CAPITOLO SESTO.

§ 1.

Conseguenze della caduta di Crescenzio. — Suoi parenti nella Sabina. —

Ugo abate di Farfa. — Condizioni di questo monastero imperiale. — Lite

notevole sostenuta dall’Abate contro ai preti di santo Eustachio in

Roma.

Il giudizio cruento pronunciato da Ottone, più terribile ancora della

sentenza data, tempo prima, dall’avo suo, fe’ tremare la Città per ogni

vena; e il giovane Imperatore, con animo soddisfatto, notò uno dei suoi

Diplomi per la data del giorno in cui s’era giustiziato Crescenzio:

credeva egli di avere a sè incatenato Roma per sempre[545]. Anche i

congiunti di Crescenzio avevano previsto le conseguenze del trionfo

imperiale; finchè era stato potente avevano fatto causa comune con

lui, per crescere di dominio nel Sabinate, ma dalla sua caduta s’erano

accortamente tenuti in disparte. Nel territorio della provincia romana

non alitò mai sentimento di nazione; fuor di Roma Romani non v’erano,

nè v’aveva unità che associasse fra loro le classi degli abitatori

del contado, divisi per ragione di stirpe e di legge. Nelle città di

provincia, in cui la costituzione curiale romana s’era da lunghissimo

tempo estinta, appena adesso incominciava, la prima volta, a formarsi

una cittadinanza libera; per lo contrario, sulla moltitudine dei coloni

e delle persone che stavano in dipendenza altrui, emergevano colla

violenza e da soli, i Baroni, i Vescovi, gli Abati. Tutti costoro

cupidamente chiedevano possessi di città provinciali e di castella, e

i Papi di qua e di là concedevano di quelle terre a famiglie cospicue,

o a Vescovati, o a conventi. Il feudalismo andava estendendosi nella

Campagna; alcuni signori toglievano padronanza di distretti intieri, e

l’ordinamento baronale di natura laica e clericale poneva, da dopo la

metà del secolo decimo, salde radici nel territorio romano, per durare,

maleficio dell’agricoltura, fino ai dì nostri.

Al secolo undecimo, nelle più prossime vicinanze di Roma troveremo

Tusculum e Preneste da sedi maggiori della signoria feudale; sulla fine

del secolo decimo vediamo invece imperare nella Sabina la famiglia di

Benedetto conte, congiunta per cognazione a Crescenzio. Quel potente

uomo aveva sua dimora nel castello di Arci; s’era impadronito di molte

terre di Farfa, e i suoi figliuoli, Giovanni e Crescenzio, rubavano

a mano ardita al paro di lui. Benedetto strappava a sè perfino la

città vescovile di Cere o Agylla, quell’antichissima etrusca che

allora non peranco s’appellava _Caere vetus_ (oggidì Cervetri). La

caduta di Crescenzio metteva gravi pensieri in capo a quei signorazzi;

Giovanni conte restituiva tosto la metà di una terra che aveva rapito

a Farfa, e l’Abate allora investivagli in feudo «di terzo genere»

l’altra metà, col castello Trabuco, del cui possesso fra loro si

contendeva[546]. Però, altre proprietà del monastero, ed eziandio

della Chiesa romana, rimanevano ancora in mano di Benedetto, in quello

che Ugo abate s’affrettava a chiederne a Roma giustizia. Il giovane

Crescenzio, fratello di Giovanni, andava allora da spensierato nella

Città, tuttavia atterrita del supplizio dello zio suo; e forse con

quell’atto di impavida sicurezza voleva darsi l’aria di non essersi

frammischiato negli affari del suo congiunto: sennonchè l’Imperatore e

il Papa se lo pigliavano, e tenevanlo in ostaggio. Benedetto, padre di

lui, veniva, ciò stante, a Roma; con formalità giudiziarie restituiva

Cere al Papa, ma l’aveva fatto appena, che correva a quel castello e

vi si afforzava. Se subito dopo il supplizio di Crescenzio, un Barone

della Campagna, parente suo, ardiva sfidare a quel modo l’Imperatore

ed il Papa, ei si può di leggieri giudicare di che qualità fosse il

fondamento della signoria di questi in Roma. Era essa e rimase soltanto

cosa di breve momento; e gli Imperatori, che si gloriavano d’essere

successori di Augusto, vedevansi costretti sempre, ogni qual volta

venivano in persona nelle terre romane, ad assediare colle loro genti

d’arme piccoli manieri baronali. Il vincitore di Roma dovette muovere

con soldatesche a cacciar Benedetto fuor di Cere; lo accompagnarono

il Papa e l’Abate e lo seguì Crescenzio prigioniero. Sulle prime il

padre irrise alla minaccia che gli si impiccherebbe il figliuolo,

però quando dalle mura del castello vide che cogli occhi bendati lo si

trascinava al patibolo scese a dedizione. Cedette Cere al Papa, e ne

ebbe restituito il figliuolo; allora Imperatore, Papa e Abate tornarono

a Roma per andarne poi nella Sabina, dove offersero a Benedetto una

scritta d’investitura di terzo genere, che quegli peraltro rifiutò:

e quantunque, alla fine, giurasse di rinunciare alle sue illegittime

pretese, i suoi figli si burlarono della promessa, e non fecero che

peggiori violenze al convento di Farfa[547].

L’Imperatore e il Papa vollero metter briglia all’arroganza dei

tirannelli Sabinati, e perciò cercarono di mantenere in integro stato

i possedimenti di Farfa. Abbiamo in addietro descritto le condizioni

di questo monastero celebre; diamo adesso un’altra occhiata alla sua

storia. Morto Campo, l’Abazia fu concessa, nell’anno 966, in commenda

a Leone, abate di sant’Andrea sul Soratte; e questo non fece che

accrescere le intemperanze di vita dei monaci. Indi abate fu Giovanni,

crapulone sfrenato; Ottone lo depose, e gli diè Adamo a succeditore.

L’Abazia ne fu smembrata in due, chè, Ottone morto, Giovanni la fece

da padrone dei beni situati nella Sabina, nel territorio Tusco e in

quello Spoletino, mentre Adamo tenevasi in signoria nella marca di

Fermo. Soltanto Ottone III, venuto a Farfa nell’anno 996, riunì i

dominî del convento sotto a Giovanni abate, alla soggezione di cui,

per lo meno, confermò con un Diploma tutta intiera la estensione dei

beni dell’Abazia[548]. Giovanni passava di vita nel 997, e allora Ugo,

contrariamente alle statuizioni canoniche, comperava da Gregorio V

la dignità di abate. Quell’uomo, irrequieto e operoso, era entrato a

sedici anni nel convento di Monte Amiata, e adesso, a ventiquattro,

impugnava il bastone pastorale di Farfa per imperarvi lunghi anni

gloriosamente, e per compilarvi libri preziosi in cui descrisse i casi

della sua età[549]. Ottone III lo depose come intruso, e diede ad un

altro l’Abazia, ma le instanze dei monaci e l’ingegno dell’uomo deposto

trovarono grazia appo di lui, per guisa che, addì 22 di Febbraio

dell’anno 998, ripose in dignità Ugo, e rinnovò altresì l’antica legge

di Farfa, giusta la quale l’Abate, liberamente eletto dai frati, doveva

essere confermato primamente dall’Imperatore, patrono del convento,

indi ordinato dal Papa[550].

La ristorazione di Ugo fu del resto assai salutifera all’Abazia, chè

quegli allora severamente vi introdusse la riforma cluniacense, e curò

con opera instancabile la rivendicazione dei beni monastici. Perciò

lo troviamo parecchie volte a Roma comparire innanzi al tribunale

imperiale, armato dei suoi bravi diplomi; e ogni volta lo vediamo

uscire vittorioso di liti, i cui documenti leggiamo ancora con grande

sollecitudine, perocchè ci offrano diritta notizia degli ordini, coi

quali s’amministrava in Roma a quei dì la giustizia. A buon dritto

pertanto lo Storico può far suo pro di uno di quei litigî giudiziarî,

e produrlo come un quadro in cui sono impresse a vivi caratteri le

condizioni del tempo. L’età che descriviamo selvaggia era e violenta,

ma s’addolciva a umanità per via della maestà, di cui la legge si

circondava. Al dì d’oggi, Papi e Re terrebbero per contrario alla

loro dignità, se si esigesse che scendessero in persona nelle aule

di un tribunale civile per risolvere dei piati di ordine privato: da

lunga pezza il concetto della podestà regia è uscito della cerchia

di un’opera immediata e personale, e si tramutò in un’astrazione

impotente; ma in quei tempi, ancora mezzo patriarcali per costume, la

maestà giudiziaria era tenuta in conto di opera sublime e santissima

della podestà di dominio. Dopo di Carlo magno gli Imperatori sedettero

moltissime volte in Roma sullo scanno di giudice; quei giudizî col

proceder del tempo divennero per verità più rari, e sotto agli Ottoni

troviamo soltanto alcuni _Placita_ romani, che si associavano in

ispecialità alla ragione dell’_Imperium_.

Addì 8 di Aprile del 998 l’Abate di Farfa fu citato in giudizio a Roma

dai preti di santo Eustachio, i quali pretendevano alla restituzione

di due chiese pertinenti a Farfa, ch’erano quelle di santa Maria e

di san Benedetto nelle terme di Alessandro, ed affermavano che il

convento ne aveva loro pagato un censo. Il tribunale ordinario romano,

costituito di _Judices_ imperiali e pontificî, si raccolse fuor delle

porte del san Pietro, presso a santa Maria _in Turri_. A suo vicario e

a presidente del collegio giudiziario l’Imperatore elesse l’arcidiacono

del palazzo imperiale, e nominò a suo assessore Giovanni, prefetto

della Città e conte palatino; da parte del Papa furono aggiunti,

in qualità di assessori, due giudici palatini, il primo defensore

e l’arcario, oltre a tre _Judices dativi_. Ugo abate rifiutò di

appigliarsi al diritto romano e di valersi di un avvocato romano,

perocchè Farfa fosse stata sempre retta colla legge dei Longobardi;

e, siccome era uomo germanico, accampò il suo diritto d’origine, in

Roma, dove riconosciuto era da dopo della Costituzione di Lotario. Il

presidente era uomo impetuoso; lo prese per la cocolla e se lo trasse

a sedere vicino a sè[551]; ma Ugo, col beneplacito dell’Imperatore,

volle tornare a Farfa per andarvi a levare il suo avvocato longobardo,

e, tre dì dopo, comparve, accompagnato da Uberto, patrocinatore del

convento. Dimostrò allora che l’Abate di Farfa non soleva acconciarsi

al diritto romano; produsse un Diploma di Lotario e la confermazione

di Pasquale papa, giusta i quali il suo monastero, al paro di altri

chiostri dell’Impero franco, non poteva esser giudicato che colla

legge dei Longobardi, e protestò esser pronto a giurare l’autenticità

dei documenti, oppure a provarla con duello e con testimonî. La parte

avversaria respinse la prova, e tentò di impedire che fosse fatta

applicazione del diritto longobardico, ma il presidente la costrinse

ad assoggettarvisi. Quindi ai preti attori fu dato un avvocato romano,

Benedetto figlio di Stefano _a Macello sub Templo Marcelli_, e quegli

formulò tosto la domanda contro all’Abate. Poichè però non v’erano

giudici longobardi, il presidente se la cavò sommariamente; nominò

giudice lo stesso Uberto avvocato del convento, facendogli giurare

sugli Evangelî che avrebbe giudicato con giustizia; e poichè l’Abate

alzava gran gridìo, dicendo che veniva così privato di patrocinio,

gli fu subito eletto per difensore un uomo della Sabina. Questi,

interamente ignaro del diritto, non seppe di che parte incominciare a

rispondere; laonde fu concesso ad Uberto, diventato adesso giudice,

ossia assessore, di dargliene primamente spiegazione. Il giudice

longobardo volle, conformemente alla sua legge, che la parte convenuta

giurasse il fatto, che Farfa da quarant’anni si trovava in possesso

delle chiese; però i preti cercarono di scansare quel giuramento,

volendo provare, secondo il giure romano, che, nello spazio di

quarant’anni, avevano eglino riscosso censo da Farfa. I testimonî,

assunti disgiuntamente l’uno dall’altro, caddero in contraddizione fra

loro, e furono trovati in falso; e poichè i preti avevano rifiutato

l’indetto giuramento di verità, la loro azione fu rejetta, ed eglino

condannati a rilasciare al convento le chiese controverse[552]. Giusta

le forme che il rito giudiziario ordinava, si procedette così: si

tolse dalle mani della parte soccombente la scrittura che conteneva

l’oggetto della domanda (in caso di falso, le si toglieva il documento

falsificato); un giudice trafisse in croce la scritta col coltello,

e così lacerata la consegnò alla parte vittoriosa, affinchè la

conservasse come documento, e, in caso di bisogno, potesse allegarla a

favor suo. In pari tempo che ciò fu fatto, si divietò la riproduzione

della domanda sotto pena del pagamento di dieci libbre d’oro, le quali

sarebbero ricadute per una metà al palazzo imperiale e per l’altra

metà a beneficio del convento[553]. Però, la massima instabilità in cui

trovavansi le cose politiche e civili faceva sì che gli stessi processi

si ripetessero innumerevoli volte; anzi, per quasi un secolo si

prolungavano con pertinacia incredibile le quante volte i contendenti

speravano di condurre a buon fine le loro maliziose pretensioni, perchè

li favorissero circostanze più prospere, o corruzione di giudici, o

mutamento di Principi[554]. Gli atti della causa notevole onde dicemmo

si raccolsero indi in un documento, che fu sottoscritto dai giudici

e dagli avvocati, e consegnato all’Abate; gli è precisamente quello

che ancora leggiamo nei Regesti di Farfa, e giova a provarci quanto

ingenue e brevi fossero le forme delle procedure giudiziarie romane

a quell’età, ma altresì di quanto la varietà dei diritti speciali

le rendesse difficili e confuse. La incertezza del diritto non aveva

limite; tutte le porte erano aperte al raggiro e alla corrutela, e può

imaginarsi qual fatta di protezione la legge concedesse ai cittadini

poveri od ai coloni.

