¹ Agostino Ademollo. _Il giudizio criminale in Toscana._

«Dalla sentenza non si dava appello, nè cassazione.

Soltanto si accordava al condannato la facoltà di esperimentare la

revisione del giudicato, o la grazia del principe per mezzo di

supplica da inviarsi per il canale della Regia Consulta.

«Così finiva il giudizio criminale prima del 1838.

«Il processo inquisitorio, fin qui praticato, aveva questo gravissimo

difetto e questa fatale conseguenza che, appena avvenuta la

trasmissione della speciale inquisizione, essa nuoceva grandemente

alla fama e al benessere del cittadino. Egli veniva generosamente

ritenuto per delinquente, veniva sospeso da ogni pubblica carica;

veniva cassato dai ruoli delle milizie se militare; veniva privato del

consorzio degli onesti cittadini; e difficilmente si lavava la macchia

dell'inquisizione, nonostante che con la difesa avesse provato la sua

innocenza, non ostante che la sentenza la proclamasse.»

Il lettore attento faccia su questi rapidi cenni le sue meditazioni,

chè gli gioveranno.

Noi torniamo alla Camera di Consiglio ove erano riuniti i sei

auditori.

Il presidente sedeva ad una gran tavola, che era quasi nel mezzo della

stanza. Accanto al presidente, quasi incollata alla sua poltrona, era

la sedia su cui appoggiava il gramo dorso l'auditorino Lechini.

Dirimpetto al presidente, torbido, minaccioso, rannuvolato, con un

cipiglio da augurarne ogni sinistro, sedeva il Relatore della causa,

auditore Pantellini.

L'auditore Biscotti era a destra del Relatore.

Questo Giudice era un fanatico studioso dei Testi di lingua: spesso

costringeva i suoi colleghi a sospendere la compilazione di una

sentenza per i motivi che diremo.

Si trattava, poniamo, di mandare un disgraziato per quindici, venti

anni, per tutta la vita, in galera.

L'estensore della sentenza, rigido, raccolto, dettava il racconto

delle circostanze, che avevano potuto servire ad aggravare, o render

migliori le condizioni dell'inquisito.

Si scrivevano allora lunghe, interminabili sentenze, i cui _attesochè_

si prolungavano per quaranta e cinquanta pagine.

D'un tratto si udivano un grido, un'escandescenza, il rumore di una

sedia, che si moveva. L'auditore Biscotti si alzava, tutto irritato,

rosso in volto, solenne.

--Che cosa c'è, signor auditore!--domandava il presidente.

--Se io debbo firmare la sentenza non ammetto che si metta il

participio _concernente_ con il dativo...

--Signor auditore!...

--Non son disposto a transigere, signor presidente. La proprietà dei

vocaboli è cosa sempre necessaria, necessarissima in una sentenza.

Abbiamo l'obbligo di mostrar prima di tutto che sappiamo far giustizia

alle parole, esser giusti nella espressione. Bisogna dire «concernente

_il_ delitto:» «concernente _al_ delitto» è un solecismo. So bene che

il poeta mugellese ha scritto nel suo _Torracchione:_

Fè quel tanto ordinare e porre in punto,

Che ad opra così pia fu concernente.

Però l'esempio è del seicento: c'è anche un altro esempio nel Segneri,

ma questi autori bisogna citarli con cautela...

--Andiamo!... Basta!... Sempre tali questioni!--ripetevano gli

auditori in coro.

Però erano sempre costretti a modificare la frase.

L'auditore Biscotti non si impauriva.

Alla prima occasione, egli tornava ad interrompere, ad esigere il

cambiamento dell'espressione difettuosa.

Se il presidente talvolta gli rispondeva con una certa severità, e

dichiarava assolutamente con la sua autorità che una parola era

propria, che la discussione doveva troncarsi, il giorno dopo

l'auditore arrivava in Camera di Consiglio col suo bravo volume del

_Vocabolario della Crusca_, con un'osservazione di Basilio Puoti, con

la Grammatica del Corticelli.

Bisognava, o dargli la sua parola, o... la vita!

A sinistra dell'auditore Pantellini, relatore, sedeva l'auditore

Comettini, che tutte le sere andava a giuocare a calabresella, o a

picchetto, col vicario dell'arcivescovo, e in Camera di Consiglio

meditava, preparava i suoi più bei colpi.

Il sesto auditore, Dario Salti, vedovo, aveva per casa una grossa,

ossuta fantesca, che lo dominava, lo raggirava, gl'incuteva un

inesplicabile terrore, co' suoi modi pazzeschi e indiavolati.

L'arcigna creatura aveva un odio furibondo contro i libri. Non voleva

che l'auditore ne comprasse, nè gli aveva mai permesso di metter su,

in casa, uno scaffale.

L'auditore, per studiare, per consultare un volume, andava qua e là,

or con un pretesto, or con l'altro, nelle case de' suoi colleghi.

Le stanze della Rota erano per lui il Paradiso. Non avrebbe mai voluto

uscire dalla Camera di Consiglio: vi si trovava più contento che in

casa sua.

Quando una sessione, una discussione era finita, mentre i suoi

colleghi si alzavano in fretta, e apparivano sodisfatti di andarsene,

egli diventava cupo, attristato; l'idea di dover tornare a casa, delle

accoglienze, che gli avrebbe fatto la rozza e irosa Megera, il suo

carnefice in gonnella di rigatino, lo atterriva.

