Il birro era sui carboni ardenti.
Ma Nello restò muto.
I suoi occhi si erano posati sopra un tavolino sul quale si trovavano
i corpi del delitto: il pugnale, l'orologio, la catena, lo spillo,
trovati sotto il materasso di Nello.
Egli ora guardava quegli oggetti con avidità; la vista di quei metalli
luccicanti lo occupava, lo distraeva.
--Vede.... signor avvocato--osservò il presidente, rivolto
all'avvocato Arzellini--l'inquisito non dà alcuna risposta.
--Prego V. S. di voler rinnovare la domanda.
Il presidente aderì.
L'inquisito fece un lieve moto con le labbra.
Tutti credevano che questa volta avrebbe parlato.
Ma non gli uscì di bocca un solo accento e continuò a guardare i
metalli.
Sullo stesso tavolino erano gettati da un lato le vesti, il cappello
del pittore Roberto Gandi, le vesti di Nello, e sotto il tavolino, in
una cassetta, erano ammonticchiati i sozzi e sucidi panni
insanguinati, che a Nello servivano di coperte nel suo giaciglio e
fra' quali era stato trovato ravviluppato, dagli esecutori nella notte
del delitto.
Il presidente rivolse altre domande all'inquisito, ma questi rispose
in modo subdolo, indeterminato.
Fu concordato, con l'assenso del difensore, che poteva ormai
considerarsi l'interrogatorio come esaurito.
--Il signor Avvocato Fiscale ha la parola!--disse il presidente,
voltandosi verso il banco al quale sedeva il primo magistrato del
Fisco.
Il magistrato si alzò, e appoggiando le mani all'orlo del banco,
protendendo la persona alquanto in avanti, pronunziò, con vibrato
accento, e con voce sonora le seguenti parole:
«_Signori, presidente e auditori!_
«Nei molti anni, dacchè esercito l'alto mio ministero, di rado mi fu
dato studiar causa nella quale apparissero più chiari indizi della
colpabilità dell'inquisito.
«La pubblica discussione ha sempre più messo in evidenza l'esattezza
dei precedenti atti processuali.
«Giammai la mia coscienza è stata più tranquilla nel chiedere la
esemplare punizione di un reo.
«Vindice della società offesa, io ho il dovere di parlare con
severità. Il delitto sul quale voi, esimii signori, dovete dare il
vostro onorando iudicato, è de' più nefandi e odiosi, che da molti
anni si sieno commessi nella nostra città: è tale, che quasi toglie ad
una mite popolazione il suo vanto di miti, temperati costumi e ci
mette in mala vista fra le altre genti.»
Dopo essersi addentrato, alla minuta, in certi particolari della
causa, l'oratore esclamava:
«Ah! signori, la causa nella quale io debbo concludere, è una causa
tremenda, una di quelle cause per cui il magistrato con secura
coscienza può ben parlare di catene e di patibolo!
«È inutile che io abusi della bontà vostra, cercando di provare con
lunghi ragionamenti la responsabilità dell'inquisito.
«Alle speciose ipotesi di una pazzia incipiente, di uno stato mentale
irregolare, rispondono con molta eloquenza le perizie dei medici
fiscali.
«Che cosa potrei io aggiungere a ciò che con tanta limpidezza hanno
detto uomini dottissimi?»
L'avvocato fiscale raccolse alcuni fogli, che aveva dinanzi e ne dette
lettura.
Due medici, fra' più ragguardevoli che avesse Firenze, asserivano che
Nello possedeva compiuta coscienza de' suoi atti, e che poteva tenersi
per fermo avesse agito la notte del 14 gennaio con proposito
deliberato, se non con una vera e lunga premeditazione.
La lettura di tali dichiarazioni produceva nel pubblico il più vivo
eccitamento: rendeva sempre più acuta l'avversione contro Nello.
--Ma abbiamo pure le perizie estragiudiciali!--ribattè l'avvocato
Arzellini.
Il presidente con un gesto benevolo fece cenno al difensore che non
interrompesse.