§ 2.

Ordini giudiziarî in Roma. — I _Judices palatini_ o _ordinarii_. —

I _Judices dativi_. — Formula usata per la costituzione del giudice

romano. — Formula usata nella concessione del diritto civile romano.

— Giudici criminali. — Consoli e _Comites_, forniti di autorità

giudiziaria nelle città di provincia.

Il Placito romano ci offre opportunità di associarvi alcune

considerazioni sugli ordini giudiziarî, com’erano costituiti in

Roma al tempo di Ottone III. A proposito della lite, di cui dicemmo,

trovammo due classi di giudici; i _palatini_ e i _dativi_. I primi

abbiamo conosciuto fin dal secolo ottavo come sette ministri pontificî:

rinnovato l’Impero, continuarono eglino ad essere il magistrato

ordinario di giustizia del Papa nelle cose civili. Allorchè poi il

Laterano assunse forma eziandio di Palatinato imperiale i _Judices

palatini_ ebbero funzione altresì di giudici imperiali, e in qualità

di assessori pronuncianti sentenza poterono essere adoperati così

dall’Imperatore che dal Pontefice. Le attenenze speciali per cui

l’Imperatore era signore supremo di Roma, e il Papa erane signore

territoriale, educarono la strana miscela delle due podestà,

ond’esse furono rappresentate in comune nelle cose di giustizia. Il

_Primicerius_ e il _Secundicerius_, l’_Arcarius_ e il _Saccellarius_,

il _Protoscriniarius_, il _Primus defensor_ e l’_Adminiculator_ furono

in pari tempo rivestiti della dignità di officiali imperiali. Passati

erano i tempi in cui questi ministri pontificî avevano tiranneggiato

su Roma, chè la gerarchia antica di officiali era stata distrutta dai

Carolingi e dai Papi; però i _Judices palatini_, sotto il _praesidium_

del Primicerio, durarono da primo collegio dei magistrati di Roma.

Eran dessi che regolavano anche l’elezione pontificia; presiedevano

essi alle ceremonie della coronazione dell’Imperatore, cui stavano

intorno, e, per così dire, ordinavano, parimenti come i sette Vescovi

lateranensi ordinavano il Pontefice. Il Primicerio e il Secondicerio

facevano da cancellieri dell’Impero, e, a quel modo che conducevano

il Papa nelle processioni, medesimamente, nelle occasioni di festa,

stavano ai fianchi dell’Imperatore[555]. Dacchè poi formavano il

supremo consesso giudiziario permanente del duplice Palatinato,

i sette _Palatini_ avevano anche nome di _Judices ordinarii_. Non

avevano perduto la competenza giudiziaria loro propria in nessuna delle

rivoluzioni di Roma; ed infatti notammo che Alberico usò di loro sì,

come facevano l’Imperatore e il Papa. Per lo contrario, i _Duces_ di

altra volta erano stati privati della loro autorità di giudici. Nella

Costituzione data da Lotario nell’anno 824 sono ancora messi accanto

dei _Judices_, ma, ai tempi degli Ottoni, non possedono più siffatta

qualità. Fin dall’età di Carlo magno, per vero, gli ordinamenti romani

in fatto di giustizia avevano sofferto mutazioni parecchie; l’autorità

giudiziaria di officiali militari e civili, che anticamente, durante il

periodo bizantino, avevano tenuto la supremazia, spariva al tempo dei

Franchi, e dava luogo al più libero moto delle istituzioni germaniche

che si svolsero nello Scabinato: infatti, dopo la prima metà del secolo

decimo, troviamo anche in Roma i _Judices dativi_, e assai spesso ve

li incontriamo in documenti posteriori all’anno 961, dopochè di loro

s’ebbe fatto nome a Ravenna, intorno all’838.

L’essere proprio di questi _Dativi_ non è venuto ancora affatto

in chiaro; secondo che il nome loro dice, erano «costituiti», in

qualità di assessori[556], per volontà delle supreme podestà di

giustizia, dell’Imperatore, del Papa, del _Patricius_, oppure, nelle

città di provincia, del _Comes_. A ragione si tennero in conto di

istituto germanico, e si paragonarono agli Scabini, assessori franchi

permanenti, che, sotto l’influenza del Conte, erano eletti fra gli

uomini, possessori di liberi allodî, del «Gau» ossia territorio

giurisdizionale, affinchè sedessero in tribunale come periti di

diritto, e pronunciassero sentenza[557]. Da alcuni documenti si ritrae

che nell’Italia superiore i _Dativi_ erano nominati per città; in esse

facevano da giudici, e il titolo si associava al loro nome, anco dopo

ch’erano morti[558]. Per riguardo a Roma peraltro non può darsi prova

che si scegliessero per coelezione del popolo; anzi compaiono sempre

«dati» dall’Imperatore e dal Papa, e sì poco in qualità di assessori

del comune cittadino (com’erano nell’Italia settentrionale), che

talvolta potevano benanco essere denotati per giudici palatini[559]. In

officio di _Dativi_ vedonsi i sommi dignitarî laici; troviamo infatti

Teofilatto «console e _Dativus Judex_»; Giovanni, prefetto, conte

palatino e _Dativus Judex_; laddove molti altri _Dativi_ si presentano

senza che siano insigniti di dignità di diversa maniera: con tal nome

di _Dativus Judex_ si appellò anche Uberto avvocato del convento di

Farfa, non appena che fu chiamato a fare da giudice sentenziante[560].

La magistratura giudiziaria di Roma era pertanto composta degli

_Ordinarii_ e dei _Dativi_. Di regola, non però sempre, sotto

al giudice presidente si riunivano tanti _Ordinarii_ e _Dativi_

quanti occorrevano a formare il numero di sette, mentre un numero

indeterminato di ottimati (_nobiles viri_), simili ai liberi ossiano

_boni homines_ dei Franchi, assistevano al giudizio (_adstare,

circumstare, resedere_)[561]. Come veri giudici romani gli _Ordinarii_

e i _Dativi_ insieme erano appellati: _Judices Romani_ o _Romanorum_;

chiamavansi: per grazia di Dio, Giudici del sacro romano Impero (_Dei

Gratia sacri Romani Imperii Judex_). Ei pare che al tempo degli Ottoni

la nomina del _Dativus_ fosse associata ad una ceremonia solenne.

«Quando è a costituirsi il Giudice», così dice la formula di quell’età,

«deve il Primicerio condurlo all’Imperatore. L’Imperatore gli dice:

Avverti, o Primicerio, che egli non sia schiavo dell’uomo, nè povero,

affinchè non nuoca all’anima mia con corruzione. Al Giudice dica

l’Imperatore: Bada, in tutti i casi, di non ledere la legge del nostro

santissimo predecessore Giustiniano. E quegli: Maledizione eterna

cada su me se io lo faccia. Indi l’Imperatore deve fargli giurare che

in nessun caso offenderà la legge; poi lo vesta del mantello, e gli

assetti il fermaglio a destra, e gli chiuda a sinistra il mantello, in

segno che gli deve essere aperto il libro della legge e chiuso il falso

testimonio. E gli dia in mano i Codici, e dica: secondo questo libro

giudica Roma, e la città Leonina e il mondo tutto; indi con un bacio lo

congedi»[562].

La frase orgogliosa, se pure ridicola, che il Giudice romano dovesse

giudicare secondo il Codice giustinianeo, oltre che la città Leonina,

anche l’orbe delle terre, s’attagliava al concetto, ora nuovamente

ravvivato, che Roma fosse città capitale del mondo; e già l’età di

Ottone III lo esprimeva in quel noto verso leonino: _Roma caput

mundi regit orbis frena rotundi_. Ristoravasi a quei dì anche lo

splendore del diritto civile romano; e i Romani si compiacevano tutto

quanti allorquando vedevano uomini franchi o longobardi impetrare

il privilegio di potersi porre sotto la protezione del giure romano.

Allora erano fatti cittadini romani con pompa solenne: «Se taluno»,

dice la formula, «brama di diventare romano, ei deve umilemente mandare

all’Imperatore alcuni suoi fedeli, e pregarlo che lo accolga sotto

il diritto romano, e gli conceda di venire inscritto nel registro dei

cittadini romani. Se l’Imperatore vi acconsenta, deesi procedere così:

sieda egli coi suoi nobili giudici e mastri; due Giudici gli vanno

innanzi a capo chino e dicono: Imperatore nostro, cos’è che comanda

il tuo altissimo imperio? E l’Imperatore: Che il numero dei Romani si

accresca, e che l’uomo da voi oggi annunciatomi, sia posto sotto al

giure romano»[563].

Poichè i _Judices palatini_ erano preti, e perciò non potevano

pronunciare sentenze di sangue, necessario era che in Roma vi avessero

tribunali criminali permanenti. Per verità, il noto frammento «_quot

sunt genera judicum_» non fa cenno del Prefetto, che ancora esisteva,

e neppure dei _Judices dativi_; esso specifica soltanto i _Palatini_ e

i _Consules_, i quali sono ripartiti per giurisdizione di territorio,

eleggono i _Pedanei_, puniscono i rei secondo la legge, e, a misura del

delitto, pronunciano sentenza[564]. In essi noi ravvisiamo veri giudici

criminali permanenti, or detti Consoli, non più _Duces_, ed i cui

giudici subalterni ricevono nome di _Pedanei_. I loro «Giudicati», che

in Roma certamente si dividevano per regioni, dipendevano dall’autorità

del Prefetto della Città, avvegnachè sia difficile che quei Consoli

facessero da giudici soltanto fuor di Roma, e che i «Giudicati» fossero

tribunali posti in luoghi da Roma diversi. Peraltro, un documento

dato da Velletri nell’anno 997 dimostra che i giudici dei territorî

provinciali avevano nome di Consoli: in quella carta un Abate manda

ad un castello datogli in investitura dei giudici monastici in cose

civili, con titolo di _Consules_[565]. Ad ogni modo confessiamo,

che la nostra scienza degli ordini giudiziarî della Città a questo

periodo di tempo è assai difettiva; dai documenti assai poco profitto

abbiam tratto, e gli Storici moderni del diritto romano nel medio evo,

ristretti a siffatte scritture e a quell’imperfetto frammento, pur

rimproverandosi i reciproci errori, vanno tutti tentoni nel bujo[566].

Se così incompletamente ci è noto l’ordinamento giudiziario di Roma,

avviene pur lo stesso per ciò che riflette le città fuor di Roma. Erano

esse tuttavia amministrate da _Duces_, da _Comites_, da _Vicecomites_

ed anche da Gastaldi e da _Missi_ apostolici, i quali, alla loro volta,

eleggevano i loro _Judices_. I _Duces_ antichi compaiono a questa età

assai rari; manifestamente eglino erano stati soppiantati dai Conti

franchi, i quali adesso emergono dappertutto, così che i Ducati antichi

si tramutano in Comitati[567]. Anche i Tribuni di un tempo cessarono

di essere rettori di piccole città; sol di rado viene a galla il loro

titolo; qua e là è semplicemente cosa d’onore, oppure significa vera

qualità di officiali municipali e di giudici di terre minori[568].

