XXVII.

Nessuno pensava più al delitto del Vicolo della Luna.

Lucertolo sentiva che le sue scoperte non erano compiute: che mancava

tuttora qualche cosa a ristabilire nella sua pienezza la scena di

sangue avvenuta la notte del 14 gennaio 1831.

Appena Lina fu tornata in Firenze, il birro, sebbene essa cercasse

nascondersi, l'aveva subito scovata, e se le era attaccato alle

calcagna.

Lina non poteva fare un passo, senza trovarselo attorno.

Lucertolo, dopo la notte in cui aveva sorpreso la bella ragazza nel

disordine, che scopriva le sue forme seducenti, aveva concepito

un'idea: idea, che gli si era sempre più radicata nella mente, dacchè

aveva riconosciuto essere stata una favola quella dell'amante,

fuggiasco per i tetti.

L'atto disperato con cui Lina, punta dai rimorsi, che non le

lasciavano tregua, non sapendo francamente risolversi a denunziare il

fratello, aveva consegnato al birro la cassetta, che conteneva le

prove imperfette della reità di Bobi, da Lucertolo era stato

interpretato in modo ben diverso dall'intendimento ond'ella era stata

mossa ad eseguirlo.

Lina, consegnando al birro la cassetta, era certa della discrezione di

lui, e con quel mezzo termine credeva acquetare la propria coscienza;

sebbene, quando anche Lucertolo fosse stato tentato di frugare nella

cassetta, nulla vi avrebbe trovato che potesse approdare alle sue

ricerche, poichè Lina aveva tagliato i pezzi del fodero del pugnale e

dalla camicia l'estremità della manica insanguinata.

Sognava Lina nel consegnare la cassetta, comechè essa stessa molto non

credesse al sogno, che, serbando per sè i pezzi del fodero del

pugnale, il pezzo della camicia insanguinata, allorchè non potesse più

tacere, e il dovere le imponesse di denunziare il fratello per salvare

dalla galera un innocente, gli oggetti depositati nelle mani

dell'agente della polizia servirebbero a dare maggior peso alle sue

dichiarazioni.

E pur denunziando il fratello avrebbe avuto una piccola vendetta

dell'agente, che lo aveva tanto perseguitato, e il quale farebbe una

ben trista figura dinanzi a' suoi per essersi lasciato abbindolare da

una donna!

Queste erano le apparenti ragioni che a sè dava Lina per scusare il

suo operato, ma chi le avesse potuto leggere nel più riposto

dell'animo vi avrebbe trovato altre cause.

Si diceva Lina che Lucertolo, ricevendo da lei la piccola cassetta,

avrebbe creduto naturalmente vi fosse qualche ricordo di famiglia,

qualche oggetto a cui teneva la povera ragazza, e avrebbe riputato

l'atto come segno di fiducia in lui, come indizio che la ragazza fosse

estranea ad ogni complicità nel delitto del Vicolo della Luna, poichè

ricorreva a lui, e se gli confidava in quella maniera.

Ma Lucertolo non aveva pensato a nulla.

Aveva preso la rozza cassetta, l'aveva gettata in fondo ad un baule, e

subito fece il disegno che la cassetta dovesse giovargli un giorno ad

attuare certo suo disegno.

--Vi riporterò quella cassetta!--aveva detto più volte a Lina,

incontrandola.

La ragazza gli aveva sempre risposto, indifferente alle occhiate

assassine, che le lanciava il birro, disinvolta:--Quando vi pare!...

Non c'è furia!... Quando sarò tornata nella mia casa in Via

Cardinali... Per ora non ci vado!

Una parente di Lina era rimasta nella antica casupola del pompiere

varii anni, e, tornata Lina, se n'era andata perchè essa potesse di

nuovo abitarvi, se volesse.

La sera del 30 giugno. Lina aveva chiesto il permesso di passare la

notte in casa sua. E le era stato accordato da Antonietta, che pensava

la ragazza vaga di andarsene a godere la festa delle Cascine con le

sue amiche, non rivedute più da tanto tempo.

Invece Lina si indirizzò subito verso la via San Miniato fra le Torri

e salì la scaletta della Torre, che era dinanzi ad un vecchio albergo.

Oggi anche quel vetusto edificio fu abbattuto.

La scaletta era così angusta che un uomo molto pingue, anche solo, non

avrebbe potuto passarvi.

Le stanzuccie all'ultimo piano che abitava Lina, furono abitate sino a

circa quarant'anni or sono: di lassù si godeva la vista di tutta

Firenze, delle montagne, delle colline che la circondano: vi si viveva

in pace da tutti i rumori, che non giungevano sino a quella tranquilla

e ardua altezza.

Dieci minuti dopo che Lina era entrata nella Torre, un uomo usciva dal

Vicolo degli Anselmi, e ratto ratto, traversando il Mercato, imboccava

la via Cardinali, e si fermava al primo uscietto, a sinistra, così

angusto e così basso, e si chinava, si rimpicciniva per entrarvi. Poi

si arrampicava a stento, imbarazzato dalla sua corpulenza, nell'andar

su per la scala.

Lina già si era tolte le vesti, non resistendo al caldo di quella

notte di giugno, e andava qua e là, facendosi lume, rovistando per la

casa, che non aveva a suo agio riveduto da tanto tempo.

Ad un tratto sente che qualcuno saliva la scala.

Poi un picchio dato alla porta come nella notte in cui aveva avuto

tanto spavento.

Stette cheta e spense il lume.

Il picchio fu ripetuto.

Sentiva che una mano cercava la serratura della porta.

Forse era un ladro!

Lina pensò di domandare: chi è; di urlare, di chiedere aiuto, se non

avesse risposta.

--Chi è?--domandò la procace ragazza, tutta tremante, accostandosi in

punta di piedi alla porta.

--Io... Lina... io!--rispose sommessamente una voce a lei nota.

Era Lucertolo!

Il processo Bartelloni · 第 47 / 55 题