo ora fermare la nostra attenzione, perchè

esso ha conseguenze che determinano in parte il carattere generale

dell'opera. Il Machiavelli aveva assai poca fede nelle armi da

fuoco. Già nei _Discorsi_ aveva detto, che se le artiglierie possono

molto contro le mura di una fortezza, e contro un esercito che si

difenda in luogo chiuso, assai poco valgono in campo aperto, contro

chi muova all'offesa, nella quale, ben più che nella difesa, sta la

vera importanza della guerra, come dimostrarono col loro esempio i

Romani.[121] Nè egli mutò punto questa sua opinione nell'_Arte della

Guerra_, dove, sebbene faccia osservazioni di gran valore anche sul

modo di assediare e difendere le fortezze con le artiglierie, arriva

qualche volta sino a dire che, in campo aperto, i cannoni fanno poco

altro che fumo. E quanto alle armi portatili da fuoco, ne faceva

così poco conto, che più d'una volta si vede chiaro come egli sarebbe

stato disposto ad abolirle del tutto, se non avesse temuto di andar

troppo contro a quelli che gli sembravano pregiudizî del suo tempo.

Bisogna però determinare bene la natura e le cagioni di questo che

chiamiamo errore del Machiavelli, se non vogliamo noi stessi cadere

in esagerazioni ingiuste a suo danno. Le armi portatili da fuoco

erano allora davvero così imperfette, così difficili ad adoperarsi

con qualche celerità e profitto, che in nessun modo potevano ancora

sostituire vantaggiosamente l'arco e la balestra. In fatti non

solamente in tutte le battaglie del secolo si continua a parlar

sempre di arcieri e balestrieri; ma a più d'un secolo di distanza,

il Montecuccoli proponeva ancora una fanteria armata per due terzi

di moschetti, ed il resto di picche, le quali scomparvero davvero

solo nel secolo XVIII con l'invenzione della baionetta.[122] Del

resto quanto si sia nella guerra lenti ad accettare grandi mutamenti,

anche se dimostrati utilissimi, lo abbiamo visto a' nostri giorni col

fucile ad ago. L'esercito prussiano, che lo aveva adottato già sin dal

1840, potè farne la più sicura esperienza nella guerra di Danimarca,

l'anno 1864, e, ciò nonostante, l'Austria continuava a fare studî,

nè lo aveva ancora nella guerra del 1866. Solo il grande disastro di

Sadowa lo fece finalmente adottare da essa e da tutti gli eserciti

d'Europa. Quali difficoltà non doveva dunque incontrare la diffusione

delle prime armi portatili da fuoco, le quali erano così imperfette,

che sembravano venir solo a sconvolgere tutte le migliori tradizioni

della guerra, tutta quanta la tattica militare degli eserciti allora

più reputati? Ma per le artiglierie la cosa era assai diversa, e però

queste osservazioni non valgono a difendere del tutto il Machiavelli.

A Ravenna (1512) i cannoni assai celebrati di Alfonso d'Este avevano

fatto molto danno al nemico; a Novara (1513) gli Svizzeri avevano

perduto gran numero dei loro, _stracciati dalle artiglierie_, secondo

l'espressione del Giovio; a Marignano (1515) l'artiglieria francese

ebbe una parte decisiva nella battaglia, e fece soffrire perdite enormi

alle fitte ordinanze degli Svizzeri. Anzi da questo momento appunto le

loro fanterie cominciarono a perdere la reputazione d'invincibili.[123]

Ora il Machiavelli scrisse la sua _Arte della Guerra_ dopo la battaglia

di Marignano, dove per giunta anche gli scoppiettieri poterono la prima

volta dimostrare l'utilità della loro arme, la qual cosa più tardi

riuscì assai meglio a Pavia (1525).

La causa vera del troppo poco conto che il Machiavelli faceva delle

armi da fuoco, bisogna ricercarla nell'assai ristretta esperienza

militare da lui avuta solo nel campo di Pisa, e nel formare poi

l'Ordinanza fiorentina. Aveva potuto, è vero, esaminare le fanterie

svizzere e tedesche; ma anche ciò assai fugacemente, e sempre alcuni

anni prima del 1512. Nei giorni della battaglia di Ravenna, egli era

tutto intento ad apparecchiare la difesa di Prato e di Firenze; quelle

di Novara e di Marignano seguirono quando egli era già fuori degli

affari, ritirato nella sua villa, dove solo da lontano e per relazioni

d'uomini politici o d'uomini di lettere potè esserne informato. La

conseguenza fu, che egli conobbe da vicino e personalmente le fanterie

e le armi quali erano prima del 1512; cercò il modo di perfezionarle,

tenendo presenti le condizioni in cui le aveva viste allora, e

meditando sull'arte della guerra presso i Romani. Se fosse stato

davvero un uomo di guerra, avrebbe di certo avuto maggiori occasioni

di meglio conoscere le grandi battaglie seguite al suo tempo, e quindi

anche un più chiaro e sicuro presentimento dell'avvenire serbato alle

armi da fuoco. La lancia, la picca, la spada e l'arco non sono nella

loro semplicità capaci di grandi perfezionamenti, tanto che restano

presso i moderni poco diversi da quel che erano presso gli antichi; ma

le armi da fuoco, infinitamente più complicate, furono appunto perciò

capaci di grandissimi miglioramenti, dei quali si poteva prevedere

l'importanza, ma non certo determinare l'estensione. Meno che mai

era al Machiavelli possibile determinarla, e però il valore delle sue

teorie militari bisogna giudicarlo, tenendo conto delle condizioni in

cui esse furono meditate ed esposte.

Egli fu, in ogni modo, il primo che cercò di dare una teoria ragionata

e scientifica di ciò che la tattica era nelle guerre del suo tempo,

e dei miglioramenti che in essa si potevano portare. Le sue proposte

risguardano quella che si può chiamare la parte fondamentale e

costante dell'arte militare; hanno perciò un valore incontrastabile

e permanente, meraviglioso davvero in un uomo che non fu mai

soldato.[124] Se le armi da fuoco non avessero fatto grandissimi

progressi, tutto mutando o modificando, anche quelle parti del libro

che oggi hanno solo un valore storico, ne avrebbero uno pratico, non

meno notevole, perchè egli indicò con sicurezza l'unica via per cui

era possibile progredire, fino a che non intervenne un elemento così

disturbatore della tattica antica. Pur tale quale è, il suo libro

basta a provare, secondo la opinione dei più esperti, che il fondatore

della scienza politica è anche «il primo classico moderno di cose

militari.»[125]

Nella lettera dedicatoria a Lorenzo Strozzi, uno de' suoi amici e

protettori, il Machiavelli espone subito assai chiaro il concetto

politico dominante, lo scopo principalissimo del suo libro. «È stato

un errore funestissimo,» egli dice, «l'avere in Italia separato la

vita civile dalla militare, facendo di questa un mestiere, come è

seguìto colle Compagnie di ventura. Il soldato diviene così violento,

minaccioso, corrotto, nemico d'ogni vivere civile. Bisogna perciò

tornare agli ordini antichi dei Romani, i quali non conoscevano

differenza alcuna tra cittadino e soldato; questo anzi doveva più degli

altri essere fedele, pacifico, pieno del timore di Dio. In quale uomo,

in fatti, dobbiamo ricercare più fede, più onestà e virtù, che in colui

il quale deve esser sempre pronto a morire per la patria? Esso è più

degli altri offeso dalla guerra, e trovandosi in continui pericoli, ha

quindi maggior bisogno dell'aiuto di Dio. Volendo adunque provarmi a

restaurare fra noi l'antica virtù, il che io non giudico impossibile, e

per non passare questi miei oziosi tempi senza operare alcuna cosa, ho

deliberato di scrivere dell'arte della guerra quello che io ne intendo.