§ 3.

Il Palatinato imperiale in Roma. — Guardia imperiale. — Conte Palatino.

— Fisco imperiale. — Palatinato e Camera pontificî. — Imposte. —

I redditi del Laterano si sono diminuiti. — Dispersione dei beni

ecclesiastici. — Esenzioni dei Vescovi. — La Chiesa romana riconosce,

intorno al 1000, i contratti di feudo.

Molto dicemmo dei giudici palatini romani, ma l’essere vero del

Palatinato imperiale di Roma, a questo tempo, è in qualche parte

involto di oscurità. Nell’origine s’era inteso ad unirlo col Palazzo

pontificio, ma ben tosto, come voleva la natura delle cose, ne fu

separato. Esso aveva uno stato di corte suo proprio, redditi suoi

proprî. Da dopo di Carlo gli Imperatori avevano posto loro dimore

presso al san Pietro, e talvolta tenevano stanza in Laterano,

avvegnachè non possedessero una vera loro residenza nella Città. Ottone

I s’era costruito un palazzo a Ravenna, ma non avea pensato di far

cosa pari anche in Roma, e sembra che soltanto Ottone III, ideasse,

per primo, di erigere un castello imperiale a Roma: l’avrebbe piantato

sull’antico palazzo dei Cesari, se non ne lo avesse impedito la gran

moltitudine di rovine. Prendeva egli sua residenza sul monte Aventino,

in vicinanza di san Bonifacio, forse in un palazzo antico[569];

ivi si circondava della pompa ceremoniale bizantina, e costituiva

molte dignità palatine, con nomi che sapevano di suono straniero, e

alla cui testa era posto il _Magister Palatii Imperialis_[570]. Una

guardia imperiale, composta soltanto di nobiluomini cospicui, romani

e tedeschi, vegliava intorno alla sua persona. La _Graphia_ tenne nota

della forma adoperata quando taluno era accolto fra i cavalieri della

guardia: il Tribuno consegna al _Miles_ gli sproni, il _Dictator_ la

corazza, il _Capiductor_ la lancia e lo scudo, il _Magister Militiae_

gli stinieri di ferro, il _Caesar_ l’elmetto crestato, l’_Imperator_

gli porge la cintura ornata di segnacolo, la spada, l’anello, la

collana e i bracciali. Chiaro è che qui si mescolavano insieme

costumanze bizantine e romane. La milizia imperiale era divisa in

due coorti di cinquecento cinquantacinque uomini per una; ognuna era

comandata da un _Comes_, ma a capo di entrambe stava il Conte Palatino

imperiale, il quale «era locato sopra di tutti i Conti del mondo, ed

incaricato della cura del Palazzo»[571]. Al tempo di Ottone III, per

la prima volta, è nominato il _Comes sacrosancti Palatii Lateranensis_;

nell’anno 1001 era investito di cotale dignità il romano Pietro, e, nel

998, sembra che la tenesse Giovanni prefetto, poichè in quel Placito

farfense, onde dicemmo, ei si sottoscrive: _Comes palatii_; però anche

allora v’avevano Conti parecchi del Palatinato[572]. Quell’officio

eziandio aveva spettato alla corte pontificia; da essa indi era

passato nella corte imperiale; e nei secoli successivi Imperatori e

Papi ne distribuivano il titolo, così che la dignità alla fine perdeva

qualsiasi rilevanza. Non può credersi che, nel tempo onde parliamo,

l’officio mancasse di giurisdizione corrispondente; è piuttosto

probabile che fosse tribunale di appello in cose riguardanti il tesoro

imperiale.

Nè puossi dubitare che un fisco imperiale esistesse in Roma,

avvegnaddio l’Imperatore possedesse ivi diritto a regalìe di varia

maniera. È cosa naturale che conventi, quali erano Farfa e sant’Andrea

sul Soratte, pagassero imposta al tesoro del loro patrono; ma, anche

senza di questo, si nota che esistevano dominî di altra natura[573].

Allorquando Lodovico Imperatore, nell’anno 874, costituì la dotazione

al suo convento _Casa aurea_, nuovamente fondato, vi donò tutte le

entrate che egli possedeva a Roma, nella Campagna, nella Romagna,

nello Spoletino, a Camerino e in Tuscia[574]. Che in quei redditi poi

si dovessero raccogliere soltanto diritti fiscali lo dimostra in ogni

modo la irrilevanza dei patrimonî posseduti dall’Imperatore in Roma e

nel territorio romano: però s’ignora massimamente di che fatta proventi

l’Imperatore ritraesse da Roma. All’età dei Carolingi era debito di

mandare al palazzo di Pavia un dono annuale di dieci libbre d’oro, di

cento d’argento e di dieci finissimi pallî; in pari tempo, il _Missus_

imperiale era mantenuto a spese della Camera apostolica[575]. Del resto

non s’ode di alcun balzello che Roma pagasse; soltanto che la metà

delle ammende in cose civili (ammontavano di consueto a dieci libbre

d’oro) erano versate a beneficio del _Palatium_ imperiale. Il reddito

poteva non esserne tenue, a causa del gran numero delle liti, ma era

incerto; similmente altri redditi erano cosa del momento: così avveniva

del _Foderum_, della _Parata_, del _Mansionaticum_, ossiano oblighi

di mantenere cavalli e soldati, di restaurare strade e ponti, di dar

quartiere all’esercito. Le quante volte l’Imperatore veniva a Roma il

suo esercito e la sua corte erano spesati dalla Città, e cel sappiamo

da ciò che, un tempo, Ottone I avea allontanato le sue soldatesche per

non gravare Roma soverchiamente. L’obligo del _Foderum_ si estendeva

a tutte le città d’Italia, dalle quali l’Imperatore passava, e non era

piccolo peso per il paese[576].

La _Camera_ apostolica, per lo contrario, aveva natura diversa. Il

tesoro pontificio (in origine era il _Vestiarium_) fu anch’esso a

quest’epoca chiamato _Palatium_; ad esso si pagavano le imposte e

i redditi dei beni ecclesiastici, che in generale comprendevansi

nei concetti di _dationes_ (dazî), _tributa, servitia, functiones,

pensiones_. Nelle specialità i titoli delle imposte erano innumerevoli,

perocchè i nomi dei dazî e dei balzelli che affliggevano i ponti,

le vie, le porte, i prati, i boschi, i mercati, i fiumi, i lidi, i

porti ed altro, formano un registro lungo, che chiarisce i caratteri

barbarici della economia publica di quell’età[577]. Gli _Actionarii_

percepivano la moneta che proveniva da tutti i possedimenti della

Chiesa, e in Roma stessa troviamo la Camera pontificia essere altresì

padrona di balzelli, che erano imposti sulle rive dei fiumi, sulle

porte delle città, e, di qua e di colà, su’ ponti[578]. Non sappiamo

in modo alcuno che si riscotessero in Roma gabelle dirette o tributi,

e dubitiamo affatto che il Fisco pontificio esigesse dai Romani

liberi testatico o imposta fondiaria. Era arte politica del Papato di

non vessare Roma con gravezze; ma non vi si avrà, per lo contrario,

fatto difetto di spillare quelle percezioni che erano conosciute con

titolo di doni, di collette, di decime, di consuetudini. Per quanto

grande possa parerci la barbarie di quell’età, essa era ancor lungi

dal sistema dissanguatore sorto nelle monarchie dei tempi posteriori:

il concetto della sovranità era significato massimamente nella

podestà giudiziaria suprema, e tutte le altre prestazioni dei sudditi

riposavano in un patto o contratto, per cui eglino pagavano emolumento

di tutto ciò che apparteneva allo Stato ed era da loro usato a profitto

proprio. Perciò, le rendite effettive della Chiesa consistevano nei

suoi molti patrimonî, e la Camera poteva professar diritto soltanto

su ciò che le apparteneva a titolo di _census_. Invece, al Fisco

pontificio erano devolute le multe, le composizioni e le sostanze

eziandio di chi moriva senza eredi[579]. Anche la zecca era tuttavia

una regalìa esclusiva del Palazzo pontificio, dacchè non altri che i

Papi avevano diritto di batter moneta.

Ma i proventi del Laterano s’erano diminuiti di molto. La restaurazione

dello Stato ecclesiastico, avvenuta per opera di Ottone I, non riparava

alle conseguenze della grande rivoluzione, che i possedimenti papali

avevano subìto omai da più che settant’anni. Laddove, ai tempi di

Adriano I e di Leone III, i patrimonî erano stati fiorenti, dopo il

decadimento dell’Impero avevano essi sofferto un saccheggio di mille

maniere. La confusione nelle cose di amministrazione usciva fuor d’ogni

limite; parecchie volte il Laterano era rubato e devastato, il suo

archivio distrutto, i rettori dei patrimonî abbandonati a sè stessi,

senza alcuno che li proteggesse. I coloni, sopraffatti d’angherie, non

pagavano più le tasse di mercede; i fittavoli nobili si rifiutavano

di soddisfare i censi, o negavano di esserne debitori. I Pontefici

poi erano trascinati al bisogno di cedere altrui beni e diritti di

fiscalità; e l’ordinamento feudale germanico, a combatter cui Roma

s’era lungamente dibattuta, faceva invasione da tutte le parti.

Dominî senza numero, alienati per astuzia o per violenza, diventavano

patrimonî ereditarî, e i Papi ne facevano scialaquo di dono a nepoti o

a partigiani, cui andavano debitori della tiara. Necessità gli obligava

a lasciarsi sfuggire di mano qualche bel possedimento per cavarne

denaro pagato con moneta pronta; indi, tanto per salvare alla Camera

il diritto di proprietà, vi imponevano soltanto un censo annuale di

valore sì tenue, che diventava risibile cosa. Più ancora, le guerre,

gli Ungheri, i Saraceni, avevano colato a fondo la proprietà di san

Pietro. La più parte dei dominî era ridotta al nulla, e i Pontefici

vedevansi costretti a concedere borgate intiere a Vescovi o a Baroni,

perchè le difendessero e le ripopolassero. Le esenzioni ottenevano il

sopravvento anche nel territorio romano. Regalie antichissime erano

prodigate a Vescovi e ad Abati sempre in maggior numero, ed eglino, del

paro che la nobiltà, prendevano possesso di città. Questo rilevammo

avvenire a Subiaco ed a Porto, ma più sorpresa ci desta trovare che

Gregorio V cedeva in perpetuo le contee di Comacchio e di Cesena,

e la stessa Ravenna e il suo territorio, a quell’Arcivescovo, con

tutti i tributi publici e col diritto di batter moneta; Ottone vi

aggiungeva eziandio la _Potestas_ o _Jurisdictio_. Di siffatta maniera

i Papi rinunciavano a quella proprietà, sopra cui avevano vigilato sì

lungo tempo, e con cure sì fervide[580]. Anche Abati e Vescovi davano

loro beni a signori potenti, che allor diventavano loro vassalli o

_Milites_; così vivevano sicuri di vedere quelle terre difese contro ai

Saraceni od altri nemici. Concedevano a loro città perchè le munissero

di fortificamenti, terre selvatichite perchè vi piantassero colonie;

e in tal modo, nel secolo decimo, sorgevano per la Campagna di Roma

castella e torri molte. Sebbene simili contratti avessero pur sempre

indole di enfiteusi, la cosa presto mutava, dacchè il feudalismo veniva

incalzando ognor più, e di già nell’anno 977 si rinviene un contratto

di natura feudale. Giovanni, abate di santo Andrea in Selci, vicino

Velletri, investiva il celebre Crescenzio de _Theodora_ del _castrum

vetus_, coll’obligo espresso, che «farebbe guerra e pace secondo il

comandamento del Papa e degli Abati del monastero». Notevoli ne sono

poi i patti accessorî. Il convento vi si riserva il diritto di tenere

presidio ad una porta del castello, di mandare nella terra fittata

suoi Consoli (giudici), e suoi Viceconti (prevosti), perchè vigilino

sui privilegî del chiostro, percepiscano il censo, e giudichino

nelle controversie civili; Crescenzio invece ne consegue il diritto

di giustizia criminale e la capitananza della soldatesca. Il censo

consisteva in frutti naturali, fra’ quali noveravasi un quarto del

prodotto del vino; e nel dì festivo di santo Andrea dovevano essere

forniti un paio di torce e un mezzo sestaro di olio. Quantunque

anche questo contratto abbia sempre sembianza di una locazione di

terza maniera, nondimeno l’obligo del servizio di armi vi attribuisce

impronta feudale[581]. Cotale scrittura è il primo documento romano

di siffatta natura che ci sia noto; ma, poco tempo dopo, una carta

eretta nell’anno 1000 ci dimostra che il sistema dei _Beneficia_ aveva

ottenuto riconoscimento pieno della Chiesa romana.

