X.

È una mattina del maggio 1833.

Nella sala di un palazzetto sul Canal Grande di Venezia, si trovano

due personaggi, che il nostro lettore già conosce.

Una giovane signora stava quasi sdraiata sopra un sofà, coperto di

velluto rosso, e adorno di gran fogliami, e fiori a intaglio nel legno

dorato.

I raggi del sole entravano nella stanza discreti, temperati dalle

tende di seta, che pendevano dinanzi alle finestre.

Il tappeto della stanza era bianco e azzurro: le pareti coperte di

damasco rosso, a filettature d'oro: sul soffitto era dipinta

un'allegrissima scena, a colori delicati; una Venere, splendente di

venustà, circondata da Ninfe giovialissime e paffutelle, da Amorini in

atteggiamenti scherzevoli e piacevolmente leziosi.

Nei grandi e alti specchi si riflettevano le ricchissime, sfarzose,

artistiche suppellettili: si riflettevano le molli, voluttuose

ondulazioni che facevano i contorni squisiti di un corpo flessuoso,

abbagliante per meravigliosa leggiadria: ogni gesto della signora,

ogni portamento della testa, ogni nuovo aspetto della sua bellezza

poetica e sovranamente gentile.

La giovane signora era avviluppata in una gran veste di drappo fino,

color di rosa, tutta guarnita sul dinanzi ed intorno al lembo da un

soprammesso di raso bianco con ricami a rabeschi in oro.

Dalla veste usciva un piede minuscolo, delizioso nella sua

incomparabile perfezione.

Le braccia spiccavano sulla fodera di raso delle ampie maniche con una

bianchezza di gigli e di gardenie.

Il volto piccolo, tale da destare l'estasi dell'artista più vago della

vera bellezza, era illuminato da un sorriso di un'espressione celeste,

di una bontà ineffabile.

Un giovane era seduto sopra due cuscini, gettati sul tappeto, dinanzi

al sofà.

--Stamani mi sono levata così presto per te!--diceva la signora,

mentre con la sua mano destra, una mano affilata, sfavillante di

anelli, si accomodava, facendo un gesto che le era familiare, i

copiosi capelli biondi, di un biondo fulgido, che le formavano come

uno splendido diadema sulla fronte divina.--Sono uscita di camera

ora... mi avevi detto che saresti venuto a vedermi... e ti assicuro

che ero proprio stanca!... Ieri sera, oltre il cantare l'_Anna

Bolena_, l'aver dovuto ripetere tutta l'aria di _Desdemona_ mi aveva

spossato... E poi... che vuoi che ti dica... tutti quegli applausi...

quei fiori... gli urli della gente, che mi aspettava all'uscita del

Teatro... Già tu stesso avrai veduto lo spettacolo... Una trentina di

gondole mi hanno accompagnato... Da tutte uscivano suoni, canti, grida

di _Evviva la Amieri!_... Io, nella mia gondola sola, tutta

palpitante, pensavo a te... Avrei voluto averti accanto, godere con te

di quella immensa ovazione... Appena sono entrata in casa hanno

incominciato una serenata... Mi sono affacciata al balcone... Non

dimenticherò mai ciò che ho veduto e provato in quel momento

incantevole... I suoni, i canti si confondevano in una lieta armonia,

la luna gettava splendori su palazzi di marmo, su le acque, su la

folla delirante di entusiasmo...

--Ma c'ero anch'io tra quella folla!--diceva il giovane, guardando la

bella creatura con gli occhi inondati da lacrime di gioia--c'ero

anch'io, e ti ho veduta affacciarti... È stata come un'apparizione

divina... Sono io che ho gridato in mezzo al silenzio profondo, che

succedette un istante al tuo apparire:--Viva la Amieri!... Ah, tu non

hai riconosciuto la mia voce?... Forse perchè la mia voce tremava...

come ora... ed io era più inebriato, più commosso di tutti da quella

festa...

--Sei sempre buono tu!... Tu sei la mia gioia nel mondo!

E la donna ammaliante tendeva la sua mano profumata al giovane, che la

baciava con trasporto.

--Ti ripeto quello che io ti ho detto più volte: io non posso, io non

voglio esistere senza di te!--essa replicava.

Il giovane la guardava, orgoglioso, felice d'inspirare tale passione

in un cuore così nobile, di veder accettata, prescelta la sua

adorazione da una donna di tanta bellezza.

La signora, stesa sul sofà di velluto, era Antonietta, la scolara del

Brinda, la ragazza fuggita dalla casa in Piazza degli Amieri la sera

del 14 gennaio 1831: la ragazza che Carlo Tittoli aveva consigliato a

farsi artista, e aveva messo in salvo.

Le lezioni del Brinda le avevano profittato.

In due anni essa era salita all'apogeo della gloria: aveva cantato a

Vienna e a Parigi, e per la prima volta rimetteva allora il piede in

Italia.

Dandosi all'arte, aveva serbato il nome di Antonietta e avea lasciato

il suo casato per quello di Amieri, che le ricordava l'antica dimora

de' suoi cari vecchi: di Agatina e di Emilio, che il lettore rivedrà

fra poco.

Ha indovinato il lettore che il giovane il quale si trovava dinanzi ad

Antonietta era il pittore Roberto Gandi?