So bene che è assai animoso trattare di quella materia di cui non si è

fatto professione; pure gli scrittori non possono con le parole recar

danni gravi come son quelli che spesso recano coi fatti i capitani

inesperti.»[126]

L'opera incomincia con un elogio di Cosimo Rucellai, morto di

recente in assai giovane età, pel quale il Machiavelli dimostra

una riconoscenza sincera, un affetto caldissimo, profondo. Con una

commozione in lui rara, dice di non poterne ricordare il nome senza

lacrime, perchè egli ebbe tutte le qualità che in un buon amico dagli

amici, in un cittadino dalla patria si possono desiderare. «Io non so

qual cosa si fosse tanto sua (non eccettuando, non ch'altro, l'anima)

che per gli amici volentieri da lui non fosse stata spesa; non so

quale impresa lo avesse sbigottito, dove quello avesse conosciuto il

bene della sua patria.» E dopo di ciò ha subito principio il dialogo.

Fabrizio Colonna, ben noto capitano, arrivato allora dalla guerra di

Lombardia, è invitato da Cosimo fra gli amici degli Orti Oricellari,

ed appena giunto, entra a ragionar della guerra. Nel primo dei sette

libri, nei quali l'opera è divisa, si discorre principalmente di

che sorta d'uomini debba essere composto un esercito. Pieno d'una

grandissima ammirazione per la milizia romana, il Colonna, che in

sostanza qui rappresenta il Machiavelli, di cui espone le dottrine,

osserva che tutti volevano allora imitar degli antichi le cose

esteriori, quando invece bisognava cercar d'imitarne la sostanza, cioè

i costumi e l'anima. Noi dovremmo, egli dice, come essi facevano,

«onorare e premiare le virtù, non dispregiare la povertà; stimare i

modi e gli ordini della disciplina militare; costringere i cittadini ad

amare l'uno l'altro, a vivere senza sètte, a stimare meno il privato

che il pubblico.... I quali modi non sono difficili a persuadere,

quando vi si pensa assai, ed entrasi per i debiti mezzi, perchè in

essi appare tanto la verità, che ogni comunale ingegno ne puote essere

capace.»[127]

Ma tutto questo non si potrà mai ritrovare in coloro che fanno

della guerra un mestiere, come i soldati di ventura. Essi debbono di

necessità essere violenti, rapaci, fraudolenti, e desiderare sempre

guerra, o commettere nella pace violenze e ruberie per vivere. «Non

avete voi tutti alla memoria le taglie, i saccheggi, le ruberie

commesse dalle Compagnie di ventura, senza che vi si potesse porre

alcun rimedio? Al tempo dei padri nostri Francesco Sforza non solo

ingannò i Milanesi, di cui era soldato, ma tolse ad essi la libertà

e divenne loro principe; Attendolo suo padre costrinse la regina

Giovanna, che lo aveva stipendiato, a gettarsi nelle braccia del re

d'Aragona, avendola a un tratto abbandonata; Braccio di Montone, con

le medesime arti, si sarebbe addirittura impadronito del Reame, se

non trovava la morte in Aquila. E tutto questo perchè della guerra

avevano fatto un mestiere, e solo con essa potevano vivere. Fino a

che la repubblica romana visse immacolata, i suoi capitani furono

contenti di trionfare per la patria, e tornarsene poi alla vita

privata. Dopo la guerra cartaginese mutarono i tempi; sorsero uomini

che facevano il soldato per mestiere, e si cadde subito nei medesimi

pericoli in cui siamo caduti noi, come ne sono esempio Cesare e

Pompeo. Per questa ragione nessuno Stato bene ordinato ammise mai che

i suoi cittadini esercitassero la guerra per mestiere. Nè si alleghi

in contrario alcuno dei presenti regni, perchè non sono mai condotti

secondo le buone regole. Ma gli Stati bene ordinati danno ai loro re

imperio assoluto sugli eserciti solo in campo e durante la guerra,

perchè solo allora è necessaria una subita deliberazione, e quindi

una potestà unica. Nelle altre cose il re nulla deve operare senza

consiglio, e si deve con ogni cura evitare che in tempo di pace egli

abbia appresso di sè alcuno di coloro che vogliono sempre la guerra,

e non sanno nè possono vivere senza di essa.[128] Ma lasciando anche

da parte gli Stati bene ordinati, neppure ai presenti re può convenire

l'aver soldati di mestiere, massime ora che il nervo degli eserciti

sta tutto nelle fanterie. Se non si ordinano in modo le cose, che in

tempo di pace i fanti sieno contenti di tornarsene a casa a vivere

delle loro arti, conviene che di necessità per una via o per l'altra lo

Stato rovini. Tu sei forzato o a far sempre guerra, o a pagar sempre

i tuoi soldati, o a portare pericolo che non ti tolgano il regno. Far

sempre guerra non è possibile, pagarli sempre non si può; ecco come

di necessità si corre alla rovina.»[129] Al tempo del Machiavelli,

veniva, per questo rispetto, dalla fanteria un pericolo maggiore assai

che dalla cavalleria. Gli uomini d'arme in fatti erano generalmente

dell'aristocrazia, e potevano quindi, massime in Francia ed in

Germania, vivere delle loro entrate. La fanteria invece veniva formata

di popolani e di contadini, i quali, se non tornavano alle arti della

pace, avevano bisogno di guerra o di paga continua.

Dopo di ciò si viene a discorrere del come fare la scelta dei soldati,

quella cioè che noi chiamiamo leva militare, e che il Machiavelli

chiama _deletto_. «Vogliono coloro che alla guerra hanno dato

regola,» così dice il Colonna, alludendo al libro di Vegezio, in parte

imitandolo, in parte traducendolo, «che bisogna scegliere gli uomini

dai paesi temperati, perchè essi li generano animosi e prudenti, quando

invece i paesi caldi li generano prudenti e timidi, e i paesi freddi li

generano animosi ed imprudenti.[130] Ma questa sarebbe una regola buona

solamente per chi fosse padrone del mondo, e avesse libera la scelta.

Volendo invece dare una regola utile a tutti, bisogna trovar modo di

scegliere i soldati in ogni provincia, formandoli poi, come facevano

gli antichi, con la disciplina, che val più della natura.[131] Dallo

stesso Vegezio è copiata anche la descrizione delle qualità fisiche e

morali che sono desiderabili nel soldato: «gli occhi vivi e lieti, il

collo nervoso, il petto largo, le braccia muscolose, le dita lunghe,

poco ventre, i fianchi rotondi, le gambe ed il piede asciutto, le quali

parti sogliono sempre rendere l'uomo agile e forte, che sono due cose

che in un soldato si cercano sopra tutte le altre. Debbesi sopra tutto

riguardare ai costumi, e che in lui sia onestà e vergogna, altrimenti

si elegge un istrumento di scandalo ed un principio di corruzione,

«perchè non sia alcuno che creda, che nella educazione disonesta e

nell'animo brutto possa cadere alcuna virtù che sia in alcuna parte

lodevole.»[132]

«Voi adunque,» osserva qui Cosimo Rucellai al Colonna, «volete

ricostituire l'Ordinanza fiorentina, la quale da molti savî è stata

biasimata come inutile, ed ha fatto all'occorrenza cattiva prova.