In essa carta Silvestro II concede la città e il comitato di Terracina

a Dauferio longobardo ed ai suoi discendenti, e gli impone obligo

di prestazioni militari, nelle quali precisamente consisteva il

carattere essenziale del vassallaggio feudale. Opera tale avevano

partorito pertanto le guerre di fazioni ed i Saraceni: il reggimento

dei beni della Chiesa, tenuto in origine da’ Suddiaconi, si cambiava

in un sistema di locazioni private, e questo, di per sè stesso, si

trasformava nell’ordinamento del possesso feudale. Trascorsa la prima

metà del secolo decimo, il grande patrimonio di san Pietro era occupato

d’ogni parte da _Milites_, i quali fervidamente intendevano a tramutare

in possedimento ereditario famigliare ciò che avevano conseguito dalla

Chiesa soltanto in via temporanea[582].

§ 4.

Ottone III va in pellegrinaggio al monte Gargano. — Gregorio V muore

nel Febbraio del 999. — Gerberto. — Santo Romualdo in Ravenna. —

Gerberto è fatto papa con nome di Silvestro II. — Idee fantastiche di

Ottone III, in riferimento alla restaurazione dell’Impero romano. —

Egli veste a foggia di Bisanzio. — Libro ceremoniale per la sua corte.

— Il _Patritius_.

Torniamo alla storia. Prima che cominciasse l’estate dell’anno 998

Ottone partiva di Roma per andare nell’Italia settentrionale, ma di

già nel Novembre era anche di ritorno nella Città, per assistervi

ad un Concilio; indi, sospinto da irrequietudine interiore sempre

crescente, moveva pellegrino nell’Italia meridionale. La morte di

martirio incontrata da Adalberto aveva scosso la sua anima fanatica

per ogni fibra; le insinuazioni dei monaci di Ravenna, gli ammonimenti

di santo Nilo avevano atterrito la sua coscienza, perocchè lo

crucciasse il pensiero che troppo crudele fosse stata la punizione

inflitta ai ribelli romani: pertanto deliberava di imprendere un

pellegrinaggio. Se sia vero che partisse di Roma a piè nudi ben

dava egli ragione alla voce, che lo affannasse il rimorso della fede

mancata a Crescenzio; e, sebbene la superstizione fosse abituata a

vedere atti di cotale umiliazione, può darsi che se ne diminuisse la

reverenza verso l’Imperatore, che a quelle opere si assoggettava[583].

Ottone pellegrinò a monte Gargano, promontorio selvaggio che s’eleva

sul mare di Puglia, dove era eretta una chiesa antica, dedicata

all’arcangelo san Michele. Santità operosa di miracoli, lontananza

di sito, solitudine magnifica di natura, rendevano il luogo, meta

frequentatissima dei pellegrinaggi di quell’età, così che il Gargano

nell’Occidente corrispondeva a ciò che il monte Athos o Hagionoro

era pei Cristiani d’Oriente. Ottone visitò in prima Monte Cassino,

dove era vissuto Adalberto, indi orò sulla tomba di san Bartolomeo a

Benevento, finalmente salì a piè scalzi il santo monte. Rimase colà,

fra i monaci salmeggianti, in abito di penitente, mortificando lo

spirito e la carne, e di quell’altezza gettò sguardi desiosi alla

Grecia e all’Oriente, e andò sognando della remota Gerusalemme: nel

suo ritorno visitò santo Nilo. L’eremita viveva allora con altri uomini

fanatici nella campagna di Gaeta, vero nomade, sotto a tende «splendide

di povertà». Però, l’occhio di Ottone non altro discerneva in esse che

«le capanne di Israello», e venutone appena in vista, si gettò giù di

cavallo, corse a prostrarsi appiè del vecchio seguace di Macario, lo

condusse nella cappella del convento, e, Davide contrito, si immerse

ivi nella preghiera. Invano egli sollecitò Nilo ad andare a Roma, e

gli promise qualunque grazia che potesse bramare; il patriarca, che non

bisognava di cosa alcuna, fece soltanto voti per la salute spirituale

del giovane Imperatore; e Ottone, piangendo amaramente, depose la sua

aurea corona fra le mani di santo Nilo, e, in mezzo a benedizioni, se

ne accomiatò per volgere il suo cammino a Roma[584].

Giusto allora Roma era in festa perocchè fosse morto il giovane papa

Gregorio. L’energico Tedesco, odiato acerbamente dai Romani, moriva

di repente sul principio di Febbraio dell’anno 999, probabilmente di

veleno: così il supplizio di Crescenzio era vendicato sul Pontefice,

cui massimamente se ne poteva dar colpa[585]. Alla nuova di quella

morte Ottone, atterrito, correva a Roma; per lo meno sappiam questo,

che egli si trovava colà addì 7 di Maggio: nè i Romani tentavano di

sollevare al papato un uomo di loro elezione, ma accoglievano con

silente rabbia il succeditore di Gregorio, che l’Imperatore loro

imponeva. Fu quegli Gerberto, un genio che in guisa mirabile precorreva

splendidamente il suo tempo.

Gerberto era nato nel mezzogiorno di Francia, di basso stato. Monaco

in Aurillac, s’era dato con fervore allo studio delle matematiche,

che allora gli Arabi avevano messo in fiore, e in Reims apparava

le filosofiche discipline con tale risultato di valentìa, che più

tardi induceva a meraviglia la Francia, di colà insegnando. Ottone I

aveva fatto conoscenza di lui in Italia, e, compreso di ammirazione

del suo ingegno, lo colmava di favori; Ottone II dappoi gli dava la

ricca abazia di Bobbio. Però Gerberto s’era partito assai presto di

qua, perchè vi soffriva persecuzione continua; tornava a Reims, indi

recavasi alla corte tedesca, dove metteva a pro la sua maestria di

adulare la famiglia imperiale. Diventò precettore di Ottone III, e,

dopo di aver vissuto qualche tempo in Reims, ascese nell’anno 991 alla

cattedra arcivescovile di quella città per protezione di Ugo Capeto,

del cui figliuolo parimente era stato maestro. Nel Concilio, che

pronunciava la deposizione (contraria ai canoni) di Arnolfo predecessor

suo, Gerberto aveva riversato nei suoi protocolli sinodali le audacie

dei Vescovi di Francia; ma, nel Sinodo di Mouson dell’anno 955, essendo

stato costretto da Leone di san Bonifacio, legato del Papa, a scendere

dal seggio di Reims, Gerberto tornava alla corte di Ottone III, e, di

lì a tre anni, diventava arcivescovo di Ravenna.

Questa celebre città splendeva allora, grazie alle virtù di un Santo,

dello splendore di Cluny; chè, mentre l’Italia meridionale si riempieva

del grido di santo Nilo, la rinomanza di un Ravennate risonava per

tutto il settentrione della penisola. Romualdo, discendente dei duchi

Traversara, dopo una vita agitata, s’era fatto, nell’anno 925, eremita;

aveva introdotta riforma nel chiostro di santo Apollinare di Classe,

indi s’era nuovamente ritirato in una solitudine delle terre venete, e,

in sull’anno 971, aveva fondato una congregazione di eremiti nell’isola

di Pereo presso Ravenna: d’allora in poi questo chiostro diventò

un insigne seminario di anacoreti, chè Romualdo non costituiva già

monasteri, come Odone aveva fatto, ma piantava romitaggi che presto

si diffondevano per l’Italia. Una novella estasi di misticismo si

apprendeva in quel tempo alla gente umana; la brama del martirio antico

si ridestava; gli uomini ricchi tornavano a donare i loro beni alla

Chiesa; Principi andavano peregrinando e si assoggettavano a penitenze;

Pietro Orseolo, doge, e Gradenigo e Mauroceno, nobili veneziani,

facevano vita di solitarî come Romualdo loro maestro; e sulle montagne,

e dentro alle caverne, e sulle spiagge del mare, e fra le foreste,

ponevano loro dimora nuovi eremiti, siccome ai tempi di Antonio

egiziano[586].

Erano pure i due strani contrapposti, Romualdo e Gerberto, tutti e due

a Ravenna. Questi, maestro di astuzie e di sofismi, perito diplomatico,

erudito grande e matematico di genio, doveva mirare con isguardo di

compassione l’eremita, che a stento riusciva a compitare il salterio,

e che cercava nella solitaria selvatichezza di un mistico stato di

natura la più alta missione dello spirito umano. Eppure, appiè di

Romualdo s’inginocchiavano Principi del più illustre stato, attendendo

con umiltà ai suoi discorsi; ed Ottone III stesso, che, ammiratore

del genio del suo maestro, gli scriveva lettere coll’indirizzo: «al

sapientissimo Gerberto, coronato nelle tre classi della filosofia»,

Ottone stesso si prostrava in pari tempo innanzi all’eremita ignorante,

ne baciava con reverenza il lembo della tonaca, e si stendeva

penitente sul suo giaciglio di giunchi. Gerberto sedette un solo anno

sulla cattedra di Ravenna, chè Ottone ne lo chiamava al pontificato,

splendida prova che la istruzione di un sì grande maestro non era stata

sterile di frutto[587].

La elezione di lui recò onore a Ottone, ma umiliò Roma, perocchè il

genio del novello Pontefice, il quale, tempo prima, aveva scagliato

tanto pungenti censure contro alla barbarica ignoranza dei suoi

predecessori, facesse sì che la tenebra di Roma comparisse ancor

più oscura. Addì 2 di Aprile dell’anno 999 Gerberto fu ordinato,

ed egli arditamente si impose il nome di quel Pontefice che era

onorato con venerazione santissima, ed era omai diventato persona di

mito. Silvestro II faceva pensare che in Ottone dovesse rivivere un

Costantino secondo; nè la scelta di quel nome era fatta senza motivo:

amicizia e gratitudine univano maestro e discepolo, e la associazione

del Papato e dell’Impero, cui Ottone aveva mirato di ottenere per via

di Gregorio cugino suo, doveva adesso giungere a buon fine sotto di

Silvestro II. Chi poneva fede nella donazione di Costantino poteva per

verità susurrare all’orecchio dell’Imperatore, che il nome di Silvestro

significava restaurazione dello Stato ecclesiastico e donazioni

nuove; e l’arguzia dei Romani avrebbe potuto ricordare ad Ottone,

che, appunto dopo di quella donazione, Costantino aveva abdicato Roma

per sempre a favore del Papa, e s’era ritirato umilmente in un canto

d’Europa, sulle rive del Bosforo. Ottone, per lo contrario, voleva

fare di Roma la sede dell’Impero e diventare nuovo Trajano di una

nuova monarchia universale. Innanzi ai suoi occhi si agitava l’idea di

Carlo, ma il giovane immaturo di consiglio non era capace di formarsi

l’idea di un sistema politico tale, che si acconciasse allo stato

dell’Occidente germanico-romano. La sua educazione di greco costume

lo aveva allontanato dal mondo nordico; invece di considerare, sì come

Carlo aveva fatto, che Roma, decaduta per sempre nell’ordine politico,

doveva essere soltanto fonte di un titolo e sede della Chiesa da lui

dominata; invece di raffermare piuttosto in Alemagna il centro di

gravità dell’Impero, Ottone intendeva a rialzare nuovamente Roma al

grado di residenza imperiale, senza neppur pensare che in tal caso

avrebbesi dovuto primamente sbassare la Chiesa alle proporzioni di un

patriarcato (come era avvenuto di quella bizantina), e spendere in

siffatto còmpito lotte senza fine. Nella sua mente si confondevano,

sovrapponendosi l’uno sull’altro, i limiti della Chiesa con quelli

dello Stato, e insieme coi principî monarchici si andavano in lui

mescolando le ricordanze degli istituti antichi di Roma aristocratica

e di quella democratica. La potenza di Germania aveva risollevato il

Papato dalla ruina e vinto ancor una volta Roma, ed egli credeva in

buona fede di avere incatenato a sè quella nobiltà, che cercava, con

pensieri più pratici di quello che fossero gli intendimenti suoi, di

restringere la cerchia del reggimento di Roma alla misura entro cui

Alberico s’era tenuto. Dopo di avere appeso a’ patiboli gli uomini che

avevano lottato per dare a Roma una grandezza tanto modesta, pareva ad

Ottone di avere eguagliato Augusto vincitore di Azio, e la sua fantasia

ardente allargava le dimensioni di Roma ruinata a quelle dell’orbe

mondiale. Con pompa artificiosa faceva egli dunque risorgere il titolo

della Republica antica, e perfino discorreva di accrescere la potenza

del popolo romano, e parlava di Senato. Davasi, a preferenza d’altro,

nome d’Imperatore dei Romani, ed ancora quello di Console del Senato

e del Popolo di Roma, e, se più lungamente avesse vissuto, avrebbe

restaurato il Senato[588]. Nessun documento dice che questo ei facesse,

ma non mettiamo pur dubbio che egli desse ai Romani una specie di

costituzione cittadina, poichè le forze della nobiltà erano diventate

troppo grandi, ed egli aveva duopo di conciliarla a sè. In un tempo,

nel quale i diritti di corporazione si andavano ordinando in modo

deciso, in cui la podestà dei Principi non si cingeva in guisa alcuna

di forme despotiche, era impossibile che Roma restasse priva di una

sua propria costituzione municipale. L’architettura delle sue cime era

composta dall’Imperatore o dal Papa, ma i diritti fondamentali della

corporazione cittadina erano guarentiti per ragione di patto.

