Gli occhietti azzurri e furbacchiòli di Antonietta brillavano di una
insolita espressione di malizia.
--Vedo che tu sei mortificato!--essa riprese in tuono leggermente
sarcastico.--Leggimi, leggimi il giornale... te lo permetto!
E Roberto spiegò di nuovo la piccola _Gazzetta_, dicendo:
--Sentirai che l'abate è poi giusto!
--Giusto, o no, leggi pure!
Ecco che cosa scriveva il terribile abate, la cui prosa aveva irritato
gli eccitabilissimi nervi della regina del canto:
--«Intese poi profondamente e sentì la signora _Amieri_ il suo
personaggio, _Anna Bolena_. La catastrofi d'una donna sensibile al
pari ed altera, da un potente amore inalzata al soglio, e da una
feroce incostanza precipitata nella morte dell'infamia...
l'abbattimento nel vedersi sprezzata... il rinfranco d'una coscienza
che si sente illibata... le furie e le imprecazioni della rivalità...
la triste calma della rassegnazione... e le tenerezze del perdono...
il delirio... e l'orribil sorriso della disperazione, al pronunziarsi
della sentenza del suo disonore... il grido del raccapriccio al
rimbombo dei bronzi che la chiamano al supplizio...»
--Quante cose, quante cose!--esclamò Antonietta impaziente.
«... tutti i miserandi e crudeli tumulti dell'anima di quella grande
infelice,--proseguì Roberto leggendo e scolpendo viemeglio le
parole--furono dalla somma attrice, coll'eloquenza dell'accento,
coll'evidenza del gesto, in un quadro spaventevole e commovente,
vivissimamente dipinti allo spettatore. È inutile il dire che ella ha
destato nel pubblico un entusiasmo, e che ne ricevè i più unanimi e
lusinghieri contrassegni.»
--O che cosa dice del tenore?--domandò Antonietta, che era un po'
gelosa del virtuoso, che le era emulo nel favore del pubblico.
E Roberto ricominciò:
--Il celebre Darvili...
--Vedi... vedi... me non mi ha chiamata celebre! Oh, non importa,...
continua.
L'articolo, come già ne' periodi citati, ritraeva esattamente il modo
di scrivere, che era in voga.
«Il celebre Darvili (_Percy_),--diceva il critico tonsurato--si
sostenne, mercè il suo gran possesso dell'arte, ma non essendo a lui
molto adattata la parte, non può dirsi che abbia colta una palma di
più.
«Del resto non è qui il luogo di parlare del metodo del signor
Darvili. Egli ha avuto sempre critici ed ammiratori. Egli si è sempre
segnalato non col _tenere_ vigorosamente la nota, non col canto
spianato, ma colla vivacità, colla grazia degli ornamenti. Egli, per
così dire, non trionfò combattendo a piè fermo come il Romano, ma
fuggendo come il Parto!»
Il critico, contemporaneo del Donizetti, andava innanzi con nuovo
ardore.
«E nulla dite, ci sentiam domandare--egli scriveva,--della musica del
signor maestro Donizetti, della poesia del signor Romani?--Quanto alla
musica non possiam che ripetere le lodi di cui essa fu già onorata.
Alcuni vi notarono varie reminiscenze d'idee d'altri compositori. Ma,
oltre che è difficile l'assicurare che sien vere reminiscenze, potendo
due ingegni incontrarsi senza imitarsi, a molti scrittori anche
insigni venne fatto di prendere da opere precedenti qualche idea, nè
questo derogò alla lor fama, quando nel resto si mostrarono ricchi
d'originalità.»
E ribattendo le osservazioni di alcuni, concludeva: «Per certo non si
desidera musicale eloquenza nel duo del primo e del secondo atto, e
nel finale del primo. L'aria: _al dolce guidami_, è commoventissima. E
per tutta l'opera riluce quella somma dottrina nell'arte dell'armonia,
per cui è celebre il signor Donizetti.»
Con la sua voce flebile, che carezzava e molceva le orecchie, che
scendeva all'animo come una voce di paradiso, la cantante, sempre
distesa sul sofà, battendo il tempo con una mano intonò l'adagio:
_Al dolce guidami Castel natìo._
E il suo accento interpretava a perfezione quel canto stupendo, di una
semplicità e di una grazia ideale, di un'espressione, che desta la più
ineffabile mestizia.