Questi allegano i Romani, che, avendo le armi da voi raccomandate,

perderono la libertà; allegano i Veneziani, che mai non vollero questa

Ordinanza, ed il re di Francia, che ha disarmato i suoi sudditi per

poterli meglio comandare. In conclusione essi condannano l'Ordinanza

più come inutile che come pericolosa.» A tali osservazioni Fabrizio

Colonna risponde, che queste opinioni si possono sostenere solo da chi

non ha sicura cognizione nè vera esperienza delle cose di guerra. «È

infatti,» egli dice, «dimostrato dalla storia e dalla esperienza, che

tutti gli Stati si debbono fondare sulle armi proprie, e che con esse

sole si possono difendere davvero; nè si può avere milizia propria

se non con l'Ordinanza. Se questa una volta non fece a Firenze buona

prova, bisogna correggerla, non condannarla, e ricordarsi ancora che

non vi sono al mondo eserciti i quali vincano sempre. Nessun savio

ordinatore di Stati dubitò mai che la patria debba essere difesa dai

suoi cittadini. Se i Veneziani avessero compreso tutto ciò, avrebbero

fondato un nuovo imperio nel mondo. Essi in fatti combatterono in

mare colle proprie armi, e furono sempre vittoriosi; ricorsero in

terra ai capitani di ventura, ai soldati di mestiere, e questo tagliò

loro le gambe. I Romani, invece, assai più savî, essendosi prima

esercitati a combattere solo in terra, quando ebbero sul mare nemici

i Cartaginesi, educarono subito le loro genti alle battaglie navali,

e vinsero del pari. Circa poi all'esempio della Francia, che non tiene

i suoi abitatori esercitati alla guerra, e deve perciò ricorrere molto

anche a soldati di mestiere, non v'è uomo alcuno, che non sia accecato

dalla passione, il quale non veda che questa è la vera cagione che

ha indebolito quel regno.»[133] In conclusione Fabrizio Colonna vuole

che tutti gli uomini sani, dai diciassette ai quaranta anni, vengano

esercitati alle armi in certi giorni determinati, per essere sempre

pronti a difendere la patria.

Da questo primo libro dell'_Arte della Guerra_ chiaro apparisce, che

la monarchia del Machiavelli, la quale egli accetta e sostiene dove

la repubblica non è possibile, circonda il re d'uomini savî, che lo

consigliano, non lasciandogli mai nella pace assoluto dominio. Solo in

guerra, il principe deve essere alla testa del proprio esercito, con

assoluto imperio. Repubblica poi o monarchia, lo Stato deve riporre la

sua forza nella nazione armata, riunita dalla disciplina, dalle leggi e

dal dovere, a difesa comune. Questo è l'esercito in cui il Machiavelli

ha piena fiducia, e lo vuole composto d'uomini non solamente forti,

educati alle armi; ma sopra tutto virtuosi, modesti, pronti ad ogni

sacrifizio pel bene pubblico.[134] Mille volte nell'_Arte della Guerra_

egli ripete che la virtù dei cittadini è la vera forza degli eserciti,

e quindi l'unica solida base degli Stati. E ciò non contradice punto a

quanto egli disse nei _Discorsi_ e nel Principe. Anche il capitano deve

seguire norme di condotta che sono ben diverse da quelle imposte nella

vita privata. Ma nella vita pubblica, cittadini, principi e capitani

debbono sacrificare tutto allo Stato, alla salute della patria; ed in

ciò anch'essi ritrovano il valore morale delle loro azioni. Crediamo

noi forse che sia meno leale degli altri, meno generoso, meno devoto al

proprio dovere il soldato d'onore che, senza odî o rancori personali,

va con calma e fermezza alla guerra; ma che all'occorrenza inganna il

nemico, per sconfiggerlo, e ne premia i disertori, che son traditori

della loro patria, e paga le spie, che qualche volta compiono anch'esse

un necessario e pericoloso dovere? Noi non possiamo perciò, secondo il

Machiavelli, negar vera grandezza morale nè al politico, nè al capitano

che, seguendo le leggi inesorabili, naturali, fatali dell'arte di

Governo e dell'arte della guerra, operano solo nell'interesse della

patria, da esso solo lasciandosi guidare, ad esso solo sacrificando

tutto. Questo sacrifizio del privato al pubblico bene deve essere la

norma costante della condotta politica e militare in uno Stato bene

ordinato. E riuscirà a seguirla davvero solo chi è realmente onesto

e buono, quantunque possa apparire tristo agli occhi del volgo. Non

si speri però d'aver mai una patria ed un esercito forte, senza virtù

vera.

Nel secondo libro si comincia a ragionare del come debbano essere

armati ed esercitati gli uomini. E qui, anche più che altrove, il

Machiavelli ricorre agli antichi scrittori, dei quali in tutta l'opera,

più o meno, continuamente si vale, senza quasi mai citarne i nomi.

Vegezio riman sempre la sua fonte principale, ed a lui allude ogni

volta che accenna in genere a «coloro che scrivono delle cose di

guerra.» Spessissimo si vale di Polibio e di Livio, massime quando

discorre della falange greca e della legione romana, la quale è,

come dicemmo, il modello che propone alla imitazione degl'italiani.

Da questi due autori il Machiavelli attinge molte notizie intorno

alle armi ed agli esercizi militari degli antichi, di tanto in tanto

ricorrendo anche ad altri, una o due volte a Giuseppe Flavio. Se non

che, assai poco curandosi che queste sue varie fonti appartengono a

tempi diversissimi, li segue senza distinzione di sorta. E quindi, non

ostante le osservazioni spesso acutissime che fa nel paragonare gli

eserciti greci ai romani, la legione che da lui ci vien descritta, e

che è il termine costante d'ogni suo paragone, non riesce storicamente

esatta, avendo egli in essa riunito cose, che furono in realtà divise

da non breve distanza di tempo. S'aggiunge poi che, volendo egli

trovar sempre alle proprie idee sostegno nell'autorità degli antichi

scrittori, si lascia qualche volta andare ad interpetrazioni, che

si possono dire addirittura arbitrarie. Oltre poi ai sopra accennati

autori greci e romani, dobbiamo notare che, nell'_Arte della Guerra_,

a cominciar dalla fine del libro terzo, il Machiavelli fa un uso

frequentissimo di Frontino, il quale diviene anzi la sua fonte costante

ogni volta che si parla di astuzie, stratagemmi o accorgimenti militari

da usarsi nel condurre le guerre.[135]