Era lungo lungo, secco, calvo, con un naso sperticato, di larghe

narici. Aveva circa sessant'anni.

Il presidente quella mattina, appena entrato, fece con gli auditori la

sua solita conversazione.

--Avevano letto la poesia a Santa Cecilia del canonico Trenti?... Un

nuovo Metastasio!... Si preparava alla Pergola un bello spettacolo...

Era arrivata a Firenze Miss Zigstown... È dovuta venir via da Londra,

dicono, perchè una sera un grande personaggio della Corte è stato

sorpreso nel corridoio, che metteva alla cappella del palazzo dove la

Miss, che è cattolica, si trovava... a pregare. Un altro magistrato,

mio amico, mi scrive da Lucca che la marchesa Flabelli è fuggita col

tenore Ottavini...

--Sempre bene informato il nostro presidente!--diceva in atto estatico

l'auditore Lechini.

--Ora dunque passiamo agli affari!--osservò il presidente,

interrompendo ad un certo punto la conversazione.

Era tornato molto serio. Si preparava a ribattere con la sua

coscienza, con la finezza e il vigore del suo ragionamento le

obiezioni, che prevedeva gli sarebbero mosse dall'auditore Pantellini.

La lotta doveva essere combattuta fra que' due magistrati, d'indole

così diversa, sempre avversarii, l'uno, il Pantellini, geloso e

rabbiosamente invidioso dell'altro, ma tutti e due le migliori teste,

che avesse quel Turno della Rota. Secondo che l'uno o l'altro

prevalesse nella discussione, era certo avrebbe avuto con sè il

maggior numero de' colleghi, salvo il Lechini, che dava sempre il suo

voto conforme a quello del presidente, l'auditore Comettini, che

votava sempre con l'auditore Pantellini suo pigionale.

L'auditore Pantellini fece un gesto brusco, come se avesse voluto

dire:--Era tempo!

--Come sanno,--ripigliava il presidente,--dobbiamo occuparci della

causa pel latrocinio commesso nel Vicolo della Luna. La Rota deve

giudicare dei punti seguenti:

«È provato, in genere, il fatto che il signor Roberto Gandi pittore,

come risulta dal libello fiscale, fosse proditoriamente assalito la

sera del 14 gennaio nel Vicolo della Luna, che fosse ferito, e in

conseguenza della ferita riportata alla testa, sia da varii mesi

obbligato a guardare il letto...

--Costrutto francese! costrutto francese!--brontolò l'auditore

Biscotti.

--A stare a letto, dunque, signor auditore, si calmi!... È provato che

la ferita abbia messo in grave pericolo la vita del signor Gandi?

«È provato, in _specie_, che colui che produsse la ferita fu

l'inquisito Nello Bartelloni?

«È provato che lo facesse a scopo di furto e con premeditazione?

«È provato che l'inquisito fosse in stato mentale, come ha dedotto la

difesa, tale da escludere, o diminuire la sua imputabilità?»

--Ah se mi fosse toccato ieri sera l'asso di cuori!--pensava tra sè

l'auditore Cometti!

--Questa causa è grave, molto grave, secondo me--riprese il

presidente--Non so quali sieno i pareri degli egregî auditori, ma

quanto a me dichiaro che il libello fiscale non mi ha lasciato molto

persuaso.

--Come? Come?--domandò subito esasperato l'auditore Pantellini--lei

può dubitare della reità dell'inquisito?

--Sì, signor auditore, io ne dubito...

--Ed io pure e da un pezzo!--interruppe l'auditore Lechini.

--Mi sembra che _anche scartando_.... molte prove--soggiunse l'auditore

Comettini, che aveva sempre per la mente un resto di partita a

calabresella--ci rimangano pur sempre prove irrefragabili....

--Se ci rimangono!... Ma dica che a ogni parola del processo si

moltiplicano!--replicava ingrugnito il relatore.

--Prove... prove: è presto detto. Ma scrutiamole un poco, ventiliamole

queste prove... Non si accorgono, lor signori, quanto appunto ci sia

deficienza di prove assolute sulla origine del delitto?... Ecco, io

apro il processo a pag. 26. Leggo la querela, in atti, dello Scrivano

della Piazza. Stiano bene attenti! in questo documento è dichiarato

che le prime traccie del sangue furon trovate nel Vicolo dinanzi alla

porta della stanza segnata col num. 5.

--È chiaro--continuò il presidente--che l'assassinato ha ricevuto

davanti a questa porta la ferita, l'ha ricevuta, cioè, dopo aver fatto

alcuni passi nel Vicolo. È spiegato, è provato bene come il signor

Gandi abbia potuto essere indotto a inoltrarsi a tale ora, in tal

luogo? Per ricevere la ferita alla testa da un giovane di piccola

statura come l'inquisito, è evidente che egli ha dovuto chinarsi,

prestarsi all'aggressione... In che modo?... Il pugnale, che ha

prodotto la ferita è stato brandito da mano robusta... Ora l'inquisito

ha appena la forza di un fanciullo. Avranno osservato, durante

l'udienza, che il suo braccio trema con una specie di movimento

paralitico...

