Aveva parlato da circa tre ore, e il pubblico lo aveva sempre
ascoltato con l'attenzione più concentrata.
Nella perorazione scongiurò i giudici a non lasciarsi vincere da
alcuna perplessità per le incoerenze dimostrate dall'inquisito nel suo
interrogatorio, pel suo rifiuto a rispondere, per gli schiamazzi con
cui non aveva esitato ad offendere la stessa Rota.
Tali simulazioni non erano nuove, altri rei se n'erano valsi come
espediente a sviare la meritata severità della Legge.
L'Avvocato fiscale terminò dicendo, che egli domandava per l'inquisito
la stessa condanna da lui già domandata nelle sue conclusioni, che si
trovavano fra gli atti del processo scritto.
«Concludo dunque--queste furono le ultime parole dell'oratore
fiscale--che la Regia Rota condanni l'inquisito Nello Bartelloni nella
pena di servizio ai pubblici lavori per anni venti, _previa un'ora di
esposizione_, a indennizzare la parte lesa, e nelle spese della
procedura.»
Previa un'ora di esposizione!
I mercatìni quasi non si tenevano più. Il loro desiderio era
sodisfatto! Nello sarebbe messo alla _gogna_; lo avrebbero riveduto:
avrebbero ricavato da lui i numeri del Lotto. Insomma si preparava ad
essi in quel triste avvenimento una eccellente occasione di darsi bel
tempo, di andar attorno con le spose, coi figliuoli, e far gazzarra.
Ma il pubblico, agitato, commosso, non ebbe tempo di lasciarsi
sfuggire la più piccola espressione di sodisfazione o di meraviglia,
poichè già si era alzato il celebre avvocato Arzellini.
Eravamo, dunque, al punto di quella lotta da atleti fra i due
ragguardevoli oratori, che già abbiamo annunziato al lettore, e alla
quale il pubblico ardeva di assistere.
L'avvocato Arzellini era quasi circondato da giovani avvocati, che,
non avendo potuto trovare posto nelle sedie, gli si erano avvicinati,
e, in piedi, gli stavano dappresso con la reverenza, l'affettuoso
raccoglimento di discepoli, che non volevano perdere una sola parola
del maestro venerato.
Tutti i cuori battevano, tutte le orecchie erano tese.
Gli stessi giudici si erano rivolti verso il difensore, e mostravano
di esser disposti ad ascoltarlo con la maggior deferenza.
Lucertolo si era messo quasi accanto all'avvocato.
L'orazione non doveva avere ascoltatore più attento e più appassionato
di lui.
--«Se grave e dolorosa causa--cominciò l'avvocato Arzellini--fu mai al
mio patrocinio commessa, come non dirò io esser tale quella che quasi
tremando mi accingo a discutere?... Nè le tristezze di questa causa,
sebbene di fatti e varia e complicatissima sia, nascono
dagl'intrinseci, che la presentano come problema giuridico da
risolversi. Esse nascon piuttosto dagli sventurati estrinseci, che la
circondano.
«Grave la fa l'inaudito e quasi inesplicabile coraggio di chi ispirò
gli aliti primi dell'accusa... formando nella contradizione evidente
di ogni diretto, o indiretto mezzo di prova un'ipotesi, la quale
obietta un delitto della più incallita umana ferocia a giovane di
tenera età, quasi demente, e peregrino nel cammin della vita.
«Grave la fanno il terrore e la perplessità in cui l'accusa ha gettato
i nostri animi.
«Fa grave questa causa l'incontro fatale di circostanze, le quali,
sebben nate dalla sciagura, o dalla imprudenza, assumono aspetto
fallace di delittuose apparenze ad eccitare lo straordinario zelo, con
cui l'encomiabile Uffizio fiscale sostiene l'accusa con tutte le forze
dell'ingegno e dell'eloquenza.
«Grave fa pesar questa causa nell'afflitto mio cuore il dovere di un
padre, che corre alla difesa del proprio figlio. Non mi fè certo la
natura padre dell'inquisito: ma tal mi fece la Legge collocando tra le
mie braccia questo sventurato innocente, questo tapino, solo nel
mondo, senza guida, e senza alcun'altra tenerezza, affinchè io lo
difenda e lo protegga. Di rado sentii più, ottimi giudici, quanto
fosse sacro il mio ufficio.