«I Romani,» così comincia il secondo libro, «coprivano di ferro il

loro fante; gli davano lo scudo, la spada e un dardo, che chiamavano

pilo; i Greci, e specialmente i Macedoni, lo armavano meno gravemente,

più ad offesa che a difesa, con una lancia lunga dieci braccia, che

chiamavano sarissa.»[136] E qui è da notare che il Machiavelli, non

ostante le prove in contrario, non vuole in nessun modo ammettere che

i Greci adoperassero lo scudo, perchè non sa vedere come potessero

utilmente farlo insieme con la sarissa.[137] È una difficoltà notata

anche da altri; ma non è perciò giustificata la sua affermazione

contro l'autorità degli antichi. Determina poi mirabilmente quali sono

i difetti della falange greca, e quindi la sua grande inferiorità di

fronte alla legione romana. Si sforza di trovar somiglianza fra le

armi, l'ordinamento degli Svizzeri e quello dei Greci, per meglio

provare la superiorità della sua Ordinanza, armata quasi in tutto

alla romana. «Gli Svizzeri,» egli dice, «hanno imitato, col loro

battaglione, la falange greca, ponendo tutto lo sforzo nelle picche,

coprendo assai poco i loro uomini. E dietro questo loro esempio i

fanti hanno oggi un petto di ferro, una picca lunga nove braccia, ed

una spada che è pure assai lunga. Pochi portano coperta di ferro la

schiena e le braccia, nessuno il capo, e questi pochi hanno l'alabarda

lunga tre braccia, il cui ferro è come una scure. Si aggiungono alcuni

scoppiettieri, che fanno l'ufficio di balestrieri. Questo modo fu

trovato dagli Svizzeri, quando con le picche dimostrarono che i fanti

possono vincere i cavalli, salendo così in grandissima reputazione,

venendo poi imitati dai Tedeschi. Ma fermati e vinti che sono i

cavalli, quando si viene alla mischia stretta, la picca non giova

più, e questi soldati così poco coperti sono esposti ai colpi del

nemico. Si è perciò visto che gli Svizzeri, fortissimi sempre contro

la cavalleria, riescono deboli contro quei fanti che sono armati in

modo da poter combattere anche da presso. I Romani in fatti coprivano

di ferro il soldato, gli davano lo scudo per difesa, e la spada per

offesa, venendo subito alla pugna stretta. Gli Spagnuoli son ben

armati, tanto da poter vincere i Tedeschi, quando si combatte corpo

a corpo; ma non reggono poi contro la cavalleria moderna, che è più

forte dell'antica, perchè meglio coperta di ferro, ed ha gli arcioni

alle selle, e le staffe che allora non usavano. Quando il Carmagnola

si trovò con seimila cavalli e pochi fanti contro diciottomila

Svizzeri, fu dalle loro picche respinto. Ma egli, che era un capitano

valente, fece scendere a terra i suoi uomini d'arme coperti di ferro,

e così vinse il nemico. Quando gli Spagnuoli vennero a liberare il

loro capitano Consalvo, che era chiuso in Barletta, si fecero loro

incontro i Francesi con le genti d'armi e quattromila Tedeschi. Questi

con le lunghe picche aprirono subito le file dei fanti spagnuoli, i

quali allora, aiutandosi coi brocchieri e con la propria agilità, si

cacciarono tra i nemici, tanto da raggiungerli con la spada, e così

li finirono. Lo stesso sarebbe avvenuto a Ravenna, dove gli Spagnuoli

si cacciarono in mezzo ai Tedeschi, e li avrebbero finiti, se non

sopravveniva la cavalleria nemica, contro la quale essi non potevano

resistere con uguale fortuna. Occorreva dunque trovare una fanteria

armata alla romana, capace di resistere ai fanti come la spagnuola,

ma capace anche di resistere alla cavalleria come gli Svizzeri. Ed in

questa fanteria bisogna, come facevano i Romani, riporre tutta la forza

dell'esercito, perchè la cavalleria è buona a fare scoperte, a correre

e guastare il paese nemico, a tenere l'esercito di quello tribolato

e sempre in sulle armi, ad impedirgli le vettovaglie; ma nelle zuffe

campali decide la fanteria. Il non avere di ciò tenuto conto, fu, ai

tempi nostri, la rovina d'Italia, la quale è stata predata, rovinata

e corsa dai forestieri, non per altro peccato che per aver tenuto poca

cura delle milizie a piedi, ed essersi ridotti i soldati suoi tutti a

cavallo.»[138]

Si viene poi a parlare degli esercizî coi quali deve essere formato

il soldato; nè qui il Machiavelli fa altro che imitare Vegezio,

descrivendo e raccomandando tutto ciò che facevano i Romani,[139]

concludendo che come tali esercizî si potevano fare dagli antichi,

«così possono farsi presso di noi, avendosene anche un esempio in

molte città tedesche, nelle quali si tengono vivi questi modi, ed ogni

abitante decide quali armi preferisce, in quelle viene descritto, e

nei giorni oziosi esercitato. Ma non basta educare e formare ciascun

soldato per sè; occorre anche ordinarli ed esercitarli insieme. Ogni

esercito deve perciò avere come un membro principale, in cui riunire e

formare i suoi uomini. I Romani avevano la legione, i Greci la falange,

gli Svizzeri hanno i battaglioni, e così dobbiamo fare anche noi.»[140]

E quindi, per le ragioni già esposte, egli arma il suo battaglione

parte alla greca, parte alla romana; formandolo di seimila uomini, che

divide in dieci battaglie, come in dieci coorti era divisa la legione

romana, composta, egli dice, di cinque in sei mila uomini.[141] Ogni

battaglia è di 450 fanti, 400 dei quali armati gravemente, o sia 100

con le picche, e 300 con lo scudo e la spada. Restano 50 fanti, che

sono i veliti, armati alla leggera, con scoppietti, con balestre

o simili. Le picche sono nelle cinque prime file, di venti uomini

ciascuna; nelle altre quindici sono gli scudi. Ma perchè il battaglione

sia da ogni parte difeso contro la cavalleria nemica, s'aggiungono

1500 fanti straordinari, di cui mille armati di picche, e questi si

distendono ai lati del battaglione, con 500 veliti, che si uniscono con

essi, e formano le ali. Una volta o due l'anno bisogna riunire tutto

il battaglione, ed esercitarlo come in tempo di guerra. «L'esercito

animoso lo fa non tanto l'essere in quello uomini animosi, quanto

l'esservi buoni ordini, perchè se io sono dei primi combattenti, e

sappia, sendo superato, dove io m'abbia a ritirare, e chi abbia a

succedere nel luogo mio, sempre combatterò con animo, veggendomi il

soccorso propinquo.»[142] Come nei _Discorsi_ il Machiavelli attribuiva

una straordinaria efficacia ai buoni ordini politici, e li credeva

per sè stessi capaci di dare la libertà e generare la virtù, così

nell'_Arte della Guerra_ attribuisce una straordinaria efficacia ai

buoni ordini militari, e li crede sufficienti a formare il soldato, ad

infondergli valore.

Egli ordina ora la sua battaglia, esponendo le varie forme che può

prendere, i vari movimenti che deve fare, descrivendone tutte le

evoluzioni assai per minuto. «Importa più che cosa alcuna avere i

soldati che si sappiano mettere negli ordini tosto, ed è necessario

tenerli in queste battaglie, esercitarveli dentro e farli andare forte,

o innanzi o indietro, passare per luoghi difficili senza turbare

l'ordine; perchè i soldati che sanno fare questo bene, sono soldati

pratichi, ed ancora che non avessero mai veduti nemici in viso,

si possono chiamare soldati vecchi.... Questo è quanto al metterli

insieme, quando sono nelle file piccole, camminando. Ma messi che sono,

e poi essendo rotti per qualche accidente che nasca o dal sito o dal

nemico, a fare che in un subito si riordinino, questa è l'importanza e

la difficoltà, e dove bisogna assai esercizio ed assai pratica, e dove

gli antichi mettevano assai studio.»[143] Il Machiavelli aveva ragione

d'insistere moltissimo sopra di ciò. Gli eserciti erano allora ordinati

in maniera, che quando, durante la battaglia, il nemico riusciva

ad assalire di fianco, tutto era perduto, per la grande difficoltà

di mutar posizione; e così, quando le prime linee retrocedevano, la

confusione diveniva subito generale, e non v'era più rimedio.[144]

Insistendo sempre sulla necessità di rendere l'esercito mobile e capace

di mutare forma istantaneamente, in presenza del nemico, e d'ogni nuovo

accidente o pericolo che sorgesse, l'autore dell'_Arte della Guerra_

dimostrava di conoscere quale era il modo più sicuro di migliorare la

tattica de' suoi tempi.

Se attentamente si esamina il modo, con cui è formato il battaglione

del Machiavelli, apparisce in un punto qualche contradizione. Egli

si fonda tutto sulla fanteria, e la vuole armata ed ordinata al modo

romano, mobilissima, pronta all'offesa più che alla difesa, nè sembra

voler mai far gran conto della cavalleria. Pure non solo copre di ferro

i soldati della sua Ordinanza, ma la circonda da ogni lato di picche,

perchè possa esser difesa contro gli assalti della cavalleria, ai quali

pensa di continuo. Rimprovera anzi alle fanterie spagnuole d'aver

troppo poco pensato a questo, onde spesso venivano sbaragliate dai

cavalli, sebbene poi nella mischia stretta si rifacessero. Tutto ciò

segue, perchè, sebbene egli vedesse chiaro quale era l'avvenire della

fanteria, non poteva poi nella pratica negare alla cavalleria una parte

almeno di quella importanza grandissima, che nelle guerre d'allora essa

continuava ad avere, e quindi il pensiero di difendersi dagli uomini

d'arme ricompariva e spesso prevaleva.[145] Questo si vedeva pure

nell'ordinamento dei battaglioni svizzeri, che egli tanto ammirava,

ed a questo lo induceva ancora il poco conto in cui teneva le armi da

fuoco. Messa però da un lato una tal contradizione teorica, è certo

che il battaglione del Machiavelli è un vero miglioramento di quello

degli Svizzeri, per la sua maggiore articolazione, la sua mobilità e

mutabilità.[146] Era tale in fatti che, se non fosse intervenuto il

progresso delle armi da fuoco, l'incremento logico e naturale dell'arte

militare avrebbe necessariamente portato a seguire la via da lui

indicata, e fatte adottare le riforme da lui proposte.[147] Il fucile

ed il cannone perfezionati scomposero di poi i battaglioni compatti,

obbligando a presentare al nemico masse meno profonde e più estese. Ma

ciò avvenne assai più tardi, nè si poteva allora prevedere.