Ottone, a questa età, traeva in moda le forme pedantesche della corte

greca; saltando di là dell’abisso che il tempo aveva spalancato, e che,

per buona ventura, separava Roma da Bisanzio, cominciò a vestire col

fasto usato da Diocleziano; e questa fu cosa che gli attirò addosso il

biasimo dei suoi concittadini nutriti a idee di serietà. L’Imperatore,

dice un Cronista tedesco, desiderava rinnovare i costumi antichi dei

Romani, che in parte erano andati in dissuetudine, e molte cose fece

che variamente furono giudicate: soleva sedere da solo ad una mensa

di figura semicircolare, sopra un trono che superava di altezza gli

altri[589]. L’amore passionato che Ottone aveva per il grecume era

alimentato da Gerberto. Il Principe, avido di addottrinarsi, aveva

fatto fervidi inviti a quest’ultimo, prima che diventasse papa,

affinchè lo istruisse nelle lettere classiche e nelle matematiche,

ma Gerberto rispondeva, non comprendere per qual fatta di mistero

divino avvenisse, che Ottone fosse greco di nascita, romano di podestà

imperatoria, e quasi erede dei tesori della sapienza greca e di quella

romana: in tal modo si sciupava coll’adulazione la natura del giovane

fornito di ingegno[590]. Affine di piacergli i cortigiani affettavano

forme che sapessero di greco; financo cavalieri giganti di Germania,

fior di gente onesta, cominciavano a biascicare quella lingua,

parimente come a tutte le corti alemanne del secolo decimottavo e del

nostro tempo, si balbettava e si balbetta il francese: tanto antica è

quella miserevole smania dei Tedeschi di adulterare la propria natura

coll’orpello degli stranieri. Oggidì ancora, in alcune ingiallite carte

giudiziarie, troviamo le sottoscrizioni di giudici tedeschi di Ottone,

dai nomi di Sigfredo e di Gualtiero, composte a caratteri greci, giusto

come era Stato costume di farlo a Roma e a Ravenna nei tempi bizantini,

quando benanco usavasi scrivere frasi intiere di latino a lettere

greche[591].

Ottone studiò i costumi della corte di Bisanzio, con cui egli,

figliuolo di una donna greca, intendeva imparentarsi per via di

matrimonio; e, per uso di lui, fu allora compilato un formulario

latino, che in parte attinge alle _Origines_ di Isidoro, in parte

concorda col Libro ceremoniale di Costantino Porfirogeneto. Le dignità

bizantine vi sono commentate con dottrina d’antiquario, e sono messe

in applicazione a Roma; vi si enumera e vi si spiega la foggia delle

vestimenta fantastiche dell’Imperatore, e vi si descrivono le sue

dieci corone, tutte diverse una dall’altra. Erano di ellera, di

olivo, di pioppo, di quercia, di alloro; v’aveva fra esse la mitra

di Giano e dei Re trojani, il _frigium_ trojano di Paride, la corona

ferrea simboleggiante che Pompeo, Giulio, Ottaviano, Trajano avevano

domato il mondo colla spada; v’era la corona di penne di pavone, e

finalmente quella d’oro seminata di gemme, che Diocleziano aveva tolto

a imitazione dal Re di Persia, e su cui leggevasi scritto all’ingiro:

_Roma caput mundi regit orbis frena rotundi_[592].

Tutto ivi è notato, cavalli, armi, istrumenti di musica, financo

gli eunuchi, e vi sono registrate le diverse maniere di trionfo.

«A nessuna dignità, a nessuna podestà, a nessun’anima vivente nel

mondo romano, neppure all’eccelso monocrate, è lecito salire il

Campidoglio di Saturno, capo del mondo, se non in vestimento di abiti

bianchi. Quando poi il monocrate vuol ascendere al Campidoglio deve

prima vestire nello spogliatoio (_Mutatorium_) di Giulio Cesare la

porpora bianca, indi, circondato di musici d’ogni maniera, andare

all’aureo Campidoglio, mentre a lui si acclama in lingua ebrea, in

greco e in latino. Colà tutti devono inchinarsi innanzi ad esso tre

volte, prostrandosi fino al suolo, e, per la salute del monocrate,

alzare preci a Dio, che lo ha posto a capo del mondo romano»[593].

Però Ottone di queste magnificenze antiquate doveva tenersi pago a

leggerle nel Libro ceremoniale; ad ogni modo, se più a lungo avesse

vissuto in Roma, e se avesse menato una donna di Grecia per moglie,

non v’ha dubbio ch’egli avrebbe introdotto tutta la pompa della corte

bizantina, e avrebbe celebrato trionfi e dato giuochi nel circo. Le

sue fantasie contribuivano di molto ad alimentare il borioso concetto

in cui i Romani tenevano la Città eterna, capitale del mondo. Può

darsi che cervelli bollenti si confortassero della libertà civile

perduta, pensando che Ungheri, Polacchi, Spagnuoli settentrionali e la

stessa Alemagna sarebbero province romane, ed eglino ne farebbero da

proconsoli; benanco può darsi che gli aristocratici ignoranti, i quali

conoscevano il greco soltanto di udito, non ridessero, neppur eglino,

gran che delle fanciullaggini di un Greco sassone, il quale lusingava

il loro orgoglio nazionale; onde avidamente facevano ressa a torsi le

cariche della corte e della milizia, che Ottone loro offriva. Se anche

non si legge che egli creasse dei Tribuni della plebe, dei Consoli, dei

Dittatori e dei Senatori, v’avevano però alla corte di lui degli officî

chiamati con nomi superbamente sonanti, e, parimente come a Bisanzio,

vi si trovavano Protovestiarî, Protoscriniarî, Logoteti, Archilogoteti,

Protospatarî. Gregorio di Tusculum portava il titolo nuovo di Prefetto

della flotta. In mezzo al decadimento dello Stato ecclesiastico aveva

cessato di esistere in Ostia il quartiere navale pontificio; ma adesso

Ottone III, ravvolgendo nel suo animo disegni arditi contro a Sicilia,

pensava alla creazione di una marineria romana, e, coll’elezione di un

ammiraglio, precorreva alla realtà vera delle cose[594].

Più importante era l’officio del _Patricius_, che sembra essere stato

rinnovato da lui, affine di blandire le idee dei Romani, pei quali

quel titolo era fornito di tanto grande importanza. Tratto tratto se

ne fregiavano ottimati romani, forse soltanto come segno di onore

che i primi Ottoni avevano concesso, ad esempio di Bisanzio[595].

Ottone III vi diede rilevanza nuova, e della ceremonia solenne usata

per la nomina del Patrizio tien nota la _Graphia_. Il Protospatario

e il Prefetto conducono all’Imperatore il futuro Patrizio, il quale

gli bacia le piante, le ginocchia e la bocca, e bacia tutti i Romani

circostanti che gli danno il benvenuto; indi l’Imperatore lo nomina

suo ausiliario, suo giudice e suo difensore nelle cose riguardanti

le chiese ed i poveri, lo veste del mantello, gli mette l’anello nel

dito indice, e ne adorna il capo dell’aureo serto[596]. Vien detto che

Ziazo fosse primo patrizio al tempo di Ottone[597]; sull’incominciare

poi del secolo undecimo troviamo Giovanni essere «Patrizio della città

di Roma», e quivi, nel suo proprio palazzo, egli tiene un Placito;

allato di lui, come giudice, sta Crescenzio prefetto della Città,

ma quell’altro occupa il primo luogo[598]. L’officio però rinserrava

dentro di sè l’attrattiva alla rivolta, chè quei maggiorenti romani,

i quali combatterono la podestà pontificia e la imperiale, sempre

s’appellarono con nome di Patrizio; laonde, più tardi, lo si ricacciò

nell’ombra, per via della dignità cresciuta al Prefetto. Anche di

questa carica sembra che Ottone III abbia rialzato la importanza.

All’età dei Carolingi di Prefetto della Città non si ha vestigio;

tornammo con esso ad imbatterci negli anni 955 e 965 e, presto dopo,

lo stato di lui guadagnò di considerazione. Egli faceva veramente da

vicario della podestà imperiale, era insignito di aquila e di spada, ed

amministrava la giustizia criminale nella Città e nel suo territorio.

In pari tempo aveva incarico di avvocato ordinario della Chiesa, con

podestà giudiziaria.

§ 5.

Cominciamento del pontificato di Silvestro II. — Una donazione di

Ottone III. — Primo accenno delle crociate. — L’Ungheria diventa

provincia della Chiesa romana. — Ottone III nella sua dimora di

monte Aventino. — Misticismo di lui. — Egli ritorna in Alemagna. —

Viene nuovamente in Italia nell’anno 1000. — Condizioni difficili di

Silvestro II. — Basilica di santo Adalberto nell’isola Tiberina.

Frattanto Silvestro II dimostrava con quali spiriti intendesse fare da

papa. Roberto re francese era costretto a rinunciare ad un matrimonio

contratto contrariamente ai canoni; sul ribelle lombardo Arduino

pronunciavasi scomunica; i Vescovi erano sermoneggiati per iscritto,

che il nuovo Papa aveva risoluto di castigare senza misericordia la

simonia e l’immodestia di vita, affinchè l’officio vescovile nuovamente

si rialzasse, puro di ogni macchia, al di sopra della podestà regia,

che era tanto inferiore al primo, di quanto il piombo triviale è

vinto dallo splendore dell’oro[599]. Silvestro trovava in Ottone

il sostegno più volonteroso, per ciò che si trattava di condurre a

buon fine la riforma ecclesiastica, cui Gregorio V s’era sforzato

di operare; e di lui il Papa abbisognava per giungere a questo scopo

generoso, e per raffermare sè medesimo in Roma. Deliberato di fondare

una nuova signoria mondiale del Papato, Silvestro trovava accosto a

sè un Imperatore giovine, desioso di gloria, compreso del concetto

della grandezza antica, e fervido di speranze che da sè incominciasse

una nuova êra per l’Impero. I rapporti che si stringevano fra il

maestro, esperto delle cose del mondo, e il suo discepolo, inspirato

a idee di romanzo, sono in altissimo grado degni di considerazione,

avvegnachè in fondo i loro intendimenti si osteggiassero. Ottone III

ben comprendeva sè essere l’Imperatore, ricordava aver egli creato due

Papi, e tornargli necessario di battere le vie dell’avo suo, cui la

Chiesa aveva prestato obbedienza senza esitare. Queste teorie Ottone

proclamò, allorchè fece al Papa graziosa donazione di otto contee,

sulle quali la Chiesa vantava pretese. L’Imperatore protestava in

questa occasione, che Roma era capo del mondo, che la Chiesa romana era

madre della Cristianità, ma che i Papi medesimi avevano rimpicciolito

il loro splendore, disperdendo beni ecclesiastici per farne quattrini.