--Solite simulazioni di questi furfanti!--interruppe l'auditore

Pantellini.

--Per ammettere che tutto ciò che ha fatto, o detto l'inquisito sia

una simulazione, bisognerebbe ammettere che egli sia dotato di una

intelligenza veramente straordinaria... Egli non si è smentito un

momento... Per varii mesi è stato sempre eguale a sè stesso, non si è

tradito un solo istante.... Dove ha attinto questa forza d'intelletto,

questa sagacità un giovinastro, che sino a che non è stato arrestato,

fu sempre creduto uno stolido, un imbecille?... Ci sono certi

ragguagli insignificanti, in apparenza, ma de' quali noi, cui è

affidato un sì prezioso tesoro, l'onore, la tranquillità, la felicità

talvolta dei nostri simili, siamo obbligati a tener conto. Non vi è

nulla anzi di piccolo, d'insignificante per la giustizia.

--Il signor Presidente è stato convertito dal canto di sirena

dell'avvocato Arzellini!--osservò con piglio ironico, il relatore

della causa.

--No, caro auditore, io non mi lascio convertire, ma neppure mi ostino

contro le evidenze, che mi porgono la scienza e la ricerca della

verità. Mi ascolti. Abbiamo un ragguaglio, che ricorre più volte nel

processo. L'inquisito la sera in cui fu commesso il delitto, è stato

udito cantare. Ha cantato spesso, nel carcere: talora, lasciando il

cibo e interrompendo di parlare con coloro che l'interrogavano... ha

cantato all'udienza. Queste vociferazioni sono considerate come un

espediente, di cui l'inquisito si serve a sviare l'accusa. Però si

dice che egli è rimasto colto nella propria rete: volendo ingannare,

ha rivelato invece la propria malizia perchè la sera del 14 gennaio

egli cantava, ripetendo con precisione l'aria eseguita dal testimone

Pardili sul violino; all'udienza cantava un'aria, che si è verificato

esser quella eseguita, sull'organetto, da uno zingaro che passava per

la strada in quel momento. Dunque, si conclude, egli non è stolido,

non è idiota, è intelligente.

--Sicuro! sicuro!--bofonchiava l'auditore Pantellini.

--Ma, no, signor auditore! Posso mostrarle libri di scienziati,

provarle con casi antichi e recenti che ci sono veri e propri idioti,

i quali hanno speciali attitudini per la musica, si commovono, si

esaltano all'udire melodie, le ritengono con estrema facilità, le

ripetono con orecchio sì fine da disgradarne certi artisti dei teatri

minori. Alcuni arrivano a suonare e ad inventare delle arie.... Questo

delinquente, che cantava con premeditazione al momento di commettere

il delitto, e ha cantato all'udienza, è troppo abile e troppo incauto

al tempo stesso; per credere alla sua prodigiosa penetrazione, alla

sua acutezza, ci vuole, mi lascin pur dire, uno sforzo maggiore che

per credere alla sua innocenza, alla sua irresponsabilità.

Le sottili osservazioni del valoroso magistrato andavano perdute.

Gli auditori, Pantellini, Comettini e Salti non dissimulavano più i

gesti della loro impazienza.

Il presidente non li vedeva. Egli era tutto assorto nella sua teoria.

--Le perizie estragiudiciali sono dovute ad uno scienziato eminente,

ad uno di quegli osservatori perspicaci, che hanno studiato i fenomeni

morali con una pazienza sublime. Ciò che si dice sulle condizioni

mentali dell'inquisito, confesso, che mi ha colpito... Egli ha

apparenza in certi istanti di uomo ragionevole, ma l'esistenza in

certi infermi della mente di una facoltà qualunque, di una attitudine

speciale, superiore, se vuolsi, non solo alle altre, ma eziandio a

quelle degli uomini psichicamente sani, pone spesso in inganno gli

osservatori superficiali... Io sento che abbiamo dinanzi un tipo

degenerato: un eccentrico piuttosto che un delinquente.

--Ah, ma queste, scusi, sono utopie!--disse con la sua voce stridula

il Pantellini.

--Ed io l'assicuro, signor auditore--ribattè il presidente--che la mia

coscienza è molto titubante, e molto agitata. Io sono turbato da

un'idea che mi è tornata spesso alla mente durante il processo, che

cioè l'origine del delitto commesso la sera del 14 gennaio è sempre un

mistero per la giustizia: che esso ci sfugge nel suo complesso: che

non ne abbiamo in poter nostro che una parte accidentale. Una voce,

che non posso far tacere, la voce della mia coscienza, mi grida che il

sangue, di cui fu trovato cosparso l'inquisito, non è stato versato da

lui. Egli è la vittima di un delinquente accorto quanto feroce. Nella

debolezza del suo intelletto, invece di difendersi, egli si accusa,

corre da sè incontro al precipizio.

Il magistrato, con la sua esperienza, con la sua squisita sensibilità,

con la sua profonda intelligenza, vedeva, in quel momento d'immensa

lucidità, la vera condizione del fatto luttuoso di cui la Rota doveva

giudicare.

La sua mirabile intuizione parve a un tratto dissipare le oscurità del

processo.