A questo punto gl'interlocutori fanno una domanda simile ad un'altra,

che il Machiavelli s'era già fatta nei _Discorsi_. Aveva in essi

domandato: perchè mai gli antichi ebbero maggiori libertà, maggiori

virtù politiche dei moderni? E la risposta era stata: perchè ebbero

governi repubblicani, e perchè le religioni pagane esaltavano la

forza, l'amor di patria, anche la ferocia dell'animo, quando invece

il Cristianesimo pensa al cielo più che alla terra, ed esalta la

mansuetudine al di sopra della forza. Solo fra gli Svizzeri ed i

Tedeschi si trovano ancora esempî dell'antica virtù. E nell'_Arte

della Guerra_ Cosimo Rucellai domanda del pari: quale è la cagione per

la quale l'Europa ebbe in antico tanti gran capitani, e così pochi ne

ebbero l'Asia e l'Africa, così pochi se ne hanno oggi per tutto? «Gli

antichi,» risponde Fabrizio Colonna, «ebbero in Europa molti principati

o repubbliche, che, combattendo fra loro, educavano le virtù militari;

i popoli dell'Oriente ebbero invece solo uno o due grandi imperi.

L'Africa, per questo rispetto, si trovò in condizioni più fortunate,

a cagione della repubblica cartaginese. Dalle repubbliche escono più

uomini eccellenti che dai regni, perchè in quelle il più delle volte si

onora la virtù, ne' regni invece si teme; onde ne nasce che nelle une

gli uomini virtuosi si nutriscono, negli altri si spengono.[148] Quando

poi in Europa, cresciuto l'impero romano, e divenuto signore del mondo,

non vi furono più nemici da temere, allora la virtù militare scomparve

per le ragioni stesse che l'avevano spenta fra i popoli dell'Oriente.

I barbari, è vero, la divisero di nuovo; ma la virtù che una volta

è venuta meno non rinasce così facilmente. Oltre di che, come fu già

osservato, il Cristianesimo è più mite delle religioni pagane, e sotto

di esso le cose non procedono perciò con l'antica ferocia.[149] Inoltre

abbiamo ora grandi regni, che non temono i vicini, e piccole città,

che si accostano ai potenti per farsi difendere da essi; così manca

occasione a quelle lotte, che promuovono la virtù militare. Considerate

la Magna, nella quale per essere assai principati e repubbliche, vi è

assai virtù, e vedrete come tutto ciò che nella presente milizia è di

buono, dipende dall'esempio di quei popoli, i quali, essendo gelosi

dei loro Stati, temendo la servitù, che altrove non si teme, tutti si

mantengono sicuri ed onorati.»[150]

In fine del secondo libro, Cosimo ricorda a Fabrizio, che della

cavalleria non ha ancora parlato. E questi risponde, che ha taciuto,

perchè essa ha minore importanza della fanteria, e perchè era allora

in assai migliori condizioni. «Se non è più forte dell'antica, le è

certo pari.» La vorrebbe perciò poco o punto mutare. Porrebbe fra i

cavalleggeri qualche scoppiettiere, più per far paura ai paesani,

che per produrre effetto reale. Vorrebbe per ogni battaglione 150

uomini d'arme e 150 cavalli leggieri; vorrebbe diminuito molto il

numero eccessivo in Italia dei cavalli e dei carri, che portavano le

armi e gli arnesi della cavalleria. Nè altro aggiunge. Gli studî, la

principale esperienza del Machiavelli, e quindi le proposte che faceva,

si riferivano quasi sempre alla fanteria.

Nel terzo libro si ordina l'esercito, per poter venire a giornata

col nemico. Il più grande errore che si possa commettere, secondo

il Machiavelli, è quello di dare all'esercito, come facevano al suo

tempo, una sola fronte, una sola linea di battaglia, obbligandolo

così ad un impeto e ad una fortuna sola. Questo avveniva perchè non si

sapevano imitare i Romani, «i quali dividevano la legione in Astati,

Principi e Triarî. I primi erano nella fronte, con ordini spessi; i

secondi seguivano più radi, in modo da potere all'occorrenza ricevere

i primi, quando questi dovevano retrocedere; i terzi, più radi ancora,

per ricevere i primi ed i secondi. I Greci, armati di lunghe lance,

non avevano questo modo di rifarsi; ma il soldato che cadeva, veniva

sostituito da chi gli era dietro, e così le file restavano sempre

piene, salvo l'ultima che andava diradando. Siffatto ordine imitarono

in principio anche i Romani; poi non piacque loro, e divisero le

legioni in coorti o in manipoli, perchè giudicarono, che quel corpo

avesse più vita, che aveva più anime, ed era composto di più parti,

ciascuna delle quali per sè stessa si reggesse.[151] Gli Svizzeri sono

tornati alla falange greca, e dividono il loro esercito in tre grossi

battaglioni, che scalano così: il secondo a destra e dietro al primo;

il terzo più indietro ancora, a sinistra. I primi, ritirandosi, non

possono essere ricevuti nei secondi e terzi; ma questi s'avanzano,

invece, a soccorrere i primi, quando è necessario. E però, come la

solidità delle falangi dovette cedere di fronte alla mobilità ed

articolazione della legione romana, così i grossi battaglioni svizzeri

debbono cedere di fronte alla nostra Ordinanza, pronta a combattere

da ogni lato; a rifarsi tre volte, quando deve retrocedere; a prendere

ogni forma; a resistere contro i cavalli con la picca, contro i fanti

con la spada.»[152]

Il Machiavelli compone il suo esercito normale di quattro battaglioni,

diviso ciascuno in dieci battaglie, come dieci erano le coorti della

legione descritta da Vegezio. In tutto sarebbero 24,000 fanti e

1200 cavalli; ma egli dice che, per maggiore semplicità, fa i suoi

ragionamenti solo su due di essi, o sia 12,000 fanti e 600 cavalli,

potendo con facilità le stesse osservazioni applicarsi ad un doppio

numero di uomini. Pone adunque in prima linea dieci battaglie, sei in

seconda, e quattro in terza, perchè la prima linea, ritirandosi, possa

essere ricevuta nella seconda, e ambedue nella terza. Ogni battaglia

ha le picche nelle prime linee e gli scudi nelle altre. Ai fianchi

dell'esercito sono disposte le picche chiamate straordinarie, perchè da

ogni lato si possa far fronte ai cavalli nemici. Pone la sua cavalleria

alle ali, l'artiglieria dinanzi. Se queste battaglie, durante la

mischia, si ristorano nel modo che egli ha chiamato romano, le prime

ritirandosi cioè nelle seconde, ed ambedue nelle terze, dentro ciascuna

di esse invece gli uomini si aiutano seguendo il modo proprio della

falange greca, colui che è indietro avanzandosi cioè a prendere il

posto del compagno che gli è caduto dinanzi.

I due eserciti sono ora di fronte, e Fabrizio Colonna espone come

procede il suo. Le artiglierie tirano e fanno poco altro che fumo.

Subito dopo i militi e la cavalleria leggiera escono sparsi per la

campagna, ed assaltano il nemico, la cui artiglieria ha già tirato,

ma i colpi sono passati sul capo dei fanti di Fabrizio. Le picche

resistono fieramente all'assalto; quando però la mischia si stringe non

possono più nulla, e si ritirano per dar luogo ai fanti armati di scudo

e di spada, i quali disfanno il nemico.