Oltracciò diceva, che nella confusione degli ordini giuridici alcuni

Papi, col pretesto della donazione falsa di Costantino, avevano

usurpato alcune parti dell’Impero, e che si era fabbricata una

donazione di Carlo il Calvo, falsa tanto quanto la prima. A siffatte

finzioni non dava egli che sprezzo, ma al suo precettore, che aveva

creato papa, donava i comitati di Pesaro, di Fano, di Sinigaglia, di

Ancona, di Fossombrone, di Cagli, di Jesi e di Osimo. Quella protesta

significava la coscienza della maestà imperatoria che Ottone accoglieva

nell’animo, e Silvestro doveva sentirne temenza[600].

Nel suo grande intelletto il Pontefice sorrideva dei sogni dorati

del giovinetto generoso, ma ben si guardava dal dissiparli; infatti,

allorchè Ottone ebbe alzato il suo maestro al seggio pontificio,

sperò egli di avere trovato in questo chi secondasse le sue idee,

e soltanto la morte lo premunì da veder ciò che gli sarebbe stato

dolorosissima delusione. Silvestro invece aveva in mente di educare a

suo pro il giovine idealista, e di restaurare col mezzo suo lo Stato

della Chiesa. Approvava il proposito che l’Imperatore ponesse in Roma

stabile residenza, perciocchè questa eragli arra di quiete, e poneva

impedimento a’ tumulti ribelli. Adulava Ottone in tutte le maniere;

diceva lui essere monarca del mondo, cui obbedivano Italia e Alemagna

e Francia e le terre degli Slavi, e chiamavalo più savio dei Greci,

lui uomo di greca origine: così scaldava la fantasia del giovine

Principe, che in pari tempo correva le vie dell’antichità e quelle del

monachismo.

Quantunque per eletta cultura si alzasse al di sopra della sua età,

tuttavia anche Silvestro II ne divideva parecchie tendenze, perchè

di quel tempo era anch’egli figliuolo: e merita che si noti, essere

partita da lui la prima esortazione alla Cristianità, perchè liberasse

Gerusalemme dalle mani degli Infedeli[601]. La Chiesa e l’Impero

celebravano allora novelli trionfi: Sarmati convertiti compensavano

la perdita della Bulgaria; Polonia si assoggettava a Roma; gli Ungheri

feroci, che poco tempo prima erano stati i più formidabili devastatori

d’Italia, domati dappoi dalle armi tedesche, sottoponevano sè stessi al

culto romano, e accoglievano istituti germanici nelle cose di Chiesa

e di Stato. Anastasio, ossia Astarico, ambasciatore del loro savio

principe Stefano, veniva a Silvestro acciocchè questi desse ricompensa

alla conversione dell’Ungheria, accordandole dignità regia. Il Papa,

con gran gioia, metteva una corona nelle mani del legato; e sebbene

per verità ciò avvenisse col beneplacito di Ottone, il quale concedeva

il reame ad uno sperato vassallo dell’Impero, tuttavia l’Ungherese

otteneva in Roma, per opera del Pontefice, la consecrazione: v’aveva

dunque ogni apparenza che la dignità regia derivasse dalla podestà

della Chiesa, e il Pontefice, il quale già possedeva il diritto di

coronare l’Imperatore, accordava per la prima volta il diadema anche ad

un Principe straniero, come se fosse stato un dono di san Pietro[602].

D’allora in poi la Città albergò entro di sè eziandio dei Magiari

pacifici, pei quali Stefano fondava una casa di pellegrini presso al

san Pietro, nel tempo stesso che costituiva un seminario ungherese di

preti, quello che oggidì è riunito al _Collegium Germanicum_. Ancora

a’ nostri giorni il primo Re ungherese è venerato nella sua chiesa di

santo Stefano degli Ungari, che sta in vicinanza al san Pietro, nel

luogo dove anticamente era la casa di quei pellegrini; però la chiesa

degli Ungheresi è quella di santo Stefano in Piscinula nella Regione

detta Parione, in cui deve avere esistito l’antica Collegiata dedicata

a Stefano protomartire.

La conversione dell’Ungheria era opera della missione di Adalberto, che

Ottone cominciò a divinizzare come patrono suo. Portava egli grande

affetto al convento dell’Aventino dove il Santo aveva vissuto; ne

confermava e ne accresceva i beni, e, affinchè se ne facesse un pallio

di altare, vi donava perfino il manto usato nella sua coronazione,

tutto adorno di figure dell’Apocalisse[603]. In un edificio prossimo

a questo convento stabiliva il suo castello imperiale, e di là, «dal

Palazzo del Monastero», datava alcune delle sue scritture[604]. Non

v’aveva a quel tempo alcun altro colle di Roma che fosse così animato

di vita, come era quel monte Aventino, oggidì tanto deserto; oltre ai

conventi di santa Maria, di san Bonifazio ed al castello imperiale,

pieni di santi uomini e di abitatori illustri v’avevano molti bei

palagî, e reputavasi che l’aria, ivi in ispecialità, spirasse balsami

di salute[605].

In quello che Ottone, a foggia dell’antichità romana, si imponeva,

per nomi di trionfo, appellazione di _Italicus_, di _Saxonicus_, di

_Romanus_, con mistica umiltà sè stesso chiamava servo di Gesù Cristo e

degli Apostoli; e reputava sua missione eccellente essere quella di far

rifiorire la Chiesa di Dio, in società coll’Impero e colla Republica

del popolo romano[606]. Inspirato a idee cotali, contraddicendo a sè

stesso, s’immergeva tratto tratto in opere di mortificazione monastica.

Grecia e Roma sollevavano l’anima sua alle spere dell’idealità, ma

i frati la cingevano coi loro lacci e la annebbiavano. Deposto il

manto d’Imperatore, si copriva di veste di cilicio, e insieme con

Franco, giovine vescovo di Worms, si stava rinchiuso quattordici

giorni entro una cella di romito in san Clemente in Roma; risensato,

moveva nell’estate a Benevento, indi passava a nuove mortificazioni

a Subiaco nel convento di san Benedetto[607]. Tosto dopo andava a

Farfa, accompagnato dal Papa, da maggiorenti romani e da Ugo di Tuscia

favorito suo; poi, preso dalla brama di tornarsene in Alemagna, sembra

che a Farfa desse assetto al reggimento d’Italia per il tempo che ne

sarebbe rimasto lontano, e pare che a suo vicerè nominasse Ugo[608].

Turbato per la morte di Matilde zia sua, e per quella immatura di

Franco, che trapassava di vita in Roma, ancor mesto della fine di

Gregorio V, l’Imperatore malato e inquieto di animo, partiva di Roma

nel Dicembre dell’anno 999: presto gli giungeva novella eziandio della

morte dell’imperatrice Adelaide. Le cose di Germania lo chiamavano

in quel paese; s’avvicinava l’anno 1000 temuto, ed egli aveva fatto

voto di peregrinare alla tomba di Adalberto. Prendeva seco parecchi

romani, e conduceva anche Ziazo patrizio e alcuni Cardinali, mentre che

Silvestro restava, con gravi cure, a Roma. Il Papa gli mandava dietro

una lettera per indurlo a ritornare, ma Ottone gli rispondeva: T’amo

di reverente affetto; però necessità mi costringe ad andare, e l’aria

d’Italia è nociva alla mia fibra. Parto soltanto col corpo, ma lo

spirito rimarrà a te sempre vicino; a tua difesa poi lascio i Principi

d’Italia[609].

Il vincitore di Crescenzio, il ristoratore del Papato, il rinnovatore

dell’Impero, il pellegrino del Gargano fu salutato, meraviglia del

mondo, dai popoli d’oltralpe, stupefatti a vederlo. Dalle feste di

Regensburg ei passava rapidamente a Gnesen: e colà, circondato dai

Sarmati dalle lunghe chiome, mentre orava sulla tomba di Adalberto, il

suo pensiero con fervido desiderio volava alla santa, all’aurea Roma,

all’Aventino benedetto di sole, alla piccola isola Tiberina, dove aveva

comandato che si rizzasse una basilica ad onore di Adalberto. Fondava a

Gnesen un Arcivescovato, indi proseguiva il suo cammino ad Aquisgrana,

alla Roma alemanna. Nella Cripta di quel duomo riposava Carlo, il

grande fondatore dell’Impero di nazione germanica, quel desso cui il

giovane fanatico intendeva di rendersi eguale. Ed Ottone non si faceva

riguardo di rompere la porta della tomba, e di entrare nella camera

sepolcrale; che se il gran Carlo si fosse svegliato del suo sonno,

avrebbe guardato con occhio di compassione il giovine invasore, e,

sgridandolo, lo avrebbe biasimato, che, per cupidigia della falsa Roma,

lasciasse in abbandono e traesse in vie non nazionali quella gagliarda

Alemagna, cui i re Enrico e Ottone I avevano conquistato unità dentro,

e podestà fuori, sui Romani e sugli Slavi[610].

Bramosia di riveder Roma richiamava Ottone in Italia, omai nel

Giugno dell’anno 1000. Il millesimo dell’êra cristiana aveva avuto

incominciamento, ed era progredito nel suo cammino senza che il mondo

inabissasse. Il secolo undecimo s’iniziava, gravido di mistero, nella

storia; la gente umana lo aveva atteso con angustia mortale, come

di nessun altro secolo prima o dopo di esso v’ebbe aspettazione. Gli

uomini credevano che sarebbe venuto, demonio orrendo, imboccando la

tromba del giudizio finale, ed agitando la fiaccola dell’incendio

universale: venne invece tutto mitezza, e involto in un fitto velame;

scoperta indi la faccia, si mostrò agli occhi dei popoli in figura di

Sibilla profetica, la quale nel suo vase di Pandora teneva celate le

meraviglie di una cultura nuova. Acconciamente disse uno Scrittore

ecclesiastico, che, durante il secolo decimo, Cristo aveva dormito

nella sua Chiesa, e che all’undecimo si era desto del suo sonno.

Dell’oscurità di quello conforta la vista di questo che sorge, e già

in esso s’ergono in bello aspetto due persone, che sul suo primo albore

spariscono dentro il sepolcro; Gerberto, il Papa, il mago, il sapiente

divinatore delle crociate, e il giovine imperatore Ottone III, che

sognava il dominio di un novello Impero mondiale.

Ottone passò in Lombardia la stagione estiva, ma Silvestro con fervide

instanze lo richiamò a Roma: quivi infatti risorgeva lo spirito di

ribellione, la Sabina gettava disfida al Papa, il quale, andatovi

per difendere i diritti della Chiesa, era in Orta minacciato con

un sollevamento, e costretto a fuggirsi a Roma[611]. Ottone, che

primamente aveva avuto nuova, da Gregorio di Tusculum, dello stato

minaccioso della Città, mosse a Roma nell’Ottobre, a capo di un

esercito, seguito da Vescovi tedeschi, e dai duchi Enrico di Baviera,

Ottone della Lotaringia inferiore, e Ugo di Tuscia. La sua venuta tenne

in freno i Romani, che l’assenza di lui aveva incorato a tumultuare.

L’Imperatore pose stanza nel suo castello sull’Aventino, deliberato di

fissare per sempre dimora in Roma. Allora fe’ consecrare la basilica

di santo Adalberto, per ministero del Vescovo di Porto, sotto la

cui giurisdizione stava l’isola Tiberina. Ottone sarebbe stato beato

di erigere templi, in ogni canto del mondo, al martire divinizzato,

nell’istesso modo che Adriano aveva fatto ad Antinoo favorito suo, da

lui riposto tra i numi. Gli fondava un convento in Ravenna, una chiesa

in Aquisgrana, e la basilica a Roma, dove raccoglieva in custodia un

braccio del Santo. Andò avidamente a cerca di reliquie per fornirne

questa chiesa; domandò Benevento che gli consegnasse il cadavere

di san Bartolomeo, ma gli atterriti Beneventani lo ingannarono,

dicesi, dandogli invece le ossa di san Paolino di Nola, e Ottone le

trasse a Roma, e le seppellì, quali avanzi dell’apostolo Bartolomeo,

nella basilica: risaputa poi la pia ciurmeria, voleva sulle prime

vendicarsene contro Benevento, ma poi non ne fece più altro[612]. La

chiesa dell’isola Tiberina fu allora appellata «dei santi Adalberto

e Paolino», ma l’origine barbara fece sì che il Boemo, accolto nel

culto religioso della Città, non diventasse mai famigliare in Roma. I

Romani andarono affermando, che nella basilica era sepolto Bartolomeo

apostolo, e da lui la nomarono; e, allorquando Pasquale II la restaurò

nell’anno 1113, di santo Adalberto non fec’egli più menzione in quei

suoi versi, che ancora possono leggersi sulla porta d’ingresso[613].