«E qui un lamento mi sia permesso se non utile alla causa, e agli
ottimi giudici, utile a me, ed al pubblico, che mi ascolta e che la
Legge ammette a questo congresso solenne.»
L'avvocato lamentò quindi con parole energiche la condotta seguìta
dalla polizia nelle prime indagini; la sua cieca persuasione di aver
messo subito le mani sul delinquente, trascurando ogni altra ricerca,
e adoperandosi anzi a propalare contro l'inquisito la più spaventevole
leggenda.
Deplorò che alte influenze avessero pur regolato l'andamento del
processo e che più volte in esso si fosse pronunziato, come
potentissima arme contro il disgraziato, che egli doveva difendere, il
nome dell'augusto Sovrano.
«Abbiamo, o giudici--proseguì l'avvocato--ben luttuoso argomento a
trattare: un tentativo d'omicidio, seguíto da furto. Una vittima
illustre, che, trafitta da pugnale, cade ferita, in mezzo alle più
terribili angoscie, merita l'attenzione del magistrato e la società
offesa reclama la severa ed esemplare punizione dell'assassino. Ma, se
la società offesa nel più sacro de' suoi diritti domanda vendetta, la
legge richiede imperiosamente che sia chiaramente ed evidentemente
dimostrata la reità di chi è accusato, affinchè il giudice, trascinato
da una fallace apparenza, non sacrifichi la vita di un innocente.
«È egli o no dimostrato, nel concreto del nostro lacrimevole caso, chi
abbia sparso il sangue dell'infelicissimo pittore Roberto Gandi?
«Esiste un tentato omicidio; ma fatalmente per la Giustizia, come io
vi mostrerò, s'ignora ancora la mano feritrice, il colpevole. Possiamo
classificare questo delitto fra quei tanti, che sfuggono tutto giorno
alla scure delle Leggi. Se ne cruccia la società, ne ha dispetto il
giudice virtuoso, ma quanti innocenti ha salvata la tollerata impunità
di alcuni colpevoli! Se si freme sul delitto fortunato, non si piange
sulla innocenza sacrificata!
«Mettiam fine alle considerazioni generali.
«Credo che altro ordine non voglia questa causa, se non quello di
sottoporre al criterio legale, l'un dopo l'altro, gl'indizii tutti di
reità, con infinito studio raccolti dall'analitica penetrazione del
Fisco.
«Esamineremo la natura di ciaschedun indizio, la sua qualità, la prova
che lo assiste.
«Se un lodevole zelo per il ben pubblico, se l'orrore per gli atroci
delitti hanno a pregiudizio del Bartelloni fatta illusione al
magistrato inquirente ed al Fisco, religiosamente da voi,
sapientissimi giudici, dopo le risultanze processuali, verrà
riconosciuta la loro legale insussistenza, e il vostro equo giudicato,
la ragione e la giustizia porranno fine alle tante immeritate sciagure
ed al carcere in cui ha dovuto gemere il mio difeso.
«Scusabile è il Fisco nell'accusare, ed io di buon grado lo scuserò:
ma perchè, eziandio chiedendo una minor pena, è venuto a parlarci di
patibolo e di catene: ad atterrire un debole innocente con la
sanguinosa suppellettile del suo spaventevole armamentario?
«Il Fisco vi ha raccontato, prestantissimi giudici, come si svolgesse,
giusta i suoi criterii, la scena nefasta, che macchiò di sangue la
notte del 14 gennaio il Vicolo della Luna e la Piazza Luna.
«Di nuovo io ammiro la fervida fantasia dell'oratore, il suo immenso,
sconfinato zelo per perseguitare il delitto.
«Ma, ad ordire la sua tragica favola, il Fisco non tien conto neppure
dei costituti, delle giudiciali dichiarazioni, dei giurati asserti dei
testimoni, che già si trovano in atti.
«Dice il Fisco che il mio cliente si appostò varie sere nell'orrendo
Vicolo, deciso a commettere un latrocinio.
«Egli non aspettava il Gandi, aspettava una preda qualsiasi, aspettava
un uomo che potesse derubare.
