Firenze continuava ad esser tutta risuonante di grida gioconde, di
lieti rumori, affollata di gente accorsa a godere, a partecipare delle
pubbliche allegrezze.
In quella sera, 30 giugno, la festa campestre delle Cascine lasciava
spopolate, quasi deserte, tutte le vie della città: la gente
facilmente usciva a diporto, come ad assistere ad un gaudio della
natura.
Serata incantevole!
Il cielo folgorava di una luce bianca, nel plenilunio.
Uno zeffiro, carico di profumi, portava nelle strade, dopo aver
asolato tra i fiori dei giardini, un'onda di fragranze, e temperava,
molceva deliziosamente il caldo della giornata.
--Ah! che splendida sera!--osservò il Brinda, quando ebbero fatto
alcuni passi fuori dell'Ospedale.--Antoniettina! tu devi contentarmi.
Tu hai bisogno di aria, di distrazione... Domani sarai di certo
consolata di tutto, ora ci vuole coraggio!... Promettimi che più tardi
verrai con noi alle Cascine. Prenderemo per uno de' viali più
solitarii... staremo da noi, in disparte... ma vedremo anche noi la
bellissima festa, e godremo di questa nottata di paradiso...
Il Brinda aveva tutt'altro che piacere di andare a quella festa, ma
voleva distrarre Antonietta, voleva tentare, se fosse possibile,
acquetare per poco in lei il tumulto de' tristissimi pensieri.
E la ragazza aveva pure ben altra inclinazione che di andare alla
festa; ma l'idea delicata che, rifiutando, essa avrebbe forse privato
il maestro, il suo grande amico Brinda, di una sodisfazione, a cui
forse il buon vecchio teneva, si lasciò sfuggire un sì, disposta a
rassegnarsi.
--Però--riprese--anderemo tardi...--certa che avrebbe potuto allora
persuader il vecchio a uscir solo.
--Quando vorrai.
In quell'ora migliaia di persone si sparpagliavano pei viali, nei
prati delle Cascine.
Nel 1833 le mura di Firenze sorgevano al Ponte alla Carraia. Tutto il
Lungarno, dal ponte alla Carraia sino a dove è oggi la così detta
barriera delle Cascine, non esisteva: vi erano le mura e il greto.
Si accedeva alle Cascine dalla così detta _Porticciuola_, oltre che
dalla Porta al Prato. La Porticciuola era dove è oggi la Piazza
Curtatone, allo sbocco di Via Borgognissanti, e di un'altra viuzza,
parallela, che si chiamava Via Gora, famoso raddotto di donnaccole, di
poverissime famiglie dell'infima plebe, che abitavano i luridi
tugurii, i quali avevano dietro a sè le mura della città, di costa
all'Arno.
Dalla Porticciuola e dalla Porta al Prato sino alla Real Villa, per lo
spazio di un miglio, centinaia di fiammelle, ricorrenti in molteplici
ordini tra le file degli alberi, delle strade, degli attigui viali,
gettavano torrenti di luce.
L'ingegnere comunale Paolo Veraci aveva fatto prodigii!
Splendevano altresì, in quest'intervallo, due grandi guglie e due
colonne, quelle con insolito chiarore poco fuori della Porta al Prato,
queste al bivio delle due strade dalla Porta al Prato e dall'altra
detta la _Porticciuola_; e la illuminazione continuava pel ponte del
_Fosso Bandito_, la Ghiacciaia, il Fonte di Narciso, ecc. Lumi sparsi
anche per entro ai boschetti tramandavano al di fuori un vago
chiarore, ed offrivano frappe allo sguardo di bell'effetto.
Fin oltre alla R. Villa si spiegava la maggior pompa
dell'illuminazione e dell'apparato. Ivi da prima, verso l'estremità
del Prato detto _della Tinaia_, scorgevasi un gran padiglione ottagono
destinato per sala da ballo agli invitati più ragguardevoli. Nè con
eleganza, nè con ricchezza maggiore poteva questo essere adorno e
illuminato. Al di dentro l'addobbo di drappi, di veli e di tappeti; le
belle suppellettili, lo splendor delle lumiere e dei candelabri
ardenti che il riverberar degli specchi ripeteva in varie guise. Anche
l'esterno del padiglione era illuminato con sfarzo corrispondente. Lì
vicino, da un lato, sovrastava un cerchio d'alberi; da altra parte si
era formato con vasi di fiori e piante ivi a tal uopo in giro raccolti
un vago giardinetto; un _attendamento_, in fine era stato a breve
distanza costrutto per la preparazione e distribuzione dei rinfreschi.
Questi annessi pure erano illuminati.
In faccia alla Real Villa attirava tutti gli sguardi una pagoda
chinese, che di leggiadra architettura e simmetricamente illuminata
s'innalzava in mezzo alle illuminazioni non solo del prossimo
_parterre_ e dei contigui viali, ma anche della periferia dei maestosi
alberi sorgenti all'intorno, ai rami dei quali essendosi appesi
fanaletti variamente colorati, e con industria compartiti, quasi ne
risultava il prodigio d'una vasta Iride notturna, quanto bella
altrettanto grandiosa.
Di là, si entrava nel Prato, detto del _Quercione_.
«Qui--scrive un cronista--la festa era stata specialmente
apparecchiata per l'effusione della gioia popolare. L'ampiezza della
superficie del Prato avea costretto a dividerla in due parti, una sola
e la più prossima alla Villa apparandone per la festa. Quello spazio
che rimaneva pur vasto, era sparso di varii padiglioni, ove ristorar
si potesse la moltitudine con cibi e rinfreschi; di palchi eretti per
varie bande musicali, e nel centro si elevava un tempietto della
Fortuna costrutto per l'estrazione a sorte dei cento premii, la
collazione dei quali era stata prenunziata.»
Circa la mezzanotte una coppia furtiva si avanzava per uno dei
vialetti, non illuminati.
I due innamorati godevano gli splendori di quella notte, soave come un
bel sogno, nell'armonia delle orchestre, nelle grida garrule della
folla, nello scintillìo di miriadi di lumi, come se la terra si fosse
cosparsa di stelle di fuoco.
Il venticello notturno alitava all'intorno, come per portar con sè le
promesse, i giuramenti, che si scambiavano in quelle ore incantevoli i
cuori appassionati.
--Mi amerai sempre?--diceva l'uomo sommessamente, accostando il labbro
all'orecchio della donna, a cui dava il braccio.
--Sempre! sempre!--rispondeva la donna.--Non ti pare che abbiamo
abbastanza sofferto per meritare ciascuno di noi il nostro amore?...
Ma... torniamo indietro.
Erano Roberto e Antonietta che, appena arrivati, lasciavano la festa.