Nessuno pensava più al delitto del Vicolo della Luna.
Lucertolo sentiva che le sue scoperte non erano compiute: che mancava
tuttora qualche cosa a ristabilire nella sua pienezza la scena di
sangue avvenuta la notte del 14 gennaio 1831.
Appena Lina fu tornata in Firenze, il birro, sebbene essa cercasse
nascondersi, l'aveva subito scovata, e se le era attaccato alle
calcagna.
Lina non poteva fare un passo, senza trovarselo attorno.
Lucertolo, dopo la notte in cui aveva sorpreso la bella ragazza nel
disordine, che scopriva le sue forme seducenti, aveva concepito
un'idea: idea, che gli si era sempre più radicata nella mente, dacchè
aveva riconosciuto essere stata una favola quella dell'amante,
fuggiasco per i tetti.
L'atto disperato con cui Lina, punta dai rimorsi, che non le
lasciavano tregua, non sapendo francamente risolversi a denunziare il
fratello, aveva consegnato al birro la cassetta, che conteneva le
prove imperfette della reità di Bobi, da Lucertolo era stato
interpretato in modo ben diverso dall'intendimento ond'ella era stata
mossa ad eseguirlo.
Lina, consegnando al birro la cassetta, era certa della discrezione di
lui, e con quel mezzo termine credeva acquetare la propria coscienza;
sebbene, quando anche Lucertolo fosse stato tentato di frugare nella
cassetta, nulla vi avrebbe trovato che potesse approdare alle sue
ricerche, poichè Lina aveva tagliato i pezzi del fodero del pugnale e
dalla camicia l'estremità della manica insanguinata.
Sognava Lina nel consegnare la cassetta, comechè essa stessa molto non
credesse al sogno, che, serbando per sè i pezzi del fodero del
pugnale, il pezzo della camicia insanguinata, allorchè non potesse più
tacere, e il dovere le imponesse di denunziare il fratello per salvare
dalla galera un innocente, gli oggetti depositati nelle mani
dell'agente della polizia servirebbero a dare maggior peso alle sue
dichiarazioni.
E pur denunziando il fratello avrebbe avuto una piccola vendetta
dell'agente, che lo aveva tanto perseguitato, e il quale farebbe una
ben trista figura dinanzi a' suoi per essersi lasciato abbindolare da
una donna!
Queste erano le apparenti ragioni che a sè dava Lina per scusare il
suo operato, ma chi le avesse potuto leggere nel più riposto
dell'animo vi avrebbe trovato altre cause.
Si diceva Lina che Lucertolo, ricevendo da lei la piccola cassetta,
avrebbe creduto naturalmente vi fosse qualche ricordo di famiglia,
qualche oggetto a cui teneva la povera ragazza, e avrebbe riputato
l'atto come segno di fiducia in lui, come indizio che la ragazza fosse
estranea ad ogni complicità nel delitto del Vicolo della Luna, poichè
ricorreva a lui, e se gli confidava in quella maniera.
Ma Lucertolo non aveva pensato a nulla.
Aveva preso la rozza cassetta, l'aveva gettata in fondo ad un baule, e
subito fece il disegno che la cassetta dovesse giovargli un giorno ad
attuare certo suo disegno.
--Vi riporterò quella cassetta!--aveva detto più volte a Lina,
incontrandola.
La ragazza gli aveva sempre risposto, indifferente alle occhiate
assassine, che le lanciava il birro, disinvolta:--Quando vi pare!...
Non c'è furia!... Quando sarò tornata nella mia casa in Via
Cardinali... Per ora non ci vado!
Una parente di Lina era rimasta nella antica casupola del pompiere
varii anni, e, tornata Lina, se n'era andata perchè essa potesse di
nuovo abitarvi, se volesse.
La sera del 30 giugno. Lina aveva chiesto il permesso di passare la
notte in casa sua. E le era stato accordato da Antonietta, che pensava
la ragazza vaga di andarsene a godere la festa delle Cascine con le
sue amiche, non rivedute più da tanto tempo.
Invece Lina si indirizzò subito verso la via San Miniato fra le Torri
e salì la scaletta della Torre, che era dinanzi ad un vecchio albergo.
Oggi anche quel vetusto edificio fu abbattuto.
La scaletta era così angusta che un uomo molto pingue, anche solo, non
avrebbe potuto passarvi.
Le stanzuccie all'ultimo piano che abitava Lina, furono abitate sino a
circa quarant'anni or sono: di lassù si godeva la vista di tutta
Firenze, delle montagne, delle colline che la circondano: vi si viveva
in pace da tutti i rumori, che non giungevano sino a quella tranquilla
e ardua altezza.
Dieci minuti dopo che Lina era entrata nella Torre, un uomo usciva dal
Vicolo degli Anselmi, e ratto ratto, traversando il Mercato, imboccava
la via Cardinali, e si fermava al primo uscietto, a sinistra, così
angusto e così basso, e si chinava, si rimpicciniva per entrarvi. Poi
si arrampicava a stento, imbarazzato dalla sua corpulenza, nell'andar
su per la scala.
Lina già si era tolte le vesti, non resistendo al caldo di quella
notte di giugno, e andava qua e là, facendosi lume, rovistando per la
casa, che non aveva a suo agio riveduto da tanto tempo.
Ad un tratto sente che qualcuno saliva la scala.
Poi un picchio dato alla porta come nella notte in cui aveva avuto
tanto spavento.
Stette cheta e spense il lume.
Il picchio fu ripetuto.
Sentiva che una mano cercava la serratura della porta.
Forse era un ladro!
Lina pensò di domandare: chi è; di urlare, di chiedere aiuto, se non
avesse risposta.
--Chi è?--domandò la procace ragazza, tutta tremante, accostandosi in
punta di piedi alla porta.
--Io... Lina... io!--rispose sommessamente una voce a lei nota.
Era Lucertolo!