Dopo che Fabrizio Colonna ha con calore e minutamente descritto questa

battaglia, Luigi Alamanni domanda: «Perchè avete voi fatto tirare

una sola volta le vostre artiglierie, e poi subito smettere; perchè

mai avete posto quelle del nemico in modo che i colpi sono passati

sul capo dei vostri? Io invece ho sentito da molti spregiare le armi

e gli ordini degli antichi, dicendo che sarebbero ora inutili contro

le artiglierie, le quali rompono gli ordini e passan le corazze.» «È

vero,» risponde Fabrizio, «che feci tirare una volta sola, ed anche

di ciò stetti in dubbio, perchè, più del percuotere il nemico coi

miei cannoni, m'importa non essere io percosso dai suoi.[153] È quindi

necessario andar contro alla sua artiglieria subito e con ordine rado,

per non lasciargli tempo ad offendere, e perchè in ogni caso esso tiri

solo contro uomini sparsi. Esitai, come ho detto, perfino a tirare la

prima volta, perchè so che il fumo delle artiglierie ti leva la vista

del nemico. E feci passare i suoi colpi sulla testa dei miei uomini,

questo essendo ciò che di fatto segue quasi sempre. Sono in vero le

artiglierie così difficili a trattare, che quando appena tu le alzi,

passano sul capo al nemico, ed ogni poco che le abbassi, danno in

terra. Appiccata poi che è la zuffa, riescono addirittura inutili.

So bene che molti presumono essere contro le artiglierie affatto

inefficaci gli ordini antichi, quasi se ne fosse ora trovato uno nuovo,

che riesca utile contro di esse. Se voi lo conoscete, avrò caro che

me l'insegnate, perchè infino a qui io non ce ne so vedere alcuno,

nè credo se ne possa trovare. Vorrei sapere da voi, perchè i soldati

a piedi dei nostri tempi portano ancora il petto ed il corsaletto di

ferro, e perchè quelli a cavallo sono sempre tutti coperti di ferro?

Gli Svizzeri, a similitudine degli antichi, formano battaglioni

stretti di sei o ottomila uomini, e tutti gli hanno imitati. Non v'è

contro le artiglierie un ordine più pericoloso che l'ordine stretto,

eppure è quello che oggi prevale. Se questi modi non difendono

dalle artiglierie, contro le quali non v'è rimedio che valga, essi

difendono sempre dai fanti, dai cavalli, dalle picche, dalle spade,

dalle balestre, ecc. Del resto, se oggi è ancora possibile mettere

il campo sotto una città, di dove le artiglierie ti offendono senza

essere offese, molto più possiam farlo in una pianura aperta, senza

sbigottirci e senza presumere che sia possibile mai abbandonare gli

ordini antichi. Questo esercito adunque manterrà sempre il vantaggio

sugli altri dei nostri tempi, perchè, meglio ordinato ed armato, può

fermare al primo scontro il nemico, e disfarlo poi quando si accosta;

può riprendere la battaglia tre volte, senza mai confondersi; può

facilmente combattere da ogni lato.»[154]

Nel quarto e quinto libro si parla dei movimenti di tutto l'esercito,

tenendo sempre dietro all'esempio romano, senza che il Machiavelli

possa molto aggiungere di nuovo per esperienza propria, non essendosi

trovato mai nè a grandi guerre, nè fra grandi moltitudini di armati.

Ed è qui che incomincia a fare uso frequentissimo di Frontino, da

lui pigliando continuamente gli esempî di astuzie e stratagemmi di

guerra, che suggerisce.[155] Ciò a cui ora più costantemente mira,

si è il poter dare all'esercito, con grande rapidità, anche in

presenza del nemico, tutte quante le possibili forme. Egli biasima

però sempre il distenderne molto la fronte, giudicando che sia cosa

pericolosissima.[156] Il troppo poco conto che faceva delle armi da

fuoco, non gli rendeva possibile prevedere, che esse avrebbero reso

necessaria una formazione sempre più larga e meno profonda.

Quando l'esercito si trovi molto scarso di cavalli, il Machiavelli

consiglia di ordinarlo, potendo, fra vigne ed alberi, come fecero gli

Spagnuoli alla Cerignola. Consiglia di porre la parte più forte de'

suoi contro la più debole del nemico, per poter meglio, ritirandosi da

un lato, circondarlo dall'altro.[157] E questa fu in ogni tempo l'arte

dei grandi capitani. Alcune altre sue osservazioni possono dirsi più

di senso comune che veramente di arte della guerra, sebbene anche in

questa l'ingegno naturale di colui che comanda, e la sua conoscenza

degli uomini ebbero ed avranno sempre una importanza superiore alle

cognizioni tecniche. Il Machiavelli raccomanda il segreto in tutte le

imprese militari, lo studio e la conoscenza dei luoghi, e dice che

giova sopra ogni cosa saper mettere il soldato nella condizione di

potersi salvar solo colla vittoria. «Le necessità possono essere molte,

ma quella è più forte, che ti costringe a vincere o morire.»[158] Gli

esempî che adduce in questi due libri, sono quasi tutti cavati dalla

storia antica.

E così ancora nel sesto libro, dove discorre del modo d'alloggiare

l'esercito, cerca attenersi ai Romani, quantunque sia pur necessario

che se ne allontani più d'una volta, a cagione delle mutate condizioni

dei tempi. Il Colonna comincia col riconoscere che sarebbe stato forse

più opportuno «alloggiare prima l'esercito, per farlo poi muovere

e finalmente combattere.» Ma volendo egli dimostrare come poteva,

camminando, ridurlo a un tratto dalla forma tenuta nell'avanzarsi a

quella della zuffa, fu indotto a cominciare dall'ordinario a battaglia

più presto che poteva.[159] E viene ora a parlar degli alloggiamenti,

senza molto aggiungere di nuovo, che meriti particolar menzione. Qui

egli ordina non più due, ma quattro battaglioni, cioè tutto quanto

l'esercito normale di 24,000 fanti e circa 2000 cavalli. Come i Romani

componevano il loro esercito di 24,000 fanti, e nei casi estremi non

superarono, secondo il Machiavelli, quasi mai il numero di 50,000,

«coi quali poterono vincere 200,000 Francesi, così debbono fare i

moderni.[160] I popoli dell'Oriente e quelli dell'Occidente fecero, è

vero, la guerra con le moltitudini armate; ma questi si fondarono tutti

sulla loro naturale e selvaggia ferocia, quelli sulla grande reverenza

e passiva obbedienza ai loro re. Per i popoli meridionali in Italia

ed in Grecia, dove mancano così la naturale ferocia, come la passiva

obbedienza, fu necessario ricorrere alla disciplina, la quale ha

tanta forza, che con essa i pochi e bene ordinati poterono vincere il

furore e la ostinazione dei molti. Gli antichi fecero ogni cosa meglio

di noi, massime nella guerra, e chi vorrà imitarli non deve formare

eserciti troppo numerosi, perchè si disordina la disciplina e si genera

confusione.»[161] A mantenere con sicurezza questa disciplina, propone

che la pena ed in parte anche il giudizio sieno dati popolarmente,

come avevano fatto i Romani e come facevano gli Svizzeri, presso i

quali chi violava la disciplina veniva ammazzato dai propri compagni

d'arme. «E ciò,» egli dice, «è assai bene considerato, perchè il reo

non troverà mai difensori in coloro che lo avranno punito.»[162] Fra

i consigli o suggerimenti dati in questo libro, ve n'è qualcuno che

torna a ricordarci quanto, così nella guerra, come nella pace, la

moralità di quei tempi fosse diversa dalla nostra. Il Machiavelli dice,

per esempio, che alcuni abbandonavano il campo con tutti i viveri al

nemico, per poi sorprenderlo quando s'era ripieno di vino e di cibo,

ed aggiunge, senza altro osservare, che qualche volta, per meglio

riuscire, si avvelenavano prima i vini.[163]

Il valore di quest'opera si rialza di nuovo nel settimo ed ultimo

libro, nel quale l'autore espone alcune idee assai notevoli intorno

alle fortificazioni, e poi conclude. Le fortificazioni erano da un

pezzo materia di studî, fatti in Italia e fuori da valenti ingegneri

civili e militari. Ma l'uso delle artiglierie rendeva adesso necessaria

anche in ciò una trasformazione radicale. Le antiche mura assai alte

venivano facilmente abbattute dai cannoni, e le altissime torri non

facevano più danno al nemico, perchè su di esse non potevano portarsi

le artiglierie, nè il gettar sassi o altro noceva a chi poteva ora

tenersi lontano. Si cercavano quindi costruzioni più basse e più

solide, sulle quali fosse possibile portare i cannoni. Di tutto ciò il

Machiavelli aveva avuto qualche esperienza, così al campo di Pisa, come

nell'apparecchiare la difesa di Firenze e di Prato contro gli Spagnuoli

nel 1512. Più tardi, quando però il suo libro era stato già scritto,

dovè occuparsene di nuovo col celebre Pietro Navarro, per apparecchiare

la difesa della sua città nativa contro l'esercito di Carlo V.