Nessuno fino allora aveva scrutato con tanta chiaroveggenza

nell'intricatissimo e tenebroso affare.

Svolse più ampiamente le circostanze di fatto, le prove, le risultanze

del processo, e finì esclamando:

--Riflettiamo; ponderiamo bene, o signori, prima di condannare un

innocente!

I quattro auditori, che sedevano dall'altro lato della tavola, presero

tutti insieme la parola.

--Lascino parlar me!--disse il relatore della causa,--poi ciascuno di

loro farà le sue osservazioni.... Il ragionamento del _dotto_ nostro

presidente--si capiva che quell'aggettivo aveva scottato le labbra

dell'auditore Pantellini--è ingegnoso, sottile, ma non distrugge le

prove materiali, che ci sono contro l'inquisito. Alle teorie sullo

stato mentale dell'inquisito io sono incredulo.... peggio che

incredulo!--dichiarò con crudezza l'auditore,--per me sono

ammennicoli.... Li detesto come argomenti di difesa, ma in qual via

c'inoltreremo, se noi magistrati li raccogliamo e cominciamo a

ripeterli in Camera di Consiglio?

Il presidente fece un lieve movimento d'impazienza, ma uomo di tatto

squisito, di educazione eletta, si rattenne.

--Lei auditore,--rispose con calma il presidente, gingillandosi con la

catena dell'orologio, e mezzo rovesciato sulla spalliera della

poltrona,--insiste tanto sulle prove materiali, mentre fa assoluta

astrazione dall'origine, dalla sostanza del delitto...

Il più grande scoglio,--aggiunse il presidente--quando si tratta di

scoprire un delitto misterioso, è un errore sul movente di esso... Se

le prime ricerche prendono una falsa direzione, più uno si avventura

in queste, più si allontana dal vero... Mi pare, scusi, che Lei segua

un poco la strada che pur troppo è stata tenuta dagli _attuarii_ nel

formare il processo. Essi hanno dimenticato l'assioma: _prius de re

quam de reo inquirendum!_ Quanti innocenti, in casi consimili,

sarebbero stati condannati, se il magistrato non si fosse elevato a

considerazioni, che sono imprescindibili nel nostro ufficio, e si

fosse fermato ai soli indizii, per quanto gravi?... Tutti loro

conoscono ciò che ha detto uno dei nostri più grandi dottori sulla

importanza delle prove congetturali: «_Etiam si mille conjecturas

Fiscus cumularet, tamen illae nihil prorsus efficerent non data..._

ascoltino bene... _non data... probatione præcedenti in qua

præsumptiones et adminicula fundari possint!...._

--Bella dottrina!--interruppe con certo sdegno l'auditore

Pantellini.--Dottrina da avvocato! E in fatti è roba del Farinaccio...

Le prove necessarie alla convinzione legale abbondano negli atti del

processo, per me ce n'è anche troppe. E la Rota.... mi par superfluo

ricordarlo... deve giudicare secondo la convinzione legale, non già

ingolfarsi in ipotesi scientifiche, morali...

Il presidente combattè anche questa obiezione.

La discussione divenne sempre più irritante.

--Va bene,--disse alla fine il presidente.--Veniamo ai voti.--

Succedette allora un grande silenzio.

Que' giudici, tutti noti per la loro severità, alcuni proverbiali per

il carattere bisbetico, per una certa ferocia nel condannare, vero

spavento dei delinquenti e disperazione dei difensori, che sapevano

bene come erano composti i turni; que' giudici, gelosi della loro

indipendenza, rigidissimi, alieni dalle facili indulgenze, si

preparavano a dir alto la loro opinione.

--Al voto! al voto!--mormorava, tutto rubicondo l'auditore Pantellini

girando attorno gli occhi, che dardeggiavano sotto le folte

sopracciglia grigie.

Gli pareva di esser certo di aver guadagnato il Collegio, di averli

tirati quasi tutti dalla sua.

Sul primo quesito in genere non ci furono negative.

Naturalmente nessuno degli auditori poteva pensare a negare che il

pittore Gandi fosse stato ferito.

Al presidente tremava la voce, formulando il quesito in specie:

«È provato, che colui che produsse la ferita fu l'inquisito Nello

Bartelloni?

Il magistrato era divenuto pallido.

Egli si trovava in una grande angoscia.

--_Sì_!--rispose con accento limpido, spiccato, sicuro, l'auditore

Pantellini.

--_Sì_!--rispose l'auditore Comettini.

--_Sì_!--rispose in tuono aspro anche l'auditore Salti.

Tre auditori si erano già dichiarati contrarii all'inquisito.

L'ansietà del presidente aumentava.

Egli sapeva che il suo voto, quello del suo amico Lechini, sarebbero

stati favorevoli all'inquisito.

Mancava il voto dell'auditore Biscotti.

Se egli avesse dato il voto negativo all'accusa, l'inquisito era

salvo!

A parità di voti, tre contrarii, tre favorevoli, non si pronunziava

condanna.

Se non si assolveva, poichè le assoluzioni fossero rare, l'inquisito

era però liberato dal carcere, prosciolto da ogni pena: soltanto egli

poteva di nuovo per nuovi indizii esser richiamato in giudizio, e

allora la sentenza, assolvendolo pel momento, dichiarava che il

processo rimaneva aperto.