--Stamani è uscita la _Gazzetta!_--interruppe Roberto, cavandosi di

tasca un giornaletto, stampato su carta giallognola.--C'è l'articolo

del celebre abate Pildani sull'_Anna Bolena._

L'abate passava per un maestro, e quale maestro! nella critica

musicale.

Un altro abate in quel tempo faceva la critica delle opere e dei balli

anche nella _Gazzetta_ di Firenze.

Così le prime donne e le prime ballerine godevano il privilegio di

aver il loro panegirico dalle stesse penne che scrivevano quelli delle

Sante, delle Vergini più immacolate.

--Che cosa dice il celebre abate?--domandò la cantante, allungando un

braccio verso una tavoletta in lacca, sulla quale prese una delle rose

che erano in un'anforetta finissima di cristallo di Boemia.

--Te lo leggo subito!

E il pittore principiò la lettura dell'articolo, che era un vero

esempio dello stile con cui in quel tempo si scrivevano le critiche

musicali.

Dopo lette le prime parole, il pittore fu interrotto da un lieve gesto

dell'artista, da un sorrisetto sdegnoso.

Il critico moveva da alcune considerazioni generali; queste essa non

voleva udirle.

--Più giù... più giù!--ella disse.--Dove parla di me... della

esecuzione...

Il pittore dette un'occhiata sul giornale, quindi lesse:

--«Due parole di grata menzione ai cantanti che ci dilettarono nella

stagione che cade, rappresentando l'_Anna Bolena_ del M.^o Donizetti!

La signora _Amieri_ sostenne la parte di protagonista (d'_Anna_) e la

sostenne da protagonista. Nell'arte del canto, non men che

dell'_azione_, la signora _Amieri_ è insigne. Vuol ella attenersi a

canto semplice e spianato? (per lo più preferibile nelle opere degli

ottimi scrittori). Tutto è intonato, tutto corretto. Vuol ella tentar

voli, e sparger fiori? Son vigorosi, son felici, i voli; i fiori son

di tutta eleganza, di tutta bellezza. Ma (sia detto di passaggio) non

la invoglin questi pregi ad esserne troppo prodiga! quel che è più

prezioso vuol esser anzi con più parsimonia dispensato.»

Erano press'a poco gli avvertimenti che, due anni prima, le dava il

suo maestro Brinda.

Durante la lettura, la fisonomia ammaliantissima della giovane artista

aveva preso un'arietta di sovrana alterigia.

Ma allorchè il pittore giunse al punto ove era dato il paterno

consiglio di parsimonia, la rosa, che la cantante carezzava con le sue

dita affusolate, cadde, a foglia a foglia, sparpagliata da una mano

febbrile, sul sofà e sul tappeto.

--Non legger più, Roberto!--disse con un attuccio di sprezzo.--Questi

abati la mattina dicono la Messa: il resto del giorno non sanno quello

che dicono!

E rideva, ma di un riso poco spontaneo.

--Lascia che legga!--soggiunse Roberto, che teneva sempre gli occhi

sulla _Gazzetta_.--Sentirai che c'è del buono...

--No, no... Tanto non ti confondere... questi critici non hanno gusto,

e non si intendono della musica... Figurati che uno di loro ha

scritto, tempo fa, che il mio trillo non è bello... Ma si può essere

più disgraziati di costui!

Roberto era avvezzo a sodisfare i più piccoli desiderii di Antonietta.

Sapeva che non tollerava contradizioni. Però essa si credeva di un

carattere così dolce, così pieghevole, così condiscendente!

Ma l'innamorato non conosceva altra legge che quella che emanava dalle

labbra rosee della giovane vezzosa, nè avrebbe voluto obbedirne altra.

Ripiegò il giornale, senza proferir verbo, senza arrischiare la più

piccola osservazione, abituato a quella sommissione illimitata,

volontaria, che si trova in tutte le anime veramente amanti.

L'opera del Donizetti, _Anna Bolena_, scritta allora da poco più di

due anni, aveva tutte le attrattive della novità. Se ne appassionavano

il pubblico, gl'interpreti, i critici. Se ne disputava negli

ambulatori de' Teatri, sulle scene, nelle sale dei principi come nei

crocchi degli artisti.

Quando nell'anno, in cui comincia il nostro racconto, cioè il 30

decembre 1830, la sublime Pasta, la Orlandi, il Rubini, il Galli

avevano cantato a Milano la nuova opera del maestro bergamasco, per

tutta Italia, dove allora i cuori palpitavano per le grandezze

dell'arte più che non palpitino oggi, e l'arte era ad essi suprema

religione, e gli entusiasmi prorompevano più alti e più facili, per

tutta Italia, dico, corse il grido delle vaghezze che infioravano

l'opera nuova, ne furono ripetute le soavi melodie.

Gaetano Donizetti, sino allora fervido seguace del Rossini, si

spingeva rapito nel tramite lucente della melodia belliniana.

Nell'_Anna Bolena_, nel _Pirata_ e nella _Straniera_ parve

s'incontrassero, si assimilassero le ispirazioni dei due genii più

affettuosi, che la musica abbia avuto dopo il Pergolese.

Un silenzio era succeduto alla cessata lettura.

Il processo Bartelloni · 第 24 / 55 题