--Lei parlerà a suo tempo... la prego... potrà dire tutte le sue
ragioni--aggiunse l'egregio magistrato.
Si capiva che il presidente, nonostante la sua apparente severità, era
già guadagnato o quasi alla causa di Nello.
Uomo di mente elevata, di molta esperienza, educato alla lettura delle
opere dei filosofi, di intelligenza facile e pronta, aveva già capito
ciò che i suoi colleghi non capivano: cioè che l'avvocato Arzellini
combatteva in quei momenti per disputare un disgraziato, se non al
patibolo, ad una pena che per lui sarebbe stata equivalente alla
morte.
L'Avvocato fiscale riprese il suo discorso.
Descrisse con grande sfoggio di colori, con tutta la pompa retorica e
declamatoria, della quale si faceva allora un immenso scupìo nei
tribunali, la scena avvenuta tra il Vicolo della Luna e Piazza Luna la
notte in cui era stato commesso il delitto.
Cercò di rimettere in azione quella cupa tragedia; parlò
dell'assassinato, giovane, bello, famoso, caro a tutti, ospitato con
orgoglio nella città, visitato, ricercato da cospicui personaggi,
amato dal Sovrano, che era stato addoloratissimo del truce misfatto.
Lo mostrò proditoriamente aggredito, vacillante sul lubrico suolo del
Vicolo, piombato a terra, atrocemente trascinato da un punto
all'altro, lasciando per tutto quel luogo immondo le traccie del suo
nobile sangue, poi spogliato, derubato.
La sua parola fluida, abbondante, efficace, scuoteva il pubblico, e,
quello che più importava, s'insinuava abilmente nell'animo de'
giudici, e per lo meno quattro degli auditori sentivano nascere,
svilupparsi potente, irresistibile nei loro intelletti la convinzione
della reità di Nello.
Il rappresentante della legge toccava da maestro, e con peculiare
accortezza, tutti i punti della causa, deboli per l'inquisito,
raccoglieva di tanto in tanto una falange di argomenti indiziarli e se
ne serviva con la bravura di un uomo, abituato a tali conflitti, e che
non temeva rivali: memore del dettato sì spesso ripetuto nel foro: _Et
quæ non prosunt singula, juncta juvant_.
Naturalmente sfuggiva tutta la parte contraddittoria, che doveva poi
esser raccolta, sviluppata, con sì valido acume, dal suo grande
avversario, l'avvocato Arzellini, del quale però egli cercava con
molta finezza screditare in precedenza gli argomenti; supponendo che
gli fossero mosse obiezioni a quello che asseriva, e poi confutandole.
«Per stornare la inquisizione dal suo vero scopo--disse a un certo
punto l'Avvocato fiscale--si è voluto far credere che il delitto,
consumato nel Vicolo della Luna nella funesta notte del 14 gennaio,
non fosse un semplice e volgare latrocinio, ma bensì un delitto cui
sia collegato il più poetico, il più forte dei sentimenti
umani:--l'amore!
«Ma come una tale tesi potrà essere sostenuta dalla difesa
dell'inquisito?
«Non distruggerebbe essa a dirittura l'edificio, già così fragilmente
architettato, sulla base dell'idiotismo del giudicabile?
«Si parla di amori... di una donna, che si sarebbe trovata nella
stanza misteriosa del Vicolo, che vi avrebbe lasciato fuggendo il
velo, del quale aveva coperto il suo volto, prima di recarsi ad un
desiderato convegno, di una donna, la cui presenza alla stessa
polizia, dopo le sue prime indagini, parve rivelata, oltre che dal
velo dimenticato, dalle impronte lasciate da denti affilati e
minutissimi in un pezzetto di candito... Ben lieve e frivolo
indizio!.... Si è parlato di colloquio fra due amanti perchè si
scuoprirono due bicchieri, l'uno quasi accanto all'altro sopra una
tavola, e nei quali era stato versato il vino di una stessa bottiglia.
«Queste sono avventure ingegnose, bizzarrie, che starebbero bene in un
romanzo, che non sono conformi davvero alla gravità della causa che ci
occupa.