«E pure, o signori, il testimonio Cosimo Pardilli, suonatore
nell'orchestra del Teatro della Pergola, non ha giurato dinanzi al
giudice inquirente che la sera del 14 gennaio, dopo le 10, mentre
chiuso nella stanza, che egli abita nel così detto Palazzo della
Cavolaia, suonava il violino, udì il mio cliente che cantava sotto la
sua finestra, rispondente in Piazza Luna?
«Ah, è nuovo l'esempio, concedetemelo, eccellentissimi giudici, di
questo assassino, che aspetta, cantando, col pugnale alzato, la sua
vittima.
«Il Fisco non ha sentito quanto diventava grottesca la sua accusa?»
Sebbene cercasse di frenarsi, a Lucertolo sfuggivano segni non dubbi
di approvazione.
«Gran trionfo mena il Fisco pel ritrovamento del pugnale insanguinato
nello squallido e misero giaciglio del mio povero cliente.
«Però, o signori, concedetemi pure che diviene sempre più singolare
questo assassino, il quale, invece di gettare lontano da sè il
materiale del delitto, lo raccoglie quasi con cura e se ne circonda!
«È singolare un assassino, che trascina l'uomo che si suppone da lui
ferito, proprio dinanzi all'uscio della sua abitazione, e quando gli
ha posato il capo quasi sulla soglia, egli stesso la varca e si
chiude, e si getta nel proprio letto senza pensare ad allontanare da
sè i sospetti, anzi studiandosi di accumularli, di renderli, a così
dire, palpabili, cercando di insanguinarsi le mani, i piedi, il volto,
le vesti!
«Fino ad ora gli assassini, commesso il loro crimine, fuggivano, loro
primo pensiero era di gettare il ferro omicida, di allontanarsi dal
luogo del delitto, ma l'assassino pervicace che il Fisco vuole
scuoprire nel mio infelice cliente, è un fenomeno, un fenomeno, che
viola tutte le leggi di natura, ma che si accomoda mirabilmente alle
crudeli esigenze dell'accusa.»
Dopo una breve pausa, che l'avvocato occupò nel consultare alcuni
appunti, che aveva sparpagliati dinanzi a sè, così riprese:
«Nell'accurato, sintetico documento che ci ha letto il
rispettabilissimo Auditore, relatore della causa, trovo una
deplorevole lacuna.
«Egli non ci ha dato descrizione della struttura fisica del ferito,
della struttura fisica del supposto feritore.
«Tal punto è di somma importanza!
«Il supposto feritore voi l'avete dinanzi ai vostri occhi nella
compassionevole delicatezza e gracilità delle sue membra, nella triste
debolezza delle sue forze, del suo mancato sviluppo, nella sua
deficiente statura. Nel gramo corpicciuolo del mio cliente la Regia
Rota ha uno straziante compendio di tutti i patimenti, di tutte le
privazioni, di tutte le torture, che questo derelitto deve aver subito
sin dalla nascita.
«Il pittore Roberto Gandi, il ferito, è invece di alta statura, di
robusta corporatura, di forza muscolare straordinaria.
«Eppure il Fisco vuole indiscusso che il mio sventurato cliente, non
ostante la sua piccolezza, il suo breve e debol braccio, abbia potuto
ferire alla testa, gettarsi ai piedi, di un colpo, un uomo che tanto
lo superava e di statura e di forze!
«Omicidio tentato per latrocinio, grida il Fisco. E sia pure! Ma è
strano l'autore di questo latrocinio, che mentre non lascia nel corpo
del ferito il pugnale, anzi lo strappa a forza, gli lascia nelle
tasche il portamonete contenente una somma cospicua, e che, rinvenuto
dagli agenti della polizia, si trova appunto su quel tavolino fra i
corpi del delitto come una fra le tante prove d'innocenza
dell'inquisito.
«Ed ora, prima che io entri a trattare più alto tema, a mostrarvi cioè
le condizioni morali e intellettuali del mio sciagurato cliente,
lasciate che io vi accenni al modo incompleto, assurdo, inumano, con
cui la preparatoria inquisizione è stata condotta, adulterata....»