Poi, guardando Roberto con piglio civettuòlo, e mentre egli le
stringeva la mano, gorgheggiava con note limpidissime, terse, alate,
per così dire,--con tanta facilità di emissione le uscivano dal
labbro--l'aria:
_Come, innocente giovane,
Come mi hai scosso il core!_
Ma già, prima che avesse finito, Roberto si era alzato, si era
accostato al cembalo, e quando essa ebbe gettato l'ultimo suo
gruppetto di note, scintillanti come le perle luminose e colorate di
un piccolo fuoco d'artifizio, Roberto, accompagnandosi, e volgendosi
per guardarla, intuonava a mezza voce le parole del tenore:
_Deh, non voler costringere
A finto gaudio il viso.
Bella è la tua mestizia
Siccome il tuo sorriso!_
--Bravo!--gridò Antonietta, che si era alzata anch'essa e si era
avvicinata a Roberto, tendendogli la fronte sulla quale egli dava un
bacio caldissimo.
Roberto Gandi non era un vero e proprio musicista, ma aveva al canto
una innata disposizione; ogni bella armonia lo commoveva. Ripeteva i
pezzi migliori delle opere che udiva, ne parlava con un linguaggio
ardentissimo. La musica è una passione violenta come l'amore.
La sua affezione per Antonietta lo aveva sempre più infervorato nella
musica, gliel'aveva fatta meglio comprendere: sin da quando la
conobbe, alle lezioni del Brinda, egli si sentì a un tratto più
addentro nei misteri della musica, più destro, più sicuro nella stessa
arte che esercitava.
I primi momenti della passione fanno sorgere nel cuore di un artista
un tumulto di idee; i suoi studii, anche gli studii che credeva più
sterili, dànno un frutto insperato; la intensità della sua vita
raddoppia; egli trova l'espressione adeguata, spesso cercata invano,
a' suoi più alti concetti.
--Bravo! Bravo!--ripeteva Antonietta, passeggiando per la stanza,
fermandosi qua e là a carezzare i bei fiori disposti su varii mobili,
e sui fiori trascorrevano le sue dita morbide e candide come i più
fragili petali di alcuni di essi.
Si accostò di nuovo al cembalo e fissò i suoi occhi in quelli di
Roberto.
Roberto la contemplava con un sentimento di adorazione sovrumana.
Così rimasero alcuni istanti.
Non si parlavano, non facevano un gesto; l'amore li faceva trepidare,
li inebriava come una di quelle melodie senza parole, che sono la più
celeste espressione della musica.
Ad un tratto udirono rumore.
Si volsero ambedue verso la porta.
Entrò una cameriera elegantissima, di forme appariscenti, e a cui
sfavillavano in volto la salute e la giovinezza.
--C'è l'abate Pildani!--essa disse a voce bassa.
--Oh, il celebre abate!--osservò Antonietta, facendo un gesto
teatrale.--Che passi!
Ma erano scorsi alcuni secondi, e l'abate non si presentava.
Egli era occupatissimo nell'anticamera a guardare, a interrogare la
ragazza avvenente e grassotta, la cui vista lo giocondava.
E per sbirciarla meglio, si era alzato gli occhialoni verdi che
portava sempre: il giorno in casa, per le strade; la sera al teatro.
La ragazza, obietto alla profonda e onorevole ammirazione del più
illustre critico musicale di Venezia, era Lina Carminati.
--Passi, signor abate, passi pure!--diceva Lina, accennando alla porta
della sala, quindi fattasi bruscamente innanzi, la aprì.
L'abate si trovò dinanzi a Antonietta, che gli corse incontro tutta
festosa, e in atto tra il devoto e il motteggevole, come se volesse a
un tempo chiedergli di benedirla e burlarsi di lui.
L'abate aveva aspetto singolarissimo. Era piccolo, tarchiato, con una
grossa testa, un naso rigonfio e rossastro, in mezzo a un faccione,
esilarato da un largo e perpetuo sorriso: nella fisonomia aperta si
leggeva una grande astuzia, temperata da una sincera bonomia. Poi, gli
occhiali verdi, e sotto il braccio, altro oggetto da cui non si
separava mai quasi neppur in casa, un ombrellone verde, che teneva
sulle ginocchia, come un bambino a cui facesse la nanna, anche quando
scriveva i suoi articoli.
--Come va, figliuola?--domandò all'artista famosa, cui tutti parlavano
con ossequio e trepidando, in un tuono che sembrava parlasse alla più
umile delle mortali.
Anna Bolena rispose un po' crucciata. Quel modo familiare verso la Sua
Maestà la indispettiva.