Il presidente si sarebbe contentato di questa vittoria!

Ma, prima che fosse spirato il minuto secondo, in cui egli faceva tali

riflessioni, l'auditore Biscotti aveva già aperto le labbra per

pronunziare egli pure il monosillabo fatale a Nello.

--_Sì_!--egli disse, e il suo sì ebbe un'eco sinistra nel cuore del

primo dei magistrati presenti.

Ormai la sorte di Nello era decisa!

--_No_!--egli proferì tristamente.

--_No_!--ripetè l'auditore Lechini con voce più forte, come se

mettesse il suo più legittimo orgoglio nel mostrare che egli era della

stessa opinione del suo superiore.

Le altre domande ebbero eguale risposta.

L'auditore Salti si alzò.

--Ho bisogno di assentarmi per un momento!--egli mormorò.

--L'aspetteremo,--soggiunse il presidente.--Dobbiamo deliberare sul

quantitativo della pena...

--Oh, facciano pure... Quando la Rota ha giudicato reo un inquisito,

circa la pena... lo sanno.... il mio voto è sempre per il più!

E uscì per una certa porticina a muro, che si trovava in un canto

della stanza.

--La Rota,--continuò il presidente,--ha ammesso dunque come provato

che l'inquisito è reo dell'assassinio, di cui fu vittima il pittore

Roberto Gandi la sera del 14 gennaio... Sotto questo titolo sono varie

le pene comminate dal Codice... Attendiamo pure che torni il signor

auditore Salti per discutere sulla maggiore, o minor quantità della

pena.

--Intanto possiamo dettare il principio della sentenza!--osservò

l'auditore Pantellini, che si stropicciava le mani, e che ardeva di

uno di quelli inesplicabili e rabbiosi amor proprii, che pur si

trovano in ogni professione, stimolato, inasprito, centuplicato dal

trionfo ottenuto allora sul presidente, dalla sicurezza di aver

persuaso, convinto i colleghi, su' quali si vedeva cresciuto di

autorità.

Ma l'auditor Salti tornava nella Camera di Consiglio.

La discussione pel quantitativo della pena fu breve; fu adottata la

pena richiesta dal Fisco.

Il presidente fu battuto anche in questo, non ostante che il suo voto

nel genere minimo della pena fosse preponderante, se unito a quello di

soli due auditori.

Si cominciò a dettare la sentenza:

«La Rota Criminale di Firenze, Turno di sei, nella causa contro

«Nello Bartelloni, nato in Firenze, e quivi domiciliato, senza

mestiere, ecc. ecc.

«Veduto il processo:

«Udita la relazione dell'auditore Pantellini;

«Sentito il signor avvocato fiscale nelle sue conclusioni con le quali

ha domandato la condanna dell'inquisito come urgentissimamente

indiziato, nella pena dei pubblici lavori per anni venti.

«Sentito il signor avvocato G. B. Arzellini difensore del reo, e che

ha parlato in ultimo luogo in difesa di esso.

«Sentito il Bartelloni medesimo, presente al giudizio, che ha

confermato essere autore del furto, commesso sul ferito, sebbene abbia

negato d'esser egli autore del ferimento.

«Attesochè la prova in genere resulta, ecc.»

(Qui erano sviluppati sedici o diciassette _attesochè_).

«Vedute le disposizioni aggiunte al Motuproprio del 22 giugno 1816.

_Deliberatis deliberandis_

condanna l'inquisito Nello Bartelloni, addebitato nella speciale

inquisizione di latrocinio, ecc. ecc....»

Una esclamazione del presidente interruppe il copista, che scriveva la

sentenza.

Costui rimase con la penna in aria, guardando i giudici.

--Prima che sia scritta l'ultima parola di questa sentenza, da cui

dipende la sorte di uno sventurato--affermò il presidente--io chiedo

alla Rota di poterle sottoporre alcune nuove riflessioni.

--Ormai è tardi!--replicò l'auditore Pantellini.--La Rota ha già

deciso!

--Ma il presidente deve parlare!--disse l'auditore Salti.

--Deve parlare!--soggiunse il Lechini.

Nacque di nuovo tra gli auditori un dialogo vivace.

E, mentre i giudici erano occupati a compilare la sentenza, Lucertolo

si affaccendava nella stanza degli uffici della Rota, in cui si

accumulavano e si conservavano gli oggetti pertinenti a qualche

delitto.

Fra tali oggetti era il tappeto, tolto dalla stanza misteriosa nel

Vicolo della Luna.

In un punto di questo tappeto si vedevano molte orme sanguigne; le

orme, le traccie lasciatevi dai birri, dagli ufficiali di polizia, che

erano entrati nella stanza la sera del delitto, dopo aver messo il

piede sulla gora del sangue.

Lucertolo, sempre spinto dalla sua smania di ricerche, esaminava il

tappeto.

Ad un tratto gettò un grido.

Fra le traccie del sangue egli ne aveva scorta una, la più singolare

di tutte, poi un'altra simile, poi un'altra....

Queste traccie erano indefinite, confuse, ma rappresentavano l'orma

più o meno completa di un piede scalzo. Si scorgevano le dita, in due

punti diversi anche la pianta del piede.