Pertanto, nell’isola dedicata in antico a Esculapio fu fabbricata

la chiesa onde diciamo, e lo fu forse colle ruine del tempio di lui:

così Esculapio, figlio degli Dei, ebbe per successore il santo barbaro

Woiteco ossia Adalberto. Oggidì, quando dai giardini del convento si

scende ai margini del fiume, vi si mirano ancora gli avanzi delle mura

di travertino, che anticamente avevano dato all’isola la figura di

una nave rostrata; e tuttora si discerne il simulacro in pietra del

caduceo, e si rammenta che da quel sacro serpente di Epidauro l’isola

ebbe nome di _Insula serpentis Epidaurii_[614]. Può darsi che Ottone

affidasse a quanto v’aveva di artisti migliori, l’incarico di decorare

la sua basilica. Dessa è unico monumento di lui in Roma, quantunque

rimutata sia dalla forma antica; chè soltanto la torre e le quattordici

colonne antiche di granito derivano dal tempo suo. Con gratissimo

diletto l’uomo tedesco si sofferma nella tranquilla piazza che s’apre

davanti a quella pittoresca chiesa del medio evo, dove, nel bel

mezzo del Tevere, con Roma da una banda ed il Transtevere dall’altra,

può in quiete dar libero il volo alle sue meditazioni: oppure, dal

piccolo giardino del convento, dove gli aranci frondeggiano vicino

ai melanconici giunchi del fiume, egli solleva lo sguardo al prossimo

Aventino, coperto delle severe ruine del suo castello, ed evoca alla

mente i tempi in cui Ottone III dalla soglia del suo palazzo affisava

con senso di religiosa pietà la basilica di Adalberto.

§ 6.

_Tibur_, ossia Tivoli. — Sollevazione di questa città. — Ottone III e

il Papa la assediano e le concedono perdono. — Rivoluzione in Roma. —

Condizioni disperate di Ottone. — Discorso ch’ei rivolge ai Romani. —

Fugge di Roma. — Ultimo anno di sua vita. — Muore, addì 23 di Gennaio

1002.

Addì 4 di Gennaio dell’anno 1001 Ottone dava il benvenuto a Bernuardo,

vescovo di Hildesheim, maestro suo, e lo albergava in vicinanza al suo

palazzo. Tosto dopo era costretto di correre alle armi per castigare

la piccola città di _Tibur_. Fra le città della provincia romana le

più considerevoli erano allora Preneste, _Tusculum_ e _Tibur_; un

feudo la prima dei figli di Stefania senatrice, la seconda dominata

dai discendenti di Alberico, _Tibur_ fornita di una tal quale libertà

municipale. Omai la città era detta Tibori o Tivori, donde poi derivò

il nome di Tivoli[615]. Racconti di leggenda, casi di storia, bellezza

di natura, avevano resa Tivoli illustre. Alba Longa era stata madre

di Roma, e del peperino dei suoi monti erano stati edificati i gravi

monumenti della Città republicana; ma i Tivolesi ben potevano celebrare

a loro gloria, che della gialla pietra dei loro colli erano sorti gli

immensi edificî di Roma imperiale e pontificia. Nomi splendidi dell’età

di Augusto erano associati alle ruine delle lor ville, fra le quali

si additano quelle di Mecenate, di Orazio e di Cicerone, di Varo, di

Cassio e di Bruto, dei Pisoni, di Sallustio e di Marziale[616]. Le

sue belle grotte, traverso le quali l’Anio precipita rumoreggiando,

sono illeggiadrite di racconti di sirene e di Nettuno; gli avanzi dei

suoi delubri acquistano vaghezza dai nomi di Ercole, di Vesta, e di

quella albunica Sibilla, che in una visione ebbe svelato a Ottaviano

la nascita di Cristo; e tuttodì, a’ piedi d’incantevoli boschetti di

olivi, destano nell’animo meraviglia i ruderi della villa di Adriano,

massima delle case di delizia che fosse in Occidente. Quantunque di

quei luoghi si fosse tolto tanto numero di statue, di musaici e di

marmi preziosi, pure al tempo di Ottone erane tuttavia grandissima

la copia. In mezzo a rovine di portici antichi, coperte di alberi di

alloro e di lentischi, o sotterrate fra’ rottami, s’alzavano ritti o

giacevano supini, obliati dagli uomini, l’Antinoo del Campidoglio, la

Flora, i Fauni, i Centauri capitolini, la Cerere, l’Iside, l’Arpocrate,

il rilievo dell’Antinoo di villa Albani, il musaico dei piccioni di

Soso, e tante altre opere d’arte, che empiono in oggi i musei di Roma

e di altri siti[617]. Goti, Longobardi, Arabi avevano devastato Tivoli,

e la città somigliava a Roma nel suo duplice aspetto: reliquie di mura

e di templi, avanzi dell’acquedotto Claudiano, un anfiteatro, fontane

parecchie, statue sparse qua e colà duravano tuttavia in piedi; alcune

strade erano denotate con nomi antichi, e, nel tempo istesso, templi

s’erano tramutati in chiese e in conventi, e torrioni medioevali si

erano edificati. In carte tivolesi del secolo decimo leggiamo ancora

questi nomi: _Forum, Vicus Patricii, Porta major_ e _oscura, posterula

de Vesta, porta Adriana castrum vetus, pons Lucanus_, dove la tomba dei

Plauti aveva preso forma di un castello a ponte, siccome era avvenuto

in Roma del sepolcro di Adriano[618].

Quantunque in Tivoli, come a Porto e in Aricia, dei _Comites_ e dei

Gastaldi, o prevosti, vegliassero a guardia dei diritti della Chiesa

romana, sembra che quei cittadini avessero conservato sentimento

d’independenza. Il loro Vescovo aveva ottenuto esenzione dal banno

del Conte, e, poichè non troviamo che ivi esistessero famiglie nobili

di cospicuo grado, può darsi che Tivoli, a preferenza di tutte le

altre terre romane, godesse, sotto la protezione vescovile, di un

ordinamento municipale, fornito di maggior libertà[619]. Le esenzioni

allentavano l’obbligo di sudditanza delle città, le quali cominciavano

a costituirsi isolate; e Roma vedevasi ricondotta ai tempi della sua

infanzia, quando, indottavi da acerbe gelosie, aveva mosso guerra alle

terre della Campania. I Tivolesi, che accampavano i loro diritti di

esenzione, avevano trucidato Mazzolino duce, che Ottone, così pare,

vi aveva spedito da governator suo. L’Imperatore cinse d’assedio la

città e minacciò di smantellarla; si difese essa, ma presto le mancò

il cuore, e Silvestro e Bernuardo la indussero a sottomettersi. Mezzo

nudi, recando in mano una spada ed un fascio di verghe, i cittadini

più notabili si presentarono a Ottone e gli chiesero perdonanza;

egli fe’ grazia alla città, e s’accontentò a far atterrare un tratto

delle mura e a prendere ostaggi[620]. Di questa maniera l’Imperatore

si considerava, in modo assoluto, principe della provincia romana,

chè il Papa, signore territoriale di Tivoli, la faceva soltanto da

intercessore, e chiedeva che alla città si perdonasse. Questa mitezza

fe’ invelenire i Romani; dell’odio sanguinoso che nutrivano per Tivoli

si potrebbe dubitare, se la storia non ne confermasse la verità:

infatti, anche nell’anno 1142, il perdono che parimente era concesso

a quella città, dava motivo ad un grande rivolgimento. Le fantasie di

Ottone avevano scaldato l’orgoglio dei Romani; già pensavano essi alla

restaurazione dei diritti del Senato, e movevano pretese al dominio

altresì delle terre circonvicine. D’allora in poi i pretendenti alla

podestà di governo, Papa, Imperatore, Città, vennero a continue lotte

fra loro.

Agli ultimi tempi di Ottone III gli ottimati romani parteggiavano

per l’Imperatore: poichè questi intendeva di risiedere a Roma, eglino

avevano afferrato le sue idee, intese a dare nuova grandezza al popolo

romano, e ciò facevano per mettersi essi nel luogo della signoria

pontificia. Fors’è che l’Imperatore aveva loro promesso i beni di

Tivoli; ma il Papa impediva che la città si distruggesse, poichè

pensava a salvarne il possedimento a beneficio proprio di sè. I Romani

si videro giocati; il loro odio contro il giogo dei Sassoni tolse

dall’affare di Tivoli opportunità propizia ad erompere; si sollevarono

con grande furore, serrarono le porte, uccisero alcuni imperiali,

e cinsero d’assedio il palazzo dell’Aventino. L’Imperatore, che vi

stava rinchiuso da tre giorni, era ridotto all’idea di aprirsi un

varco per congiungersi ai suoi soldati; e già il vescovo Bernuardo,

dopo di aver dispensata l’eucaristia a tutti quei fedeli, prendeva in

mano la lancia santa, e deliberava di precedere a quelli che stavano

per tentare la sortita. Ma, frattanto, di fuora dalle porte, Enrico e

Ugo duchi venivano a trattative coi Romani, e a quelli e a Bernuardo

riusciva fatto di acchetare i ribelli. Costoro si ritirarono allora

dall’Aventino, lasciarono che Enrico ed Ugo entrassero in città, e nel

dì successivo vennero pacificamente innanzi al palazzo, ad un’adunanza

cui Ottone gli aveva invitati[621]. L’Imperatore dall’alto di una torre

tenne loro discorso; delusione e dolore davano al giovine sventurato

una facondia bollente: «Siete voi», diceva, «siete voi quelli che io

chiamava i miei Romani? quelli per amore di cui abbandonai patria e

parenti? Per affetto vostro ho sparso il sangue dei miei Sassoni e

di ogni schiatta Tedeschi, e il mio proprio: voi ho guidato fino alle

terre più remote dell’Impero nostro, là dove neppure i vostri padri,

quando dominavano il mondo, avevano posto il piede. I nomi vostri e

la vostra gloria voleva io trarre fino all’estremo dell’orbe; eravate

voi i miei figliuoli prediletti; per voi io mi sofferiva l’odio e la

gelosia di tutti gli altri. E voi adesso, in compenso, vi separate dal

padre vostro; avete scannato crudelmente i miei fedeli, e me cacciato

dal vostro seno: eppure no, non poteste farlo, chè quelli i quali io

abbraccio con amore di padre non possono essere sbanditi dal mio cuore.

Conosco ben io chi furono i capi della rivolta, e d’un volger d’occhi

potrei segnare coloro i quali audacemente sostengono gli sguardi che

tutti ficcano loro in viso; e perfino i miei più fidi, la cui innocenza

mi rende beato, sono condannati a starsi silenziosi in mezzo ai rei,

e a perdersi nell’incognito, in mezzo a loro: in verità orribile cosa

è questa!» La voce tremante di Ottone, nel cui petto l’amore di Roma

soffocava gli sdegni, la faccia scolorata e bella dell’Imperatore, che

portava segnati in fronte i solchi del dolore, esercitarono una grande

efficacia: rimasero silenziosi tutti, molti piansero, indi un grido si

levò. Afferrati i caporioni della sedizione, Benilone e un altro, gli

strascinarono su per la scala della torre, e, mezzo morti, li gettarono

ai piedi dell’Imperatore[622].

Il dolore limava la vita di Ottone; vedendo distrutti i suoi disegni,

s’immerse in una mestizia desolata, e, come in antico era avvenuto

di Teodorico, anch’egli, in quella Roma amata di sì caldo affetto,

tornò a trovarsi uomo straniero fra gente straniera. Quantunque

i Romani avessero deposto le armi, la Città era pur sempre piena

di tumulto. Gregorio di Tusculum con animo ingrato sommoveva il

popolo; vociferavasi di un disegno, per cui si mirava a sorprendere

l’Imperatore e a impadronirsi di lui, dappoichè la sua scarsa

soldatesca stava in parte a quartieri fuor della Città. Enrico,

Ugo, Bernuardo lo sollecitarono a porsi rapidamente in salvo, e lo

sventurato uscì insieme col Papa della Città, che era il giorno 16

di Febbraio dell’anno 1001. La sua partenza somigliò ad una fuga, ed

infatti molti Alemanni rimasero addietro, e furono tenuti dai Romani in

ostaggio. Per il fatto, Roma tornava ad essere independente, e sembra

che il governo venisse in mano di Gregorio di Tusculum, nipote del

celebre Alberico, la cui casa Ottone aveva restituita a splendore[623].