--Ah, ah, capisco!--mormorò l'abate, i cui occhiali verdi erano volti
verso il cembalo sul quale si trovava spiegata la _Gazzetta_.--Ho
osato toccare la regina! Tocchi di penna, e di penna d'oca... non
lasciano traccie, figliuola... Andiamo... via! Ti hai per male che un
vecchio, che ti vuol bene, ti dica un po' di verità?... Un uomo, che
ha i capelli bianchi, come me, non avrebbe diritto di dare un
consiglio ad una monelluccia come te?...
Antonietta taceva, ma l'abate, accortosi che essa era in procinto di
scattare, mutò subito registro, e si dette ad ammansare la piccola
tigre.
Pochi istanti appresso, il sorriso era tornato sulle labbra di
Antonietta.
--Peccato,--disse l'abate Pildani a un certo punto della
conversazione--peccato che il Donizetti abbia scelto quel libretto...
--Non le piace?--chiese Antonietta, con l'aria del maestro, che
interroga uno scolaro.
--Non mi piace, no, se tu me ne dài licenza... e se non me la dài, me
la piglio,--replicò il faceto abate.--O non hai letto il mio
articolo?...
--Non abbiamo finito di leggerlo,--osservò Roberto, che aveva già
scambiato con l'abate un cordiale saluto.
--Allora, ragazzi, ve lo finisco di leggere io. E l'abate si alzò,
andò a prendere la _Gazzetta_, sollevò gli occhialoni verdi e lesse:
--«Della poesia, nelle opere per musica, non si può veramente parlare,
senza sentir pietà del servaggio, cui qui son ridotte le muse. Se si
paragona la lunghezza dei drammi dello Zeno e del Metastasio, con
quella dei nostri _libretti_, si vedrà, anche materialmente, quanto in
angusto sia stata ognor più coartata la poesia; e che quasi tutto il
campo è occupato dalla musica, che spazia orgogliosamente, profondendo
i tesori della melodia e dell'armonia.
«Poeta e scrittor di musica sulla scena paiono un magro e rannicchiato
cliente, accanto al giovenalesco Matone, pingue causidico, riempiente
la sua lettiga.»
L'abate guardò i due interlocutori per sorprendere sui loro volti
l'effetto del suo ingegnoso e pomposo paragone.
--«Noi--e l'abate qui assumeva un accento solenne--non intendiamo di
predicar riforma su questo punto, si segua pur così: ma la necessaria
conseguenza è che la poesia in tante ristrettezze, non ha bastante
sviluppo; e bisogna che talvolta resti per brevità oscura; tal altra
si contenti d'una interiezione _Ah!_, di parole vaghe e generali,
_fato_, _avversa sorte_, ecc., mentre converrebbe scendere a
particolarità, a figure determinate, che solo parlano alla fantasia,
facoltà dominatrice nella vera poesia.
«Conviene accennar figurine da paesaggio, ove non scoprendosi
lineamenti, fisonomie, non si commovono affetti al loro aspetto. Vi
resta più la verseggiatura che la poesia. Il signor Romani, bisogna
confessare, che in varii de' suoi drammi ha portato queste catene
colla maggior disinvoltura, e felicità possibile. Ma il libretto
dell'_Anna Bolena_ non è forse uno de' suoi migliori, neppur per la
verseggiatura. Vi son luoghi in cui la lira di Romani si riconosce; ma
spesso le corde dissonanti stridono.»
--Eh, che ve ne pare? Ma sentite anche questa. Ho voluto aggiustare
una bottata al gran lusso delle scene, alla importanza che si dà a
certi accessorii... E badate, figliuoli... Dio voglia si muti
indirizzo... ma io prevedo fin d'ora che fra poco si scriveranno le
opere per i macchinisti, per gli scenografi, per i vestiaristi... Se
pure essi non saranno i veri autori! E si applaudiranno, non i canti,
ma le scene dipinte, il vestiario dei sarti, i brillanti, i gioielli
delle prime donne... Eccovi il mio paragrafo, corto, ma chiaro... come
parlo sempre io:
«Diasi lode anche agli scenarii, particolarmente al primo, e al
vestiario che è molto ricco. In oggi si sfoggia assai in vestiario:
ciò è bene; ma guardiamoci dal fidarci troppo. Ricordiamoci del detto
di Dèmonace a un tale che ne andava superbo del suo bel manto: _Amico,
prima di te, portò queste lane un ariete, e non era che un ariete_.»
E l'abate, ridendo, buttò la _Gazzetta_ sul tappeto.