Tale traccia non era stata di certo lasciata dagli agenti di polizia.

Naturalmente, nessuno era scalzo fra gli agenti accorsi nel Vicolo la

sera del delitto.

Dunque era chiaro che l'assassino era entrato nella stanza.

A lui solo poteva appartenere l'orma del piede ignudo.

Ed il povero Lucertolo si smarriva in congetture che dovevano sempre

più allontanarlo dalla verità.

L'orma sanguinosa di un piede scalzo era sul tappeto, ma non era

quella del piede dell'assassino.

La sera stessa, in cui finiva la pubblica discussione sul processo di

Nello, il celebre birro si avviava alla Palla.

Poi pensò che l'entrare nel raddotto a tale ora, il sottoporre ad

interrogatorii la Sguancia e le altre donne, avrebbe eccitato

sospetti.

Bisognava trovare un espediente per entrare, senza troppo richiamar su

di sè l'attenzione, nella casa malfamata.

L'espediente era facile.

Sorgevano quasi ogni giorno diverbii in quel luogo frequentato da

precettati, da pregiudicati, da pessimi arnesi.

Occorreva dunque vigilare ed entrare alla prima occasione di rumori.

La sua qualità di agente della polizia non poteva allora dar luogo a

sinistre congetture.

In fatti il giorno stesso in cui Lucertolo scopriva sul tappeto,

custodito tra i corpi del delitto, le traccie del piede scalzo, verso

le sei pomeridiane, mentre stava appostato verso il canto di Via

Naccaioli, vicino al mercato, udì un grande schiamazzo, che usciva

dalla stanza d'ingresso della Palla.

In pochi secondi lo schiamazzo si fece sempre più forte, poi,

proferendo parole grossolane frammiste a bestemmie, uscì precipitando

per la scaletta esterna un giovinastro inseguito da un omaccio, che

pareva ubriaco, e che si voleva scagliare contro colui che fuggiva, e

gli lanciava mille vituperii.

--Che c'è?--che c'è, birbanti!--urlò Lucertolo, staccandosi dalla

cantonata alla quale stava appoggiato.--Tu, canaglia--disse,

acciuffando pei capelli il giovinastro, che aveva lasciato nella

stanza il berretto cadutogli durante il tafferuglio--sei in

contravvenzione al precetto. Che fai qui e a quest'ora? E tu,

Astrologo--disse, rivolgendosi all'uomo più adulto--fai all'amore da

capo con la prigione?... Ti contento subito!

Il birro prese per mano i due vagabondi, stringendoli ai polsi con le

sue dita di acciaio, come fra le morse di una tanaglia, e li

ricondusse dentro la stanza da cui uscivano.

--Che cos'è stato?--domandò Lucertolo, dopo avere cacciato i due

litiganti in mezzo alla stanza, e aver richiuso l'uscio.

--Nulla... io credevo che scherzassero!--rispose la Sguancia,

alzandosi dalla panca su cui era seduta.

--Ho capito io quel che bisogna fare perchè finiscano questi

scherzi!--esclamò Lucertolo in tuono minaccioso.--Ci vuole un rapporto

all'ispettore... ottener l'ordine che la casa sia chiusa.

--Ma perchè, Lucertolo?--rispose la paffuta zitellona.--Mi

pare--proseguì, accostandosi al birro per non esser udita dagli altri

due--che non mi sono mai rifiutata in tante occasioni ad aiutare la

polizia...

--Bene! questo si chiama parlare!--rispose Lucertolo, in tuono reciso.

Poi, guardando con occhio torvo i due ribaldi, che erano stati la sua

provvidenza:

--Voialtri andate per ora!--disse loro.--Con vostra licenza verrò più

tardi a farvi visita io!... E state sicuri che saprò ritrovarvi!

I due non se lo fecero ripetere e sgattaiolarono via, come se avessero

alle spalle il boia, che li frustasse.

--Ed ora a noi, Sguancia!

Pronunziando queste parole Lucertolo era andato a sprangare l'uscio, e

si era seduto sulla panca accanto alla donna.

--Che cosa volete?--domandava la triste mezzana, guatando il birro con

occhi imbambolati.

--Ehi, biondina!--disse il birro con malizia ironica e con un piglio

che non ammetteva repliche--non sono qui per far la celia!... O

rispondi alle mie domande, o fra dieci minuti ti sbatacchio davanti al

Commissario.

La mezzana rabbrividì.

--Ma io sono qui al vostro comando, Lucertolo,--rispose balbettando.

--Capisco!.... Ti devo dunque dire che la polizia ha ricevuto molti

rapporti contro di te.

--Contro di me!--interrogò con un affettato stupore la baldracca

scozzonata.

--Contro di te, appunto!

E Lucertolo fissava gli occhi in quelli di lei.

--La scena avvenuta ora è una delle tante che si ripetono spesso in

questo luogo, che sono occasione di scandalo, una vergogna per tutto

il Mercato... La gente si lamenta e ha ragione... Questo è il riparo

di tutti i peggiori arnesi di Firenze...

--Io però vado di tanto in tanto a denunziare al capo agente del

quartiere chi viene qui, che cosa fanno, che cosa dicono...

--Senti, Sguancia--ricominciava il birro in modo più amorevole, quasi

mostrando una certa premura verso di lei--già che mi trovo qui, voglio

dirti per tuo bene una cosa.