Ottone volse i suoi passi al settentrione, e spedì a Germania Bernuardo

ed Enrico, perchè ne raccogliessero milizie fresche: egli poi andò

al convento di Classe, in vicinanza a Ravenna, e vi celebrò le feste

di Pasqua. Sebbene la sua fuga di Roma avesse dovuto parergli il più

aspro pellegrinaggio di tutta la sua vita, tuttavia tornò a indossare

abito di penitente. Romualdo cercò avidamente di impadronirsi di

quell’anima scrollata di speranze, tentò di inchiodarla, trofeo

massimo di sue vittorie, in un convento, e di far vedere al mondo un

Imperatore coperto della tonaca, onde aveva di già vestito un Doge.

Però, la mente di Ottone, che spaziava nelle idealità, poteva bensì

smarrirsi per qualche settimana in mezzo ai misteri del monacato,

ma non seppellirvisi dentro in perpetuo. Buttato via il saio del

penitente, visitò in secreto Venezia, dove Pier Orseolo II, figlio

di quel Doge che s’era fatto frate, gli mostrò le magnificenze della

giovane regina dei mari, i frutti delle sue virtù di governo, e la

saviezza pratica del suo reggimento. Radunato dappoi il suo esercito,

Ottone mosse, sbuffante vendetta, contro a Roma. Tuttavolta, non

abbiamo nuova che assalisse la Città; lo troviamo ai 4 di Giugno

in vicinanza al san Paolo, ai 19 di Luglio nei monti Albani, ai 25

e ai 31 di Luglio a Paterno[624]. Creder non possiamo che egli non

sarebbe entrato in Roma, se avesse trovato aperte le porte. Scarso

esercito aveva, poichè stava ancora aspettando le soldatesche riposate

di Eriberto arcivescovo di Colonia; e i Romani che, presi di paura,

avevano messo in libertà i prigionieri tedeschi, dovevano preferire

l’estrema distretta di un assedio, piuttosto che venire ad una resa, le

cui conseguenze gli avrebbero ridotti alle sorti istesse di Crescenzio.

L’Imperatore or compariva innanzi a Roma, or devastava col ferro e col

fuoco la Campagna, dove, in ogni castello, si annidavano nemici suoi;

ed egli stesso in persona, dal suo maggior quartiere che aveva posto a

Paterno, presso al Soratte, in vicinanza di Civita Castellana, andava e

tornava, fino a che la infedeltà dei Principi dell’Italia meridionale

lo chiamava colà. Andò a Salerno, assediò e prese Benevento, e,

quasi che lo agitasse un’irrequietezza presaga di morte, corse di

nuovo, nell’autunno, a Pavia, indi a Ravenna per farvi orazioni e

penitenze[625]. Se torni a Roma, così l’ammoniva santo Romualdo, non

rivedrai più Ravenna: e disse il vero. Il giovine si staccò dal profeta

di mal augurio, e mosse verso Roma; celebrò a Todi le sue ultime feste

di Natale, e vi tenne insieme col Papa un Concilio, che si occupò di

cose di Germania.

Sorse l’anno 1002. Accasciato alla notizia che il malcontento covava

fra i popoli tedeschi, i quali minacciavano di porre un Principe,

ispirato a sensi germanici, nel luogo del loro Re che viveva oblioso di

loro in Italia, scoraggiato per lo indugiare delle milizie ausiliarie,

infermo lo spirito di affanni e malato di febbre, il giovine visionario

si trascinò nel mese di Gennaio a castel Paterno, dove comandava Tammo

conte, fratello di Bernuardo, e dove Ziazo patrizio, venuto di Pavia

con soldatesche, gli si era congiunto. Dai merli di Paterno Ottone

poteva discorrere collo sguardo sulla grande pianura di Roma, dove

il padre suo dormiva l’ultimo sonno nell’atrio del san Pietro. Ai

suoi occhi illusi dalle imagini febbrili sembrava che la Campagna,

che Italia tutta ardesse, come una sola fiamma, dell’incendio della

rivoluzione; e l’Imperatore, che aveva sognato di rinnovare il dominio

mondiale dei Romani, si vedeva ridotto a morire entro un piccolo

castello, dove minacciato era dalla fame e dalla oltracotanza dei

suoi vassalli romani. Durò tuttavia fino a veder arrivare Eriberto con

soldatesche, indi andò fiaccando; ricevette la comunione dalle mani di

Silvestro, e spirò fra le braccia dei suoi amici piangenti, addì 23 di

Gennaio dell’anno 1002, che non ne aveva ancora ventidue.

La morte di Ottone, al paro della sua vita, diventò ben presto

argomento di leggenda. Narrossi che la vedova di Crescenzio, nuova

Medea, lo ammaliasse coi suoi vezzi, e che, sotto pretesto di portar

medicina alla malattia di lui, lo involgesse in una pelle di cervo

preparata con veleni, o che gli mescesse tossico in un beveraggio, od

altrimenti che gli ponesse in dito un anello avvelenato, e vendicasse

così il marito suo. Morendo, l’Imperatore aveva espresso desiderio

di esser sepolto ad Aquisgrana vicino a Carlo magno: vivente aveva

sprezzato Alemagna, morente tornava all’amore dei suoi padri. La fine

di Ottone e il viaggio che il suo cadavere fece attraverso Italia

compongono una commovente tragedia, la quale dimostra la inanità

delle menti umane che si travagliano intorno a disegni di mortali

cose; meglio, neppur gli antichi ebbero poetato cotale verità nella

persona d’Icaro. Nel tempo istesso che Arnolfo, arcivescovo di Milano

e legato di Ottone, solcava le onde del mar Jonio col vascello che gli

conduceva di Grecia la Principessa a lui fidanzata e tanto ardentemente

attesa, i Tedeschi movevano per Tuscia in rapida fuga, seco traendo

la bara in cui giaceva morto il fidanzato. I suoi fedeli, i Vescovi di

Liegi e di Colonia, di Augusta e di Costanza, Ottone duca della bassa

Lotaringia ed altri maggiorenti, tennero celata quella morte, finchè

ebbero raccolte insieme le loro soldatesche; allora soltanto mossero

con marcia palese. I prodi Tedeschi in battaglie serrate circondarono

il mesto corteo, e s’aprirono il passo colla spada. Di tal guisa,

quell’Imperatore, che aveva amato Roma con tanto ardore di affetto,

era portato cadavere in mezzo a feroci grida di guerra, fra le turbe

dei Romani che andavano scorrazzando intorno al feretro; di tal guisa

era condotto morto, lungo quei campi che, orgoglioso e lieto, altri dì

aveva percorso alla testa dei suoi eserciti, quando gli sorrideva tutto

un poema di propositi arditi.

Lo storico o il tragedo potrebbero scorgere cogli occhi della mente

molte ombre de’ tempi trascorsi vagolare intorno al feretro di Ottone

III; e potrebbe loro eziandio parere di vedere, accorrenti dalle

età venture, le persone del romano Cola di Rienzo e del giovine

Corradino. L’occhio dell’uomo tedesco a queste ricordanze si velerà

di tristezza, e l’animo suo sarà punto di amore della patria,

la quale, fino al dì d’oggi, ha sacrificato tanti e sì cari capi

all’Italia straniera. Non sarà sempre giustizia che egli accusi di

arti traditrici questa terra dominata dalla gente tedesca, avvegnachè,

se lo facesse, dimenticherebbe che nessun sentimento è più potente di

quello che stimola le nazioni a conseguire independenza. A miglior

ragione dovrà egli deplorare, ombra di sua nazione, l’amore che la

invaghì di stranieri paesi; e la storia di Ottone III ben gliene offre

opportunità. È pur vero; i Tedeschi risentono un’attraenza idealistica

al mezzogiorno. Altri popoli, per desiderio politico, si sono volti

ai paesi di fuori; i Greci ebbero piantato loro colonie in tre parti

del mondo; i Romani conquistarono mezzo l’universo fra torrenti di

sangue; gli Inglesi ancora oggidì dominano paesi remoti della terra;

gli Spagnuoli, i Francesi, i Russi, per pari brama di signoria, furono

e sono spinti ad uscire delle loro frontiere. Sola e ostinata conquista

dei Tedeschi fu Italia, questa terra della storia, della bellezza,

della poesia, che ripetute volte li chiamò a sè; e la conquistarono non

per sottoporla a tirannide, ma per suscitarla dal suo letargo di morte,

per rianimarla, per rinnovarla. La virtù del sentimento religioso,

propria intimamente dei Tedeschi, ne li creò proteggitori della Chiesa

romana, e con vincoli di necessità gli avvinse a Roma. Desiderio

fervido di scienza gli attrasse ai tesori dell’antichità, e siffatto

impulso renderà ad essi eternamente diletta la terra d’Italia e Roma.

Combinazioni politiche educarono l’idea dell’Impero, e di essa fecero

colonna i Tedeschi: ed è appunto a cagione di quelle due forme della

storia degli uomini, quali furono la Chiesa universale e l’Impero,

che i Tedeschi hanno indebolito il principio di loro propria nazione,

mentre, ai loro confini, Francia, unita in concentramento, diventava

capace di un despotismo nazionale, gretto ma energico. I Re tedeschi,

per un corso di secoli, guidarono i loro popoli di là dalle Alpi, fino

a Roma, a morirvi per un dogma politico e religioso; e questo fu che

rese Alemagna la prima nazione del mondo, onde, indirizzata sempre

ai beni eccellenti dell’umanità, riuscì ad essa di farsi centro del

lavorio spirituale di Europa. A Roma, per opera degli Ottoni suoi,

restaurò la associazione delle età e le correnti dei tempi, sciolse i

suggelli che serravano le tombe dell’antichità, associò la civiltà del

mondo antico a quella del mondo cristiano, maritò l’indole romanesca

con quella germanica, ne procreò il grande svolgimento della cultura

moderna, rialzò la Chiesa dal suo decadimento profondo, e vi istillò lo

spirito della riforma. Germania si lasciò attrarre da Roma, come da una

calamita intellettuale; però, i nepoti di quei Re sassoni, che avevano

trasportato a Roma il centro di gravità della storia di loro patria,

hanno, con più sodo intelletto, nuovamente svincolato Alemagna da Roma,

non appena che il progresso dei tempi lo ebbe comandato.

Comunque si sia, Ottone III rimane sempre uno dei più mirabili simboli

dell’indole tedesca. Infatti, quantunque ei volesse essere greco oppur

romano, quell’Imperatore fu tedesco dal capo alle piante. Capace,

sì meravigliosamente, di trasformarsi di Trajano in frate, financo

quei suoi contrapposti sono perfettamente tedeschi, avvegnachè l’uomo

germanico possa, con pari amore, comprendere il bello dell’antichità

classica e il mondo fatato del medio evo cristiano. Sennonchè, questa

duplice natura ebbe in Ottone III un senso più profondo ancora. In

vero le grandi potenze che allora agitavano o foggiavano il mondo,

Alemagna, Roma, l’Oriente greco, l’Oriente arabo, influirono tutte ad

un tempo sull’animo suo; ed il secolo decimo, cui egli pose termine,

fe’ presentire, per opera di lui e di Gerberto, che la cultura di

Europa rinascerebbe a vita nuova sotto l’influenza dell’antichità e

dell’Oriente. Non la sapienza di Carlomagno, non l’eroismo severo di

Ottone I potevasi richiedere da un Principe, che giunse alla fine

del suo regno in un’età, nella quale i Re che vi danno principio

sono immaturi al governo; nella quale gli stessi uomini della comune

cittadinanza non sono peranco adatti ai più semplici doveri della

vita. Laonde è cosa affatto naturale, che Ottone III, salito alla più

alta cima della grandezza umana, sia stato pari ad un giovinetto, il

quale, abbarbagliato dal sole, non vede più dove sia posta la terra;

e l’imagine commovente di questo idealista pieno d’ingegno, avido

di scienza, ispirato a pietà, entusiasta di ogni grande cosa, trova

bellissimo luogo nel panteon della nazione tedesca. Vero Fetonte

della sua storia, cadde morto sulle rive del Tevere; ornato dei fiori

delle rozze leggende medioevali, pianto dalla patria, ebbe sepoltura

presso a Carlo magno, e conseguì lode di bello e portentoso fanciullo

imperatore, meraviglia del mondo: «_Mirabilia mundi_»[626].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8 · 第 22 / 35 题