Le idee a questo proposito esposte nell'_Arte della Guerra_, non

mancano certo di valore e di originalità,[164] sebbene qualche volta

sembrino accennare ad uno stato di cose anteriore a quello in cui

la scienza delle fortificazioni era allora arrivata. Il Machiavelli

voleva sempre tenere assai alte le mura per impedire che venissero

scalate.[165] Riconosce però in questo caso tutto il valore che

avevano le artiglierie, delle quali dice, «è tanto il furore, che un

muro solo non può in alcun modo resistere.»[166] Ma ciò che è più,

riconosce quale era allora il problema fondamentale, proponendo anche

una soluzione sua propria. «Se le mura sono troppo alte,» egli osserva,

«non vi si possono far salire le grosse artiglierie, e non si può

resistere a quelle del nemico, che facilmente apre la breccia; se sono

troppo basse, vengono scalate.» A questo pericolo si era da più tempo

cercato un rimedio con ciò che i Francesi dicono _rempart_. Il muro,

sempre alto, veniva rivestito di terra nell'interno, e così ingrossato

e reso più forte contro i colpi del nemico. Ma tale sistema aveva un

gran difetto, già notato da altri, e di cui il Machiavelli stesso s'era

coi propri occhi avveduto a Pisa. Appena aperta la breccia, le pietre

del muro rovinato cadevano sempre dalla parte donde venivano i colpi,

e dietro seguiva la terra con cui era stato ingrossato. In questo modo,

il fosso esterno si trovava ricolmo, ed al nemico era reso facile dare

l'assalto decisivo. Il Machiavelli perciò proponeva un sistema nuovo,

del quale un piccolo saggio, aveva potuto vedere ben due volte a Pisa,

nel 1500 e nel 1505,[167] quando i Fiorentini, avendo aperta una larga

breccia nelle mura di quella città, sperano dovuti ritirare, perchè

dietro il muro era stato dai Pisani cavato un fosso, e dietro il fosso

alzato un riparo. Lo stesso esperimento, in assai più larga misura e

con maggior fortuna, era stato fatto l'anno 1509 a Padova, ordinando

la difesa di tutta la città secondo il nuovo sistema, e costringendo

così il poderosissimo esercito di Massimiliano a levare vergognosamente

l'assedio. Tutto quello che avvenne nella guerra di Pisa era, com'è

noto, familiarissimo al Machiavelli, e nel 1509, trovandosi a Mantova

ed a Verona, aveva potuto ricevere esatte notizie della tanto celebrata

difesa di Padova. Di essa allora si parlò molto; il Guicciardini ce

ne lasciò una minutissima descrizione,[168] e dalle lettere dirette

al Machiavelli apparisce chiaro, che sin dai primi giorni, egli volle

esserne minutamente ragguagliato.[169]

Il sistema che suggeriva era dunque il seguente. Le mura debbono

essere «ritorte e piene di volture, per poter ferire il nemico da

più lati.» Proponeva poi due cerchi di mura, con un largo fossato tra

l'uno e l'altro. L'esterno doveva essere grosso tre braccia almeno,

con torri ad ogni dugento braccia, alto più che era possibile, acciò il

nemico non potesse scalarlo. Invece d'avere il fossato dinanzi, doveva

averlo di dietro, largo trenta braccia, profondo dodici, con casematte

nel fondo ad ogni dugento braccia. Il terreno cavato per formare il

fosso, doveva gettarsi dalla parte che guardava la città, e servire

a formare il muro interno, alto tanto da coprire un uomo, grosso in

modo da sostenere le artiglierie pesanti, e poter quindi rispondere

a quelle del nemico. In tal modo, egli diceva, quando sarà aperta la

breccia nel muro esterno, avverrà come a Pisa, che le pietre, cadendo

dal lato di dove vengono i colpi, invece di colmare il fosso che è

nell'interno, formeranno un riparo esterno che renderà il fosso più

profondo ancora; e così il nemico si troverà di fronte un primo argine

o riparo ingrossato dalle pietre cadute, poi il fosso, poi il secondo

muro con le artiglierie più pesanti.[170] Il Machiavelli non vuole

bastioni esterni o altre opere staccate, a distanza dalle mura, perchè

una volta prese tali opere, è presa, egli dice, la fortezza. Fino ad

un miglio di distanza sarà quindi spianato e libero il terreno.[171] Ed

anche quest'ultimo concetto è, secondo gli scrittori moderni, originale

e nuovo per quel tempo. Qualche cosa di simile pare che suggerisse

in Germania il grande ingegno del pittore Alberto Dürer, che potè

ricevere la sua ispirazione dallo stesso assedio e difesa di Padova. In

ogni modo è certo che queste idee scientificamente esposte nell'_Arte

della Guerra_, dànno un'altra prova dell'acume singolare e del genio

pratico del Machiavelli. Le artiglierie però mutarono allora con sì

grande rapidità tutti i vecchi sistemi di fortificazione, che non

lasciarono tempo a fermarsi in questi tentativi intermedi, per quanto

fossero ingegnosi ed anche fortunati nella prima esperienza che se ne

fece.[172]

Noi potremmo qui ripetere una serie di osservazioni sui modi di

migliorare la costruzione delle feritoie, delle saracinesche, delle

ruote e dei carri per trasportare le artiglierie, dei ponti levatoi

e simili. Da esse si vedrebbe come il Machiavelli non tralasciasse

mai occasione alcuna di tutto osservare e ricordare, e come le sue

osservazioni fossero sempre ingegnose, acute e non prive di valore

pratico. Ma preferiamo di affrettarci alla conclusione dell'opera, alla

quale s'arriva dopo alcuni pensieri, quasi direi aforismi militari,

come i seguenti: «Colui che seguita con disordine il nemico poi ch'egli

è rotto, non vuole fare altro che diventare di vittorioso perdente. —

Muta partito, quando ti accorgi che il nemico lo abbia previsto. — Agli

accidenti subiti con difficoltà si rimedia, ai pensati con facilità. —

Gli uomini, il ferro, i danari ed il pane sono il nervo della guerra;

ma di questi quattro sono più necessari i primi due, perchè gli uomini

ed il ferro trovano i danari ed il pane; ma il pane ed i danari non

trovano del pari gli uomini ed il ferro.»[173]

E qui il Colonna s'affretta a concludere, dicendo che avrebbe potuto

esporre molte altre cose intorno alla milizia degli antichi; ma il

suo scopo era stato di dir solamente ciò che gli pareva necessario

al buono ordinamento di quella de' suoi tempi. Della milizia navale

non aveva parlato, perchè non se ne intendeva.[174] «Se voi volete

sapere, quali sono le qualità che deve avere un buon capitano, io

sarò assai breve, bastando il dirvi che deve conoscere tutte le cose

soprascritte; ma che esse non bastano, se non saprà nulla trovare di

suo, perchè niuno mai fu grande nel suo mestiere senza invenzione, e

questa è sopra tutto necessaria nella guerra.[175] Ridurre la milizia

ai modi antichi non è difficile, come io vi ho mostrato; ma a poterlo

fare, sarebbe necessario essere un principe grande abbastanza da

mettere insieme quindici o ventimila giovani, per farli buoni soldati.