--Dite! dite!--insistè la donna, che già era presa dallo spavento;

tanto la polizia ne incuteva allora ai malviventi.

--Ti pende sul capo un gran castigo!... Non mi meraviglierebbe che un

giorno o l'altro tu fossi chiamata al Commissariato di Valfonda, stesa

sulla panca e...

Il birro fece un gesto, imitando uno che menasse colpi...

--Gesummaria!--ripetè la Sguancia inorridita, e portandosi le mani al

viso.

--C'è qualcuno, io credo, che ti ha fatto la spia...

La donna dette uno scatto sulla panca.

Essa aveva la mano in tante turpi azioni, che mille sospetti la

assalivano di un tratto.

--Che dite? che dite?

--Dico che tu, disgraziata, sei già segnata nel _Libro Nero_.

Queste parole bastavano allora a far rimescolare il sangue alla gente

grossolana.

La Sguancia non aveva più fiato, non poteva più spiccicare parola, la

lingua le si era attaccata al palato.

--Si pretende... sta' bene attenta--continuava il birro con aria

tragica, e stringendo in modo febbrile le rozze mani della donna, che

squassava con forza--si pretende che tu sia complice...

--Complice?--esclamò la donna, gettando un grido di raccapriccio.

--Complice del delitto commesso qui nel Vicolo la sera del 14

gennaio...

La Sguancia era divenuta livida.

--Complice!--ripetè la donna, dopo un istante.

Aveva appoggiati i gomiti alla rozza tavola sulla quale ardevano due

candele di sego, e si copriva il volto con le mani carnose.

Poi, avvezza com'era al mentire, piena di diffidenze, consumata nelle

male arti, un'idea le balenò: che cioè il birro non sapesse nulla

della verità, e volesse sobillarla.

--A che pensi?--disse Lucertolo buttandole giù una mano, e guardandola

in faccia.

La vide molto conturbata, e capì l'effetto delle sue parole.

--Penso--soggiunse la donna in apparenza più calma--che ci sono dei

mascalzoni... e chi sa per qual fine, a sfogo di quale vendetta... mi

calunniano, mi vogliono rovinare...

E teneva d'occhio Lucertolo.

Il birro comprese che per quel momento la donna gli sfuggiva.

--Ma io non ho paura!--ripetè la Sguancia alzandosi.--Chi tentò

d'ammazzare il signore, trovato steso qui nel vicolo fu il birbante di

Nello. Ormai è stato giudicato... E come si può credere ch'io sia

stata sua complice?

--La sbagli! La sbagli!--esclamò Lucertolo--Il pericolo nasce da

questo: che si comincia a dubitare che Nello sia innocente, vittima di

qualchedun altro... e se il sospetto si propala...

--Che sospetto?

--Vedi, Sguancia, io non ti dovrei parlare come fo; noi siamo

obbligati al segreto; ma io ti vorrei salvare, perchè... insomma...

anch'io comincio a dubitare che certe spie abbiano ragione.

--In che cosa?

--Si racconta che l'assassino sia stato un altro... uno, che bazzicava

in questa casa... che la sera del 14 gennaio, dopo aver tirata la

coltellata, sia entrato qui...

--Che orrore! che orrore! come si possono dire queste infamie? Non

l'avrei subito denunziato?

--E anzi l'assassino nel venir qui era tutto insanguinato...

La Sguancia allibiva.

La brutta scena a cui aveva assistito in quella sera, ormai lontana,

le tornava ora alla memoria nel modo più spiccato.

Rivedeva Bobi Carminati nella piccola cucina, che chinato sulla

catinella, si lavava il sangue.

Fu per tradirsi, ma soffocò a tempo il grido che voleva proromperle

dal petto.

Lucertolo notava tutti i movimenti della donna, i più lievi

cambiamenti della sua fisonomia.

Una voce chiamò la Sguancia dal piano di sopra.

La voce giungeva in buon punto.

La Sguancia fu chiamata una, due, tre volte.

--Salgo... e torno subito--disse al birro, lieta di sottrarsi anche

per un momento alle incalzanti domande e di avere il tempo di

riflettere, e preparare altre risposte.

Lucertolo, rimasto solo, si mise a pensare.

Le sue parole avevano prodotto sulla donna grande effetto.

Si era confusa, era impallidita, aveva tremato.

Dunque egli si accostava alla verità; questa volta dirigeva bene le

sue ricerche e sarebbe giunto ad un buon resultato.

La trepidanza con cui la Sguancia lo aveva ascoltato gli rivelava che

egli non si era ingannato nel descrivere il modo onde l'assassino era

entrato alla Palla la sera del delitto.

E restava assorto nelle sue meditazioni.

La polizia è fidente: i suoi agenti obbediscono talvolta a ispirazioni

che sembrano inesplicabili, ma che essi attingono naturalmente alla

pratica della loro professione, ad un certo sentimento, che è in essi

acuito, perfezionato dall'esperienza. Così alcuni agenti, visitando

talvolta il luogo dove fu compiuto un misfatto, anche alcuni mesi dopo

l'avvenimento, sono riusciti a ricostruire, con indizii i quali

sarebbero sfuggiti ad ogni altro, la storia di un delitto dei più

tenebrosi.