«E, anzi, sono persuaso che la difesa rinunzierà a inoltrarsi in così
vani strattagemmi.»
L'avvocato Arzellini, che guardava fisso l'avvocato fiscale, e non
perdeva sillaba di tutto quello che diceva, scosse vivamente il capo,
e battendo un pugno sulla tavola, esclamò ad alta voce:
--Vedremo.... se saranno vani!
Il presidente fece al focoso patrocinatore un'altra ammonizione.
«Vani stratagemmi!--riprese l'Avvocato fiscale, in tuono sempre più
veemente.--Imperocchè, ammesso questo dramma d'amore, qual parte vi
avrebbe avuto l'inquisito? Sarebbe stato egli forse il bel cavaliere,
per cui la donna sospirava e si comprometteva, andandolo a visitare
nella stanza misteriosa? Sarebbe stato egli, che aspettava una amante
e la rifocillava di canditi e di vino di Cipro? Egli, che avrebbe
nell'impeto, nell'accecamento della gelosia assassinato il pittore
Gandi suo rivale?
«E come potrà la difesa darci un racconto plausibile del modo con cui
il Gandi fu condotto, tratto nell'agguato?....
«Chi si rivolgerà ad uno stolido, ad un idiota per commettergli sì
ardua, sì delicata, sì terribile impresa, e in che modo un idiota la
forniva con tanta intelligenza, con tanta audacia, con tanto
abominevole precisione?
«Perchè egli oggi ha così avvedutamente taciuto il nome del suo
complice, e lo ha sottratto alle insistenti ricerche della giustizia?
«È questa la critica che ci permettiamo, secondo la nostra ragione cui
non possiamo rinunziare, e la nostra coscienza che non vogliamo
tradire.
«È egli d'uopo ch'io mi soffermi a dimostrare gli esecrabili
antecedenti dell'inquisito?
«E, per citare un estremo della più temeraria ferocia, non basta che
noi ripensiamo alla brutale aggressione dell'inquisito contro il
nostro esimio collega, il cancelliere Buriatti, durante la
preparatoria inquisizione del processo?»
E l'Avvocato fiscale andava innanzi, abbellendo il suo dire di tutta
quelle suppellettile oratoria che era allora in voga.
Avvocati fiscali, e avvocati difensori citavano versi di Orazio, di
Virgilio, di Catullo, a profusione, intere ottave dell'Ariosto e del
Tasso, versi del La Fontaine, diluviavano le massime dei pratici e dei
dottori; i tropi, le metafore, le similitudini, le allusioni storiche
e mitologiche, le parole altisonanti, sesquipedali.
«Ma io debbo accennare alla stanza misteriosa del Vicolo della
Luna,--proseguiva l'avvocato fiscale--alla connessione che essa può
avere col barbaro delitto, da cui fu la notte del 14 gennaio
contaminata quella già località così sinistra.
«Ascoltatemi con attenzione.
«La stanza N. 5 serviva di certo ai convegni di qualche strano e
capriccioso amatore; ma ogni retta induzione ci porta ad escludere
qualsiasi relazione fra coloro che vi s'incontravano e il delitto che
dette origine a questo processo.
«Il Fisco appose i suggelli alla porta, e vi sono tuttora, e sebbene
la stanza sia piuttosto sfarzosamente arredata, nessuno si è
presentato fino ad oggi a ripetere la proprietà degli oggetti che essa
contiene.
«Ci è ignoto dunque chi fossero le persone che vi convivevano. Chi
l'aveva presa in affitto si è circondato di tali precauzioni che non è
stato possibile chiarirne la identità!
«Ad ogni modo si tratta di una galante avventura, che non è davvero
interesse della giustizia l'approfondire nella presente causa.
«Per noi è certo che l'inquisito meditava da vario tempo il suo
latrocinio. Per noi è certo che egli si è appostato alcune ore,
aspettando una preda.»
Dopo una lunga perorazione, nella quale ricapitolò tutte le resultanze
del processo, l'avvocato fiscale fece intendere che egli avrebbe preso
le sue conclusioni.