E nulla si può immaginare di più glorioso, perchè se è lodevole con

un buon esercito vincere una battaglia, più lodevole assai è formare

un esercito vittorioso. Di questo numero furono Pelopida, Epaminonda,

Filippo di Macedonia padre di Alessandro, Ciro re dei Persi. Costoro

riuscirono per la loro prudenza, e per avere avuto soggetti adatti ad

un tale scopo; ma nessuno di loro, ancorchè eccellente, avrebbe potuto

compiere opere lodevoli in una provincia piena di uomini corrotti, non

usi ad alcuna onesta obbedienza, come è l'Italia. Qui non basta saper

comandare un esercito; bisogna saperlo e poterlo prima formare, e però

è necessario cominciare coll'essere principe di uno Stato grosso.

Di questi tali non posso essere io, che comandai sempre eserciti

forestieri, soldati di ventura, uomini obbligati ad altri e non a me.

E lascio giudicare a voi, se è possibile introdurre in essi qualche

utile riforma. Come potrei io indurli a portare più armi del solito,

ad esercitarsi più ore del giorno? Quando si asterrebbero essi dalle

lascivie, dalle insolenze e dalle violenze che ogni giorno commettono?

Quando si ridurrebbero mai in tanta disciplina, che un albero carico

di pomi, in mezzo ai loro alloggiamenti, rimanesse intatto, come si

legge che presso gli antichi molte volte intervenne? Che cosa posso

loro promettere, quando, finita la guerra, non hanno più nulla da fare

con me?» «Di che gli ho io a fare vergognare, che sono nati ed allevati

senza vergogna?... Per quale Iddio o per quale Santo gli ho io a fare

giurare? Per quei che eglino adorano, o per quelli che bestemmiano? Che

ne adorino non so io alcuno; ma so bene che li bestemmiano tutti....

Come possono coloro che bestemmiano Iddio riverire gli uomini? Quale

adunque buona forma sarebbe quella che si potesse imprimere in questa

materia?»[176]

«Gli Svizzeri e gli Spagnuoli, sebbene lontani dalla perfezione, sono

assai migliori degl'italiani, che non avendo preso alcun ordine buono,

rimangono il vituperio del mondo. Non ne hanno già colpa i popoli, ma

i principi, i quali ne sono stati puniti col perdere ignominiosamente

lo Stato, senza dare alcuno esempio virtuoso. E che gli ordini vigenti

siano pessimi, lo prova chiaro il fatto che, dopo tante guerre seguìte

in Italia dalla venuta di Carlo VIII in qua, i nostri eserciti, invece

di agguerrirsi col combattere, sono andati sempre peggiorando. Nè c'è

altro rimedio fuori di quello indicato, cioè di un principe che possa

e sappia formare il suo esercito con uomini rozzi, non ancora guasti

dai cattivi ordini presenti. Una nuova forma s'imprime assai meglio

in animi rozzi ed inculti, che nei corrotti, come un buono scultore

riuscirà meglio a fare una statua da un blocco di marmo greggio, che da

uno male abbozzato.» «Credevano i nostri principi italiani, prima che

egli assaggiassero i colpi delle ultramontane guerre, che a un principe

bastasse sapere negli scrittoi pensare una acuta risposta, scrivere una

bella lettera, mostrare ne' detti e nelle parole arguzia e prontezza,

sapere tessere una fraude, ornarsi di gemme e d'oro, dormire e mangiare

con maggiore splendore che gli altri, tenere assai lascivie intorno,

governarsi co' sudditi avaramente e superbamente, marcirsi nell'ozio,

dare i gradi della milizia per grazia;... nè si accorgevano i meschini

che si preparavano ad essere preda di qualunque gli assaltava. Di qui

nacquero poi nel mille quattrocento novantaquattro i grandi spaventi,

le subite fughe, e le miracolose perdite, e così tre potentissimi Stati

che erano in Italia, sono stati più volte saccheggiati e guasti.» «Ma

peggio ancora si è, che coloro i quali restano, vivono nel medesimo

errore e nel medesimo disordine, nè considerano che quelli che in

antico volevano tenere lo Stato, erano i primi tra i combattenti, e

se perdevano, volevano con lo Stato perdere la vita, talmente che o

vivevano o morivano virtuosamente. E se in alcuno di essi si poteva

dannare troppa ambizione o ferocia, non si troverà mai alcuna mollizie

o cosa che faccia gli uomini delicati ed imbelli. Le quali cose se

fossero state lette e credute dai nostri principi, sarebbe impossibile

che essi non mutassero forma di vivere, e che le loro province non

mutassero fortuna.»

«Ma perchè voi vi doleste della nostra Ordinanza, vi dico, che se

davvero l'avete formata come di sopra ho detto, e non ha fatto buona

esperienza di sè, ve ne potete dolere; ma se non l'avete esercitata

e formata come io ho detto, essa può dolersi di voi, che avete fatto

un abortivo, non una figura perfetta. Anche i Veneziani e il duca

di Ferrara cominciarono e poi non seguirono, il che fu colpa loro e

non dei loro uomini.» «Ed io vi affermo che qualunque di quelli che

tengono oggi Stati in Italia, prima entrerà per questa via, fia prima

che alcun altro signore di questa provincia; ed interverrà allo Stato

suo come al regno de' Macedoni, il quale, venendo sotto a Filippo,

che aveva imparato il modo di ordinare gli eserciti da Epaminonda

tebano, diventò con questo ordine e con questi esercizî, mentre che

l'altra Grecia stava in ozio ed attendeva a recitar commedie, tanto

potente, che potette in pochi anni tutta occuparla, ed al figliuolo

lasciare tale fondamento, che potè farsi principe di tutto il mondo.

Colui adunque che dispregia questi pensieri, se egli è principe,

dispregia il principato suo; s'egli è cittadino, la sua città. Ed io

mi dolgo della natura, la quale o ella non mi doveva fare conoscitore

di questo, o ella mi doveva dare facoltà a poterlo eseguire. Nè penso

oggimai, essendo vecchio, potere averne alcuna occasione, e per questo

io ne sono stato con voi liberale, che essendo giovani e qualificati,

potrete, quando le cose dette da me vi piaceranno, ai debiti tempi in

favore dei vostri principi aiutarle o consigliarle. Di che non voglio

vi sbigottiate o diffidiate, perchè questa provincia pare nata per

risuscitare le cose morte, come si è visto della poesia, della pittura

e della scultura. Ma quanto a me si aspetta, per essere in là cogli

anni, me ne diffido. E veramente se la fortuna mi avesse conceduto per

lo addietro tanto Stato, quanto basta a una simile impresa, io crederei

in brevissimo tempo avere dimostro al mondo, quanto gli antichi ordini

vagliano; e senza dubbio, o io l'avrei accresciuto con gloria, o

perduto senza vergogna.»[177]

Ed ecco ricomparir sulla scena il re liberatore, che a similitudine

di Filippo il Macedone deve con le armi salvare la patria. Così anche

l'_Arte della Guerra_ si riconnette col _Principe_. — Colui che primo

in Italia seguirà i miei consigli, riuscirà con suo onore immortale

nella magnanima impresa di liberare la patria. — Questo aveva il

Machiavelli detto a Giuliano ed a Lorenzo de' Medici; questo ripetè

agli amici degli Orti Oricellari, e scrisse nel suo _Discorso sulla

riforma di Firenze_, al cardinal dei Medici ed a Leone X; questo ripete

di nuovo nell'_Arte della Guerra_. Se in essa il suo pensiero dominante

riesce anche più chiaro che altrove, e più esplicita apparisce la sua

ammirazione per la virtù, più ardente e puro il suo patriottismo, ciò

dipende solo dalla natura del soggetto che trattava. E se egli parlava

così chiaro quando s'era potuto finalmente avvicinare ai Medici, e ne

aveva la prima volta avuto sicura speranza di qualche favore, nessuno

potrà credere che avesse voluto esprimere diversi pensieri, o cercato

di mascherare il suo patriottismo, scrivendo i _Discorsi_ ed il

_Principe_, quando si trovava da tutti abbandonato, e vivevano ancora

Giuliano e Lorenzo, il primo dei quali almeno era certo d'animo più

mite del Cardinale e del Papa.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. III · 第 11 / 77 题