Lucertolo immaginò che l'assassino, se era entrato alla Palla la sera

del 14 gennaio, doveva avervi lasciato traccie.

Cercò di ripristinare la scena in tutti i suoi particolari.

Quando l'assassino era entrato, nessuno doveva trovarsi di certo nella

stanza d'ingresso.

Se avesse udito rumori, se avesse sentito che vi si trovava gente,

egli non avrebbe spinto la porta, sarebbe anzi tornato indietro.

L'assassino era insanguinato!

Naturale che il suo immediato pensiero, entrando, fosse stato quello

di far sparire i segni che lo accusavano.

Al primo piano non era di certo salito perchè sempre frequentato.

Era lecito supporre che egli si fosse subito diretto alla cucina.

E, dominato dal suo pensiero, Lucertolo prese una delle candele sulla

tavola e si avviò alla cucina, tale e quale come aveva fatto il

pompiere Bobi Carminati la sera del 14 gennaio, dopo aver colpito la

sua vittima.

Arrivato in cucina, Lucertolo cominciò a fiutare per tutto, a

rifrustare ogni angolo.

La cucina era sucida, mandava fetori, l'acquaio, il camino luccicavano

per l'untuosità ai crassi bagliori della candela di sego.

Guardò prima l'acquaio. Per tutto dove la pietra fa orlo si vedeva un

fitto strato di fimo, formatosi con le scolature delle acque putride,

delle sostanze oleose, non rimosse col granatino.

Lucertolo si mise a grattare quel fimo aderente alla pietra verso il

reticolato.

A un tratto vide una materia rossastra.

Allora raccolse tutti quegli atomi rossi, e li gettò, a uno a uno,

sopra un pezzo di carta.

Arrivò così a scuoprire la pietra, sulla quale vide ben chiara

l'impronta di un grosso spruzzo di sangue, che vi era rimasto

accagliato, penetrando a traverso le altre materie, che aveva

imbevute.

La sera del delitto Bobi si era lavato due volte, e la prima volta,

allontanando da sè il cane, che si accostava a lambire la catinella,

avea gettato il liquido denso di sangue nell'acquaio, e andando giù a

fiotto, sbattendo nell'angolo della pietra presso il reticolato,

alcune particelle del sangue vi si erano fermate, infiltrandosi per le

altre materie.

--Oh!--esclamò Lucertolo a tal vista, alzando il labbro superiore, con

espressione di vera meraviglia.

Osservò ben bene la macchia, poi la ricoprì subito con altra di quella

sozzura.

Non bisognava distruggere tale indizio, se pur fosse un indizio!

Intanto chiudeva nel foglio accuratamente gli atomi insanguinati, e si

metteva il foglio in tasca, riserbandosi di sottoporre il contenuto

agli esami di persone più autorevoli di lui, e di valersene come

sarebbe stato meglio.

Frugò tutta la cucina, infuriato, quasi un ladro che stesse in timore

di esser sorpreso; gli premeva di non farsi trovar lì dalla Sguancia.

E teneva sempre l'orecchio teso verso la scala per sentire se ella

scendesse.

Non trovò nulla, e stava per uscire, quando a un tratto vide una

catinella sbocconcellata, e screpolata, in un angolo del camino.

La prese, la guardò; niente che attraesse la sua attenzione.

La catinelletta era piena di cenere.

Gli venne in mente di rovesciarla.

O stupore!

Qua e là, in varii punti, nella parte sottoposta della catinella vi

erano macchiuzze, appena visibili, di sangue rappreso. La catinella

non era mai stata lavata.

E, in mezzo alla cucina, tra le profonde anfratture, gli screpoli dei

mattoni, rimovendo gli straticelli di lordure, che vi si erano

addensati, Lucertolo, guardando bene, vide nuove e corrose e scolorite

macchiuzze di sangue.

Non poteva più dubitare!

Egli non si era ingannato nelle sue previsioni.

L'assassino era venuto lì di sicuro la sera del delitto.

Prese la catinella, la nascose sotto il tabarro, e andò via.

Pensò che il più savio partito era di rimettere ad altro tempo il

colloquio con la Sguancia.

Ora gli dava martello la traccia sanguinosa del piede scalzo.

Si recò nella prigione, paragonò le misure, che aveva preso, col piede

di Nello.

Le misure non corrispondevano.

Il piede di Nello era più lungo e più affilato.

Occorreva confrontare le misure col piede di Bobi Carminati.

Come fare?

Pochi giorni appresso, Lucertolo si recava a Campi, dove si

celebravano feste popolari, cui dovevano accorrere i _famigli_ di

tutta la squadra dei dintorni per vigilare; Lucertolo v'incontrò,

infatti, il Carminati.

Si accompagnò con lui, gli guardò il piede, ma neppure il piede del

Carminati corrispondeva alla misura.

Il piede scalzo, che si era posato sul tappeto, era un piede più

grosso, quasi quadro, e cortissimo.

Il Carminati aveva il piede lungo e assai stretto.

Dunque nè Nello, nè il pompiere erano entrati nella stanza del Vicolo

della Luna la sera del 14 gennaio.

O chi vi era entrato?

Il processo Bartelloni · 第 15 / 55 题