Nello fu ricondotto nel carcere, molto abbattuto, affranto.
Le lunghe ore della udienza, il tormento degli interrogatorii, gli
urli e le minaccie del Fisco, i rabbuffi del presidente, le grandi
parole commoventi dell'avvocato, i mormorii del pubblico lo avevano
stancato, confuso, stordito.
Appena entrato nella prigione, sedette, poi si accasciò come una massa
inerte sull'intavolato, che gli serviva di letto, e, senza prender
cibo, si addormentò.
Più volte i carcerieri lo udirono la notte urlare, schiamazzare nel
sonno.
Lo stolido farneticava, rivedeva le immagini guaste e corrotte dei
fatti, che tutta la giornata aveva udito ripetere, raccontare
distesamente: un uomo ferito, morente, e poi sangue, pugnale, birri,
persecuzioni, giudici, patibolo, altri terribili fantasmi.
La discussione fra gli auditori di Rota per compilare la sentenza fu
lunga e tempestosa.
Le varie opinioni furono ventilate con passione; più che con zelo, con
acrimonia.
Come già sa il lettore, gli auditori erano sei, il loro modo di
giudicare severo, truce, inflessibile, peggio che inesorabile.
«Terminata la sessione,--scrive Agostino Ademollo¹--i giudici si
ritiravano in segreto e quindi davano la sentenza a pluralità di voti,
determinati non già dalla morale convinzione, ma dalla prova o,
convinzione legale, resultante dalle carte processuali, il che spesso
situava il giudice nella inumana posizione di condannare un inquisito
contro di cui concorreva la prova legale, sebbene l'animo suo non
fosse convinto della di lui reità...