Circa tre settimane dopo i fatti da noi narrati, Lucertolo si trovava
una sera sulla Piazza del Granduca: oggi soltanto: _Piazza della
Signoria_.
Tra le quattro e le cinque pomeridiane, la Piazza era
frequentatissima: vi si affollavano operai, impiegati, le _coglie_,
come si chiamavano allora i giovanotti eleganti, le più vispe donnette
del popolino, le serve coi bambini, qualche prete, e, diremo più sotto
il perchè, tutti i soldati.
Intorno al castello mobile dei burattini, collocato di solito rimpetto
alla fonte del _Biancone_, si affollava la gente, e dava in grandi
scrosci di risa.
Il castello era formato da quattro tavole unite insieme e coperte
all'esterno da un rozzo panno.
Ad una certa altezza, quasi l'ordinaria altezza di un uomo, sul
dinanzi del castello era praticata un'apertura, che raffigurava un
piccolo palcoscenico.
Un uomo nascosto tra le quattro tavole, faceva agire sul palcoscenico
i suoi bizzarrissimi attori, e una donnaccola girava tra i gruppi
degli spettatori, tendendo un piccolo vassoio, sul quale gli
scioperati gettavano un quattrino, due quattrini.
Finito lo spettacolo l'impresario se n'andava, camminando in mezzo
alle strade, sempre dentro al suo teatro.
Qua e là per la piazza erano i bruciatai, i lupinai, i venditori di
ciambelle e di sommommoli caldi e tutti urlavano, davano in lazzi,
facevano affari eccellenti.
Verso la cantonata di via Calzaioli, davanti a un vetusto usciolino,
che si vede tuttora, e che rammenta l'antico livello della Piazza più
basso dell'attuale, metteva banco ogni sera un venditore di
cannelloni, conditi con cacio romano e pepe, a una crazia la porzione,
delicatamente servita in un piattino coperto da altro piattino.
Sul banco del venditore erano in gran numero forchette di ferro.
La povera gente, gli operai, si accalcavano al banco: il venditore
smerciava perfino duecento porzioni del suo manicaretto in una sera.
Alcuni avventori, preso il piatto e la forchetta, si allontanavano dal
banco, si mettevano vicino alle case, e voltati verso il muro,
diluviavano allegramente.
Era quella l'ora della ritirata militare!
Dopo le _ventitrè_, quando la Piazza cominciava a popolarsi,
arrivavano i drappelli de' suonatori di tamburo e di pifferi, addetti
al corpo dei granatieri acquartierati nel forte di Belvedere, o a
quello dei fucilieri, accasermati nella fortezza da Basso, arrivavano
i tamburi dei Veterani, acquartierati nello stabile della Zecca, con
ingresso in Via Lambertesca, le trombe dei dragoni alloggiati nel
Corso dei Tintori, dei Cacciatori a piedi e dei Cacciatori volontarii.
Tutti si riunivano alla Gran Guardia, schierandosi sulla gradinata
maggiore del palazzo della Signoria, dove giornalmente stava di
servizio una compagnia di linea, circa 80 uomini fra ufficiali,
sott'ufficiali e soldati.
Alle ventiquattro precise, la Milizia si metteva in parata e gli
strumenti suonavano.
Dopo il «presentate arme», i soldati di servizio, portando la mano al
gasco, facevano la seconda preghiera della giornata, poichè la prima
era fatta allo scocco del mezzogiorno.
Il capo-tamburo maggiore, che di tanto in tanto lanciava e riprendeva
per aria, molto destramente, una gran mazza con grosso pomo d'argento,
si poneva alla testa dei suonatori di tamburo, di pifferi, e dei
trombettieri, e comandava diverse evoluzioni attorno alla Piazza.
Andavano loro innanzi frotte di ragazzacci, che messi in ruzzo dai
rulli de' tamburi, dagli squilli delle trombe, dalle note acute dei
pifferi, si davano con smania a far di quelle capriole, conosciute nel
loro gergo col nome di _cameruzzoli_.
Spesso un ragazzo o l'altro rotolava per terra, e incontanente si
rizzava, richiamato a migliori consigli dai calci, che prodigava un
celebre comandante di piazza, il quale, adempiendo al suo ufficio,
precedeva ogni sera, senza sguainare la sciabola, il capo-tamburo al
momento della ritirata.
Era questa forse per il pubblico una delle parti più attraenti del
curioso spettacolo.
Fatto il giro della piazza, i drappelli si separavano all'imboccatura
di Via Calzaioli, e, suonando, muovevano ai rispettivi quartieri.
La descrizione, raccolta da uomini provetti, e che furono più volte
testimoni di simili scene, crediamo debba essere esatta.
Una sera del decembre, come abbiamo detto, Lucertolo si trovava nella
Piazza e girava tutto stranito in mezzo alla folla, con le mani nelle
tasche profonde della sua carniera di velluto, e col bastone sotto
l'ascella del braccio destro, nel suo favorito atteggiamento.
Una strana notizia correva quella sera di bocca in bocca.
Nella giurisdizione del Capitan Bargello di Brozzi era avvenuto un
fatto sinistro.
La notte innanzi due famigli perlustravano lungo la sponda dell'Arno,
all'aperta campagna.
Il fiume era grosso, minacciava di straripare.